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	<title>Ambiente Archives - InsideOver</title>
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	<title>Ambiente Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>“Oro invisibile” negli abissi del Giappone: la scoperta che può riscrivere la ricerca mineraria</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/oro-invisibile-fondali-pacifico-giappone-pirite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 15:08:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Oro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1076" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Oro nel fondale marino (pixabay)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1024x574.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1536x861.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-600x336.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La concentrazione record è stata individuata all’interno della pirite, il minerale noto come “oro degli sciocchi”. Un risultato che offre nuovi strumenti per cercare risorse nascoste nelle profondità marine</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/oro-invisibile-fondali-pacifico-giappone-pirite.html">“Oro invisibile” negli abissi del Giappone: la scoperta che può riscrivere la ricerca mineraria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1076" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Oro nel fondale marino (pixabay)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1024x574.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1536x861.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-600x336.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A oltre 700 metri di profondità, tra i camini idrotermali della caldera di <strong>Higashi-Aogashima</strong>, a sud di Tokyo, un gruppo di ricercatori giapponesi ha individuato <a href="https://phys.org/news/2026-07-scientists-invisible-gold-deep-sea.html"><strong>una delle concentrazioni di oro più insolite mai documentate</strong></a>. Il metallo non forma vene, né minuscole pepite, ma è incorporato nella struttura cristallina della <strong>pirite</strong>, il minerale conosciuto come <strong>&#8220;oro degli sciocchi&#8221;</strong>. È una presenza <strong>invisibile</strong>, individuabile soltanto con tecniche di analisi capaci di osservare la materia su scala atomica. Lo studio &#8211; pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-58760-z" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Scientific Reports</a> &#8211; offre uno strumento inedito per comprendere <strong>dove e come l&#8217;oro possa concentrarsi nei sistemi idrotermali sottomarini</strong>, un risultato con implicazioni che vanno ben oltre la geologia.</p>



<p>L&#8217;area in cui è stata condotta la ricerca si trova nell&#8217;arco vulcanico di <strong>Izu-Ogasawara</strong>, una delle regioni più attive del Pacifico occidentale, dove il fondale ospita <strong>tre campi idrotermali</strong> alimentati da fluidi ricchi di minerali che risalgono dalla crosta terrestre. Per raggiungerli, il team ha impiegato veicoli sottomarini robotizzati capaci di operare <strong>oltre i 700 metri di profondità</strong>, recuperando campioni di rocce provenienti dai camini vulcanici e dai grandi depositi di solfuri metallici che si accumulano sul fondo della caldera. Proprio l&#8217;analisi di questi campioni ha restituito un dato inatteso: <strong>concentrazioni di oro fino all&#8217;1,9% in peso</strong>, equivalenti a oltre 19 mila parti per milione all&#8217;interno della pirite, valori nettamente superiori a quelli osservati in altri sistemi idrotermali studiati finora.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-x wp-block-embed-x"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Hidden Gold Discovered Beneath Pacific Ocean Near Japan<br><br>Japanese researchers have discovered record concentrations of &quot;invisible gold&quot; hidden inside pyrite minerals at hydrothermal vents beneath the Pacific Ocean near Japan. The discovery was made at the Higashi-Aogashima… <a href="https://t.co/ymWYIQupw3">pic.twitter.com/ymWYIQupw3</a></p>&mdash; News Insider 24&#215;7 (@newsinsider24x7) <a href="https://x.com/newsinsider24x7/status/2078012813222781168?ref_src=twsrc%5Etfw">July 17, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.x.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;oro è nascosto dentro i cristalli della pirite</strong></h2>



<p>Il risultato più interessante dello studio riguarda infatti <strong>la forma con cui l&#8217;oro si presenta</strong>: nei giacimenti tradizionali il metallo compare generalmente sotto forma di granuli o minuscole inclusioni distribuite nella roccia. Nella caldera di Higashi-Aogashima, invece, gli atomi d&#8217;oro risultano incorporati direttamente <strong>nel reticolo cristallino della pirite</strong>, come una soluzione solida che non può essere individuata con le normali osservazioni mineralogiche. Per dimostrarlo i ricercatori hanno combinato diverse tecniche di laboratorio, fino ad arrivare alla <strong>spettrometria di massa agli ioni secondari (SIMS)</strong>, uno strumento capace di rilevare la distribuzione degli elementi su scala microscopica attraverso perforazioni quasi impercettibili all&#8217;interno dei campioni.</p>



<p>L&#8217;indagine ha anche permesso di ricostruire le condizioni che favoriscono questo fenomeno. La presenza di elementi come <strong>arsenico, rame e piombo</strong> altera infatti la struttura della pirite, creando <strong>minuscole imperfezioni nel reticolo cristallino</strong> che consentono agli atomi <a href="https://it.insideover.com/investimenti-e-trading/mercati-e-politica-cosa-ci-sta-dicendo-loro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">d&#8217;oro </a>di rimanere intrappolati durante la formazione del minerale. Non tutta la pirite, però, si comporta allo stesso modo: i campioni più ricchi provengono dal cono centrale della caldera e appartengono soprattutto alla cosiddetta <strong>pirite colloforme</strong>, formatasi quando i fluidi idrotermali surriscaldati entrano rapidamente in contatto con l&#8217;acqua marina più fredda. È proprio questa combinazione di processi geologici e caratteristiche mineralogiche a fornire agli studiosi nuovi indicatori per riconoscere, in futuro, <strong>depositi auriferi nascosti</strong> che fino a oggi sarebbero potuti passare completamente inosservati.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dalla ricerca ai nuovi criteri per trovare i giacimenti</strong></h2>



<p>L&#8217;aspetto forse più interessente della ricerca non riguarda l&#8217;eventuale sfruttamento di questo deposito, quanto <strong>il metodo </strong>che mette a disposizione della comunità scientifica. I risultati suggeriscono infatti che la composizione chimica della pirite e la sua particolare morfologia possano diventare <strong>indicatori affidabili</strong> <strong>per individuare zone ricche</strong> <strong>di oro</strong> anche in altri sistemi idrotermali del pianeta. In altre parole, la pirite smette di essere considerata soltanto un minerale associato ai giacimenti auriferi e diventa una sorta di <strong>archivio geologico</strong>, capace di conservare tracce preziose dei processi che hanno concentrato il metallo nel sottosuolo. È un cambio di prospettiva <strong>che potrebbe orientare le future campagne di esplorazione</strong>, soprattutto in quelle aree dove l&#8217;oro non è visibile e sarebbe quindi impossibile da individuare con le tecniche tradizionali.</p>



<p><a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/il-congo-sanguina/le-miniere-maledette.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Estrarre minerali </a>da profondità simili resta una sfida tecnologica, economica e ambientale estremamente complessa. Tuttavia, comprendere come e dove l&#8217;oro si accumula nei sistemi vulcanici sommersi <strong>permette di affinare i modelli geologici</strong> utilizzati in tutto il mondo per la ricerca di nuovi giacimenti. <strong>Le tecniche micro-analitiche </strong>impiegate nello studio potrebbero essere applicate anche ad altri depositi idrotermali, contribuendo a distinguere le aree realmente promettenti da quelle prive di un interesse minerario concreto.</p>



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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I fondali oceanici restano una delle grandi frontiere delle risorse strategiche</strong></h2>



<p>La scoperta arriva in una fase in cui il mare profondo è tornato al centro dell&#8217;interesse internazionale: la forte domanda di metalli indispensabili per la transizione energetica, l&#8217;elettronica avanzata e numerose applicazioni industriali ha riacceso l’interesse <strong>sul potenziale dei fondali oceanici</strong>, considerati da molti uno dei principali serbatoi di risorse ancora poco conosciuti. In questo scneario, studi come quello condotto nella caldera di Higashi-Aogashima assumono un valore che va oltre il singolo risultato scientifico, perché contribuiscono a <strong>comprendere meglio i processi che governano la formazione dei depositi minerari</strong> e forniscono nuovi strumenti per interpretarli.</p>



<p>Aver dimostrato che l&#8217;oro può essere incorporato direttamente nella struttura della pirite con concentrazioni così elevate offre <strong>una chiave di lettura inedita sull&#8217;evoluzione dei sistemi idrotermali</strong> e apre nuove prospettive per la geologia mineraria. In un momento storico in cui la competizione per le risorse naturali si gioca sempre più sulla capacità di individuarle prima ancora che di estrarle, anche una scoperta apparentemente invisibile può contribuire a rivoluzionare il modo in cui vengono esplorati gli oceani.</p>
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		<item>
		<title>Nanosatelliti, droni e IA: la lotta agli incendi, in Grecia, comincia dallo spazio</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/grecia-satelliti-ai-rilevamento-incendi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 05:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Incendi]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="836" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Incendio (pixabay)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-1024x669.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-600x392.jpg 600w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Grazie a una rete di nanosatelliti e all'intelligenza artificiale, Atene è in grado di individuare dallo spazio anche i focolai più piccoli in tempo reale. Il progetto, finanziato dall'Ue con 200 milioni di euro, punta a diventare il nuovo modello di prevenzione per tutto il continente</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="836" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Incendio (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-1024x669.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p><strong>La lotta agli incendi boschivi</strong> entra in una fase completamente diversa e Atene ha deciso di farlo puntando su una tecnologia che, fino a pochi anni fa, apparteneva soprattutto ai programmi spaziali e militari. <strong>La Grecia</strong> è infatti il primo Paese <a href="https://www.euronews.com/2026/06/30/greece-is-leading-the-world-in-wildfire-prevention-thanks-to-satellites-and-ai" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ad aver integrato una costellazione di satelliti dedicata all&#8217;interno del proprio sistema nazionale antincendio</a>, inaugurando un modello che potrebbe diventare un riferimento per molti altri Stati europei chiamati a fronteggiare estati sempre più lunghe, temperature record e incendi in costante aumento.</p>



<p>Il fulcro del progetto è costituito da <strong>quattro nanosatelliti</strong> sviluppati dall&#8217;azienda tedesca <strong>OroraTech</strong> e lanciati in orbita terrestre bassa nel maggio 2026. Pur avendo dimensioni ridotte &#8211; inferiori a quelle di un normale bagaglio a mano &#8211; questi satelliti sono equipaggiati con <strong>sensori termici ad alta sensibilità</strong> in grado di individuare focolai estremamente piccoli, fino a circa quattro metri di diametro. Si tratta di <strong>una capacità di osservazione molto superiore rispetto ai tradizionali sistemi satellitari</strong> impiegati finora, che generalmente riescono a rilevare soltanto incendi già sviluppati e quindi molto più difficili da contenere.</p>



<p>La vera novità, però, non riguarda soltanto la qualità delle immagini raccolte: l&#8217;intero sistema è progettato per <strong>trasformare i dati provenienti dallo spazio in informazioni operative</strong> immediatamente utilizzabili dai vigili del fuoco. Ogni rilevazione viene infatti elaborata da algoritmi di intelligenza artificiale che analizzano la firma termica dell&#8217;evento, verificano se si tratta realmente di un incendio e inviano quasi in tempo reale ai centri di comando un rapporto completo con posizione, dimensioni e intensità del focolaio.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Greece is leading the world in wildfire detection thanks to EU-funded satellites and AI" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/R2FjodvZ2pc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_R2FjodvZ2pc");</script>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come l’AI riduce i falsi allarmi e aiuta a decidere dove intervenire</strong></h2>



<p>Uno dei principali limiti delle tecnologie di osservazione tradizionali è rappresentato dai <strong>falsi positivi</strong>: superfici rocciose surriscaldate dal sole, tetti industriali, pannelli fotovoltaici o altre fonti di calore possono infatti essere scambiate per principi di incendio, costringendo i servizi di emergenza a verifiche inutili e disperdendo risorse preziose. Per evitare questo problema, la piattaforma sviluppata da OroraTech utilizza modelli di AI addestrati proprio a <strong>distinguere le anomalie termiche naturali o artificiali dai veri incendi</strong>. Solo dopo questa fase di validazione gli allarmi vengono trasmessi alle autorità competenti, riducendo il rischio di interventi superflui e aumentando l&#8217;affidabilità complessiva del sistema.</p>



