Molti giornali sudafricani nelle scorse ore hanno ritratto in prima pagina l’ex presidente Zuma ballare sul palco, mentre nel suo quartier generale festeggiava i risultati del suo nuovo partito. E in effetti potrebbe essere questa l’immagina più significativa delle elezioni in Sudafrica. Nessuno infatti degli altri attori politici può dirsi pienamente soddisfatto: l’Anc, il partito che guida il Paese dal 1994 con la maggioranza assoluta, ha accusato un colpo più duro del previsto, mentre i rivali della Democratic Alliance (Da) non hanno sfondato.
Dal canto suo invece, Jacob Zuma con il suo Mk, partito fondato pochi mesi fa dopo l’espulsione dall’Anc, ha ottenuto il terzo posto e soprattutto un 14% di consensi che lo pongono adesso come ago della bilancia per la formazione del prossimo governo. Un successo inaspettato e che ha tolto lo scettro di king maker all’Eff, la formazione della sinistra nazionalista che si è visti quindi bloccata la sua ascesa.
L’inizio di un nuovo Sudafrica
I risultati definitivi hanno certificato, come previsto, la fine del “secondo Sudafrica”. Quello cioè nato dopo l’apartheid e all’insegna del dominio quasi incontrastato dell’Anc di Nelson Mandela, capace nelle varie tornate elettorali di sforare costantemente il 60% dei voti. Un partito che, nel corso delle ultime tre decadi, si è trasformato in un vero e proprio gruppo guida del Paese e capace di ramificarsi in ogni ambito politico ed economico.
E non certo con grandi risultati: il Sudafrica di oggi si presenta come il Paese con le maggiori disparità economiche al mondo, con metropoli tra le più insicure d’Africa e dove anche l’elettricità non è così scontata visti i frequenti blackout dopo i disastri economici della Eskom, la società che gestisce le centrali e le infrastrutture elettriche.
Certo, non è stata tutta colpa dell’Anc. Una volta al potere nel 1994, Mandela e i suoi successori hanno ereditato tutti i mali di un Paese rimasto segregato per decenni. Ma la corruzione, l’incapacità di molti amministratori e la disonestà di diversi suoi membri, quelli sì sono unicamente imputabili alla leadership del partito. Lo stesso Zuma, presidente in quota Anc dal 2009 al 2018, più volte è rimasto coinvolto in gravi inchieste per corruzione.
Da qui la prevedibile caduta del partito, il quale è ancora il più votato ma è ben lungi adesso dalla maggioranza assoluta. L’Anc, secondo i dati definitivi delle elezioni dello scorso 29 maggio, non è andato oltre il 40%. Questo vuol dire che adesso, per la prima volta dal 1994, il Sudafrica sarà sorretto da un governo di coalizione. Forse preludio a un ulteriore periodo di instabilità ma, al tempo stesso, anche possibile passo definitivo verso una democrazia multipartitica e più compiuta. Capace possibilmente di arginare le falle del “partito unico” dell’Anc.
Il rebus alleanze
Ma con chi stringere le intese? È questa la domanda principale che si stanno ponendo sia i vertici dell’Anc che gli analisti politici sudafricani. Il primo potenziale alleato potrebbe essere, paradossalmente, il primo potenziale oppositore. Il Da infatti, formazione di riferimento del centrodestra sudafricano e supportato in gran parte dalla popolazione di origine europea, dal 2000 in poi è stato l’unico partito ad arginare lo strapotere Anc.
Dal 2006 controlla Città del Capo, seconda metropoli sudafricana, nelle ultime amministrative ha vinto in diverse città e in diverse province, negli ultimi anni soprattutto si è impegnato nel trasformarsi in una credibile alternativa all’Anc. Il 29 maggio tuttavia non è riuscito ad andare oltre il 21%. Un risultato che non è del tutto deludente, ma certo dai vertici della formazione ci si aspettava qualcosa di più.
Adesso potrebbe far gola a molti, sia nell’Anc che nella Da, poter unire le forze e formare un governo di grande coalizione. Il tutto per fermare il populismo dell’Eff, etichettato da entrambi come nemico per via delle sue posizioni estreme soprattutto in economia e per la volontà di togliere le terre ai “farmers” di origine europea senza indennizzo.
Inoltre, l’Eff non è andato oltre il 9% e dunque non può essere l’alleato capace di costituire una solida maggioranza con l’Anc. Forse sono proprio loro i veri sconfitti della tornata elettorale di maggio. Al rebus alleanze partecipano anche altre formazioni minori, in grado con i propri deputati eletti di dare i numeri necessari alla futura maggioranza parlamentare. In questo lotto occorre considerare Inkata, il partito molto radicato nelle regioni a maggioranza zulù, capace di portare in parlamento 17 deputati.
Ci sono poi altri partiti un po’ più lontani dall’Anc, come il Partito Democratico oppure l’Alleanza Patriottica e il Fronte della Libertà: tutti hanno comunque in dote dai 6 ai 9 deputati, numeri preziosi per chiunque voglia governare. Di certo, come detto, con il voto del 29 maggio è nata una nuova democrazia multipartitica. Con tutti i pregi e le incognite che questo comporta per un Paese ancora fragile come il Sudafrica.
Zuma continua a ballare
E intanto, per l’appunto, c’è l’ex presidente che con il suo nuovo partito sarà comunque un prezioso ago della bilancia. Nessuno, forse nemmeno il diretto interessato, si aspettava di superare la soglia del 10%. Zuma però, si sa, è un instancabile trascinatore di folle, uno dei pochi in grado di parlare alla gente comune sempre più stanca e insicura. Pazienza per le accuse di corruzione, per le gravi responsabilità politiche ricadenti sulla sua testa e sul suo mandato presidenziale: molte persone, soprattutto tra l’etnia zulù (a cui appartiene) e xhosa gli danno incondizionata fiducia.
Zuma, 81 anni ma con una ritrovata energia da ragazzino, balla dal palco e festeggia il suo 14%. E adesso magari sogna di convincere gli ex compagni dell’Anc ad allearsi con lui per formare un governo “di stampo africano”, per coniare un termine di alcuni quotidiani locali.
Ciryl Ramaphosa, successore di Zuma e attuale presidente, attende e valuta con attenzione. Sarà comunque ancora lui il capo dello Stato: in Sudafrica, il presidente è al vertice del Paese ed è capo dell’esecutivo, ma viene scelto dal parlamento tra le fila del partito di maggioranza. L’Anc ha perso la maggioranza assoluta, ma detiene quella relativa: dunque, sarà Ramaphosa, da rientrante presidente in pectore, a decidere se ballare o meno assieme all’amico e nemico Jacob Zuma.
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