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	<title>Ambiente Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 15 May 2026 13:12:44 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Ambiente Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>UE: bocciata la tassa sugli extra-profitti energetici. Pesa l&#8217;ombra della lobby petrolifera</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/ue-bocciata-la-tassa-agli-extra-profitti-delle-compagnie-energetiche-il-ruolo-della-lobby-petrolifera.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Rocca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 17:34:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 3 aprile 2026,&#160; in un gesto di rara coordinazione, i ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo hanno avanzato alla Commissione Europea una richiesta formale: tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche per evitare che il peso della crisi &#160;– causata dal conflitto USA-Iran –&#160;gravi interamente su famiglie e bilanci pubblici. La &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/ue-bocciata-la-tassa-agli-extra-profitti-delle-compagnie-energetiche-il-ruolo-della-lobby-petrolifera.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 3 aprile 2026,&nbsp; in un gesto di rara coordinazione, i ministri dell’Economia di <strong>Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo</strong> hanno avanzato alla Commissione Europea una richiesta formale: <strong>tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche </strong>per evitare che il peso della crisi <strong>&nbsp;</strong>– causata dal conflitto USA-Iran –&nbsp;gravi interamente su famiglie e bilanci pubblici.</p>



<p>La risposta, arrivata il 22 aprile tramite il pacchetto <strong>“AccelerateEU”</strong>, è stata chiara. La Commissione ha escluso la tassa, preferendo la strada della &#8220;flessibilità&#8221;. La resistenza alla richiesta dei ministri è motivata dall’assenza di un consenso unanime all’interno del Consiglio UE. I Paesi che si sono mostrati reticenti, lo sono per motivazioni apparentemente molto diverse: da un lato i Paesi Bassi e i Nordici si sono detti “timorosi che la tassa freni gli investimenti verdi”, dall’altro l’Ungheria, che ha sposato una linea di deregulation generale, ha dichiarato di voler sospendere anche le norme relative all’emissioni di metano. Nel mezzo, Repubblica Ceca e Slovenia, gelose della propria autonomia fiscale.</p>



<p>Nel concreto la decisione di Bruxelles <strong>blocca un flusso di entrate che sarebbe necessario all&#8217;Unione per far fronte alla crisi energetica ed economica,</strong> che intende affrontare con il pacchetto <strong><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/22/le-proposte-ue-contro-il-caro-energia-voucher-e-tagli-alle-accise-solo-per-i-vulnerabili-no-alla-tassa-sugli-extra-profitti-manca-lunanimita/8362954/" id="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/22/le-proposte-ue-contro-il-caro-energia-voucher-e-tagli-alle-accise-solo-per-i-vulnerabili-no-alla-tassa-sugli-extra-profitti-manca-lunanimita/8362954/">AccelerateEU</a></strong>. Le<strong>misure previste</strong>, tra cui: voucher energetici, leasing sociale per pannelli fotovoltaici e trasporti pubblici economici — coerenti con un’agenda incentrata sull’equità sociale e la transizione ecologica —<strong>rimangono prive della necessaria copertura finanziaria</strong> che una tassa sugli extra-profitti avrebbe garantito.</p>



<p>La decisone è paradossale se si considera che, tra il  2022 e il 2026, <strong>il trend della crescita dei profitti del settore energetico ha segnato un record storico, </strong>con il 2026 che ha segnato il picco: nel primo trimestre, i margini sono volati del <strong>60% sopra la media, </strong>con l’aggravante che i risultati registrati non sono motivati dall&#8217;efficienza, ma da <strong>distorsioni sistemiche. </strong></p>



<p>Il meccanismo del <strong>&#8220;marginal price”</strong>, per esempio, ha permesso (e permette) a chi produce energia da rinnovabili o nucleare (a costi bassi) di venderla a prezzi altissimi, dettati dal gas o, ancora, le <strong>operazioni speculative</strong> condotte dalle divisioni di&nbsp;<strong>trading</strong>&nbsp;interne ai colossi energetici (come Shell ed Eni) che, sfruttando una netta&nbsp;<strong>asimmetria informativa</strong>, incassano miliardi scommettendo quotidianamente sulle oscillazioni dei prezzi dell&#8217;energia.</p>