<p>L&#8217;obiettivo non è sostituire il lavoro delle squadre antincendio, ma fornire ai responsabili operativi <strong>un quadro molto più preciso della situazione sul territorio</strong>. Quando sono presenti più incendi contemporaneamente, infatti, la priorità diventa capire quali rappresentino la minaccia maggiore e quali possano invece essere monitorati senza impiegare immediatamente uomini e mezzi. Il sistema integra inoltre <strong>modelli previsionali che simulano l&#8217;evoluzione dell&#8217;incendio</strong> e consentono di valutare dove convenga concentrare le squadre di intervento prima che la situazione peggiori.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché la Grecia investe nello spazio per difendersi dagli incendi</strong></h2>



<p>La scelta di <a href="https://it.insideover.com/economia/la-grecia-degli-armatori-un-potere-globale-sui-mari-e-uno-stato-fragile-alle-spalle.html">Atene</a> nasce da un&#8217;esperienza diretta maturata negli ultimi anni. Il Paese mediterraneo è infatti tra quelli europei <strong>maggiormente esposti agli incendi boschivi</strong>, fenomeno aggravato dall&#8217;aumento delle temperature e dalle sempre più frequenti ondate di calore. <strong>Il 2024 è stato l&#8217;anno più caldo mai registrato in Grecia</strong>, mentre il 2025 si è collocato al terzo posto della serie storica. Allo stesso tempo, il Paese ha dovuto affrontare <strong>alcuni degli <a href="https://it.insideover.com/societa/i-canadair-di-roma-al-fianco-della-grecia-contro-gli-incendi-legemonia-italiana-nella-risposta-ai-disastri.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">incendi</a> più estesi e distruttivi d&#8217;Europa</strong>, con conseguenze pesanti per le comunità locali, il patrimonio naturale e il sistema economico. <strong>Da qui la decisione di rafforzare progressivamente gli strumenti di prevenzione</strong>, affiancando ai tradizionali mezzi terrestri una rete tecnologica capace di intervenire già nelle primissime fasi dell&#8217;emergenza.</p>



<p>I satelliti non operano in modo isolato, ma fanno parte di una rete più articolata composta da <strong>droni, sistemi di monitoraggio a terra e piattaforme digitali</strong> condivise tra le diverse autorità coinvolte nella gestione delle emergenze. L&#8217;obiettivo è costruire <strong>una capacità di sorveglianza continua</strong> che riduca il tempo necessario per individuare un nuovo focolaio, limitando così la probabilità che un incendio possa trasformarsi rapidamente in un evento fuori controllo.</p>



<p>Secondo il ministro greco della Governance Digitale, <strong>Dimitris Papastergiou</strong>, questa tecnologia risulta particolarmente preziosa nelle aree montane, nei parchi nazionali e nelle zone remote, dove spesso un incendio può svilupparsi per lungo tempo senza essere notato da residenti o escursionisti. In questi casi il rilevamento satellitare rappresenta un vantaggio concreto <strong>perché permette di individuare i punti caldi anche in assenza di segnalazioni</strong> provenienti dal territorio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un modello che guarda oltre la Grecia e rafforza l&#8217;autonomia tecnologica europea</strong></h2>



<p><a href="https://apnews.com/article/greece-wildfires-satellites-europe-artificial-intelligence-8fe0df5f61f336ef59403f189a5a29de" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il progetto greco</a> fa da apripista a una strategia a lungo termine con cui l’Unione Europea punta a rafforzare le proprie capacità tecnologiche nei sistemi di osservazione della Terra. La rete &#8211; <strong>finanziata con circa 200 milioni di euro di fondi comunitari</strong> &#8211; continuerà ad ampliarsi nel corso del 2026 attraverso il lancio di ulteriori satelliti destinati a integrare rilevazioni termiche, radar e ottiche in un&#8217;unica infrastruttura.</p>



<p>L&#8217;iniziativa assume così una forte valenza strategica di fronte a incendi boschivi diventati ormai una minaccia strutturale per l&#8217;intero continente. L&#8217;integrazione tra satelliti, intelligenza artificiale e protezione civile inaugura difatti un nuovo modello, nel quale <strong>la rapidità di individuazione e la qualità dei dati spaziali </strong>diventano elementi decisivi quanto la disponibilità di uomini e mezzi sul campo.</p>
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		<title>Valerio Nicolosi: &#8220;Da Gaza all&#8217;Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall&#8217;ecocidio&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/valerio-nicolosi-da-gaza-alletiopia-la-mia-mappa-di-un-pianeta-e-dei-popoli-minacciati-dallecocidio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diana Mihaylova]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 04:55:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio a Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Valerio Nicolosi: "Israele vuole annientare Gaza anche attraverso l'ecocidio: una distruzione indiscriminata del pianeta".</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/valerio-nicolosi-da-gaza-alletiopia-la-mia-mappa-di-un-pianeta-e-dei-popoli-minacciati-dallecocidio.html">Valerio Nicolosi: &#8220;Da Gaza all&#8217;Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall&#8217;ecocidio&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In un’epoca d’instabilità sociale, politica, economica e climatica come quella che stiamo attraversando, <strong>è possibile tracciare una linea di connessione tra i contesti di guerra, la crisi ambientale e l’avanzamento del capitalismo?</strong> È possibile leggere il <a href="https://it.insideover.com/politica/commissione-onu-israele-ha-deliberatamente-preso-di-mira-i-bambini-di-gaza-e-genocidio.html">genocidio di Gaza</a>, le alluvioni in Emilia-Romagna o la siccità estrema in Etiopia come manifestazioni di una stessa crisi globale? E quali responsabilità hanno la politica e il modello economico dominante nel progressivo deterioramento dell&#8217;ambiente e nell&#8217;acuirsi delle disuguaglianze sociali?</p>



<p>Sono questi alcuni dei temi centrali all’interno di <a href="https://www.ilmillimetro.it/libro/9791282062329" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Ecoguerra. Mappa di un pianeta sotto assedio </strong>(Il Millimetro, 2026)</a>, <strong>l’ultimo libro-reportage del giornalista e documentarista Valerio Nicolosi</strong>. Da anni impegnato nel racconto di conflitti, migrazioni e crisi umanitarie, Nicolosi ha documentato alcuni dei principali scenari di guerra e delle grandi trasformazioni del nostro tempo, collaborando, tra gli altri, con Rai e Mediaset, Reuters e Ansa fino al suo <a href="https://www.fanpage.it/scanner/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">podcast Scanner</a>, realizzato con Fanpage.it in cui racconta quotidianamente l’attualità. <strong>“Israele vuole annientare il popolo palestinese e lo fa anche attraverso l’ecocidio a Gaza, un’idea di distruzione indiscriminata di una popolazione e del pianeta”</strong>, ha raccontato nel corso della nostra intervista, attraverso un dialogo ampio sulla <strong>criticità del modello di sviluppo economico occidentale odierno, fino al declino degli Stati Uniti e della loro egemonia,</strong> sotto <a href="https://it.insideover.com/politica/immunita-totale-contractor-e-diritto-al-sequestro-il-board-of-peace-di-trump-per-gaza-e-un-mostro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’amministrazione di Trump</a>.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="874" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-1024x874.jpg" alt="" class="wp-image-523283" style="aspect-ratio:1.1716502484526197;width:749px;height:auto" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-1024x874.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-300x256.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-768x656.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-600x512.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2.jpg 1080w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p><strong>Recentemente è stato pubblicato il tuo libro-reportage <em>Ecoguerra: </em>com’è nata l’idea per realizzarlo? Che ispirazione c’è dietro a questo titolo così profondamente, e supponiamo volutamente, evocativo?</strong></p>



<p>“Questo libro nasce da una necessità: sono sempre stato molto sensibile al tema ambientale, ho seguito i movimenti di <em>Fridays for Future</em>, di <em>Extinction Rebellion</em> ma ero attento alla questione anche prima. Poi, cinque anni, fa è nato mio figlio e questo ha inevitabilmente allungato la mia prospettiva sul futuro, perché con un figlio non pensi più al futuro prendendo in considerazione solo la tua pelle e la tua vita, ma inizi a farlo pensando alla sua. E per questo però, mi sono allarmato ancora di più.</p>



<p>Gli effetti della crisi climatica, oggi, sono sempre più evidenti: ho seguito e raccontato come inviato le due grandi alluvioni in Emilia-Romagna, sono stato in Etiopia e il libro si apre proprio col reportage dalla regione di Borena. Lì ho visto coi miei occhi la ‘forbice dell&#8217;acqua’: la quantità d&#8217;acqua che cade ogni anno è sostanzialmente sempre la stessa, ma il problema è che cade tutta da una parte e non cade affatto dall&#8217;altra. Ho sentito il bisogno di mettere insieme tutti questi lavori.</p>



<p>Il libro si chiama <em>Ecoguerra</em> perché mi sono occupato e mi occupo anche di guerra, ma allo stesso tempo dico sempre una cosa: sotto le bombe, in qualche modo, ci si abitua a vivere. Può sembrare assurdo, ma in Ucraina, in Cisgiordania o a Gaza dove sono stato, esisteva comunque una forma di ‘quotidianità’, nonostante tutto. Mentre senz’acqua, oppure durante un&#8217;alluvione, quella quotidianità semplicemente scompare. Sei anni di siccità, come quelli che ho visto nella regione etiope di Borena, sono molto peggio di una guerra. Da qui nasce l&#8217;idea: una guerra che l&#8217;umanità ha dichiarato al pianeta e alla quale il pianeta, inevitabilmente, sta rispondendo.”</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-523284" style="width:724px;height:auto" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-1024x1024.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-100x100.jpg 100w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage.jpg 1080w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p><strong>A proposito del capitolo dedicato a Borena, nel Sud dell’Etiopia: qui racconti come in quella regione non piova da oltre sei anni, un tempo in cui la siccità ha “ucciso l’80% del bestiame e quasi ogni forma di vita vegetale”. È un immaginario e un contesto molto lontano da noi, eppure è assurdo e tremendamente allarmante, proprio ora che l’attenzione sulla crisi climatica è aumentata anche qui, con le forti ondate di calore di queste ultime settimane. Un po’ come fosse il segnale di qualcosa di molto più grande a livello ambientale e non solo. Cosa ti ha colpito di più di quell’esperienza?</strong></p>



<p>“Ho camminato sui letti dei laghi e dei fiumi in secca. È stata una sensazione pazzesca, inimmaginabile. I primi fiumi che ho visto non sembravano nemmeno fiumi: erano talmente secchi, che hanno dovuto spiegarmi che si trattava di quelli che una volta erano fiumi. Per me erano semplicemente pezzi di terra arida, identici a tutto il resto che ci circondava. Invece una volta erano stati fiumi importanti. È un fenomeno che non si può descrivere. Paolo Virzì ha fatto un film su questo tema: <em>Siccità</em>, dove immagina un contesto contemporaneo, ma anche distopico, ovvero una Roma in cui non piove da due anni. Ecco, provate a immaginare cosa significhi, nella realtà, vivere sei o sette anni senza pioggia, non in città come nel film, ma in un contesto di agro-pastorizia seminomade, di estrema povertà, dove le persone vivono di allevamento e di sussistenza. Quelle persone hanno perso tutto. Per questo dico che, paradossalmente, è meglio la guerra della siccità.”</p>



<p><strong>Sin dalle primissime righe del libro, già dalla prefazione, a cura di Cristiano Godano, leggiamo: “Appare sempre più chiaro a molte persone che il capitalismo è una specie di gigantesca gabbia in cui l’umanità è fatta convogliare, sedata, abbindolata, raggirata da una narrazione totalmente fraudolenta che invita a credere che c’è posto per tutti con la propria libera iniziativa.” Dal tuo punto di vista, in che modo il capitalismo occidentale – e non solo – è responsabile della crisi climatica, ambientale, sociale e politica che stiamo attraversando?</strong></p>



<p>“Mark Fisher diceva che è più facile immaginare la fine del pianeta che la fine del capitalismo. Il capitalismo è il problema, non c&#8217;è molto altro da discutere. Perché è proprio un modello di sviluppo che prevede lo sfruttamento dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo e dell&#8217;uomo sull&#8217;ambiente. Stiamo andando verso una sorta di tecnofeudalesimo, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e arrivano perfino a immaginare – quasi come fossimo in un romanzo di fantascienza – di trovare un altro pianeta su cui trasferirsi quando questo non sarà più abitabile. Naturalmente è un’idea di pochi, solo dei più ricchi. Nel frattempo, però, continuano a sfruttare tutto ciò che questo pianeta può offrire, a discapito del restante 99% della popolazione. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle.</p>



<p>Le ondate di calore colpiscono direttamente e in modo particolare alcune categorie di lavoratori: rider, operai, persone che devono prendere i mezzi pubblici nelle ore più calde della giornata, che rischiano di sentirsi male quotidianamente. Nel frattempo, i più ricchi hanno una casa al mare, una in montagna, un appartamento di quattrocento metri quadrati con aria condizionata… A loro la crisi climatica non tange nel quotidiano, perché ci riguarda tutti, ma come in tutte le situazioni critiche, non siamo tutti sulla stessa barca: c&#8217;è chi è su uno yacht e chi, invece, è su un barcone che prova ad attraversare il Mediterraneo. Perché chi scappa dalla siccità, dalla fame e dagli effetti della crisi climatica si imbarca anche sui barconi.</p>



<p>In questa crisi climatica più andiamo avanti, più a essere colpiti saranno i poveri. Non c’è possibilità di cambiare la situazione, se non cambiando il modello di sviluppo con interventi mirati sul territorio: una patrimoniale per i più ricchi, una riduzione dell’asfalto, aumentare il verde pubblico e ridistribuire la ricchezza. Solo così si può iniziare a rispondere a questa macro-crisi.”</p>



<p><strong>Nel tuo reportage ti sei spostato in contesti molto diversi: in Italia, passando dalle Alpi, dalla Pianura Padana fino all’Emilia Romagna, ma anche fuori, in Etiopia, come abbiamo accennato, fino a Gaza, dove sei stato in passato. Pensando alla Striscia di Gaza oggi, ovviamente, il primo pensiero non va alla crisi climatica, quanto piuttosto alla sua completa distruzione, causata dall’offensiva militare israeliana. C’è però un concetto preciso che tu evochi, quello dell’“ecocidio”. In che modo si manifesta?</strong></p>



<p>“Ho scelto di inserire l&#8217;ecocidio di Gaza in questo libro non perché sia direttamente e strettamente legato alla crisi climatica, ma perché è la rappresentazione, a mio avviso, di quell’idea di distruzione indiscriminata, a piacimento, del pianeta e di una popolazione. Israele vuole annientare il popolo palestinese e lo fa anche attraverso l&#8217;ecocidio: ovvero rendendo inospitale quel territorio per decenni. Altro che la “New Gaza” immaginata da Trump.&nbsp;</p>



<p>Da un lato c&#8217;è l’enorme quantità di bombe che sono state sganciate, con tutti i metalli pesanti e le sostanze tossiche che hanno contaminato un territorio microscopico come quello della Striscia. Dall&#8217;altro, ci sono le tonnellate di macerie: se si iniziasse oggi a rimuoverle, servirebbero circa trent&#8217;anni per eliminarle completamente. Questo è emblematico: l’idea che la Terra sia ad uso esclusivo di qualcuno. In questo caso qualcuno che vuole eliminare un’altra popolazione. Non vi è alcun rispetto della Terra come un qualcosa di tutti, come ‘Terra madre’.</p>



<p>Faccio un volo pindarico, ma in passato io sono stato anche in Chiapas e ho vissuto per un periodo all&#8217;interno di una famiglia zapatista. La cultura maya mette la Terra al centro di tutto: il rispetto della terra è il fondamento della loro visione del mondo. Ed è una prospettiva dalla quale avremmo molto da imparare, perché cambierebbe radicalmente il nostro rapporto con il pianeta. Noi, invece, non ci limitiamo a prendere ciò che ci serve, lasciando la Terra nelle stesse condizioni per chi verrà dopo di noi. Noi cerchiamo di prendere tutto quello che possiamo, senza limiti”.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-523287" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Alluvione in Emilia-Romagna, 2023</em></figcaption></figure>
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<p><strong>Negli ultimi anni l’attenzione e la sensibilità dell’opinione pubblica sulle problematiche legate al clima e all’ambiente è aumentata molto, ma esistono ancora i cosiddetti “negazionisti”, che tu citi anche nel libro. Spesso appartengono a una classe politica o economica più privilegiata. Come reporter, ma anche come cittadino, come risponderesti a chi continua, ancora oggi, a negare l’esistenza della crisi climatica?</strong></p>



<p><strong>“</strong>È difficile. Da un lato potremmo limitarci a usare i dati, che sono incontrovertibili. Ma spesso i numeri, da soli, finiscono per allontanare le persone invece di coinvolgerle. Credo sia necessario raccontare con chiarezza ciò che sta accadendo: le nostre città tra trenta o quarant’anni non saranno più le stesse e rischiano di non essere più vivibili. Oggi circa il 50% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e nel giro di trent&#8217;anni questa percentuale salirà al 75%. Ci saranno sempre più persone concentrate nelle metropoli, che però diventeranno sempre più inospitali. Io parlerei, per esempio, dello scioglimento dei ghiacciai, spiegando cosa comporta: non è un problema che riguarda soltanto gli alpinisti o gli appassionati di montagna. Se le Alpi perderanno la quasi totalità, il 97%, dei loro ghiacciai, perderemo una delle nostre principali riserve d&#8217;acqua e il clima cambierà radicalmente anche nelle aree sottostanti. È questo che dobbiamo spiegare alle persone, non stiamo parlando di un film di fantascienza. Non possiamo comportarci come nel film <em>Don&#8217;t Look Up</em>, continuando a negare la realtà fino all&#8217;ultimo momento.”</p>



<p><strong>Tornando alla situazione in Medio Oriente, rispetto alla tua esperienza come reporter, osservando la distruzione di Gaza, dove ormai, sappiamo, mancano tutti i tipi di beni di prima necessità, e dove, nonostante i cosiddetti “Cessate il fuoco” ci sono continui attacchi da parte dell’IDF, così come ce ne sono anche in Cisgiordania e in Libano, come vedi l’evoluzione di questo conflitto, ammesso che di conflitto si possa parlare, nel prossimo futuro?</strong></p>



<p>“Io non parlerei di guerra, quello che è in corso è un genocidio, e temo che andrà avanti nell&#8217;indifferenza pressoché totale della comunità internazionale, fino al raggiungimento di un preciso obiettivo politico: un’Israele ‘dal fiume al mare’. So che è una visione pessimista, per questo attingo alle parole delle mie amiche e dei miei amici palestinesi. Loro mi ripetono sempre che tutte le occupazioni, nella storia, prima o poi sono finite. E sono convinti che finirà anche questa. Come accadrà, nessuno lo sa. Alcuni mi dicono: ‘Per noi andrebbe bene anche uno Stato unico, purché ci vengano riconosciuti gli stessi diritti per tutti, il diritto di voto per tutti. A quel punto, come popolazione alla pari, proveremmo a convivere in pace’. Altri, invece, sostengono che riusciranno a riprendersi Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est come territori palestinesi. Non so come finirà, ma, cercando di essere ottimista, come lo sono i palestinesi, quell’occupazione prima o poi finirà, esattamente come tutte le altre.”</p>



<p><strong>Secondo te, a cosa è dovuta la nostra passività, come Unione Europea e come Stati occidentali, nei confronti della causa palestinese? Al di là delle dichiarazioni di principio, non si sono quasi mai visti interventi concreti di sostegno da parte delle istituzioni europee in questi anni</strong></p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-523285" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un bambino tra le macerie di Gaza, giugno 2026</em></figcaption></figure>
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<p>“Le ragioni sono principalmente due. La prima è una responsabilità storica che pesa ancora oggi, soprattutto su Paesi come l&#8217;Italia e la Germania. Non è un caso che siano stati proprio questi due governi a opporsi alle sanzioni e alla sospensione dell&#8217;accordo di associazione tra Israele e l&#8217;Unione Europea. È una responsabilità storica che continua a pesare sulle scelte politiche.</p>



<p>La seconda riguarda gli interessi economici, tecnologici e militari. Noi abbiamo messo la nostra sicurezza nelle mani di società israeliane, che spesso sono aziende private fondate da ex alti ufficiali dell&#8217;IDF, da ex membri dell&#8217;intelligence o ex esponenti politici. Si tratta di realtà strettamente collegate allo Stato israeliano, anche perché il governo investe direttamente in molte di queste aziende.</p>



<p>Prendiamo il caso di <em>Paragon</em>. Il giornale per cui lavoro, <em>Fanpage.it</em>, è stato spiato attraverso questo software. Ancora oggi non sappiamo chi abbia autorizzato quell&#8217;operazione, perché il Governo continua a non dircelo, anche se dovrebbe esserne perfettamente a conoscenza. <em>Paragon</em> è una società israeliana: gli israeliani sanno chi ha utilizzato quel sistema, mentre il Governo italiano continua a non fornire risposte. Questo episodio dimostra quanto la nostra sicurezza sia stata delegata e, di conseguenza, quanto siamo ricattabili.”</p>



<p><strong>Prima hai citato Donald Trump. Se guardiamo all&#8217;attualità, gli Stati Uniti continuano a essere coinvolti in numerosi scenari di tensione internazionale proprio in Medio Oriente, tra cui il conflitto, assieme a Israele, contro l’Iran. Allo stesso tempo Washington, nell’ultimo anno, si è progressivamente sfilata da diversi accordi internazionali, non solo in materia di conflitti, ma anche sul fronte climatico, a partire dal Protocollo di Kyoto del 1997, l’Accordo di Parigi del 2015, fino all’annullamento di qualsiasi principio del diritto internazionale. Come se non ci fossero più regole di alcun tipo. Come immagini il ruolo degli Stati Uniti e l’egemonia statunitense in questo scenario, nel prossimo futuro?</strong></p>



<p><strong>“</strong>Gli Stati Uniti sono un impero. E gli imperi, quando entrano in fase del declino, diventano più aggressivi. Trump è l’espressione di questa aggressività e di questo declino. Sta cercando di arrestarlo, ma ormai è un declino strutturale. Lo fa cercando di riportare la produzione industriale negli Stati Uniti – pochi giorni fa annunciava, ad esempio, che Toyota produrrà nuove automobili sul territorio americano – e lo fa anche vendendo a noi armi. E noi europei, purtroppo, stiamo cadendo in questa logica. Non so quanto a lungo gli Stati Uniti riusciranno a mantenere la loro posizione dominante. Rimangono una potenza enorme, ma sono anche un impero in evidente declino.”</p>



<p><strong>E come s’inserisce la Cina in questo declino?</strong></p>



<p>“La Cina è in forte ascesa. Pechino, però, ha un problema militare che gli Stati Uniti non hanno: non ha mai combattuto una guerra in tempi recenti. Possiede un esercito importante, ma è un esercito che recentemente è stato interessato anche da profonde epurazioni interne. Di conseguenza, nessuno sa davvero quale sarebbe la sua capacità di affrontare un conflitto su larga scala. Per questo motivo, credo che la Cina continuerà a seguire la strategia che ha adottato finora: osservare gli equilibri internazionali, investire sul commercio, rafforzare i rapporti bilaterali e consolidare la propria influenza economica. Quanto all&#8217;Europa, penso che dovrà prima o poi prendere atto che gli Stati Uniti, con Trump, non avranno più il ruolo che hanno avuto fino ad oggi. E questa trasformazione finirà probabilmente per accelerare ulteriormente il declino della leadership americana.”</p>



<p><strong>Restando sulla Cina, ma anche su alcune riflessioni sviluppate nel tuo libro: tra le questioni legate alla crisi climatica c&#8217;è anche l&#8217;inquinamento prodotto dall&#8217;industria. Per anni si è parlato di delocalizzazione: molti Paesi occidentali hanno spostato la produzione all&#8217;estero, soprattutto per ridurre i costi. Oggi, però, ci troviamo davanti a un paradosso. Gran parte della produzione industriale mondiale è concentrata proprio in Paesi come la Cina o del Sud-est asiatico, che sono diventati il motore di interi settori, dal tessile all&#8217;elettronica. Allo stesso tempo, però, questi Paesi sono accusati di essere i maggiori responsabili dell&#8217;inquinamento globale, anche se producono beni, spesso destinati proprio ai mercati occidentali. Come interpreti questo paradosso? È possibile uscirne?</strong></p>



<p>“La domanda ci riporta esattamente al punto da cui siamo partiti: il modello di sviluppo. Finché continueremo a comportarci come se le risorse del pianeta fossero infinite, pur sapendo che non lo sono, continueremo a riprodurre questo stesso meccanismo. È vero: in Europa abbiamo introdotto una serie di normative per ridurre l&#8217;inquinamento, limitare l&#8217;uso dei combustibili fossili e contenere le emissioni. Allo stesso tempo, però, abbiamo trasferito gran parte della produzione industriale altrove. La Cina rappresenta bene questa contraddizione. È il Paese che oggi investe di più nelle energie rinnovabili ma, contemporaneamente, è anche uno dei maggiori emettitori di gas serra. Se però si osservano i dati sulle emissioni pro capite, il quadro cambia: sono inferiori, ad esempio, a quelle degli Stati Uniti.</p>



<p>Il problema è che noi abbiamo completamente delegato la nostra produzione industriale. Lo abbiamo fatto perché conveniva economicamente: conveniva ai grandi gruppi industriali, conveniva ai proprietari delle aziende, conveniva a chi poteva produrre a costi molto più bassi. In molti casi mancavano normative ambientali rigorose e questo ha reso ancora più conveniente spostare la produzione all&#8217;estero, senza dover investire in tecnologie meno inquinanti. Oggi, però, non possiamo limitarci ad accusare quei Paesi di essere i principali responsabili dell&#8217;inquinamento, dimenticando che siamo stati noi a trasferire lì le nostre fabbriche e una parte consistente della nostra produzione. Alla fine, il nodo resta sempre lo stesso: il problema continua a essere il capitalismo.”</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/valerio-nicolosi-da-gaza-alletiopia-la-mia-mappa-di-un-pianeta-e-dei-popoli-minacciati-dallecocidio.html">Valerio Nicolosi: &#8220;Da Gaza all&#8217;Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall&#8217;ecocidio&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 04:54:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[trattato BBNJ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesca" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le flotte industriali svuotano gli oceani, i lavoratori sono schiavizzati e le comunità costiere migrano. Serve il Trattato ONU.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html">Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesca" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso 17 gennaio, l&#8217;entrata in vigore del<strong> Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare</strong> (BBNJ) è stata celebrata come una storica vittoria per la biodiversità. Eppure, nonostante il Trattato sia formalmente legge internazionale, a oggi <strong>mancano ancora i regolamenti </strong>attuativi, le forze di monitoraggio e un regime sanzionatorio concreto. Senza la definizione di queste regole, che verranno discusse solo alla prima COP tra la fine del 2026 e l&#8217;inizio del 2027, le flotte industriali continuano a godere di un&#8217;impunità di fatto. Sfruttando questa &#8220;zona grigia&#8221;, le navi operano indisturbate, aggirando ogni controllo. </p>



<p>Secondo l&#8217;organizzazione Greenpeace, <strong>circa il 72-76% della pesca industriale mappata a livello globale non viene rilevata dai sistemi di monitoraggio </strong>pubblici, il che ne ostacola il tracciamento. La pesca industriale su larga scala si svolge in aree al di fuori della giurisdizione nazionale, con una <em>governance</em> limitata o inesistente. Di recente l&#8217;organizzazione ha documentato una serie di <strong>azioni selvagge e illegali</strong> che non compromettono solamente l&#8217;<strong>ecosistema marino</strong>, ma anche le <strong>attività economiche di interi Paesi,</strong> favorendo flussi migratori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">In cosa consiste il Trattato</h2>



<p>Due decenni fa sono iniziati i lavori per un accordo internazionale sull’alto mare. Dopo anni di consultazioni tecniche, il <strong>19 giugno 2023</strong>, a New York, si è giunti a un accordo scritto, approvato dalle Nazioni Unite e firmato da&nbsp;<strong>145 Stati</strong>. Divenuto uno strumento <strong>giuridicamente vincolante</strong> solo due anni dopo, il Trattato è entrato effettivamente in vigore passati i 120 giorni successivi, il <strong>17 gennaio 2026</strong>. L&#8217;obiettivo dell&#8217;accordo è creare&nbsp;<strong>meccanismi efficaci per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali</strong>. Per la prima volta, gli Stati possono proporre e votare&nbsp;<strong>reti di Aree Marine Protette (AMP)</strong>&nbsp;nell’alto mare, vere e proprie zone tutelate per fauna e flora marina.</p>



<p>Come riporta l&#8217;organizzazione WWF in un <a href="https://www.wwf.it/pandanews/societa/mondo/alto-mare-entrata-in-vigore-trattato/">articolo</a>, il trattato rafforza i requisiti per le valutazioni di impatto ambientale relative alle attività marine pianificate con potenziali impatti ecologici, tra cui la pesca, il trasporto marittimo, la posa di cavi e l’estrazione di risorse, migliora la trasparenza e incoraggia la cooperazione scientifica. Inoltre, impone una ripartizione equa e giusta dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Solo l&#8217;1% degli oceani è protett</strong>o</h2>



<p>&#8220;Oggi, in alto mare, non raggiungiamo nemmeno l’1% di protezione della superficie degli oceani&#8221;, ha spiegato <strong>Ana Pascual, responsabile della campagna Oceani di Greenpeace Spagna.</strong> Il Trattato BBNJ promette di cambiare radicalmente questo scenario, consentendo la creazione di aree marine protette vincolanti. </p>



<p>Tra queste, Pascual cita la zona di convergenza delle correnti delle Canarie e della Guinea nell&#8217;Atlantico settentrionale; il Mar dei Sargassi, nell&#8217;Atlantico settentrionale; il sud del Mar di Tasman e di Lord Howe Hill, nel Pacifico meridionale e le catene montuose sottomarine di Salas y Gómez e Nazca, nel Pacifico meridionale. Gli scienziati affermano che questi santuari marini sono <strong>necessari per proteggere il 30 per cento degli oceani del mondo entro il 2030,</strong> al fine di consentire alla biodiversità di riprendersi e prosperare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Italia uno dei maggiori consumatori di squalo</h2>



<p>Di recente, le missioni operative di Greenpeace nell&#8217;<strong>Atlantico e nel Pacifico</strong> hanno documentato come il peschereccio spagnolo <em>Naboeiro</em>, operante al largo delle coste dell&#8217;Africa occidentale, issasse <strong>squali volpe</strong>, una specie protetta, sezionandoli brutalmente a bordo e gettando i resti in mare. In un&#8217;altra missione, nell’Oceano Pacifico, gli attivisti hanno dichiarato di aver assistito alla cattura di trentadue squali in una sola operazione di pesca industriale.&nbsp;Secondo l’associazione, le immagini mostrerebbero corpi senza pinne, il che potrebbe indicare una violazione della normativa europea, che vieta espressamente il finning, ovvero la pratica di tagliare le pinne degli squali a bordo, per poi rigettarli in mare.</p>



<p>Fondamentali per l&#8217;equilibrio della rete alimentare marina e il sequestro di CO2 negli oceani, anche quando la loro pesca è vietata, gli <strong>squali finiscono nelle reti come cattura accessoria,</strong> per poi essere ributtati in mare morti o morenti. Il commercio della carne di squalo non è un problema confinato ai mercati asiatici; come sottolineato da <strong>Giulia Prato, responsabile mare di WWF Italia</strong>, già nel 2024 il consumo era diffuso anche in Europa. <strong>L&#8217;Italia</strong>, in particolare, si è distinta come uno dei <strong>maggiori consumatori</strong>, spesso ignaro: la carne viene venduta sotto nomi fuorvianti come &#8220;palombo&#8221;, &#8220;gattuccio&#8221; o &#8220;vitello di mare&#8221;. Oltre alla carne, l&#8217;industria estrae valore da ogni parte dell&#8217;animale: <strong>il fegato per la cosmetica, la cartilagine per gli integratori</strong> e, soprattutto, <strong>le pinne</strong>, simbolo di status sociale in Asia. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Tonno e calamari muovono i mercati</h2>



<p>L&#8217;industria della pesca industriale è trainata principalmente dal mercato globale del tonno, che vale <a href="https://www.skyquestt.com/report/tuna-fish-market">40 miliardi di dollari</a>. Negli Stati Uniti, nel 2024, il <strong>tonno in scatola era il terzo prodotto ittico più venduto</strong>, con una previsione di ulteriore crescita. Specie come il <strong>tonno rosso</strong>, spesso vittima di pesca illegale nonostante i piani di recupero, e il <strong>tonno obeso</strong> sono sotto costante pressione, ma il problema non riguarda solo queste specie target. La pesca industriale utilizza sistemi non selettivi, come i palangari e le reti a circuizione, che mietono vittime collaterali, decimando specie migratorie come il <strong>pesce spada e il marlin.</strong></p>



<p>Nel mercato dei calamari, il numero di pescherecci della DWF (<em>Distant Water Fishing</em>) operanti nell&#8217;Oceano Indiano nordoccidentale è esploso, segnando un incremento dell&#8217;<strong>830% tra il 2015 e il 2019</strong>. Questo Far West in alto mare devasta la fauna marina con metodi disumani: specie protette vengono utilizzate come esche vive o come deterrente. Un pescatore filippino ha testimoniato come una <strong>tartaruga ferita sia stata tenuta agonizzante per tre mesi </strong>per attirare prede; in altri casi, i pescatori documentano la <strong>cattura di foche</strong>, a cui vengono estratti i denti o mangiato il fegato, e l&#8217;uccisione di <strong>delfini, usati come deterrente </strong>verso la stessa specie, per proteggere il pescato di calamari.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sistema di <strong>sfruttamento umano sistematico</strong></h2>



<p>L&#8217;UE è il primo importatore mondiale di calamari, ma ciò che arriva sulle nostre tavole è frutto di un sistema di abusi documentato dalla <em><a href="https://ejfoundation.org/reports/global-squid-report">Environmental Justice Foundation</a></em> (EJF): lavoro forzato, violenze fisiche e condizioni di vita degradanti. &#8220;I primi mesi sono stati duri, ci trattavano come maiali. Ci davano gli avanzi. Gli altri equipaggi venivano picchiati. Usavamo l&#8217;acqua di mare per bere e lavarci, quindi era molto salata. Il pane, i noodles e il latte erano tutti scaduti. Persino gli ingredienti erano esposti agli scarafaggi&#8221;, ha dichiarato un pescatore che lavorava su una nave cinese. </p>



<p>EJF chiede che il Trattato BBNJ si ponga non solo come una carta per la biodiversità, ma come un accordo necessario contro questo modello criminale. Se da un lato i <strong>lavoratori a bordo delle grandi flotte industriali vivono in condizioni di schiavitù </strong>moderna, dall&#8217;altro le <strong>popolazioni locali che praticano una pesca artigianale</strong> si vedono sottrarre ogni risorsa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il dramma senegalese: quando il mare muore, la gente parte</strong></h2>



<p>La distruzione sistematica degli ecosistemi marini non è solo un disastro ecologico, ma è un causa diretta di <strong>migrazione irregolare. </strong>In Senegal, la pesca su piccola scala genera il <strong>44% del valore aggiunto nazionale</strong>. Nel 2019, si stimava che il settore offrisse lavoro a circa 169mila persone, ovvero circa il 3,2% della forza lavoro del Paese. Nel 2023, i prodotti ittici hanno rappresentato il 10,7% delle esportazioni in termini di valore.</p>



<p>L&#8217;espansione della flotta industriale, spesso di proprietà straniera o gestita tramite opache j<em>oint venture</em> con partner locali, ha letteralmente decimato le popolazioni ittiche. La maggior parte del pesce catturato dalla flotta industriale viene esportata verso i mercati esteri, in particolare l&#8217;UE e, sempre più, la Cina, lasciando le comunità locali con un accesso limitato al pesce e peggiorando l&#8217;insicurezza alimentare.</p>



<p>Tra le testimonianze raccolte nel 2025 da <em>Environmental Justice Foundation</em> (EJF) c’è quella di Souleymane Sady, 27 anni, arrivato a Tenerife nel 2020: ”Le navi cinesi arrivavano nelle nostre zone e facevano piazza pulita. D<strong>istruggevano le nostre attrezzature, ci speronavano.</strong> Se provavi a parlare, <strong>ti gettavano addosso acqua bollente.</strong> Siamo indifesi di fronte alle loro dimensioni&#8221;. Il crollo del pescato, passato da una dieta basata sul pesce a 29 chili pro capite a soli 17,8 chili, ha spezzato il tessuto sociale delle comunità. Quando il carburante costa più di quanto renda la vendita del pesce, l&#8217;unica alternativa diventa la rotta atlantica verso le Canarie.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una delle rotte più letali al mondo</strong></h2>



<p><strong>La rotta migratoria dall&#8217;Africa occidentale alle isole Canarie è la più letale al mondo</strong>, segnata da frequenti naufragi e sparizioni. Secondo le stime dell&#8217;ONG spagnola <strong><em>Caminando Fronteras</em>, nel 2023 un totale di 3.176 migranti ha perso la vita </strong>nel tentativo di compiere questo viaggio.</p>



<p>Il naufragio di Fass Boye, con le sue 101 persone a bordo e meno di 40 sopravvissuti, è il simbolo di questa crisi. &#8220;Ho perso figli, nipoti, un nipotino&#8221;, racconta nel report un uomo che ha visto la sua famiglia inghiottita dall&#8217;oceano. &#8220;Negli ultimi tempi nessuna barca esce più in mare. Questa è la tragedia che ci sta uccidendo”. Nel 2024, il numero totale di migranti entrati irregolarmente in Spagna ha raggiunto quota <strong>63.970, più del doppio rispetto al dato del 2022. </strong>La maggior parte è arrivata nelle Isole Canarie, dove gli arrivi sono aumentati del 200% solo tra il 2022 e il 2024. </p>



<p>Il limbo tra la firma del Trattato e la sua attuazione è una condanna a morte per la biodiversità e per migliaia di esseri umani. Mentre l&#8217;UE e gli altri attori globali discutono in attesa della prima COP, tutte queste dinamiche procedono indisturbate. </p>
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		<title>Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 12:19:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[biointelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Darpa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ambiente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La nuova frontiera dello spionaggio militare passa per le piante come patate e tabacco. InsideOver ha intervistato lo scienziato Neal Stewart.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html">Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ambiente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel teatro della guerra iper-tecnologica, siamo abituati a immaginare droni, algoritmi e satelliti come i protagonisti della sorveglianza globale. Eppure, <strong>la prossima frontiera dell’intelligence militare </strong>potrebbe essere costituita da clorofilla e radici. L&#8217;obiettivo della <strong>bio-intelligence</strong> è trasformare il mondo vegetale in una rete di sensori invisibile, capillare e autosufficiente.&nbsp;</p>



<p>Per capire come potrebbero tradursi gli esperimenti in corso, <strong>InsideOver ha intervistato</strong> uno dei massimi esperti mondiali del settore, <strong><a href="https://plantsciences.tennessee.edu/racheff/">C. Neal Stewart Jr.,</a></strong> esperto di genetica molecolare vegetale, biotecnologie, biologia sintetica ed ecologia, nonché pioniere nello sviluppo dei <a href="https://www.cabidigitallibrary.org/doi/full/10.5555/20043024335">fitosensori</a> (piante modificate geneticamente in laboratorio per reagire a specifici stimoli ambientali alterando il proprio colore o la propria fluorescenza). </p>



<h2 class="wp-block-heading">In che modo la scienza sta utilizzando le piante</h2>



<p>Non potendosi muovere, le piante hanno evoluto una sensibilità estrema ai minimi cambiamenti dell&#8217;ambiente circostante. La scienza oggi è in grado di sfruttare questa capacità biologica attraverso strade diverse: dalla <strong>nanobionica vegetale</strong>, che prevede l&#8217;inserimento di nanosensori hi-tech direttamente nei tessuti, fino allo studio della <strong>flora spontanea</strong>. La strada storicamente più battuta dagli scienziati, tuttavia, è quella della <strong>biologia sintetica</strong>: la creazione di <strong>fitosensori</strong>. </p>



<p>Se nel 2017 la DARPA, l&#8217;agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca avanzata, aveva avviato il programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/advanced-plant-technologies">Advanced Plant Technologies </a><strong>(APT) </strong>focalizzandosi sulla manipolazione in laboratorio, ovvero su <strong>sentinelle geneticamente modificate per reagire a esplosivi o radiazioni</strong>, ad aprile 2026, con il lancio del nuovo programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/ex-virentia">eX Virentia (eXVi)</a>, ha cambiato rotta, puntando sulla flora naturale. Invece di modificare il DNA dei vegetali, il programma sfrutta l&#8217;intelligenza artificiale e il telerilevamento iperspettrale per decodificare le risposte biochimiche che le piante inviano spontaneamente quando esposte a minacce esterne. </p>



<p><em>InsideOver ha cercato di contattare direttamente la DARPA e i funzionari dei programmi di intelligence biologica per ottenere maggiori dettagli operativi sui progetti terminati e in corso, ma, ad oggi, nessuna delle agenzie ha risposto.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché il Pentagono studia patate e tabacco</strong></h2>



<p>Le <strong>piante </strong>producono energia autonomamente e sono in grado di rilevare segnali sotterranei attraverso le radici, così come segnali aerei attraverso le foglie. Inoltre hanno una maggiore tolleranza alle radiazioni rispetto agli animali, probabilmente perché non possono sfuggire ai pericoli. Per questo <strong>hanno sviluppato sofisticati sensori molecolari</strong> per i cambiamenti ambientali e <strong>possono essere modificate geneticamente</strong> per produrre un segnale ottico che droni e satelliti riescono a leggere a distanza.&nbsp;</p>



<p><strong>Non tutte le piante però sono adatte a diventare agenti segreti.</strong> Cercando informazioni su questo argomento, ci si imbatte in ricerche che prediligono determinati esemplari, come patate e tabacco. Il motivo è in realtà semplice: &#8220;<strong>Le piante a foglia relativamente grande e le piante più grandi in generale, funzionano meglio di quelle piccole</strong>, se si vuole &#8216;vedere&#8217; facilmente come il fogliame cambia quando la pianta rileva e segnala un mutamento ambientale”, <strong>spiega Neal Stewart. </strong></p>



<p>Inoltre, &#8220;le piante devono essere relativamente <strong>facili da ingegnerizzare e devono essere a crescita piuttosto rapida. </strong>Le piante annuali tendono ad andare &#8216;più veloci&#8217; dal seme alla visualizzazione del segnale rispetto a quelle perenni&#8221;, aggiunge. </p>



<p><strong>Il <strong>tabacco e la patata </strong>sono inoltre due specie in cui &#8220;l&#8217;<strong>ingegnerizzazione dei cloroplasti </strong></strong>(la modifica genetica delle componenti cellulari responsabili della fotosintesi, ndr) <strong>è ormai una procedura di routine&#8221;</strong>, spiega Stewart che precisa come &#8220;per il nostro progetto APT della DARPA (Phytosensors 2.0), volevamo anche avere l&#8217;ingegnerizzazione dei cloroplasti come opzione, anche se poi non abbiamo avuto bisogno di farlo&#8221;. ll team in quel caso aveva preferito inserire i circuiti genetici nel <strong>genoma nucleare</strong> della pianta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&nbsp;La patata che si illumina di verde in una zona nucleare</strong></h2>



<p>La foglia larga diventa quindi una superficie riflettente che i droni o i satelliti militari di ultima generazione possono scansionare dall&#8217;alto per leggere variazioni invisibili all&#8217;occhio umano. Ad esempio, alcune piante, come l&#8217;<em>Arabidopsis</em>, in cui sono stati individuati geni <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3394746/">sensibili al TNT </a>(trinitrotoluene), o le stesse patate, sono state modificate geneticamente per passare dal verde al bianco o per emettere precise risposte spettrali, se attivate.</p>



<p>Le <strong>piante di patate</strong>, in particolare, sono facili da coltivare in tutto il mondo e <strong>resistono a una quantità di radiazioni <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.14072">dieci volte superiore </a>a quella che ucciderebbe un essere umano</strong>. Nel <a href="https://utianews.tennessee.edu/utia-phd-student-bioengineers-potato-plant-to-detect-gamma-radiation/">progetto </a>finanziato dalla DARPA, il <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.14072#">team di Stewart </a>ha sottoposto <a href="https://www.eurekalert.org/news-releases/892146">le patate</a> a radiazioni gamma (le stesse di Fukoshima e Chernobyl) che hanno creato delle rotture nel DNA, permettendo alla pianta di diventare, in 48 ore, fluorescente. Maggiore è l&#8217;intensità della radiazione, maggiore è la fluorescenza. Sebbene invisibile all&#8217;occhio umano, questo segnale viene captato dai droni, permettendo di mappare e stimare la contaminazione dall’alto.  </p>



<p>Il lavoro del team, pubblicato nel 2023 sulla rivista <em>Plant Biotechnology Journal</em>, ha portato allo <strong>sviluppo di un fitosensore specifico per radiazioni ionizzanti </strong>(denominato <em>4xRAD51 pro event 1</em>), <strong>capace di rilevare e quantificare livelli di radiazioni a una distanza di tre metri.</strong> A differenza dei dosimetri e delle apparecchiature elettroniche tradizionali, che necessitano di alimentazione elettrica e manutenzione costante, questo sensore a base vegetale è indipendente dall&#8217;elettricità, si auto-propaga ed è in grado di autoripararsi, configurandosi come uno strumento concreto per il monitoraggio ambientale del futuro.<br></p>



<p>Un limite però risiede nel fatto che <strong>la proteina fluorescente verde (GFP) richiede di essere eccitata con luce blu o UV,</strong> un&#8217;operazione banale in laboratorio, ma più complessa in pieno sole sul campo. La soluzione più ovvia, secondo Stewart è sostituire la GFP con la betalaina, una proteina pigmentata della barbabietola che produce un colore rosso, visibile senza bisogno di alcuna fonte di eccitazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Piante usate per trovare resti umani </strong></h2>



<p>Il laboratorio di Stewart è celebre anche per le ricerche forensi sulla <strong><em>Body Farm</em> del Tennessee</strong>, dove si studia come la <strong>vegetazione nativa reagisce alla decomposizione dei corpi umani </strong>per <a href="https://www.cell.com/trends/plant-science/abstract/S1360-1385(20)30243-0">localizzare resti occultati</a>. Quando un corpo si decompone <strong>altera chimicamente il terreno circostante </strong>a causa del massiccio rilascio di azoto.</p>



<p>Qui emerge il vero spartiacque tra l&#8217;osservazione della natura selvaggia e la biologia sintetica. <strong>Rilevare minacce usando piante normali è complesso:</strong> &#8220;Il nostro lavoro su Phytosensors 2.0 ha utilizzato nello specifico la biotecnologia e la biologia sintetica per ingegnerizzare piante di patata e renderle dei sensori. Il nostro progetto sulla &#8216;body farm&#8217;, invece, ha utilizzato la vegetazione naturale che cresce nell&#8217;area boschiva della struttura per cercare di rilevare le tracce chimiche della decomposizione umana. Il primo caso è stato molto più facile da realizzare rispetto al secondo, perché i ricercatori potevano introdurre segnali e firme spettrali specifiche. Il secondo si basava sul <strong>tentativo di estrarre segnali dalle piante native, il che è stato difficilissimo</strong> e ha portato a segnali sporadici e variabili nello spazio e nel tempo”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il limite del tempo: elettronica contro biologia</strong></h2>



<p>In un&#8217;epoca di conflitti fluidi e movimenti di truppe repentini, una rete di sensori vegetali può davvero fornire dati in tempo reale? Su questo punto, Stewart frena gli entusiasmi, evidenziando la complessità delle piante: “<strong>Dipende dallo stimolo, dalla specie vegetale e dalla segnalazione dalle radici ai germogli </strong>(<em>root-to-shoot signaling</em>). Di solito non è possibile &#8216;vedere&#8217; le radici dall&#8217;alto (dai droni o dai satelliti, ndr). Pertanto, il meccanismo di segnalazione, ovvero il messaggio chimico che deve viaggiare dalle radici alle foglie e la sua efficienza sono cruciali per non perdere il segnale. È più facile se sono le foglie stesse a rilevare (ad esempio un gas nell&#8217;aria) e a segnalare. Ma la biologia è relativamente lenta se paragonata, ad esempio, all’elettronica&#8221;. </p>



<p>Quindi, a differenza dei sensori elettronici istantanei, se la minaccia è nel sottosuolo la pianta deve attivare un segnale biologico dalle radici alle foglie, rendendo la tecnologia più adatta a monitoraggi costanti nel tempo piuttosto che a operazioni militari veloci. Nei test sulle patate, le piante hanno segnalato la presenza di radiazioni <a href="https://finance.biggo.com/news/4d75e55223061437">48 ore dopo l’esposizione. </a>I fitosensori sono lenti e non sempre sensibili e presentano forti limiti stagionali. <strong>Le patate muoiono in inverno</strong>. Per ovviare a questo, la ricerca ipotizza di inserire il gene-sensore in <strong>specie sempreverdi</strong>. Ci sono comunque molti vantaggi, come l&#8217;essere in grado di autoripararsi, riprodursi e autoalimentarsi. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il boost delle nanotecnologie</strong></h2>



<p>Il fattore tempo cambia drasticamente se si interviene con le <strong>nanotecnologie.</strong> <a href="https://www.nature.com/articles/nmat4771">Ricercatori del MIT di Boston</a>, <strong>hanno trasformato comuni piante di spinacio in rilevatori di mine antiuomo </strong>inserendo nanotubi di carbonio nelle foglie. In questo modo la pianta avverte la minaccia (un gas tossico, un esplosivo) nel suolo tramite le radici e il sensore elettronico applicato sulla foglia la traduce in un dato digitale. In questo caso, la pianta impiega <strong>appena dieci minuti</strong> per assorbire dal terreno le molecole dei composti chimici degli esplosivi e lanciare un segnale fluorescente leggibile da una telecamera a infrarossi. Quest&#8217;ultima può essere collegata a un piccolo computer simile a uno smartphone, che invia un&#8217;e-mail all&#8217;utente.</p>



<p>Questa tecnologia apre scenari straordinari anche per l&#8217;uso civile, potendo monitorare le falde acquifere inquinate o lanciare allarmi precoci sulla siccità. Tuttavia, rispetto al progetto della DARPA, i nanotubi non si trasmettono di seme in seme, ma devono essere iniettati manualmente sotto ogni singola foglia. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tracciare sottomarini nemici e sopravvivere su Marte&nbsp;</strong></h2>



<p>Il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha estenso la <strong>bio-intelligence anche agli ambienti marini.</strong> Nell&#8217;ambito di un&#8217;iniziativa avviata nel 2018 per la biologia sintetica in ambienti militari, la DARPA ha lanciato il programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/persistent-aquatic-living-sensors"><strong>PALS (Persistent Aquatic Living Sensors)</strong>.</a></p>



<p>L&#8217;obiettivo è <strong>creare forme di vita marine geneticamente modificate per tracciare i sottomarini nemici</strong>. Al passaggio di un mezzo subacqueo, le tracce chimiche e fisiche rilasciate scatenerebbero una modifica negli organismi marini, innescando minuscoli segnali elettrici. Monitorati da boe o sensori remoti, questi segnali verrebbero tradotti in dati tattici, trasformando i mari in una rete di sorveglianza biologica. Il programma è entrato nella sua <a href="https://www.darpa.mil/news/2020/pals-program-second-phase">seconda fase un anno dopo l&#8217;avvio.</a>&nbsp;</p>



<p>Nella prima fase, i team hanno dimostrato che gli organismi marini potevano percepire la presenza di un veicolo sottomarino (o di un fattore di disturbo) nel loro ambiente e rispondere con un segnale o altri comportamenti osservabili. Nella seconda fase, i team svilupperanno sistemi di rilevamento artificiali per osservare, registrare e interpretare le risposte degli organismi, e trasmetteranno i risultati analizzati agli utenti finali sotto forma di avvisi sintetizzati. I sistemi PALS completi saranno in grado di distinguere tra veicoli bersaglio e altre fonti di stimolo, come detriti e altri organismi marini, per limitare il numero di falsi positivi.</p>



<p>Uno<strong> scenario al momento fantascientifico in cui queste tecnologie potrebbero essere utilizzate</strong> è quello dello spazio. In una <a href="https://podcasts.apple.com/us/podcast/dr-neil-stewart-radiation-sensing-potatoes/id1006329802?i=1000772892242">recente intervista</a>, Stewart ha parlato della possibilità di <strong>missioni di lunga durata su Marte</strong>, in cui gli astronauti potrebbero affrontare impulsi di radiazioni intermittenti provenienti dalle tempeste solari. Un sensore a base di patata commestibile, da consumare dopo aver segnalato l&#8217;esposizione, o semplicemente da monitorare nell’habitat, potrebbe diventare un dosimetro biologico, ovvero uno strumento che misura le radiazioni ma che non richiede componenti elettronici. Stewart ha descritto il concetto come qualcosa di &#8220;simile a Matt Damon in The Martian&#8221;, ma con un tocco biotecnologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&#8220;Dual-use&#8221; e dilemma etico</strong></h2>



<p>Come spesso accade con le tecnologie di frontiera, chi manipola il DNA si muove su un terreno scivoloso. L’algoritmo o la modifica genetica che permette a un contadino di sapere dall&#8217;orbita se il suo campo di patate è attaccato da un parassita o ha bisogno di acqua è, dal punto di vista tecnico, lo stesso meccanismo che segnala a un&#8217;agenzia di difesa il passaggio di un contingente nemico o la presenza di un gas letale.</p>



<p>Di fronte al rischio che queste piante possano essere utilizzare per scopi offensivi, Stewart preferisce porre l&#8217;accento esclusivamente sui risvolti civili della ricerca: &#8220;<strong>Non sarò mai un sostenitore della conversione di ampie porzioni di flora nativa in sensori ingegnerizzati.</strong> Ho studiato per anni i rischi e i benefici ecologici legati alle biotecnologie e sono molto sensibile a questi temi. Considero tutta la ricerca che abbiamo svolto come generalmente applicabile a scopi di rilevamento e segnalazione pacifici, per dirci cosa sta succedendo nel campo di un agricoltore o nell&#8217;ambiente in generale. E poi, naturalmente, i vari Paesi hanno le loro strutture normative e di governance. Sono interessato solo ad applicazioni pacifiche che non siano pericolose per le persone o per l&#8217;ecosistema. <strong>Se ci sono dei rischi, il mio laboratorio non può intraprendere la ricerca per ragioni etiche</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le aziende che investono nella bio-intelligence </h2>



<p>Sul fronte civile, diverse aziende stanno sviluppando fitosensori progettati per essere letti dai satelliti. <strong>InnerPlant</strong>, ad esempio, è una startup che collabora con colossi come John Deere e che ha già lanciato in orbita <a href="https://innerplant.com/innerplant-and-mertec-to-develop-crops-that-communicate-biological-stresses-weeks-before-problems-become-visible-to-farmers-2/">satelliti</a> dedicati esclusivamente a leggere la fluorescenza ottica delle piante di soia e mais modificate per segnalare lo stress da funghi o parassiti.  </p>



<p><strong>Inari Agriculture</strong> usa la tecnologia <a href="https://inari.com/news/forbes-gene-editing-seeds-with-crispr-is-transforming-agricultural-biotechnology/">CRISPR</a> per riprogrammare la tolleranza allo stress delle colture, mentre giganti della biologia sintetica come <strong>Ginkgo Bioworks </strong>sviluppano progetti di bio-sorveglianza stringendo <strong><a href="https://investors.ginkgobioworks.com/news/default.aspx">partnership</a> direttamente con le <a href="https://ag.ginkgo.bio/blog/producing-novel-proteins-to-control-ice-in-extreme-cold-weather-environments-with-darpa">agenzie di difesa governative</a>.</strong> Parallelamente, aziende come <strong>Planet Labs, Satellogic e Gamaya </strong>utilizzano costellazioni satellitari e intelligenza artificiale iperspettrale per decodificare lo stato biochimico e le anomalie della vegetazione in tempo reale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché le piante non fanno (ancora) la guerra</strong></h2>



<p>Per quanto riguarda il fronte militare, nonostante i budget miliardari e i test nei laboratori, <strong>non esistono ancora prove del reale utilizzo di piante nei teatri di guerra contemporanei. </strong>Da un lato c&#8217;è il segreto militare e dall’altro forse la biologia non è ancora affidabile come l&#8217;elettronica. Una siccità prolungata o un parassita locale, ad esempio, potrebbero mandare in tilt un&#8217;intera rete di fitosensori. Ecco perché, ad oggi, il Pentagono non ha mai attribuito il successo di un&#8217;operazione militare a un campo di spinaci nanobionici. Dopotutto, la biologia ha i suoi segreti e soprattutto i suoi tempi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html">Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Libano e l&#8217;ecocidio delle bombe al fosforo bianco</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-libano-e-lecocidio-delle-bombe-al-fosforo-bianco.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Larissa Clelia Remenyi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 22:57:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[fosforo bianco]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1212" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fosforo bianco" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-300x189.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-1024x646.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-768x485.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-1536x970.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-600x379.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A pagare il prezzo delle bombe usate da Israele sono oliveti, frutteti e piantagioni, in una regione dove l’agricoltura  è fondamentale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-libano-e-lecocidio-delle-bombe-al-fosforo-bianco.html">Il Libano e l&#8217;ecocidio delle bombe al fosforo bianco</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1212" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fosforo bianco" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-300x189.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-1024x646.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-768x485.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-1536x970.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/fosforo-bianco-600x379.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Recentemente <strong>Israele ha usato nuovamente il fosforo bianco su aree popolate del Libano.</strong> Lo rivela un’inchiesta del <a href="https://www.nytimes.com/2026/06/06/world/middleeast/white-phosphorous-israel-lebanon.html">New York Times</a> pubblicata a giugno 2026, dopo aver analizzato filmati che documentano l’impiego della sostanza a Nabatieh il 30 maggio e nei pressi della città di Tiro, oltre che in altri tre centri abitati del Libano meridionale — Qlayaa, Khiam e Yohmor — a marzo. A queste segnalazioni si aggiunge quella riportata il 28 giugno dal quotidiano libanese <a href="https://today.lorientlejour.com/article/1539581/israel-military-says-soldier-killed-in-south-lebanon.html">L’Orient-Le Jour</a>, media da sempre distante dalle posizioni di Hezbollah, che ha documentato l’uso di munizioni al fosforo bianco nell’area di Shebaa.</p>



<p>L’accordo che impone all’esercito libanese il disarmo del movimento sciita non ha fermato la guerra. Al contrario, come Gaza ha già dimostrato, rischia di trasformarsi nel pretesto legale per una nuova offensiva israeliana. E non ha fermato neppure il ricorso al fosforo bianco, una sostanza utilizzata per creare cortine fumogene per coprire i movimenti dei militari che, a contatto con l’ossigeno, continua a bruciare provocando incendi devastanti. <strong>Il Protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali ne esclude l’utilizzo in prossimità delle aree civili.</strong> Israele non ha ratificato il Protocollo, ma ciò non lo esonera dagli obblighi imposti dal diritto internazionale umanitario, che vieta gli attacchi indiscriminati e impone la protezione della popolazione civile.</p>



<p>Il <em>New York Times </em>ha sottoposto all’esercito israeliano le coordinate degli episodi analizzati e ha chiesto chiarimenti sulle procedure che regolano l’utilizzo di queste munizioni. Israele, dal canto suo, non ha fornito chiarimenti sui singoli casi, limitandosi a ribadire di possedere munizioni al fosforo bianco e a respingere tutte le accuse sul loro utilizzo contrario al diritto internazionale.</p>



<p>Le organizzazioni per i diritti umani raccontano però un’altra storia. <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2023/10/lebanon-evidence-of-israels-unlawful-use-of-white-phosphorus-in-southern-lebanon-as-cross-border-hostilities-escalate/">Amnesty International</a> documentò già nel 2023 l’uso della sostanza nell’area popolata di Dhayra, che ha provocato feriti, incendi e danni a edifici e veicoli. <strong>L’organizzazione chiese allora che l’episodio fosse indagato come possibile crimine di guerra.</strong> A marzo 2026 <a href="https://www.hrw.org/news/2026/03/09/lebanon-israel-unlawfully-using-white-phosphorus">Human Rights Watch</a> è giunta a conclusioni analoghe analizzando un attacco avvenuto sempre a Yohmor. Attraverso immagini geolocalizzate e materiale video verificato, l’organizzazione ha denunciato l’impiego di munizioni al fosforo bianco su un’area residenziale, giudicandolo incompatibile con gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario.</p>



<p>A rafforzare questo quadro contribuiscono anche i dati raccolti dal ricercatore indipendente della TU Delft&nbsp;<a href="https://whitephosphorus.info/about">Ahmad Beydoun</a>, che ha censito 247 episodi di utilizzo del fosforo bianco nel Libano meridionale tra ottobre 2023 e novembre 2024, analizzando oltre 650 immagini e video verificati. Di questi, il 39% degli attacchi ha interessato aree residenziali, il 17% terreni agricoli e il restante 44% aree boschive o aperte.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;impatto su terreni agricoli e foreste</h2>



<p>Non stupisce allora che il ministro dell’Ambiente libanese abbia parlato apertamente di <a href="https://www.theguardian.com/world/2026/apr/28/lebanon-accuses-israel-ecocide">«ecocidio»</a> nella prefazione di un rapporto di 106 pagine dedicato ai danni inflitti alle risorse naturali del Paese. <strong>Oltre 5.000 ettari di foreste risultano distrutti o gravemente danneggiati,</strong> mentre l’erosione del suolo e il grave danneggiamento di habitat naturali aggravano una crisi che colpisce direttamente le comunità locali. A pagarne il prezzo sono soprattutto oliveti, frutteti e piantagioni di agrumi, in una regione dove l’agricoltura continua a rappresentare una delle principali fonti di sostentamento. La distruzione di migliaia di ettari coltivati e la riduzione delle rese agricole avrebbero già causato oltre mezzo miliardo di dollari di perdite per il settore, in un Paese alle prese con una delle peggiori crisi economiche della sua storia recente. </p>



<p>Le accuse di Beirut trovano ulteriore conferma nei dati raccolti negli ultimi mesi. Secondo il <a href="https://today.lorientlejour.com/article/1538405/white-phosphorus-in-southern-lebanon-immediate-damage-uncertain-long-term-impact.html">Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica del Libano</a>, una quota significativa degli incendi registrati nel sud del Paese dopo marzo è riconducibile all’impiego di munizioni al fosforo bianco, andando ad aggiungersi ai roghi che durante il conflitto del 2023-2024 devastarono migliaia di ettari tra il Libano meridionale e la valle della Bekaa.</p>



<p>Non si tratta di episodi isolati, ma dell’applicazione della <strong>Dottrina Dahiya,</strong> la strategia militare che prende il nome dal quartiere meridionale di Beirut raso al suolo durante la guerra tra Israele e Hezbollah del 2006, dove venne impiegato anche il <a href="https://www.theguardian.com/world/2006/oct/23/israel">fosforo bianco</a>. Un approccio che le forze armate israeliane hanno perfezionato nel tempo e in cui tutto ciò che può essere ricondotto al “sistema” che sostiene il nemico diventa un obiettivo militare.</p>



<p>Resta però una domanda: quanto di questa devastazione sopravvivrà alla guerra? Le analisi disponibili non mostrano livelli di contaminazione tali da compromettere in modo irreversibile la fertilità dei terreni. <a href="https://today.lorientlejour.com/article/1538405/white-phosphorus-in-southern-lebanon-immediate-damage-uncertain-long-term-impact.html">Rami Zurayk</a>, professore dell’<em>American University</em> di Beirut, invita infatti a guardare altrove. Secondo gli studi condotti dopo il conflitto del 2024, i livelli di fosforo rilevati nei terreni agricoli non hanno evidenziato criticità tali da far temere danni permanenti, pur rendendo necessario un monitoraggio costante. <strong>A preoccuparlo maggiormente è la distruzione sistematica di interi edifici che, abbattuti, rilasciano nell’ambiente sostanze tossiche accumulate nei materiali da costruzione.</strong> E se il fosforo bianco lascia ferite immediatamente visibili nei campi bruciati e nelle foreste distrutte, altre restano sepolte sotto il cemento frantumato e potranno riemergere soltanto quando il Libano meridionale avrà la possibilità di rialzarsi. Israele permettendo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-libano-e-lecocidio-delle-bombe-al-fosforo-bianco.html">Il Libano e l&#8217;ecocidio delle bombe al fosforo bianco</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Italia, cacciatori &#8220;arruolati&#8221; in nome della difesa della biodiversità</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/italia-cacciatori-arruolati-in-nome-della-difesa-della-biodiversita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 16:50:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[caccia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1259" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-1024x671.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-1536x1007.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-600x393.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La narrazione ufficiale che accompagna il nuovo DDL Caccia definisce l’attività venatoria come uno strumento utile alla conservazione della biodiversità. Nell’articolo 1 del Decreto si introduce subito la nozione di “gestione” della fauna selvatica. La linea ufficiale ci dice che non si tratta di una mossa contro gli animali, ma di una misura per disciplinare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/video/italia-cacciatori-arruolati-in-nome-della-difesa-della-biodiversita">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1259" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-1024x671.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-1536x1007.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260628184825618_dd91a89a2328a05769f0608c2ab021f9-600x393.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La narrazione ufficiale che accompagna il nuovo DDL Caccia definisce l’attività venatoria come uno strumento utile alla conservazione della biodiversità.</p>



<p>Nell’articolo 1 del Decreto si introduce subito la nozione di “gestione” della fauna selvatica.</p>



<p>La linea ufficiale ci dice che non si tratta di una mossa contro gli animali, ma di una misura per disciplinare un aumento spropositato della fauna.</p>



<p>È un ribaltamento normativo che trasforma il cacciatore in un regolatore ambientale, ma basta guardare ai fatti per capire che la realtà è diversa.</p>



<p>Sotto questa retorica si nasconde una strategia elettorale che punta a blindare un bacino di mezzo milione di licenze attive, concedendo alle Regioni poteri che mettono a rischio l’equilibrio degli ecosistemi.</p>



<p>Per essere attuato, il testo deve passare alla Camera, la speranza è che l’informazione vinca sulla mera strategia politica che non aiuta né la fauna né l’ambiente.</p>
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		<title>India e Pakistan, tra la pace e la guerra le acque dell&#8217;Indo</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/india-e-pakistan-tra-la-pace-e-la-guerra-il-corso-delle-acque-dellindo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Larissa Clelia Remenyi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 04:50:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[Pakistan]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni India-Pakistan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1422" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-1024x758.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-768x569.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-1536x1138.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-600x444.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nuova Delhi punta il dito contro Islamabad per il presunto supporto ai terroristi e si è ritirata dal Trattato sulle acque dell’Indo.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1422" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-1024x758.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-768x569.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-1536x1138.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Indo-600x444.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre il Pakistan si adoperava con efficacia a mediare tra Iran e Stati Uniti, il suo vicino-nemico rilanciava con insistenza una minaccia evocata nei mesi precedenti, con il ministro dell’acqua indiano che dichiarava: <a href="https://www.dawn.com/news/2006754">«Nei prossimi anni non una sola goccia d’acqua andrà al Pakistan»</a>. Un vero e proprio ultimatum quello di C. R. Patil, che rilanciava lo scontro con Islamabad su un terreno che per oltre sessant’anni era rimasto inviolato nelle varie crisi fra le due potenze armate di testate atomiche: <strong>quello delle risorse idriche, che nel contesto della rivalità tra le due nazioni hanno una valenza esplosiva, nucleare appunto.</strong></p>



<p>Ma torniamo indietro di un anno, precisamente al 22 aprile 2025. Parliamo dell’<a href="https://it.insideover.com/politica/india-pakistan-venti-di-guerra-potenzialmente-termonucleare.html">attentato di Pahalgam</a> — il più letale contro civili indiani dalla strage di Mumbai del 2008 —, attribuito dalle autorità indiane al Fronte di Resistenza (TRF), <strong>un gruppo militante islamico che sostiene l’indipendenza di Jammu e Kashmir,</strong> regioni a maggioranza musulmana (il 70% della popolazione). Le responsabilità dell’attacco, tuttavia, restano avvolte da diverse zone d’ombra. Se per Nuova Delhi il coinvolgimento del TRF, e i suoi presunti legami con il Pakistan, non lasciano spazio a dubbi, il gruppo ha successivamente smentito la rivendicazione iniziale, <a href="https://thecradle.co/articles-id/30377">sostenendo</a> che il proprio canale di comunicazione fosse stato compromesso. Smentita importante perché normalmente rivendicavano le proprie azioni.</p>



<p>L’attentato era arrivato in un contesto di tensioni in aumento. Nel 2019 il governo di <strong>Narendra Modi </strong>aveva revocato l’autonomia alle suddette regioni e intensificato la repressione dei movimenti separatisti locali, molti dei quali hanno le loro basi oltre frontiera, in Pakistan. Nuova Delhi aveva puntato subito il dito contro Islamabad per il presunto supporto ai terroristi — accusa che il Pakistan nega con fermezza — e, come ritorsione, <strong>si era ritirata unilateralmente dal Trattato sulle acque dell’Indo</strong>, decisione che sarà revocata solo se il Pakistan <a href="https://www.mea.gov.in/speeches-statements?dtl/39442">«ripudierà in modo credibile e irrevocabile il suo sostegno al terrorismo transfrontaliero»</a>. Come accennato, tanti i dubbi sullo svolgimento dei fatti. Come osserva la rivista progressista indiana <a href="https://frontline.thehindu.com/columns/pahalgam-attack-nia-chargesheet-kashmir/article70896047.ece">Frontline</a>, a destare perplessità è soprattutto la rapidità con cui l’attentato è stato collegato a Islamabad. Ma la reazione di Modi è stato durissima: <a href="https://timesofindia.indiatimes.com/india/water-and-blood-cannot-flow-together-pm-modi-signals-no-reversal-on-indus-waters-treaty-suspension/articleshow/121116091.cms">«Acqua e sangue non possono scorrere insieme»</a>.</p>



<p>La sospensione dell’accordo segna una svolta storica. Per 65 anni il trattato ha rappresentato un’eccezione diplomatica in un rapporto più che conflittuale, sopravvivendo alle guerre del 1965, del 1971 e del 1999, oltre che alle crisi ricorrenti fra le due potenze nucleari. Uno strappo, quello di Nuova Delhi, che ha <a href="https://www.reuters.com/world/asia-pacific/panic-pakistan-india-vows-cut-off-water-supply-over-kashmir-2025-04-27/">implicazioni</a> potenzialmente catastrofiche. In base all’accordo del 1960, le acque dell’Indo, del Chenab e del Jhelum, che dall’India scorrono verso il Pakistan, sono destinate in larga misura a Islamabad e rappresentano la spina dorsale del suo sistema agricolo: <strong>irrigano oltre 16 milioni di ettari di terreno, l’80% del totale nazionale. </strong>Una dipendenza tale che eventuali riduzioni prolungate dei flussi potrebbero mettere a rischio la sicurezza alimentare di decine di milioni di persone.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le minacce di Nuova Dehli</h2>



<p>Da un anno a questa parte, la questione dell’acqua rimane uno dei principali terreni di scontro fra i due Paesi e le loro relazioni sono precipitate a uno dei punti più bassi della loro travagliata storia. Finora, la sospensione dell’accordo non ha prodotto conseguenze immediate sui flussi dei grandi fiumi himalayani. <strong>Ridurre in modo significativo l’acqua destinata al Pakistan richiederebbe infatti anni di lavori infrastrutturali,</strong> dall’ampliamento dei bacini esistenti alla costruzione di nuovi sistemi di stoccaggio e deviazione.</p>



<p>Ma le minacce di Nuova Delhi hanno iniziato a prendere forma. Nel corso dell’ultimo anno il governo Modi ha accelerato una serie di iniziative sui fiumi del sistema dell’Indo: dall’espansione di alcuni impianti idroelettrici già esistenti ai nuovi progetti sul Chenab, fino ai piani per deviare parte delle acque verso il bacino del Beas. <strong>Secondo Islamabad, Nuova Delhi avrebbe già elaborato 17 progetti destinati a modificare l’equilibrio del sistema fluviale </strong>e a dotarsi degli strumenti di una <a href="https://www.dawn.com/news/2008889">«idro-egemonia»</a>. È anche per questo che il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha avvertito che qualsiasi tentativo di alterare il flusso dei corsi d’acqua condivisi potrebbe essere considerato un <a href="https://www.pakistantoday.com.pk/2026/06/12/pakistan-warns-india-any-move-to-block-water-could-amount-to-an-act-of-war">«atto di guerra»</a>. Parole che testimoniano quanto la disputa idrica sia ormai uscita dall’ambito tecnico per entrare a pieno titolo nel lessico della sicurezza nazionale.</p>



