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	<title>Ambiente Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Mon, 24 Aug 2026 11:42:53 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Ambiente Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Amatrice, dieci anni dal sisma: quando la politica fallisce, la rigenerazione parte dal basso</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/a-dieci-anni-dal-terremoto-iniziative-dal-basso-si-sviluppano-attraverso-processi-partecipati-mentre-la-politica-ha-fallito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Rocca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 09:34:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[#abitare #amatrice #10anniterremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dal 2 all'11 luglio 2026, l'evento internazionale SESAM x Terremmosse riunisce oltre duecento tra studenti e architetti per lavorare sulla rigenerazione urbana e comunitaria.  Focus sulla gestione della ricostruzione post-sisma con Davide Olori, sociologo dell'Università di Bologna e membro del collettivo Emidio di Treviri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/a-dieci-anni-dal-terremoto-iniziative-dal-basso-si-sviluppano-attraverso-processi-partecipati-mentre-la-politica-ha-fallito.html">Amatrice, dieci anni dal sisma: quando la politica fallisce, la rigenerazione parte dal basso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/01_Collegentilesco_credits-Maria-Vittoria-Moretti-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Arrivando in macchina ad Amatrice la prima cosa che salta all’occhio è la Torre Civica, monumento del XIII secolo, divenuto simbolo della resistenza del borgo. L&#8217;orologio della torre è fermo alle 3:36, orario in cui il 24 agosto 2016 è stata registrata la prima forte scossa di quella che l&#8217;INGV ha definito: sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso del 2016-2017.</p>



<p>Laddove sorgeva il paese medioevale, a dieci anni dal terremoto, ci si trova d’innanzi ad un cantiere a cielo aperto.</p>



<p>La ricostruzione nei territori sinistrati si estende ben oltre i confini del borgo (solo Comune di Amatrice copre un territorio circa 174 km²) e  presenta diverse problematicità.</p>



<p>Uno dei principali paradossi risiede nel fatto che, a fronte di una fetta considerevole di residenti che continuano a vivere nelle cosiddette SAE (Soluzioni Abitative Iniziali di Emergenza), molte “<strong>seconde case</strong>” di famiglie dotate di capitali relazionali, simbolici, fisici ed economici sono già terminate.</p>



<p>&#8220;<strong>La radice del problema</strong>” spiega Davide Olori, docente di sociologia dei disastri e politiche territoriali all’Università di Bologna e membro del collettivo Emidio di Treviri (collettivo d’inchiesta nato in seno al Centro Studi <em>Ecologie del post terremoto</em>), “<strong>è stato aver lasciato alla spontaneità individuale e</strong> <strong>alla bontà del mercato la capacità di livellare le disuguaglianze, cosa che invece dovrebbe spettare al soggetto pubblico e al soggetto</strong> <strong>pianificatore</strong>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-527506" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1-600x338.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/00_Amatrice-_-credits-Pierfrancesco-Lisi--1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I fondi per la ricostruzione fisica e il rilancio economico delle aree sinistrate – provenienti da una combinazione di risorse pubbliche europee, statali e regionali, affiancate da donazioni private – sono stati appaltati al <strong>Programma Straordinario di Ricostruzione</strong> (PSR). Redatto e promosso dal <strong>Comune di Amatrice</strong>, in stretta collaborazione con l&#8217;USR Lazio (<strong>Ufficio Speciale per la Ricostruzione della Regione Lazio</strong>) – di concerto al controllo del <strong>Commissario Straordinario di Governo per la Ricostruzione Sisma 2016</strong> – il <strong>PSR </strong>nasce come <strong>strumento urbanistico </strong>per <strong>pianificare la rinascita dei centri storici devastati dal sisma,</strong> con un compito chiaro: <strong>dettare la linea pubblica, stabilire un’agenda prioritaria e</strong> <strong>superare le spinte individuali per garantire un processo equo</strong>.</p>



<p>Nella realtà dei fatti, la totale <strong>assenza di un percorso partecipato con i cittadini e la scarsa capacità dell’amministrazione locale nell’imporre un</strong> <strong>calendario ai lavori</strong> hanno spalancato le porte a una gestione caotica e affaristica.</p>



<p>La dinamica che si è configurata è stata la seguente: una manciata di imprese edili e studi tecnici ha monopolizzato migliaia di cantieri, accumulando posizioni di rendita, senza alcun interesse a velocizzare gli interventi, il che ha portato all’innalzamento dei costi del Prezzario Unico del Cratere (l’insieme dei listini ufficiali dei costi per i lavori di edilizia e ingegneria da applicare nei Comuni rientranti nel cosiddetto &#8220;cratere sismico”). A ciò, si è aggiunta la facoltà esclusiva per i <strong>proprietari più facoltosi</strong> <strong>di coprire le spese necessarie al completamento o ammodernamento degli immobili</strong> &#8211; nonostante lo Stato garantisse una copertura finanziaria pari al 100% dei contributi per la ricostruzione degli immobili (“com’erano, dov’erano”). Per cui, chi ha potuto pagare di tasca propria questi extra-costi, ha sbloccato immediatamente i cantieri delle proprie abitazioni. Al contrario, <strong>i residenti storici</strong> <strong>meno abbienti</strong> – impossibilitati a sostenere le pretese economiche dei costruttori – <strong>sono rimasti incastrati in un&#8217;attesa indefinita nelle strutture</strong> <strong>provvisorie</strong>, invecchiando e impoverendosi all&#8217;interno di un processo di ricostruzione infinito.</p>



<p>Questa la dinamica che ha creato una <strong>profonda sperequazione sociale a favore dei proprietari delle seconde case e dei ceti più abbienti.</strong></p>



<p><strong>L&#8217;assenza di un vero processo partecipato da parte della comunità ha impedito</strong>, inoltre, di attuare <strong>soluzioni urbanistiche trasformative</strong> come la “deperimetrazione”, con cui “attraverso un confronto guidato da esperti e facilitatori, si sarebbe potuto ridisegnare il tessuto urbano ex novo, allargando le strade, creando piazzette d&#8217;emergenza e adeguando il vecchio patrimonio abitativo alle norme sismiche ed energetiche” sottolinea Olori. Si è preferito invece tutelare lo <em>status quo</em> di chi, non essendo residente, non si interessava di tali interventi.</p>



<p>“Lo stato di fatto del territorio è una ricostruzione a macchia di leopardo, la condizione è molto arretrata, le opere pubbliche sono ancora più indietro di quelle private, e dunque molto del costruito non è abitato, <strong>scoraggiando sicuramente le capacità di agency delle persone</strong>. Il territorio è un<strong> territorio</strong> <strong>puntellato di abbandono ricostruito, abbandono non ricostruito e vuoti. </strong>È vero che era scritto dentro una parabola discendente, nel senso che già prima del terremoto era piegato da <strong>dinamiche di spopolamento, impoverimento e invecchiamento</strong>, ma è vero pure che <strong>questa ignizione di fondi pubblici sarebbe potuta</strong>, forse, <strong>essere l&#8217;occasione per invertire la rotta dell&#8217;Appennino centrale </strong>&#8211; da cui costruire un vero e proprio laboratorio per riabitare diversamente una zona rurale del paese – visto che il problema dell&#8217;abitare delle zone rurali si pone a tutte le latitudini del nostro Paese. Quello di <strong>Amatrice è il più grosso cantiere d&#8217;Europa ad opera delle casse dello Stato</strong>, dunque sì, diciamo il più grosso rammarico è che <strong>si sarebbe potuto</strong> <strong>pensare a un&#8217;inversione di tendenza</strong>, ma non c&#8217;è stata, anzi talvolta si riscontrano caratteristiche aggravate”, continua.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/07_Cornillo-Nuovo_Lori-Demata-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-527507" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/07_Cornillo-Nuovo_Lori-Demata-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/07_Cornillo-Nuovo_Lori-Demata-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/07_Cornillo-Nuovo_Lori-Demata-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/07_Cornillo-Nuovo_Lori-Demata-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/07_Cornillo-Nuovo_Lori-Demata.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In questo scenario desolante, di iniziative ammirevoli ce ne sono state, come quella promossa da <strong>Terremosse x SESAM,</strong> collettivo inscritto in EASA ITALIA – European Architecture Students Assembly.</p>



<p>Nato da due anni di ricerca sul campo, la popolazione è stata ascoltata dai giovani architetti dell&#8217;associazione ed i bisogni, espressi da diverse parti della società civile, si sono tradotti in dieci cantieri di autocostruzione, affiancati da talk, musica, performance e camminate.</p>



<p>Grazie al network di EASA, architetti e artisti da tutta Europa hanno risposto all’open call aperta da Terremosse X SESAM, al fine di realizzare progetti in diversi siti. <strong>Dal 2 al 12 luglio, i progetti che hanno vinto sono stati</strong> <strong>realizzati, sotto il tutoraggio di chi li ha proposti, </strong>grazie al lavoro di giovani architetti che hanno assurto al ruolo di operai, <strong>negli spazi che la comunità</strong> <strong>di Amatrice sentiva dimenticati dalla politica e dalle aziende edili.</strong></p>



<p>Il PSR prevede la ricostruzione del centro storico e la realizzazione di grandi opere pubbliche, tra cui il nuovo Ospedale Grifoni, oltre ad abitazioni e spazi di aggregazione commerciale; mentre i <strong>luoghi d&#8217;aggregazione senza scopo di lucro, come piazze o spazi in cui si svolgono manifestazioni</strong> <strong>culturali, rimangono secondari nel piano ed è su questi che l’associazione si è focalizzata.</strong></p>



<p>L&#8217;approccio all&#8217;urbanistica neoliberista non funziona attraverso processi partecipati, non ascolta la voce della comunità che molto spesso è fioca e le cui istanze sono frammentate e sfocate. <strong>Chi vive in luoghi terremotati, spesso, non riesce neanche ad immaginare soluzioni che rispondono a bisogni</strong> <strong>inevitabilmente silenziati da un trauma simile.</strong></p>



<p>Ciò che è stato realizzato, attraverso fondi raccolti tramite bandi e fundraising, è la <strong>ricostruzione di spazi in cui le persone potranno tornare ad</strong> <strong>incontrarsi, per immaginare un futuro.</strong></p>



<p>Tali iniziative e la narrazione da esse veicolate rimangono marginali rispetto alle speculazioni che sovente, nella storia italiana, avvengono nei luoghi terremotati, ma meritano di essere attenzionate.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-527516" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2-600x450.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/PHOTO-2026-08-24-11-53-45-2.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>La rivolta delle comunità: data center, la nuova battaglia politica dell’America profonda</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/la-rivolta-delle-comunita-data-center-la-nuova-battaglia-politica-dellamerica-profonda.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 22:19:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Data center]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni americane]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni midterm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="612" height="344" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>La rivolta americana contro l’AI: Data center, bollette e territorio: nasce un nuovo fronte populista contro la Silicon Valley.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-rivolta-delle-comunita-data-center-la-nuova-battaglia-politica-dellamerica-profonda.html">La rivolta delle comunità: data center, la nuova battaglia politica dell’America profonda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="612" height="344" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-2208893510-612x612-1-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>Per anni i <strong>data center</strong> sono stati l&#8217;infrastruttura invisibile dell&#8217;economia digitale americana: enormi edifici pieni di server, lontani dall&#8217;immaginario politico quanto i cavi sottomarini o le centrali elettriche. Poi è arrivata l&#8217;intelligenza artificiale. E improvvisamente quei capannoni industriali sono diventati il luogo fisico nel quale si concentra una delle più grandi trasformazioni economiche e tecnologiche del nostro tempo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.maps.com/app/uploads/2025/12/article-data-centers-full-map-nr-2048x1325.webp" alt=""/></figure>



<p>Il problema è che, per costruire l&#8217;America dell&#8217;AI, servono terra, energia, acqua e nuove infrastrutture. E quando la corsa alla potenza di calcolo arriva nei quartieri, nelle contee rurali e nelle periferie, la promessa astratta dell&#8217;innovazione si trasforma in una domanda molto concreta: <strong>chi paga il prezzo della rivoluzione tecnologica?</strong> È qui che nasce uno dei fenomeni politici più interessanti del 2026 americano: <strong><a href="https://it.insideover.com/politica/dalla-cannabis-allia-perche-gli-usa-vogliono-trasformare-le-serre-di-marijuana-in-data-center.html">il populismo anti-data center</a></strong>. Un movimento ancora frammentato, ma capace di mettere nello stesso spazio politico ambientalisti progressisti, conservatori anti-establishment, comunità rurali, attivisti anti-AI e cittadini semplicemente preoccupati per le proprie bollette.</p>



<p>Il primo elemento da capire è che la protesta non nasce necessariamente da un rifiuto ideologico dell&#8217;intelligenza artificiale. In molti casi nasce da qualcosa di molto più semplice: la percezione che un&#8217;azienda privata stia arrivando in una comunità e chiedendo <strong>accesso a risorse</strong> che fino a quel momento appartenevano alla collettività. L&#8217;espansione dell&#8217;AI ha moltiplicato la domanda di infrastrutture informatiche. I grandi modelli richiedono enormi capacità di calcolo e, di conseguenza, grandi quantità di energia. I data center hanno inoltre bisogno di sistemi di raffreddamento, collegamenti alla rete elettrica, terreni e infrastrutture di supporto. Il risultato è una <strong>nuova geografia dell&#8217;AI americana</strong>. Non più soltanto Silicon Valley, Seattle o i grandi hub tecnologici, ma Georgia, Texas, Virginia, Michigan, Utah, Florida e decine di altre aree nelle quali <strong>l&#8217;arrivo di un gigantesco complesso industriale può modificare il rapporto tra una comunità e il proprio territorio.</strong></p>



<p>In <strong>Georgia</strong>, per esempio, gli attivisti locali hanno iniziato a studiare l&#8217;impatto dei progetti sulla rete elettrica, sulle falde acquifere e sull&#8217;utilizzo del territorio. In alcuni casi la protesta è partita da gruppi ambientalisti; successivamente sono arrivati conservatori, cittadini indipendenti e organizzazioni nazionali. È un passaggio politicamente significativo. Perché il vecchio conflitto industriale americano aveva una struttura relativamente semplice: ambientalisti contro industria, sindacati contro imprese, comunità contro grandi aziende. <strong>Il conflitto sui data center è invece molto più fluido</strong>. In <strong>Utah</strong>, ad esempio, la contestazione di un grande progetto di data center è esplosa in uno Stato particolarmente sensibile alla questione delle risorse idriche. La pressione degli abitanti ha contribuito a ridimensionare il progetto, trasformando una questione apparentemente tecnica in un caso politico nazionale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRKfIeMm4Yo_3sCjPTkdZIAXVa_m_mSkP4L9Df0U-j2oAkuLVwN1jGxQuE&amp;s=10" alt=""/></figure>
</div>


