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	<title>Mauritania Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 04 Feb 2020 07:24:55 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Mauritania Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>La corsa per entrare nel club dei petrostati</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-corsa-per-entrare-nel-club-dei-petrostati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2020 07:24:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[gas naturale]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="839" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756-300x131.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756-768x335.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756-1024x447.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nell&#8217;attuale fase storica, l&#8217;assioma petrolio (o gas) uguale ricchezza non vale più in automatico. O meglio: senza la convergenza di fattori economici e geopolitici favorevoli un Paese che si ritrova, oggigiorno, a scoprire inaspettate ricchezze energetiche nel suo sottosuolo o nel suo offshore non è automaticamente destinato a ripetere l&#8217;epopea conosciuta da Stati come l&#8217;Arabia Saudita, il Kuwait &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-corsa-per-entrare-nel-club-dei-petrostati.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="839" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756-300x131.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756-768x335.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_2898072-e1563949383756-1024x447.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nell&#8217;attuale fase storica, l&#8217;assioma <strong>petrolio </strong>(o gas) uguale ricchezza non vale più in automatico. O meglio: senza la convergenza di fattori economici e geopolitici favorevoli un Paese che si ritrova, oggigiorno, a scoprire inaspettate ricchezze energetiche nel suo sottosuolo o nel suo offshore non è automaticamente destinato a ripetere l&#8217;epopea conosciuta da Stati come l&#8217;<strong>Arabia Saudita, </strong>il <strong>Kuwait </strong>e il <strong>Venezuela </strong>nella seconda metà del Novecento. Ovvero una &#8220;bonanza&#8221; continuamente alimentata dai petrodollari e dalle potenzialità del loro sfruttamento per fini politici ed economici.</p>
<p><strong>Amy Myers</strong> <strong>Jaffe</strong>, Senior Fellow for Energy and the Environment del Council on Foreign Relations, <a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/africa/2020-01-20/striking-oil-aint-what-it-used-be">ha pubblicato sul sito del suo centro studi</a> un articolo dedicato proprio a questo nuovo sviluppo della politica energetica internazionale. La Jaffe riporta numerosi esempi per suffragare la sua tesi.</p>
<p>Meno di un mese fa la francese Total ha guidato un consorzio che ha scoperto un importante giacimento petrolifero al largo del Suriname, piccola repubblica posizionata a nord del Brasile. <em><a href="https://oilprice.com/Energy/Oil-Prices/How-Important-Is-The-Suriname-Oil-Discovery.html">Oil Price</a> </em>ha riportato con enfasi la notizia, sottolineando come ExxonMobil, Kosmos, Petronas, Tullow e Statoil avessero già iniziato la corsa alle concessioni nelle acque oceaniche di fronte al Paese. La scoperta segue di poco analoghi ritrovamenti nella vicina Guyana e nuovi ritrovamenti di giacimenti di gas naturale nell&#8217;offshore africano in <strong>Mozambico </strong>e <strong>Mauritania</strong>. La mappa energetica del pianeta si sta per colorare con nuovi attori? Troppo presto per dirlo.</p>
<p>Aprire allo sfruttamento il proprio sistema energetico e cercare di inserirsi nei mercati internazionali è difficile in una fase in cui questi ultimi sono soggetti a <strong>forte volatilità </strong>nei prezzi, in cui la forza dei cartelli produttori (come l&#8217;Opec) è in declino e in cui la competizione geopolitica tra gli attori protagonisti dell&#8217;export (guidati da Usa e Russia) si fa sempre più calda. L’incremento dei consumi di petrolio, stimato dall’International Energy Agency (Iea), tra il 2018 e il 2019, dovrebbe averli portarli su scala planetaria da <strong>99,3 a 100,8 milioni di barili al giorno</strong>. Cresce la domanda, <strong>trainata come sempre dall&#8217;Asia, </strong>ma anche l&#8217;offerta non si limita. <a href="https://www.mckinsey.com/solutions/energy-insights/global-oil-supply-demand-outlook-to-2035/~/media/231FB01E4937431B8BA070CC55AA572E.ashx"><strong>McKinsey </strong>ha stimato che l&#8217;offerta globale potenziale potrebbe mantenersi a lungo sopra i 110 milioni di barili al giorno.</a></p>
<p>Difficile, dunque, per un nuovo entrante sprovvisto di potenzialità politiche o di salde alleanze internazionali diventare un attore rilevante.</p>
<p>Discorso analogo vale per il <strong>gas naturale</strong>, il cui mercato, <a href="https://it.insideover.com/economia/la-fortezza-russia-resiste-alla-guerra-fredda-del-gas.html">escludendo il caso della proiezione globale della Russia</a> sia via esportazioni terrestri che attraverso il gas naturale liquefatto, vede attori protagonisti in una delle due branche dell&#8217;export. Il gas naturale è inoltre dipendente dalle condizioni geopolitiche che regolano i mercati regionali. Attori come l&#8217;Egitto, Israele e Cipro hanno potuto costruire un potenziale esportatore solo facendo sistema e puntando informalmente sull&#8217;inserimento della loro &#8220;politica dei gasdotti&#8221; in una più generale strategia volta a ridurre la dipendenza europea dall&#8217;influente Russia, <a href="https://it.insideover.com/economia/i-nuovi-scenari-del-gas-nel-mediterraneo.html">con il beneplacito statunitense</a>.</p>
<p>Per i Paesi nuovi entranti si prospetta una vera e propria corsa contro il tempo, dato che, <a href="https://www.startmag.it/energia/per-i-nuovi-petrostati-nessuna-manna-allorizzonte/?fbclid=IwAR02_8kU_7LDGoBmWNTYP3jDSxinT1utP2bC4wLgKHlIV_jYorHd3UN91PI" target="_blank" rel="noopener">come rileva </a><em>StartMag,</em> &#8220;l’unica prospettiva di ricavare <strong>profitti dalle scoperte energetiche</strong> recenti è infatti rappresentata dalla volontà – niente affatto scontata – delle compagnie di mettere subito a pieno regime la produzione dai nuovi giacimenti nel contesto di piani di investimento a breve termine che sono i soli, in questo momento, a suscitare l’interesse di investitori che tendono ormai a rifuggire dalle incertezze del lungo termine&#8221;.</p>
<p>Senza contare che gli scenari energetici globali sono stati radicalmente mutati dalla volontà degli <strong>Stati Uniti </strong>di perseguire la dominazione dei mercati con la loro sovraproduzione. Di conseguenza, la &#8220;crescente produzione ed esportazione di energia fossile&#8221; da parte di Washington &#8220;ha assorbito, se non tutta, sicuramente una parte preponderante della domanda globale in un trend di cui molti analisti vedono la prosecuzione anche negli anni a venire&#8221;. In certi settori la <strong>globalizzazione </strong>implica una competizione allo stato puro. E per piccoli Paesi che mirano a trovare nell&#8217;energia l&#8217;emancipazione da un presente di stenti forse il gioco del mercato globale dell&#8217;oil&amp;gas è troppo pericoloso.</p>
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			</item>
