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	<title>Daniele Bellocchio Archives - InsideOver</title>
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	<title>Daniele Bellocchio Archives - InsideOver</title>
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		<title>Cuba: l&#8217;abisso senza luce</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/politica/cuba-lagonia-di-un-popolo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 14:34:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Tra due mesi dovremmo andare all’Avana e lì i medici ci diranno che ne sarà del nostro bambino. Se sarà possibile effettuare l’intervento a cuore aperto per permettergli di respirare in modo autonomo, se non sarà più possibile per il peggioramento delle sue condizioni, o di quelle del sistema sanitario nazionale, o se verrà ulteriormente &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/cuba-lagonia-di-un-popolo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/0B9A5175_def-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Tra due mesi dovremmo andare all’Avana e lì i medici ci diranno che ne sarà del nostro bambino. Se sarà possibile effettuare l’intervento a cuore aperto per permettergli di respirare in modo autonomo, se non sarà più possibile per il peggioramento delle sue condizioni, o di quelle del sistema sanitario nazionale, o se verrà ulteriormente rimandato perché casi più urgenti hanno avuto la precedenza. Solo allora sapremo che sarà di lui. E di noi”.</p>



<p>Leisy Rodriguez, 28 anni, vive in una piccola casa a Surgidero de Batabanó, centro costiero a circa 60 chilometri dall&#8217;Avana. Insieme a lei il marito Yoandi, oggi disoccupato, fino a pochi anni fa impegnato come portuale, e i loro tre figli. Il più piccolo, Crislandy, di due anni e sette mesi, è nato con sindrome di Down, non diagnosticata in gravidanza, e una cardiopatia congenita altrettanto sfuggita agli esami prenatali: un&#8217;ampia comunicazione tra i due ventricoli del cuore che ne ha alterato il flusso sanguigno e ne ha progressivamente ingrossato le pareti. Una condizione che lo ha costretto a un intervento di cardiochirurgia prima ancora che compisse il primo anno. Non riuscendo, in seguito, a mantenere pervie le vie respiratorie in autonomia, è stato sottoposto a tracheotomia: la sola condizione che ora gli consente di poter respirare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-522234" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/GUM_CUBA.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">LEISY ESTEBEZ RODRIGUEZ:  donna di 28 anni che vive nella città rurale di Surgidero de Batabano , madre di tre figli. Christopher di 9 anni, Leandy di 4 e Crislandy di 2 anni e 7 mesi. Il più piccolo è nato con la sindrome di Down e una grave patologia cardiaca a causa della quale gli è stata effettuata una tracheotomia. Il bambino necessiterebbe di una macchina in grado di aspirare l’accumulo di espettorato per evitare che soffochi. A causa della mancanza di elettricità e risorse, i genitori non possiedono l’apparecchiatura e la madre è costretta, con la propria bocca, oltre 20 volte al giorno, ad aspirare dalla trachea del figlio l’escreato. Una storia drammatica che rivela, nella Cuba odierna, il dolore, la frustrazione e la disperazione di una famiglia che, abbandonata a se stessa,  affronta, nell’indigenza più totale, la tragedia della malattia del proprio figlio non sapendo quale destino il piccolo avrà in sorte.</figcaption></figure>



<p>La madre racconta la situazione del figlio mentre, in cucina, scalda su un braciere a carbone una pentola d’acqua. Il caldo tropicale dei Caraibi e l’umidità, l’assenza di elettricità e di acqua corrente, inanellano in una catena di privazioni l’ordinario della famiglia: sineddoche esemplare di un intero popolo.</p>



<p>“Devo continuamente far bollire l’acqua per sterilizzare le cannule con cui aspirare l’espettorato di Crislandy. Senza elettricità l’aspiratore non funziona e quindi la sola maniera per evitare che l’eccesso di secrezioni lo soffochi è che io le aspiri direttamente dalla sua trachea con la mia bocca”.</p>



<p>Il silenzio segue le parole della donna, e in esso, negli occhi vinti e velati del padre, nei colpi di tosse del bambino e nella pervicacia dell’esistenza della madre, temeraria scommessa con una tragedia sempre possibile, si raffigura icastico il ritratto di un Paese che ha oltrepassato ogni limite del dolore e del disastro, in cui il diritto a vivere o morire dipende dall&#8217;elettricità, dall&#8217;acqua corrente, dalla disponibilità di un ospedale, ma soprattutto dal potere. Quello del governo rivoluzionario dell&#8217;Avana, che nella forma incorrotta e aurorale della retorica rivoluzionaria beatifica l&#8217;ossimoro resistenziale: per il popolo, imperativo di condotta e viatico esistenziale; per funzionari e papaveri di regime, invece, volontà di comando e avidità di privilegio. E quello di Washington, armato per l&#8217;impresa del rancore e della vittoria dopo l&#8217;impasse mediorientale, che ha cinto d&#8217;assedio per fame l&#8217;isola che fu <em>rebelde</em>, con l&#8217;indifferenza di chi possiede tutto verso chi possiede nulla e l&#8217;inamovibile volontà di imporle una fine cieca e senza appello.</p>



<p>La crisi cubana, però, non nasce oggi e non può essere spiegata soltanto con l&#8217;offensiva di Washington. La prima grande frattura arrivò nel 1991, con la dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica, che privò Cuba del principale sostegno economico su cui si era retta per decenni. Da allora l&#8217;isola ha cercato di sopravvivere procurandosi all&#8217;estero ciò che non riusciva più a produrre, ma la pandemia ha fatto saltare anche questo fragile equilibrio e la riforma monetaria del 2021 ha provocato una crisi inflazionistica estrema, facendo precipitare il valore del peso. Lo Stato ha continuato però a preservare il proprio apparato militare e repressivo, senza riuscire a rilanciare un&#8217;economia ormai improduttiva né a garantire alla popolazione beni e servizi essenziali.</p>



<p>A questa crisi strutturale si è aggiunta quella energetica. Il 3 gennaio 2026, con la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, è venuto meno anche il principale sostegno rimasto all’Avana: il greggio venezuelano. La fine delle forniture ha privato Cuba di una delle ultime fonti di ossigeno che consentivano di tenere in funzione un sistema ormai al limite.</p>



<p>Da allora Washington ha scelto di stringere ulteriormente la morsa. L&#8217;amministrazione Trump ha colpito il governo cubano e GAESA, il conglomerato militare che controlla una parte enorme dell&#8217;economia dell&#8217;isola, e ha reso più difficili le transazioni finanziarie e commerciali con Cuba. Le restrizioni hanno coinvolto anche le missioni mediche cubane all&#8217;estero, le società che forniscono petrolio all&#8217;isola e i circuiti finanziari attraverso cui arrivano valuta e rimesse. Anche il turismo è stato colpito dalle restrizioni americane, che hanno reso più difficile per gruppi e operatori internazionali investire e operare sull&#8217;isola; persino strumenti ordinari dei pagamenti internazionali, come le carte Mastercard, sono rimasti fuori dalla quotidianità cubana. La logica di Washington è dichiarata: strangolare economicamente il regime per costringerlo a cambiare.</p>



<p>Una responsabilità non cancella l&#8217;altra: Cuba ha costruito per decenni le condizioni della propria vulnerabilità; Washington ha scelto di trasformare quella vulnerabilità in una leva politica. E l&#8217;isola intera intanto resta senza carburante, senza corrente, senza acqua e, ormai, senza più margine per illudersi di un destino migliore.</p>



<p>“Un giorno ho sentito Crislandy tossire, ho preso le cannule che avevo e ho incominciato ad aspirare più forte che potevo. Non sono riuscita con la prima cannula, pensavo fosse un difetto di questa, allora ne ho utilizzata un’altra, e anche quella non funzionava. A quel punto ho capito: il tappo di espettorato era troppo solido, con la sola forza dei miei polmoni non potevo liberargli la trachea. Lui ha iniziato a divenire cianotico”.</p>



<p>Leisy è seduta sul divano della sala, dopo aver chiuso le porte della casa per evitare che la fuliggine del carbone, indispensabile ormai per cucinare su un’isola dove gas ed elettricità sono sempre più rari e costosi, invada le stanze e la camera da letto dove suo figlio riposa.</p>



<p>“Sono corsa in strada tenendolo in braccio e urlando disperatamente. Un vicino aveva ancora una scorta di benzina, è riuscito ad accendere un piccolo generatore che abbiamo collegato all’aspiratore e così siamo riusciti a salvare Crislandy. Ma se dovesse succedere di nuovo? Non lo so se oggi il destino ci potrebbe aiutare ancora”.</p>



<p>Le parole della madre sono il racconto della violenza più assoluta, quella che trasforma gli innocenti in colpevoli, dannati dalle maledizioni storiche e dalle malvagità politiche e confinati in una prigione di remissione senza redenzione: Cuba. Una necropoli dei viventi, crollata su se stessa, dove non si trova neppure la materia prima con cui impastare il simulacro di ciò che è stato. La capitale è un disordinato labirinto di palazzi amputati e strade rabberciate, di vie invase da rifiuti, scarafaggi, ratti e questuanti. Dietro le facciate scrostate e le piazze un tempo consacrate alla liturgia rivoluzionaria, langue un Paese che ha dilapidato le proprie promesse e nel quale la grande epopea della rivoluzione si è lentamente ritratta fino a lasciare soltanto la sua carcassa: il potere che resiste a se stesso, la popolazione che agonizza, i giovani che partono, gli anziani che restano nella fatalità della propria solitudine.</p>



<p>E quando cala il buio e le città vengono inghiottite dai blackout, sembra di assistere non più soltanto al collasso di un sistema elettrico, ma all&#8217;oscurarsi di un&#8217;intera idea di futuro. Il mito si è fatto rovina, la promessa attesa, la resistenza sopravvivenza. A Cuba ormai non si attende più la vittoria, ma che qualcosa accada: che arrivi il carburante, che torni la corrente, che riapra un ospedale, più semplicemente che un figlio possa essere curato.</p>



<p>Un colpo di tosse, poi un altro. Leisy si precipita nella stanza di Crislandy, tranquillizza il piccolo, infila la cannula nel foro della trachea del figlio con gesti disperatamente meccanici, istantanea dell’abitudine al disumano. Aspira una volta, un&#8217;altra ancora e ancora. Il respiro del bambino si fa più regolare, la mamma lo prende in braccio, lo culla e lo ripone nel lettino.</p>



<p>“Tutto questo avviene anche venti volte al giorno. Potete immaginare? Il governo invita a resistere per la patria e il socialismo, ma nonostante le garanzie che mi ha fornito non è stato in grado di procurarmi neanche un piccolo pannello solare per far funzionare l’aspiratore. Washington ci vuole salvare facendoci soffocare, e a mio figlio questa sorte sembra dover toccare per primo!”.</p>



<p>Sono occhi stremati ma invitti, accesi e febbrili, quelli della madre. Poi il dolore diviene rabbia, la rabbia invocazione. Leisy invoca Dio, e al cospetto della passione di una madre che chiede soltanto che suo figlio possa respirare, persino dio sembra aver perduto la maestà della sua maiuscola.</p>