<p>Un cittadino conservatore può contestare un data center perché teme che aumenterà la bolletta elettrica. Un ambientalista può farlo perché teme il consumo di acqua. Un proprietario terriero perché non vuole una gigantesca struttura vicino casa. Un populista di destra perché vede nell&#8217;AI l&#8217;ennesimo progetto imposto dalle élite tecnologiche. Un progressista perché considera i data center il simbolo della concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di poche corporation.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Motivazioni diverse, conclusione politica uguale</h2>



<p>Secondo un&#8217;analisi di <em><a href="https://www.carbon-direct.com/press/carbon-direct-releases-new-analysis-of-community-opposition-to-ai-data-center-development">Carbon Direct</a></em>, tra gennaio 2024 e maggio 2026 almeno 46 progetti di data center legati all&#8217;AI sono stati pubblicamente ritardati, ritirati o cancellati dopo opposizioni locali, per un valore annunciato complessivo di circa 170 miliardi di dollari distribuiti in 20 Stati. <strong>Nel primo trimestre del 2026 ben 75 progetti, per circa 130 miliardi di dollari, hanno incontrato opposizione.</strong> E le banche hanno iniziato a considerare il consenso locale, le autorizzazioni e il rischio di cancellazione come elementi rilevanti nella valutazione finanziaria dei progetti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La parola alle comunità</h2>



<p>Uno degli esempi più evidenti è <strong>Amy Kremer</strong>, attivista conservatrice legata al movimento <strong>Tea Party</strong> e già tra le figure coinvolte nell&#8217;organizzazione del raduno di Washington del 6 gennaio 2021. Nel 2026 Kremer è diventata presidente di <strong>Humans First</strong>, organizzazione impegnata contro l&#8217;espansione incontrollata dei data center e dell&#8217;AI. <strong>La sua posizione è interessante proprio perché non coincide con quella di molti oppositori progressisti. </strong>Kremer non chiede necessariamente un divieto nazionale dei data center. La sua impostazione è quella del controllo locale: le comunità devono avere il diritto di decidere se vogliono o meno ospitare queste strutture.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://i.insider.com/6a41709e360acd489560ca82?width=700" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">Amy Kremer</figcaption></figure>
</div>


<p>È una posizione profondamente populista perché sposta il centro del problema dalla domanda &#8220;l&#8217;AI è buona o cattiva?&#8221; alla domanda &#8220;chi decide?&#8221;. Ed è esattamente questo il punto nel quale destra e sinistra possono incontrarsi. Da una parte ci sono esponenti progressisti come <strong>Bernie Sanders</strong> e <strong>Alexandria Ocasio-Cortez</strong>, che hanno sostenuto l&#8217;idea di una <strong>moratoria federale sui nuovi data center</strong>. Dall&#8217;altra ci sono esponenti della destra populista che accusano la Silicon Valley di voler utilizzare il peso economico e politico delle proprie corporation per imporre le proprie priorità alle comunità locali.</p>



<p>Non significa che esista una nuova alleanza strutturata tra destra e sinistra. Significa qualcosa di più interessante: <strong>esiste un terreno comune di sfiducia verso Big Tech</strong>. E questo terreno rischia di diventare elettoralmente rilevante.</p>



<p>Le proteste nazionali del 18 luglio hanno rappresentato un salto di scala. Secondo <em>Reuters</em>, gli oppositori dei data center hanno organizzato <strong>142 manifestazioni in 42 Stati,</strong> trasformando per la prima volta la protesta contro l&#8217;espansione delle infrastrutture AI in una mobilitazione nazionale coordinata. Perché il populismo ha bisogno di un racconto semplice, di un avversario riconoscibile e di una comunità che si percepisca esclusa dai processi decisionali.</p>



<p>Per comprendere quanto sia cambiata la politica americana bisogna guardare anche all&#8217;evoluzione della destra. Per anni il <strong>Partito Repubblicano</strong> ha avuto un <strong>rapporto ambivalente con Big Tech</strong>. La destra populista ha spesso accusato Google, Meta, Apple e altre grandi società tecnologiche di censura, progressismo culturale e abuso del potere monopolistico. Ma contemporaneamente l&#8217;industria tecnologica rappresentava uno dei motori dell&#8217;economia americana e dell&#8217;innovazione nazionale. L&#8217;AI sta rendendo questa contraddizione molto più difficile da gestire.</p>



<p>In questo senso è significativo il percorso di figure come <strong>Joe Allen</strong>, commentatore anti-tecnologico diventato vicino all&#8217;area di <strong>Steve Bannon</strong>. La sua critica all&#8217;AI si inserisce in una corrente di pensiero nella quale la tecnologia viene letta come uno strumento attraverso cui un&#8217;élite economica può aumentare il proprio controllo sulla società. <em>WIRED</em> ha raccontato questo ambiente politico descrivendo il movimento contro i data center come uno dei più insoliti punti d&#8217;incontro tra populismo di destra e ambientalismo progressista.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.wired.com/photos/6a6a26026e7818d8fecc99a1/master/w_1920,c_limit/20260719-MattEich-0260-toned.jpg" alt="" style="width:654px;height:auto"/><figcaption class="wp-element-caption">Joe Allen</figcaption></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading">Quando il problema tocca le bollette</h2>



<p>Se c&#8217;è un elemento capace di trasformare l&#8217;AI da questione tecnologica a questione elettorale, è probabilmente l&#8217;<strong>energia</strong>. Gli americani possono avere opinioni molto diverse su ChatGPT, robot umanoidi o automazione del lavoro. Ma se una nuova infrastruttura viene percepita come responsabile dell&#8217;aumento delle bollette, il discorso cambia immediatamente. La costruzione di grandi data center richiede nuova capacità elettrica e nuove infrastrutture. Questo significa investimenti nella rete, nuove connessioni, generazione aggiuntiva e, in alcuni casi, discussioni sulla ripartizione dei costi tra aziende e consumatori. Il rischio politico è evidente: se gli investimenti necessari per sostenere il boom dell&#8217;AI vengono trasferiti, direttamente o indirettamente, sulle famiglie, il beneficio dell&#8217;innovazione rischia di essere percepito come privato mentre il costo diventa pubblico. <a href="https://arxiv.org/abs/2608.09882">Un&#8217;analisi pubblicata recentemente</a> evidenzia proprio come gli impatti economici e ambientali dei data center dipendano non soltanto dalla tecnologia utilizzata all&#8217;interno delle strutture, ma dal sistema energetico, idrico e territoriale nel quale vengono inseriti.</p>



<p>La questione diventa ancora più delicata per l&#8217;amministrazione Trump. Il progetto politico dell&#8217;<strong>America First</strong> può entrare in collisione con la corsa all&#8217;AI se quest&#8217;ultima viene percepita come un processo che privilegia le corporation globali rispetto alle comunità americane. La Casa Bianca considera la leadership tecnologica americana una componente fondamentale della competizione con la Cina. Ma la mobilitazione anti-data center introduce una domanda difficile: <strong>leadership per chi?</strong></p>



<p>Uno degli aspetti più importanti della nuova protesta è che non nasce principalmente a Washington. Nasce nei consigli comunali, nelle assemblee di contea, nelle commissioni urbanistiche, nelle riunioni pubbliche e nelle campagne per i referendum locali. È esattamente ciò che accadde con il Tea Party, con l&#8217;ambientalismo locale, con le battaglie contro l&#8217;immigrazione e con molte delle mobilitazioni che hanno trasformato questioni territoriali in identità politiche nazionali. L&#8217;AI sta diventando rapidamente <strong>una questione elettorale nazionale</strong>. Il <em>New Yorker</em> ha recentemente osservato che l&#8217;espansione dei data center è ormai entrata nel dibattito politico in vista delle <strong>elezioni di midterm</strong>, con una maggioranza significativa degli americani contraria alla presenza di queste infrastrutture nelle proprie comunità.</p>



<p>Milioni di americani stanno iniziando a chiedersi se la rivoluzione tecnologica venga costruita <strong>con loro o sopra di loro</strong>. Ed è questa domanda, molto più del destino di un singolo data center, a poter rimodellare la politica americana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-rivolta-delle-comunita-data-center-la-nuova-battaglia-politica-dellamerica-profonda.html">La rivolta delle comunità: data center, la nuova battaglia politica dell’America profonda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Energia e difesa, Italia sovrana a metà: quanto possiamo spendere e per cosa si decide a Bruxelles</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/energia-e-difesa-italia-sovrana-a-meta-quanto-possiamo-spendere-e-per-cosa-si-decide-a-bruxelles.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 12:33:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1799" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-600x562.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-300x281.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-1024x959.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-768x720.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-1536x1439.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il "vincolo esterno" è cambiato. Non riguarda soltanto quanto possiamo spendere, ma sempre più spesso per cosa possiamo spendere.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/energia-e-difesa-italia-sovrana-a-meta-quanto-possiamo-spendere-e-per-cosa-si-decide-a-bruxelles.html">Energia e difesa, Italia sovrana a metà: quanto possiamo spendere e per cosa si decide a Bruxelles</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1799" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-600x562.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-300x281.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-1024x959.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-768x720.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-1536x1439.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p></p>



<p>Il <strong>5 agosto 2026</strong> il Parlamento italiano ha approvato la risoluzione di maggioranza sulla richiesta di flessibilità europea per finanziare <strong>energia e difesa</strong>: <a href="https://parlamento19.openpolis.it/votazioni?main_vote_type=is_key_vote&amp;ordering=-date&amp;page=1&amp;page_size=12#scrollNext">181 voti favorevoli alla Camera, 126 contrari e 12 astensioni; al Senato 98 sì, 60 no e 2 astensioni.</a> Non era ancora un’autorizzazione di spesa, ma il passaggio politico necessario per chiedere l’attivazione degli spazi previsti dalle regole europee. Il paradosso è evidente: su due funzioni essenziali dello Stato — <strong>sicurezza energetica e difesa nazionale</strong> — il Parlamento deve muoversi dentro un perimetro europeo prima di poter decidere pienamente sul bilancio nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trentasei miliardi dentro un recinto</strong></h2>



<p>La posta in gioco indicata dal governo è di circa <strong>36 miliardi in tre anni</strong>, con 14,4 miliardi destinati all’energia e 21,7 alla difesa. <a href="https://www.liberacr.it/news/ultime-notizie/103329/sovranita-alimentare-chi-decide-davvero-tra-roma-e-bruxelles.html">Ma non significa che Roma abbia ottenuto 36 miliardi aggiuntivi: si tratta di margini di flessibilità sul percorso della spesa, subordinati alle condizioni del quadro europeo</a>. Ed è qui che la politica deve smettere di usare la parola “sovranità” come slogan. L’Italia conserva la propria capacità di bilancio, ma la esercita dentro <strong>regole comuni che ha sottoscritto</strong> e che prevedono procedure di sorveglianza, valutazione e coordinamento. La Commissione ha confermato che la procedura per disavanzo eccessivo italiana è sospesa dopo la valutazione delle azioni efficaci, ma l’Italia continua formalmente a figurare tra i Paesi interessati dalla procedura.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il decimale che racconta la dipendenza</strong></h2>



<p>Il dato decisivo è il deficit: <strong>3,1% del Pil nel 2025</strong>, dopo il 3,4% del 2024. La Commissione prevede per il 2026 e il 2027 un disavanzo al 2,9%. Un Paese con un debito pubblico enorme non può naturalmente comportarsi come se il vincolo finanziario non esistesse. La vera questione è però politica: quando l’Europa chiede maggiore capacità militare e resilienza energetica, dovrebbe anche riconoscere che questi investimenti hanno una natura strategica diversa dalla spesa corrente. Il rischio è costruire una <strong>Europa della sicurezza</strong> che pretende più difesa dagli Stati mentre continua a giudicarne gli investimenti quasi esclusivamente attraverso la grammatica del consolidamento fiscale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La flessibilità non è sovranità</strong></h2>



<p>La clausola di salvaguardia è stata concepita proprio per consentire agli Stati di aumentare determinate spese in circostanze eccezionali, in particolare quelle per la difesa. Nel 2026 il perimetro è stato esteso anche a misure energetiche orientate a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati. È una scelta razionale, ma rivela un problema: <strong>non tutto ciò che l’Italia considera strategico diventa automaticamente finanziabile</strong> attraverso la flessibilità europea. Il tipo di investimento, la sua finalità e la sua coerenza con gli obiettivi comuni determinano l’ammissibilità. La sovranità, dunque, non scompare. Ma viene <strong>condizionata dalla cornice europea</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prima perdi una fonte, poi finanzi la sostituzione</strong></h2>



<p>La questione energetica rende il problema ancora più evidente. L’Italia ha dovuto modificare radicalmente il proprio sistema di approvvigionamento dopo la rottura dei rapporti energetici con Mosca. Il gas russo è stato sostituito da forniture provenienti da altri Paesi e dal <strong>GNL</strong>, aumentando il valore strategico delle infrastrutture di rigassificazione e delle rotte marittime. Ora Bruxelles incentiva investimenti destinati a ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili importati. È una strategia coerente con la transizione energetica europea. Ma il risultato politico è che <strong>una parte delle opzioni nazionali viene prima resa meno praticabile dalle scelte comuni e poi sottoposta a ulteriori criteri comuni quando si tratta di finanziarla</strong>. La dipendenza energetica, insomma, non è necessariamente scomparsa: può semplicemente cambiare geografia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>SAFE: il debito europeo della difesa</strong></h2>



<p>Lo stesso schema emerge con <strong>SAFE</strong>, lo strumento europeo da 150 miliardi di euro in prestiti per gli acquisti congiunti nel settore della difesa. La Commissione indica per l’Italia una richiesta di 14,9 miliardi. Il vantaggio è evidente: ottenere risorse per accelerare il riarmo e sostenere l’industria europea. Ma SAFE non è un regalo. Sono <strong>prestiti</strong>, quindi debito, destinati soprattutto ad acquisti coerenti con le priorità industriali e strategiche europee. Il punto non è dunque essere “pro” o “contro” l’Europa. È stabilire se l’Italia sappia usare questi strumenti senza trasformarsi in un semplice acquirente dentro una catena finanziaria e industriale progettata altrove.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il vero problema è il vincolo esterno</strong></h2>



