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	<title>economia africana Archives - InsideOver</title>
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	<title>economia africana Archives - InsideOver</title>
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		<title>Sudafrica: governo nero-bianco d&#8217;emergenza per scampare al disastro economico</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-sudafrica-ha-scelto-la-sua-strada.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2024 12:03:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[economia africana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1296" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sudafrica" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-600x405.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-1024x691.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-768x518.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-1536x1037.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ramaphosa è nuovamente presidente, ma il leader dell'Anc ha dovuto formare un Governo di emergenza con i rivali del Da.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1296" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sudafrica" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-600x405.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-1024x691.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-768x518.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240618004823665_4609eb7c2f49b3f121fb2f72299e2f65-1536x1037.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Come ampiamente preventivabile<a href="https://it.insideover.com/politica/in-sudafrica-zuma-continua-a-ballare-l-anc-fa-i-conti-con-la-sconfitta.html"> dopo il voto dello scorso 29 maggio</a>,<strong> Cyril Ramaphosa </strong>è stato riconfermato presidente del Sudafrica. Non solo, ma per la prima volta da trent&#8217;anni a questa parte il suo partito, l&#8217;<em>African National Congress </em>(<strong>Anc</strong>), ha dovuto stringere accordi di governo con altre formazioni per formare un nuovo esecutivo. </p>



<p>La riconferma del capo dello Stato uscente, che in Sudafrica corrisponde anche al capo dell&#8217;esecutivo, passa quindi attraverso una delle <strong>svolte</strong> più importanti registrate nel Paese. Si può ben dire che, nelle settimane intercorse tra il voto e la rielezione di Ramaphosa,<a href="https://it.insideover.com/politica/sudafrica-dimenticare-quello-di-mandela-per-farne-nascere-uno-moderno.html"> è nato un terzo Sudafrica</a>: finito quello dell&#8217;apartheid nel 1994, adesso ha terminato il suo ciclo anche quello nato dalla vittoria di <strong>Nelson Mandela</strong> trent&#8217;anni fa. Il nuovo Sudafrica eredita problemi dettati dai due precedenti sistemi ma, a ben vedere, ha comunque delle importanti potenzialità: i suoi protagonisti hanno infatti scelto una strada apparentemente più <strong>pragmatica</strong> e legata alla necessità di r<strong>isollevare un&#8217;economia allo sbando da tempo. </strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La storica alleanza tra Anc e Da</h2>



<p>Il destino del Paese, dopo i verdetti delle elezioni, era nelle mani di Ramaphosa. In Sudafrica il presidente viene eletto dal Parlamento ma su indicazione del partito di maggioranza. Che, dal 1994 in poi, è sempre stato l&#8217;Anc e con numeri quasi plebiscitari. <strong>Con il 40% dei consensi ottenuti a maggio</strong>, il partito che fu di Mandela ha dovuto cercare per la prima volta alleati.</p>



<p>Ramaphosa, a capo dell&#8217;Anc e del Sudafrica dal 2018, poteva scegliere due strade. La prima comportava una pace con il suo predecessore, <strong>Jacob Zuma</strong>, e contemporaneamente convolare a nozze con l&#8217;<strong>Eff</strong>, formazione dell&#8217;estrema sinistra ma con connotazioni nazionaliste pan africane. Zuma infatti, con il suo neonato Mk, ha ottenuto il 14% dei consensi. L&#8217;Eff, dal canto suo, è andato leggermente sotto le sue aspettative e ha avuto il 9%. Unendo i voti dell&#8217;Anc con i partiti sopra menzionati, Ramaphosa avrebbe potuto contare su una coalizione apparentemente più omogenea. </p>



<p>Tuttavia, il presidente sudafricano ha scelto un&#8217;altra strada, quella cioè dell&#8217;alleanza con la <em>Democratic Alliance</em> (<strong>Da</strong>). Quest&#8217;ultimo è il principale partito dell&#8217;opposizione, votato soprattutto dalle minoranze di origine europea. Con il suo 21% dei consensi, da sola la Da è in grado di garantire all&#8217;Anc una solida maggioranza. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La via pragmatica del nuovo Sudafrica</h2>



<p>L&#8217;accordo di governo tra i due partiti non ha una connotazione solo numerica. La Da è sì il principale partito di opposizione, ma è anche l&#8217;unico che negli anni è stato in grado di creare una reale alternativa di governo all&#8217;Anc. Lo dimostra il fatto che la formazione da anni guida importanti amministrazioni locali, tra cui su tutte quella di <strong>Città del Capo</strong>. </p>



