L’orrore, l’orrore
30 anni dal genocidio del Ruanda

L’orrore, l’orrore

Trent’anni fa oggi, nel piccolo Paese della Regione dei Grandi Laghi, il Rwanda, incominciava quello che la storiografia ci ha tramandato come il “genocidio del Rwanda”, un massacro di oltre 800mila persone (oltre un milione secondo le stime del governo di Kigali) avvenuto tra l’aprile del 1994 e il luglio dello stesso anno.

Tre decadi sono ormai trascorse da quando nel cuore del continente africano si perpetrò un massacro di uomini, donne e bambini. Odio etnico, pianificazione meticolosa e complicità internazionali hanno prodotto uno dei massimi orrori contemporanei e oggi, per evitare che l’anniversario sia solo una compunta celebrazione di un avvenimento che riteniamo ormai consegnato alle pagine della storia, occorre ripercorre gli eventi più salienti di quei mesi di sangue e terrore.

I prodromi del genocidio del Rwanda vanno ricercati a partire dalla fine degli anni Cinquanta quando nel Paese delle Mille Colline nacque il partito Parmehutu, che pubblicò il “Manifesto dei Bahutu” e diede vita ad una serie di attacchi contro la minoranza tutsi.

Il partito razzista, rappresentanza della popolazione hutu (la popolazione del Rwanda è composta per l’84% da hutu, il 15% sono tutsi e l’1% twa), nel 1960 abbatté la monarchia, proclamò presidente della Repubblica Gregoire Kayibanda e questi instaurò un regime che da subito avviò persecuzioni e attacchi contro le comunità tutsi.

E anche durante il periodo dell’esecutivo di Juvénal Habyarimana, che prese potere con un colpo di stato nel ’73, discriminazioni e attacchi su base etnica continuarono. In Uganda intanto i profughi tutsi ruandesi capeggiati da Paul Kagame e Fred Rwigyema diedero vita al Fronte Patriottico Ruandese, un movimento ribelle che aveva l’obiettivo di consentire il rientro in patria degli sfollati tutsi.

Ma mentre gli scontri tra regolari e insorti lasciavano sul terreno morti e feriti sul Rwanda stava per abbattersi una terribile crisi economica: la scintilla che avrebbe dato fuoco alla polveriera del genocidio. La guerra civile infiammava la nazione e l’aumento demografico metteva in ginocchio il Paese che non aveva abbastanza risorse per provvedere al fabbisogno dei suoi cittadini.

Il governo belga prima, e quello francese poi, diedero il proprio supporto all’esecutivo di Habyarimana e il 4 agosto del 1993, grazie alla mediazione di Bruxelles, vennero siglati agli accordi di Arusha che prevedevano il rientro di tutti i profughi tutsi e una spartizione del potere tra il partito hutu e l’Fpr e sempre Burxelles decise di inviare entro la fine dell’anno un contingente di 450 caschi blu. Ma la spartizione e la condivisione del potere non vennero accettate dal cerchio magico di Habyarimana e dallo zoccolo duro dell’hutu power e così iniziarono ad essere importati machete dalla Cina, vennero create milizie paramilitari, gli interahamwe, vennero stilate liste contenenti i nomi dei tutsi da uccidere e ”Radio Machete” e ”Radio des Miles Colines” diffusero messaggi che invitavano a massacrare gli ”scarafaggi tutsi”.

Poi la notte del 6 aprile: l’aereo con a bordo il presidente del Rwanda Juvénal Habyarimana e l’omologo burundese Cyprien Ntaryamira venne abbattuto mentre stava per atterrare sulla pista di Kigali, immediatamente si formarono i posti di blocco in tutta la città: il genocidio ebbe  inizio.

I leader politici tutsi vennero assassinati, il premier Agathe Uwilingyimana, leader di un partito hutu d’opposizione, venne prelevata dalla sua abitazione e, dopo essere stata stuprata e seviziata, venne uccisa e come lei altri hutu moderati che si opposero alla carneficina (i dati dicono che il 20% delle vittime del genocidio furono hutu moderati che dagli estremisti vennero considerati alla stregua di traditori).

Il Paese divenne una plaga di morte e violenza. Pure le chiese divennero il proscenio di massacri, stupri ed esecuzioni a colpi di machete e mazze chiodate. L’Onu ritirò i caschi blu, gli U.S.A, ancora scottati dall’esperienza somala, non mossero un dito e la Francia, che aveva inviato armi e addestrato le Forces Armées Rwandaises, divenne invece complice pianificando l’Operation Turquoise, un corridoio che consentì alle milizie hutu di trovare riparo nel vicino Zaire. 

L’incubo volse al termine quando il 4 luglio Kagame, alla testa dei ribelli dell’Fpr, entrò in Kigali e il 16 luglio il conflitto venne definitivamente considerato concluso.  Trent’anni sono trascorsi da quei giorni, il Ruanda è oggi una delle potenze economiche del continente africano, all’avanguardia in una pluralità dei settori, da quello dell’hi-tech  al turismo sostenibile, dalla sanità all’istruzione.

Ma il Rwanda è oggi considerato uno degli stati maggiormente autoritari e repressivi dell’Africa, oltre ad essere provata la sua complicità nel finanziamento dei gruppi ribelli che infestano le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove, da decenni, si consuma un genocidio silenzioso per l’accaparramento delle risorse del sottosuolo.

Alla luce quindi di ciò che è stato e di quanto sta accadendo ora nella regione dei Grandi Laghi è bene ricordare le parole con cui Roberto Mauri, nel suo libro Rwanda, la notte delle stelle cadute‘, inizia il racconto di quello che è stato uno degli episodi più drammatici della nostra contemporaneità: “Un fischio graffiò l’aria e una riga luminosa e curva incise il cielo… Clement ed Emanuel non lo sapevano, ma quello che era esploso in aria era l’aereo presidenziale. Pochi minuti prima della mezzanotte di quel mercoledì 6 aprile 1994 due missili Sam-7 avevano abbattuto un aereo ed ucciso il presidente del Rwanda e il suo omologo burundese. Quella notte iniziava il genocidio. Quella notte si apriva la strada che in soli quattro mesi avrebbe portato alla morte di 800mila persone in tutto il Paese. Quella notte si decise che l’inferno era arrivato”.