<p>A tale orizzonte speculativo si aggiunge un <strong>meccanismo di distribuzione </strong>che vede una parte enorme di questi <strong>extra-profitti rimanere nel circuito finanziario o nel settore fossile</strong>. Invece di un massiccio reinvestimento nella rete, le aziende ricomprano le proprie azioni con il meccanismo di <strong>buyback</strong>, per farne salire il valore in borsa, e distribuiscono dividendi “record” agli azionisti, per mantenerli fedeli durante la transizione energetica.</p>



<p>La conseguenza, come riporta l’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), è che <strong>meno del 50% di questi guadagni viene reinvestito in energia pulita</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il blocco della misura a danno dei colossi energetici non è casuale; lo strapotere che esercitano, attraverso l’attività di lobbying, riesce ad indirizzare legislazione ed iniziative europee.</p>



<p>Secondo i rapporti pubblicati in aprile 2026 dal <a href="https://www.corporateeurope.org/en">Corporate Europe Observatory </a>(la principale ONG che monitora l’attività di lobbying), <strong>le lobby del gas</strong> hanno speso, per l’appunto, oltre <strong>250 milioni di euro</strong> in un anno, <strong>per influenzare AccelerateEU.</strong></p>



<p>Il lavoro di <a href="https://www.investigate-europe.eu">Investigate Europe&nbsp; </a>– consorzio di giornalisti che pubblica regolarmente inchieste sui sussidi occulti ai combustibili fossili (che in UE superano ancora i <strong>50 miliardi di euro</strong> l’anno) – rivela, invece, i meccanismi con cui i <strong>governi nazionali proteggono i propri campioni energetici durante le votazioni in Consiglio UE</strong>.</p>



<p>Non è un caso se, tra i <strong>Paesi che risultano maggiormente influenzati dalle lobby del petrolio</strong>, compaiano (insieme a Germania ed Italia)  proprio l’<strong>Ungheria</strong> e la <strong>Repubblica Ceca</strong> (due tra i Paesi che hanno bloccato la proposta in Consiglio). Il primo è, infatti, noto per le strette relazioni tra il governo e i fornitori, storicamente russi, ora diversificati; il secondo, la cui economia è mossa da un settore dell’industria pesante,  vede nelle regolamentazioni ambientali un rischio immediato per la competitività economica in tempi di crisi.</p>



<p>In questo scenario, da un<a href="https://www.affarieuropei.gov.it/it/comunicazione/europarole/paper-non-paper/"> <em>non-paper</em></a> è trapelata l&#8217;informazione che la Commissione Europea sta valutando con discrezione di sospendere le sanzioni sulle <strong>emissioni di metano</strong>: senza limiti di tempo, senza una definizione chiara di cosa costituisca una crisi e senza un tetto massimo alla durata delle esenzioni. Tutto ciò non è avvenuto nel vuoto. È il risultato della pressione diretta dell&#8217;amministrazione Trump, concretizzatasi nell’editoriale pubblicato il <strong>12 maggio 2026</strong> sul <strong>Financial Times, </strong>firmato dell’Ambasciatore statunitense presso l&#8217;UE, <strong>John Rakolta Jr., </strong>il quale sostiene che norme sul metano &#8220;potrebbero innescare una crisi energetica&#8221;. L&#8217;industria ha fatto eco a queste tesi.  Il riccatto della lobby del petrolio è sottile: <a href="https://www.ft.com/content/bf577c80-e3d0-463e-87ee-cc029add0b79?syn-25a6b1a6=1">&#8220;Se ci multate per le emissioni, le navi di GNL andranno in Asia e l&#8217;Europa resterà al freddo&#8221;</a>.</p>



