Nella classifica dei paesi più colpiti dalla pandemia figurano diversi paesi dell’Europa occidentale, in primis Italia, Spagna e Germania, mentre la situazione sembra essere più contenuta nella parte orientale del continente e, in particolar modo, nei Balcani. Ma c’è un paese che fa eccezione nella penisola: la Romania.

Il paese più colpito dei Balcani

27 febbraio, distretto di Gorj. Le autorità sanitarie confermano il primo contagio da Covid-19. Il governo invita la popolazione la calma, predisponendo misure di isolamento per le persone che a loro volta si pensa siano venute a contatto con con lui, ma il clima regnante non è per nulla intriso di allarmismo.

Ad un mese esatto di distanza, l’entusiasmo iniziale è stato perso perché la Romania, da sola, ha quasi lo stesso numero di contagi che, insieme, registrano ben sei paesi balcanici: Bulgaria (243), Macedonia del Nord (219), Albania (186), Moldavia (177), Bosnia (164) e Montenegro (52). La somma totale dei sei bilanci è 1041 – contro i 1029 di Bucarest – numeri che rendono il quadro ancora più impressionante.

L’espansione del virus, inizialmente lenta e circoscritta, ha registrato una brusca impennata a partire dalla seconda metà del mese, e l’ultimo bilancio disponibile è di 1029 contagiati e 24 decessi. Il 26 marzo, nello stesso giorno in cui viene inaugurata una quarantena su scala nazionale ricalcante il modello italiano, il ministro del salute Victor Costache rassegna le dimissioni.

L’uscita di scena di Costache avviene ufficialmente per “motivazioni personali e professionali”, quindi non legate all’emergenza in corso, ma con maggiore probabilità è dovuta alla pioggia incessante di critiche che ha investito l’esecutivo, accusato di mala-gestione, negligenza e sottovalutazione generale dei rischi. A suggerire tale pista concorre un altro evento avvenuto lo stesso giorno dell’inizio della quarantena e delle dimissioni di Costache: la chiusura di due ospedali a Focsani e Suceava, che sono fra le principali città del paese, annunciata proprio dal ministero della sanità a causa dell’elevato numero di personale medico rimasto contagiato in servizio.

La drastica decisione è stata presa dopo che nell’ospedale di Focsani, di natura militare, sono state riportate due diagnosi di Covid-19 fra il personale medico ed una decina fra i pazienti ivi ricoverati per altri motivi, mentre a Suceava era stata superata totalmente superata la soglia della criticità: 83 dipendenti positivi al Covid-19 e 5 decessi fra le persone in cura; l’ospedale si era trasformato in un focolaio letale a causa di una combinazione pericolosa: basso livello di precauzione ed assenza di strumenti protettivi. Delle squadre per la disinfestazione sono state mandate nei due ospedali, che dovrebbero riaprire nei prossimi giorni ma soltanto per trattare contagi da Covid-19.

La quarantena: una via obbligata

Nessuna quarantena era in vigore prima del 26 marzo, a parte l’obbligo dell’auto-isolamento per le persone rientrate dall’estero, ma le autorità avevano comunque invitato la popolazione a limitare i movimenti e le uscite per soddisfare le esigenze indispensabili, come l’acquisto di viveri, ed erano state imposte delle restrizioni per evitare gli assembramenti.

Appelli e divieti, però, non venivano rispettati ovunque e da chiunque, come i giornalisti hanno contribuito ad evidenziare con i loro preziosi servizi, effettuati in tutto il paese, dai centri storici ai quartieri difficili. Nella stragrande maggioranza dei casi, i divieti sugli assembramenti sono stati infranti da esponenti della folta comunità rom che, nonostante il rischio di sanzioni pecuniarie, hanno organizzato feste all’aria aperta, cortei funebri, matrimoni, approfittando dell’inerzia delle autorità, incapaci e nolenti di far rispettare gli obblighi.

Diversi sono stati anche i casi di carovane provenienti dall’estero, formate da centinaia di persone, che hanno nascosto, o rifiutato di dire, alla polizia il paese di provenienza, o che alla luce delle frequenti violazioni degli obblighi di auto-isolamento hanno costretto i municipi a installare dei posti di blocco fissi e/o inaugurare operazioni di monitoraggio continuative, richiedendo un grande sforzo da parte delle forze dell’ordine.

Molto risalto ha avuto quanto accaduto a inizio marzo in un villaggio nel distretto di Arad, dove il tentativo delle autorità sanitarie di scoprire il paese di provenienza di una carovana di 40 rom è stato il leitmotiv di una rivolta che ha potuto essere sedata soltanto con l’invio sul posto di “molte pattuglie” del Servizio per gli Interventi e le Azioni Speciali (Serviciul pentru Intervenţii şi Acţiuni Speciale), l’organo solitamente competente ad agire in situazioni particolarmente rischiose, come le crisi con ostaggi.

Nonostante la numerosità e la gravità di questi eventi, le associazioni rom hanno criticato la grande stampa, sostenendo che l’argomento delle trasgressioni da parte di alcuni membri della comunità sarebbe stato trattato in maniera tale da alimentare sentimenti antiziganisti nell’opinione pubblica, ma a confutare la tesi della strumentalizzazione mediatica per fini xenofobi è sceso in campo Emil Neia Lacatus, politico di etnia rom, attivista antirazzista e presidente dell’associazione Partida Romilor Pro Europa Bistrița-Năsăud.

Lacatus ha lanciato un messaggio ai connazionali dal contenuto insindacabile, che scagiona i media dalle accuse di parzialità rivoltegli: “Chiedo a tutti i rom che sono tornati da zone colpite dal coronavirus di dare prova di senso civico, rispettate tutte le disposizioni legali ed i protocolli che sono in vigore per via dello scoppio della crisi del Covid-19. Prego a tutti voi, che siete tornati nelle nostre comunità […] di dichiarare da che zona siete arrivati e di auto-isolarvi in casa”.

Scarso senso civico, sottovalutazione del pericolo da parte della classe politica e carenze nel sistema ospedaliero si sono rivelate una combinazione esplosiva, che in un mese esatto ha trasformato la Romania nell’epicentro del Covid-19 dei Balcani. La quarantena, al cui rispetto sono state chiamate a vigilare le forze dell’ordine e l’esercito, era l’unica soluzione attuabile e avrebbe potuto e dovuto essere implementata prima.

Questa volta, però, l’esecutivo sembra aver compreso la gravità del problema ed il bilancio del primo giorno di controlli a tappeto ne è la prova: 5621 persone sanzionate per un totale di 1 milione e 500mila euro.

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