Come ampiamente preventivabile dopo il voto dello scorso 29 maggio, Cyril Ramaphosa è stato riconfermato presidente del Sudafrica. Non solo, ma per la prima volta da trent’anni a questa parte il suo partito, l’African National Congress (Anc), ha dovuto stringere accordi di governo con altre formazioni per formare un nuovo esecutivo.
La riconferma del capo dello Stato uscente, che in Sudafrica corrisponde anche al capo dell’esecutivo, passa quindi attraverso una delle svolte più importanti registrate nel Paese. Si può ben dire che, nelle settimane intercorse tra il voto e la rielezione di Ramaphosa, è nato un terzo Sudafrica: finito quello dell’apartheid nel 1994, adesso ha terminato il suo ciclo anche quello nato dalla vittoria di Nelson Mandela trent’anni fa. Il nuovo Sudafrica eredita problemi dettati dai due precedenti sistemi ma, a ben vedere, ha comunque delle importanti potenzialità: i suoi protagonisti hanno infatti scelto una strada apparentemente più pragmatica e legata alla necessità di risollevare un’economia allo sbando da tempo.
La storica alleanza tra Anc e Da
Il destino del Paese, dopo i verdetti delle elezioni, era nelle mani di Ramaphosa. In Sudafrica il presidente viene eletto dal Parlamento ma su indicazione del partito di maggioranza. Che, dal 1994 in poi, è sempre stato l’Anc e con numeri quasi plebiscitari. Con il 40% dei consensi ottenuti a maggio, il partito che fu di Mandela ha dovuto cercare per la prima volta alleati.
Ramaphosa, a capo dell’Anc e del Sudafrica dal 2018, poteva scegliere due strade. La prima comportava una pace con il suo predecessore, Jacob Zuma, e contemporaneamente convolare a nozze con l’Eff, formazione dell’estrema sinistra ma con connotazioni nazionaliste pan africane. Zuma infatti, con il suo neonato Mk, ha ottenuto il 14% dei consensi. L’Eff, dal canto suo, è andato leggermente sotto le sue aspettative e ha avuto il 9%. Unendo i voti dell’Anc con i partiti sopra menzionati, Ramaphosa avrebbe potuto contare su una coalizione apparentemente più omogenea.
Tuttavia, il presidente sudafricano ha scelto un’altra strada, quella cioè dell’alleanza con la Democratic Alliance (Da). Quest’ultimo è il principale partito dell’opposizione, votato soprattutto dalle minoranze di origine europea. Con il suo 21% dei consensi, da sola la Da è in grado di garantire all’Anc una solida maggioranza.
La via pragmatica del nuovo Sudafrica
L’accordo di governo tra i due partiti non ha una connotazione solo numerica. La Da è sì il principale partito di opposizione, ma è anche l’unico che negli anni è stato in grado di creare una reale alternativa di governo all’Anc. Lo dimostra il fatto che la formazione da anni guida importanti amministrazioni locali, tra cui su tutte quella di Città del Capo.
Ramaphosa ha quindi scelto una via pragmatica, unendo due partiti di governo e dando al Sudafrica una diversa prospettiva rispetto a quella di una coalizione con Mk ed Eff. Questi ultimi sono infatti considerate due formazioni di rango populista, trascinate unicamente dal carisma dei fondatori e dalle proposte giudicate estrema anche da intere dette dell’Anc. Come, tra tutte, la confisca delle terre ai farmer di origine europea o la loro nazionalizzazione.
Il duo Anc-Da, completato anche da un terzo partito che confluirà nella maggioranza, ossia il gruppo Inkata radicato nella popolazione di origine zulù, ha varato un programma di nove punti che mira soprattutto alla ripresa dell’economia. Vera e propria emergenza in un Paese che, ancora oggi, è il più industrializzato del continente ma dove, al tempo stesso, sono frequenti i blackout di energia e dove disoccupazione e criminalità appaiono sempre più dilaganti.
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