<p>Il settore a cui verrebbero applicate le nuove deroghe, secondo una strategia che la Direttrice Generale per l&#8217;Energia della Commissione Europea Ditte Juul Jørgensen considera “pragmatica”: è <strong>responsabile per quasi il 30% dell’aumento della temperatura globale</strong>, secondo&nbsp;l’Agenzia Internazionale dell’Energia.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Mozambico: Coral North, il progetto Eni in Mozambico che preoccupa l&#8217;ONU e le Ong</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/mozambico-coral-north-il-progetto-eni-in-mozambico-che-preoccupa-lonu-e-le-ong.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 23:02:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il nuovo impianto FLNG di Eni a Cabo Delgado è al centro delle critiche degli esperti ONU per violazioni dei diritti umani e impatto climatico. Eni sottolinea l’allineamento agli standard ambientali e sociali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/mozambico-coral-north-il-progetto-eni-in-mozambico-che-preoccupa-lonu-e-le-ong.html">Mozambico: Coral North, il progetto Eni in Mozambico che preoccupa l&#8217;ONU e le Ong</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260413201731824_f6c8f1fbef4400e5aed32673cdaebf72-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>«Un impianto galleggiante di liquefazione del gas naturale all&#8217;avanguardia». È così che Eni definisce il suo <strong>progetto Coral North FLNG </strong>— acronimo che sta per <em>Floating Liquefied Natural Gas</em>, cioè “gas naturale liquefatto galleggiante” —,  avviato in acque profonde al largo di Cabo Delgado, a Nord del Mozambico, dove la multinazionale è presente dal 2006. Lo scorso ottobre il colosso italiano dell’energia e i suoi partner hanno raggiunto la Decisione Finale d&#8217;Investimento alla presenza del Presidente del Mozambico Daniel Francisco Chapo e dell&#8217;Amministratore Delegato di Eni Claudio Descalzi. Ma Coral North resta un progetto controverso e di recente ha incassato anche il <strong>parere critico delle Nazioni Unite</strong>, come denuncia l’organizzazione BankTrack.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;ONU avverte: Coral North rischia di violare diritti umani</strong></h2>



<p>Coral North è il secondo progetto di Eni in Mozambico e il secondo impianto FLNG su larga scala realizzato in acque ultra-profonde a livello mondiale, dopo Coral South, quest’ultimo operativo dal 2022. Con <strong>una capacità di liquefazione di 3,6 milioni di tonnellate all&#8217;anno</strong>, il nuovo impianto porterà la produzione complessiva di GNL del Mozambico a superare i 7 milioni di tonnellate all&#8217;anno, rendendo il Paese il terzo produttore in Africa.&nbsp;</p>



<p>«Con Coral North contribuiremo a soddisfare la crescente domanda mondiale di GNL, raddoppiando sia il contributo del Mozambico alla sicurezza energetica globale, sia i benefici per il Paese e i suoi cittadini in termini di crescita economica e industriale», ha sottolineato Descalzi. Parole che, tuttavia, sembrano essere contraddette da <a href="https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/mozambique-un-experts-concerned-african-development-bank-funding-floating">una serie di aspetti critici rilevati da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite</a> i quali, commentando il prestito da 150 milioni di dollari concesso dalla Banca africana di sviluppo per lo sviluppo di Coral North, hanno dichiarato che «il progetto rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, contribuire al cambiamento climatico e distogliere scarsi fondi pubblici da investimenti urgentemente necessari nelle energie rinnovabili», peraltro <strong>inasprendo le tensioni esistenti e le dispute in materia di diritti umani</strong> innescate dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado, un’area teatro da ormai otto anni di <strong>un conflitto tra l’esercito di Maputo e gruppi di insorti </strong>– che finora ha causato<strong> oltre 4.000 morti e lo sfollamento di circa un milione di persone</strong> –&nbsp; e interessata da altri progetti estrattivi.</p>