<p>Ramaphosa ha quindi scelto una via pragmatica, unendo due partiti di governo e dando al Sudafrica una diversa prospettiva rispetto a quella di una coalizione con Mk ed Eff. Questi ultimi sono infatti considerate due formazioni di rango populista, trascinate unicamente dal carisma dei fondatori e dalle proposte giudicate estrema anche da intere dette dell&#8217;Anc. Come, tra tutte, la confisca delle terre ai farmer di origine europea o la loro nazionalizzazione. </p>



<p><strong>Il duo Anc-Da</strong>, completato anche da un terzo partito che confluirà nella maggioranza, ossia il gruppo <strong>Inkata</strong> radicato nella popolazione di origine zulù, ha varato un programma di nove punti che mira soprattutto alla ripresa dell&#8217;economia. Vera e propria emergenza in un Paese che, ancora oggi, è il più industrializzato del continente ma dove, al tempo stesso, sono frequenti i blackout di energia e dove disoccupazione e criminalità appaiono sempre più dilaganti. </p>
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		<title>Sudafrica: dimenticare quello di Mandela per farne nascere uno moderno</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sudafrica-dimenticare-quello-di-mandela-per-farne-nascere-uno-moderno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 15:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Brics]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[economia africana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_10228213.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>30 anni fa il primo voto a suffragio universale. Ma il 29 maggio il partito di Mandela potrebbe perdere la maggioranza e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_10228213.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p><em>Nkosi sikelel&#8217; iAfrika</em>: Dio protegga l&#8217;Africa. È questa la prima frase dell<strong>&#8216;inno nazionale del Sudafrica</strong>, quello adottato ufficialmente nel 1997 e realizzato grazie alla &#8220;fusione&#8221; tra un vecchio canto religioso in lingua xhosa e il precedente inno in vigore nell&#8217;era dell&#8217;apartheid. E già proprio da qui è possibile inquadrare la <strong>complessità dell&#8217;attuale Sudafrica</strong>, l&#8217;unico Paese in cui l&#8217;inno è formato da strofe contenenti <strong>cinque lingue diverse</strong>: la parte iniziale è in <strong>xhosa</strong>, la seconda frase è in <strong>zulu</strong>, poi in mezzo ci sta una parte del brano in <strong>seshoto</strong> denominata &#8220;morena boloka&#8221; e infine la chiusura con il vecchio inno in afrikaans e inglese.</p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Katlego Maboe - Nkosi Sikelel iAfrica" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/Kw3YZ2R4o_E?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_Kw3YZ2R4o_E");</script>
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<p>Non è un caso se esattamente trent&#8217;anni fa, quando il Sudafrica è andato per la prima volta al voto con suffragio universale, è stato coniato il termine &#8220;<strong>Paese arcobaleno&#8221;</strong>, prendendo spunto da una frase pronunciata anni prima dall&#8217;arcivescovo <strong>Desmond Tutu</strong>. Oggi di quanto accaduto nel 1994, di quelle elezioni che hanno visto<strong> la nascita del nuovo Sudafrica guidato da Nelson Mandela</strong>, c&#8217;è ben poca voglia di parlare. Ma non soltanto per le noti tristi vicende che stanno scandagliando da anni la fragile società della prima economia africana (a pari merito, da qualche tempo, con la Nigeria). Il punto focale è che, rispetto a trent&#8217;anni fa,<strong> il Paese ha subito ulteriori e drastici cambiamenti</strong>. Molti in negativo, da un lato: disoccupazione, povertà diffusa, criminalità, perdita di autorità da parte delle forze dell&#8217;ordine, indietreggiamento sul fronte sanitario e infrastrutturale. Ma non tutto è da gettare via: &#8220;Vedo ad esempio &#8211; è la testimonianza, resa su InsideOver, di un impegnato italiano di un un&#8217;azienda che si occupa di energia nella Western Cape &#8211; che le attuali difficoltà stanno contribuendo anche a una<strong> maggiore solidarietà </strong>nella popolazione e c&#8217;è un certo <strong>dinamismo politico e intellettuale</strong>&#8220;.</p>



<p>Il Sudafrica a breve andrà di nuovo al voto e, oltre ai <strong>bilanci</strong> di trent&#8217;anni difficili, è anche tempo di guardare al <strong>futuro</strong>. L&#8217;<em>African National Congress</em> (<strong>Anc</strong>), il partito guida della popolazione di colore e un tempo presieduto da Mandela, ora è in crisi di consenso e potrebbe scendere sotto il 50%. Per governare quindi, dovrà formare una <strong>coalizione</strong> e cedere parte di un potere tenuto in modo stretto negli ultimi decenni: forse un passo, alimentato dalle difficoltà, che potrebbe guidare il Sudafrica verso una <strong>democrazia più matura </strong>e non regolata in base a semplici dinamiche etniche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La fine del &#8220;partito degli africani&#8221;</h2>



