Gli interessi geopolitici ed economici della Cina in Africa sono cresciuti anno dopo anno. Nel periodo compreso tra il 2005 e il 2018, giusto per dare qualche numero, Pechino ha investito nel Continente Nero qualcosa come 299 miliardi di dollari (dati del China Investment Global Tracker), mentre altre decine di miliardi di dollari sono in procinto di prendere la strada africana. Ci sono due scuole di pensiero in merito alla presenza cinese in Africa. La prima ritiene che l’ombra del Dragone sul giovane continente non faccia altro che danneggiare i governi locali, visto che gli investimenti della Cina in alcuni Stati africani hanno fatto schizzare il loro debito alle stelle (circa 130 miliardi di dollari negli ultimi due decenni).

L’altra scuola di pensiero ritiene invece che, grazie ai soldi di Pechino, l’Africa possa gradualmente svilupparsi potendo finalmente contare su infrastrutture sempre più moderne come porti, strade, ferrovie e aeroporti. Del resto, da una quindicina di anni a questa parte – ed escludendo il periodo pandemico – è pur vero che quasi tutti i Paesi africani stanno attraversando una crescita economica. Settori chiave come servizi e telecomunicazioni (si rimanda al ruolo di Huawei) si stanno espandendo a macchia di leopardo, così come si sta diffondendo l’utilizzo di internet, dei cellulari e dei servizi finanziari. La Cina, insomma, ha portato in Africa luci e ombre. Resta da capire se, almeno fino a questo momento, i benefici della presenza cinese superino gli svantaggi.

L’Africa e la Cina

Da questo punto di vista è interessante chiedersi che cosa ne pensano i diretti interessati, ovvero i Paesi africani, delle loro relazioni con la Cina. Partiamo dalle basi. Innanzitutto l’Africa vede nella Cina un modello da seguire, visto che Pechino, fino a una settantina di anni fa, si trovava nelle stesse condizioni economiche di molte nazioni africane.

A settembre, a Dakar, Senegal, andrà in scena il Forum sulla cooperazione Cina-Africa. Si tratta di un appuntamento molto atteso, visto che l’ultimo forum analogo si è svolto oltre la Muraglia soltanto tre anni fa. Dal momento che la crescente influenza della Cina in Africa sta preoccupando Stati Uniti ed Europa – i quali hanno cercato di rispondere allo stra potere cinese proponendo modelli alternativi di cooperazione, fin qui senza troppa convinzione -, le autorità cinesi cercheranno di smarcarsi dalla narrazione occidentale.

Una narrazione, tra l’altro, che considera la Cina una sorta di predatore in procinto di colonizzare il Continente Nero a son di trappole del debito, ma anche un gigante assetato di risorse ed energia, abile a sfruttare i governi locali, corrotti e incompetenti.

Un modello attraente?

Il South China Morning Post ha pubblicato un articolo nel quale sono state sintetizzate le sei ragioni per cui l’Africa troverebbe attraente la Cina e, al contempo, considererebbe ingiuste le critiche occidentali in merito alla presenza del Dragone nel Continente Nero. Intanto, Pechino può giocare un’importante carta storica, visto che la Cina non ha alle spalle una storia di colonizzazione in Africa. Non solo: agli occhi delle autorità locali, i cinesi si sarebbero pure guadagnati la reputazione di rispettare le culture e le nazioni africane. Per molti leader, dunque, stringere patti con il Dragone equivale a tagliare definitivamente legami neocoloniali con l’Occidente.

Arriviamo al secondo punto: la Cina è in grado di offrire una cooperazione incondizionata. Questo significa che Pechino consente ai governi africani – indipendentemente dal loro sistema politico – di accedere ai propri finanziamenti e competenze tecniche senza alcuna precondizione. Al contrario, ad esempio, dei prestiti forniti dal Fondo Monetario Internazionale, o dalla Banca Mondiale, che richiedono in cambio riforme politiche o specifiche responsabilità, non sempre in linea con gli interessi africani.

È inoltre doveroso considerare il ruolo giocato dal soft power cinese durante la pandemia di Covid-19. Mentre l’Occidente si chiudeva a riccio, dando l’impressione (errata) di pensare soltanto per sé, la Cina ha attivato la sua imponente diplomazia dei vaccini così da rifornire i Paesi africani di dosi altrimenti non recuperabili da altri canali. Sempre connesso al soft power di Pechino, troviamo, appunto, il modello cinese; un modello politico che, nell’arco di quattro decenni, ha consentito alla Cina di diventare la seconda economia del mondo, pur essendo inizialmente uno dei Paesi più poveri al mondo. Non solo: il Dragone ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di cittadini senza aggiustamenti strutturali imposti dall’esterno, e questo piace molto ai leader africani, desiderosi di mantenere la propria sovranità politica.

Dulcis in fundo, la cooperazione sino-africana si gioca molto sui progetti infrastrutturali. Da questo punto di vista, l’Africa ha toccato con mano cosa significa fare affari con i cinesi. La rapidità con cui vengono chiusi accordi e avviati gli stessi progetti ha impressionato i presidenti africani, pronti a sbandierarli in campagna elettorale per proprio tornaconto personale.

Per riuscire a contrastare l’influenza cinese in Africa, l’Occidente dovrebbe prima di tutto capire perché gli africani sono così attratti da Pechino (alcune ragioni le abbiamo appena enunciate). In un secondo momento, Stati Uniti ed Europa dovrebbero modificare i loro approcci con il Continente Nero in modo tale da mettere sul piatto un’alternativa credibile a quella cinese. Che a quanto pare, salvo rare eccezioni, sembra piacere abbastanza ai leader locali.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY