La neve scende sui tornanti della Liguria oggi, come scendeva su quelli del Sangiaccato pochi mesi fa. La Fiat Panda, sempre la stessa, questa volta, però non è carica di borse e macchine fotografiche; c’è silenzio al posto delle voci e fuori dal finestrino tutto scorre accanto, mentre lo sguardo, tra le intermittenze dei tergicristalli, fisso davanti, rincorre ciò che si è lasciato dietro.

Tanti amici e colleghi, accorsi da ogni parte di Italia ed Europa, si sono ritrovati al cimitero di Genova questa mattina. Parole, lacrime, fotografie, i versi di Mercedes Sosa, todo cambia, il lungo addio. E adesso, in questo piccolo abitacolo, all’interno del quale abbiamo attraversato insieme i Balcani, mentre la macchina ingrana la marcia senza alcuna avventura da inseguire, permangono un’assenza che colpisce come una sottrazione fisica e un’eredità di tracce immateriali, come una vertigine sul definitivo.

Si scrivono i commiati, spesso, parlando dell’altro quando in realtà si parla di noi. E questo è male. Ma con Ivo Saglietti non può che essere così. E questo è bene. E’ un mosaico di vite quella che è stata la vita di Ivo, e non è possibile intrappolarla in una biografia lineare o in un saggio da manuale del mestiere. Lui, così refrattario ai sentieri segnati e alle autostrade che “portano da tutte le parti senza mostrarti alcun luogo”, non ha scolpito cammini tracciati ma ha veleggiato in un labirinto di storie e persone, di situazioni e aneddoti, in cui perdersi e vagabondare per poi, forse, infine ritrovarsi. Solo riunendo i tasselli, che chi ha condiviso una parte di cammino con Ivo conserva, si può realizzare un racconto della sua vita credibile e vero ma, in ogni caso, e per fortuna, disordinato e errante, contraddittorio e insubordinato. E, come punti fermi, la fotografia e il viaggio.

Siamo partiti a bordo della Panda per raccontare i Balcani in un momento in cui le terre dell’ex Jugoslavia assumevano le tinte di un Donbass affacciato sulla Drina. Oltre 4000 chilometri in macchina da Milano sino al Kosovo e poi ritorno, attraversando la Croazia, la Bosnia Erzegovina, la Repubblica Srpska, il Sangiaccato, la Serbia e la Slovenia. Una piccola Panda, un viaggio lento, due stradari e nessuna super strada. Andavamo a realizzare quello che sarebbe stato, tristemente, l’ultimo reportage di Ivo; un male profondo e buio già agguattava il suo corpo, ma non lui, che ancora non lo sapeva e progettava reportage e disegnava fotografie su un taccuino: sino alla fine schiavo felice di una passione mai domata.

Theo Angelopulos e Lo Sguardo di Ulisse, Izzo e la trilogia di Fabio Montale e poi Albert Camus e i dervisci di Rumi, la Panda macinava chilometri, Ivo racconti. Si svelava poco alla volta Ivo Saglietti, mezzo italiano e mezzo francese, allergico ai conformismi e alla mediocrità e infettato da un’odissea inquietudine che lo attirava verso la scoperta delle arti, della letteratura, dei film e della cultura in generale. Grandi successi professionali, premi e riconoscimenti internazionali: fama da artista, occhio da artigiano, attitudine da operaio. Abbandonare i conformismi, il posto in banca e quello in fabbrica, vivere con verità piene le proprie utopie e illusioni, ma conservando sempre, nei confronti del lavoro, una reverenza religiosa, spesso integralista. Così era Ivo Saglietti che ostentava, come una medaglia biografica e una seconda pelle, la tuta blu di suo padre e che, per nutrire il suo sguardo e onorare la sua professione, rubava tempo al sonno, al corpo e al piacere. Severo con se stesso e con gli altri, non elargiva complimenti inflazionati o gentilezze gratuite, ma tra le pieghe dure del volto e le solitudini che gli macchiavano gli occhi, lasciava intuire un amico autentico.
Eravamo arrivati a Srebrenica dopo aver fatto alcune interviste a Tuzla.