<p>Per decenni il <strong>vincolo esterno</strong> è stato il modo italiano di disciplinare la finanza pubblica: attribuire all’Europa il compito di imporre decisioni che la politica nazionale non riusciva o non voleva assumersi. Oggi quel vincolo è cambiato. Non riguarda soltanto <strong>quanto</strong> possiamo spendere, ma sempre più spesso <strong>per cosa</strong> possiamo spendere. È qui che la discussione sulla sovranità diventa seria. L’Italia non deve scegliere tra autarchia e subordinazione. Deve invece battersi per un’Europa nella quale <strong>la difesa, l’energia e gli investimenti strategici siano considerati beni comuni</strong>, senza cancellare la disciplina dei conti. Il problema non è avere regole europee. È avere regole europee che chiedono agli Stati di diventare più forti mentre, simultaneamente, ne comprimono gli strumenti finanziari per farlo. La vera sovranità italiana, allora, non consiste nel fingere che Bruxelles non esista. Consiste nell&#8217;avere abbastanza peso politico, credibilità finanziaria e capacità industriale da <strong>sedersi al tavolo europeo non per chiedere eccezioni, ma per contribuire a scrivere le regole</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/energia-e-difesa-italia-sovrana-a-meta-quanto-possiamo-spendere-e-per-cosa-si-decide-a-bruxelles.html">Energia e difesa, Italia sovrana a metà: quanto possiamo spendere e per cosa si decide a Bruxelles</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il muro anti-migranti di Trump diventa un boomerang in Texas. Il caso Big Bend</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-muro-anti-migranti-di-trump-diventa-un-boomerang-in-texas-il-caso-big-bend.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 23:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[confine USA-Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="768" height="432" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p>La battaglia per il controllo del confine con il Messico apre un fronte inatteso per i repubblicani: quello del consenso nel Texas.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-muro-anti-migranti-di-trump-diventa-un-boomerang-in-texas-il-caso-big-bend.html">Il muro anti-migranti di Trump diventa un boomerang in Texas. Il caso Big Bend</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="768" height="432" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/istockphoto-451165743-640x640-1-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></p>
<p>Per <strong>Donald Trump</strong> il confine con il <strong>Messico</strong> è da sempre uno dei simboli politici più potenti. Il muro rappresenta, nella grammatica politica trumpiana, l&#8217;idea di una frontiera finalmente controllata, di uno Stato che torna a esercitare la propria sovranità e di una promessa elettorale trasformata in cemento, acciaio e infrastrutture. Ma proprio in <strong>Texas</strong>, lo Stato che più di ogni altro incarna la politica repubblicana americana, quella promessa sta producendo una contraddizione difficile da ignorare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://f6d3w8j9.delivery.rocketcdn.me/wp-content/uploads/2024/05/bigbend17.jpg" alt=""/></figure>



<p>Nel remoto Parco nazionale di <strong>Big Bend</strong>, nell&#8217;estremo Ovest dello Stato, la discussione sulla sicurezza della frontiera si sta trasformando in una battaglia sui <strong>diritti di proprietà, sul turismo e sul modello economico di intere comunità</strong>. E a contestare l&#8217;espansione delle infrastrutture federali non sono soltanto ambientalisti o gruppi tradizionalmente ostili a Trump: tra i critici ci sono proprietari terrieri, autorità locali, operatori economici e cittadini conservatori.</p>



<p>La particolarità di Big Bend è innanzitutto geografica. Il settore della Border Patrol che porta lo stesso nome copre circa 517 miglia di confine e rappresenta <strong>uno dei tratti più vasti della frontiera meridionale</strong>. Ma è anche storicamente uno dei meno attraversati dai migranti. Il settore copre circa un quarto dell&#8217;intero confine sudoccidentale ma registra soltanto una quota molto ridotta degli attraversamenti. È una conseguenza della natura stessa del territorio: deserti, montagne, canyon, temperature estreme e lunghi tratti quasi completamente disabitati rendono già estremamente difficile attraversare la frontiera.</p>



<p>Ed è proprio questa caratteristica a rendere il caso Big Bend diverso da quello di città come El Paso o Eagle Pass. Qui il confine non è soltanto una linea geopolitica. È parte del paesaggio sul quale si è sviluppata un&#8217;economia basata sull&#8217;escursionismo, sul turismo naturalistico, sul rafting, sulle guide, sull&#8217;ospitalità e sulle attività outdoor.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il paesaggio come risorsa economica</h2>



<p>I numeri del National Park Service aiutano a capire la posta in gioco. Nel 2024 Big Bend National Park ha registrato circa <strong>561.000 visitatori</strong>, che hanno speso 56,8 milioni di dollari nelle comunità circostanti. La spesa ha sostenuto 585 posti di lavoro, 17,3 milioni di dollari di reddito da lavoro e 63,7 milioni di dollari di output economico complessivo. Non si tratta dunque di un&#8217;economia marginale costruita attorno a un parco sperduto nel deserto. Per le comunità locali, il paesaggio è una risorsa economica. E il timore degli imprenditori è precisamente questo: che una trasformazione irreversibile del paesaggio possa finire per danneggiare ciò che rende Big Bend attrattivo.</p>



<p>Il problema riguarda inoltre non soltanto il parco nazionale. Il governo federale ha iniziato a cercare accesso a terreni privati lungo il <strong>Rio Grande</strong> e circa <strong>400 proprietari terrieri</strong> della regione sono stati coinvolti nelle iniziative federali legate alle nuove infrastrutture di sicurezza. In diversi casi sono state inviate lettere per ottenere l&#8217;accesso ai terreni, con la prospettiva dell&#8217;esproprio attraverso l&#8217;<em>eminent domain </em>in caso di mancato accordo. Ed è qui che la questione cambia natura.</p>



<p>Non si tratta di una protesta facilmente catalogabile come opposizione liberal all&#8217;amministrazione Trump. In questa parte del Texas, la difesa della proprietà privata, la diffidenza verso Washington e il peso dell&#8217;economia locale sono valori perfettamente compatibili con la tradizione conservatrice.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://visitbigbend.com/wp-content/uploads/2025/07/Big-Bend-National-Park.jpg" alt=""/></figure>



<p>La questione dell&#8217;esproprio può quindi diventare particolarmente delicata per il Partito repubblicano. Per decenni il <strong>conservatorismo texano</strong> ha costruito parte della propria identità politica attorno alla difesa della proprietà privata e alla limitazione dell&#8217;intervento federale. Quando però è Washington a chiedere l&#8217;accesso ai terreni di ranch e aziende agricole in nome della sicurezza nazionale, i due principi entrano in collisione. La storia di Big Bend rende il contrasto ancora più evidente.</p>



<p>Il <em>Texas Tribune</em> ha raccontato il caso di Joe Carrasco, uno dei proprietari interessati dalle richieste federali. La sua famiglia vive e lavora da generazioni lungo il Rio Grande. Per persone come lui, il fiume non è semplicemente il confine tra due Paesi: è parte della vita quotidiana, dell&#8217;attività agricola e del paesaggio. Il governo federale, dal canto suo, sostiene che la nuova infrastruttura sia necessaria per rafforzare il controllo della frontiera. Ma nel Big Bend emerge una domanda politicamente scomoda: s<strong>e il tratto è tra i meno attraversati della frontiera, quale sia esattamente il rapporto tra l&#8217;enorme investimento e il rischio che si vuole contrastare</strong>?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un contratto da 1,7 miliardi di dollari</h2>



<p>La descrizione ufficiale del contratto parla di &#8220;<strong>border wall in Big Bend Texas</strong>&#8220;: il progetto prevede 17 miglia di barriere per veicoli, strade di pattugliamento e circa 205 miglia di &#8220;system attributes&#8221;, comprendenti infrastrutture stradali e tecnologie di sorveglianza. È una distinzione tecnicamente importante. Perché significa che la battaglia non riguarda necessariamente soltanto una gigantesca barriera d&#8217;acciaio. Riguarda l&#8217;intera trasformazione fisica della frontiera: strade, sensori, cantieri, accessi ai terreni, infrastrutture e presenza federale. Ed è proprio questa trasformazione ad avere fatto scattare l&#8217;allarme tra alcune comunità locali.</p>



<p>Il caso Big Bend potrebbe non rappresentare, da solo, una minaccia elettorale significativa per Trump. Il Texas resta uno degli Stati più solidamente repubblicani degli Stati Uniti e la sicurezza della frontiera continua a essere una delle questioni sulle quali il Partito repubblicano gode di un vantaggio politico evidente. La vicenda mostra i limiti della politica nazionale quando entra in collisione con gli interessi concreti delle comunità locali.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://preview.redd.it/todays-protest-was-full-of-love-for-big-bend-national-park-v0-el6umaszw9tg1.jpg?width=640&amp;crop=smart&amp;auto=webp&amp;s=24deef112f048a4da9168598e77955ca0021ccb3" alt=""/></figure>
</div>


<p>La sicurezza del confine può essere un tema astratto e potentissimo quando viene discusso a Washington. Diventa molto più complicato quando significa che una strada deve attraversare una proprietà privata, <strong>che un ranch deve concedere l&#8217;accesso ai tecnici federali</strong> o che un&#8217;impresa turistica teme che il proprio principale elemento di attrazione venga modificato. La stessa reazione registrata nei mesi scorsi a Big Bend è significativa: l&#8217;opposizione al progetto ha attraversato gli schieramenti politici, contribuendo alla decisione di non procedere con la costruzione della barriera all&#8217;interno del parco nazionale come inizialmente ipotizzato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ma la questione non è affatto chiusa</h2>



<p>L&#8217;assegnazione del contratto da 1,7 miliardi di dollari ha infatti riaperto interrogativi sul perimetro effettivo dei lavori. Nel frattempo, i proprietari terrieri fuori dalle aree protette continuano a fare i conti con le richieste di accesso e con la possibilità di espropri. <strong>E il rischio politico per i repubblicani è abbastanza chiaro:</strong> far apparire la sicurezza del confine come una scelta a somma zero tra Washington e le comunità che vivono sulla frontiera.</p>



<p>È una situazione che può mettere in difficoltà soprattutto il rapporto con gli <strong>elettori conservatori moderati e con gli indipendenti locali</strong>, per i quali la questione dell&#8217;immigrazione può essere importante ma non necessariamente più importante della proprietà, del lavoro e dell&#8217;economia della propria contea.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://img.texasmonthly.com/2026/04/santa-elena-rally-10.jpg?auto=compress&amp;crop=faces&amp;fit=scale&amp;fm=pjpg&amp;h=1279&amp;ixlib=php-3.3.1&amp;q=45&amp;w=2048&amp;wpsize=2048x2048" alt=""/></figure>



<p>C&#8217;è infine un elemento quasi ironico. Big Bend è una delle regioni americane in cui la frontiera è già naturalmente più difficile da attraversare. Il paesaggio stesso svolge una funzione di barriera. Eppure proprio qui Washington sta investendo miliardi per rafforzare il controllo. Nel frattempo, il turismo continua a dimostrare il valore economico di quello stesso paesaggio: i dati NPS più recenti mostrano che <strong>Big Bend ha superato nuovamente il mezzo milione di visitatori annui, </strong>con 568.104 presenze nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026 il parco aveva già registrato oltre 304.000 visite, secondo i dati preliminari del National Park Service.</p>



<p>Per gli operatori locali, quindi, la questione non è necessariamente &#8220;muro sì o muro no&#8221;. È quale frontiera vuole essere il Texas. Una frontiera militarizzata, infrastrutturata e sempre più separata fisicamente dal Messico oppure una frontiera nella quale sicurezza e attività economiche locali possano coesistere? </p>



<p>Perché il vero boomerang, per i repubblicani, non sarebbe scoprire che i texani sono contrari al controllo della frontiera. Sarebbe scoprire che alcuni dei loro stessi elettori possono essere favorevoli al controllo del confine ma contrari al prezzo che Washington chiede loro di pagare per ottenerlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-muro-anti-migranti-di-trump-diventa-un-boomerang-in-texas-il-caso-big-bend.html">Il muro anti-migranti di Trump diventa un boomerang in Texas. Il caso Big Bend</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La grande secca del Danubio: la crisi idrica che mette in ginocchio il sistema energetico dell&#8217;Europa Orientale</title>
		<link>https://it.insideover.com/environment/la-grande-secca-del-danubio-la-crisi-idrica-che-mette-in-ginocchio-il-sistema-energetico-delleuropa-orientale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Rocca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 00:03:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Without category]]></category>
		<category><![CDATA[Nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi mesi il livello idrico del Danubio ha raggiunto i minimi storici. L&#8217;ondata di calore e la prolungata siccità stanno rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei paesi dell&#8217;Europa centro-orientale, il cui approvvigionamento energetico dipende dal fiume. Non si tratta soltanto di un&#8217;emergenza ambientale, ma di una vera e propria crisi energetica a catena. Il grande &#8230; <a href="https://it.insideover.com/environment/la-grande-secca-del-danubio-la-crisi-idrica-che-mette-in-ginocchio-il-sistema-energetico-delleuropa-orientale.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/environment/la-grande-secca-del-danubio-la-crisi-idrica-che-mette-in-ginocchio-il-sistema-energetico-delleuropa-orientale.html">La grande secca del Danubio: la crisi idrica che mette in ginocchio il sistema energetico dell&#8217;Europa Orientale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli ultimi mesi il <strong>livello idrico del Danubio</strong> ha raggiunto i minimi storici.</p>



<p><strong>L&#8217;ondata di calore e la prolungata siccità</strong> stanno rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei paesi dell&#8217;Europa centro-orientale, il cui approvvigionamento energetico dipende dal fiume.</p>



<p>Non si tratta soltanto di un&#8217;emergenza ambientale, ma di una vera e propria crisi energetica a catena. Il grande fiume svolge diverse funzioni: dal <strong>raffreddamento dei&nbsp;condensatori&nbsp;delle centrali nucleari all’alimentazione degli impianti idroelettrici.</strong></p>



<p>In questo scenario, le ripercussioni subite da Ungheria, Romania e Serbia sono emblematiche.</p>



<p>L&#8217;epicentro dell’ emergenza si trova a Paks, dove sorge l&#8217;unica centrale nucleare ungherese. Collocata ad una novantina di chilometri a sud di Budapest, la struttura a quattro reattori di fabbricazione sovietica garantisce quasi la&nbsp;<strong>metà dell&#8217;elettricità</strong>&nbsp;prodotta nel Paese e&nbsp;<strong>un terzo dell&#8217;intero fabbisogno nazionale</strong>.&nbsp;</p>



<p>Per funzionare in sicurezza, l&#8217;impianto necessita di un flusso ininterrotto di circa 100 metri cubi d&#8217;acqua al secondo, prelevati direttamente dal Danubio&nbsp;<strong>per il raffreddamento dei condensatori</strong>.&nbsp;</p>



<p>Con il fiume ridotto al lumicino, le bocche di aspirazione sono rimaste a secco.&nbsp;</p>



<p><strong><a href="https://www.aljazeera.com/news/2026/8/2/hungary-plans-to-shut-down-only-nuclear-power-plant-amid-drought?utm_source=telegram&amp;utm_medium=social&amp;utm_campaign=socialPulse">Péter Magyar, il neoeletto Presidente ungherese, ha dichiarato che la produzione dell&#8217;impianto ha subito un crollo drammatico</a></strong>: dai normali 2.000 megawatt (MW) di potenza nominale, la capacità erogata è scesa prima a 965 MW per poi sprofondare nella notte del 2 agosto fino a 240 MW: poco più del 10% del totale.&nbsp;</p>



<p>Il punto critico è legato al livello del fiume.&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/news/2026/8/2/hungary-plans-to-shut-down-only-nuclear-power-plant-amid-drought?utm_source=telegram&amp;utm_medium=social&amp;utm_campaign=socialPulse">A Paks, una quota idrometrica pari a -134 cm impone per protocollo lo spegnimento totale dei reattor</a>i, motivo per cui raggiunta quota -144 nei&nbsp;<strong>primi giorni di agosto</strong>&nbsp;è iniziata la procedura di spegnimento.</p>