<p><strong>Una lettura che Eni respinge.</strong> Interpellata da InsideOver sulle osservazioni degli esperti ONU, la società ha dichiarato che il progetto Coral North FLNG è sviluppato «nel pieno allineamento ai più rigorosi standard internazionali in materia di tutela ambientale e di rispetto dei diritti umani» e che opera in Mozambico «nel rispetto integrale della normativa vigente, collaborando attivamente con le autorità nazionali e con tutti gli stakeholder di riferimento». Eni ha inoltre ribadito il ruolo del gas naturale nella propria strategia di transizione energetica e negli obiettivi di decarbonizzazione, precisando di non rilasciare commenti su dichiarazioni provenienti da soggetti terzi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>TotalEnergies a processo: da Cabo Delgado alle aule di giustizia francesi</strong></h2>



<p>Ad essere sotto osservazione da parte degli analisti dell’ONU sono anche altre iniziative di questo tipo nel Nord del Paese – Mozambique LNG di TotalEnergies e Rovuma LNG guidato da ExxonMobil e dalla stessa Eni – per le quali<strong> le procedure di consultazione pubblica sono state ritenute inadeguate, </strong>tanto da compromettere la partecipazione locale alle decisioni chiave relative allo sviluppo dei progetti. Nella dichiarazione degli specialisti si sottolineano, dunque, «la perdita di mezzi di sussistenza e sconvolgimenti socio-economici a lungo termine per le comunità che dipendono fortemente dalla pesca, dall&#8217;agricoltura e dalle risorse naturali». Ma gli impatti negativi non si limitano solo a tali aspetti. Esistono infatti criticità profonde – legate a gravi violazioni dei diritti umani e a una preoccupante spirale di violenza – particolarmente manifeste nel caso di TotalEnergies. La major francese è infatti coinvolta in due procedimenti penali in Francia riguardanti vicende accadute proprio in Mozambico: <a href="https://www.lemonde.fr/en/le-monde-africa/article/2025/03/15/french-prosecutors-launch-manslaughter-probe-against-totalenergies-over-mozambique-attack_6739177_124.html">il primo per omicidio colposo e omissione di soccorso a persone in pericolo</a>, <a href="https://www.ecchr.eu/en/press-release/totalenergies-faces-criminal-complaint-for-complicity-in-war-crimes-torture-and-enforced-disappearance-in-mozambique/">il secondo per complicità in crimini di guerra, tortura e sparizione forzata</a>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Soldi pubblici italiani per Coral North: l&#8217;appello delle Ong alle banche</strong></h2>



<p>Coral North – che potrebbe avere un impatto significativo, finendo per aumentare le emissioni di gas serra, elemento denunciato dall’organizzazione italiana ReCommon già a marzo del 2025 <a href="https://www.recommon.org/fiamme-nascoste-flaring-eni-in-mozambico/">con l’inchiesta “Fiamme nascoste”</a> – si sviluppa dunque <strong>in un contesto già fortemente segnato da eventi tragici e nodi critici sul piano ambientale,</strong> in uno dei paesi più vulnerabili alle catastrofi climatiche. Aspetti che, tuttavia, sembrano non destare preoccupazione negli attori finanziari coinvolti nel sostegno al progetto. BankTrack e i partner della coalizione <strong>“Say No to Gas! In Mozambique”</strong> chiedono invece alle banche di <strong>non finanziare l&#8217;espansione del gas nel Nord del Mozambico e di sospendere le linee di credito per nuovi progetti sui combustibili fossili.</strong> Un appello rivolto anche a istituzioni italiane come SACE – gruppo assicurativo controllato dal Ministero dell&#8217;economia e delle finanze – e Cassa Depositi Prestiti che hanno deciso di confermare il loro sostegno finanziario a Mozambique LNG. UBI Banca, ora controllata da Intesa Sanpaolo, ha finanziato Coral South FLNG. Tutti questi istituti finanziari si contendono il sostegno di Coral North FLNG e Rovuma LNG con capitali pubblici e privati. «Chiediamo loro di ascoltare il monito degli esperti delle Nazioni Unite e non sostenere finanziariamente questi progetti. Progetti che, guardando al contesto domestico, <strong>aggraverebbero la dipendenza italiana dai combustibili fossili,</strong> una scelta miope se guardiamo alle ripercussioni energetiche ed economiche derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni» ha ribadito Simone Ogno, campaigner finanza e clima di ReCommon.</p>