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		<title>La Mauritania deve difendersi dalla minaccia jihadista</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/la-mauritania-deve-difendersi-dalla-minaccia-jihadista.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Walton]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jan 2020 15:25:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="941" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Elicottero Sahel" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476-300x147.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476-768x376.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476-1024x502.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La regione del Sahel è colpita, ormai da diversi anni, dal fenomeno del terrorismo jihadista che ne sta minando la stabilità e che rischia di causare gravi problemi politici alle nazioni dell&#8217;area. Mali, Burkina Faso e Niger stanno subendo le conseguenze delle violenze: uccisioni, fughe di massa della popolazione e la prospettiva di un ulteriore &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-mauritania-deve-difendersi-dalla-minaccia-jihadista.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="941" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Elicottero Sahel" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476-300x147.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476-768x376.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_9531334-e1569255044476-1024x502.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La regione del Sahel è colpita, ormai da diversi anni, dal fenomeno del terrorismo jihadista che ne sta minando la stabilità e che rischia di causare gravi problemi politici alle nazioni dell&#8217;area. Mali, Burkina Faso e Niger stanno subendo le conseguenze delle violenze: uccisioni, fughe di massa della popolazione e la prospettiva di un ulteriore peggioramento dei propri problemi interni, dominati dalla presenza di grandi sacche di povertà. Questo scenario desolante sembra però non aver colpito, al momento, un&#8217;altra nazione dell&#8217;area: <strong>la Mauritania</strong>. Nuakchott, infatti, è immune dal <strong>terrorismo jihadista</strong> ormai dal lontano 2011 e può quindi considerarsi relativamente al sicuro su questo fronte. Il successo del Paese africano è frutto di una strategia multidimensionale che combina misure preventive e repressive e che mira ad affrontate anche quelle cause che, più o meno indirettamente, fomentano le violenze: come il traffico di armi e quello di droga.</p>
<h2>Un futuro incerto</h2>
<p>La Mauritania è, in ogni caso, una nazione retta da un regime autoritario, come sancito dal report annuale dell&#8217;organizzazione non governativa Freedom House. L&#8217;ex Capo di Stato e Generale <strong>Mohamed Ould Abdel Aziz</strong> ha asdunto il potere nel 2008 con un colpo di stato e l&#8217;ha poi mantenuto nel 2009 e nel 2014 in seguito allo svolgimento di comizi elettorali. Nel 2019 gli è succeduto l&#8217;ex Generale e Ministro della Difesa <a href="https://www.google.com/amp/s/mobile.reuters.com/article/amp/idUSKCN1TR1FO">Mohamed Ould Ghazouani</a>, che si è imposto alle consultazioni presidenziali sui rivali dell&#8217;opposizione nazionale che hanno denunciato brogli. L&#8217;amministrazione del Paese è schierata su <strong>posizioni filo-occidentali</strong> e ci sono, pertanto, molti elementi per poter pensare che i radicali jihadisti possano arrivare ad estendere, nel medio periodo, il loro raggio di azione verso Nuakchott che, tra l&#8217;altro, confina con la delicata zona del Sahara Occidentale. Il 16,6 per cento della popolazione del Paese vive in povertà estrema, malgrado la nazione sia ricca di risorse come oro e petrolio e questo fattore, unito alla presenza di ampie aree desertiche,  potrebbe facilitare le azioni dei jihadisti.</p>
<h2>Le prospettive</h2>
<p>La <strong>crisi del Sahel</strong>, ormai sistemica, rischia di contagiare molte nazioni dell&#8217;Africa Occidentale ed ha di fatto portato all&#8217;apertura di un nuovo fronte di lotta da parte dei radicali islamici. Le nazioni dell&#8217;area ancora indenni dovranno adottare una serie di strategie preventive per evitare di essere risucchiare nel gorgo delle violenze: dalla lotta alla povertà, al rafforzamento degli eserciti statali ad una collaborazione ancora più stretta con l&#8217;Occidente. La Mauritania, in questo ambito, potrebbe ricoprire un <strong>ruolo chiave</strong>: un suo coinvolgimento, infatti, spianerebbe ai terroristi la strada verso il Sahara Occidentale e potrebbe destabilizzare anche il Marocco, importante alleato delle nazioni occidentali. La presenza di risorse naturali a Nuakchott potrebbe indurre i terroristi a colpire anche la Mauritania nella speranza di infiammare il clima politico dello Stato e di mettere in seria difficoltà l&#8217;amministrazione presidenziale. Le prospettive di Nuakchott, sebbene al momento piuttosto positive, potrebbero mutare con poco preavviso e costringere lo Stato a porsi sulla difensiva nel tentativo di proteggersi dalle incursioni violente del radicalismo jihadista.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Macron non lascia l&#8217;Africa: convocato il G5 Sahel</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/macron-non-lascia-lafrica-convocato-il-g5-sahel.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Massardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2020 08:50:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[G5 Sahel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1477" height="847" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Emmanuel Macron a Bruxelles" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170.jpg 1477w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170-300x172.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170-768x440.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170-1024x587.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1477px) 100vw, 1477px" /></p>
<p>Nella serata di lunedì 13 gennaio è avvenuto il G5 Sahel, ospitato dalla Francia nella città di Pau e che ha visto l&#8217;incontro tra Emmanuel Macron e i leader africani. Dopo aver dibattuto, come tutte le volte, sugli aggiornamenti relativi alla lotta al terrorismo di Boko Haram ed alla relativa stabilizzazione delle aree riconquistate, il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/macron-non-lascia-lafrica-convocato-il-g5-sahel.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/macron-non-lascia-lafrica-convocato-il-g5-sahel.html">Macron non lascia l&#8217;Africa: convocato il G5 Sahel</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1477" height="847" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Emmanuel Macron a Bruxelles" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170.jpg 1477w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170-300x172.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170-768x440.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Emmanuel-Macron-a-Bruxelles-La-Presse-e1571419680170-1024x587.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1477px) 100vw, 1477px" /></p><p>Nella serata di lunedì 13 gennaio è avvenuto il <strong>G5 Sahel</strong>, ospitato dalla Francia nella città di Pau e che ha visto l&#8217;incontro tra <strong>Emmanuel Macron</strong> e i leader africani. Dopo aver dibattuto, come tutte le volte, sugli aggiornamenti relativi alla lotta al terrorismo di <strong>Boko Haram</strong> ed alla relativa stabilizzazione delle aree riconquistate, il premier francese ha rilanciato la necessità che la Francia partecipi attivamente nel conflitto civile africano. La presenza di Parigi &#8211; come riferito dallo stesso presidente &#8211; è infatti fondamentale nell&#8217;ottica di mantenimento della pace ed è fondamentale per lo sviluppo economico successivo alla bonifica dei territori. I leader dell&#8217;Africa, dalla loro parte, si sono trovati in accordo con la posizione di Macron, sottolineando i grandi passi compiuti negli otto anni di missione francese nel Sahel.</p>
<h3>La Francia aumenterà i contingenti i Burkina Faso</h3>
<p>Nell&#8217;ottica di migliorare il combattimento alle compagnie jihadiste, Macron ha annunciato durante il vertice l&#8217;intenzione della Francia di inviare ulteriori 220 unità (<em>Agi</em>) in <strong>Burkina Faso</strong>, uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi. La mossa, anche in questo caso, ha ricevuto il sostegno del leader nazionale, Roch Marc Christian Kaboré, che dalla collaborazione con Parigi è sicuro della possibilità di riportare la stabilità nei propri territori. Anche il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, ha sostenuto la scelta della Francia, <a href="https://it.insideover.com/societa/il-sahel-si-rivolta-alla-francia.html">nonostante le recenti manifestazioni che si sono tenute nella capitale Bamako</a> e che vorrebbero il ritiro delle unità francesi dal Paese.</p>
<p>Il clima della conferenza ha evidenziato la sostanziale <strong>concordanza</strong> tra i vari Paesi sulla gestione della lotta al terrorismo e sulle modalità di azione per garantire la ripresa economica delle aree riconquistate, che la Francia si è impegnata a sostenere: sebbene da ciò essa per prima tragga vantaggi ancora superiori a quelli della popolazione locale.</p>
<h3>Macron spera di convincere gli Stati Uniti a rimanere nell&#8217;operazione</h3>
<p>Al termine della conferenza, il presidente francese ha sottolineato come in questi anni anche l&#8217;impegno americano sia risultato fondamentale per la stabilizzazione dell&#8217;area e  <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/africa-macron-invia-altri-220-militari-sahel-l-appello-usa-restate-ACbfNmBB">si è rammaricato per la decisione del presidente <strong>Donald Trump</strong> di richiamare i contingenti</a>. La speranza di Macron è quella che, nel prossimo futuro, il leader americano ritorni sui propri passi e continui ad assistere Francia e Paesi africani nella lotto al terrorismo internazionale di Boko Haram.</p>
<p>Sotto l&#8217;amministrazione Obama i contingenti americani vennero mandati nel Continente nero con lo scopo di addestrare le truppe africane e di affiancare i militari francesi nelle operazioni. Tuttavia, nell&#8217;aprile del 2019 Trump annunciò come la missione fosse troppo dispendiosa per gli Stati Uniti e che la Francia fosse perfettamente in grado di poter continuare da sola: da quel momento è iniziato il progressivo ritiro delle truppe, che dovrebbe concludersi entro la fine di quest&#8217;anno. La decisione americana aveva spiazzato il presidente Macron, obbligandolo a dispiegare maggiori unità ed accrescere i costi della guerra portata avanti nei Paesi africani.</p>
<h3>Un vertice necessario</h3>
<p>La necessità di convocare il G5 è derivata dal crescente numero di attacchi che le compagnie terroristiche riconducibili a Boko Haram hanno rivolto alle caserme ed alle unità africane impiegate nella lotta al terrorismo. Tra il 2018 ed il 2019, infatti, il numero dei morti causati dal conflitto è salito del&#8217;86%, segnando un&#8217;inversione di tendenza che ha riportato le attenzioni verso l&#8217;Africa sub-sahariana, con il Niger che lo scorso 10 gennaio ha subito la perdita di <strong>89 unità</strong>, nell&#8217;attacco peggiore della propria storia (fonte Reuters).</p>
<p>Da qui la necessità francese di aumentare i contingenti operativi in Sahel, che ad oggi contano già 4.500 unità. Mentre però la Francia continua le operazioni di affiancamento militare, la presenza di legioni straniere ha iniziato ad infastidire le popolazioni locali, che dalla presenza di Parigi non sono convinte possa scaturire nulla di buono in ottica futura. L&#8217;accordo, però, è stato concluso con le massime dirigenze degli Stati, lasciando al popolo ben poco su cui decidere: ennesima conferma di come <strong>l&#8217;imperialismo francese</strong> sia un discorso, ad oggi, ancora molto attuale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/macron-non-lascia-lafrica-convocato-il-g5-sahel.html">Macron non lascia l&#8217;Africa: convocato il G5 Sahel</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Quella rotta dimenticata dei migranti</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/quella-rotta-dimenticata-dei-migranti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Massardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2019 11:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Migranti salvati dalla Guardia costiera spagnola e portati al porto di Malaga (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nell&#8217;immaginario collettivo europeo, siamo abituati a pensare come le rotte migratorie dall&#8217;Africa e dell&#8217;Asia si riducano al massimo a due flussi: quello balcanico e quello mediterraneo, che si suddivide a sua volta tra la tratta Libia-Italia e la tratta Marocco-Spagna. Tuttavia l&#8217;instabilità politica della Libia e le dure condizioni a cui sono sottoposti i migranti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/quella-rotta-dimenticata-dei-migranti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Migranti salvati dalla Guardia costiera spagnola e portati al porto di Malaga (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Migranti-salvati-dalla-Guardia-costiera-spagnola-e-portati-al-porto-di-Malaga-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nell&#8217;immaginario collettivo europeo, siamo abituati a pensare come le rotte migratorie dall&#8217;Africa e dell&#8217;Asia si riducano al massimo a due flussi: quello balcanico e quello mediterraneo, che si suddivide a sua volta tra la tratta Libia-Italia e la tratta Marocco-Spagna. Tuttavia l&#8217;instabilità politica della Libia e le dure condizioni a cui sono sottoposti i migranti hanno spinto i popoli africani a cercare altre strade: spesso però ancora più pericolose. Una di queste, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2019/12/gambian-town-mourns-mauritania-migrant-boat-deaths-191206150835370.html">nella quale si è recentemente sviluppata una <strong>tragedia</strong></a> che ha visto la morte di almeno 62 persone, è quella che porta all&#8217;arcipelago delle <strong>Isole Canarie</strong>, cancello per entrare nell&#8217;Unione europea. Le difficili condizioni dell&#8217;Oceano atlantico e l&#8217;imbarcazione improvvisata non hanno permesso ai migranti gambiani di raggiungere Tenerife, naufragando al largo delle coste della Mauritania, nei pressi della città costiera di Nouadhibou.</p>
<h3>I numeri del fenomeno</h3>
<p>Nonostante siano in corso le indagini degli organismi di controllo internazionale, è difficile stimare il numero reale delle persone che hanno scelto questa strada per entrare in Europa. Tuttavia, è conosciuto grossomodo il numero delle vittime del 2019: si tratterebbe di 158 persone. Sebbene appaia lontano dai numeri che interessano il Mar mediterraneo, basti pensare che tale dato è quasi <strong>quadruplicato dal 2018</strong>, se si considera il bilancio delle vittime della tratta dell&#8217;anno scorso che si sarebbe fermato a 43 persone.</p>
<p>I luoghi di origine dei migranti che si affidano alla rotta atlantica sono in modo principale due: la <strong>Mauritania</strong> e il <strong>Gambia</strong>. E questo è dovuto alla posizione geografica dei Paesi che renderebbe facilmente raggiungibili le coste dell&#8217;arcipelago spagnolo, non fosse per le condizioni precarie delle imbarcazioni che vengono utilizzate dai migranti la traversata.</p>
<h3>Le speranze dei migranti</h3>