<p>Parimenti l’acqua del Danubio è essenziale per il raffreddamento della&nbsp;<strong>centrale nucleare di Cernavodă</strong>&nbsp;la quale, unica in Romania, garantisce una fetta consistente dell&#8217;energia nazionale.</p>



<p>Mutatis mutandis, le autorità romene hanno&nbsp;<strong>programmato di far cessare l’attività di uno dei&nbsp;<a href="https://oficiuldestiri.ro/anar-reluarea-furnizarii-apei-potabile-turbiditate#:~:text=Apele%20Rom%C3%A2ne%20au%20transmis%20c%C4%83%20acumularea%20Izvoarele,afluen%C8%9Bii%20r%C3%A2ului%20Teleajen%2C">reattori della centrale nucleare.&nbsp;</a></strong></p>



<p>Tale misura risulta essere l’inevitabile conseguenza della crisi registrata in seno allo<strong>&nbsp;snodo idrico di Izvoarele. In tale snodo il fiume si&nbsp;</strong>biforca nel braccio di Bala e nel braccio del &#8220;Vecchio Danubio&#8221; (<em>Dunărea Veche</em>), quest&#8217;ultimo diretto verso la centrale nucleare.&nbsp;</p>



<p>Recentemente la località di Izvoarele e il relativo impianto idrico sono stati al centro di gravi disservizi nell&#8217;erogazione dell&#8217;acqua potabile. Le forti precipitazioni hanno causato esondazioni degli affluenti del fiume Teleajen, ostruendo di detriti e fango le infrastrutture di filtraggio e la presa d’acqua.</p>



<p>L&#8217;elevata torbidità dell&#8217;acqua ha reso impossibile il normale processo di potabilizzazione, lasciando temporaneamente a secco diverse migliaia di residenti nel comune e nei centri abitati limitrofi.</p>



<p><a href="https://support.theguardian.com/eu/guardian-ad-lite?returnAddress=https%3A%2F%2Fwww.theguardian.com%2Fworld%2Flive%2F2026%2Faug%2F03%2Feurope-heatwave-wildfires-migration-ceuta-spain-latest-news-updates">La situazione a Izvoarele si è fatta talmente disperata da richiedere l&#8217;intervento della marina militare rumena</a>: con 180 chili di esplosivo subacqueo, i genieri hanno fatto brillare le formazioni rocciose sul letto del fiume per deviare la corrente verso il braccio del &#8220;Vecchio Danubio&#8221; e garantire l&#8217;afflusso d&#8217;acqua necessario ai canali di raffreddamento della centrale. Con l&#8217;abbassamento del fiume, il livello dell&#8217;acqua nei canali di presa rischiava di scendere sotto la soglia minima di sicurezza per il funzionamento dei reattori.</p>



<p>Poco più a sud, in Serbia, anche la centrale idroelettrica di Đerdap 1 (la più grande del Paese) si è vista tagliare la produzione ad appena il 20% della capacità nominale per mancanza di portata.</p>



<p>Le difficoltà nel raffreddamento hanno&nbsp;</p>



<p>colpito, altresì, i complessi a carbone di Kostolac, spingendo il governo serbo a convocare vertici d&#8217;urgenza e a chiedere alla popolazione di moderare l&#8217;uso dei condizionatori, mentre le temperature&nbsp;</p>



<p>estive spingono alle stelle la richiesta di elettricità per il condizionamento.</p>



<p>La secca del Danubio ha portato alla luce un cortocircuito strutturale che minaccia l&#8217;intera Europa. È esattamente durante questi picchi che le centrali idroelettriche e nucleari sono costrette a tirare il freno a mano per mancanza d&#8217;acqua o per il superamento delle temperature massime consentite per la tutela degli ecosistemi fluviali, una dinamica già osservata lungo il Rodano e la Loira in Francia.&nbsp;</p>



<p>Senza piogge all&#8217;orizzonte e con il termometro stabilmente sopra i 38 °C, i Paesi dell&#8217;Europa orientale si trovano oggi costretti a importare energia a caro prezzo dai mercati vicini e a pianificare contingentamenti per le industrie, nel tentativo di proteggere la tenuta delle rispettive reti elettriche.</p>
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		<title>“Oro invisibile” negli abissi del Giappone: la scoperta che può riscrivere la ricerca mineraria</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/oro-invisibile-fondali-pacifico-giappone-pirite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 15:08:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Oro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1076" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Oro nel fondale marino (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1024x574.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1536x861.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-600x336.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La concentrazione record è stata individuata all’interno della pirite, il minerale noto come “oro degli sciocchi”. Un risultato che offre nuovi strumenti per cercare risorse nascoste nelle profondità marine</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/oro-invisibile-fondali-pacifico-giappone-pirite.html">“Oro invisibile” negli abissi del Giappone: la scoperta che può riscrivere la ricerca mineraria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1076" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Oro nel fondale marino (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1024x574.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-1536x861.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/oro-in-fondo-al-mare_pixabay-600x336.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A oltre 700 metri di profondità, tra i camini idrotermali della caldera di <strong>Higashi-Aogashima</strong>, a sud di Tokyo, un gruppo di ricercatori giapponesi ha individuato <a href="https://phys.org/news/2026-07-scientists-invisible-gold-deep-sea.html"><strong>una delle concentrazioni di oro più insolite mai documentate</strong></a>. Il metallo non forma vene, né minuscole pepite, ma è incorporato nella struttura cristallina della <strong>pirite</strong>, il minerale conosciuto come <strong>&#8220;oro degli sciocchi&#8221;</strong>. È una presenza <strong>invisibile</strong>, individuabile soltanto con tecniche di analisi capaci di osservare la materia su scala atomica. Lo studio &#8211; pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-58760-z" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Scientific Reports</a> &#8211; offre uno strumento inedito per comprendere <strong>dove e come l&#8217;oro possa concentrarsi nei sistemi idrotermali sottomarini</strong>, un risultato con implicazioni che vanno ben oltre la geologia.</p>



<p>L&#8217;area in cui è stata condotta la ricerca si trova nell&#8217;arco vulcanico di <strong>Izu-Ogasawara</strong>, una delle regioni più attive del Pacifico occidentale, dove il fondale ospita <strong>tre campi idrotermali</strong> alimentati da fluidi ricchi di minerali che risalgono dalla crosta terrestre. Per raggiungerli, il team ha impiegato veicoli sottomarini robotizzati capaci di operare <strong>oltre i 700 metri di profondità</strong>, recuperando campioni di rocce provenienti dai camini vulcanici e dai grandi depositi di solfuri metallici che si accumulano sul fondo della caldera. Proprio l&#8217;analisi di questi campioni ha restituito un dato inatteso: <strong>concentrazioni di oro fino all&#8217;1,9% in peso</strong>, equivalenti a oltre 19 mila parti per milione all&#8217;interno della pirite, valori nettamente superiori a quelli osservati in altri sistemi idrotermali studiati finora.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-x wp-block-embed-x"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Hidden Gold Discovered Beneath Pacific Ocean Near Japan<br><br>Japanese researchers have discovered record concentrations of &quot;invisible gold&quot; hidden inside pyrite minerals at hydrothermal vents beneath the Pacific Ocean near Japan. The discovery was made at the Higashi-Aogashima… <a href="https://t.co/ymWYIQupw3">pic.twitter.com/ymWYIQupw3</a></p>&mdash; News Insider 24&#215;7 (@newsinsider24x7) <a href="https://x.com/newsinsider24x7/status/2078012813222781168?ref_src=twsrc%5Etfw">July 17, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.x.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;oro è nascosto dentro i cristalli della pirite</strong></h2>



<p>Il risultato più interessante dello studio riguarda infatti <strong>la forma con cui l&#8217;oro si presenta</strong>: nei giacimenti tradizionali il metallo compare generalmente sotto forma di granuli o minuscole inclusioni distribuite nella roccia. Nella caldera di Higashi-Aogashima, invece, gli atomi d&#8217;oro risultano incorporati direttamente <strong>nel reticolo cristallino della pirite</strong>, come una soluzione solida che non può essere individuata con le normali osservazioni mineralogiche. Per dimostrarlo i ricercatori hanno combinato diverse tecniche di laboratorio, fino ad arrivare alla <strong>spettrometria di massa agli ioni secondari (SIMS)</strong>, uno strumento capace di rilevare la distribuzione degli elementi su scala microscopica attraverso perforazioni quasi impercettibili all&#8217;interno dei campioni.</p>



<p>L&#8217;indagine ha anche permesso di ricostruire le condizioni che favoriscono questo fenomeno. La presenza di elementi come <strong>arsenico, rame e piombo</strong> altera infatti la struttura della pirite, creando <strong>minuscole imperfezioni nel reticolo cristallino</strong> che consentono agli atomi <a href="https://it.insideover.com/investimenti-e-trading/mercati-e-politica-cosa-ci-sta-dicendo-loro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">d&#8217;oro </a>di rimanere intrappolati durante la formazione del minerale. Non tutta la pirite, però, si comporta allo stesso modo: i campioni più ricchi provengono dal cono centrale della caldera e appartengono soprattutto alla cosiddetta <strong>pirite colloforme</strong>, formatasi quando i fluidi idrotermali surriscaldati entrano rapidamente in contatto con l&#8217;acqua marina più fredda. È proprio questa combinazione di processi geologici e caratteristiche mineralogiche a fornire agli studiosi nuovi indicatori per riconoscere, in futuro, <strong>depositi auriferi nascosti</strong> che fino a oggi sarebbero potuti passare completamente inosservati.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dalla ricerca ai nuovi criteri per trovare i giacimenti</strong></h2>



<p>L&#8217;aspetto forse più interessente della ricerca non riguarda l&#8217;eventuale sfruttamento di questo deposito, quanto <strong>il metodo </strong>che mette a disposizione della comunità scientifica. I risultati suggeriscono infatti che la composizione chimica della pirite e la sua particolare morfologia possano diventare <strong>indicatori affidabili</strong> <strong>per individuare zone ricche</strong> <strong>di oro</strong> anche in altri sistemi idrotermali del pianeta. In altre parole, la pirite smette di essere considerata soltanto un minerale associato ai giacimenti auriferi e diventa una sorta di <strong>archivio geologico</strong>, capace di conservare tracce preziose dei processi che hanno concentrato il metallo nel sottosuolo. È un cambio di prospettiva <strong>che potrebbe orientare le future campagne di esplorazione</strong>, soprattutto in quelle aree dove l&#8217;oro non è visibile e sarebbe quindi impossibile da individuare con le tecniche tradizionali.</p>



<p><a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/il-congo-sanguina/le-miniere-maledette.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Estrarre minerali </a>da profondità simili resta una sfida tecnologica, economica e ambientale estremamente complessa. Tuttavia, comprendere come e dove l&#8217;oro si accumula nei sistemi vulcanici sommersi <strong>permette di affinare i modelli geologici</strong> utilizzati in tutto il mondo per la ricerca di nuovi giacimenti. <strong>Le tecniche micro-analitiche </strong>impiegate nello studio potrebbero essere applicate anche ad altri depositi idrotermali, contribuendo a distinguere le aree realmente promettenti da quelle prive di un interesse minerario concreto.</p>



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<h2 class="wp-block-heading"><strong>I fondali oceanici restano una delle grandi frontiere delle risorse strategiche</strong></h2>



<p>La scoperta arriva in una fase in cui il mare profondo è tornato al centro dell&#8217;interesse internazionale: la forte domanda di metalli indispensabili per la transizione energetica, l&#8217;elettronica avanzata e numerose applicazioni industriali ha riacceso l’interesse <strong>sul potenziale dei fondali oceanici</strong>, considerati da molti uno dei principali serbatoi di risorse ancora poco conosciuti. In questo scneario, studi come quello condotto nella caldera di Higashi-Aogashima assumono un valore che va oltre il singolo risultato scientifico, perché contribuiscono a <strong>comprendere meglio i processi che governano la formazione dei depositi minerari</strong> e forniscono nuovi strumenti per interpretarli.</p>



<p>Aver dimostrato che l&#8217;oro può essere incorporato direttamente nella struttura della pirite con concentrazioni così elevate offre <strong>una chiave di lettura inedita sull&#8217;evoluzione dei sistemi idrotermali</strong> e apre nuove prospettive per la geologia mineraria. In un momento storico in cui la competizione per le risorse naturali si gioca sempre più sulla capacità di individuarle prima ancora che di estrarle, anche una scoperta apparentemente invisibile può contribuire a rivoluzionare il modo in cui vengono esplorati gli oceani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/oro-invisibile-fondali-pacifico-giappone-pirite.html">“Oro invisibile” negli abissi del Giappone: la scoperta che può riscrivere la ricerca mineraria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Nanosatelliti, droni e IA: la lotta agli incendi, in Grecia, comincia dallo spazio</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/grecia-satelliti-ai-rilevamento-incendi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 05:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Incendi]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="836" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Incendio (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-1024x669.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Grazie a una rete di nanosatelliti e all'intelligenza artificiale, Atene è in grado di individuare dallo spazio anche i focolai più piccoli in tempo reale. Il progetto, finanziato dall'Ue con 200 milioni di euro, punta a diventare il nuovo modello di prevenzione per tutto il continente</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/grecia-satelliti-ai-rilevamento-incendi.html">Nanosatelliti, droni e IA: la lotta agli incendi, in Grecia, comincia dallo spazio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="836" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Incendio (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-1024x669.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/forest-fire-pixabay-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p><strong>La lotta agli incendi boschivi</strong> entra in una fase completamente diversa e Atene ha deciso di farlo puntando su una tecnologia che, fino a pochi anni fa, apparteneva soprattutto ai programmi spaziali e militari. <strong>La Grecia</strong> è infatti il primo Paese <a href="https://www.euronews.com/2026/06/30/greece-is-leading-the-world-in-wildfire-prevention-thanks-to-satellites-and-ai" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ad aver integrato una costellazione di satelliti dedicata all&#8217;interno del proprio sistema nazionale antincendio</a>, inaugurando un modello che potrebbe diventare un riferimento per molti altri Stati europei chiamati a fronteggiare estati sempre più lunghe, temperature record e incendi in costante aumento.</p>



<p>Il fulcro del progetto è costituito da <strong>quattro nanosatelliti</strong> sviluppati dall&#8217;azienda tedesca <strong>OroraTech</strong> e lanciati in orbita terrestre bassa nel maggio 2026. Pur avendo dimensioni ridotte &#8211; inferiori a quelle di un normale bagaglio a mano &#8211; questi satelliti sono equipaggiati con <strong>sensori termici ad alta sensibilità</strong> in grado di individuare focolai estremamente piccoli, fino a circa quattro metri di diametro. Si tratta di <strong>una capacità di osservazione molto superiore rispetto ai tradizionali sistemi satellitari</strong> impiegati finora, che generalmente riescono a rilevare soltanto incendi già sviluppati e quindi molto più difficili da contenere.</p>



