La notizia della liberazione di tre cittadini italiani rapiti nel 2022 in Mali nella notte tra il 26 e il 27 febbraio ha gettato nuova luce e rinnovate attenzioni sulle manovre dell’Agenzia Informazioni per la Sicurezza Esterna (Aise) in teatri critici per la sicurezza nazionale. Maria Donata Caivano, Rocco Langone e il figlio Giovanni, che erano stati sequestrati il 19 maggio 2022 nella loro abitazione alla periferia della città di Koutiala, a sud est della capitale del Mali, Bamako, sono rientrati a Roma grazie al connubio tra un’attenta tessitura diplomatica e il ruolo dei servizi d’informazione e sicurezza repubblicani.
Sequestrati da un’organizzazione legata al al Jnim (Gruppo di supporto per l’Islam e i musulmani), un’entità militante radicale della galassia di al-Qaeda, i tre cittadini italiani sono stati soccorsi e esfiltrati in quella che è una vera e propria terra infedelium per l’Occidente da diversi anni. Il Mali è infatti l’epicentro della cintura golpista estesa a Niger e Burkina Faso in cui negli ultimi anni hanno preso potere giunte militari dichiaratamente ostili alla storica “patrona” dell’area, la Francia, e assai vicine alla Russia grazie alla presenza del gruppo Wagner. Un’area che storicamente rappresentava il cuore della Françafrique oggi lontana dalle disponibilità di Parigi. Ma in cui l’Italia resta operativa. E questo è un dato importante.
Mentre Parigi è espulsa dalle sue storiche roccaforti, l’Italia mantiene attiva la sua proiezione locale con la missione di addestramento in Niger. E con l’operazione maliana mostra una capacità di coordinamento diplomatica e operativa che ha il suo perno nelle capacità d’indagine e studio dell’Aise. Si percepisce come sia il “grande gioco” dell’intelligence italiana a spostare in profondità la prima linea del presidio in Africa. Sotto la guida di Alberto Manenti prima e Gianni Caravelli poi, in particolare, la presenza italiana nell’Africa settentrionale e occidentale è diventata costante. Avendo come pivot la Libia, dove peraltro è operativa la Missione bilaterale di assistenza e supporto, la diplomazia e l’intelligence coordinata dal Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) con a capo l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, scelta da Mario Draghi e stimata anche da Giorgia Meloni, hanno evidentemente dato i propri frutti.
Solo una presenza consolidata sul terreno e una capacità di raccolta informativa in coordinamento con autorità locali instabili e tutt’altro che allineate allo schema italiano di riferimento sul piano internazionale avrebbe potuto garantire la risoluzione della crisi degli ostaggi in Mali. E solo un’analoga, profonda attività di intelligence può consentire alla missione nigerina di proseguire e dare all’Italia un ruolo di sentinella europea per il controllo delle infiltrazioni ostili, del ruolo dei paramilitari Wagner, del presidio antiterrorismo e della raccolta informativa sugli equilibri di potere nella regione. Si segnala come l’avvenuta sinergia operativa tra Italia e Mali vada di pari passo con l’allentamento delle sanzioni della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao) a Niger, Mali e Guinea, preludio al rientro della legittimazione diplomatica dei loro governi. Si cerca un modus vivendi e Roma è presente sul terreno con gli occhi e le orecchie della sua intelligence e della sua diplomazia.
Nel cuore dell’Africa che fu francese l’operatività dell’intelligence italiana è sicuramente degna di nota e attenzione. Mostra un’assertività che non è più pertinenza dei vicini d’Oltralpe, si candida a punto di riferimento operativo per diverse realtà dell’area. Essere prima linea significa poter contare su prospettive operative rischiose, ma anche su una libertà di manovra che nel “torneo delle ombre” dell’intelligence contemporanea, nella zona di confine tra aree d’influenza contese, può rafforzare l’interesse nazionale in aree strategiche.
L’intelligence fa mostrare bandiera all’Italia e alla sua diplomazia. Risulta la “ghiandola pineale” dell’attività dei militari italiani, che nel 2024 si estenderanno col completamento della missione militare in Burkina Faso, ove 50 effettivi delle forze armate addestreranno i soldati burkinabé nella lotta al terrorismo per non lasciare l’egemonia alla Wagner e alla Russia. E al contempo garantisce, in profondità, la raccolta informativa su dossier critici, dal terrorismo ai flussi migratori. Contribuendo alla cosiddetta “intelligence collettiva” fatta di operazioni diplomatiche, dinamiche sul campo, rapporti economici e human intelligence che plasma l’elaborazione di scenari sempre più cruciali per il nostro futuro. Come l’Africa che si spande attorno al Sahel in effetti è.