<p>A differenza della migrazione che avviene attraverso il deserto del Sahara, la rotta atlantica è preferita dalla <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/migranti-paesi-di-provenienza.html">popolazione giovanile in cerca di un futuro migliore</a>, ma dalle disponibilità economiche ridotte. Grazie alla più abbordabile spesa del viaggio in confronto alle altre soluzioni proposte dai trafficanti di uomini ha avuto un notevole sviluppo nell&#8217;ultimo anno, anche a causa del <a href="https://www.aljazeera.com/news/2019/12/dozens-dead-migrant-boat-sinks-mauritania-coast-191205011010131.html">peggioramento delle condizioni economiche dal Gambia</a>, dovute al crollo del turismo in seguito al crack dell&#8217;agenzia Thomas Cook.</p>
<p>Migrare in Europa significa poter migliorare la vita non solo a se stessi, ma anche ai propri familiari. Molte persone scelgono quindi di lanciarsi verso l&#8217;Oceano aperto nella speranza di raggiungere le Canarie, nonostante i grossi pericoli della tratta. Qualcuno ci arriva; gli altri, meno fortunati, annegano a seguito dell&#8217;inabissarsi dell&#8217;imbarcazione, troppo improvvisata per portare a termine il viaggio. Il tutto, apparentemente, nel silenzio dei riflettori internazionali, troppo interessati agli sviluppi derivanti dall&#8217;immigrazione dai canali del Mediterraneo.</p>
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		<title>Gavage, ragazze costrette a ingrassare per piacere agli uomini</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/gavage-mauritania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Aug 2019 08:13:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[gavage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Alcune donne sfilano per le strade della Mauritania (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Mauritania, uno Stato dell&#8217;Africa nord-occidentale, vige il rito del &#8220;gavage&#8221;, secondo cui le giovani ragazze, per potersi sposare, devono essere grasse fino a sfiorare l’obesità. Ricchezza ed obesità A partire dalla tenera età di sei anni, le bambine mauritane subiscono la crudele pratica del “gavage&#8221; e vengono costrette a mangiare enormi quantità di cibo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/donne/gavage-mauritania.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Alcune donne sfilano per le strade della Mauritania (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Donne-Mauritania-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In Mauritania, uno Stato dell&#8217;Africa nord-occidentale, vige il rito del &#8220;gavage&#8221;, secondo cui le giovani ragazze, per potersi sposare, devono essere grasse fino a sfiorare l’obesità.</p>
<h2>Ricchezza ed obesità</h2>
<p>A partire dalla tenera età di sei anni, le bambine mauritane subiscono la crudele pratica del “gavage&#8221; e vengono costrette a mangiare enormi quantità di cibo al solo scopo di dover trovare marito. Più saranno grasse e più “appetibili” appariranno agli occhi dei ragazzi che incontreranno. Secondo la cultura mauritana, le donne in sovrappeso sono anche le più ricche. Le ragazze magre &#8211; ma anche quelle normopeso &#8211; vengono percepite, al contrario, come una vergogna dalla comunità che le ospita: povere, e magari maltrattate, all’interno di famiglie prive dei mezzi di sostentamento necessari per poterle crescere. Molte ragazze mauritane accettano spontaneamente di sottoporsi al rito del “gavage” per la buona riuscita di un matrimonio mangiando giorno e notte ininterrottamente per poter arrivare a pesare anche 100 in vista delle nozze. E se le più piccole rifiutano la pratica, esistono vere e proprie strutture dedicate: ostelli dove – sotto il controllo vigile delle anziane donne del villaggio che li gestiscono – le bambine vengono indotte (anche con la violenza) ad ingozzarsi di cibo e bevande ipercaloriche, con il benestare delle famiglie.</p>
<h2>Effetti collaterali e morte precoce</h2>
<p>Anche le smagliature vengono esibite sul corpo delle mauritane con grande orgoglio: sarà per via dei tanti benefici materiali e spirituali che se ne traggono, seppur a discapito del proprio benessere psico-fisico. E quando reperire grosse quantità di cibo in natura diventa un problema, soprattutto per le famiglie più povere dei centri rurali, si ricorre all’utilizzo di farmaci ed ormoni ad uso veterinario. Le ragazze, in casi estremi, scelgono deliberatamente di ingurgitare sciroppi in grado di stimolare l’appetito o medicine dopanti per animali (ben più nocivi di un’alimentazione naturale). Inevitabile il sopraggiungere di problematiche cardiovascolari, del diabete o di altre gravi disfunzioni renali che causano ictus ed infarti, provocando la morte prematura delle ragazze che ignorano i danni di uno stile di vita insano. E se anche una legge vieta da qualche anno in Mauritania la vendita di farmaci considerati nocivi per l’uomo, il business illecito del mercato nero è molto fiorente. Le ragazze &#8211; nel rispetto di un indottrinamento che ha inizio in età infantile &#8211; arrivano a pesare decine e decine di chili e per poterlo fare sono disposte a subire ogni genere di supplizio, cagionandosi una salute precaria.</p>
<h2>&#8220;Il Corpo della Sposa&#8221;</h2>
<p>&#8220;&#8216;Verida, alzati e mangia!'&#8221;, inizia così <em>Il Corpo della Sposa,</em> il primo film di genere che affronta la pratica dell’ingrasso forzato delle future spose mauritane. La protagonista è una giovane attrice che ha subito all’età di 16 anni il rito del “gavage”). La storia si svolge sullo sfondo di una Mauritania ancora oggi paradossalmente incastrata tra tradizione e modernità. Verida è socievole, lavora in un salone di bellezza, ama divertirsi con le sue amiche e ricorre all’utilizzo dei social network come qualunque altra ragazza moderna. Fino a quando – un giorno – viene svegliata all’alba dalla madre che le comunica che si sposerà.</p>
<p>Da quel momento, Verida avrà tempo tre mesi per poter ingrassare di venti chili e soddisfare i canoni estetici del futuro marito che la considera ancora troppo magra per l’ideale di bellezza tradizionale. Il film inizia con l’inquadratura di Verida che beve da una ciotola di latte, come a voler enfatizzare la drammaticità di un atto imposto, come quello del “gavage”.</p>
<p>Gli unici momenti di spensieratezza sono quelli che ritraggono Verida insieme ad Amal (la sua migliore amica) oppure complice del romanticismo puro e genuino di Sidi (il ragazzo incaricato al rito della misurazione del peso). &#8220;Un tempo il &#8216;gavage&#8217; era estremo, veniva compiuto nell’arco di una sola notte: molte donne morivano dopo la pratica del &#8216;leblouh'&#8221;. La tecnica è attualmente impiegata nei villaggi del deserto per anticipare il menarca di bambine e giovani ragazze. &#8220;In città vanno di moda i festini &#8216;wangala&#8217;: merende a base di cibo tra amiche&#8221;. Il film è un atto di denuncia contro rituali arcaici e criteri di bellezza ormai obsoleti. È un lungo viaggio interiore che ha inizio nel preciso momento in cui Verida si ribella all’educazione ricevuta.</p>
