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Politica

Cuba: l’abisso senza luce

“Tra due mesi dovremmo andare all’Avana e lì i medici ci diranno che ne sarà del nostro bambino. Se sarà possibile effettuare l’intervento a cuore aperto per permettergli di respirare in modo autonomo, se non sarà più possibile per il...

“Tra due mesi dovremmo andare all’Avana e lì i medici ci diranno che ne sarà del nostro bambino. Se sarà possibile effettuare l’intervento a cuore aperto per permettergli di respirare in modo autonomo, se non sarà più possibile per il peggioramento delle sue condizioni, o di quelle del sistema sanitario nazionale, o se verrà ulteriormente rimandato perché casi più urgenti hanno avuto la precedenza. Solo allora sapremo che sarà di lui. E di noi”.

Leisy Rodriguez, 28 anni, vive in una piccola casa a Surgidero de Batabanó, centro costiero a circa 60 chilometri dall’Avana. Insieme a lei il marito Yoandi, oggi disoccupato, fino a pochi anni fa impegnato come portuale, e i loro tre figli. Il più piccolo, Crislandy, di due anni e sette mesi, è nato con sindrome di Down, non diagnosticata in gravidanza, e una cardiopatia congenita altrettanto sfuggita agli esami prenatali: un’ampia comunicazione tra i due ventricoli del cuore che ne ha alterato il flusso sanguigno e ne ha progressivamente ingrossato le pareti. Una condizione che lo ha costretto a un intervento di cardiochirurgia prima ancora che compisse il primo anno. Non riuscendo, in seguito, a mantenere pervie le vie respiratorie in autonomia, è stato sottoposto a tracheotomia: la sola condizione che ora gli consente di poter respirare.

LEISY ESTEBEZ RODRIGUEZ:  donna di 28 anni che vive nella città rurale di Surgidero de Batabano , madre di tre figli. Christopher di 9 anni, Leandy di 4 e Crislandy di 2 anni e 7 mesi. Il più piccolo è nato con la sindrome di Down e una grave patologia cardiaca a causa della quale gli è stata effettuata una tracheotomia. Il bambino necessiterebbe di una macchina in grado di aspirare l’accumulo di espettorato per evitare che soffochi. A causa della mancanza di elettricità e risorse, i genitori non possiedono l’apparecchiatura e la madre è costretta, con la propria bocca, oltre 20 volte al giorno, ad aspirare dalla trachea del figlio l’escreato. Una storia drammatica che rivela, nella Cuba odierna, il dolore, la frustrazione e la disperazione di una famiglia che, abbandonata a se stessa,  affronta, nell’indigenza più totale, la tragedia della malattia del proprio figlio non sapendo quale destino il piccolo avrà in sorte.

La madre racconta la situazione del figlio mentre, in cucina, scalda su un braciere a carbone una pentola d’acqua. Il caldo tropicale dei Caraibi e l’umidità, l’assenza di elettricità e di acqua corrente, inanellano in una catena di privazioni l’ordinario della famiglia: sineddoche esemplare di un intero popolo.

“Devo continuamente far bollire l’acqua per sterilizzare le cannule con cui aspirare l’espettorato di Crislandy. Senza elettricità l’aspiratore non funziona e quindi la sola maniera per evitare che l’eccesso di secrezioni lo soffochi è che io le aspiri direttamente dalla sua trachea con la mia bocca”.

Il silenzio segue le parole della donna, e in esso, negli occhi vinti e velati del padre, nei colpi di tosse del bambino e nella pervicacia dell’esistenza della madre, temeraria scommessa con una tragedia sempre possibile, si raffigura icastico il ritratto di un Paese che ha oltrepassato ogni limite del dolore e del disastro, in cui il diritto a vivere o morire dipende dall’elettricità, dall’acqua corrente, dalla disponibilità di un ospedale, ma soprattutto dal potere. Quello del governo rivoluzionario dell’Avana, che nella forma incorrotta e aurorale della retorica rivoluzionaria beatifica l’ossimoro resistenziale: per il popolo, imperativo di condotta e viatico esistenziale; per funzionari e papaveri di regime, invece, volontà di comando e avidità di privilegio. E quello di Washington, armato per l’impresa del rancore e della vittoria dopo l’impasse mediorientale, che ha cinto d’assedio per fame l’isola che fu rebelde, con l’indifferenza di chi possiede tutto verso chi possiede nulla e l’inamovibile volontà di imporle una fine cieca e senza appello.

La crisi cubana, però, non nasce oggi e non può essere spiegata soltanto con l’offensiva di Washington. La prima grande frattura arrivò nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che privò Cuba del principale sostegno economico su cui si era retta per decenni. Da allora l’isola ha cercato di sopravvivere procurandosi all’estero ciò che non riusciva più a produrre, ma la pandemia ha fatto saltare anche questo fragile equilibrio e la riforma monetaria del 2021 ha provocato una crisi inflazionistica estrema, facendo precipitare il valore del peso. Lo Stato ha continuato però a preservare il proprio apparato militare e repressivo, senza riuscire a rilanciare un’economia ormai improduttiva né a garantire alla popolazione beni e servizi essenziali.

