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Gli Stati dell’Africa fanno sul serio nella lotta al terrorismo e alla tratta di migranti. Non appena iniziato il processo di definizione della missione del G-5 Sahel contro il traffico di migranti e contro il terrorismo di matrice islamica, il nord del Mali è già divenuto teatro della prima campagna, denominata “Haw Bi”. Partita il 28 ottobre tra scetticismo e grandi speranze, la missione vede la partecipazione degli eserciti di Mali, Ciad, Niger, Burkina Faso e Mauritania, adesso impegnati nell’area al confine fra Niger, Burkina Faso e Mali. L’area è estremamente complessa e quello che si trovano a dover affrontare le truppe delle forze africane è un nemico molto più difficile di quanto si possa credere. Parliamo di aree in cui i confini sono permeabili, le forze ribelli e jihadiste difficilmente individuabili, e dove non esistono Stati con governi in grado di garantire un controllo certo del territorio. L’autorità statale è labile e gli eserciti in campo combattono un nemico feroce e che si abbevera da fonti di denaro e di uomini potenzialmente illimitata. E l’obiettivo della missione è proprio quello, interrompere il flusso che li rende forti e sconfiggerli sul campo di battaglia.

La jihad qui è una realtà già da anni, ma solo adesso il mondo sembra accorgersene. “Registriamo i primi indizi di coordinamento tra diversi gruppi. Ciò rappresenta chiaramente una minaccia per le forze partner e per noi stessi”, queste le parole del colonnello Marc Antoine delle Forze francesi dell’Operazione Barkhane. La Francia è in prima linea nel supporto e nella sponsorizzazione di questa missione. E del resto, non potrebbe essere altrimenti. Sono troppi gli interessi in gioco per Parigi per non intervenire in modo molto incisivo nell’area del Sahel. Insieme agli Stati Uniti e alle Nazioni Unite, la Francia occupa un posto di primo piano in questa missione e considera il G-5 Sahel un’opportunità per dimostrare di poter avere un peso specifico molto più grande nell’intero panorama africano, dopo anni in cui sembrava che la politica estera francese dovesse ridursi a livello regionale. E i 4mila soldati francesi impegnati nelle varie operazioni in Africa occidentale, dimostrano in modo inequivocabile la volontà di Parigi di considerare il Sahel e gli Stati di quella fascia africana come un’area di sua competenza.

Il colonnello Antoine delle truppe francesi si è dimostrato molto preoccupato dalla gravità della situazione: “Tra i segnali abbiamo prove di scambi tra combattenti di competenze diverse, ma anche di aiuti negli approvvigionamenti via terra”. C’è una rete molto più radicata e forte rispetto a quella che si credeva di poter contenere soltanto attraverso il peacekeeping. I gruppi islamisti dell’area si sono rafforzati, compici Stati senza autorità effettiva, organizzazioni criminali feroci e legate agli stessi politici locali e infine, non ultimo, grazie anche all’espansione culturale, economica e militare dello Stato islamico e di Al Qaeda nell’area. Il jihad, grazie a queste grandi organizzazioni terroristiche e i suoi legami col mondo salafita, ha avuto in Africa un terreno molto fertile in cui radicarsi e crescere.

A preoccupare in particolare le forze francesi è il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, una coalizione di sigle terroristiche costituita lo scorso marzo dal capo terrorista ed indipendentista tuareg, Iyad Ag-Ghaly, di cui sono noti i legami con Al Qaeda e con diversi gruppi terroristi anche in Asia centrale. E preoccupa anche l’ascesa incontrastata, almeno fino ad ora, dello Stato islamico, che ha avuto l’adesione formale, nel 2015, dell’organizzazione terroristica di Boko Haram, che è entrata a far parte del Califfato dell’Africa occidentale. I due gruppi del terrore, Stato islamico e Al Qaeda, non sono sempre stati in rapporti amichevoli nella regione dell’Africa sub-sahariana. Al contrario, le loro milizie hanno avuto fra loro scontri armati di non poco conto nel panorama regionale. Ma ora le cose sembra stiano cambiando, complice l’evoluzione della guerra in Siria e in Iraq e l’indebolimento generale del Daesh come entità territoriale. A testimoniare questo patto del terrore, i due attacchi coordinati contro i militari maliani a Bourem. Ed è questo coordinamento a destare le maggiori paure all’interno del quartier generale delle forze del G-5 Sahel, perché dimostrerebbe non solo la capacità di unificare le forze da parte delle più grandi sigle terroristiche mondiali, ma anche la difficoltà a questo punto anche militare di contrastare lo jihadismo africano. I 5mila uomini della missione, una volta entrata a pieno regime, potrebbero non bastare. E non è un caso che la Francia stia chiedendo agli Stati Uniti di unirsi negli sforzi della missione.