<p>Il Paese andrà alle urne il 29 maggio e, comunque andrà, uscirà completamente diverso. Ne è convinta la folta comunità italiana, residente soprattutto nella <strong>Western Cape</strong>, la provincia il cui capoluogo è<strong> Città del Capo</strong>. La metropoli cioè &#8220;più europea&#8221; nell&#8217;aspetto, nell&#8217;urbanistica dei quartieri centrali e nella suddivisione della popolazione: qui sono infatti concentrati i principali investimenti provenienti dal Vecchio Continente e qui vive una parte significativa di <strong>afrikaner</strong>. Coloro cioè che parlano l&#8217;<strong>afrikaans</strong>, la lingua collegabile all&#8217;olandese e quindi ai primi coloni giunti qui dai Paesi Bassi. Non è certo un caso se Città del Capo da quasi un decennio è amministrata dall&#8217;Alleanza Democratica (<em>Da</em>), il principale partito di opposizione al governo trentennale dell&#8217;Anc.</p>



<p>&#8220;Qui è possibile toccare con mano il fallimento dell&#8217;Anc &#8211; ha dichiarato uno dei rappresentanti degli italiani nella Western Cape &#8211; non solo perché qui il partito è stato scavalcato dal Da, ma anche perché su molti aspetti la <strong>qualità della vita è andata progressivamente peggiorando</strong>&#8220;. In alcuni quartieri, quelli della sempre più ridotta classe media, manca a volte anche l&#8217;elettricità. In altre zone invece, le <strong>township</strong> abitate da una massa sempre più povera della popolazione hanno guadagnato terreno in modo disordinato e al loro interno <strong>i gruppi della droga hanno inesorabilmente preso il sopravvento</strong>: &#8220;Provare a uscire di casa in certi orari è difficile &#8211; ha aggiunto il lavoratore italiano &#8211; in Italia c&#8217;è stato un coprifuoco tre anni fa per via del Covid, qui a Città del Capo invece non serve nemmeno mettere leggi che proibiscano di uscire e non serve aspettare una pandemia: la gente semplicemente evita di stare fuori casa la sera, diversamente si rischia molto in termini di sicurezza&#8221;.</p>



<p>Per questo in tanti da anni, anche tra la popolazione di colore, non si affida più all&#8217;Anc: &#8220;Quando sono arrivato qui &#8211; ha spiegato ancora il nostro connazionale &#8211; era il 2005 e il partito di Mandela rappresentava tutti i cittadini delle varie comunità bantu, mentre il Da era solitamente votato soltanto dalla popolazione di origine europea. Oggi non è più così, <strong>il voto è trasversale</strong>: tra molti elettori di origine bantu non prevale più l&#8217;idea secondo cui se sei di colore allora devi votare per gli eredi di Mandela. Tutti hanno problemi e tutti hanno iniziato a votare per quel partito che più poteva garantire la risoluzione dei problemi, a prescindere se si trattava dell&#8217;Anc o meno&#8221;.</p>



<p>In questo senso, si inizia a vedere<strong> la fine del modello di Anc quale partito africano</strong>. La formazione guida delle<strong> lotte contro l&#8217;apartheid</strong> è oggi solo una delle possibili scelte di un popolo sempre più disilluso, oltre che sempre più povero: &#8220;Chissà se da questi problemi &#8211; ha concluso il lavoratore italiano ascoltato da InsideOver &#8211; possa sorgere un Paese paradossalmente meno diviso, dove magari si vota per opinione e non per una questione di appartenenza etnica&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Verso una &#8220;reale&#8221; democrazia multipartitica </h2>



<p>Il presidente uscente è <strong>Cyril Ramaphosa</strong>, veterano delle lotte di Mandela e a capo del Paese dal 2018. Il sistema politico sudafricano ha una particolarità: il presidente è sì capo di Stato e capo dell&#8217;esecutivo, ma non viene eletto direttamente bensì scelto dal partito che ottiene la maggioranza in parlamento. L&#8217;Anc, al potere dal 1994, ha espresso da allora quattro presidenti: <strong>Mandela, Mbeki, Zuma</strong> e quindi l&#8217;attuale <strong>Ramaphosa</strong>. Ma per la prima volta in trent&#8217;anni, il partito potrebbe scendere sotto la soglia del 50%. E pensare che fino a dieci fa, alla vigilia delle elezioni del 2014, l&#8217;unico vero dilemma riguardava l&#8217;ampiezza della vittoria della formazione che fu di Mandela e se, in particolare, l&#8217;Anc avesse raggiunto o meno una maggioranza dei due terzi del parlamento.</p>