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		<title>Mauritania, nessun cambiamento: vince il delfino del presidente</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/mauritania-nessun-cambiamento-vince-il-delfino-del-presidente.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2019 07:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Cosa c&#8217;entra la Mauritania con i discorsi inerenti la sicurezza e la stabilità del Mediterraneo? Questo paese a cavallo tra Sahara e Sahel, vero e proprio cuscinetto politico e culturale tra Magreb ed Africa sub sahariana, è molto vasto ma conta meno di quattro milioni di abitanti. Per di più, due terzi del suo territorio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/mauritania-nessun-cambiamento-vince-il-delfino-del-presidente.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/LP_9918491-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Cosa c&#8217;entra la Mauritania con i discorsi inerenti la sicurezza e la stabilità del Mediterraneo? Questo paese a cavallo tra Sahara e Sahel, vero e proprio cuscinetto politico e culturale tra Magreb ed Africa sub sahariana, è molto vasto ma conta meno di quattro milioni di abitanti. Per di più, due terzi del suo territorio sono desertici e solo l&#8217;1% del terreno è coltivabile. Sembrerebbe dunque una nazione di periferia rispetto al contesto regionale. Ma così non è: in primis, perché la Mauritania possiede non poche <strong>risorse energetiche</strong> soprattutto nelle sue acque territoriali. Non mancano inoltre oro e diamanti, con molti giacimenti di recente scoperta. In secondo luogo, la Mauritania è molto più vicina all&#8217;Europa di quanto ci si possa aspettare: c&#8217;è un volo quotidiano che collega in 90 minuti <strong>Nouadhibou</strong>, la seconda città del paese (nonché importante porto sull&#8217;Atlantico) con Las Palmas.</p>
<p>E poi, sempre da un punto di vista geografico, il paese confina con nazioni quali <strong>Mali</strong> ed <strong>Algeria</strong> e dunque assume un&#8217;importanza strategica sotto il profilo della sicurezza e della lotta al <strong>terrorismo</strong>. In poche parole, sono tanti gli elementi per guardare da vicino a quanto accade in Mauritania a poche ore dal voto svoltosi nella giornata di sabato.</p>
<h2>Il contesto pre elettorale</h2>
<p>Non sempre grandi paesi con poca densità abitativa sono in pace, la Libia è un esempio molto vicino a casa nostra che ce lo ricorda (od almeno dovrebbe ricordarcelo). Meno di quattro milioni di abitanti in uno spazio molto ampio, è questa la Mauritania ma, contrariamente a quanto si possa credere, il clima nel paese non è dei più sereni. La lingua ufficiale è quella araba, ma gli arabi in realtà sono una minoranza e rappresentano a stento il 30% della popolazione. La restante parte appartiene ad etnie sub sahariane oppure a popolazioni africane mescolatesi nel tempo a quelle arabe. I rapporti interni non sono proprio idilliaci. Basti pensare che il reato di schiavitù viene abolito da queste parti soltanto nel 1961, con la popolazione nera che spesso denuncia condizioni di vita di gran lunga più difficili rispetto a quella araba.</p>
<p>Anche per questo la storia è costellata di colpi di Stato, l&#8217;ultimo avviene nel 2008 e manda al potere il generale <strong>Mohamed Ould Abdel Aziz</strong>. Quest&#8217;ultimo, tolta la divisa e vestiti i panni da politico, vince agevolmente le elezioni del 2009 e del 2014. Promette la lotta contro il terrorismo e questo sta bene all&#8217;occidente, le cui cancellerie lo giudicano suo alleato nonostante il suo esecutivo non brilli proprio per trasparenza e democrazia. Secondo la costituzione, Aziz non può più ricandidarsi: &#8220;Torno ad essere un normale cittadino, né premier e né ministro&#8221; annuncia ad inizio anno.</p>
<p>Si va dunque alle elezioni tenute sabato: alle urne si recano un milione e mezzo di cittadini,<a href="https://www.africarivista.it/mauritania-alta-affluenza-alle-urne-per-le-presidenziali/142452/"> un&#8217;affluenza giudicata buona</a> ma non verificabile da parte di enti internazionali che il governo non accetta durante la giornata elettorale. A contendersi la leadership sono sei candidati: si va dal delfino del presidente uscente, <strong>Mohamad Ould Ghazouani</strong>, passando per un ex fedelissimo di Aziz, ossia<strong> Mohamad Ould Boubacar</strong>. Quest&#8217;ultimo appare appoggiato dal miliardario (in esilio) Mohamed Ould Bouamatou, cugino del capo di Stato uscente. Così come anche dal partito Tawassoul, vicino alla fratellanza musulmana. L&#8217;altro candidato in grado di arrivare ad una percentuale a due cifre è l&#8217;attivista anti schiavitù <strong>Biram Dah Ould Abeid</strong>.</p>
<h2>Una vittoria annunciata</h2>
<p>Non c&#8217;è ancora la proclamazione ed in effetti <a href="https://www.africa-express.info/2019/06/24/presidenziali-in-mauritania-vince-il-delfino-del-presidente-uscente/">quando arrivano i primi risultati nella giornata di domenica</a>, la situazione desta stupore. Anche se occorre contare &#8220;solo&#8221; un milione e mezzo di schede, la geografia mauritana e le metodologie elettorali non proprio all&#8217;avanguardia a livello tecnologico, difficilmente alla vigilia sembrano offrire garanzie di celeri scrutini. Ed invece proprio il candidato vicino al presidente uscente si autoproclama vincitore, esibendo dati ufficiosi: Ghazouani afferma di aver vinto con il 52% dei consensi, superando dunque la soglia per evitare il ballottaggio.</p>
<p>Accompagnato proprio da Aziz, il presidente in pectore si reca al centro dei congressi della capitale <strong>Nouakchott</strong> esibendo i responsi elettorali. Dal canto suo la commissione elettorale afferma che, in realtà, i risultati dovrebbero essere diffusi soltanto tra lunedì e martedì. Al contrario, risultano ufficiali invece già domenica sera e confermano la vittoria di Aziz con il 52%. Dietro di lui, ma molto staccato e fermo al 18%, si piazza invece Boubacar.</p>
<p><a href="https://www.africarivista.it/elezioni-mauritania-lopposizione-non-ci-sta/142475/">L&#8217;opposizione parla di poca trasparenza</a>, in alcune città si accenna a qualche protesta ed arrivano sporadiche notizie di feriti. Ma complessivamente, almeno per il momento, la situazione dovrebbe essere calma. Aziz potrebbe quindi essere a breve proclamato presidente, in un passaggio di consegne sì pacifico (fatto raro in Mauritania) ma al tempo stesso fin troppo prevedibile.</p>
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		<title>Chi sono, dove vivono e a chi appartengono i nuovi schiavi</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/chi-sono-dove-vivono-e-a-chi-appartengono-i-nuovi-schiavi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2019 14:43:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="651" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152-768x500.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Sono più di 40 milioni. E sono anche più del triplo rispetto al periodo della tratta transatlantica, nell’epoca storica in cui la schiavitù rientrava nella quotidianità degli esseri umani, tra il XIV e il XV secolo. I più esposti al fenomeno Eppure, oggi, nonostante sia illegale in tutti gli stati del mondo, secondo quanto riportato dal The Guardian, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/chi-sono-dove-vivono-e-a-chi-appartengono-i-nuovi-schiavi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/chi-sono-dove-vivono-e-a-chi-appartengono-i-nuovi-schiavi.html">Chi sono, dove vivono e a chi appartengono i nuovi schiavi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="651" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5410152-768x500.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p><p>Sono più di 40 milioni. E sono anche più del triplo rispetto al periodo della tratta transatlantica, nell’epoca storica in cui la schiavitù rientrava nella quotidianità degli esseri umani, tra il XIV e il XV secolo.</p>
<h2>I più esposti al fenomeno</h2>
<p>Eppure, oggi, nonostante sia illegale in tutti gli stati del mondo, secondo quanto riportato dal The Guardian, il numero delle persone oppresse è molto più alto rispetto ai 13 milioni fatti schiavi in epoca moderna. E, secondo quanto stimato dagli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite e dalla Walk Free Foundation, donne e ragazzerappresentano circa il 71% delle vittime contemporanee, mentre i bambini costituiscono il 25% degli schiavi nel mondo, essendo circa 10 milioni in tutto.</p>
<h2>I tassi demografici</h2>
