Nell’attuale fase storica, l’assioma petrolio (o gas) uguale ricchezza non vale più in automatico. O meglio: senza la convergenza di fattori economici e geopolitici favorevoli un Paese che si ritrova, oggigiorno, a scoprire inaspettate ricchezze energetiche nel suo sottosuolo o nel suo offshore non è automaticamente destinato a ripetere l’epopea conosciuta da Stati come l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Venezuela nella seconda metà del Novecento. Ovvero una “bonanza” continuamente alimentata dai petrodollari e dalle potenzialità del loro sfruttamento per fini politici ed economici.

Amy Myers Jaffe, Senior Fellow for Energy and the Environment del Council on Foreign Relations, ha pubblicato sul sito del suo centro studi un articolo dedicato proprio a questo nuovo sviluppo della politica energetica internazionale. La Jaffe riporta numerosi esempi per suffragare la sua tesi.

Meno di un mese fa la francese Total ha guidato un consorzio che ha scoperto un importante giacimento petrolifero al largo del Suriname, piccola repubblica posizionata a nord del Brasile. Oil Price ha riportato con enfasi la notizia, sottolineando come ExxonMobil, Kosmos, Petronas, Tullow e Statoil avessero già iniziato la corsa alle concessioni nelle acque oceaniche di fronte al Paese. La scoperta segue di poco analoghi ritrovamenti nella vicina Guyana e nuovi ritrovamenti di giacimenti di gas naturale nell’offshore africano in Mozambico e Mauritania. La mappa energetica del pianeta si sta per colorare con nuovi attori? Troppo presto per dirlo.

Aprire allo sfruttamento il proprio sistema energetico e cercare di inserirsi nei mercati internazionali è difficile in una fase in cui questi ultimi sono soggetti a forte volatilità nei prezzi, in cui la forza dei cartelli produttori (come l’Opec) è in declino e in cui la competizione geopolitica tra gli attori protagonisti dell’export (guidati da Usa e Russia) si fa sempre più calda. L’incremento dei consumi di petrolio, stimato dall’International Energy Agency (Iea), tra il 2018 e il 2019, dovrebbe averli portarli su scala planetaria da 99,3 a 100,8 milioni di barili al giorno. Cresce la domanda, trainata come sempre dall’Asia, ma anche l’offerta non si limita. McKinsey ha stimato che l’offerta globale potenziale potrebbe mantenersi a lungo sopra i 110 milioni di barili al giorno.

Difficile, dunque, per un nuovo entrante sprovvisto di potenzialità politiche o di salde alleanze internazionali diventare un attore rilevante.

Discorso analogo vale per il gas naturale, il cui mercato, escludendo il caso della proiezione globale della Russia sia via esportazioni terrestri che attraverso il gas naturale liquefatto, vede attori protagonisti in una delle due branche dell’export. Il gas naturale è inoltre dipendente dalle condizioni geopolitiche che regolano i mercati regionali. Attori come l’Egitto, Israele e Cipro hanno potuto costruire un potenziale esportatore solo facendo sistema e puntando informalmente sull’inserimento della loro “politica dei gasdotti” in una più generale strategia volta a ridurre la dipendenza europea dall’influente Russia, con il beneplacito statunitense.

Per i Paesi nuovi entranti si prospetta una vera e propria corsa contro il tempo, dato che, come rileva StartMag, “l’unica prospettiva di ricavare profitti dalle scoperte energetiche recenti è infatti rappresentata dalla volontà – niente affatto scontata – delle compagnie di mettere subito a pieno regime la produzione dai nuovi giacimenti nel contesto di piani di investimento a breve termine che sono i soli, in questo momento, a suscitare l’interesse di investitori che tendono ormai a rifuggire dalle incertezze del lungo termine”.

Senza contare che gli scenari energetici globali sono stati radicalmente mutati dalla volontà degli Stati Uniti di perseguire la dominazione dei mercati con la loro sovraproduzione. Di conseguenza, la “crescente produzione ed esportazione di energia fossile” da parte di Washington “ha assorbito, se non tutta, sicuramente una parte preponderante della domanda globale in un trend di cui molti analisti vedono la prosecuzione anche negli anni a venire”. In certi settori la globalizzazione implica una competizione allo stato puro. E per piccoli Paesi che mirano a trovare nell’energia l’emancipazione da un presente di stenti forse il gioco del mercato globale dell’oil&gas è troppo pericoloso.