<p>Cinque anni fa, il partito è sceso sotto il 60%, adesso lo spettro di dover governare in coalizione con altri è sempre più vicino. Anche perché l&#8217;opposizione a questo giro si è organizzata per bene: la Da ha messo su una <strong>coalizione</strong> con altri piccoli partiti ed è accreditata del 33% dei consensi. Forse, ipotizzano molti media sudafricani, è possibile la creazione di una grande coalizione proprio tra i due storici principali rivali. Il tutto per fronteggiare nemici comuni come, tra tutti l&#8217;<strong>Eff di Julius Malema</strong>: quest&#8217;ultimo, accreditato dell&#8217;11%, porta avanti una narrazione definita populista che preoccupa tanto l&#8217;Anc, timorosa di perdere consenso tra gli strati più poveri della popolazione, quanto la Da per via degli annunci relativi alla possibilità di <strong>espropriare le terre</strong> agli agricoltori di origine europea.</p>



<p>C&#8217;è poi un altro importante nemico comune, rappresentato da <strong>Jacob Zuma</strong>. L&#8217;ex presidente, costretto alle dimissioni nel 2018 per gravi accuse di corruzione, ha ancora molto seguito soprattutto nella provincia di<strong> Kwa-Zulu</strong>, di cui è originario. Nei mesi scorsi ha fondato un suo partito denominato<em> uMukhonto we Sizwe </em>(&#8220;La lancia della nazione&#8221; in lingua zulu e noto con l&#8217;acronimo <strong>Mk</strong>), nelle ultime ore accusato di aver raccolto firme false per presentarsi. Zuma, oggi 81enne, potrebbe intercettare altri voti all&#8217;Anc. Ma, così come sottolineato dagli stessi analisti sudafricani, è anche consapevole di dover raccogliere consenso tra gli afrikaneer per entrare in parlamento e dunque anche il suo partito potrebbe racimolare consenso in modo trasversale. Anche la sua retorica, di recente, è sembrata più conciliante e di sicuro più lontana dai propositi di requisire le terre agli agricoltori di origine boera.</p>



<p>In generale, considerando anche la presenza di altri partiti a carattere locale, come la formazione nota con il nome di <strong>Inkata</strong> (radicata tra gli elettori di origine zulu), pur tra molti limiti il Sudafrica sembra avviarsi verso una più <strong>sistemica e strutturata democrazia multipartitica</strong>. Dove non ci sarà soltanto un partito in grado di controllare ogni aspetto della vita politica ma, al contrario, una competizione su base non sempre settaria. Del resto, trent&#8217;anni di governo in solitaria hanno trasformato l&#8217;Anc in una torre colma di interessi corruttivi e di personaggi accusati di lucrare sulla vita politica: un potere condiviso e la consapevolezza di dover adesso guadagnarsi una maggioranza, forse potrebbero contribuire a rinfrescare e rigenerare le stanze dei bottoni sia a <strong>Pretoria</strong>, dove ha sede il governo, così come a<strong> Città del Capo</strong>, dove invece si trova il parlamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Uno Stato da ridisegnare </h2>



<p>C&#8217;è stato quindi un Sudafrica dell&#8217;apartheid, poi c&#8217;è stato il Sudafrica dell&#8217;Anc. Il 29 maggio potrebbe sorgere un &#8220;<strong>terzo Sudafrica</strong>&#8220;, quello più multipartitico ma con sulle spalle i fardelli ereditati dai periodi passati. La <strong>disuguaglianza</strong>, figlia della segregazione dell&#8217;apartheid e mai realmente combattuta dal partito di Mandela, è la principale piaga. E oggi non interessa solo i cittadini di origine bantu, ma anche molti sudafricani di origine boera. Il divario economico tra le varie classi sociali e i vari strati della popolazione, stanno lacerando sempre di più il Paese. Se n&#8217;è avuta una drammatica dimostrazione nello scorso mese di agosto, quando un incendio ha divorato un vecchio edifici del centro di <strong>Johannesburg</strong>, la capitale economica sudafricana: all&#8217;interno di quello stabile, situato in una via un tempo cuore industriale della metropoli, c&#8217;erano decine di persone senza casa che avevano trovato un precario rifugio. A cause delle fiamme, almeno in 70 hanno perso la vita. Una <strong>strage della miseria e della povertà </strong>che, ancora una volta in modo drammatico, ha portato alla ribalta i gravi problemi di oggi.</p>



<p>Mancano infatti le <strong>case</strong>, manca un <strong>tetto sicuro</strong> per migliaia di persone, manca il lavoro e manca una vera <strong>prospettiva</strong>. Per questo in tanti si rifugiano nella droga, mercato che invece non sta conoscendo crisi. Anzi, in tutte le metropoli decine di bande più o meno organizzate si contendono ogni giorno intere piazze di spaccio e questo spiega<strong> l&#8217;impennata del tasso di omicidi </strong>registrati negli ultimi anni. Le ultime statistiche del ministero dell&#8217;Interno, parlano di almeno 86 persone uccise al giorno per le vie delle città sudafricane. Rispetto agli anni precedenti, la crescita è nell&#8217;ordine del 40%.</p>