<p>La vera novità, però, non riguarda soltanto la qualità delle immagini raccolte: l&#8217;intero sistema è progettato per <strong>trasformare i dati provenienti dallo spazio in informazioni operative</strong> immediatamente utilizzabili dai vigili del fuoco. Ogni rilevazione viene infatti elaborata da algoritmi di intelligenza artificiale che analizzano la firma termica dell&#8217;evento, verificano se si tratta realmente di un incendio e inviano quasi in tempo reale ai centri di comando un rapporto completo con posizione, dimensioni e intensità del focolaio.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Greece is leading the world in wildfire detection thanks to EU-funded satellites and AI" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/R2FjodvZ2pc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_R2FjodvZ2pc");</script>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come l’AI riduce i falsi allarmi e aiuta a decidere dove intervenire</strong></h2>



<p>Uno dei principali limiti delle tecnologie di osservazione tradizionali è rappresentato dai <strong>falsi positivi</strong>: superfici rocciose surriscaldate dal sole, tetti industriali, pannelli fotovoltaici o altre fonti di calore possono infatti essere scambiate per principi di incendio, costringendo i servizi di emergenza a verifiche inutili e disperdendo risorse preziose. Per evitare questo problema, la piattaforma sviluppata da OroraTech utilizza modelli di AI addestrati proprio a <strong>distinguere le anomalie termiche naturali o artificiali dai veri incendi</strong>. Solo dopo questa fase di validazione gli allarmi vengono trasmessi alle autorità competenti, riducendo il rischio di interventi superflui e aumentando l&#8217;affidabilità complessiva del sistema.</p>



<p>L&#8217;obiettivo non è sostituire il lavoro delle squadre antincendio, ma fornire ai responsabili operativi <strong>un quadro molto più preciso della situazione sul territorio</strong>. Quando sono presenti più incendi contemporaneamente, infatti, la priorità diventa capire quali rappresentino la minaccia maggiore e quali possano invece essere monitorati senza impiegare immediatamente uomini e mezzi. Il sistema integra inoltre <strong>modelli previsionali che simulano l&#8217;evoluzione dell&#8217;incendio</strong> e consentono di valutare dove convenga concentrare le squadre di intervento prima che la situazione peggiori.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché la Grecia investe nello spazio per difendersi dagli incendi</strong></h2>



<p>La scelta di <a href="https://it.insideover.com/economia/la-grecia-degli-armatori-un-potere-globale-sui-mari-e-uno-stato-fragile-alle-spalle.html">Atene</a> nasce da un&#8217;esperienza diretta maturata negli ultimi anni. Il Paese mediterraneo è infatti tra quelli europei <strong>maggiormente esposti agli incendi boschivi</strong>, fenomeno aggravato dall&#8217;aumento delle temperature e dalle sempre più frequenti ondate di calore. <strong>Il 2024 è stato l&#8217;anno più caldo mai registrato in Grecia</strong>, mentre il 2025 si è collocato al terzo posto della serie storica. Allo stesso tempo, il Paese ha dovuto affrontare <strong>alcuni degli <a href="https://it.insideover.com/societa/i-canadair-di-roma-al-fianco-della-grecia-contro-gli-incendi-legemonia-italiana-nella-risposta-ai-disastri.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">incendi</a> più estesi e distruttivi d&#8217;Europa</strong>, con conseguenze pesanti per le comunità locali, il patrimonio naturale e il sistema economico. <strong>Da qui la decisione di rafforzare progressivamente gli strumenti di prevenzione</strong>, affiancando ai tradizionali mezzi terrestri una rete tecnologica capace di intervenire già nelle primissime fasi dell&#8217;emergenza.</p>



<p>I satelliti non operano in modo isolato, ma fanno parte di una rete più articolata composta da <strong>droni, sistemi di monitoraggio a terra e piattaforme digitali</strong> condivise tra le diverse autorità coinvolte nella gestione delle emergenze. L&#8217;obiettivo è costruire <strong>una capacità di sorveglianza continua</strong> che riduca il tempo necessario per individuare un nuovo focolaio, limitando così la probabilità che un incendio possa trasformarsi rapidamente in un evento fuori controllo.</p>



<p>Secondo il ministro greco della Governance Digitale, <strong>Dimitris Papastergiou</strong>, questa tecnologia risulta particolarmente preziosa nelle aree montane, nei parchi nazionali e nelle zone remote, dove spesso un incendio può svilupparsi per lungo tempo senza essere notato da residenti o escursionisti. In questi casi il rilevamento satellitare rappresenta un vantaggio concreto <strong>perché permette di individuare i punti caldi anche in assenza di segnalazioni</strong> provenienti dal territorio.</p>



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<p>&nbsp;<em><strong>Vuoi sapere cosa succede davvero nel mondo? Con i corsi on demand di InsideOver puoi approfondire gli eventi globali insieme ai nostri esperti, provare anteprime gratuite e scegliere il percorso giusto per te. Scoprili qui: </strong></em><a href="https://it.insideover.com/academy" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>https://it.insideover.com/academy</strong></a></p>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un modello che guarda oltre la Grecia e rafforza l&#8217;autonomia tecnologica europea</strong></h2>



<p><a href="https://apnews.com/article/greece-wildfires-satellites-europe-artificial-intelligence-8fe0df5f61f336ef59403f189a5a29de" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il progetto greco</a> fa da apripista a una strategia a lungo termine con cui l’Unione Europea punta a rafforzare le proprie capacità tecnologiche nei sistemi di osservazione della Terra. La rete &#8211; <strong>finanziata con circa 200 milioni di euro di fondi comunitari</strong> &#8211; continuerà ad ampliarsi nel corso del 2026 attraverso il lancio di ulteriori satelliti destinati a integrare rilevazioni termiche, radar e ottiche in un&#8217;unica infrastruttura.</p>



<p>L&#8217;iniziativa assume così una forte valenza strategica di fronte a incendi boschivi diventati ormai una minaccia strutturale per l&#8217;intero continente. L&#8217;integrazione tra satelliti, intelligenza artificiale e protezione civile inaugura difatti un nuovo modello, nel quale <strong>la rapidità di individuazione e la qualità dei dati spaziali </strong>diventano elementi decisivi quanto la disponibilità di uomini e mezzi sul campo.</p>
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		<title>Valerio Nicolosi: &#8220;Da Gaza all&#8217;Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall&#8217;ecocidio&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/valerio-nicolosi-da-gaza-alletiopia-la-mia-mappa-di-un-pianeta-e-dei-popoli-minacciati-dallecocidio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Diana Mihaylova]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 04:55:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio a Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Valerio Nicolosi: "Israele vuole annientare Gaza anche attraverso l'ecocidio: una distruzione indiscriminata del pianeta".</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/valerio-nicolosi-da-gaza-alletiopia-la-mia-mappa-di-un-pianeta-e-dei-popoli-minacciati-dallecocidio.html">Valerio Nicolosi: &#8220;Da Gaza all&#8217;Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall&#8217;ecocidio&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Distruzione-della-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-tenda-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In un’epoca d’instabilità sociale, politica, economica e climatica come quella che stiamo attraversando, <strong>è possibile tracciare una linea di connessione tra i contesti di guerra, la crisi ambientale e l’avanzamento del capitalismo?</strong> È possibile leggere il <a href="https://it.insideover.com/politica/commissione-onu-israele-ha-deliberatamente-preso-di-mira-i-bambini-di-gaza-e-genocidio.html">genocidio di Gaza</a>, le alluvioni in Emilia-Romagna o la siccità estrema in Etiopia come manifestazioni di una stessa crisi globale? E quali responsabilità hanno la politica e il modello economico dominante nel progressivo deterioramento dell&#8217;ambiente e nell&#8217;acuirsi delle disuguaglianze sociali?</p>



<p>Sono questi alcuni dei temi centrali all’interno di <a href="https://www.ilmillimetro.it/libro/9791282062329" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Ecoguerra. Mappa di un pianeta sotto assedio </strong>(Il Millimetro, 2026)</a>, <strong>l’ultimo libro-reportage del giornalista e documentarista Valerio Nicolosi</strong>. Da anni impegnato nel racconto di conflitti, migrazioni e crisi umanitarie, Nicolosi ha documentato alcuni dei principali scenari di guerra e delle grandi trasformazioni del nostro tempo, collaborando, tra gli altri, con Rai e Mediaset, Reuters e Ansa fino al suo <a href="https://www.fanpage.it/scanner/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">podcast Scanner</a>, realizzato con Fanpage.it in cui racconta quotidianamente l’attualità. <strong>“Israele vuole annientare il popolo palestinese e lo fa anche attraverso l’ecocidio a Gaza, un’idea di distruzione indiscriminata di una popolazione e del pianeta”</strong>, ha raccontato nel corso della nostra intervista, attraverso un dialogo ampio sulla <strong>criticità del modello di sviluppo economico occidentale odierno, fino al declino degli Stati Uniti e della loro egemonia,</strong> sotto <a href="https://it.insideover.com/politica/immunita-totale-contractor-e-diritto-al-sequestro-il-board-of-peace-di-trump-per-gaza-e-un-mostro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’amministrazione di Trump</a>.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="874" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-1024x874.jpg" alt="" class="wp-image-523283" style="aspect-ratio:1.1716502484526197;width:749px;height:auto" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-1024x874.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-300x256.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-768x656.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2-600x512.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/valerio-nicolosi-2.jpg 1080w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><strong>Recentemente è stato pubblicato il tuo libro-reportage <em>Ecoguerra: </em>com’è nata l’idea per realizzarlo? Che ispirazione c’è dietro a questo titolo così profondamente, e supponiamo volutamente, evocativo?</strong></p>



<p>“Questo libro nasce da una necessità: sono sempre stato molto sensibile al tema ambientale, ho seguito i movimenti di <em>Fridays for Future</em>, di <em>Extinction Rebellion</em> ma ero attento alla questione anche prima. Poi, cinque anni, fa è nato mio figlio e questo ha inevitabilmente allungato la mia prospettiva sul futuro, perché con un figlio non pensi più al futuro prendendo in considerazione solo la tua pelle e la tua vita, ma inizi a farlo pensando alla sua. E per questo però, mi sono allarmato ancora di più.</p>



<p>Gli effetti della crisi climatica, oggi, sono sempre più evidenti: ho seguito e raccontato come inviato le due grandi alluvioni in Emilia-Romagna, sono stato in Etiopia e il libro si apre proprio col reportage dalla regione di Borena. Lì ho visto coi miei occhi la ‘forbice dell&#8217;acqua’: la quantità d&#8217;acqua che cade ogni anno è sostanzialmente sempre la stessa, ma il problema è che cade tutta da una parte e non cade affatto dall&#8217;altra. Ho sentito il bisogno di mettere insieme tutti questi lavori.</p>



<p>Il libro si chiama <em>Ecoguerra</em> perché mi sono occupato e mi occupo anche di guerra, ma allo stesso tempo dico sempre una cosa: sotto le bombe, in qualche modo, ci si abitua a vivere. Può sembrare assurdo, ma in Ucraina, in Cisgiordania o a Gaza dove sono stato, esisteva comunque una forma di ‘quotidianità’, nonostante tutto. Mentre senz’acqua, oppure durante un&#8217;alluvione, quella quotidianità semplicemente scompare. Sei anni di siccità, come quelli che ho visto nella regione etiope di Borena, sono molto peggio di una guerra. Da qui nasce l&#8217;idea: una guerra che l&#8217;umanità ha dichiarato al pianeta e alla quale il pianeta, inevitabilmente, sta rispondendo.”</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-523284" style="width:724px;height:auto" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-1024x1024.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage-100x100.jpg 100w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Ecoguerra.-Mappa-di-un-pianeta-sotto-assedio.-2026-Il-Millimetro.-Valerio-Nicolosi-reportage.jpg 1080w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p><strong>A proposito del capitolo dedicato a Borena, nel Sud dell’Etiopia: qui racconti come in quella regione non piova da oltre sei anni, un tempo in cui la siccità ha “ucciso l’80% del bestiame e quasi ogni forma di vita vegetale”. È un immaginario e un contesto molto lontano da noi, eppure è assurdo e tremendamente allarmante, proprio ora che l’attenzione sulla crisi climatica è aumentata anche qui, con le forti ondate di calore di queste ultime settimane. Un po’ come fosse il segnale di qualcosa di molto più grande a livello ambientale e non solo. Cosa ti ha colpito di più di quell’esperienza?</strong></p>



<p>“Ho camminato sui letti dei laghi e dei fiumi in secca. È stata una sensazione pazzesca, inimmaginabile. I primi fiumi che ho visto non sembravano nemmeno fiumi: erano talmente secchi, che hanno dovuto spiegarmi che si trattava di quelli che una volta erano fiumi. Per me erano semplicemente pezzi di terra arida, identici a tutto il resto che ci circondava. Invece una volta erano stati fiumi importanti. È un fenomeno che non si può descrivere. Paolo Virzì ha fatto un film su questo tema: <em>Siccità</em>, dove immagina un contesto contemporaneo, ma anche distopico, ovvero una Roma in cui non piove da due anni. Ecco, provate a immaginare cosa significhi, nella realtà, vivere sei o sette anni senza pioggia, non in città come nel film, ma in un contesto di agro-pastorizia seminomade, di estrema povertà, dove le persone vivono di allevamento e di sussistenza. Quelle persone hanno perso tutto. Per questo dico che, paradossalmente, è meglio la guerra della siccità.”</p>



<p><strong>Sin dalle primissime righe del libro, già dalla prefazione, a cura di Cristiano Godano, leggiamo: “Appare sempre più chiaro a molte persone che il capitalismo è una specie di gigantesca gabbia in cui l’umanità è fatta convogliare, sedata, abbindolata, raggirata da una narrazione totalmente fraudolenta che invita a credere che c’è posto per tutti con la propria libera iniziativa.” Dal tuo punto di vista, in che modo il capitalismo occidentale – e non solo – è responsabile della crisi climatica, ambientale, sociale e politica che stiamo attraversando?</strong></p>



<p>“Mark Fisher diceva che è più facile immaginare la fine del pianeta che la fine del capitalismo. Il capitalismo è il problema, non c&#8217;è molto altro da discutere. Perché è proprio un modello di sviluppo che prevede lo sfruttamento dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo e dell&#8217;uomo sull&#8217;ambiente. Stiamo andando verso una sorta di tecnofeudalesimo, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e arrivano perfino a immaginare – quasi come fossimo in un romanzo di fantascienza – di trovare un altro pianeta su cui trasferirsi quando questo non sarà più abitabile. Naturalmente è un’idea di pochi, solo dei più ricchi. Nel frattempo, però, continuano a sfruttare tutto ciò che questo pianeta può offrire, a discapito del restante 99% della popolazione. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle.</p>