<p>Intanto – come ha sottolineato il professor Alessandro Volpi – dall’inizio dell’anno, il titolo Eni ha guadagnato in borsa il 46,4%, vale a dire <strong>un aumento di quasi due miliardi di euro del valore delle partecipazioni dei due primi azionisti privati del colosso</strong>, ovvero i grandi gestori patrimoniali statunitensi BlackRock e Vanguard. A trarre beneficio dalle attività di Eni saranno senz&#8217;altro questi ultimi.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Nel nucleo della Terra potrebbe nascondersi un immenso serbatoio di idrogeno</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/nucleo-terra-serbatoio-idrogeno-studio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 12:41:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Idrogeno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Illustrazione della Terra (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il nucleo terrestre potrebbe contenere più idrogeno di tutti gli oceani messi insieme. Un nuovo studio suggerisce che sia stato inglobato già nelle prime fasi di formazione del pianeta. Una scoperta che potrebbe cambiare la comprensione dell’origine dell’acqua sulla Terra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/nucleo-terra-serbatoio-idrogeno-studio.html">Nel nucleo della Terra potrebbe nascondersi un immenso serbatoio di idrogeno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Illustrazione della Terra (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Il più grande serbatoio di idrogeno della Terra</strong> potrebbe trovarsi dove finora è stato più difficile cercarlo: <strong>nel suo nucleo</strong>. Uno studio pubblicato su <em><a href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-68821-6Certificati%20Università" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nature Communications</a></em> suggerisce che il cuore metallico del pianeta contenga una quantità di idrogeno compresa <strong>tra 9 e 45 volte quella presente in tutti gli oceani</strong>. Se confermata, la scoperta ridefinirebbe il ruolo dell’interno terrestre nel ciclo globale degli elementi volatili.</p>



<p>Da anni la comunità scientifica discute sull’origine dell’idrogeno e dell’acqua terrestre. Una delle ipotesi più diffuse attribuisce l’arrivo di questi elementi agli impatti di comete e asteroidi avvenuti dopo la formazione del nucleo; un’altra teoria sostiene invece <strong>che la Terra primordiale</strong> <strong>fosse già ricca di idrogeno</strong> e che una gran parte di esso sia stata inglobata nelle sue profondità durante le prime fasi di accrescimento planetario.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The majority of hydrogen in Earth’s core is likely to have been incorporated during the planet’s formation, rather than through comet impacts. Findings suggest that the core may be the largest reservoir of hydrogen on Earth: <a href="https://t.co/tYwOzbTanE">https://t.co/tYwOzbTanE</a></p>&mdash; Springer Nature (@SpringerNature) <a href="https://twitter.com/SpringerNature/status/2021672339419664450?ref_src=twsrc%5Etfw">February 11, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Un nuovo metodo per misurare l’idrogeno nel ferro</h2>



<p>Il tema centrale del dibattito è sempre stato uno: <strong>quanto idrogeno è effettivamente intrappolato nel nucleo?</strong> Misurarlo direttamente è pressoché impossibile. Le condizioni estreme – pressioni superiori a un milione di volte quella atmosferica e temperature di migliaia di gradi – rendono inaccessibile qualsiasi osservazione diretta. Anche le stime indirette &#8211; basate su modelli sismici o su esperimenti di laboratorio tradizionali &#8211; hanno dei margini di incertezza limitanti. In passato, molte valutazioni si sono basate <strong>sulla diffrazione a raggi X</strong>, una tecnica che analizza come i materiali disperdono i raggi per dedurne la struttura cristallina.</p>



<p>Poiché il nucleo terrestre è composto prevalentemente da <strong>ferro</strong>, gli scienziati hanno studiato come l’aggiunta di idrogeno ne modifichi la struttura atomica. Tuttavia, questo approccio presuppone che altri elementi presenti nel nucleo &#8211; come silicio e ossigeno &#8211; non alterino in modo sostanziale il reticolo cristallino del ferro, un’ipotesi che potrebbe non essere valida in condizioni estreme. <a href="https://www.livescience.com/planet-earth/geology/the-largest-reservoir-of-hydrogen-on-earth-may-be-hiding-in-its-core" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il nuovo studio</a> ha adottato un metodo differente: <strong>la tomografia a sonda atomica</strong>. Questa tecnica consente di mappare in tre dimensioni la distribuzione degli elementi su scala nanometrica, offrendo <strong>una risoluzione molto più elevata</strong> rispetto alle metodologie precedenti.</p>