<p>Secondo quanto mostrato dalle stime, a influenzare la pratica sarebbero anche i tassi demografici globali: i primi dieci Paesi con i più elevati numeri assoluti di vittime sono anche tra i più popolosi del mondo. E secondo il Global slavery index, infatti, in Cina, Repubblica Democratica del Congo, India, Indonesia, Iran, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Filippine e Russia, vive il 60% di tutte le persone ridotte in schiavitù.</p>
<h2>Chi sono gli “schiavi” di oggi</h2>
<p>Chi è costretto a lavorare contro la propria volontà, chi è controllato da uno sfruttatore, chi ha una libertà di movimento limitata, chi è disumanizzato, chi è venduto e, di fatto, comprato, è da considerarsi una persona ridotta in schiavitù. Almeno secondo i parametri dell’organizzazione Anti-slavery International. A livello globale 24,9 milioni di queste persone (ovvero la metà del totale che corrisponde 40,3 milioni) sono costrette ai lavori forzati e sono sottoposte a minacce continue, forme di intimidazione e coercizione.  Si stima, poi, che altri 15,4 milioni di schiavi siano obbligati a contrarre matrimoni forzati e che altri 4,8 milioni siano costretti ai lavori forzati e sfruttati sessualmente. Più del 70% dei 4,8 milioni di queste vittime si trova in Africa e nella regione del Pacifico. In Paesi come il Mauritania, poi, per esempio, sono in molti a nascere già in condizioni di schiavitù “ereditaria” se figli di una madre già oppressa.</p>
<h2>Per chi lavorano</h2>
<p>Puliscono le abitazioni, lavorano nel settore edilizio e nelle fabbriche che producono vestiti (magari a basso costo), raccolgono frutta e verdura, lavorano la terra, pescano e producono oggetti che entrano nella quotidianità di chiunque. Perché di questi 24,9 milioni di esseri umani, 16 milioni di loro, cioè la maggioranza, lavora nel settore privato.</p>
<h2>Le più colpite? Donne e ragazze</h2>
<p>Secondo quanto emerso dai dati messi a disposizione dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le più colpite sono donne e ragazze, con il 99% circa di tutte le vittime nel settore dello sfruttamento sessuale e il 58% in altre ambiti.</p>
<h2>Dov’è più diffusa la pratica</h2>
<p>In termini di diffusione del fenomeno, le statistiche del Global slavery index mettono al primo posto l’Africa. Seguono l’Asia e la regione del Pacifico. Ma Ilo e Walk Free foundation avvertono che le cifre messe a disposizione potrebbero riportare qualche imprecisione a causa dell’assenza di dati provenienti proprio da queste aree. Le due organizzazioni segnalano, infatti, che il dato di 40,3 milioni  rappresenta una stima che loro definiscono “prudente”, poiché gli studi non hanno potuto raggiungere milioni di persone in zone di conflitto o sulle rotte battute da migranti e profughi. Ma non esiste un solo stato, al mondo, immune da questa pratica: 1,5 milioni di vittime, infatti, vivono nei Paesi più sviluppati.</p>
<h2>Quanti soldi genera la schiavitù</h2>
<p>Il profitto annuale di sfruttamento e pratiche legate alla schiavitù si aggira attorno ai 150 miliardi di dollari, più di un terzo dei quali (46,9 miliardi) si registra nei paesi sviluppati, compresi quelli dell’Unione europea. Numeri trenta volte superiori a quelli che avrebbero potuto fare i trafficanti di schiavi nei secoli passati. Guerre, povertà e carestie hanno generato, negli ultimi anni, una moltitudine di persone più vulnerabili. E, di conseguenza, molto più esposte al fenomeno. Uno schiavo, oggi, ha un valore di 450 dollari a persona. Almeno secondo le stime di Siddharth Kara, attivista esperto di traffico di esseri umani: un lavoratore forzato produce per il suo sfruttatore circa 8mila dollari di profitti annui, mentre i faccendieri del mercato illegale del sesso guadagnano, in media, 36mila dollari all’anno. Per ogni vittima.</p>
<h2>La lotta alla schiavitù</h2>
<p>Nel 2018, 170 Paesi si sono impegnati, pubblicamente, nell’impegno contro questa pratica. Ma, secondo il Global slavery index, di questi, soltanto 122 hanno criminalizzato veramente la tratta di esseri umani in linea con il protocollo delle Nazioni Unite contro la tratta di migranti e soltanto 38 hanno criminalizzato i matrimoni forzati. Tuttavia le condanne sono poche: nel 2016, in Europa, sono scese del 25% rispetto ai livelli del 2011, nonostante un incremento del numero delle vittime. Che, nello stesso anno, sono aumentate del 40% rispetto al 2012.</p>
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		<title>Mauritania, un Paese afflitto  dalla piaga della schiavitù</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/mauritania-un-paese-afflitto-dalla-piaga-della-schiavitu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 11:15:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="859" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania.jpg 859w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania-768x515.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 859px) 100vw, 859px" /></p>
<p>La schiavitù è ancora un grave problema in Mauritania. Nel 1981, lo Stato dell&#8217;Africa nordoccidentale &#8211; di circa 4 milioni di persone &#8211; divenne l&#8217;ultimo Paese al mondo ad abolirla ufficialmente. Ma ci sono voluti altri 26 anni &#8211; nel 2007 &#8211; perché il suo governo approvasse una legge che ne imponeva l’abolizione. Ora una &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/mauritania-un-paese-afflitto-dalla-piaga-della-schiavitu.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="859" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania.jpg 859w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/04/Bareina_Mauritania-768x515.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 859px) 100vw, 859px" /></p><p>La schiavitù è ancora un grave problema in <strong>Mauritania</strong>. Nel 1981, lo Stato dell&#8217;Africa nordoccidentale &#8211; di circa 4 milioni di persone &#8211; divenne l&#8217;ultimo Paese al mondo ad abolirla ufficialmente. Ma ci sono voluti altri 26 anni &#8211; nel 2007 &#8211; perché il suo governo approvasse una legge che ne imponeva l’abolizione.</p>
<p>Ora una sentenza storica di un tribunale dell&#8217;Unione Africana, che richiede al governo mauritano di risarcire due schiavi fuggiti e punire il loro ex padrone, sta offrendo speranza a migliaia di mauritani ancora schiavi.</p>
<p>Said e Yarg Salem sono nati in schiavitù e sono fuggiti nell&#8217;aprile del 2011. Poco dopo, hanno accusato il loro ex padrone, Ahmed Ould El Hassine, che è stato dichiarato colpevole dal Tribunale Penale di Nouakchott &#8211; la capitale della Mauritania &#8211; di asservimento e di privazione ai ragazzi dell’istruzione. E’ stato il primo e, finora, il solo successo della legge contro la schiavitù della Mauritania.</p>

<p>&#8220;La legge anti-schiavitù è buona, ma è un pezzo di carta inutile se non la si mette in pratica&#8221;, ha detto Lucy Claridge, il direttore legale di Minority Rights Group International, in un&#8217;intervista al Washington Post.</p>
<p>Ma la condanna di Hassine &#8211; due anni di prigione e un risarcimento di circa 4.700 dollari &#8211; è molto al di sotto della pena indicata. Il procuratore di stato ha impugnato la sentenza eccessivamente indulgente, mentre Hassine ha presentato il proprio ricorso contro la decisione stessa, ed è stato rilasciato in attesa di un&#8217;ulteriore decisione.</p>
<p>L’avvocato di Salem non vedendo prospettive di giustizia nella stessa Mauritania, ha portato il caso a un tribunale regionale chiamato Comitato africano di esperti sui diritti e il benessere del bambino, o Acerwc.</p>

<p>L&#8217;Acerwc si è espresso in loro favore il 26 gennaio. Il governo della Mauritania, ha detto il tribunale, è responsabile di fornire ai fratelli un compenso finanziario oltre a un sostegno psicologico. La sentenza dell&#8217;Acerwc potrebbe essere la prima di una serie di sentenze. Ci sono infatti altre 19 cause legali contro i proprietari di schiavi in Mauritania.</p>