<p>Le ondate di calore colpiscono direttamente e in modo particolare alcune categorie di lavoratori: rider, operai, persone che devono prendere i mezzi pubblici nelle ore più calde della giornata, che rischiano di sentirsi male quotidianamente. Nel frattempo, i più ricchi hanno una casa al mare, una in montagna, un appartamento di quattrocento metri quadrati con aria condizionata… A loro la crisi climatica non tange nel quotidiano, perché ci riguarda tutti, ma come in tutte le situazioni critiche, non siamo tutti sulla stessa barca: c&#8217;è chi è su uno yacht e chi, invece, è su un barcone che prova ad attraversare il Mediterraneo. Perché chi scappa dalla siccità, dalla fame e dagli effetti della crisi climatica si imbarca anche sui barconi.</p>



<p>In questa crisi climatica più andiamo avanti, più a essere colpiti saranno i poveri. Non c’è possibilità di cambiare la situazione, se non cambiando il modello di sviluppo con interventi mirati sul territorio: una patrimoniale per i più ricchi, una riduzione dell’asfalto, aumentare il verde pubblico e ridistribuire la ricchezza. Solo così si può iniziare a rispondere a questa macro-crisi.”</p>



<p><strong>Nel tuo reportage ti sei spostato in contesti molto diversi: in Italia, passando dalle Alpi, dalla Pianura Padana fino all’Emilia Romagna, ma anche fuori, in Etiopia, come abbiamo accennato, fino a Gaza, dove sei stato in passato. Pensando alla Striscia di Gaza oggi, ovviamente, il primo pensiero non va alla crisi climatica, quanto piuttosto alla sua completa distruzione, causata dall’offensiva militare israeliana. C’è però un concetto preciso che tu evochi, quello dell’“ecocidio”. In che modo si manifesta?</strong></p>



<p>“Ho scelto di inserire l&#8217;ecocidio di Gaza in questo libro non perché sia direttamente e strettamente legato alla crisi climatica, ma perché è la rappresentazione, a mio avviso, di quell’idea di distruzione indiscriminata, a piacimento, del pianeta e di una popolazione. Israele vuole annientare il popolo palestinese e lo fa anche attraverso l&#8217;ecocidio: ovvero rendendo inospitale quel territorio per decenni. Altro che la “New Gaza” immaginata da Trump.&nbsp;</p>



<p>Da un lato c&#8217;è l’enorme quantità di bombe che sono state sganciate, con tutti i metalli pesanti e le sostanze tossiche che hanno contaminato un territorio microscopico come quello della Striscia. Dall&#8217;altro, ci sono le tonnellate di macerie: se si iniziasse oggi a rimuoverle, servirebbero circa trent&#8217;anni per eliminarle completamente. Questo è emblematico: l’idea che la Terra sia ad uso esclusivo di qualcuno. In questo caso qualcuno che vuole eliminare un’altra popolazione. Non vi è alcun rispetto della Terra come un qualcosa di tutti, come ‘Terra madre’.</p>



<p>Faccio un volo pindarico, ma in passato io sono stato anche in Chiapas e ho vissuto per un periodo all&#8217;interno di una famiglia zapatista. La cultura maya mette la Terra al centro di tutto: il rispetto della terra è il fondamento della loro visione del mondo. Ed è una prospettiva dalla quale avremmo molto da imparare, perché cambierebbe radicalmente il nostro rapporto con il pianeta. Noi, invece, non ci limitiamo a prendere ciò che ci serve, lasciando la Terra nelle stesse condizioni per chi verrà dopo di noi. Noi cerchiamo di prendere tutto quello che possiamo, senza limiti”.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-523287" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Alluvione-Emilia-Romagna-2023-Wikimedia-Commons.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Alluvione in Emilia-Romagna, 2023</em></figcaption></figure>
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<p><strong>Negli ultimi anni l’attenzione e la sensibilità dell’opinione pubblica sulle problematiche legate al clima e all’ambiente è aumentata molto, ma esistono ancora i cosiddetti “negazionisti”, che tu citi anche nel libro. Spesso appartengono a una classe politica o economica più privilegiata. Come reporter, ma anche come cittadino, come risponderesti a chi continua, ancora oggi, a negare l’esistenza della crisi climatica?</strong></p>



<p><strong>“</strong>È difficile. Da un lato potremmo limitarci a usare i dati, che sono incontrovertibili. Ma spesso i numeri, da soli, finiscono per allontanare le persone invece di coinvolgerle. Credo sia necessario raccontare con chiarezza ciò che sta accadendo: le nostre città tra trenta o quarant’anni non saranno più le stesse e rischiano di non essere più vivibili. Oggi circa il 50% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e nel giro di trent&#8217;anni questa percentuale salirà al 75%. Ci saranno sempre più persone concentrate nelle metropoli, che però diventeranno sempre più inospitali. Io parlerei, per esempio, dello scioglimento dei ghiacciai, spiegando cosa comporta: non è un problema che riguarda soltanto gli alpinisti o gli appassionati di montagna. Se le Alpi perderanno la quasi totalità, il 97%, dei loro ghiacciai, perderemo una delle nostre principali riserve d&#8217;acqua e il clima cambierà radicalmente anche nelle aree sottostanti. È questo che dobbiamo spiegare alle persone, non stiamo parlando di un film di fantascienza. Non possiamo comportarci come nel film <em>Don&#8217;t Look Up</em>, continuando a negare la realtà fino all&#8217;ultimo momento.”</p>



<p><strong>Tornando alla situazione in Medio Oriente, rispetto alla tua esperienza come reporter, osservando la distruzione di Gaza, dove ormai, sappiamo, mancano tutti i tipi di beni di prima necessità, e dove, nonostante i cosiddetti “Cessate il fuoco” ci sono continui attacchi da parte dell’IDF, così come ce ne sono anche in Cisgiordania e in Libano, come vedi l’evoluzione di questo conflitto, ammesso che di conflitto si possa parlare, nel prossimo futuro?</strong></p>



<p>“Io non parlerei di guerra, quello che è in corso è un genocidio, e temo che andrà avanti nell&#8217;indifferenza pressoché totale della comunità internazionale, fino al raggiungimento di un preciso obiettivo politico: un’Israele ‘dal fiume al mare’. So che è una visione pessimista, per questo attingo alle parole delle mie amiche e dei miei amici palestinesi. Loro mi ripetono sempre che tutte le occupazioni, nella storia, prima o poi sono finite. E sono convinti che finirà anche questa. Come accadrà, nessuno lo sa. Alcuni mi dicono: ‘Per noi andrebbe bene anche uno Stato unico, purché ci vengano riconosciuti gli stessi diritti per tutti, il diritto di voto per tutti. A quel punto, come popolazione alla pari, proveremmo a convivere in pace’. Altri, invece, sostengono che riusciranno a riprendersi Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est come territori palestinesi. Non so come finirà, ma, cercando di essere ottimista, come lo sono i palestinesi, quell’occupazione prima o poi finirà, esattamente come tutte le altre.”</p>



<p><strong>Secondo te, a cosa è dovuta la nostra passività, come Unione Europea e come Stati occidentali, nei confronti della causa palestinese? Al di là delle dichiarazioni di principio, non si sono quasi mai visti interventi concreti di sostegno da parte delle istituzioni europee in questi anni</strong></p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-523285" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Un-bambino-tra-le-macerie-nella-Striscia-di-Gaza-Ansa-2026.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Un bambino tra le macerie di Gaza, giugno 2026</em></figcaption></figure>
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<p>“Le ragioni sono principalmente due. La prima è una responsabilità storica che pesa ancora oggi, soprattutto su Paesi come l&#8217;Italia e la Germania. Non è un caso che siano stati proprio questi due governi a opporsi alle sanzioni e alla sospensione dell&#8217;accordo di associazione tra Israele e l&#8217;Unione Europea. È una responsabilità storica che continua a pesare sulle scelte politiche.</p>



<p>La seconda riguarda gli interessi economici, tecnologici e militari. Noi abbiamo messo la nostra sicurezza nelle mani di società israeliane, che spesso sono aziende private fondate da ex alti ufficiali dell&#8217;IDF, da ex membri dell&#8217;intelligence o ex esponenti politici. Si tratta di realtà strettamente collegate allo Stato israeliano, anche perché il governo investe direttamente in molte di queste aziende.</p>



<p>Prendiamo il caso di <em>Paragon</em>. Il giornale per cui lavoro, <em>Fanpage.it</em>, è stato spiato attraverso questo software. Ancora oggi non sappiamo chi abbia autorizzato quell&#8217;operazione, perché il Governo continua a non dircelo, anche se dovrebbe esserne perfettamente a conoscenza. <em>Paragon</em> è una società israeliana: gli israeliani sanno chi ha utilizzato quel sistema, mentre il Governo italiano continua a non fornire risposte. Questo episodio dimostra quanto la nostra sicurezza sia stata delegata e, di conseguenza, quanto siamo ricattabili.”</p>



<p><strong>Prima hai citato Donald Trump. Se guardiamo all&#8217;attualità, gli Stati Uniti continuano a essere coinvolti in numerosi scenari di tensione internazionale proprio in Medio Oriente, tra cui il conflitto, assieme a Israele, contro l’Iran. Allo stesso tempo Washington, nell’ultimo anno, si è progressivamente sfilata da diversi accordi internazionali, non solo in materia di conflitti, ma anche sul fronte climatico, a partire dal Protocollo di Kyoto del 1997, l’Accordo di Parigi del 2015, fino all’annullamento di qualsiasi principio del diritto internazionale. Come se non ci fossero più regole di alcun tipo. Come immagini il ruolo degli Stati Uniti e l’egemonia statunitense in questo scenario, nel prossimo futuro?</strong></p>



<p><strong>“</strong>Gli Stati Uniti sono un impero. E gli imperi, quando entrano in fase del declino, diventano più aggressivi. Trump è l’espressione di questa aggressività e di questo declino. Sta cercando di arrestarlo, ma ormai è un declino strutturale. Lo fa cercando di riportare la produzione industriale negli Stati Uniti – pochi giorni fa annunciava, ad esempio, che Toyota produrrà nuove automobili sul territorio americano – e lo fa anche vendendo a noi armi. E noi europei, purtroppo, stiamo cadendo in questa logica. Non so quanto a lungo gli Stati Uniti riusciranno a mantenere la loro posizione dominante. Rimangono una potenza enorme, ma sono anche un impero in evidente declino.”</p>



<p><strong>E come s’inserisce la Cina in questo declino?</strong></p>



<p>“La Cina è in forte ascesa. Pechino, però, ha un problema militare che gli Stati Uniti non hanno: non ha mai combattuto una guerra in tempi recenti. Possiede un esercito importante, ma è un esercito che recentemente è stato interessato anche da profonde epurazioni interne. Di conseguenza, nessuno sa davvero quale sarebbe la sua capacità di affrontare un conflitto su larga scala. Per questo motivo, credo che la Cina continuerà a seguire la strategia che ha adottato finora: osservare gli equilibri internazionali, investire sul commercio, rafforzare i rapporti bilaterali e consolidare la propria influenza economica. Quanto all&#8217;Europa, penso che dovrà prima o poi prendere atto che gli Stati Uniti, con Trump, non avranno più il ruolo che hanno avuto fino ad oggi. E questa trasformazione finirà probabilmente per accelerare ulteriormente il declino della leadership americana.”</p>



<p><strong>Restando sulla Cina, ma anche su alcune riflessioni sviluppate nel tuo libro: tra le questioni legate alla crisi climatica c&#8217;è anche l&#8217;inquinamento prodotto dall&#8217;industria. Per anni si è parlato di delocalizzazione: molti Paesi occidentali hanno spostato la produzione all&#8217;estero, soprattutto per ridurre i costi. Oggi, però, ci troviamo davanti a un paradosso. Gran parte della produzione industriale mondiale è concentrata proprio in Paesi come la Cina o del Sud-est asiatico, che sono diventati il motore di interi settori, dal tessile all&#8217;elettronica. Allo stesso tempo, però, questi Paesi sono accusati di essere i maggiori responsabili dell&#8217;inquinamento globale, anche se producono beni, spesso destinati proprio ai mercati occidentali. Come interpreti questo paradosso? È possibile uscirne?</strong></p>



<p>“La domanda ci riporta esattamente al punto da cui siamo partiti: il modello di sviluppo. Finché continueremo a comportarci come se le risorse del pianeta fossero infinite, pur sapendo che non lo sono, continueremo a riprodurre questo stesso meccanismo. È vero: in Europa abbiamo introdotto una serie di normative per ridurre l&#8217;inquinamento, limitare l&#8217;uso dei combustibili fossili e contenere le emissioni. Allo stesso tempo, però, abbiamo trasferito gran parte della produzione industriale altrove. La Cina rappresenta bene questa contraddizione. È il Paese che oggi investe di più nelle energie rinnovabili ma, contemporaneamente, è anche uno dei maggiori emettitori di gas serra. Se però si osservano i dati sulle emissioni pro capite, il quadro cambia: sono inferiori, ad esempio, a quelle degli Stati Uniti.</p>



<p>Il problema è che noi abbiamo completamente delegato la nostra produzione industriale. Lo abbiamo fatto perché conveniva economicamente: conveniva ai grandi gruppi industriali, conveniva ai proprietari delle aziende, conveniva a chi poteva produrre a costi molto più bassi. In molti casi mancavano normative ambientali rigorose e questo ha reso ancora più conveniente spostare la produzione all&#8217;estero, senza dover investire in tecnologie meno inquinanti. Oggi, però, non possiamo limitarci ad accusare quei Paesi di essere i principali responsabili dell&#8217;inquinamento, dimenticando che siamo stati noi a trasferire lì le nostre fabbriche e una parte consistente della nostra produzione. Alla fine, il nodo resta sempre lo stesso: il problema continua a essere il capitalismo.”</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/valerio-nicolosi-da-gaza-alletiopia-la-mia-mappa-di-un-pianeta-e-dei-popoli-minacciati-dallecocidio.html">Valerio Nicolosi: &#8220;Da Gaza all&#8217;Etiopia, la mia mappa di un pianeta e dei popoli minacciati dall&#8217;ecocidio&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 04:54:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[trattato BBNJ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesca" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le flotte industriali svuotano gli oceani, i lavoratori sono schiavizzati e le comunità costiere migrano. Serve il Trattato ONU.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html">Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesca" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso 17 gennaio, l&#8217;entrata in vigore del<strong> Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare</strong> (BBNJ) è stata celebrata come una storica vittoria per la biodiversità. Eppure, nonostante il Trattato sia formalmente legge internazionale, a oggi <strong>mancano ancora i regolamenti </strong>attuativi, le forze di monitoraggio e un regime sanzionatorio concreto. Senza la definizione di queste regole, che verranno discusse solo alla prima COP tra la fine del 2026 e l&#8217;inizio del 2027, le flotte industriali continuano a godere di un&#8217;impunità di fatto. Sfruttando questa &#8220;zona grigia&#8221;, le navi operano indisturbate, aggirando ogni controllo. </p>