<p>Una circostanza quest&#8217;ultima che si ricollega a un altro punto chiave, quello della <strong>sicurezza</strong>. Ne ha parlato, come sottolineato in precedenza, il lavoratore italiano ascoltato ai nostri microfoni. Per dare meglio l&#8217;idea, arrivano in soccorso altri dati diffusi dai media sudafricani: si stima in particolare che, in tutto il Paese, mezzo milione di persone lavorino nel settore della <strong>sicurezza privata</strong>. Vuol dire quindi che i cittadini oramai affidano le loro vite più alle guardie giurate e alle società esterne piuttosto che alla polizia, i cui uomini e mezzi faticano anche ad entrare nelle township di Città del Capo, Johannesburg e delle altre metropoli. Non è raro, camminando per le grandi città, vedere appartamenti e ville circondati da muri invasivi in cui fanno capolino torri di guardia, camere di videosorveglianza e filo spinato. Una sensazione di <strong>perenne stato d&#8217;assedio </strong>e di <strong>precarietà</strong> destinata a incidere nell&#8217;animo e nei meandri della società.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ancoraggio ai Brics</h2>



<p><strong>Parlare di Sudafrica, vuol dire parlare di Africa</strong>. Pur immerso nel profondo delle sue tante contraddizioni, il Paese ad oggi rappresenta l&#8217;economia più industrializzata del continente. Nonché l&#8217;unica potenza in grado di far parlare di Africa a livello internazionale. Pretoria fa parte dei <strong>Brics</strong>, l&#8217;organizzazione delle potenze emergenti che racchiude anche Russia, Cina, India e Brasile. Di recente, il governo di Ramaphosa ha destato clamore per l&#8217;azione giudiziaria contro Israele intentata al tribunale internazionale a proposito degli eventi di Gaza. In poche parole, nel bene e nel male, ogni voce che esce dal Sudafrica è una voce destinata a incidere sul futuro dell&#8217;Africa. Osservare le dinamiche del Paese oggi vuol dire, in prospettiva futura, osservare buona parte delle dinamiche <a href="https://it.insideover.com/politica/macron-da-lula-alla-ricerca-di-un-nuovo-ponte-per-lafrica.html">dell&#8217;Africa</a> che verrà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/sudafrica-dimenticare-quello-di-mandela-per-farne-nascere-uno-moderno.html">Sudafrica: dimenticare quello di Mandela per farne nascere uno moderno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Senegal, con Faye inizia il nuovo corso anti-francese?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/in-senegal-inizia-un-nuovo-corso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2024 20:51:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[economia africana]]></category>
		<category><![CDATA[ECOWAS]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Africana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024040313500889_7bf86f845841c43cec3b423cfa314d3d.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024040313500889_7bf86f845841c43cec3b423cfa314d3d.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024040313500889_7bf86f845841c43cec3b423cfa314d3d-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024040313500889_7bf86f845841c43cec3b423cfa314d3d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024040313500889_7bf86f845841c43cec3b423cfa314d3d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024040313500889_7bf86f845841c43cec3b423cfa314d3d-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Anche la corte costituzionale ha oramai messo nero su bianco i risultati delle elezioni in Senegal: a vincerle è stato Bassirou Diomaye Faye, ossia il candidato dell&#8217;opposizione. Per il Paese africano, le consultazioni hanno quindi rappresentato un&#8217;importante prova di maturità democratica: in una regione dove gran parte dei passaggi di consegne è contrassegnato dai colpi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/in-senegal-inizia-un-nuovo-corso.html">[...]</a></p>
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<p>Anche la corte costituzionale ha oramai messo nero su bianco i risultati delle <strong>elezioni in Senegal</strong>: a vincerle è stato<strong> Bassirou Diomaye Faye</strong>, ossia il candidato dell&#8217;opposizione. Per il Paese africano, le consultazioni hanno quindi rappresentato un&#8217;importante<strong> prova di maturità democratica</strong>: in una regione dove gran parte dei passaggi di consegne è contrassegnato dai colpi di Stato militari, a Dakar il vecchio presidente cederà senza grossi scossoni e in modo pacifico le redini al suo principale rivale. </p>



<p>Del resto, il Senegal è uno dei pochi Paesi africani a non aver subito golpe o episodi ricollegabili a repentine destabilizzazioni del quadro politico. Questo ha favorito una graduale crescita della democrazia, non esente però da <strong>storture</strong> e da s<strong>ituazioni difficili da decifrare</strong>. Adesso occorre capire la direzione che prenderà il governo di Dakar: Faye ha fama di essere &#8220;<strong>anti sistema&#8221; </strong>ma soprattutto <strong>anti francese</strong>. In una fase delicata per l&#8217;economia senegalese, le scelte che intraprenderà il nuovo presidente potrebbero essere decisive per gli anni venturi. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Come si è arrivati alla vittoria di Faye</h2>