<p></p>
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		<title>L&#8217;orrore, l&#8217;orrore</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/lorrore-lorrore.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 07:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio ruanda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="640" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1-600x375.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1-768x480.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Più di un milione di persone furono uccise sistematicamente in Ruanda a partire dal 6 aprile 1994</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="640" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1-600x375.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240408124900450_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281054-1-768x480.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><div
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                        Più di un milione di persone furono uccise sistematicamente in Ruanda a partire dal 6 aprile 1994
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                Daniele Bellocchio
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<p>Trentadue anni fa oggi, nel piccolo Paese della Regione dei Grandi Laghi, il Rwanda, incominciava quello che la storiografia ci ha tramandato come il &#8220;<strong>genocidio del Rwanda</strong>”, un massacro di oltre <strong>800mila persone</strong> (oltre un milione secondo le stime del governo di Kigali) avvenuto tra l’aprile del 1994 e il luglio dello stesso anno.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164235479_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296345.jpg" alt="" class="wp-image-417899" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164235479_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296345.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164235479_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296345-600x469.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164235479_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296345-300x234.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164235479_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296345-768x600.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p>Tre decadi sono ormai trascorse da quando nel cuore del continente africano si perpetrò un massacro di uomini, donne e bambini. Odio etnico, pianificazione meticolosa e complicità internazionali hanno prodotto uno dei massimi orrori contemporanei e oggi, per evitare che l’anniversario sia solo una compunta celebrazione di un avvenimento che riteniamo ormai consegnato alle pagine della storia, occorre ripercorre gli eventi più salienti di quei mesi di sangue e terrore.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="592" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405102327490_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_289263-1.jpg" alt="" class="wp-image-417870" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405102327490_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_289263-1.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405102327490_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_289263-1-600x347.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405102327490_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_289263-1-300x173.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405102327490_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_289263-1-768x444.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I prodromi del genocidio del Rwanda vanno ricercati a partire dalla fine degli anni Cinquanta quando nel Paese delle Mille Colline nacque il partito Parmehutu, che pubblicò il &#8220;Manifesto dei Bahutu” e diede vita ad una serie di attacchi contro la minoranza&nbsp;<strong>tutsi</strong>.</p>



<p>Il partito razzista, rappresentanza della popolazione&nbsp;<strong>hutu</strong>&nbsp;(la popolazione del Rwanda è composta per l’84% da hutu, il 15% sono tutsi e l’1% twa), nel 1960 abbatté la monarchia, proclamò presidente della Repubblica&nbsp;<strong>Gregoire Kayibanda</strong>&nbsp;e questi instaurò un regime che da subito avviò persecuzioni e attacchi contro le comunità tutsi. </p>



<p>E anche durante il periodo dell’esecutivo di&nbsp;<strong>Juvénal Habyarimana</strong>, che prese potere con un colpo di stato nel ’73, discriminazioni e attacchi su base etnica continuarono. In Uganda intanto i profughi tutsi ruandesi capeggiati da Paul Kagame e Fred Rwigyema diedero vita al Fronte Patriottico Ruandese, un movimento ribelle che aveva l’obiettivo di consentire il rientro in patria degli sfollati tutsi.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="774" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164212772_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281955-e1712382714974.jpg" alt="" class="wp-image-417890" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164212772_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281955-e1712382714974.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164212772_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281955-e1712382714974-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164212772_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281955-e1712382714974-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164212772_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281955-e1712382714974-1024x660.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164212772_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_281955-e1712382714974-768x495.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>



<p>Ma mentre gli scontri tra regolari e insorti lasciavano sul terreno morti e feriti sul Rwanda stava per abbattersi una terribile&nbsp;<strong>crisi economica</strong>: la scintilla che avrebbe dato fuoco alla polveriera del genocidio. La guerra civile infiammava la nazione e l’aumento demografico metteva in ginocchio il Paese che non aveva abbastanza risorse per provvedere al fabbisogno dei suoi cittadini.</p>



<p>Il governo belga prima, e quello francese poi, diedero il proprio supporto all’esecutivo di Habyarimana e il 4 agosto del 1993, grazie alla mediazione di Bruxelles, vennero siglati agli accordi di Arusha che prevedevano il rientro di tutti i profughi tutsi e una spartizione del potere tra il partito hutu e l’Fpr e sempre Burxelles decise di inviare entro la fine dell’anno un contingente di 450 caschi blu. Ma la spartizione e la condivisione del potere non vennero accettate dal cerchio magico di Habyarimana e dallo zoccolo duro dell’hutu power e così iniziarono ad essere importati machete dalla Cina, vennero create milizie paramilitari,<em> gli interahamwe,</em> vennero stilate liste contenenti i nomi dei tutsi da uccidere e ”Radio Machete” e ”Radio des Miles Colines” diffusero messaggi che invitavano a massacrare gli ”scarafaggi tutsi”.</p>



<p>Poi la notte del 6 aprile: l’aereo con a bordo il presidente del Rwanda Juvénal Habyarimana e l’omologo burundese Cyprien Ntaryamira venne abbattuto mentre stava per atterrare sulla pista di Kigali, immediatamente si formarono i posti di blocco in tutta la città: il genocidio ebbe&nbsp; inizio.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="716" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164244188_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296349-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-417872" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164244188_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296349-1024x716.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164244188_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296349-600x420.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164244188_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296349-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164244188_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296349-768x537.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164244188_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_296349.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>I leader politici tutsi vennero assassinati, il premier Agathe Uwilingyimana, leader di un partito hutu d’opposizione, venne prelevata dalla sua abitazione e, dopo essere stata stuprata e seviziata, venne uccisa e come lei altri hutu moderati che si opposero alla carneficina (i dati dicono che il 20% delle vittime del genocidio furono hutu moderati che dagli estremisti vennero considerati alla stregua di traditori).</p>



<p>Il Paese divenne una plaga di morte e violenza. Pure le chiese divennero il proscenio di massacri, stupri ed esecuzioni a colpi di machete e mazze chiodate. L’Onu ritirò i caschi blu, gli U.S.A, ancora scottati dall’esperienza somala, non mossero un dito e la Francia, che aveva inviato armi e addestrato le Forces Armées Rwandaises, divenne invece complice pianificando l’Operation Turquoise, un corridoio che consentì alle milizie hutu di trovare riparo nel vicino Zaire.&nbsp;</p>


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<p>L’incubo volse al termine quando il 4 luglio Kagame, alla testa dei ribelli dell’Fpr, entrò in Kigali e il 16 luglio il conflitto venne definitivamente considerato concluso.&nbsp; Trent’anni sono trascorsi da quei giorni, il Ruanda è oggi una delle potenze economiche del continente africano, all’avanguardia in una pluralità dei settori, da quello dell’hi-tech&nbsp; al turismo sostenibile, dalla sanità all’istruzione. </p>


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<p>Ma il Rwanda è oggi considerato uno degli stati maggiormente autoritari e repressivi dell’Africa, oltre ad essere provata la sua complicità nel finanziamento dei gruppi ribelli che infestano le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove, da decenni, si consuma un genocidio silenzioso per l’accaparramento delle risorse del sottosuolo.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="583" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164358557_20f18353a82cfe0a4d8bac6b128adb54-1024x583.jpg" alt="" class="wp-image-417875" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164358557_20f18353a82cfe0a4d8bac6b128adb54-1024x583.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164358557_20f18353a82cfe0a4d8bac6b128adb54-600x342.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164358557_20f18353a82cfe0a4d8bac6b128adb54-300x171.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164358557_20f18353a82cfe0a4d8bac6b128adb54-768x437.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240405164358557_20f18353a82cfe0a4d8bac6b128adb54.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>Alla luce quindi di ciò che è stato e di quanto sta accadendo ora nella regione dei Grandi Laghi è bene ricordare le parole con cui Roberto Mauri, nel suo libro&nbsp;<em>Rwanda, la notte delle stelle cadute</em>‘, inizia il racconto di quello che è stato uno degli episodi più drammatici della nostra contemporaneità: “Un fischio graffiò l’aria e una riga luminosa e curva incise il cielo… Clement ed Emanuel non lo sapevano, ma quello che era esploso in aria era l’aereo presidenziale. Pochi minuti prima della mezzanotte di quel <strong>mercoledì 6 aprile 1994</strong> due missili Sam-7 avevano abbattuto un aereo ed ucciso il presidente del Rwanda e il suo omologo burundese. Quella notte iniziava il genocidio. Quella notte si apriva la strada che in soli quattro mesi avrebbe portato alla morte di&nbsp;800mila persone in tutto il Paese. Quella notte si decise che l’inferno era arrivato”.</p>


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                                    Daniele Bellocchio
                                </a>
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		<title>Bilan, la radio delle donne coraggiose che porta luce in Somalia</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/bilan-la-radio-delle-donne-coraggiose-che-porta-luce-in-somalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Bellocchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 10:18:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Bilan]]></category>
		<category><![CDATA[diritti delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[radio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1379" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-600x431.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-300x215.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-1024x735.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-768x552.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-1536x1103.jpeg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Si chiama Bilan, che vuol dire "fra luce". È la radio delle donne che, rischiando la vita, raccontano la Somalia di oggi.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1379" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-600x431.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-300x215.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-1024x735.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-768x552.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC01030-1536x1103.jpeg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le onde dell’Oceano Indiano, da un lato, una spiaggia incontaminata, dall’altro, dei bambini che giocano a calcio e dei pali nella sabbia come porte. Una visione che, nell’immaginario comune, rimanda alle più iconiche fotografie dei <strong>paradisi tropicali</strong>, alle rappresentazioni patinate dei tour operator, alla collettiva concezione di pace, ma la verità è ben oltre lo sguardo. I legni che utilizzano i bambini come limite per i propri calci al pallone sono stati utilizzati, soltanto poche ore prima, dalla polizia somala per legare e fucilare alcuni detenuti condannati a morte perché accusati di essere membri dell’organizzazione terroristica <strong>Al Shabaab</strong>. Volto coperto per i fucilati e volto coperto per i fucilatori, una raffica, i corpi che rimangono legati, le teste che ciondolano, l’arrivo di un funzionario deputato all’inumazione a pochi metri dal luogo dell’esecuzione, il sangue sulla sabbia, l’arrivo dei bambini somali scalzi e con un pallone in mano.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-422787" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240526121202419_0498ccf7c71702f070a98648628caa62.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Bilan, l&#8217;emittente radio tutta al femminile</h2>



<p>Un racconto che sconvolge perché rivela, lontano dalla retorica e dagli stereotipi la cruda realtà della convivenza con la violenza. La potenza icastica della fotografia mette a nudo il concetto di guerra, spogliandola delle sovrastrutture ma presentandolo per quello che è: la morte che si fonde nell’innocenza senza soluzione di continuità. Il ritratto rivela però anche un&#8217;altra storia che questa volta non solo è oltre allo sguardo, ma al di là della cornice, perché ad aver portato alla ribalta delle cronache quanto avviene su una delle spiagge di Mogadiscio più frequentate dai giovani dell’ex colonia italiana è <strong>Naima Said Salah</strong>, donna, giornalista somala e membro della redazione di<strong> <em><a href="https://www.bilan.media/">Bilan</a></em></strong>, un’emittente tutta al femminile che fa informazione per le donne, contro le violenze nei confronti di madri e bambini e composta da un team di reporter che, per informare sulla condizione femminile nel Paese africano, ogni giorno, rischiano la vita.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="684" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC00347-1024x684.jpeg" alt="" class="wp-image-422786" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC00347-1024x684.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC00347-600x401.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC00347-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC00347-768x513.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/DSC00347.jpeg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Naima Said Salah</figcaption></figure>



<p>La Somalia sta attraversando un momento cruciale della sua storia; il governo del Presidente <strong>Hassan Sheikh Mohamud</strong> oltre ad affrontare la continua minaccia dell’organizzazione qaedista Al Shabaab, che controlla ampie porzioni del territorio somalo, deve far fronte anche alla recente alleanza tra il Somaliland e l’Etiopia, oltre a una recrudescenza della pirateria lungo le coste. Il Paese, primo stato fallito della storia recente, prova, e non senza fatica, da quasi dieci anni, a ricostruire delle entità statali e a garantire un avvenire pacificato ai suoi cittadini, ma le sfide sono titaniche e non riguardano solo gli aspetti bellici ma anche quelli legati ai diritti sociali e civili e per rendersene conto basta considerare il fatto che, con più di 50 operatori dei media uccisi dal 2010, la Somalia è il luogo più pericoloso in Africa per i giornalisti e la condizione delle donne non si discosta molto da quella dell’Afghanistan dei talebani dove è stato istituzionalizzato un regime di apartheid di genere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fare luce sulla Somalia</h2>



