Anche la corte costituzionale ha oramai messo nero su bianco i risultati delle elezioni in Senegal: a vincerle è stato Bassirou Diomaye Faye, ossia il candidato dell’opposizione. Per il Paese africano, le consultazioni hanno quindi rappresentato un’importante prova di maturità democratica: in una regione dove gran parte dei passaggi di consegne è contrassegnato dai colpi di Stato militari, a Dakar il vecchio presidente cederà senza grossi scossoni e in modo pacifico le redini al suo principale rivale.
Del resto, il Senegal è uno dei pochi Paesi africani a non aver subito golpe o episodi ricollegabili a repentine destabilizzazioni del quadro politico. Questo ha favorito una graduale crescita della democrazia, non esente però da storture e da situazioni difficili da decifrare. Adesso occorre capire la direzione che prenderà il governo di Dakar: Faye ha fama di essere “anti sistema” ma soprattutto anti francese. In una fase delicata per l’economia senegalese, le scelte che intraprenderà il nuovo presidente potrebbero essere decisive per gli anni venturi.
Come si è arrivati alla vittoria di Faye
Il successo di Faye è stato voluto in modo energico dall’elettorato. Una frase, alla luce del 54% da lui ottenuto certificato anche dalla corte costituzionale, che potrebbe sembrare banale o scontata. In realtà, l’elettorato di Faye e quello più generale dell’opposizione ha afferrato questa vittoria con gli artigli e ben prima dell’apertura della campagna elettorale. L’uscente Macky Sall infatti, ha provato in tutti i modi a conservare il suo posto. In primis, interpretando in modo più largo la nuova disposizione costituzionale che prevede l’impossibilità per un presidente in carica di concorrere per più di due mandati consecutivi. Secondo Sall, questa norme non era valevole per il suo primo mandato, essendo stato eletto nel 2012 e dunque prima della riforma costituzionale. In poche parole, occorreva iniziare il conteggio dal voto del 2019 e non da quello precedente.
Non appena però il capo di Stato uscente ha annunciato la sua ricandidatura, in tutto il Paese sono scoppiate importanti proteste. L’opposizione ha fatto sentire la voce grossa nelle piazze e alla fine Sall ha dovuto annunciare la rinuncia al terzo mandato. Questo però non ha interrotto i suoi tentativi di restare al potere: nei mesi scorsi ha avviato un’intensa campagna di repressione contro le voci più critiche, incarcerando i leader dell’opposizione. A partire da Ousmane Sonko, fondatore di Pastef, ossia il partito che negli ultimi anni è diventato il riferimento per gli oppositori di Sall. Sonko è stato accusato di essere sobillatore di rivolte e di aver destabilizzato il Paese in occasione delle proteste. Anche lo stesso Faye ha trascorso gli ultimi mesi in carcere: l’accusa per lui è stata quella di diffamazione, poi è tornato in libertà a campagna elettorale iniziata.
Oltre alla repressione, Sall ha anche provato a rinviare le elezioni. Il motivo è stato dettato dai dubbi sui requisiti di uno dei venti candidati alla presidenza. In questo caso però, non solo i moti di piazza ma anche la stessa corte costituzionale hanno persuaso il capo dello Stato dai suoi propositi: i giudici infatti, hanno affermato il principio secondo cui il presidente non può decidere o meno sul rinvio del voto e ha intimato a Sall la convocazione delle elezioni entro aprile. I senegalesi, in poche parole, hanno prima deciso di rivendicare con forza il diritto di votare e, in un secondo momento, hanno deciso a chi votare. Faye, delfino di Sonko, è riuscito a raccogliere il voto delle opposizioni e a trasformare una potenziale deriva autoritaria in una prova di maturità democratica.
Le future sfide di Dakar
Adesso viene però il difficile. Faye ha promesso di lottare contro la corruzione e contro l’attuale sistema di potere senegalese. E non sarà affatto semplice. Ma a livello internazionale, le incognite sono ancora più importanti. Il Pastef, oltre che personalmente lo stesso candidato vincitore, ha sempre parlato della necessità di affrancarsi dalla Francia e dal periodo coloniale. Il nuovo presidente cioè si muove lungo il solco di quei sentimenti anti Parigi sempre più diffusi in Africa e, in particolar modo, nella parte occidentale del continente.
Da qui la sua volontà di ridiscutere i contratti con le aziende che in Senegal sono impegnate nelle miniere e nel neonato mercato degli idrocarburi: entro l’anno infatti Dakar diventerà esportatrice di gas e petrolio. L’intento di Faye è quello di applicare tariffe e condizioni più favorevoli al suo Paese, occorrerà vedere però quanto il nuovo capo dello Stato riuscirà a portare a casa e se eviterà un certo irrigidimento di chi ha già investito. Soprattutto tra le tante aziende francesi spettatrici interessate della vicenda.
Non solo, ma Faye ha più volte rimarcato la volontà di uscire dal Franco Cfa, l’area dove vige la moneta unica dell’Africa occidentale. Una valuta agganciata a doppio filo alla Banca centrale francese e vista come strumento neo coloniale da parte di Parigi. Un’uscita del Senegal potrebbe avere un impatto significativo, in Africa come al proprio interno.