Noi due e Erman, il fixer: tre uomini in Panda, parafrasando Jerome. Ore di viaggio senza alcuna comodità, contrattempi e ritardi per il divieto tassativo di prendere qualsiasi autostrada e così, in tarda serata, una volta nel piccolo villaggio bosniaco, noto per la strage di musulmani del luglio 1995, la scoperta che non c’era alcun posto dove poter trascorrere la notte. Telefonate, nervosismo, revisione dei piani e, dopo minuti senza alcuna soluzione, nonostante la stanchezza, la rassegnazione all’idea di dover ripartire. Ivo scende dalla piccola vettura, si sgranchisce le gambe, caracolla per la piazza del Paese, accede una sigaretta, rincorre memorie, studia la luce. Un uomo calvo e ingobbito dall’età lo guarda, si guardano, si avvicinano e si abbracciano. “E’ un vecchio amico, non ci vedevamo da un po’. Credo una decina d’anni. Ci ospita questa notte. La bellezza del nostro mestiere”.

Amava il suo mestiere più di come si possa amare qualsiasi professione, perché non era una vocazione o un lavoro il fotogiornalismo, per Ivo era la vita. Un passato da cineoperatore nella Torino degli anni ’70 e poi la macchina fotografica. Nella fotografia aveva trovato il segreto della creatività e dell’ideale, della critica all’ortodossia e dell’eresia libertaria. Una Leica e un impulso corrivo a raccontare il presente, se questo è un’ingiustizia sconosciuta, l’avevano spinto a Cuba, ad Haiti, in Nigeria, in Siria, in Congo, in Salvador, in Nicaragua con i Sandinisti per il New York Times, affiancato dal premio Nobel Vargas Llosa come cronista. E poi in Libano, durante la guerra civile quando, per mandare le foto in stampa, occorreva precipitarsi in aeroporto e consegnare pellicole e galanterie alle hostess in partenza con il primo volo per Parigi.

Vecchia scuola, occhi vivi e pensieri veloci, linguaggio fine ed affilato, libri tanti ma nessuna certezza, se non quella di rimanere coerenti con il se stesso di quando si è giovani, per invecchiare senza mai correre il rischio di diventare adulti ed evitare così che le suggestioni della rivolta possano essere inquadrate dalla politica, le letture fatate delle contestazioni disciplinate dalla burocrazia e del vagabondaggio altro non resti che un fantasma impigrito dalle rate del mutuo, dal bollo dell’auto e dalle crociere in famiglia.
Era un uomo serio Ivo, ma capace anche di non prendersi sul serio, un uomo di battute fulminee, un po’ levantine nella loro arguzia e un po’ transalpine nella loro affettazione, si lasciava sopraffare da facili e brevi asprezze ma con calma monastica incideva profonde e indelebili generosità. C’era un libro che mi ero portato da leggere durante il viaggio, “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andric, che divenne il libro del viaggio. Io ne ero calamitato, Ivo ne sapeva recitare interi passi a memoria.
Dopo essere partiti da Sarajevo dovevamo dirigerci verso la Serbia, a sud, per poi puntare verso il Kosovo. Io guidavo, Ivo mi dava indicazioni sulle strade da prendere. La tappa d’arrivo doveva essere Novi Pazar; Ivo sulla cartina seguiva invece la direzione per Visegrad. Non mi disse nulla, non mi accorsi di nulla e solo quando arrivammo nella città raccontata da Andric nel suo libro e vidi le 11 campate del ponte e la statua di Mehmed Pascià ebbi la comprensione del perché di quella deviazione e della portata di quel destino inaspettato.

Un regalo intimo e prezioso del valore di una confessione tra amici: la manifesta dichiarazione della ricerca finale del suo ultimo lavoro: “il dolore e la sofferenza, ma anche l’ emblema della fusione di due diversi mondi che si sono contrapposti e succeduti, quello orientale e quello occidentale”. Ci sedemmo a chiacchierare osservando lo scorrere della Drina e delle epoche e solo allora, dopo averlo conservato con parsimonia per tutto il viaggio, mi offrì il racconto di quando in Kosovo le soldataglie serbe lo fermarono a un checkpoint a bordo di una vecchia auto piena di volantini di miliziani albanesi dell’ UCK: anche allora per colpa o per merito di una strada sbagliata.
La neve continua a scendere e macchia il parabrezza come una pellicola in bianco e nero, l’attrito dei ricordi contro la solitudine provoca lo struggente suono della malinconia e intanto riguardo nella memoria quella sola foto che ci ritrae insieme ormai al termine dell’avventura. “E’ stato un bel viaggio. Facciamoci una foto!”.

Si, è stato un bel viaggio Ivo, e altrettanto bello possa essere il tuo, sempre con la solita sigaretta appesa a quell’ombra di sorriso che adesso qui, accanto a me, all’interno della Panda, sembra di scorgere ironica e beffarda perché ho sbagliato di nuovo strada, essendomi perso, tra commoventi ma autentici ricordi
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