La geopolitica della corsa allo spazio
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L’accordo sui migranti tra Regno Unito e Ruanda diventa uno dei temi bollenti dell’attualità britannica dopo il voto che ha sancito la sopravvivenza del governo di Boris Johnson. L’affaire è iniziato nell’aprile di quest’anno, quando i due Paesi hanno siglato un accordo che prevede il ricollocamento nello Stato africano dei migranti entrati illegalmente in territorio britannico fino a che non sia terminato lo studio della richiesta d’asilo. Accordo che in ogni caso, almeno per il momento, sembrerebbe escludere un futuro approdo nella terra di Sua Maestà anche in caso di accettazione dello status di rifugiato.

Il patto si basa sulla svolta impressa dal premier conservatore sul fronte dell’immigrazione e che è stata cristallizzata nel “Nationality and Borders Bill”. Un provvedimento che ha imposto una stretta sull’accoglienza al punto da prevedere appunto una base legale per il ricollocamento di persone in altri Stati. Svolta che ha provocato durissime reazioni da parte di ong, agenzie internazionali, associazioni e anche parti della politica, ma che non si è fermata nonostante i molteplici ricorsi nei confronti dell’azione del governo. L’Alta Corte di Londra ha infatti respinto le prime richieste di fermare il provvedimento ribadendo la correttezza legale dell’azione del governo. E così, nonostante le proteste, Regno Unito e Ruanda hanno confermato l’accordo rendendolo definitivamente operativo, anche se con numeri certamente inferiori rispetto alle aspettative (i ricorsi infatti continuano a bloccare molte partenze). Numeri che per il momento fanno tuttavia credere che il patto della discordia tra i due Paesi possa essere una mossa molto di immagine ma priva di una reale capacità di incidere sulla gestione del fenomeno migratorio in terra britannica.

La scelta di Johnson di tirare dritto non è in ogni caso una mossa di secondaria importanza. Se è vero che infatti, almeno per il momento, non sembra esserci una deriva di “deportazione di massa” verso un Paese che non può offrire in alcun modo le garanzie di vitae anche giuridiche di Londra, l’accordo con il Ruanda ha scatenato le reazioni molto dure in apparati estremamente rilevanti del Regno. Parole di sdegno non sono giunte solo dalle sole associazioni che lavorano sull’accoglienza, che potrebbe essere considerato scontato, ma anche da parte di segmenti molto rilevanti della società britannica. Il Public and Commercial Services Union (Pcs), sindacato che rappresenta circa l’80% del personale della Border force britannica dipendente dal ministero dell’Interno, ha fatto ricorso contro l’accordo.

La Chiesa d’Inghilterra, attraverso una pesante lettera d’accusa pubblicata sul Times, ha definito il piano per mandare i migranti illegali in Ruanda come “una vergogna”, una “politica immorale che disonora la Gran Bretagna” perché “la nostra eredità cristiana dovrebbe ispirarci a trattare i richiedenti asilo con compassione, equità e giustizia, come abbiamo fatto per secoli”. Nei giorni scorsi, era iniziata addirittura a circolare la voce che il principe Carlo in persona si fosse espresso in modo altrettanto negativo su questa vicenda. Fonti anonime hanno detto che l’erede al trono avrebbe parlato di un accordo “sconcertante”. E nonostante la smentita del palazzo reale – un portavoce ha ribadito che il principe di Galles “rimane politicamente neutrale” e che “e questioni politiche sono decisioni che spettano al governo” – molti ritengono che l’accordo sia stato comunque accolto con molta freddezza.

Le reazione interne sono state dunque molto pesanti. Johnson però non cede e anzi, conferma la volontà di mantenere in vita questa struttura di accordi internazionali giustificandola con il volere bloccare “l’attività continua di bande criminali” che lucrano sul traffico di migranti. E in questo non è difficile scorgere due tipiche modalità di azione del governo conservatore di “Bojo”. La prima è quella di imprimere una netta chiusura sull’immigrazione, che è da sempre un pallino del primo ministro sin dalla sua elezione. Lo ha fatto con la Brexit, e lo ha ribadito con questi provvedimenti di forti restrizioni. Un secondo punto è quello riguardante la volontà di ribadire l’idea di una Global Britain che sfrutti le alleanze con il mondo post-coloniale per costruire l’immagine di un impero che ancora oggi ha una forza in grado di evitare che i problemi della globalizzazione ricadano esclusivamente sul territorio britannico. Infine, non va dimenticato anche il tempismo dell’attivazione di questo accordo nel momento in cui Johnson, in calo nei consensi e all’interno del suo partito, torna a puntare sulla giro di vite sull’immigrazione e sull’accordo più duro per la Brexit con la questione nordirlandese.

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