<p>Il successo di Faye è stato voluto in modo energico dall&#8217;elettorato. Una frase, alla luce del 54% da lui ottenuto certificato anche dalla corte costituzionale, che potrebbe sembrare banale o scontata. In realtà, l&#8217;elettorato di Faye e quello più generale dell&#8217;opposizione ha afferrato questa vittoria con gli artigli e ben prima dell&#8217;apertura della campagna elettorale. L&#8217;uscente <strong>Macky Sall </strong>infatti, ha provato in tutti i modi a conservare il suo posto. In primis, interpretando in modo più largo la nuova disposizione costituzionale che prevede l&#8217;impossibilità per un presidente in carica di concorrere per più di due mandati consecutivi. Secondo Sall, questa norme non era valevole per il suo primo mandato, essendo stato eletto nel 2012 e dunque prima della riforma costituzionale. In poche parole, occorreva iniziare il conteggio dal voto del 2019 e non da quello precedente. </p>



<p>Non appena però il capo di Stato uscente ha annunciato la sua ricandidatura, in tutto il Paese sono scoppiate importanti <strong>proteste</strong>. L&#8217;opposizione ha fatto sentire la<strong> voce grossa </strong>nelle piazze e alla fine Sall ha dovuto annunciare la rinuncia al terzo mandato. Questo però non ha interrotto i suoi tentativi di restare al potere: nei mesi scorsi ha avviato un&#8217;intensa campagna di <strong>repressione</strong> contro le voci più critiche, incarcerando i leader dell&#8217;opposizione. A partire da<strong> Ousmane Sonko</strong>, fondatore di <strong>Pastef</strong>, ossia il partito che negli ultimi anni è diventato il riferimento per gli oppositori di Sall. Sonko è stato accusato di essere sobillatore di rivolte e di aver destabilizzato il Paese in occasione delle proteste. Anche lo stesso Faye ha trascorso gli ultimi mesi in carcere: l&#8217;accusa per lui è stata quella di diffamazione, poi è tornato in libertà a campagna elettorale iniziata.</p>



<p>Oltre alla repressione, Sall ha anche provato a rinviare le elezioni. Il motivo è stato dettato dai dubbi sui requisiti di uno dei venti candidati alla presidenza. In questo caso però, non solo i moti di piazza ma anche la stessa corte costituzionale hanno persuaso il capo dello Stato dai suoi propositi: i giudici infatti, hanno affermato il principio secondo cui il presidente non può decidere o meno sul rinvio del voto e ha intimato a Sall la <strong>convocazione delle elezioni entro aprile</strong>. I senegalesi, in poche parole, hanno prima deciso di rivendicare con forza il diritto di votare e, in un secondo momento, hanno deciso a chi votare. Faye, delfino di Sonko, è riuscito a raccogliere il voto delle opposizioni e a trasformare una potenziale deriva autoritaria in una prova di maturità democratica. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le future sfide di Dakar </h2>



<p>Adesso viene però il difficile. Faye ha promesso di lottare contro la <strong>corruzione</strong> e contro l&#8217;attuale sistema di potere senegalese. E non sarà affatto semplice. Ma a livello internazionale, le incognite sono ancora più importanti. Il Pastef, oltre che personalmente lo stesso candidato vincitore, ha sempre parlato della necessità di <a href="https://it.insideover.com/difesa/il-grande-gioco-dellintelligence-italiana-nellafrica-post-francese.html"><strong>affrancarsi dalla Francia </strong>e</a> dal periodo coloniale. Il nuovo presidente cioè si muove lungo il solco di quei sentimenti anti Parigi sempre più diffusi in Africa e, in particolar modo, nella parte occidentale del continente. </p>



<p>Da qui la sua volontà di <strong>ridiscutere i contratti </strong>con le aziende che in Senegal sono impegnate nelle miniere e nel neonato mercato degli idrocarburi: entro l&#8217;anno infatti Dakar diventerà esportatrice di gas e petrolio. L&#8217;intento di Faye è quello di applicare tariffe e condizioni più favorevoli al suo Paese, occorrerà vedere però quanto il nuovo capo dello Stato riuscirà a portare a casa e se eviterà un certo irrigidimento di chi ha già investito. Soprattutto tra le tante aziende francesi spettatrici interessate della vicenda. </p>