<p>Bilan, che in somalo significa “<strong>fare luce</strong>”, è il nome della testata femminile di Mogadiscio che in soli due anni di vita, appena compiuti, ha già portato alla ribalta delle cronache temi tabù nello stato del Corno d’Africa, dal tema delle mutilazioni genitali femminili all’impatto della carestia sulle madri, dalle tematiche relative alle malattie sessualmente trasmissibili all’abuso di oppiacei tra le donne somale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="463" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_-1024x463.jpg" alt="" class="wp-image-422789" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_-1024x463.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_-600x272.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_-300x136.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_-768x348.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_-1536x695.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/FireShot-Capture-022-Bilan-Media-www.bilan_.media_.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>E l’8 marzo di quest’anno, in occasione della festa della donna, ha inaugurato anche un canale televisivo mettendo al centro della prima puntata uno speciale relativo al periodo mestruale. “Ci sono tante storie da raccontare sulla società somala, in particolare su quello che vive la gente. I media somali si concentrano solo sulla politica e i conflitti” ha detto <strong>Fathi Mohamed Ahmed</strong>, caporedattrice di Bilan ad Arab News.</p>



<p>Sebbene sia sostenuta dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), la storia dell’emittente&nbsp;Bilan&nbsp;non è stata in discesa o scevra da pericoli. Minacce, attacchi contro le reporter e intimidazioni, sono all’ordine del giorno come ha spiegato al<a href="https://www.theguardian.com/world/2023/apr/11/its-dangerous-being-a-female-journalist-in-somalia-but-one-year-on-we-are-still-shining-our-light"> <em>The Guardian</em> sempre Fathi Mohamed Ahmed</a>: “Ci troviamo di fronte ad abusi anche semplicemente perché andiamo a lavorare. La gente ci urla contro in pubblico dicendoci di tornare a casa, ma oltre alle minacce riceviamo però anche tante parole di incoraggiamento, soprattutto da donne.&nbsp; Vogliamo portare le frequenze e le reporter di&nbsp;Bilan&nbsp;anche nell’entroterra, nelle aree rurali, dove la situazione è estremamente critica, ma noi non abbiamo paura”. “Bilan mette in mostra il talento delle giornaliste somale e smentisce gli stereotipi”, ha detto la giornalista di Bilan <strong>Hinda Abdi Mohamoud</strong> che poi ha proseguito dicendo: “Questa testata mi ha fornito un ambiente sicuro e protetto in cui lavorare ed è la dimostrazione di come un gruppo di giornaliste può gestire un&#8217;unità mediatica e produrre contenuti di successo”. E se ciò accade in Somalia, è più di un semplice successo professionale: è una rivoluzione sociale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/Hindabio2-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-422790" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/Hindabio2-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/Hindabio2-600x450.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/Hindabio2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/Hindabio2-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/Hindabio2.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hinda Abdi Mohamoud</figcaption></figure>
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		<title>UK-Ruanda: la chiamano sicurezza ma è una deportazione</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/uk-ruanda-la-chiamano-sicurezza-ma-e-una-deportazione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 May 2024 10:13:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Conservatore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-1536x1025.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il parlamento britannico, dopo due anni di discussioni, revisioni, battaglie tra la maggioranza, l’opposizione e le organizzazioni per il rispetto e la difesa dei diritti umani, martedì 22 aprile  ha approvato il disegno di legge che consente all’esecutivo del premier Sunak di inviare i richiedenti asilo, sbarcati in Inghilterra con piccole imbarcazioni di fortuna, in Ruanda, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/uk-ruanda-la-chiamano-sicurezza-ma-e-una-deportazione.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240502125410100_2e772c7e6a16a98df8d5a05797d97740-1536x1025.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il parlamento britannico, dopo due anni di discussioni, revisioni<strong>, battaglie tra la maggioranza,</strong> l’opposizione e le organizzazioni per il rispetto e la difesa dei diritti umani, martedì 22 aprile  ha approvato il disegno di legge che consente all’esecutivo del <strong><a href="https://it.insideover.com/migrazioni/la-scure-di-sunak-sullimmigrazione-nella-manica-verso-il-bando-totale-a-chi-giunge-nel-regno-unito.html">premier Sunak </a></strong>di inviare i richiedenti asilo, sbarcati in Inghilterra con piccole imbarcazioni di fortuna, in Ruanda, affinché le loro richieste siano prese in considerazione dalla nazione della Regione dei Grandi Laghi. Il ministro degli Interni James Cleverly, come riferito dalla CNN, ha affermato in un video pubblicato su X che “il <strong>Safety Rwanda Bill </strong>è stato approvato in Parlamento e diventerà legge entro pochi giorni”. Si è arrivati quindi al termine di un processo legislativo e giudiziario che ha sollevato indignazione a livello planetario. Tutti le principali testate internazionali e le organizzazioni a <strong>difesa dei diritti umani hanno mostrato ed espresso profondo sconcerto </strong>per la decisione presa dal governo di Downing Street, ma per capire esattamente come e a cosa si è arrivati, è bene ripercorrere le tappe di una delle leggi più discusse e controverse degli ultimi tempi.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="UK removes first failed asylum seeker to Rwanda via voluntary scheme" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/JGAZSlwzmTE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_JGAZSlwzmTE");</script>
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<p>Innanzitutto il Safety Rwanda Bill, stando a quanto dichiarato dal governo del Regno Unito prevede che ogni richiedente asilo entrato nel Regno Unito &#8220;illegalmente&#8221; dopo il 1° gennaio 2022, potrebbe essere inviato in Ruanda. Le loro richieste di asilo verrebbero quindi processate a Kigali, anziché in Gran Bretagna e qualora ottenessero il nulla osta dal governo ruandese, gli immigrati potrebbero ottenere lo status di rifugiato e essere autorizzati a rimanere nel paese dell&#8217;Africa centro orientale. In caso di bocciatura delle loro pratica potrebbero fare <strong>domanda per stabilirsi in Ruanda </strong>per altri motivi, o cercare asilo in un altro &#8220;paese terzo sicuro&#8221;, ma nessun richiedente asilo potrebbe fare domanda per tornare nel Regno Unito. <strong>I ministri del gabinetto di Sunak affermano che il piano vuol fare da deterrente e scongiurare le partenze su piccole imbarcazioni verso il Regno Unito</strong> attraverso il Canale della Manica. La legge, però è bene ricordare, che era stata bocciata nel novembre del 2023 dalla Corte Suprema che aveva definito il programma illegale dal momento che rifugiati, dopo essere atterrati in Ruanda, rischierebbero di essere rispediti nei loro paesi d&#8217;origine, dove potrebbero subire gravissime conseguenze e la loro vita sarebbe a rischio. E stando a quanto dichiarato dalla Corte, questo aspetto violerebbe la Convenzione europea dei diritti umani e il Regno Unito ne è firmatario. I giudici hanno inoltre fatto sapere alla stampa che nel 2021 il governo britannico stesso aveva criticato il <strong><a href="https://it.insideover.com/migrazioni/migranti-dal-regno-unito-al-ruanda-cosa-ce-dietro-la-scelta-di-johnson.html">Ruanda per &#8220;uccisioni extragiudiziari, morti in custodia</a></strong>, sparizioni forzate e tortura&#8221; e hanno anche ricordato un incidente del 2018, quando la polizia ruandese ha aperto il fuoco sui rifugiati in protesta, uccidendo 11 persone.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="First migrants bound for Rwanda detained in Home Office raids" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/7n_dVDb3AdE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_7n_dVDb3AdE");</script>
</div></figure>



<p>A quel punto il governo britannico ha presentato una legge per chiarire che il Ruanda è un Paese sicuro e ha&nbsp; firmato un nuovo trattato sulla migrazione con il Ruanda, che stando a quanto fatto sapere dal ministro dell&#8217;Interno<strong> James Cleverly, </strong>garantisce che chiunque venga inviato a Kigali non può essere rimandato nel proprio paese d&#8217;origine e il premier britannico ha fatto sapere che tra 10, 12 settimane inizieranno i primi voli da Londra verso l’Africa.&nbsp;</p>



<p>Ma che Paese è il Ruanda? Il Ruanda, uno degli stati più sovrappopolati del continente africano, conosciuto per il genocidio del 1994 e per essere divenuto negli ultimi anni una nazione all’avanguardia nell’Africa centrale, tanto da essere stato ribattezzato la Svizzera d’Africa, è in tutto e per tutto una dittatura con al potere un solo uomo: Paul Kagame. L’ex leader del <strong>Fronte Patriottico Ruandese, </strong>dopo aver preso il potere, ha instaurato un’autocrazia retta sulla paura, la delazione e la repressione di ogni dissenso. “<em>Ma questo dittatore non è un paria, come Vladimir Putin in Russia o Bashar al-Assad in Siria. Si tratta invece di uno degli amici migliori e più affidabili dell&#8217;Occidente”,</em> scrive il New York Times e se si pensa che è stato invitato a parlare ad <strong>Harvard, a Yale,</strong> è stato elogiato dall’ex segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, la più grande casa automobilistica europea, la Volkswagen, gestisce uno stabilimento di assemblaggio in Ruanda, nel 2025 Kigali ospiterà i mondiali di ciclismo e i donatori occidentali finanziano&nbsp;ben il 70% del bilancio nazionale del Ruanda; ecco che le parole del quotidiano statunitense appaiono estremamente e drammaticamente cristalline. <strong>Il dietro le quinte del Paese delle Mille Colline</strong> però è molto spettrale. In politica interna Kagame infatti, da quando ha preso il potere nel 1994, ha sempre manipolato le elezioni arrivando a ottenere quasi il 99% dei voti nel 2017, ha messo a tacere la stampa, ha sedato ogni forma di dissenso arrivando a incarcerare persino degli youtuber, molti dei suoi oppositori sono&nbsp;<a href="https://edition.cnn.com/2019/07/27/africa/rwanda-opposition-disappearances-intl/index.html">scomparsi</a>&nbsp;, in alcuni casi assassinati, secondo le Nazioni Unite il gruppo militare di cui era alla guida durante la guerra degli anni ’90 si è macchiato dell’uccisione di decine di migliaia di Hutu e attraverso eserciti ombra da lui sostenuti ha invaso due volte la Repubblica Democratica del Congo.</p>



<p>Che dire quindi se non che il Ruanda, al di là dei legami economici, dei rapporti di realpolitik, e degli interessi di palazzo, non è bel un Paese in cui essere deportati. Soprattutto se ad essere deportati sono coloro che hanno messo a rischio la propria vita tra le correnti del Canale della Manica, per fuggire da dittature e regimi analoghi a quello ruandese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/uk-ruanda-la-chiamano-sicurezza-ma-e-una-deportazione.html">UK-Ruanda: la chiamano sicurezza ma è una deportazione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>In Panda sulla Drina</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/fotografia/auguri-ivo/in-viaggio-con-ivo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2024 09:04:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="778" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-600x389.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-1024x664.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-768x498.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>La neve scende sui tornanti della Liguria oggi, come scendeva su quelli del Sangiaccato pochi mesi fa. La Fiat Panda, sempre la stessa, questa volta, però non è carica di borse e macchine fotografiche; c’è silenzio al posto delle voci e fuori dal finestrino tutto scorre accanto, mentre lo sguardo, tra le intermittenze dei tergicristalli, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/fotografia/auguri-ivo/in-viaggio-con-ivo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="778" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-600x389.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-1024x664.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Saglietti-min-768x498.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p><div
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                        Fotografia
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                    In Panda sulla Drina
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                        La neve scende sui tornanti della Liguria oggi, come scendeva su quelli del Sangiaccato pochi mesi fa. La Fiat Panda, sempre la stessa, questa volta, però non è carica di borse e macchine fotografiche; c’è silenzio al posto delle voci&#8230;
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                Daniele Bellocchio
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<p>La neve scende sui tornanti della Liguria oggi, come scendeva su quelli del Sangiaccato pochi mesi fa. La Fiat Panda, sempre la stessa, questa volta, però non è carica di borse e macchine fotografiche; c’è silenzio al posto delle voci e fuori dal finestrino tutto scorre accanto, mentre lo sguardo, tra le intermittenze dei tergicristalli, fisso davanti, rincorre ciò che si è lasciato dietro.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="776" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/kosovo998.IS_.27-1.jpg" alt="" class="wp-image-417297" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/kosovo998.IS_.27-1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/kosovo998.IS_.27-1-600x388.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/kosovo998.IS_.27-1-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/kosovo998.IS_.27-1-1024x662.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/kosovo998.IS_.27-1-768x497.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>



<p>Tanti amici e colleghi, accorsi da ogni parte di Italia ed Europa, si sono ritrovati al cimitero di Genova questa mattina. Parole, lacrime, fotografie, i versi di Mercedes&nbsp; Sosa, <em>todo cambia</em>, il lungo addio. E adesso, in questo piccolo abitacolo, all’interno del quale abbiamo attraversato insieme i Balcani, mentre la macchina ingrana la marcia senza alcuna avventura da inseguire, permangono un’assenza che colpisce come una sottrazione fisica e un’eredità&nbsp; di tracce immateriali, come una vertigine sul definitivo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="813" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM065_1-scaled-1.jpg" alt="" class="wp-image-417301" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM065_1-scaled-1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM065_1-scaled-1-600x407.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM065_1-scaled-1-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM065_1-scaled-1-1024x694.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM065_1-scaled-1-768x520.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>



<p>Si scrivono i commiati, spesso, parlando dell’altro quando in realtà si parla di noi. E questo è male. Ma con Ivo Saglietti non può che essere così. E questo è bene. E’ un mosaico di vite quella che è stata la vita di Ivo, e non è possibile intrappolarla in una biografia lineare o in un saggio da manuale del mestiere. Lui, così refrattario ai sentieri segnati e alle autostrade che “portano da tutte le parti senza mostrarti alcun luogo”, non ha scolpito cammini tracciati ma ha veleggiato in un labirinto di storie e persone, di situazioni e aneddoti, in cui perdersi e vagabondare per poi, forse, infine ritrovarsi. Solo riunendo i tasselli, che chi ha condiviso una parte di cammino con Ivo conserva, si può realizzare un racconto della sua vita credibile e vero ma, in ogni caso, e per fortuna, disordinato e errante, contraddittorio e insubordinato. E, come punti fermi, la fotografia e il viaggio.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="685" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/IS014-685x1024.jpg" alt="" class="wp-image-417306" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/IS014-685x1024.jpg 685w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/IS014-600x897.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/IS014-201x300.jpg 201w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/IS014-768x1148.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/IS014.jpg 803w" sizes="auto, (max-width: 685px) 100vw, 685px" /></figure>
</div>


<p>Siamo partiti a bordo della Panda per raccontare i Balcani in un momento in cui le terre dell’ex Jugoslavia assumevano le tinte di un Donbass affacciato sulla Drina. Oltre 4000 chilometri in macchina da Milano sino al Kosovo e poi ritorno, attraversando la Croazia, la Bosnia Erzegovina, la Repubblica Srpska, il Sangiaccato, la Serbia e la Slovenia. Una piccola Panda, un viaggio lento, due stradari e nessuna super strada. Andavamo a realizzare quello che sarebbe stato, tristemente,<strong> l’ultimo reportage di Ivo</strong>; un male profondo e buio già agguattava il suo corpo, ma non lui, che ancora non lo sapeva e progettava reportage e disegnava fotografie su un taccuino: sino alla fine schiavo felice&nbsp;di una passione mai domata.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM091-scaled-1.jpg" alt="" class="wp-image-417318" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM091-scaled-1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM091-scaled-1-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM091-scaled-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM091-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM091-scaled-1-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>



<p>Theo Angelopulos e Lo Sguardo di Ulisse, Izzo e la trilogia di Fabio Montale e poi Albert Camus e i dervisci di Rumi, la Panda macinava chilometri, Ivo racconti. Si svelava poco alla volta Ivo Saglietti, mezzo italiano e mezzo francese, allergico ai conformismi e alla mediocrità e infettato da un’odissea inquietudine che lo attirava verso la scoperta delle arti, della letteratura, dei film e della cultura in generale. Grandi successi professionali, premi e riconoscimenti internazionali: fama da artista, occhio da artigiano, attitudine da operaio. Abbandonare i conformismi, il posto in banca e quello in fabbrica, vivere con verità piene le proprie utopie e illusioni, ma conservando sempre, nei confronti del lavoro, una reverenza religiosa, spesso integralista. Così era Ivo Saglietti che ostentava, come una medaglia biografica e una seconda pelle, la tuta blu di suo padre e che, per nutrire il suo sguardo e onorare la sua professione, rubava tempo al sonno, al corpo e al piacere. Severo con se stesso e con gli altri, non elargiva complimenti inflazionati o gentilezze gratuite, ma tra le pieghe dure del volto e le solitudini che gli macchiavano gli occhi, lasciava intuire un amico autentico.</p>



<p>Eravamo arrivati a Srebrenica dopo aver fatto alcune interviste a Tuzla. </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="680" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM100-768x1156-1-680x1024.jpg" alt="" class="wp-image-417304" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM100-768x1156-1-680x1024.jpg 680w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM100-768x1156-1-600x903.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM100-768x1156-1-199x300.jpg 199w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM100-768x1156-1.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 680px) 100vw, 680px" /></figure>
</div>


<p>Noi due e Erman, il fixer: tre uomini in Panda, parafrasando Jerome. Ore di viaggio senza alcuna comodità, contrattempi e ritardi per il divieto tassativo di prendere qualsiasi autostrada e così, in tarda serata, una volta nel piccolo villaggio bosniaco, noto per la strage di musulmani del luglio 1995, la scoperta che non c’era alcun posto dove poter trascorrere la notte. Telefonate, nervosismo, revisione dei piani e, dopo minuti senza alcuna soluzione, nonostante la stanchezza, la rassegnazione all’idea di dover ripartire. Ivo scende dalla piccola vettura, si sgranchisce le gambe, caracolla per la piazza del Paese, accede una sigaretta, rincorre memorie, studia la luce. Un uomo calvo e ingobbito dall’età lo guarda, si guardano, si avvicinano e si abbracciano. “E’ un vecchio amico, non ci vedevamo da un po’. Credo una decina d’anni. Ci ospita questa notte. La bellezza del nostro mestiere”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="804" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM001-scaled-1.jpg" alt="" class="wp-image-417303" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM001-scaled-1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM001-scaled-1-600x402.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM001-scaled-1-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM001-scaled-1-1024x686.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Srebrenica.AM001-scaled-1-768x515.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>



<p>Amava il suo mestiere più di come si possa amare qualsiasi professione, perché non era una vocazione o un lavoro il fotogiornalismo, per Ivo era la vita. Un passato da cineoperatore nella Torino degli anni ’70 e poi la macchina fotografica. Nella fotografia aveva trovato il segreto della creatività e dell’ideale, della critica all’ortodossia e dell’eresia libertaria. Una Leica e un impulso corrivo a raccontare il presente, se questo è un’ingiustizia sconosciuta, l’avevano spinto a Cuba, ad Haiti,&nbsp; in Nigeria, in Siria, in Congo, in Salvador, in Nicaragua con i Sandinisti per il New York Times, affiancato dal premio Nobel Vargas Llosa come cronista. E poi in Libano, durante la guerra civile quando, per mandare le foto in stampa, occorreva precipitarsi in aeroporto e consegnare pellicole e galanterie alle hostess in partenza con il primo volo per Parigi. </p>



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<p>Vecchia scuola, occhi vivi e pensieri veloci, linguaggio fine ed affilato, libri tanti ma nessuna certezza, se non quella di rimanere coerenti con il se stesso di quando si è giovani, per invecchiare senza mai correre il rischio di diventare adulti ed evitare così che le suggestioni della rivolta possano essere inquadrate dalla politica, le letture fatate delle contestazioni disciplinate dalla burocrazia e del vagabondaggio altro non resti che un fantasma impigrito dalle rate del mutuo, dal bollo dell’auto e dalle crociere in famiglia.</p>



<p>Era un uomo serio Ivo, ma capace anche di non prendersi sul serio, un uomo di battute fulminee, un po’ levantine nella loro arguzia e un po’ transalpine nella loro affettazione, si lasciava sopraffare da facili e brevi asprezze ma con calma monastica incideva profonde e indelebili generosità. C’era un libro che mi ero portato da leggere durante il viaggio, “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andric, che divenne il libro del viaggio. Io ne ero calamitato, Ivo ne sapeva recitare interi passi a memoria. </p>



<p>Dopo essere partiti da Sarajevo dovevamo dirigerci verso la Serbia, a sud, per poi puntare verso il Kosovo. Io guidavo, Ivo mi dava indicazioni sulle strade da prendere. La tappa d’arrivo doveva essere Novi Pazar; Ivo sulla cartina seguiva invece la direzione per Visegrad. Non mi disse nulla, non mi accorsi di nulla e solo quando arrivammo nella città raccontata da Andric nel suo libro e vidi le 11 campate del ponte e la statua di Mehmed Pascià ebbi la comprensione del perché di quella deviazione e della portata di quel destino inaspettato. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="804" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Kosovo_Exodus.AM072-scaled-1.jpg" alt="" class="wp-image-417307" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Kosovo_Exodus.AM072-scaled-1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Kosovo_Exodus.AM072-scaled-1-600x402.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Kosovo_Exodus.AM072-scaled-1-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Kosovo_Exodus.AM072-scaled-1-1024x686.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Kosovo_Exodus.AM072-scaled-1-768x515.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>



<p>Un regalo intimo e prezioso del valore di una confessione tra amici: la manifesta dichiarazione della ricerca finale del suo ultimo lavoro: “il dolore e la sofferenza, ma anche l’ emblema della fusione di due diversi mondi che si sono contrapposti e succeduti, quello orientale e quello occidentale”. Ci sedemmo a chiacchierare osservando lo scorrere della Drina e delle epoche e solo allora, dopo averlo conservato con parsimonia per tutto il viaggio, mi offrì il racconto di quando in Kosovo le soldataglie serbe lo fermarono a un checkpoint a bordo di una vecchia auto piena di volantini di miliziani albanesi dell’ UCK: anche allora per colpa o per merito di una strada sbagliata.</p>



<p>La neve continua a scendere e macchia il parabrezza come una pellicola in bianco e nero, l’attrito dei ricordi contro la solitudine provoca lo struggente suono della malinconia e intanto riguardo nella memoria quella sola foto che ci ritrae insieme ormai al termine dell’avventura. “E’ stato un bel viaggio. Facciamoci una foto!”.&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/rsz_20220418_113133_1-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-417308" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/rsz_20220418_113133_1-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/rsz_20220418_113133_1-600x450.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/rsz_20220418_113133_1-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/rsz_20220418_113133_1-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/rsz_20220418_113133_1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p>Si, è stato un bel viaggio Ivo, e altrettanto bello possa essere il tuo, sempre con la solita sigaretta appesa a quell’ombra di sorriso che adesso qui, accanto a me, all’interno della Panda, sembra di scorgere ironica e beffarda perché ho sbagliato di nuovo strada, essendomi perso, tra commoventi ma autentici ricordi </p>



<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>


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                            Testo di 
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                                    Daniele Bellocchio
                                </a>
                                                                        </div>
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                                    Ivo Saglietti
                                </a>
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		<title>Life is Style</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/style-is-life-in-mostra-i-dandy-di-tamagni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 15:17:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="850" height="595" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2.jpg 850w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2-600x420.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2-768x538.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 850px) 100vw, 850px" /></p>
<p>IL FAR WEST IN CONGO Cappelli a tesa larga, stivali di pelle a punta, cinturone con fibbia prepotente, camice a scacchi, foulard legato intorno al collo e una congenita predisposizione all’avventura e ai modi sbrigativi per risolvere le controversie. Nell’immaginario collettivo questi sono l’outfit e l’attitudine dei cowboys statunitensi, figure rese iconiche dalla cinematografia, dalla &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/style-is-life-in-mostra-i-dandy-di-tamagni.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="850" height="595" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2.jpg 850w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2-600x420.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/2-768x538.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 850px) 100vw, 850px" /></p><div
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                    Life is Style
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                        IL FAR WEST IN CONGO Cappelli a tesa larga, stivali di pelle a punta, cinturone con fibbia prepotente, camice a scacchi, foulard legato intorno al collo e una congenita predisposizione all’avventura e ai modi sbrigativi per risolvere le controversie. Nell’immaginario&#8230;
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                Daniele Bellocchio
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/>



<h2 class="wp-block-heading">IL FAR WEST IN CONGO</h2>



<p>Cappelli a tesa larga, stivali di pelle a punta, cinturone con fibbia prepotente, camice a scacchi, foulard legato intorno al collo e una congenita predisposizione all’avventura e ai modi sbrigativi per risolvere le controversie. Nell’immaginario collettivo questi sono l’outfit e l’attitudine dei cowboys statunitensi, figure rese iconiche dalla cinematografia, dalla letteratura e dal fumetto&nbsp;e che senza difficoltà collochiamo nei territori del Texas o del Kansas. I mandriani però non sono una componente soltanto dell’iconografia degli Stati Uniti d’America, lo sono pure del <strong>Congo</strong> degli anni ’50, quando nell’allora colonia belga, cowboys tropicali invasero le strade e presero il controllo di interi quartieri della capitale. <br><br>A Kinshasa,&nbsp;che all’epoca si chiamava Leopoldville, ed era un’appendice di Bruxelles, alla popolazione locale era concesso, come unico svago, soltanto poter andare al cinema e all’epoca i film trasmessi in Congo erano quasi ed esclusivamente pellicole western. In brevissimo tempo, tra i giovani della capitale congolese il mito del <strong>Far West</strong> divenne una vera e propria malattia, Henry Fonda e John Wayne assursero a idoli da emulare e si formarono per le vie di Leopoldville bande di giovani che vestivano alla moda dei cowboys delle praterie. Alcuni ragazzi arrivarono ad indossare gillet in pelle, altri aggiunsero speroni rimovibili agli stivali, i più audaci,&nbsp; addirittura, portavano pistole a tamburo nella fondina e i quartieri sotto il loro controllo presero il nome di “Santa Fe”, “Django”, “Gringo” o “Sheriff”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I CONGO BILLS</h2>



<p><strong><em>Bills</em></strong> è il nome che venne dato alla sottocultura dei cowboys congolesi, ma non fu solo una moda: fu storia. Si, perché con la loro attitudine ribelle e anche violenta, con la loro avversione all’autoritarismo coloniale e incendiati dall’insofferenza per le ingiustizie legalizzate dell’amministrazione europea, i Bills furono tra i pionieri del movimento indipendentista congolese e la rivolta che a un anno di distanza avrebbe portato alla fine del potere europeo sul Congo incominciò proprio una sera del 1959, all’uscita di un cinema della capitale, dove tutti i Bills si erano ritrovati per assistere alla prima proiezione di “Sentieri Selvaggi” di John Wayne.<br></p>



<p>Non è questa una nota di colore tra le pieghe della decolonizzazione, tutt’altro, è il colore della storia che però, il più delle volte, rimane invisibile, occultato dai bianchi e neri della storiografia generale. E&nbsp;queste sfumature, capaci di svelarci particolari e dettagli che mostrano gli uomini negli eventi e restituiscono la sacralità dei nomi e la ricchezza dei particolari, per scovarle necessitano di uno sguardo sensibile e per descriverle la sensibilità di uno sguardo che sappia vedere ciò che è precluso ai più. E così erano lo sguardo e la sensibilità di<strong> Daniele Tamagni</strong>, fotografo nato a Milano nel 1975 e prematuramente scomparso nel 2017 che ha raccontato il Congo, l’Africa e il Sud America concentrandosi proprio sulle mode e sugli stili di vita e ricercando nel dettaglio dell’accessorio l’accesso all’essenziale.&nbsp;&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Ritratto-Daniele-Tamagni_CREDIT_Iskander-Ziganshin-1.jpeg" alt="" class="wp-image-416097" width="1018" height="679" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Ritratto-Daniele-Tamagni_CREDIT_Iskander-Ziganshin-1.jpeg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Ritratto-Daniele-Tamagni_CREDIT_Iskander-Ziganshin-1-600x401.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Ritratto-Daniele-Tamagni_CREDIT_Iskander-Ziganshin-1-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Ritratto-Daniele-Tamagni_CREDIT_Iskander-Ziganshin-1-1024x684.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/Ritratto-Daniele-Tamagni_CREDIT_Iskander-Ziganshin-1-768x513.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1018px) 100vw, 1018px" /><figcaption class="wp-element-caption">Daniele Tamagni</figcaption></figure>
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<p>“Ospitare una mostra di Daniele Tamagni e ripetere con intenzionale insistenza il suo nome significa ringraziare l’artista e chi ha concesso altra occasione alle sue opere, riconoscere nella tensione e nella coerenza della sua ricerca una via di accesso a un’etica dell’immagine e a una coscienza della simbolica che convenzionalmente e forse sbrigativamente deleghiamo al professionismo dell’arte, della moda, del design come fossero settoriali ambiti di estetizzazione della società trascurandone, invece, l’ancestrale sottofondo di un desiderio e di una manifestazione del vivere oltre la sussistenza, oltre la mera necessità dell’esserci e, così facendo, di divenire umani riconoscendoci in tali gesti”.  </p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="652" height="850" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/1-1.jpg" alt="" class="wp-image-416100" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/1-1.jpg 652w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/1-1-600x782.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/1-1-230x300.jpg 230w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /><figcaption class="wp-element-caption">Willy Covary nel suo splendido abito rosa e cappello da bowler rosso, cravatta e scarpe che cammina per le strade di Brazzaville, Congo (2008)</figcaption></figure>
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<p>Con queste parole Gianfranco Maraniello, direttore del Polo Museale del Moderno e Contemporaneo del Comune di Milano, ha presentato la mostra di Daniele Tamagni <strong>Style is Life</strong>, visibile sino al 1 aprile a Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6. L’esposizione, curata da Aida Muluneh e Chiara Bardelli Nonino, promossa e organizzata dalla Daniele Tamagni Foundation in collaborazione con il Comune di Milano è la prima retrospettiva del fotografo lombardo vincitore di prestigiosi premi di fotografia internazionale come il Canon Young Photographer Award nel 2007, l’ICP Infinity Award nel 2010 e il World Presso Photo Award nel 2011. </p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="850" height="565" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/4-2.jpg" alt="" class="wp-image-416200" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/4-2.jpg 850w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/4-2-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/4-2-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/4-2-768x510.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 850px) 100vw, 850px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dixy Ndalla, uomo congolese che vive e lavora a Londra come broker oltre che per l&#8217;ambasciata congolese. Divenne Sapeur una volta arrivato a Londra, quando iniziò a guadagnare abbastanza soldi per permettersi i completi. Fu il miglior cliente di Favourbrook a Jermyn Street, dove ha imparato a diventare un vero Dandy. Londra, Regno Unito (2009)</figcaption></figure>
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<p>In mostra 90 fotografie, tra cui numerosi scatti inediti, e molteplici reportage realizzati in oltre sette anni di lavoro sul campo, aventi come comune denominatore un fotogiornalismo con un’ importante cifra autoriale, focalizzato sull’analisi e sul racconto degli stili di strada, del valore politico e sovversivo delle mode, dell’equazione finale per cui “lo stile è vita” se vettore di un messaggio plurale, spesso di rottura, sempre di protesta.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">I SAPEURS CONGOLESI</h2>



<p>Camminata dinoccolata, abiti eleganti ed appariscenti, orologio da taschino con immancabile catenella d’ordinanza, pipa in bocca, scarpe in pelle tirate a lucido e uno stile immancabilmente <strong>dandy</strong>. Non siamo in Francia o in Inghilterra a metà ottocento, ma anche in questo caso, così come era per i Bills, siamo in Congo e gli esteti africani che passeggiano per le vie di Brazzaville, la capitale del Congo francese, ritratti da Daniele Tamagni sono i <strong>Sapeurs</strong>, ovvero gli appartenenti al movimento della <strong>Sape – Societé des Ambianceurs et des Personnes Elégante.</strong> <br> </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="652" height="850" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3-1.jpg" alt="" class="wp-image-416202" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3-1.jpg 652w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3-1-600x782.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3-1-230x300.jpg 230w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ritratto di un Sapeur con occhiali da sole rosa caldi e cravatta coordinata, con una pipa in bocca. Brazzaville, Congo (2008)</figcaption></figure>
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<p>Le origini del movimento sono ancora dibattute e i punti fermi in merito al fenomeno dei gentleman congolesi non sono molti, certo però è che la cultura dei Sapeurs si è sviluppata nella capitale del Congo francese Brazaville e poi si è diffusa anche sull’altra riva del fiume Congo, a Kinshasa, dove ha acquisito un considerevole peso specifico negli eventi della storia recente del Paese africano. A partire dagli anni ’30 e ’40 la Sape ha iniziato a diffondersi a Brazaville e i suoi membri si sono fatti promotori di canoni e regole ben precise: l’acquisto di determinati abiti di alta sartoria francese, uno stile di vita basato sui codici dell’edonismo e un portamento elegante col quale sfoggiare i capi europei.<strong> Ma non era emulazione del colonialismo</strong>, al contrario, ne era competizione: utilizzare usi, costumi e modi di fare delle madrepatrie per elogiare “la blackness”, l’orgoglio africano: assumere gli stili europei, affermarsi con essi, padroneggiarli meglio dei colonizzatori e mostrare alla società locale che l’eleganza è quindi prerogativa nera. <br></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="652" height="850" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/5-1.jpg" alt="" class="wp-image-416177" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/5-1.jpg 652w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/5-1-600x782.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/5-1-230x300.jpg 230w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ritratto di un membro del Piccadilly Group che indossa un papillon e una benda sull&#8217;occhio. Brazzaville, Congo (2008).</figcaption></figure>
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<p>Quando il fenomeno ha attraversato il fiume ed è sbarcato nella ex colonia belga, all’epoca Zaire, ha assunto poi i connotati di una cultura di protesta contro il regime di Mobutu Sese Seko. Dal momento che il tiranno congolese, attraverso il suo progetto di <strong><em>zairizzazione,&nbsp; </em></strong>voleva mettere al bando e cancellare ogni retaggio della cultura europea, dichiarò fuori legge anche tutti quei capi che in qualsiasi maniera richiamavano il passato coloniale. </p>



<p>Ed è così che i Sapuers divennero icone di resistenza al regime, sfidarono l’autoritarismo del Leopardo indossando abiti proibiti, ne subirono la persecuzione, gli arresti e le torture ma alla fine ne celebrarono la caduta in quella che è passata alla storia come la notte delle cravatte. Il  24 aprile 1990, il giorno in cui Mobutu annunciò la fine del partito unico, dichiarò ci sarebbe stato spazio per una stampa libera, per i sindacati e che si sarebbero tenute libere elezioni, una moltitudine di persone esultò e in sfregio alle sue leggi anti-occidentali si riversò nelle strade di Kinshasa indossando una cravatta: simbolo dello stile europeo, stendardo dei Sapeurs.  </p>


