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Un nuovo quartier generale per l’Africa Centres for Disease Control and Prevention dal valore di 80 milioni di dollari in Etiopia. La sede del ministero degli Esteri del Kenya, da trasformare in una sede all’avanguardia nel giro di tre o quattro anni per un costo complessivo di circa 36 milioni di dollari. Altre strutture istituzionali nella Repubblica Democratica del Congo e nel resto dei Paesi africani. E tutto rigorosamente pagato, o meglio offerto, dalla Cina. Ecco la nuova “diplomazia dei palazzi” del Dragone, pronto a consolidare la propria presenza in Africa.

“Abbiamo una gratitudine speciale al governo della Repubblica popolare cinese per la generosa sovvenzione per la costruzione di una nuova sede ministeriale”, ha spiegato il ministro degli Esteri keniota, Macharia Kamau, nel corso di un comunicato stampa. Nell’occasione, il Kenya ha ricevuto anche due bus VIP “dal Governo della Repubblica Popolare Cinese per facilitare il lavoro al Ministero”. Se andiamo a ritroso nel tempo, notiamo come Pechino abbia più volte effettuato operazioni diplomatiche del genere. Come ha sottolineato il South China Morning Post, la Cina sta finanziando e costruendo sempre più edifici governativi e parlamentari in tutta l’Africa, oltre che sedi di polizia e alloggi militari per le autorità locali e palazzi presidenziali.

E così, accanto alle preziose infrastrutture figlie della Belt and Road Initiative, ecco sorgere strutture sensibili per la vita politica dei governi africani e non solo. L’obiettivo del Dragone è semplice: consolidare le sue relazioni in tutto il continente, soprattutto con quei Paesi “traditi e abbandonati” dalle potenze occidentali. Così da creare partnership strategiche nel cuore del Continente Nero, tanto dal punto di vista commerciale quanto da quello geopolitico.

L’altra strategia della Cina in Africa

La strategia cinese ha già funzionato nel passato e, con ogni probabilità, continuerà a rivelarsi efficace anche nel futuro. Un anno fa, ad esempio, il Burundi – stiamo parlando del quinto Paese meno sviluppato al mondo – ha avuto il piacere di inaugurare un palazzo presidenziale dal valore di 22 milioni di dollari. Nello Zimbabwe – nazione che, a causa dell’emergenza Covid, ha dovuto fare i conti con una contrazione economica di circa l’8% – ha invece acceso i riflettori su un edificio parlamentare di sei piani da ben 100 milioni di dollari, ancora in fase di completamento. In Liberia – siamo approdati nel nono Paese meno sviluppato al mondo – è alle prese con l’aggiornamento del proprio Campidoglio, che dovrebbe includere nuovi edifici e complessi ministeriali. Costo totale? 66 milioni di dollari, più del 2% del pil nazionale.

Attenzione però, perché tutti questi edifici non sono e non saranno pagati dalle autorità africane. Si tratta, semmai, di strutture finanziate e donate dal governo cinese in nome di quella che alcuni analisti hanno denominatodiplomazia dei palazzi“. In altre parole, il Dragone investirebbe in strutture governative e nella formazione degli alti leader africani. A che scopo? Semplice: a detta di alcuni funzionari statunitensi, in caso di necessità, futuri dissidi internazionali, votazioni globali e via dicendo, i Paesi che hanno ricevuto l’aiuto cinese sapranno ripagare il fido alleato asiatico schierandosi “dalla parte giusta”. Voltando così le spalle a Washington su questioni internazionali strategiche, magari anche in sedi ad hoc come le Nazioni Unite.

Cos’è la “diplomazia dei palazzi”

L’elemento chiave della diplomazia dei palazzi cinese sarebbe l’elargizione cinese di enormi vantaggi personali ai governanti africani. Si va da scintillanti luoghi di lavoro – vere e proprie cattedrali nel deserto – a palazzi maestosi, il tutto con lo scopo di ingraziarsi i Paesi beneficiari dei doni. Un rapporto realizzato dal think tank americano Heritage Foundation sostiene che dal 1996 al 2020 le aziende cinesi abbiano costruito o ristrutturato almeno 186 edifici governativi africani, di cui 24 uffici o residenze di Capi di Stato.

C’è un altro aspetto da considerare, utile a spiegare perché i governanti africani siano così interessati dal fare affari con Pechino. Certo, c’è l’interesse personale, ma anche un’esigenza strutturale da assecondare. La Cina rappresenta il più delle volte l’unico finanziatore disponibile per Paesi che, in caso contrario, non riceverebbero prestiti da nessun altro. Il Continente Nero ha fame di infrastrutture e tecnologia, e il Dragone ha risposto presente. Non a caso i prodotti cinesi a buon mercato sono molto diffusi tra i consumatori africani, mentre le aziende cinesi hanno costruito la maggior parte delle reti di telecomunicazioni 3G e 4G dell’Africa.

Le Monde ha tuttavia svelato l’altra faccia della medaglia della diplomazia dei palazzi cinese. Nel 2012, in quel di Addis Abeba, la Cina offrì all’Africa la sede dell’Unione Africana, una struttura moderna e funzionale. Dagli ascensori ai controlli, tutto all’interno dell’edificio era griffato made in China. Nel 2017 alcuni informatici scoprirono un fatto inquietante: i server del palazzo, contenenti dati riservati, venivano regolarmente dirottati su altri server, situati però a Shanghai. Detto altrimenti, e secondo quanto riportato dall’inchiesta di Le Monde, gli ingegneri cinesi avrebbero deliberatamente lasciato nel sistema informatico della struttura niente meno che backdoor diretti capaci di dare accesso a tutti gli scambi interni dell’organizzazione africana. Insomma, i contenuti sensibili e segreti avrebbero potuto essere spiati dalla Cina, la finanziatrice della struttura, in qualsiasi momento.