<p>A rendere ancora più delicato il quadro è l’assenza di un meccanismo condiviso per risolvere le controversie. Da anni India e Pakistan si scontrano sugli strumenti arbitrali previsti dal trattato. Nuova Delhi non riconosce la competenza della Corte Permanente di Arbitrato dell’Aia, definita dal portavoce del Ministero degli Affari Esteri indiano un organo <a href="https://www.msn.com/en-in/news/other/illegally-constituted-mea-rejects-pakistan-backed-court-of-arbitration-ruling-on-indus-waters-treaty/ar-AA23lOJS?gemSnapshotKey=GM4CF539CC-snapshot-6&amp;uxmode=ruby&amp;cvid=6a31880bdc4a4255b3c77ddc4411b473&amp;ei=18">«costituito illegalmente»</a>. Dopo la sospensione dell’accordo, anche gli ultimi argini istituzionali alla disputa appaiono ormai erosi, se non del tutto sterilizzati.</p>



<p>Sullo sfondo resta però un’altra preoccupazione per Islamabad. Come osserva l’ex rappresentante pakistana alle Nazioni Unite Maleeha Lodhi su <a href="https://www.dawn.com/news/2007952">Dawn</a>, la crisi dell’acqua s’inserisce in un contesto di crescente rivalità strategica. <strong>Quest’anno il governo Modi ha portato il bilancio della difesa a livelli record e accelerato diversi programmi missilistici. </strong>Mosse che, viste dal Pakistan, alimentano la percezione di un progressivo sbilanciamento dei rapporti di forza nell’Asia meridionale. Per il momento, nessuno dei due governi sembra interessato a una vera distensione. Il dialogo resta congelato e la fase del <a href="https://thediplomat.com/2025/06/no-war-no-peace-indias-limited-war-strategy-of-controlled-escalation/">«né guerra né pace»</a> rischia di diventare il nuovo equilibrio fra Nuova Delhi e Islamabad.</p>



<p></p>
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		<title>Umidità killer e ondate di calore, l&#8217;Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/umidita-killer-e-ondate-di-calore-lasia-meridionale-soffre-e-ci-mancava-solo-lo-stretto-di-hormuz.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 09:47:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1341" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-1024x715.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-768x536.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-1536x1073.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-600x419.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'Asia meridionale è finita nella morsa del caldo estremo: temperature record, migliaia di morti e città sempre più invivibili.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/umidita-killer-e-ondate-di-calore-lasia-meridionale-soffre-e-ci-mancava-solo-lo-stretto-di-hormuz.html">Umidità killer e ondate di calore, l&#8217;Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1341" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-300x210.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-1024x715.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-768x536.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-1536x1073.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171207461_7e4940d664dcdf569e71496faa21493b-600x419.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per gran parte dell&#8217;<strong>Asia meridionale</strong>, dal punto di vista climatico questo è probabilmente il periodo peggiore dell&#8217;anno. Le <strong>temperature </strong><a href="https://it.insideover.com/ambiente/termometri-a-50-condizionatori-in-tilt-lasia-travolta-dal-caldo.html">raggiungono infatti il picco</a> prima che l&#8217;arrivo del monsone provveda a rinfrescare il clima. Da una manciata di anni la situazione è però letteralmente fuori controllo. Lo scorso aprile, un&#8217;<strong>ondata di caldo intenso</strong> <strong>e prolungato</strong> si è abbattuta su <strong>India </strong>e <strong>Pakistan</strong>. Il termometro ha sfondato i 46°C in molte località, con valori superiori di 5-8°C rispetto alla media stagionale. Nuova Delhi sta ancora fronteggiando un&#8217;estate torrida con effetti drammatici. </p>



<p>Secondo le stime della rivista <em>Frontiers in Environmental Health</em>, cinque giorni di caldo particolarmente asfissiante avrebbero provocato quasi <strong>30.000 decessi </strong>in eccesso rispetto alla media. Detto altrimenti, una sola giornata di caldo estremo in India potrebbe costare la vita a circa 3.400 persone. All&#8217;ombra del Taj Mahal, le stime ufficiali dei decessi causati dalle ondate di calore oscillano tra le 500 e le 1.500 unità all&#8217;anno, anche se gli esperti avvertono che si tratta di una cifra ampiamente sottostimata, in parte per via della mancanza di un <strong>sistema di monitoraggio uniforme</strong> e in parte per la mancata considerazione degli <strong>impatti indiretti</strong> (come l&#8217;aggravamento di patologie preesistenti).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-520177" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171103999_e0cbad2a885f91eaf02c8ffb03385e15.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;Asia meridionale alle prese con il caldo estremo</h2>



<p>L&#8217;<strong>Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm)</strong> ha fatto sapere che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha anche avvisato del fatto che simili ondate di calore stanno, non solo diventando più frequenti, ma anche più lunghe e intense a causa dei cambiamenti climatici in corso. </p>



<p>Come ha spiegato il quotidiano bengalese <em>The Daily Star</em>, uno dei motivi per cui la situazione quest&#8217;anno è stata così grave è coinciso con la persistenza di <strong>sistemi meteorologici di alta pressione</strong>. Cosa significa? Che quando questi sistemi rimangono stazionari aumentano la probabilità di ondate di calore, limitando la formazione di nuvole e riducendo le possibilità di piogge rinfrescanti. L&#8217;aria calda rimane intrappolata vicino alla superficie e le temperature possono aumentare per molti giorni consecutivi. </p>



<p>Si innesca così un <strong>effetto domino perverso</strong>: con meno pioggia, aumenta la temperatura al livello del suolo, il terreno si secca e cresce anche l&#8217;umidità. Le grandi metropoli si trasformano in vere e proprie <strong>trappole di calore</strong>, visto che il <strong>cemento </strong>e l&#8217;<strong>asfalto </strong>assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, aumentando i rischi per la salute delle persone che non hanno accesso a sistemi di raffreddamento. </p>



<p>Attenzione però, perché i gradi Celsius sono solo una parte della minaccia. Quella ancora più letale chiama in causa l&#8217;<strong>umidità</strong>, la stessa che caratterizza svariate zone dell&#8217;India e del Pakistan.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-520180" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171244320_296f85ae48d0cff58e91ffcc8cb6e0fa.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Lo shock energetico e le trappole di calore</h2>



<p>Una soluzione, almeno parziale, al caldo estremo ci sarebbe: l&#8217;<strong>aria condizionata</strong>. Peccato che questo strumento, una comune fonte di sollievo dalle temperature torride e dall&#8217;umidità soffocante, sia diventato limitato o addirittura inaccessibile. Colpa della <strong>guerra in Iran</strong> e delle conseguente del <a href="https://it.insideover.com/energia/perche-la-guerra-in-iran-e-uno-shock-energetico-per-tutta-lasia.html">conflitto in Medio Oriente</a>. L&#8217;Asia meridionale dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione e i locali Paesi a basso e medio reddito sono vulnerabili agli shock energetici e alle interruzioni delle forniture. </p>



<p>Nel frattempo, tornando in India, epicentro del fenomeno che stiamo raccontando, uno studio del <em>Centre for Science and Environment (Cse)</em> ha rilevato che la capacità di Delhi di raffreddarsi durante la notte è diminuita del 9% nel corso dell&#8217;ultimo decennio. Il motivo? In gran parte a causa della riduzione della <strong>copertura verde</strong> e dell&#8217;<strong>espansione urbana</strong>. Per la cronaca, il centro città si raffredda di 3,8 °C in meno rispetto alle aree miste rurali e urbane. </p>



<p>Un altro importante studio del 2024, condotto dall&#8217;<em>Iit Bhubaneshwar</em>, ha invece constatao che l&#8217;<strong>urbanizzazione</strong> è responsabile del 60% dell&#8217;aumento del riscaldamento nelle metropoli indiane, mentre il <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-cambiamento-climatico-e-lombra-della-crisi-alimentare-globale.html">cambiamento climatico</a>, causato principalmente dai <strong>combustibili fossili</strong>, contribuisce per il restante 40%: un vero e proprio <strong>mix letale</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="671" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab-1024x671.jpg" alt="" class="wp-image-520178" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab-1024x671.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab-1536x1007.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab-600x393.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260611171149290_40f1c91faba7fc8772937b4e80b8e9ab.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/umidita-killer-e-ondate-di-calore-lasia-meridionale-soffre-e-ci-mancava-solo-lo-stretto-di-hormuz.html">Umidità killer e ondate di calore, l&#8217;Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Chi c&#8217;è dietro la speculazione immobiliare del genero di Trump</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/chi-ce-dietro-la-speculazione-immobiliare-del-genero-di-trump</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:08:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un resort di lusso da 1,4 miliardi, terreni contesi, società offshore, una fitta trama di catene societarie e nomi che compaiono in inchieste italiane. È quello che si cela dietro i piani di Jared Kushner — il genero di Trump — sulle coste albanesi. E ora migliaia di persone sono scese in piazza con uno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/video/chi-ce-dietro-la-speculazione-immobiliare-del-genero-di-trump">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/chi-ce-dietro-la-speculazione-immobiliare-del-genero-di-trump">Chi c&#8217;è dietro la speculazione immobiliare del genero di Trump</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260608110803957_85f7f67af97675e20f1f7768e8383847-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un resort di lusso da 1,4 miliardi, terreni contesi, società offshore, una fitta trama di catene societarie e nomi che compaiono in inchieste italiane. È quello che si cela dietro i piani di Jared Kushner — il genero di Trump — sulle coste albanesi. E ora migliaia di persone sono scese in piazza con uno slogan preciso: «Albania is not for sale».</p>



<p>Kushner vuole costruire due resort di lusso su alcune delle coste più incontaminate d&#8217;Albania: l&#8217;isola di Sazan — che i locali hanno già ribattezzato l&#8217;Isola dei Trump — e la laguna di Zvërnec, un&#8217;area protetta dove vivono fenicotteri e tartarughe marine. L&#8217;affare vale più di 1,4 miliardi di euro. Il governo del premier Edi Rama ha già rilasciato i permessi di costruzione, nonostante le controversie legali sulla proprietà dei terreni.</p>



<p>Ma chi c&#8217;è dietro al mega progetto oltre a Kushner? Il fondo con cui opera, Affinity Partners, è finanziato in larga parte dall&#8217;Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman — lo stesso principe che secondo la CIA ha autorizzato l&#8217;omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. La società operativa sul terreno è registrata nei Paesi Bassi come trust offshore. Tra i proprietari dei terreni coinvolti compare un uomo d&#8217;affari albanese, Artur Shehu, il cui nome è emerso in un&#8217;inchiesta RAI sulla Sacra Corona Unita e nelle indagini sull&#8217;esplosione sotto casa di Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. Un ex presidente della Corte d&#8217;Appello di Tirana, Alaudin Malaj, risulta proprietario di alcuni di quei terreni — gli stessi su cui in passato aveva emesso sentenze favorevoli. Questi sono solo alcuni degli elementi di una pericolosa convergenza tra interessi pubblici e privati.</p>



<p>Per capire fino in fondo il paradosso, bisogna sapere cos&#8217;era l&#8217;Albania fino a trent&#8217;anni fa: la dittatura più claustrofobica d&#8217;Europa, la &#8220;Corea del Nord d&#8217;Occidente&#8221;. Il dittatore Hoxha aveva disseminato il Paese di 700mila bunker — ce ne sono ancora 4mila solo sull&#8217;isola di Sazan — per difendersi da capitalisti e imperialisti. Oggi quella stessa isola sta per essere espugnata da quest&#8217;ultimi.</p>



<p>La procura anticorruzione albanese ha aperto un&#8217;indagine. Le piazze non si svuotano. La gente continua a protestare contro un modello di sviluppo rapace e in difesa del patrimonio ambientale e storic. La domanda che dovremmo porci è: a chi appartiene davvero un territorio? A chi lo abita o agli investitori?</p>



<p></p>



<p>Leggi l&#8217;articolo di Marianna Lentini: https://it.insideover.com/politica/albania-gli-aspetti-inconfessabili-della-grande-speculazione-immobiliare-del-genero-di-trump.html</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/chi-ce-dietro-la-speculazione-immobiliare-del-genero-di-trump">Chi c&#8217;è dietro la speculazione immobiliare del genero di Trump</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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