<p>I ricercatori hanno simulato in laboratorio le condizioni della Terra primordiale utilizzando <strong>una cella a incudine di diamante</strong>, uno strumento capace di generare pressioni enormi comprimendo un campione tra due punte di diamante. Per riprodurre l’ambiente del nucleo in formazione, il team ha inserito un piccolo campione di ferro in una capsula contenente materiali ricchi di <strong>silicio, ossigeno e idrogeno</strong>, quindi lo ha riscaldato con laser fino a temperature di circa <strong>4.800 °C</strong>. In queste condizioni, gli elementi hanno iniziato <strong>a dissolversi nel ferro fuso</strong>, simulando il processo che potrebbe essere avvenuto circa 4,5 miliardi di anni fa.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Earth&#39;s core contains nine to 45 times more hydrogen than the planet&#39;s oceans do, according to a new study that could settle a debate about when and how hydrogen was delivered to Earth. <a href="https://t.co/fo6zcyAokp">https://t.co/fo6zcyAokp</a></p>&mdash; Live Science (@LiveScience) <a href="https://twitter.com/LiveScience/status/2021253164750766570?ref_src=twsrc%5Etfw">February 10, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto idrogeno contiene davvero il nucleo</h2>



<p>Le analisi hanno mostrato che idrogeno, silicio e ossigeno entrano simultaneamente nella struttura del ferro in condizioni estreme, formando configurazioni atomiche finora non osservate. Sulla base del rapporto tra i due elementi misurato negli esperimenti e delle stime precedenti sul contenuto <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/il-triangolo-del-silicio-che-controlla-lintelligenza-nostra-e-delle-macchine.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di silicio</a> del nucleo, i ricercatori hanno calcolato che <strong>l’idrogeno rappresenterebbe tra lo 0,07% e lo 0,36% della massa del nucleo terrestre.</strong></p>



<p>Può sembrare una percentuale minima, ma considerata l’enorme massa del nucleo equivale a una quantità colossale. Se quell’idrogeno si combinasse con l’ossigeno per formare acqua, corrisponderebbe, per l’appunto, a un volume <strong>tra 9 e 45 volte</strong> quello di tutti gli oceani attuali.</p>



<p>Il dato più sorprendente riguarda però il momento <strong>dell’incorporazione</strong>: se la maggior parte dell’idrogeno fosse arrivata dopo la formazione completa del nucleo &#8211; ad esempio tramite impatti cometari &#8211; si troverebbe prevalentemente negli strati più esterni del pianeta. La presenza di un vasto inventario nel nucleo suggerisce invece fosse già disponibile <strong>durante le prime fasi dell’accrescimento terrestre</strong> e sia stato inglobato mentre il ferro fuso sprofondava verso il centro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Le implicazioni per l’origine dell’acqua e la dinamica terrestre</h2>



<p>Le implicazioni non si limitano alla storia primordiale della Terra: la presenza di <a href="https://it.insideover.com/ambiente/lidrogeno-naturale-e-la-corsa-globale-al-nuovo-oro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">idrogeno</a> nel nucleo <strong>potrebbe influenzare proprietà fondamentali</strong> come la densità, la dinamica interna e persino il comportamento del campo magnetico generato dal movimento del ferro liquido. Nel lungo periodo, una parte <strong>potrebbe anche migrare verso</strong> <strong>il mantello</strong>, contribuendo ai cicli geochimici profondi.</p>



<p>Ad ogni modo, lo studio non elimina del tutto le incertezze: le condizioni simulate in laboratorio &#8211; per quanto estreme &#8211; restano una semplificazione rispetto alla complessità del pianeta reale. Gli autori sottolineano che saranno necessari ulteriori esperimenti e modelli per affinare le stime e comprendere meglio il ruolo dell’idrogeno nelle profondità terrestri.</p>