<p>Non solo, ma Faye ha più volte rimarcato la volontà di uscire dal <strong>Franco Cfa</strong>, l&#8217;area dove vige la moneta unica dell&#8217;Africa occidentale. Una valuta agganciata a doppio filo alla Banca centrale francese e vista come  strumento neo coloniale da parte di Parigi. Un&#8217;uscita del Senegal potrebbe avere un impatto significativo, in Africa come al proprio interno. </p>
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		<title>Gli Usa sfidano la Cina in Africa: la nuova strategia di Biden per arginare il Dragone</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/gli-usa-sfidano-la-cina-in-africa-la-nuova-strategia-di-biden-per-arginare-il-dragone.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2022 16:20:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[economia africana]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una nuova strategia per rilanciare il proprio impegno in Africa e, al tempo stesso, competere con i rivali geopolitici Cina e Russia, al fine di accreditarsi la maggior influenza possibile sulle dinamiche politico-economiche presenti nel continente nero. Per gli Stati Uniti è scoccata l&#8217;ora zero. Washington non può più permettersi di lasciare campo aperto a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/gli-usa-sfidano-la-cina-in-africa-la-nuova-strategia-di-biden-per-arginare-il-dragone.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220816174846646_6706628bfebb5f7eaf3de088aa5bb407-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Una nuova strategia per rilanciare il proprio impegno in <strong>Africa</strong> e, al tempo stesso, competere con i rivali geopolitici Cina e Russia, al fine di accreditarsi la maggior influenza possibile sulle dinamiche politico-economiche presenti nel continente nero. Per gli <strong>Stati Uniti</strong> è scoccata l&#8217;ora zero. Washington non può più permettersi di lasciare campo aperto a Pechino e Mosca in una delle regioni più ricche di risorse naturali. A maggior ragione adesso che il mondo sta per entrare in una fase turbolenta, e dove chi avrà il controllo delle fonti energetiche principali si troverà in una posizione di vantaggio rispetto a tutti gli altri attori. E allora, in risposta al recente tour di Sergej Lavrov, ecco la trasferta africana di <strong>Anthony Blinken</strong>.</p>
<p>In concomitanza con la visita del segretario di Stato Usa in Africa, la Casa Bianca ha svelato la <strong>nuova strategia</strong> dell&#8217;amministrazione guidata da Joe Biden. Anche se gli Stati Uniti hanno insitito sul fatto che la rinnovata attenzione al contesto africano non è incentrata sulla rivalità tra grandi potenze, gli impegni di Blinken potrebbero far parte degli sforzi statunitensi volti a ricostruire la <strong>presenza americana</strong> in loco per contrastare cinesi e russi. &#8220;Il nostro impegno per una partnership più forte con l&#8217;Africa non consiste nel cercare di superare chiunque altro&#8221;, ha tuonato Blinken da Pretoria, in Sud Africa, uno dei Paesi africani che ha mantenuto una posizione di non allineamento in seguito alla guerra in Ucraina.</p>
<p>Nel frattempo la Cina, che ormai da decenni è attivissima in Africa, ha dichiarato che condonerà 23 prestiti senza interessi a 17 Paesi africani e che reindirizzerà 10 miliardi di dollari delle sue riserve del Fondo monetario internazionale alle nazioni del continente. Il ministro degli Esteri <strong>Wang Yi</strong> ha annunciato le cancellazioni in un incontro della scorsa settimana del Forum sulla cooperazione Cina-Africa. Wang non ha tuttavia fornito dettagli né sul valore dei prestiti, a quanto risulta maturati alla fine del 2021, né ha indicato quali nazioni dovessero i soldi. Washington cerca spazio in Africa ma Pechino non intende vanificare anni e anni di relazioni costruite a son di prestiti e investimenti.</p>
<hr />
<ul>
<li><a href="https://it.insideover.com/economia/xi-jinping-la-via-della-seta-africana-ecco-il-piano-di-xi-jinping.html"><strong>La BRI cinese in Africa</strong></a></li>
<li><a href="https://it.insideover.com/politica/il-nuovo-fronte-usa-la-sfida-tra-superpotenze-passa-per-lafrica.html"><strong>La sfida tra superpotenze sbarca in Africa</strong></a></li>
<li><a href="https://it.insideover.com/politica/occhio-stati-uniti-africa.html"><strong>L&#8217;occhio Usa sull&#8217;Africa</strong></a></li>
</ul>
<hr />
<h2>La strategia Usa</h2>