<p>Non ci sono statistiche affidabili su quante persone siano schiavizzate in questo Stato dell&#8217;Africa. E la sua posizione ufficiale è negare che ci siano schiavi nel paese. Ma il l&#8217;indice World Slavery stima che la Mauritania abbia uno dei più alti tassi di schiavitù sulla terra, con oltre l&#8217;1% della popolazione impegnata in lavori forzati.</p>
<p>In Mauritania la maggior parte degli schiavi sono stati membri delle tribù Haratine, gli autoctoni dell&#8217;Africa occidentale che costituiscono il più grande gruppo etnico del paese, circa il 40% della popolazione. Sono conosciuti localmente come &#8220;Black Moors&#8221; o &#8220;Mori neri&#8221;. I “White Moors” o &#8220;Mori bianchi&#8221; sono arabi-berberi del Nord Africa che hanno assunto il controllo della regione nel XVII secolo e da allora hanno sempre ridotto in schiavitù gli Haratini. Il governo della Mauritania, a lungo guidato dai &#8220;White Moors&#8221;, è stato restio a modificare lo status quo.</p>

<p>La Mauritania è stata l&#8217;ultimo paese al mondo ad abolire la schiavitù nel 1981. Ma in molte parti del paese, lo stato di schiavo è ancora tramandato da madre a figlio. Anche la pressione dall&#8217;estero potrebbe giocare un ruolo importante. L&#8217;obiettivo finale è il cambiamento in una società e un sistema di governo che non considerano ancora la schiavitù un problema.</p>
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		<title>L&#8217;esercito dell&#8217;Africa inizia la lotta  Ma Al Qaeda e Isis uniscono le forze</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lesercito-dellafrica-inizia-combattere-al-qaeda-isis-uniscono-le-forze.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2017 15:38:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[G-5 Sahel]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690-1024x689.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Gli Stati dell’Africa fanno sul serio nella lotta al terrorismo e alla tratta di migranti. Non appena iniziato il processo di definizione della missione del G-5 Sahel contro il traffico di migranti e contro il terrorismo di matrice islamica, il nord del Mali è già divenuto teatro della prima campagna, denominata “Haw Bi”. Partita il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/lesercito-dellafrica-inizia-combattere-al-qaeda-isis-uniscono-le-forze.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/lesercito-dellafrica-inizia-combattere-al-qaeda-isis-uniscono-le-forze.html">L&#8217;esercito dell&#8217;Africa inizia la lotta  Ma Al Qaeda e Isis uniscono le forze</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/LAPRESSE_20170831163527_24147690-1024x689.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Gli Stati dell’Africa fanno sul serio nella lotta al terrorismo e alla tratta di migranti. Non appena iniziato il processo di definizione della missione del G-5 Sahel contro il traffico di migranti e contro il terrorismo di matrice islamica, il nord del <strong>Mali </strong>è già divenuto teatro della prima campagna, denominata “Haw Bi”. Partita il 28 ottobre tra scetticismo e grandi speranze, la missione vede la partecipazione degli eserciti di Mali, Ciad, Niger, Burkina Faso e Mauritania, adesso impegnati nell’area al confine fra Niger, Burkina Faso e Mali. L’area è estremamente complessa e quello che si trovano a dover affrontare le truppe delle forze africane è un nemico molto più difficile di quanto si possa credere. Parliamo di aree in cui i confini sono permeabili, le forze ribelli e jihadiste difficilmente individuabili, e dove non esistono Stati con governi in grado di garantire un controllo certo del territorio. L’autorità statale è labile e gli eserciti in campo combattono un nemico feroce e che si abbevera da fonti di denaro e di uomini potenzialmente illimitata. E l’obiettivo della missione è proprio quello, interrompere il flusso che li rende forti e sconfiggerli sul campo di battaglia.</p>

<p>La jihad qui è una realtà già da anni, ma solo adesso il mondo sembra accorgersene. &#8220;Registriamo i primi indizi di coordinamento tra diversi gruppi. Ciò rappresenta chiaramente una minaccia per le forze partner e per noi stessi&#8221;, queste le parole del colonnello Marc Antoine delle Forze francesi dell&#8217;Operazione Barkhane. <strong>La Francia è in prima linea nel supporto e nella sponsorizzazione di questa missione</strong>. E del resto, non potrebbe essere altrimenti. Sono troppi gli interessi in gioco per Parigi per non intervenire in modo molto incisivo nell’area del Sahel. Insieme agli Stati Uniti e alle Nazioni Unite, la Francia occupa un posto di primo piano in questa missione e considera il <strong>G-5 Sahel</strong> un’opportunità per dimostrare di poter avere un peso specifico molto più grande nell’intero panorama africano, dopo anni in cui sembrava che la politica estera francese dovesse ridursi a livello regionale. E i 4mila soldati francesi impegnati nelle varie operazioni in Africa occidentale, dimostrano in modo inequivocabile la volontà di Parigi di considerare il Sahel e gli Stati di quella fascia africana come un’area di sua competenza.</p>

<p>Il colonnello Antoine delle truppe francesi si è dimostrato molto preoccupato dalla gravità della situazione: &#8220;Tra i segnali abbiamo prove di<strong> scambi tra combattenti di competenze diverse</strong>, ma anche di aiuti negli approvvigionamenti via terra&#8221;. C’è una rete molto più radicata e forte rispetto a quella che si credeva di poter contenere soltanto attraverso il peacekeeping. I gruppi islamisti dell’area si sono rafforzati, compici Stati senza autorità effettiva, organizzazioni criminali feroci e legate agli stessi politici locali e infine, non ultimo, grazie anche all’espansione culturale, economica e militare dello Stato islamico e di Al Qaeda nell’area. Il jihad, grazie a queste grandi organizzazioni terroristiche e i suoi legami col mondo salafita, ha avuto in Africa un terreno molto fertile in cui radicarsi e crescere.</p>

<p>A preoccupare in particolare le forze francesi è il <strong>Gruppo di sostegno all&#8217;islam e ai musulmani</strong>, una coalizione di sigle terroristiche costituita lo scorso marzo dal capo terrorista ed indipendentista tuareg, Iyad Ag-Ghaly, di cui sono noti i legami con Al Qaeda e con diversi gruppi terroristi anche in Asia centrale. E preoccupa anche l’ascesa incontrastata, almeno fino ad ora, dello Stato islamico, che ha avuto l’adesione formale, nel 2015, dell’organizzazione terroristica di Boko Haram, che è entrata a far parte del Califfato dell’Africa occidentale. I due gruppi del terrore, Stato islamico e Al Qaeda, non sono sempre stati in rapporti amichevoli nella regione dell’Africa sub-sahariana. Al contrario, le loro milizie hanno avuto fra loro scontri armati di non poco conto nel panorama regionale. Ma ora le cose sembra stiano cambiando, complice l’evoluzione della guerra in Siria e in Iraq e l’indebolimento generale del Daesh come entità territoriale. A testimoniare questo patto del terrore, i due attacchi coordinati contro i militari maliani a Bourem. Ed è questo coordinamento a destare le maggiori paure all’interno del quartier generale delle forze del G-5 Sahel, perché dimostrerebbe non solo la capacità di unificare le forze da parte delle più grandi sigle terroristiche mondiali, ma anche la difficoltà a questo punto anche militare di contrastare lo jihadismo africano. I 5mila uomini della missione, una volta entrata a pieno regime, potrebbero non bastare. E non è un caso che la Francia stia chiedendo agli Stati Uniti di unirsi negli sforzi della missione.</p>