<p>Secondo l&#8217;organizzazione Greenpeace, <strong>circa il 72-76% della pesca industriale mappata a livello globale non viene rilevata dai sistemi di monitoraggio </strong>pubblici, il che ne ostacola il tracciamento. La pesca industriale su larga scala si svolge in aree al di fuori della giurisdizione nazionale, con una <em>governance</em> limitata o inesistente. Di recente l&#8217;organizzazione ha documentato una serie di <strong>azioni selvagge e illegali</strong> che non compromettono solamente l&#8217;<strong>ecosistema marino</strong>, ma anche le <strong>attività economiche di interi Paesi,</strong> favorendo flussi migratori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">In cosa consiste il Trattato</h2>



<p>Due decenni fa sono iniziati i lavori per un accordo internazionale sull’alto mare. Dopo anni di consultazioni tecniche, il <strong>19 giugno 2023</strong>, a New York, si è giunti a un accordo scritto, approvato dalle Nazioni Unite e firmato da&nbsp;<strong>145 Stati</strong>. Divenuto uno strumento <strong>giuridicamente vincolante</strong> solo due anni dopo, il Trattato è entrato effettivamente in vigore passati i 120 giorni successivi, il <strong>17 gennaio 2026</strong>. L&#8217;obiettivo dell&#8217;accordo è creare&nbsp;<strong>meccanismi efficaci per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali</strong>. Per la prima volta, gli Stati possono proporre e votare&nbsp;<strong>reti di Aree Marine Protette (AMP)</strong>&nbsp;nell’alto mare, vere e proprie zone tutelate per fauna e flora marina.</p>



<p>Come riporta l&#8217;organizzazione WWF in un <a href="https://www.wwf.it/pandanews/societa/mondo/alto-mare-entrata-in-vigore-trattato/">articolo</a>, il trattato rafforza i requisiti per le valutazioni di impatto ambientale relative alle attività marine pianificate con potenziali impatti ecologici, tra cui la pesca, il trasporto marittimo, la posa di cavi e l’estrazione di risorse, migliora la trasparenza e incoraggia la cooperazione scientifica. Inoltre, impone una ripartizione equa e giusta dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Solo l&#8217;1% degli oceani è protett</strong>o</h2>



<p>&#8220;Oggi, in alto mare, non raggiungiamo nemmeno l’1% di protezione della superficie degli oceani&#8221;, ha spiegato <strong>Ana Pascual, responsabile della campagna Oceani di Greenpeace Spagna.</strong> Il Trattato BBNJ promette di cambiare radicalmente questo scenario, consentendo la creazione di aree marine protette vincolanti. </p>



<p>Tra queste, Pascual cita la zona di convergenza delle correnti delle Canarie e della Guinea nell&#8217;Atlantico settentrionale; il Mar dei Sargassi, nell&#8217;Atlantico settentrionale; il sud del Mar di Tasman e di Lord Howe Hill, nel Pacifico meridionale e le catene montuose sottomarine di Salas y Gómez e Nazca, nel Pacifico meridionale. Gli scienziati affermano che questi santuari marini sono <strong>necessari per proteggere il 30 per cento degli oceani del mondo entro il 2030,</strong> al fine di consentire alla biodiversità di riprendersi e prosperare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Italia uno dei maggiori consumatori di squalo</h2>



<p>Di recente, le missioni operative di Greenpeace nell&#8217;<strong>Atlantico e nel Pacifico</strong> hanno documentato come il peschereccio spagnolo <em>Naboeiro</em>, operante al largo delle coste dell&#8217;Africa occidentale, issasse <strong>squali volpe</strong>, una specie protetta, sezionandoli brutalmente a bordo e gettando i resti in mare. In un&#8217;altra missione, nell’Oceano Pacifico, gli attivisti hanno dichiarato di aver assistito alla cattura di trentadue squali in una sola operazione di pesca industriale.&nbsp;Secondo l’associazione, le immagini mostrerebbero corpi senza pinne, il che potrebbe indicare una violazione della normativa europea, che vieta espressamente il finning, ovvero la pratica di tagliare le pinne degli squali a bordo, per poi rigettarli in mare.</p>



<p>Fondamentali per l&#8217;equilibrio della rete alimentare marina e il sequestro di CO2 negli oceani, anche quando la loro pesca è vietata, gli <strong>squali finiscono nelle reti come cattura accessoria,</strong> per poi essere ributtati in mare morti o morenti. Il commercio della carne di squalo non è un problema confinato ai mercati asiatici; come sottolineato da <strong>Giulia Prato, responsabile mare di WWF Italia</strong>, già nel 2024 il consumo era diffuso anche in Europa. <strong>L&#8217;Italia</strong>, in particolare, si è distinta come uno dei <strong>maggiori consumatori</strong>, spesso ignaro: la carne viene venduta sotto nomi fuorvianti come &#8220;palombo&#8221;, &#8220;gattuccio&#8221; o &#8220;vitello di mare&#8221;. Oltre alla carne, l&#8217;industria estrae valore da ogni parte dell&#8217;animale: <strong>il fegato per la cosmetica, la cartilagine per gli integratori</strong> e, soprattutto, <strong>le pinne</strong>, simbolo di status sociale in Asia. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Tonno e calamari muovono i mercati</h2>



<p>L&#8217;industria della pesca industriale è trainata principalmente dal mercato globale del tonno, che vale <a href="https://www.skyquestt.com/report/tuna-fish-market">40 miliardi di dollari</a>. Negli Stati Uniti, nel 2024, il <strong>tonno in scatola era il terzo prodotto ittico più venduto</strong>, con una previsione di ulteriore crescita. Specie come il <strong>tonno rosso</strong>, spesso vittima di pesca illegale nonostante i piani di recupero, e il <strong>tonno obeso</strong> sono sotto costante pressione, ma il problema non riguarda solo queste specie target. La pesca industriale utilizza sistemi non selettivi, come i palangari e le reti a circuizione, che mietono vittime collaterali, decimando specie migratorie come il <strong>pesce spada e il marlin.</strong></p>



<p>Nel mercato dei calamari, il numero di pescherecci della DWF (<em>Distant Water Fishing</em>) operanti nell&#8217;Oceano Indiano nordoccidentale è esploso, segnando un incremento dell&#8217;<strong>830% tra il 2015 e il 2019</strong>. Questo Far West in alto mare devasta la fauna marina con metodi disumani: specie protette vengono utilizzate come esche vive o come deterrente. Un pescatore filippino ha testimoniato come una <strong>tartaruga ferita sia stata tenuta agonizzante per tre mesi </strong>per attirare prede; in altri casi, i pescatori documentano la <strong>cattura di foche</strong>, a cui vengono estratti i denti o mangiato il fegato, e l&#8217;uccisione di <strong>delfini, usati come deterrente </strong>verso la stessa specie, per proteggere il pescato di calamari.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sistema di <strong>sfruttamento umano sistematico</strong></h2>



<p>L&#8217;UE è il primo importatore mondiale di calamari, ma ciò che arriva sulle nostre tavole è frutto di un sistema di abusi documentato dalla <em><a href="https://ejfoundation.org/reports/global-squid-report">Environmental Justice Foundation</a></em> (EJF): lavoro forzato, violenze fisiche e condizioni di vita degradanti. &#8220;I primi mesi sono stati duri, ci trattavano come maiali. Ci davano gli avanzi. Gli altri equipaggi venivano picchiati. Usavamo l&#8217;acqua di mare per bere e lavarci, quindi era molto salata. Il pane, i noodles e il latte erano tutti scaduti. Persino gli ingredienti erano esposti agli scarafaggi&#8221;, ha dichiarato un pescatore che lavorava su una nave cinese. </p>



<p>EJF chiede che il Trattato BBNJ si ponga non solo come una carta per la biodiversità, ma come un accordo necessario contro questo modello criminale. Se da un lato i <strong>lavoratori a bordo delle grandi flotte industriali vivono in condizioni di schiavitù </strong>moderna, dall&#8217;altro le <strong>popolazioni locali che praticano una pesca artigianale</strong> si vedono sottrarre ogni risorsa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il dramma senegalese: quando il mare muore, la gente parte</strong></h2>



<p>La distruzione sistematica degli ecosistemi marini non è solo un disastro ecologico, ma è un causa diretta di <strong>migrazione irregolare. </strong>In Senegal, la pesca su piccola scala genera il <strong>44% del valore aggiunto nazionale</strong>. Nel 2019, si stimava che il settore offrisse lavoro a circa 169mila persone, ovvero circa il 3,2% della forza lavoro del Paese. Nel 2023, i prodotti ittici hanno rappresentato il 10,7% delle esportazioni in termini di valore.</p>



<p>L&#8217;espansione della flotta industriale, spesso di proprietà straniera o gestita tramite opache j<em>oint venture</em> con partner locali, ha letteralmente decimato le popolazioni ittiche. La maggior parte del pesce catturato dalla flotta industriale viene esportata verso i mercati esteri, in particolare l&#8217;UE e, sempre più, la Cina, lasciando le comunità locali con un accesso limitato al pesce e peggiorando l&#8217;insicurezza alimentare.</p>



<p>Tra le testimonianze raccolte nel 2025 da <em>Environmental Justice Foundation</em> (EJF) c’è quella di Souleymane Sady, 27 anni, arrivato a Tenerife nel 2020: ”Le navi cinesi arrivavano nelle nostre zone e facevano piazza pulita. D<strong>istruggevano le nostre attrezzature, ci speronavano.</strong> Se provavi a parlare, <strong>ti gettavano addosso acqua bollente.</strong> Siamo indifesi di fronte alle loro dimensioni&#8221;. Il crollo del pescato, passato da una dieta basata sul pesce a 29 chili pro capite a soli 17,8 chili, ha spezzato il tessuto sociale delle comunità. Quando il carburante costa più di quanto renda la vendita del pesce, l&#8217;unica alternativa diventa la rotta atlantica verso le Canarie.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una delle rotte più letali al mondo</strong></h2>



<p><strong>La rotta migratoria dall&#8217;Africa occidentale alle isole Canarie è la più letale al mondo</strong>, segnata da frequenti naufragi e sparizioni. Secondo le stime dell&#8217;ONG spagnola <strong><em>Caminando Fronteras</em>, nel 2023 un totale di 3.176 migranti ha perso la vita </strong>nel tentativo di compiere questo viaggio.</p>



<p>Il naufragio di Fass Boye, con le sue 101 persone a bordo e meno di 40 sopravvissuti, è il simbolo di questa crisi. &#8220;Ho perso figli, nipoti, un nipotino&#8221;, racconta nel report un uomo che ha visto la sua famiglia inghiottita dall&#8217;oceano. &#8220;Negli ultimi tempi nessuna barca esce più in mare. Questa è la tragedia che ci sta uccidendo”. Nel 2024, il numero totale di migranti entrati irregolarmente in Spagna ha raggiunto quota <strong>63.970, più del doppio rispetto al dato del 2022. </strong>La maggior parte è arrivata nelle Isole Canarie, dove gli arrivi sono aumentati del 200% solo tra il 2022 e il 2024. </p>



<p>Il limbo tra la firma del Trattato e la sua attuazione è una condanna a morte per la biodiversità e per migliaia di esseri umani. Mentre l&#8217;UE e gli altri attori globali discutono in attesa della prima COP, tutte queste dinamiche procedono indisturbate. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html">Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 12:19:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[biointelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Darpa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ambiente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La nuova frontiera dello spionaggio militare passa per le piante come patate e tabacco. InsideOver ha intervistato lo scienziato Neal Stewart.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html">Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ambiente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel teatro della guerra iper-tecnologica, siamo abituati a immaginare droni, algoritmi e satelliti come i protagonisti della sorveglianza globale. Eppure, <strong>la prossima frontiera dell’intelligence militare </strong>potrebbe essere costituita da clorofilla e radici. L&#8217;obiettivo della <strong>bio-intelligence</strong> è trasformare il mondo vegetale in una rete di sensori invisibile, capillare e autosufficiente.&nbsp;</p>



<p>Per capire come potrebbero tradursi gli esperimenti in corso, <strong>InsideOver ha intervistato</strong> uno dei massimi esperti mondiali del settore, <strong><a href="https://plantsciences.tennessee.edu/racheff/">C. Neal Stewart Jr.,</a></strong> esperto di genetica molecolare vegetale, biotecnologie, biologia sintetica ed ecologia, nonché pioniere nello sviluppo dei <a href="https://www.cabidigitallibrary.org/doi/full/10.5555/20043024335">fitosensori</a> (piante modificate geneticamente in laboratorio per reagire a specifici stimoli ambientali alterando il proprio colore o la propria fluorescenza). </p>



<h2 class="wp-block-heading">In che modo la scienza sta utilizzando le piante</h2>



<p>Non potendosi muovere, le piante hanno evoluto una sensibilità estrema ai minimi cambiamenti dell&#8217;ambiente circostante. La scienza oggi è in grado di sfruttare questa capacità biologica attraverso strade diverse: dalla <strong>nanobionica vegetale</strong>, che prevede l&#8217;inserimento di nanosensori hi-tech direttamente nei tessuti, fino allo studio della <strong>flora spontanea</strong>. La strada storicamente più battuta dagli scienziati, tuttavia, è quella della <strong>biologia sintetica</strong>: la creazione di <strong>fitosensori</strong>. </p>



<p>Se nel 2017 la DARPA, l&#8217;agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca avanzata, aveva avviato il programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/advanced-plant-technologies">Advanced Plant Technologies </a><strong>(APT) </strong>focalizzandosi sulla manipolazione in laboratorio, ovvero su <strong>sentinelle geneticamente modificate per reagire a esplosivi o radiazioni</strong>, ad aprile 2026, con il lancio del nuovo programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/ex-virentia">eX Virentia (eXVi)</a>, ha cambiato rotta, puntando sulla flora naturale. Invece di modificare il DNA dei vegetali, il programma sfrutta l&#8217;intelligenza artificiale e il telerilevamento iperspettrale per decodificare le risposte biochimiche che le piante inviano spontaneamente quando esposte a minacce esterne. </p>



<p><em>InsideOver ha cercato di contattare direttamente la DARPA e i funzionari dei programmi di intelligence biologica per ottenere maggiori dettagli operativi sui progetti terminati e in corso, ma, ad oggi, nessuna delle agenzie ha risposto.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché il Pentagono studia patate e tabacco</strong></h2>



<p>Le <strong>piante </strong>producono energia autonomamente e sono in grado di rilevare segnali sotterranei attraverso le radici, così come segnali aerei attraverso le foglie. Inoltre hanno una maggiore tolleranza alle radiazioni rispetto agli animali, probabilmente perché non possono sfuggire ai pericoli. Per questo <strong>hanno sviluppato sofisticati sensori molecolari</strong> per i cambiamenti ambientali e <strong>possono essere modificate geneticamente</strong> per produrre un segnale ottico che droni e satelliti riescono a leggere a distanza.&nbsp;</p>



<p><strong>Non tutte le piante però sono adatte a diventare agenti segreti.</strong> Cercando informazioni su questo argomento, ci si imbatte in ricerche che prediligono determinati esemplari, come patate e tabacco. Il motivo è in realtà semplice: &#8220;<strong>Le piante a foglia relativamente grande e le piante più grandi in generale, funzionano meglio di quelle piccole</strong>, se si vuole &#8216;vedere&#8217; facilmente come il fogliame cambia quando la pianta rileva e segnala un mutamento ambientale”, <strong>spiega Neal Stewart. </strong></p>