A questa crisi strutturale si è aggiunta quella energetica. Il 3 gennaio 2026, con la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, è venuto meno anche il principale sostegno rimasto all’Avana: il greggio venezuelano. La fine delle forniture ha privato Cuba di una delle ultime fonti di ossigeno che consentivano di tenere in funzione un sistema ormai al limite.

Da allora Washington ha scelto di stringere ulteriormente la morsa. L’amministrazione Trump ha colpito il governo cubano e GAESA, il conglomerato militare che controlla una parte enorme dell’economia dell’isola, e ha reso più difficili le transazioni finanziarie e commerciali con Cuba. Le restrizioni hanno coinvolto anche le missioni mediche cubane all’estero, le società che forniscono petrolio all’isola e i circuiti finanziari attraverso cui arrivano valuta e rimesse. Anche il turismo è stato colpito dalle restrizioni americane, che hanno reso più difficile per gruppi e operatori internazionali investire e operare sull’isola; persino strumenti ordinari dei pagamenti internazionali, come le carte Mastercard, sono rimasti fuori dalla quotidianità cubana. La logica di Washington è dichiarata: strangolare economicamente il regime per costringerlo a cambiare.

Una responsabilità non cancella l’altra: Cuba ha costruito per decenni le condizioni della propria vulnerabilità; Washington ha scelto di trasformare quella vulnerabilità in una leva politica. E l’isola intera intanto resta senza carburante, senza corrente, senza acqua e, ormai, senza più margine per illudersi di un destino migliore.

“Un giorno ho sentito Crislandy tossire, ho preso le cannule che avevo e ho incominciato ad aspirare più forte che potevo. Non sono riuscita con la prima cannula, pensavo fosse un difetto di questa, allora ne ho utilizzata un’altra, e anche quella non funzionava. A quel punto ho capito: il tappo di espettorato era troppo solido, con la sola forza dei miei polmoni non potevo liberargli la trachea. Lui ha iniziato a divenire cianotico”.

Leisy è seduta sul divano della sala, dopo aver chiuso le porte della casa per evitare che la fuliggine del carbone, indispensabile ormai per cucinare su un’isola dove gas ed elettricità sono sempre più rari e costosi, invada le stanze e la camera da letto dove suo figlio riposa.

“Sono corsa in strada tenendolo in braccio e urlando disperatamente. Un vicino aveva ancora una scorta di benzina, è riuscito ad accendere un piccolo generatore che abbiamo collegato all’aspiratore e così siamo riusciti a salvare Crislandy. Ma se dovesse succedere di nuovo? Non lo so se oggi il destino ci potrebbe aiutare ancora”.

Le parole della madre sono il racconto della violenza più assoluta, quella che trasforma gli innocenti in colpevoli, dannati dalle maledizioni storiche e dalle malvagità politiche e confinati in una prigione di remissione senza redenzione: Cuba. Una necropoli dei viventi, crollata su se stessa, dove non si trova neppure la materia prima con cui impastare il simulacro di ciò che è stato. La capitale è un disordinato labirinto di palazzi amputati e strade rabberciate, di vie invase da rifiuti, scarafaggi, ratti e questuanti. Dietro le facciate scrostate e le piazze un tempo consacrate alla liturgia rivoluzionaria, langue un Paese che ha dilapidato le proprie promesse e nel quale la grande epopea della rivoluzione si è lentamente ritratta fino a lasciare soltanto la sua carcassa: il potere che resiste a se stesso, la popolazione che agonizza, i giovani che partono, gli anziani che restano nella fatalità della propria solitudine.

E quando cala il buio e le città vengono inghiottite dai blackout, sembra di assistere non più soltanto al collasso di un sistema elettrico, ma all’oscurarsi di un’intera idea di futuro. Il mito si è fatto rovina, la promessa attesa, la resistenza sopravvivenza. A Cuba ormai non si attende più la vittoria, ma che qualcosa accada: che arrivi il carburante, che torni la corrente, che riapra un ospedale, più semplicemente che un figlio possa essere curato.

Un colpo di tosse, poi un altro. Leisy si precipita nella stanza di Crislandy, tranquillizza il piccolo, infila la cannula nel foro della trachea del figlio con gesti disperatamente meccanici, istantanea dell’abitudine al disumano. Aspira una volta, un’altra ancora e ancora. Il respiro del bambino si fa più regolare, la mamma lo prende in braccio, lo culla e lo ripone nel lettino.

“Tutto questo avviene anche venti volte al giorno. Potete immaginare? Il governo invita a resistere per la patria e il socialismo, ma nonostante le garanzie che mi ha fornito non è stato in grado di procurarmi neanche un piccolo pannello solare per far funzionare l’aspiratore. Washington ci vuole salvare facendoci soffocare, e a mio figlio questa sorte sembra dover toccare per primo!”.

Sono occhi stremati ma invitti, accesi e febbrili, quelli della madre. Poi il dolore diviene rabbia, la rabbia invocazione. Leisy invoca Dio, e al cospetto della passione di una madre che chiede soltanto che suo figlio possa respirare, persino dio sembra aver perduto la maestà della sua maiuscola.

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