<p>Resta però un punto fermo: l’acqua che vediamo in superficie potrebbe rappresentare <strong>solo una frazione di un inventario molto più vasto</strong> nascosto nelle regioni più interne del pianeta. Se il nucleo è davvero il principale serbatoio di idrogeno della Terra, la nostra comprensione dell’origine dell’acqua e dell’evoluzione geologica del pianeta dovrà quindi essere rivista alla luce di questa nuova prospettiva.</p>
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		<title>Il Mediterraneo orientale svela un rifugio climatico che resiste al riscaldamento globale</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-mediterraneo-orientale-svela-un-rifugio-climatico-che-resiste-al-riscaldamento-globale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 18:48:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Riscaldamento globale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1800" height="1020" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Un&#039;oasi climatica nel Mediterraneo orientale (Stazione Zoologica Anton Dohrn)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-300x170.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-1024x580.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-768x435.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-1536x870.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-600x340.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p>
<p>Nel Mediterraneo orientale, lungo le coste di Cipro, un sistema di upwelling mantiene le acque più fredde rispetto al resto del bacino.<br />
L’area conserva una biodiversità marina più ricca, contrastando gli effetti del riscaldamento globale. </p>
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<p><strong>Il Mediterraneo orientale</strong> è oggi uno dei bacini marini che si stanno riscaldando più rapidamente al mondo: negli ultimi dieci anni, l’aumento delle temperature superficiali ha innescato <strong>una trasformazione profonda degli ecosistemi</strong>, favorendo la diffusione di specie termofile e aliene e mettendo sotto pressione la biodiversità autoctona adattata a condizioni temperate. In questo contesto, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10531-025-03228-1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la scoperta</a> documentata da un ampio studio pubblicato su <em>Biodiversity and Conservation</em> rappresenta un’eccezione di grande importanza scientifica: lungo circa 150 chilometri della costa sudoccidentale di <strong>Cipro </strong>opera un sistema di <em>upwelling </em>che mantiene le acque estive <strong>fino a 2–3 °C più fredde</strong> rispetto al resto del bacino di Levante.</p>



<p>Non si tratta di una semplice variazione locale, ma di <strong>una vera anomalia termica persistente</strong> in una delle regioni più colpite dal collasso climatico della biodiversità mediterranea. Lo studio &#8211; coordinato dalla <strong>Stazione Zoologica Anton Dohrn</strong> insieme a numerosi istituti europei e ciprioti &#8211; parte da un dato ormai consolidato: il Mediterraneo orientale ospita <strong>il più grave declino documentato delle specie native</strong>, con tassi di perdita che non hanno equivalenti nel resto del bacino. L’individuazione di un’area che, controcorrente, conserva condizioni ambientali più stabili apre dunque una finestra concreta <strong>su come e dove la biodiversità possa ancora resistere</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cipro come rifugio climatico: dati sul campo e biodiversità residua</h2>



<p>A differenza di molti lavori basati su modelli previsionali, la ricerca ha testato l’ipotesi di <strong>“rifugio climatico”</strong> direttamente sul campo. I ricercatori hanno campionato <strong>comunità di molluschi</strong> a diverse profondità &#8211; tra i 5 e i 30 metri &#8211; confrontando siti interni ed esterni all’area di <em>upwelling </em>e distinguendo tra habitat differenti: praterie di <em>Posidonia oceanica</em> e substrati rocciosi. Per ricostruire la biodiversità storica, sono stati analizzati anche gli <strong>accumuli di conchiglie presenti sul fondale</strong>, che forniscono una traccia affidabile delle comunità del passato.</p>



