Negli stessi giorni in cui gli Stati Uniti si rendevano protagonisti di un frettoloso ritiro dall’Afghanistan, a seguito dell’avanzata talebana, il presidente Joe Biden annunciava l’inizio di una nuova missione. Questa volta però in Africa. In particolare, è stato confermato l’invio di soldati ed esperti anti terrorismo nella Repubblica Democratica del Congo. Washington ha risposto alle richieste del locale governo, il quale non è stato in grado di ristabilire il controllo nelle province del North Kivu e dell’Ituri. Qui da anni c’è un gruppo, l’Adf (Alliance Democratic Force), che ha aderito all’Isis e ne ha iniziato a costituire una delle più pericolose costole africane. In virtù di un accordo tra il Congo e gli Usa stipulato nel 2019, ha preso quindi forma la nuova missione statunitense.

Al di là delle implicazioni riguardanti la lotta al terrorismo, sotto un profilo prettamente politico è chiaro come gli Stati Uniti, con la nuova operazione, stiano ridando importanza alla loro presenza in Africa. Le province congolesi interessate dalla missione di Washington fanno parte di quella grande fascia centro – orientale del continente dove da più di un decennio è forte la presenza di altri attori internazionali. A partire dalla Cina. Una parte della diplomazia Usa vede nello spostamento in Africa del confronto con Pechino uno scenario oramai realistico. La presenza in Congo è quindi da interpretarsi, tra le altre cose, come un vero e proprio “puntellamento” di una zona troppo esposta, secondo Washington, verso la Cina.

La presenza europea nel continente

Dal canto suo l’Europa sta attraversando notevoli difficoltà nel mantenere in Africa una certa influenza. Il vecchio continente sconta soprattutto l’affanno della Francia, tradizionalmente la potenza europea più presente. A giugno il presidente Emmanuel Macron ha annunciato la fine dell’operazione Barkhane in Mali dopo il nuovo colpo di Stato attuato a Bamako. La missione era stata inaugurata nell’ottica del contrasto al terrorismo dilagante nel Sahel. Oggi il Mali è uno dei Paesi africani con lo sguardo maggiormente rivolto ad altri attori. A partire dalla Turchia e dalla Russia, con quest’ultima parzialmente presente con i contractors della Wagner. Quando sta accadendo qui ha imposto all’Europa una profonda riflessione sul suo impegno militare in Africa.

Infografica di Alberto Bellotto

Macron ha dichiarato di non voler lasciare il Sahel. Al contrario, ci sarebbe la volontà di potenziare la missione Takuba, operazione a cui partecipa anche l’Italia e che vede l’impegno comune di diversi governi europei. Possibile quindi che al depotenziamento francese segua una logica comunitaria interna all’Ue. In Mali e nel resto del Sahel si potrebbe sperimentare una presenza europea decisa in ambito unitario. Una tendenza che ben presto potrebbe diventare prevalente. Del resto anche il vecchio continente è intimidito e intimorito dall’avanzamento della Cina e della Russia, oltre che di altre potenze, in tutta l’Africa. Dopo anni di scelte poco oculate e spesso orientate soltanto agli interessi di parte, l’Europa ha bisogno di un’azione corale per contrastare la presenza altrui. Il banco di prova non sarà costituito solo dalla missione Takuba, bensì anche dalle varie operazioni attualmente in corso in Niger e nel resto del Sahel.

La Cina in Africa

Se la presenza russa in Africa si concentra più sul lato militare, quella cinese si contraddistingue per un notevole interesse per le questioni economico-commerciali. Da questo punto di vista, l’abbraccio tra il continente africano e l’accoppiata sino-russa può essere suddiviso in due parti, con Mosca a incarnare una sorta di braccio militare e Pechino a completare il quadro con il suo braccio economico. Due ruoli contrapposti, quindi, e spesso in competizione tra loro. Già, perché Vladimir Putin e Xi Jinping avranno pure rinsaldato la loro alleanza per opporsi agli Stati Uniti, ma in molti scenari gli interessi geopolitici dei due attori cozzano inevitabilmente tra loro, creando qualche attrito imbarazzante di troppo. Fin qui non si sono segnalati episodi particolarmente caldi, anche se la presenza dell’Orso russo e del Dragone cinese in Africa potrebbe alimentare ipotetici punti di rottura.

Tornando alla Cina, Pechino ha investito ingenti risorse nel Continente Nero al fine di: 1) costruire stabili relazioni diplomatiche con le varie realtà locali; 2) aprirsi nuovi mercati; 3) farsi nuovi amici, da usare eventualmente nelle sedi e dispute internazionali; 4) allontanare gli stessi governi africani dall’orbita americana. In ogni caso, il motore africano del Dragone è un marchingegno oliato alla perfezione, mentre la miscela per attivare gli ingranaggi è un concentrato di soft power, risorse economiche e diplomazia. Tanti sono i progetti messi sul tavolo dal governo cinese, fin dall’intenzione di dare vita alla Nuova Via della Seta in salsa africana. L’obiettivo chiave dell’ex Impero di Mezzo consiste nel collegare le due coste orientali dell’Africa, quella occidentale e quella orientale, mediante la costruzione di linee ferroviarie strategiche, da estendere anche a Nord e Sud.

Infografica di Alberto Bellotto

Alcuni progetti sono andati in porto, altri sono fermi al palo, altri ancora sono saltati a causa di molteplici ragioni. Per quanto riguarda i porti, oltre a Gibuti, dove è situata l’unica base cinese all’estero, la Cina aveva pianificato ancoraggi in Kenya, (con gli scali di Lamu e Mombasa), Tanzania (Mtwara e Bagamoyo Dar er Salam) e Mozambico (Beira e Maputo) ma anche Namibia (Walvis Bay), Gabon (Liberville), Cameroon (Kribi), Ghana (Tema), Sao Tomé, Guinea (Conakry) e Senegal (Ndiago), Nigeria (Lomé), Costa d’Avorio (Abijian), Ghana (Aboadze), Mauritania (Nouakchott) e Marocco (Casablanca e Tangeri).

In generale, la Cina rappresenta il più grande “commerciante” bilaterale della regione, nonché principale fornitore di capitale straniero sotto forma di prestiti commerciali e IDE (Investimento diretto estero). Negli ultimi due decenni, i prestiti e gli IDE sono stati dirottati verso trasporti, energia, estrattivi e progetti di telecomunicazioni, soltanto per citare alcuni dei settori più strategici. Dal 2011 a oggi, ogni anno il valore dei contratti di costruzione cinesi in Africa ha superato i 40 miliardi di dollari; nel periodo 2014-2017 tale somma ha sforato il tetto dei 50 miliardi. Da anni, invece, il numero dei lavoratori cinesi in Africa è vicino alle 200mila unità, a conferma dell’impegno cinese nella regione. Un impegno che, nonostante gli effetti della pandemia di Covid sulla Nuova Via della Seta e sui governi africani, continuerà a essere consistente.

Infografica di Alberto Bellotto

India, Corea del Sud e Giappone: occasioni da non perdere

Accanto alla presenza dei soliti noti, in Africa spiccano anche le attività di altri attori geopolitici. L’India, ad esempio, per un certo periodo sembrava potesse sostituirsi alla Cina nel ruolo di grande intermediaria economica del continente. Nel giugno 2021 il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha fatto tappa in Kenya per co-presiedere la terza riunione della Commissione India-Kenya assieme a Raychelle Omamo, suo omologo keniano. Non è un caso, dal momento che Nuova Delhi vede il paese africano come una sorta di porta d’accesso all’Africa continentale.

Questo è soltanto uno dei tanti esempi possibili. Nuova Delhi ha mantenuto aperte le sue linee di approvvigionamento per gran parte della pandemia, e finché ha potuto ha fornito medicinali e kit medici ai Paesi africani più bisognosi. Chiaro l’obiettivo del governo indiano: sfidare la Cina per diventare un partner dell’Africa saldo e affidabile. I piani di gloria di Narendra Modi sono, almeno per il momento, naufragati a causa della violenta ondata di coronavirus che lo scorso marzo ha travolto l’India. Risultato: l’Elefante indiano è stato costretto a frenare l’esportazione di vaccini AstraZeneca, vanificando un possibile exploit di soft power vaccinale. Le visite istituzionali dei funzionari indiani in loco sono proseguite ma, senza progetti concreti, la sensazione è che ci sia ancora molto da lavorare affinché l’India possa superare il rivale cinese.

Le relazioni economiche tra la Corea del Sud e l’Africa hanno iniziato a svilupparsi in maniera consistente a partire dal 2006, con l’avvio di due iniziative: Year of Friendship with Africa e Korea Initiative for Africa’s Development. Al momento, sebbene i flussi di aiuti coreani verso il Continente Nero siano in costante aumento, l’intera regione rimane per Seul un partner di secondo livello. Calcolatrice alla mano, né il commercio né gli investimenti diretti esteri superano l’1,5% dei valori complessivi coreani. Negli ultimi tempi, proprio come l’India, e in risposta all’ascesa cinese, anche i sudcoreani hanno tuttavia iniziato a prestare particolare attenzione all’importanza geopolitica dell’Africa. La Corea del Sud è infatti attratta dalla ricchezza di risorse naturali del continente (petrolio, gas e minerali), ma ritagliarsi uno spazio fra i giganti non sarà affatto facile. A meno che il soft power sudcoreano (leggi: K-Pop, K-Drama e via dicendo) non riesca a creare brecce interessanti con le quali lavorare in ottica futura. Certo è che la presenza di Seul in Africa non deve più essere trascurata, così come quella del Giappone.

Il Giappone è stato soprannominato un “partner sottile ma efficiente”, a conferma di come la presenza nipponica in loco quasi non si percepisca, al netto però di una buona efficacia commerciale e infrastrutturale. In particolare, attraverso il suo “braccio donatore”, la Japan International Cooperation Agency (JICA), negli ultimi decenni il Giappone ha fornito ai Paesi africani aiuti sotto forma di sovvenzioni e prestiti, e ha investito con un proprio stile distinto basato sulla proprietà locale, la pace, la governance e i diritti umani. Collabora inoltre con un’ampia gamma di partner internazionali, tra cui l’ONU, coordinando e attuando progetti sul campo. L’Africa è inoltre posizionata in un’area altamente strategica per la Free and Open Indo-Pacific (FOIP), una sorta di Belt and Road Initiative in versione giapponese. Nei piani di Tokyo, il Continente Nero potrebbe (e dovrebbe) svolgere un ruolo chiave come partner dei Paesi della regione indo-pacifica, tra cui l’India. Paesi, va da sé, uniti dai principi del libero scambio, della libertà di navigazione, dello stato di diritto e dell’economia di libero mercato. In generale, il Giappone punta a coinvolgere i Paesi africani nelle dinamiche internazionali facendo leva sui valori universali. L’opposto di quanto stanno facendo Cina e Russia.