<div class="wp-block-image is-style-full-content">
<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1200" height="798" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/6.jpg" alt="" class="wp-image-416184" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/6.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/6-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/6-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/6-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/6-768x511.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></figure>
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<p>I Bills come i Sapuer sono la rappresentazione iconica di come la moda, talvolta, sia, a tutti gli effetti, molto più che semplice manifestazione di gusto estetico e questo paradigma Daniele Tamagni non solo l’ha compreso ma l’ha anche posto al centro della sua ricerca sull’uomo. Se per motivi anagrafici non ha potuto raccontare il fenomeno dei cowboys d’Africa, il fotografo lombardo però non si è fatto sfuggire il mondo dei dandy congolesi andando a ricercarli oggi e trovando in loro una chiave di lettura per comprendere un Paese e un continente: una narrativa lontana dagli stereotipi e dai luoghi comuni, e per questo più autentica, sorprendente e necessaria. </p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="850" height="568" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/8-1.jpg" alt="" class="wp-image-416199" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/8-1.jpg 850w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/8-1-600x401.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/8-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/8-1-768x513.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 850px) 100vw, 850px" /></figure>
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<p>I lavori fotogiornalistici del reporter milanese e che sono visibili nella mostra, riguardano anche&nbsp; i metallari del Botswana, le cholitas boliviane, le giovani crew di Johannesburg cresciute e sviluppatesi in contesti repressivi e discriminatori oltre a una sezione dedicata alla settimana della moda di Dakar. E guardando questi lavori si apprezzano e introiettano le parole di Aida Muluneh, co-curatrice dell’esposizione che ha riassunto così l’opera di Daniele Tamagni e il suo ruolo di narratore attraverso le immagini del nostro presente: “Con ogni fotogramma di Daniele, è chiaro che non era un fotografo che si limitava a cogliere momenti distaccati dall’ambiente o dalle persone. Si è immerso in ogni istante, posizionandosi in modo unico come fotografo straniero che dà valore alla costruzione di relazioni con i soggetti. Daniele ha intrapreso una missione per dimostrare che l’Africa è ricca di diversità ed ospita molte storie non raccontate”.</p>


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                                    Daniele Bellocchio
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/style-is-life-in-mostra-i-dandy-di-tamagni.html">Life is Style</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il futuro sospeso dell&#8217;Armenia</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/il-futuro-sospeso-dellarmenia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Sep 2023 16:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1313" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-scaled-600x410.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-1024x700.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-768x525.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-1536x1050.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA25106969-1-2048x1400.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Quando mi sono voltata e ho salutato i miei genitori, solo in quel momento ho capito che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti”. Jasmine Avetisyan ha 18 anni, è originaria di Stepanakert, la capitale dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, il nome con cui i cittadini armeni chiamano il Nagorno Karabakh. Jasmine oggi si &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/il-futuro-sospeso-dellarmenia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/il-futuro-sospeso-dellarmenia.html">Il futuro sospeso dell&#8217;Armenia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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                        Guerra
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                        20.09.2023
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                    Il futuro sospeso dell&#8217;Armenia
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                        “Quando mi sono voltata e ho salutato i miei genitori, solo in quel momento ho capito che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti”. Jasmine Avetisyan ha 18 anni, è originaria di Stepanakert, la capitale dell’autoproclamata Repubblica&#8230;
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                Daniele Bellocchio
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<p>“Quando mi sono voltata e ho salutato i miei genitori, solo in quel momento ho capito che forse quella sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti”. Jasmine Avetisyan ha 18 anni, è originaria di Stepanakert, la capitale dell’autoproclamata <strong>Repubblica dell’Artsakh</strong>, il nome con cui i cittadini armeni chiamano il <strong>Nagorno Karabakh</strong>. Jasmine oggi si trova a Yerevan per poter compiere il suo percorso di studi universitari ed è riuscita a raggiungere la capitale dell’Armenia solo da poche settimane dal momento che dal 12 dicembre il Nagorno Karabakh è stato isolato dal resto del mondo dalle forze dell’Azerbaijan che hanno istituito un checkpoint illegale nel <strong>corridoio di Lachin</strong>, l’unica via che mette in comunicazione l’Armenia con il territorio dell’Artsakh.</p>



<p>Per oltre nove mesi i cittadini armeni del <strong>Nagorno Karabakh</strong> hanno vissuto isolati e, a causa dell’interruzione della strada da parte delle forze dell’Azerbaijan, non hanno potuto ricevere neppure cibo e medicinali e solo negli ultimi giorni gli è stato concesso di poter lasciare il loro territorio senza però aver la possibilità di farvi ritorno.</p>



<p>“All’inizio, quando abbiamo appreso che era stato istituito il <strong>checkpoint</strong> pensavamo che la situazione sarebbe durata poco, credevamo si trattasse di una forma di pressione politica destinata a esaurirsi in breve tempo. Poi però il presidio degli attivisti azeri è stato sostituito da un posto di frontiera permanente e le merci non hanno più potuto entrare in Karabakh, allora, in quel momento, abbiamo iniziato a renderci conto che la situazione stava davvero divenendo grave. Nessuno però poteva immaginare che un Paese potesse arrivare ad utilizzare la fame come arma”.</p>



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<p>Durante il periodo del “blockade”, come è stato ribattezzato dalla stampa internazionale, gli oltre 120mila cittadini armeni della regione del <strong>Caucaso meridionale</strong> si sono trovati in una situazione di assoluta incertezza e precarietà. In questi mesi, nel web e sui social, immagini di scaffali vuoti, mercati deserti e file interminabili di uomini, donne e bambini in attesa di un tozzo di pane fuori dai forni pubblicate dai residenti dell’Artsakh hanno mostrato, in tempo reale, cosa significasse vivere nel 2023 sotto assedio e senza cibo. Ma, nonostante l’evidenza e il supporto delle principali organizzazioni di diritti umani come Human Rights Watch, Amnesty International, l’International Court of Justice che hanno condannato l’Azerbaijan e chiesto l’immediata apertura del <strong>corridoio di Lachin</strong>, nulla è stato fatto affinchè venissero rispettati i diritti dei cittadini armeni. Anzi, la situazione si è deteriorata ulteriormente sino ad arrivare nelle ultime ore all’aggressione militare da parte di Baku ai danni del Nagorno Karabakh.</p>



<p>“Quando sono arrivata a Yerevan ho sentito un enorme peso dentro di me. Un forte dolore per aver lasciato la mia famiglia in un territorio accerchiato e senza cibo. A 18 anni ho dovuto scegliere tra la mia famiglia o lo studio. E ho fatto questa scelta perché so che se diventerò una brava professoressa e mi impegnerò nell’apprendimento, presto potrò aiutare la mia terra perché credo che la conoscenza sia davvero l’ arma più importanti di un popolo”.</p>



<p>Era con queste parole, un sorriso timido e gli occhi smarriti in una scelta troppo pesante da sopportare a 18 anni che Jasmine, solo pochi giorni fa, si congedava prima di dirigersi, con altri suoi coetanei dell’Armenia e dell’Artsakh, a manifestare sotto l’ambasciata russa a Yerevan per chiedere un maggior intervento dei peacekeepers di Mosca a difesa della popolazione dell’Artsakh.&nbsp;Oggi il suo telefono squilla a vuoto, ai messaggi non risponde ed è impossibile anche solo provare a immaginare cosa stia vivendo in queste ore mentre si trova a Yerevan e missili e bombe travolgono la sua città natale dove vive la sua famiglia.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-410377" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-2048x1365.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/09/Agenzia_Fotogramma_IPA33879482-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>Anche domandarsi se può esserci ancora una speranza in cui credere, un sogno in cui rifugiarsi, un’utopia da rincorrere dopo che si sono vissuti centinaia di giorni di fame e assedio e dopo che artiglieria, droni e aviazione hanno <strong>bombardato</strong> per 24 ore la tua terra, costa caro. Perché pretende di accattare l’evidenza che la violenza ha trionfato sul dialogo e l’arbitrio sul diritto.</p>



<p>Il 19 settembre l’esercito di Baku, adottando come casus belli la morte di alcuni cittadini azeri in seguito all’esplosione di alcune mine nel territorio del Karabakh, ha attaccato il territorio conteso dichiarando che l’offensiva si sarebbe arrestata soltanto quando le <strong>truppe armene</strong> dell’Artsakh si fossero arrese consegnando le armi. Dopo 24 ore di pesanti bombardamenti con artiglieria, droni e aviazione e decine di morti, il governo dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh ha accettato la resa. E mentre arrivano immagini di civili che si sono radunati sulla pista dell’aeroporto di Stepanakert per cercare di <strong>fuggire in Armenia</strong>, intanto si attendono notizie relative alle condizioni che dovranno firmare i rappresentanti del governo armeno. Una firma che sembra dover mettere fine per sempre alla storia della Repubblica dell’Artsakh e forse anche alla presenza secolare degli armeni nel Caucaso meridionale.&nbsp;</p>



<p>“È la nostra storia di armeni a farci vivere queste ore con enorme apprensione e paura. In passato abbiamo già vissuto tragedie simili e adesso il rischio è che nel territorio del Karabakh ogni singola traccia della cultura e della storia armena venga distrutta”. L’archimandrita Garegin Hambardzumyan, da Etchimiadzin, il cuore della <strong>Chiesa apostolica d’Armenia</strong>, manifesta enorme preoccupazione per quanto sta accadendo e mette in guardia il mondo su una possibile cancellazione della storia armena nelle regione del Caucaso meridionale: “Quando oggi qualcuno dice che nel Nachicevan non ci sono mai state tracce di una presenza armena, sbaglia. Non sa che in Nachicevan ogni singolo monastero, ogni chiesa, ogni croce è stato distrutto dopo che il territorio è passato sotto controllo azero. E il rischio è che anche in Artsakh possa accadere la stessa cosa”.</p>



<p>A Yerevan in queste ore una folla di cittadini sta manifestando in Piazza della Repubblica e invocando le dimissioni del premier <strong>Nikol Pashinyan</strong> accusato di aver abbandonato i residenti dell’Artsakh e aver perseguito un’agenda di politica estera che ha isolato e indebolito il Paese. A poche centinaia di chilometri dalla capitale invece la popolazione vive trincerata nella paura che il conflitto possa estendersi e coinvolgere anche la Repubblica d’Armenia.&nbsp;</p>



<p>“Il confine con l’Azerbaijan è solo a due chilometri da dove viviamo noi. L’anno scorso, l’11 settembre, c’è già stata una guerra, l’esercito azero ha occupato parte del territorio dell’Armenia e noi siamo stati bombardati: cosa ci può garantire che ciò non avvenga di nuovo?”. Susanna Mandelyan vive insieme a suo padre nel villaggio di Sotk. Terra contadina, bruciata dal sole e dal vento dove i campi ostentano la messe come un inganno. Una scuola, un municipio su cui ancora sono impressi i segni lasciati dai colpi dell’artiglieria e poi un alternarsi di case di pietra: alcune distrutte, altre per pura sorte intatte ed altre con un tetto rosso di lamiera ad indicare, come un marchio del dolore, quelle che sono state colpite dai bombardamenti e che sono andate in fiamme.&nbsp;</p>



<p>Dopo aver perso la sua abitazione Susanna e suo padre si sono trasferiti in un alloggio provvisorio: “Prima della guerra la vita era bellissima. Avevamo l’elettricità, l’acqua corrente, il gas e il lavoro, giorno dopo giorno, dava frutti meravigliosi. Poi è arrivata la guerra, la gente ha venduto gli armenti, molte case sono state distrutte e abbandonate e adesso, non abbiamo più niente se non la paura e l’incertezza”.&nbsp;</p>



<p>Rimangono in silenzio Susanna e suo padre Arsen che, dopo aver aspirato lentamente alcune boccate di sigaretta e aver sorseggiato un thè amaro ,aggiunge soppesando ogni singola parola: “ho abbastanza anni per dire che il più grande dramma per un uomo non è aver paura di morire ma aver paura di vivere. E oggi noi armeni stiamo vivendo questo tipo di paura. La più brutale che ci sia”.</p>