<p>Inoltre, &#8220;le piante devono essere relativamente <strong>facili da ingegnerizzare e devono essere a crescita piuttosto rapida. </strong>Le piante annuali tendono ad andare &#8216;più veloci&#8217; dal seme alla visualizzazione del segnale rispetto a quelle perenni&#8221;, aggiunge. </p>



<p><strong>Il <strong>tabacco e la patata </strong>sono inoltre due specie in cui &#8220;l&#8217;<strong>ingegnerizzazione dei cloroplasti </strong></strong>(la modifica genetica delle componenti cellulari responsabili della fotosintesi, ndr) <strong>è ormai una procedura di routine&#8221;</strong>, spiega Stewart che precisa come &#8220;per il nostro progetto APT della DARPA (Phytosensors 2.0), volevamo anche avere l&#8217;ingegnerizzazione dei cloroplasti come opzione, anche se poi non abbiamo avuto bisogno di farlo&#8221;. ll team in quel caso aveva preferito inserire i circuiti genetici nel <strong>genoma nucleare</strong> della pianta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&nbsp;La patata che si illumina di verde in una zona nucleare</strong></h2>



<p>La foglia larga diventa quindi una superficie riflettente che i droni o i satelliti militari di ultima generazione possono scansionare dall&#8217;alto per leggere variazioni invisibili all&#8217;occhio umano. Ad esempio, alcune piante, come l&#8217;<em>Arabidopsis</em>, in cui sono stati individuati geni <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3394746/">sensibili al TNT </a>(trinitrotoluene), o le stesse patate, sono state modificate geneticamente per passare dal verde al bianco o per emettere precise risposte spettrali, se attivate.</p>



<p>Le <strong>piante di patate</strong>, in particolare, sono facili da coltivare in tutto il mondo e <strong>resistono a una quantità di radiazioni <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.14072">dieci volte superiore </a>a quella che ucciderebbe un essere umano</strong>. Nel <a href="https://utianews.tennessee.edu/utia-phd-student-bioengineers-potato-plant-to-detect-gamma-radiation/">progetto </a>finanziato dalla DARPA, il <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.14072#">team di Stewart </a>ha sottoposto <a href="https://www.eurekalert.org/news-releases/892146">le patate</a> a radiazioni gamma (le stesse di Fukoshima e Chernobyl) che hanno creato delle rotture nel DNA, permettendo alla pianta di diventare, in 48 ore, fluorescente. Maggiore è l&#8217;intensità della radiazione, maggiore è la fluorescenza. Sebbene invisibile all&#8217;occhio umano, questo segnale viene captato dai droni, permettendo di mappare e stimare la contaminazione dall’alto.  </p>



<p>Il lavoro del team, pubblicato nel 2023 sulla rivista <em>Plant Biotechnology Journal</em>, ha portato allo <strong>sviluppo di un fitosensore specifico per radiazioni ionizzanti </strong>(denominato <em>4xRAD51 pro event 1</em>), <strong>capace di rilevare e quantificare livelli di radiazioni a una distanza di tre metri.</strong> A differenza dei dosimetri e delle apparecchiature elettroniche tradizionali, che necessitano di alimentazione elettrica e manutenzione costante, questo sensore a base vegetale è indipendente dall&#8217;elettricità, si auto-propaga ed è in grado di autoripararsi, configurandosi come uno strumento concreto per il monitoraggio ambientale del futuro.<br></p>



<p>Un limite però risiede nel fatto che <strong>la proteina fluorescente verde (GFP) richiede di essere eccitata con luce blu o UV,</strong> un&#8217;operazione banale in laboratorio, ma più complessa in pieno sole sul campo. La soluzione più ovvia, secondo Stewart è sostituire la GFP con la betalaina, una proteina pigmentata della barbabietola che produce un colore rosso, visibile senza bisogno di alcuna fonte di eccitazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Piante usate per trovare resti umani </strong></h2>



<p>Il laboratorio di Stewart è celebre anche per le ricerche forensi sulla <strong><em>Body Farm</em> del Tennessee</strong>, dove si studia come la <strong>vegetazione nativa reagisce alla decomposizione dei corpi umani </strong>per <a href="https://www.cell.com/trends/plant-science/abstract/S1360-1385(20)30243-0">localizzare resti occultati</a>. Quando un corpo si decompone <strong>altera chimicamente il terreno circostante </strong>a causa del massiccio rilascio di azoto.</p>



<p>Qui emerge il vero spartiacque tra l&#8217;osservazione della natura selvaggia e la biologia sintetica. <strong>Rilevare minacce usando piante normali è complesso:</strong> &#8220;Il nostro lavoro su Phytosensors 2.0 ha utilizzato nello specifico la biotecnologia e la biologia sintetica per ingegnerizzare piante di patata e renderle dei sensori. Il nostro progetto sulla &#8216;body farm&#8217;, invece, ha utilizzato la vegetazione naturale che cresce nell&#8217;area boschiva della struttura per cercare di rilevare le tracce chimiche della decomposizione umana. Il primo caso è stato molto più facile da realizzare rispetto al secondo, perché i ricercatori potevano introdurre segnali e firme spettrali specifiche. Il secondo si basava sul <strong>tentativo di estrarre segnali dalle piante native, il che è stato difficilissimo</strong> e ha portato a segnali sporadici e variabili nello spazio e nel tempo”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il limite del tempo: elettronica contro biologia</strong></h2>



<p>In un&#8217;epoca di conflitti fluidi e movimenti di truppe repentini, una rete di sensori vegetali può davvero fornire dati in tempo reale? Su questo punto, Stewart frena gli entusiasmi, evidenziando la complessità delle piante: “<strong>Dipende dallo stimolo, dalla specie vegetale e dalla segnalazione dalle radici ai germogli </strong>(<em>root-to-shoot signaling</em>). Di solito non è possibile &#8216;vedere&#8217; le radici dall&#8217;alto (dai droni o dai satelliti, ndr). Pertanto, il meccanismo di segnalazione, ovvero il messaggio chimico che deve viaggiare dalle radici alle foglie e la sua efficienza sono cruciali per non perdere il segnale. È più facile se sono le foglie stesse a rilevare (ad esempio un gas nell&#8217;aria) e a segnalare. Ma la biologia è relativamente lenta se paragonata, ad esempio, all’elettronica&#8221;. </p>



<p>Quindi, a differenza dei sensori elettronici istantanei, se la minaccia è nel sottosuolo la pianta deve attivare un segnale biologico dalle radici alle foglie, rendendo la tecnologia più adatta a monitoraggi costanti nel tempo piuttosto che a operazioni militari veloci. Nei test sulle patate, le piante hanno segnalato la presenza di radiazioni <a href="https://finance.biggo.com/news/4d75e55223061437">48 ore dopo l’esposizione. </a>I fitosensori sono lenti e non sempre sensibili e presentano forti limiti stagionali. <strong>Le patate muoiono in inverno</strong>. Per ovviare a questo, la ricerca ipotizza di inserire il gene-sensore in <strong>specie sempreverdi</strong>. Ci sono comunque molti vantaggi, come l&#8217;essere in grado di autoripararsi, riprodursi e autoalimentarsi. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il boost delle nanotecnologie</strong></h2>



<p>Il fattore tempo cambia drasticamente se si interviene con le <strong>nanotecnologie.</strong> <a href="https://www.nature.com/articles/nmat4771">Ricercatori del MIT di Boston</a>, <strong>hanno trasformato comuni piante di spinacio in rilevatori di mine antiuomo </strong>inserendo nanotubi di carbonio nelle foglie. In questo modo la pianta avverte la minaccia (un gas tossico, un esplosivo) nel suolo tramite le radici e il sensore elettronico applicato sulla foglia la traduce in un dato digitale. In questo caso, la pianta impiega <strong>appena dieci minuti</strong> per assorbire dal terreno le molecole dei composti chimici degli esplosivi e lanciare un segnale fluorescente leggibile da una telecamera a infrarossi. Quest&#8217;ultima può essere collegata a un piccolo computer simile a uno smartphone, che invia un&#8217;e-mail all&#8217;utente.</p>



<p>Questa tecnologia apre scenari straordinari anche per l&#8217;uso civile, potendo monitorare le falde acquifere inquinate o lanciare allarmi precoci sulla siccità. Tuttavia, rispetto al progetto della DARPA, i nanotubi non si trasmettono di seme in seme, ma devono essere iniettati manualmente sotto ogni singola foglia. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tracciare sottomarini nemici e sopravvivere su Marte&nbsp;</strong></h2>



<p>Il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha estenso la <strong>bio-intelligence anche agli ambienti marini.</strong> Nell&#8217;ambito di un&#8217;iniziativa avviata nel 2018 per la biologia sintetica in ambienti militari, la DARPA ha lanciato il programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/persistent-aquatic-living-sensors"><strong>PALS (Persistent Aquatic Living Sensors)</strong>.</a></p>



<p>L&#8217;obiettivo è <strong>creare forme di vita marine geneticamente modificate per tracciare i sottomarini nemici</strong>. Al passaggio di un mezzo subacqueo, le tracce chimiche e fisiche rilasciate scatenerebbero una modifica negli organismi marini, innescando minuscoli segnali elettrici. Monitorati da boe o sensori remoti, questi segnali verrebbero tradotti in dati tattici, trasformando i mari in una rete di sorveglianza biologica. Il programma è entrato nella sua <a href="https://www.darpa.mil/news/2020/pals-program-second-phase">seconda fase un anno dopo l&#8217;avvio.</a>&nbsp;</p>



<p>Nella prima fase, i team hanno dimostrato che gli organismi marini potevano percepire la presenza di un veicolo sottomarino (o di un fattore di disturbo) nel loro ambiente e rispondere con un segnale o altri comportamenti osservabili. Nella seconda fase, i team svilupperanno sistemi di rilevamento artificiali per osservare, registrare e interpretare le risposte degli organismi, e trasmetteranno i risultati analizzati agli utenti finali sotto forma di avvisi sintetizzati. I sistemi PALS completi saranno in grado di distinguere tra veicoli bersaglio e altre fonti di stimolo, come detriti e altri organismi marini, per limitare il numero di falsi positivi.</p>



<p>Uno<strong> scenario al momento fantascientifico in cui queste tecnologie potrebbero essere utilizzate</strong> è quello dello spazio. In una <a href="https://podcasts.apple.com/us/podcast/dr-neil-stewart-radiation-sensing-potatoes/id1006329802?i=1000772892242">recente intervista</a>, Stewart ha parlato della possibilità di <strong>missioni di lunga durata su Marte</strong>, in cui gli astronauti potrebbero affrontare impulsi di radiazioni intermittenti provenienti dalle tempeste solari. Un sensore a base di patata commestibile, da consumare dopo aver segnalato l&#8217;esposizione, o semplicemente da monitorare nell’habitat, potrebbe diventare un dosimetro biologico, ovvero uno strumento che misura le radiazioni ma che non richiede componenti elettronici. Stewart ha descritto il concetto come qualcosa di &#8220;simile a Matt Damon in The Martian&#8221;, ma con un tocco biotecnologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&#8220;Dual-use&#8221; e dilemma etico</strong></h2>



<p>Come spesso accade con le tecnologie di frontiera, chi manipola il DNA si muove su un terreno scivoloso. L’algoritmo o la modifica genetica che permette a un contadino di sapere dall&#8217;orbita se il suo campo di patate è attaccato da un parassita o ha bisogno di acqua è, dal punto di vista tecnico, lo stesso meccanismo che segnala a un&#8217;agenzia di difesa il passaggio di un contingente nemico o la presenza di un gas letale.</p>



<p>Di fronte al rischio che queste piante possano essere utilizzare per scopi offensivi, Stewart preferisce porre l&#8217;accento esclusivamente sui risvolti civili della ricerca: &#8220;<strong>Non sarò mai un sostenitore della conversione di ampie porzioni di flora nativa in sensori ingegnerizzati.</strong> Ho studiato per anni i rischi e i benefici ecologici legati alle biotecnologie e sono molto sensibile a questi temi. Considero tutta la ricerca che abbiamo svolto come generalmente applicabile a scopi di rilevamento e segnalazione pacifici, per dirci cosa sta succedendo nel campo di un agricoltore o nell&#8217;ambiente in generale. E poi, naturalmente, i vari Paesi hanno le loro strutture normative e di governance. Sono interessato solo ad applicazioni pacifiche che non siano pericolose per le persone o per l&#8217;ecosistema. <strong>Se ci sono dei rischi, il mio laboratorio non può intraprendere la ricerca per ragioni etiche</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le aziende che investono nella bio-intelligence </h2>



<p>Sul fronte civile, diverse aziende stanno sviluppando fitosensori progettati per essere letti dai satelliti. <strong>InnerPlant</strong>, ad esempio, è una startup che collabora con colossi come John Deere e che ha già lanciato in orbita <a href="https://innerplant.com/innerplant-and-mertec-to-develop-crops-that-communicate-biological-stresses-weeks-before-problems-become-visible-to-farmers-2/">satelliti</a> dedicati esclusivamente a leggere la fluorescenza ottica delle piante di soia e mais modificate per segnalare lo stress da funghi o parassiti.  </p>



<p><strong>Inari Agriculture</strong> usa la tecnologia <a href="https://inari.com/news/forbes-gene-editing-seeds-with-crispr-is-transforming-agricultural-biotechnology/">CRISPR</a> per riprogrammare la tolleranza allo stress delle colture, mentre giganti della biologia sintetica come <strong>Ginkgo Bioworks </strong>sviluppano progetti di bio-sorveglianza stringendo <strong><a href="https://investors.ginkgobioworks.com/news/default.aspx">partnership</a> direttamente con le <a href="https://ag.ginkgo.bio/blog/producing-novel-proteins-to-control-ice-in-extreme-cold-weather-environments-with-darpa">agenzie di difesa governative</a>.</strong> Parallelamente, aziende come <strong>Planet Labs, Satellogic e Gamaya </strong>utilizzano costellazioni satellitari e intelligenza artificiale iperspettrale per decodificare lo stato biochimico e le anomalie della vegetazione in tempo reale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché le piante non fanno (ancora) la guerra</strong></h2>



<p>Per quanto riguarda il fronte militare, nonostante i budget miliardari e i test nei laboratori, <strong>non esistono ancora prove del reale utilizzo di piante nei teatri di guerra contemporanei. </strong>Da un lato c&#8217;è il segreto militare e dall’altro forse la biologia non è ancora affidabile come l&#8217;elettronica. Una siccità prolungata o un parassita locale, ad esempio, potrebbero mandare in tilt un&#8217;intera rete di fitosensori. Ecco perché, ad oggi, il Pentagono non ha mai attribuito il successo di un&#8217;operazione militare a un campo di spinaci nanobionici. Dopotutto, la biologia ha i suoi segreti e soprattutto i suoi tempi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html">Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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