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		<title>L&#8217;esercito da 400 milioni di dollari  per fermare i migranti dall&#8217;Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lesercito-400-milioni-dollari-fermare-limmigrazione-dallafrica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 14:35:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
		<category><![CDATA[unione-europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1039" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450-300x208.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450-768x532.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450-1024x709.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Si dice da sempre che la tratta dei migranti che dall’Africa subsahariana arriva alle coste europee deve essere fermata non sui litorali mediterranei, ma prima ancora che essa possa prendere forma. È in Sahel, nella fascia dove passa il futuro dell’Africa e forse anche dell’Europa, che va combattuta la guerra contro il nuovo mercato degli &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/lesercito-400-milioni-dollari-fermare-limmigrazione-dallafrica.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/lesercito-400-milioni-dollari-fermare-limmigrazione-dallafrica.html">L&#8217;esercito da 400 milioni di dollari  per fermare i migranti dall&#8217;Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1039" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450-300x208.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450-768x532.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/LAPRESSE_20171029190203_24812450-1024x709.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Si dice da sempre che la tratta dei migranti che dall’Africa subsahariana arriva alle coste europee deve essere fermata non sui litorali mediterranei, ma prima ancora che essa possa prendere forma. È in <strong>Sahel</strong>, nella fascia dove passa il futuro dell’Africa e forse anche dell’<strong>Europa</strong>, che va combattuta la guerra contro il nuovo mercato degli schiavi e contro il terrorismo islamico, che si rinforza e vive anche grazie ai fiumi di denaro che scorrono insieme alla marea umana che vuole provare a raggiungere l’Europa. Gli Stati africani che fanno parte del G-5 del Sahel, ovvero Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad sembrano intenzionati a far proprio questo progetto attraverso un piano che attende l’approvazione delle Nazioni Unite: un esercito di 5mila uomini composto da membri delle forze dei rispettivi Paesi il cui scopo sarà quello di fermare il traffico di migranti e di droga che dal Sahel arriva in Libia. Una prima fase della campagna militare avrà come oggetto il controllo dei confini degli Stati impiegati nella missione. Una seconda fase invece porterà anche ad aiuti umanitari e il consolidamento delle istituzioni dell’area, trasformandosi in una forza di peacekeeping.</p>

<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;769&#8243; gal_title=&#8221;Migranti per INDELICATO&#8221;]</p>

<p>La missione, secondo il piano previsto dagli Stati africani, avrà un costo di <a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="https://www.theguardian.com/world/2017/oct/30/new-400m-army-to-fight-human-traffickers-and-terrorists-faces-un-moment-of-truth" target="_blank"><strong>400 milioni di dollari</strong></a> soltanto nel primo anno e sarà operativa dalla primavera del 2018. L’iniziativa non solo è ben vista dall’Europa, ma è anche finanziata e sponsorizzata. La <strong>Francia</strong>, quale ex potenza coloniale con un peso politico non indifferente nella regione, ha già stanziato quasi 10 milioni di dollari e l’Unione europea ne verserà altri 50. L&#8217;<strong>Italia</strong> è in prima linea affinché il progetto vada in porto, anche perché si tratterebbe di fermare in via principale il flusso di uomini che giungono poi nelle mani dei trafficanti libici. Ogni Stato del G-5 Sahel verserà 10 milioni di euro. Mancano all’appello ancora parecchie centinaia di milioni, che si spera possano arrivare in parte dalle Nazioni Unite e in parte da altri Stati donatori. In molti sperano negli Stati Uniti, impegnati da tempo nella regione, ma devono fare i conti con la dottrina Trump, assai restia ad accordi multilaterali e ben più interessata a continuare una politica fondata sul bilateralismo e senza troppo impegno esterno da parte del Pentagono. A questo si aggiunge poi lo scetticismo nei confronti dell’Onu da parte della nuova amministrazione americana. Uno scetticismo non infondato, dal momento che i caschi blu sono già presenti in uno di questi Paesi, il Mali, con la missione Minusma, investendo centinaia di milioni di dollari.</p>

<p>In questo ambito, l’aiuto può arrivare dalla Francia. Il presidente Macron da mesi spera che gli Stati Uniti s’impegnino di più sul fronte africano, sia in termini militari sia in termini economici. La Francia è attiva nell’area del Sahel dal primo agosto del 2014, nell’ambito dell’operazione Barkhane, con migliaia di uomini delle forze armate schierati per contrastare il terrorismo islamico e per tutelare gli interessi economici e politici del Paese. E a sua volta questa missione è l’erede di altre due campagne francesi: l’operazione Serval, in Mali, e l’operazione Épervier, in Ciad, quest’ultima iniziata nel lontano 1986. Macron e il ministro Le Drian sperano di convincere Trump e hanno già ricevuto l’appoggio del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha parlato a tutti gli Stati, anche agli Usa, dei rischi che corre l’intero pianeta se non si ferma la crisi che sta investendo la regione africana, sia per l’enorme tratta di migranti, sia per l’esplodere del terrorismo islamico. Parigi è fortemente interessata alla buona riuscita di questa iniziativa, soprattutto perché, come ricorda Francesco Semprini per <a href="http://www.lastampa.it/2017/10/30/esteri/con-lesercito-del-sahel-contro-jihadisti-e-trafficanti-YlqyzbUUKO8DbY2rR79tTN/pagina.html"><em>La Stampa</em></a>, riuscirebbe a ritirare nel breve termine le proprie truppe presenti sul territorio garantendo che forze amiche, come quelle degli Stati africani del G-5, controllino i confini e le regioni dove gli interessi francesi sono più forti.</p>
<p>Se confermata dall’Onu, la missione potrebbe avere importanti ripercussioni nel futuro del continente africano ma anche dei rapporti fra Africa ed Europa. Il Sahel è la centrale da cui partono le grandi rotte migratorie che portano i migranti verso le coste del Mediterraneo. Sono rotte disumane, controllate da trafficanti di uomini, jihadisti e bande criminali legate al traffico non solo degli esseri umani, ma anche di armi e di droga. Riuscire a stroncare queste rotte e con esse anche le migliaia di morti che riempiono le strade attraverso cui passa questo fiume umano, significa fermare l’afflusso di denaro nelle mani di terroristi, gruppi criminali, governi collusi e anche mafie europee interessate all’arrivo di queste migliaia e migliaia di persone. Non sarà un’impresa facile: gli interessi sono enormi. Ma il segnale è stato lanciato. Per fermare le rotte della disperazione non si può pensare di risolvere il problema accordandosi con ciò che è rimasto della Libia, bisogna trovare l’accordo con gli Stati da cui parte tutto quanto e dove il terrorismo islamico, legato in particolare ad <strong>Al Qaeda</strong> nel Maghreb, comincia ad assumere forme sempre più simili a quelle del Califfato che ha devastato Siria ed Iraq.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/lesercito-400-milioni-dollari-fermare-limmigrazione-dallafrica.html">L&#8217;esercito da 400 milioni di dollari  per fermare i migranti dall&#8217;Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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