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                                    Daniele Bellocchio
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		<title>Una crisi umanitaria senza precedenti minaccia gli armeni cristiani del Nagorno Karabakh</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/una-crisi-umanitaria-senza-precedenti-minaccia-gli-armeni-cristiani-del-nagorno-karabakh.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Bellocchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jul 2023 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nagorno Karabakh]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-scaled-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-2048x1362.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sono passati più di sette mesi oramai da quando il territorio del Nagorno Karabakh è stato isolato completamente dal resto del mondo a causa della chiusura da parte del governo dell’Azerbaijan del corridoio di Lachin. La sola arteria che mette in comunicazione l’Armenia con l’auto proclamata Repubblica dell’Artsakh e che, prima del blocco stradale, vedeva &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/una-crisi-umanitaria-senza-precedenti-minaccia-gli-armeni-cristiani-del-nagorno-karabakh.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-scaled-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/Agenzia_Fotogramma_IPA26780475-2048x1362.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sono passati più di sette mesi oramai da quando il territorio del Nagorno Karabakh è stato isolato completamente dal resto del mondo a causa della chiusura da parte del governo dell’Azerbaijan del <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-catastrofe-umanitaria-minaccia-il-nagorno-karabakh.html">corridoio di Lachin</a>. La sola arteria che mette in comunicazione l’Armenia con l’auto proclamata Repubblica dell’Artsakh e che, prima del blocco stradale, vedeva il transito quotidiano di 400 tonnellate di beni di prima necessità destinati agli armeni del territorio conteso. Dal 12 dicembre 2022 oltre 120&#8217;000 persone; uomini, donne e bambini armeni, vivono completamente accerchiati e in ostaggio delle forze di Baku. Il blocco stradale, che in una prima fase era stato installato da gruppi di sedicenti ecoattivisti che sostenevano di condurre la loro azione per protesta contro le attività estrattive nella regione, nell’ultimo mese è stato sostituito da <a href="https://www.lemonde.fr/international/article/2023/07/11/haut-karabakh-l-azerbaidjan-bloque-l-axe-vital-reliant-l-enclave-a-l-armenie_6181554_3210.html?fbclid=IwAR2kPRLz02zsHtaW0gRMxN6j0wIShYirHKhTfD7rMxLeYx8GkE5oUbZKMX8">un presidio permanente delle truppe regolari di Baku</a> e la situazione in Karabakh si è aggravata ulteriormente dopo che il 15 giugno è stato negato l’accesso al territorio conteso a qualsiasi veicolo compresi i mezzi della <a href="https://www.ilpost.it/2023/07/12/azerbaijan-bloccato-strada-nagorno-karabakh-armenia/">Croce Rossa Internazionale</a> accusati dal governo azero di trasportare merci di contrabbando.</p>



<p>Da allora le condizioni dei civili del Nagorno Karabakh sono precipitate aggravando una crisi umanitaria che sta degenerando di ora in ora e che non si arresta nonostante gli appelli dell’Europa, degli Stati Uniti, di <a href="https://twitter.com/amnesty/status/1674075313989361664/photo/1">Amnesty International</a>, di Human Rights Watch e anche del <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2023/07/15/news/caucaso_lagonia_del_nagorno_karabakh_da_sette_mesi_ostaggio_dallazerbaijan-12942517/">Tribunale dell’Aja</a>, che il 6 luglio ha di nuovo invitato l’Azerbaijan alla riapertura del corridoio di Lachin scrivendo in un comunicato: “ negare il diritto alla libera circolazione di persone, veicoli e merci costituisce plausibilmente una discriminazione razziale”.</p>



<p>L’accesso al territorio conteso è vietato agli stessi cittadini armeni del Nagorno Karabakh che si trovano in Armenia e sono impossibilitati a tornare alle loro case e ovviamente l’ingresso è interdetto anche a tutti i giornalisti internazionali. L’unico modo per conoscere la realtà dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh è osservare <a href="https://twitter.com/Artak_Beglaryan/status/1682003137429659648">i video che inondano la rete e i canali social</a>. Supermercati completamente vuoti, file chilometriche per poter ricevere una pagnotta e una manciata di sale, ospedali senza medicine, distributori di benzina chiusi. Nei villaggi e nella capitale non si trovano più beni di prima necessità, frutta e verdura sono esauriti, la benzina viene razionata e risparmiata unicamente per i mezzi di soccorso, feriti e ammalati terminali in alcuni casi non hanno potuto essere evacuati in Armenia e si contano già dei morti, e inoltre le forniture di energia e gas vengono continuamente interrotte.</p>



<p>“C’è un enorme carenza di prodotti essenziali: verdure fresche, frutta, latticini sono praticamente introvabili. I negozi sono vuoti e ogni mattina arrivano pochi prodotti dai magazzini che stanno piano piano svuotandosi. Fin dal mattino presto fuori dai centri di distribuzione dei beni di prima necessità ci sono code chilometriche per pane, latticini e uova. Ma nell&#8217;ultimo mese è persino inutile fare la fila per ricevere la propria razione. Le persone si mettono in coda molto presto, dalle 3-4 del mattino, e in molti tornano a casa a mani vuote dopo aver aspettato per 5 o 6 ore”. Anush Harutyunyan è una professoressa universitaria della Shoushu Technological University, madre di quattro figli e rimasta vedova dopo che suo marito è morto nella guerra dei 44 giorni del 2020.&nbsp; Contattata telefonicamente ha così raccontato la sua vita a Stepanakert, la capitale dell’Artsakh, dove la quotidianità è scandita dalla privazione e dalla paura: “La mia paura è l&#8217;incertezza su cosa accadrà domani, e per domani non intendo il futuro, ma letteralmente cosa accadrà tra 24 ore, poiché abbiamo problemi esistenziali. Non sappiamo cosa farà domani l’Azerbaijan, come le grandi potenze vogliono comportarsi, di chi saremo il bersaglio, chi ci userà per ricattare chi e di quale grande-gioco geopolitico siamo divenuti pedine. Non sappiamo se ci sarà una nuova aggressione, o peggio ancora se saremo condannati a divenire forzatamente cittadini dell’Azerbaijan. Questo è lo scenario che mi fa più paura di tutti, per me e per i miei bambini. Come possiamo vivere liberi e in pace in un Paese che predica da decenni l’odio contro gli armeni attraverso una retorica anti armena propagandata sin dalle scuole primarie?”.</p>



<p>Quanto sta accadendo ora è il prosieguo, o una nuova fase, del conflitto che, nel 2020, dopo che l’esercito di Baku aggredì il territorio del Nagorno Karabakh, <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/il-nagorno-karabakh-in-fiamme.html">sconvolse per 44 giorni </a>la regione contesa e terminò con la vittoria dell’esercito azerbaigiano e la firma dei tratti di cessate il fuoco del 9 novembre. Stando agli accordi siglati con la mediazione di Mosca il corridoio di Lachin dovrebbe consentire il transito di mezzi e persone tra Armenia e Artsakh e rimanere sotto controllo del contingente delle forze di pace russe, ma nulla di tutto ciò sta avvenendo. Se dal lato azero si registrano violazioni di quanto sottoscritto a termine del conflitto, dal lato russo invece si riscontra un immobilismo e un atteggiamento ondivago e traccheggiante. Le forze russe infatti non sono intervenute per riprendere controllo dell’strada che collega il Karabakh e l’Armenia e, sebbene dai soldati di Mosca sia stato posto all’ingresso di Stepanakert un ritratto di Putin con la scritta “uomo dell’anno”, in Armenia e in Artsakh il leader del Cremlino è sempre più impopolare. A riprova di ciò va considerato, oltre all’atteggiamento pilatesco dei soldati russi schierati in loco, anche un aumento delle tensioni politiche negli ultimi mesi tra Yerevan e Mosca e il fatto che il Cremlino è il principale fornitore di armi all’Azerbaijan, oltre che di gas che viene poi triangolato in Europa aggirando così le sanzioni.</p>



<p>Nelle ultime ore le affermazioni del presidente armeno <a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/nuova-guerra-molto-probabile-alta-tensione-armenia-e-2185268.html">Nikol Pashinya</a>n che ha dichiarato&nbsp;che, senza una firma di un accordo di pace una guerra è molto probabile, e quelle del presidente azero <a href="https://jam-news.net/ilham-aliyev-international-law-works-selectively/">Ilham Aliyev</a> che ha ribadito, durante il Global Media Forum tenutosi a Shushi il 21 e il 22 luglio 2023: “Se l&#8217;Armenia accetta una clausola in cui si astiene completamente da qualsiasi rivendicazione territoriale contro l&#8217;Azerbaigian, penso che sarà davvero possibile firmare un trattato di pace entro la fine di quest&#8217;anno. In caso contrario non ci sarà pace”, fanno temere che una escalation armata nel Caucaso sia più certa che possibile e questa volta, visti anche gli attacchi condotti dall’Azerbaijan al territorio armeno nell’ultimo anno, il rischio è che coinvolga direttamente&nbsp; Yerevan e Baku facendo precipitare la regione in una spirale di conflitti e violenze estremamente feroci e drammatici. </p>



<p>Se per la geopolitica la regione del Caucaso meridionale è ora campo di analisi e previsioni su un possibile conflitto e scenario bellico non troppo remoto, per la popolazione del Karabakh il dramma invece si sta già consumando e di giorno in giorno è sempre più spietato. Vahagn Khachatryan, giornalista del settimanale Aparaj ha così commentato la situazione: “A causa della mancanza di benzina quasi tutte le attività produttive e agricole si sono fermate, la gente deve fare la fila davanti ai negozi vuoti per procurarsi del cibo e a volte c&#8217;è chi torna a casa senza niente, c’è assenza di tutto ma la nostra più grande e ultima paura non è la mancanza di cibo, di benzina o di farmaci, ma essere esiliati con forza dal luogo dove abbiamo vissuto per migliaia di anni e non capisco come il mondo possa rimanere indifferente difronte a quanto sta avvenendo”.</p>
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		<title>Fino alla fine del mondo</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/fino-alla-fine-del-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Gualazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jul 2023 13:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_009-1-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Paese più giovane del mondo travolto dalle piaghe più antiche dell’umanità. È questo il paradosso, o forse il sunto, del Sud Sudan, la nazione africana nata il 9 luglio 2011 con un referendum che ne ha sancito l’indipendenza dal Sudan e che oggi è attraversata da una delle crisi umanitarie più spietate dei nostri &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/fino-alla-fine-del-mondo.html">[...]</a></p>
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                        Il Paese più giovane del mondo travolto dalle piaghe più antiche dell’umanità. È questo il paradosso, o forse il sunto, del Sud Sudan, la nazione africana nata il 9 luglio 2011 con un referendum che ne ha sancito l’indipendenza dal&#8230;
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<p>Il Paese più giovane del mondo travolto dalle piaghe più antiche dell’umanità. È questo il paradosso, o forse il sunto, del Sud Sudan, la nazione africana nata il 9 luglio 2011 con un referendum che ne ha sancito l’indipendenza dal Sudan e che oggi è attraversata da una delle crisi umanitarie più spietate dei nostri tempi, in particolare nelle regioni dei Lakes e dell’Equatoria dove si vive, si uccide e si muore per il bestiame, per il cibo e per l’acqua.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Fino alla fine del mondo - La crisi del Sud Sudan" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/uYRTyPvTlJE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_uYRTyPvTlJE");</script>
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<p>È notte a Kapoeta, città del Sud Sudan vicino ai confini con l’Etiopia, il Kenya e l’Uganda, e decine di bambini vagano soli per le vie polverose della città. Si trascinano in gruppi che sembrano branchi, hanno 5, 6, 7, massimo 10 anni. Ognuno porta con sé un cartone o un sacco vuoto con cui allestire un precario giaciglio per trascorrere la notte. Poi all’alba, sempre in piccoli gruppi, incominciano a vagare tra i banchi dei mercati con una latta o una vecchia tanica di plastica, mendicano, o forse sarebbe meglio dire supplicano, qualche centesimo, un avanzo di cibo, un sorso d’acqua, un rimasuglio di pietà. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-402583" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_028-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Equatoria, Kapoeta, maggio 2023. La stazione di polizia di Kapoeta, dove i bambini vanno a cercare un riparo di notte, dormendo per terra, su pezzi di cartone, e sacchi. L’emergenza in Sud Sudan è attualmente una delle più gravi al mondo, con più di 8.3 milioni di persone &#8211; di cui 4.5 bambini-  &#8211; che necessitano di assistenza umanitaria. La popolazione varia dal 95 al 98% di analfabetismo in base alle determinate aree. Il tasso di abbandono dei bambini è altissimo. I bambini vengono mandati nei vari centri urbani, come Narus, come Kapoeta, dalle famiglie che rimangono nei villaggi. Qui per sopravvivere sono costretti a medicare nei mercati. Il governo non è in grado di provvedere a nessun tipo di servizio per questi bambini.</figcaption></figure>