<p><em>Foreign Policy</em> ha scritto che la nuova visione statunitense coincide con una riorganizzazione del personale all&#8217;interno della Casa Bianca. <strong>Judd Devermont</strong>, un ex funzionario della CIA che è entrato a far parte del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) come consulente speciale per aiutare a creare la suddetta strategia, è stato promosso a direttore senior dell&#8217;NSC per gli affari africani. Sarà proprio da Devermont che partirà l&#8217;impulso che guiderà la strategia, che comprende diversi <strong>obiettivi generali</strong>, incluso il rafforzamento della democrazia, della governance e della sicurezza. Ci sarà poi spazio per un focus sulla ripresa dalla pandemia e sulle opportunità economiche, su come affrontare la crisi climatica e una transizione energetica “giusta” per il continente e su come promuovere società aperte.</p>
<p>Fonti dell&#8217;amministrazione Biden hanno sottolineato come uno degli scopi principali del programma consista anche nell&#8217;aumentare l&#8217;attenzione e i finanziamenti sulla <strong>diplomazia</strong> e sullo <strong>sviluppo</strong>, nel tentativo di allontanarsi dai soli <strong>impegni militari </strong>che, in particolare nella regione del Sahel, hanno dominato la politica statunitense negli ultimi due decenni, quando l&#8217;obiettivo principale della politica estera di Washington si limitava per lo più all&#8217;antiterrorismo. In passato, insomma, Washington ha investito miliardi di dollari nel settore della sicurezza, tralasciando gli sforzi diplomatici e di sviluppo. Che, al contrario, sono stati inglobati nella strategia cinese per l&#8217;Africa.</p>
<p>I funzionari dell&#8217;amministrazione Biden non intendono incasellare le nazioni africane in una sorta di competizione globale tra grandi potenze. Eppure gli Stati Uniti non sono ancora riusciti ad escogitare un buon modo per competere con gli aggressivi <strong>programmi infrastrutturali</strong> di prestito sponsorizzati dallo stato cinese, che in alcuni Paesi hanno superato di gran lunga gli investimenti occidentali. Insomma, i governi africani non hanno alcuna intenzione di essere considerati alla stregua di pedine in un confronto esterno tra Pechino e Washington, con quest&#8217;ultimo spesso dalla parte del perdente. Certo è che, a differenza di diverse altre iniziative lanciate da Biden, ma ancora avvolte nella nebbia (pensiamo alla B3W che dovrebbe teoricamente contrastare la Belt and Road cinese), è necessario che la nuova strategia Usa per l&#8217;Africa abbandoni quanto prima il piano dell&#8217;astrattezza per poter sperare quanto meno di funzionare. E non è un caso che un funzionario statunitense anonimo abbia dichiarato a <em>FP</em> che &#8220;una strategia senza finanziamenti equivale a parole di fantasia su carta&#8221;.</p>
<hr />
<ul>
<li><a href="https://it.insideover.com/politica/lafrica-come-crocevia-economico-e-militare.html"><strong>L&#8217;Africa crocevia economico e militare</strong></a></li>
<li><a href="https://it.insideover.com/politica/la-diplomazia-dei-palazzi-della-cina-in-africa.html"><strong>La &#8220;diplomazia dei palazzi&#8221; della Cina in Africa</strong></a></li>
<li><a href="https://it.insideover.com/politica/come-la-cina-e-riuscita-a-conquistare-la-fiducia-dellafrica.html"><strong>Come la Cina è riuscita a conquistare la fiducia dell&#8217;Africa</strong></a></li>
</ul>
<hr />
<h2>La mossa della Cina</h2>
<p>Decisamente più concreta, come abbiamo visto, risulta essere la mossa della Cina. Dal 2000 ad oggi, Pechino ha annunciato più cicli di <strong>remissione del debito</strong> di prestiti senza interessi ai Paesi africani, cancellando almeno<strong> 3,4 miliardi di dollari</strong> di debito fino al 2019. Il debito cancellato era limitato a prestiti di aiuti esteri maturi e senza interessi, con lo Zambia che ha ricevuto il maggior numero di cancellazioni.</p>
<p>Ovviamente la Cina, così come tutti gli attori geopolitici del mondo, non regala niente a nessuno. La strategia cinese, oltre ad esser volta ad incrementare la propria presenza in Africa, è anche conseguenza del recente aumento dell&#8217;<strong>inflazione</strong>, che ha innescato un&#8217;ondata di aumenti dei tassi di interesse da parte delle banche centrali di tutto il mondo, inclusa la Federal Reserve statunitense. In un contesto del genere i costi di rimborso dei prestiti sovrani non fanno che schizzare verso l&#8217;alto. &#8220;Ciò che l&#8217;Africa desidera è un ambiente di cooperazione favorevole e amichevole, non la mentalità della Guerra Fredda a somma zero&#8221;, ha spiegato Wang a conferma della mossa cinese.</p>
<p>In generale, da quando si è svolto il Forum sulla cooperazione Cina-Africa in Senegal (novembre 2021), Pechino ha consegnato 3 miliardi di dollari di 10 miliardi di dollari di linee di credito promesse alle istituzioni finanziarie africane. Quest&#8217;anno la Cina ha poi accettato l&#8217;ingresso senza dazi al 98% delle esportazioni da 12 Paesi africani e fornito assistenza alimentare di emergenza a Gibuti, Etiopia, Somalia ed Eritrea. Dove non arrivano gli investimenti diretti, arrivano sconti e altri “regali” finanziari.</p>
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