<p>L’abbandono dei figli maschi è una delle conseguenze più spietate della crisi alimentare che sta attanagliando lo Stato africano e nella popolazione di allevatori dei Toposa, uno dei 64 gruppi etnici che compongono la nazione africana, l’allontanamento dei minori è divenuta una problematica estremamente drammatica e intrinseca nelle famiglie. “Questa secondo me è una delle piaghe peggiori che stanno colpendo la zona di Kapoeta. I bambini che vedete che vagano per le vie di Narus o Kapoeta, è bene specificarlo, non sono orfani, ma vengono allontanati dai loro genitori perché questi non sono in grado di mantenerli e quindi per i figli la vita si riduce a una ricerca continua di resti di cibo. La situazione è estremamente grave e non è sostenibile. Il governo non è in grado di far fronte a questa emergenza e il solo soccorso offerto a questi bambini viene dai presidi dei missionari che hanno delle scuole e dei dormitori”. A spiegare la situazione è Roberto Trisciani, 33 anni, da 8 anni in Sud Sudan, capo progetto dell’ong italiana Avsi. Avsi è presente nel Paese africano, regione di Great Kapoeta, dal 2017 con lavori sull’agricoltura e sull’educazione. E negli ultimi anni l’organizzazione non governativa ha incrementato i suoi sforzi nel portare aiuto alla popolazione sud sudanese.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-404702" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_032-1-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Stato dei Lakes, Rumbek, May 2023. Pastori Dinka: secondo un censimento del 2008, si calcola che siano 4,5 milioni di persone, corrispondenti al 18% della popolazione totale del Sudan del Sud, di cui rappresentano quindi il maggiore gruppo etnico.</figcaption></figure>



<p>L’instabilità politica, l’isolazionismo dettato dalla pandemia del Covid-19, i danni provocati dal cambiamento climatico che in Sud Sudan ha causato l’alternarsi di una stagione arida e di una di piogge alluvionali e la difficoltà di reperimento delle materie prime e del grano a causa della guerra in Ucraina e dell’ultima crisi nel confinante Sudan, hanno esasperato una situazione già estremamente fragile. Nel 2021 si è infatti verificata la peggior crisi alimentare mai vista dall’indipendenza del Paese ad oggi, e circa il 60%della popolazione tuttora versa in uno stato di bisogno e oltre 7 milioni di persone sono in una condizione di insicurezza alimentare acuta. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-402579" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_029-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Equatoria, Kapoeta, maggio 2023.</figcaption></figure>



<p>Dal punto di vista sociale la crisi ha comportato un incremento dell’utilizzo di strategie di sopravvivenza negative tra la popolazione come il matrimonio precoce al fine di ottenere un reddito, e l&#8217;abbandono scolastico forzato per impiegare la manodopera minorile in attività di sussistenza. Inoltre, l’investimento statale in servizi essenziali è minimo e l’accesso a quelli di base, quali educazione, sanità, protezione e tutela legale, è quasi inesistente.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-402586" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_017-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Toposa: comunità pastorale, gruppo Ataker ( che comprende toposa karamoja e i Turkana ) vive nel sud-est del Sud Sudan ed è una delle etnie maggioritarie del Paese</figcaption></figure>



<p>“Nell’area in cui ci troviamo la gente non ha assolutamente accesso ai servizi principali come la sanità, l’educazione o la reperibilità di acqua potabile. E gran parte della popolazione non sa cosa sia una scuola, il tasso di alfabetizzazione raggiunge appena il 2% e i bambini e le bambine non vengono indirizzati verso strutture scolastiche.” Ha spiegato Trisciani che poi ha proseguito dicendo: “Il progetto <em>Iniziativa di emergenza</em> in supporto all’integrazione socioeconomica delle popolazioni sud sudanesi sfollate, ritornanti, rifugiate vittime della crisi umanitaria protratta in Sud Sudan, Etiopia e Uganda che ora Avsi sta realizzando in partnership con Intersos con il finanziamento dell’Agenzia italiana per la cooperazione e&nbsp; lo sviluppo, mira proprio all’aiuto e al supporto delle fasce più deboli e riguarda l’educazione scolastica e l’agricoltura, due fattori estremamente connessi”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-402589" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_021-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Equatoria, Kapoeta, maggio 2023. AVSI supporta la scuola primaria femminile &#8220;St.Bakhita&#8221; a Narus (contea di Kapoeta Est, EES).&nbsp; La scuola ha non solo lo scopo fornire l&#8217;educazione di base in una zona dove le scuole non ci sono, ma soprattutto di sostenere bambine e ragazze madri e/o vittime di matrimoni forzati. La scuola ospita più di 600 studentesse</figcaption></figure>



<p>Uno degli obiettivi del progetto di Avsi è l’introduzione dell’aratro a traino animale nelle comunità dei Toposa. L’aratro, per quanto possa sembrare uno strumento antico, ad oggi è un attrezzo quasi del tutto sconosciuto in Sud Sudan. E il suo inserimento nelle comunità agricole, sebbene richieda molto tempo, potrebbe però avere un impatto rivoluzionario sia in termini di resa agricola, poiché permetterebbe di avere un incremento considerevole del raccolto, ma anche in termini sociali portando a un vero e proprio cambiamento delle comunità. Per i Toposa le vacche hanno un valore assoluto; sono merce di scambio, di sopravvivenza, un’ipoteca di esistenza e a pagare le spese di questa “sacralizzazione” dei bovini sono in primis le bambine che vengono date agli anziani leader locali in cambio di capi bestiame, divenendo così vittime di matrimoni precoci e poi, a tutti gli effetti, delle schiave sessuali. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-403796" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_026-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Equatoria, Kauto, maggio 2023. Le donne sono il volano della società toposa, compiono la maggior parte delle attività quotidiane, come quella di prendere l’acqua dai pozzi o fiumi, agricoltura, costruzione delle capanne, raccolta del fuoco, la cucina e cura dei bambini. Vivono in una condizione subalterna.  Alcune donne trasportano pesanti taniche d&#8217;acqua. Sono molto comuni i casi di stupro nel momento in cui le donne vanno dal villaggio a raccogliere l’acqua al pozzo perchè restano fiori 4/5 ore al giorno, e rimangono esposte a situazioni molto spiacevoli</figcaption></figure>



<p>La rivoluzione agricola che provocherebbe l’aratro, qualora riuscisse a divenire uno strumento di uso comune, sarebbe sostanziale e strutturale poiché frutterebbe una maggior resa di prodotti con un minore utilizzo di manodopera e di conseguenza, disponendo di più risorse, nelle comunità si ridurrebbe drasticamente l’abbandono dei minori poiché le famiglie avrebbero molti più mezzi per il mantenimento dei figli. In sintesi, l’aratro sarebbe lo strumento attraverso il quale si avvierebbe una rivoluzione copernicana in grado di porre fine all’abbandono scolastico e alla cessione delle bambine. <br>“Dare un bambino a un vecchio, significa uccidere il bambino!”. Josephine è seduta nel dormitorio del centro scolastico di Kapoeta, è una bambina e intorno a lei tanti altri bambini con divise color porpora e quaderni in mano scrivono, disegnano, giocano, si riappropriano di un’infanzia che non hanno mai avuto. “Quando ero a scuola i miei zii un giorno sono venuti a prendermi perché volevano riportarmi al villaggio dal momento che la dote di mia madre non era completa e quindi mi volevano dare a un uomo affinchè lui in cambio desse alla mia famiglia delle mucche”. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-402590" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_022-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Equatoria, Narus, maggio 2023. Josephine Nakidor John, 15 anni. Josephine è scappata dal un matrimonio forzato, trovando rifugio nella scuola primaria femminile &#8220;St.Bakhita&#8221; a Narus, supportata da AVSI. Quando Josephine aveva 11 anni, i suoi genitori la volevano dare in sposa ad un uomo anziano che aveva già 5 mogli. Nonostante la giovane età Jospehine per tre giorni è riuscita ad opere resistenza e scappare trovando poi un posto sicuro dove stare nella scuola di St.Bakhita.</figcaption></figure>



<p>È un racconto destabilizzante e che toglie il fiato quello della giovane ragazza sud sudanese che oggi studia in un centro sorto grazie al contributo di Avsi. “Ho chiesto alla suora che gestiva la scuola se potesse ospitarmi per non tornare al villaggio e lei così ha fatto. E oggi sono qua”. La storia di Josphine è analoga a quella di altre decine di bambini e bambine fuggiti o abbandonati dalle loro famiglie e che ora, grazie alla scuola e al dormitorio che li ospita, vivono il proprio presente e sognano un futuro. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-402591" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/GUM_20230515_sud_sudan_024-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption class="wp-element-caption">Africa, Sud Sudan, Equatoria, Narus, maggio 2023. AVSI supporta la scuola primaria femminile &#8220;St.Bakhita&#8221; a Narus (contea di Kapoeta Est, EES).&nbsp; La scuola ospita più di 600 studentesse, tra le quali almeno 20 sono supportate da Avsi attraverso il pagamento delle tasse scolastiche, l&#8217;acquisto di libri e materiali scolastici da aggiungersi ai corsi di formazione che Avsi organizza per gli insegnanti.</figcaption></figure>



<p>Non rischiano più di essere uccisi dai razziatori di bestiame mentre portano al pascolo le greggi e nemmeno di divenire le mogli bambine di vecchi capi villaggio. Studiano, imparano, vivono, costruiscono speranza.&nbsp; “È un Paese che non cambierà mai, un Paese in cui ci saranno sempre guerre e violenze e bambini che muoiono di fame…è questo quello che comunemente si dice e si pensa del Sud Sudan”, ha chiosato Roberto Trisciani&nbsp; che poi, prima di accomiatarsi, ha concluso dicendo: “Ma lavorando sulle persone e lavorando con tutti quelli che vogliono cambiare la loro terra, io sono certo che qualcosa qui cambierà. Sì in Sud Sudan, qualcosa cambierà!”.</p>


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                            Testo
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                                    Daniele Bellocchio
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                                    Marco Gualazzini
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		<title>L&#8217;eterna instablità africana</title>
		<link>https://it.insideover.com/dossier/leterna-instablita-africana</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jul 2023 08:39:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/ilgiornale2_20221006184144207_77b6d50b90575253001801769224d310-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A 30 anni dalla battaglia del Checkpoint Pasta a Mogadiscio ripercorriamo l'eterna instabilità che sembra percorrere il Corno d'Africa. Crocevia di interessi, terrorismo e lotte di potere.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/dossier/leterna-instablita-africana">L&#8217;eterna instablità africana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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