<p>I risultati mostrano un quadro inedito: la ricchezza di specie autoctone all’interno della zona di risalita è risultata <strong>di gran lunga superiore rispetto alle aree più calde circostanti</strong>, indipendentemente dal tipo di habitat. Nei prati di <em>Posidonia</em>, in particolare, la perdita di biodiversità è stata notevolmente inferiore rispetto ai siti esterni all’upwelling. I substrati rocciosi superficiali (5–15 metri) mostrano invece <strong>una riduzione marcata delle specie in entrambe le aree</strong>, un effetto associato alla perdita di copertura macroalgale dovuta al riscaldamento.</p>



<p>Tuttavia, alle profondità maggiori (20–30 metri), anche nei siti più caldi la presenza di macroalghe persiste e la perdita di biodiversità risulta più contenuta. Questo dato suggerisce che i rifugi climatici non vadano cercati solo in superficie, <strong>ma anche nella fascia fotica inferiore</strong>, spesso trascurata nelle strategie di conservazione.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">New research shows that coastal upwelling can create local refuges from climate change, even in the fast-warming Eastern Mediterranean. <br><br>The study combines biodiversity observations with <a href="https://twitter.com/hashtag/CopernicusMarine?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#CopernicusMarine</a> sea temperature data to identify areas of higher climate resilience.<br><br>Read… <a href="https://t.co/f0Jmcq9015">pic.twitter.com/f0Jmcq9015</a></p>&mdash; Copernicus Marine (@CMEMS_EU) <a href="https://twitter.com/CMEMS_EU/status/2013291417624260668?ref_src=twsrc%5Etfw">January 19, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Implicazioni per la conservazione nel Mediterraneo che cambia</h2>



<p>Il sistema di <em>upwelling</em> di Cipro emerge come <strong>un caso unico all’interno dell’intero Mediterraneo orientale</strong>, un’area che comprende coste turche, levantine ed egiziane e che sta sperimentando una tropicalizzazione accelerata. Qui, specie aliene introdotte <a href="https://it.insideover.com/politica/iraq-si-scrive-al-faw-si-legge-rotta-alternativa-al-canale-di-suez.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">attraverso il Canale di Suez</a> o il traffico navale trovano condizioni sempre più favorevoli, mentre molte specie endemiche mediterranee mostrano una capacità di adattamento limitata alle temperature estreme. L’area di risalita rappresenta quindi non solo un’anomalia termica, ma <strong>una vera e propria riserva funzionale di biodiversità nativa.</strong></p>



<p>Secondo gli autori dello studio, si tratta probabilmente <strong>dell’unico rifugio climatico in situ rimasto nel bacino di Levante</strong>, con un valore che va ben oltre la scala locale. La sua protezione potrebbe consentire la sopravvivenza di popolazioni sorgente in grado &#8211; almeno teoricamente &#8211; di <strong>ricolonizzare aree degradate</strong> qualora le condizioni climatiche lo permettessero. Inoltre, il lavoro mette in discussione approcci di conservazione basati esclusivamente su proiezioni future, sottolineando l’importanza di identificare e tutelare rifugi già operativi nel presente. In un Mediterraneo sempre più caldo, queste aree non rappresentano una soluzione definitiva, ma <strong>uno spazio di resistenza ecologica</strong> che può rallentare la perdita irreversibile di capitale biologico.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Rifugi climatici e pianificazione ambientale: un indicatore dei limiti di adattamento</h2>



<p>I rifugi climatici non sono solo strumenti di conservazione, ma <strong>indicatori dei limiti di adattamento degli ecosistemi marini</strong>. Il fatto che una differenza termica di pochi gradi possa tradursi in una variazione così marcata della biodiversità evidenzia quanto il Mediterraneo orientale sia ormai vicino a soglie critiche. L’upwelling agisce come un meccanismo tampone, ma la sua efficacia dipende <strong>da processi oceanografici</strong> che potrebbero a loro volta essere alterati dal cambiamento climatico globale. In questo senso, la zona di Cipro non va letta come una “salvezza” definitiva, bensì come un laboratorio naturale che permette di osservare, in tempo reale, la risposta degli ecosistemi a condizioni climatiche marginalmente più favorevoli.</p>



<p>Integrare queste aree nelle strategie di pianificazione marina significa riconoscere che la resilienza non è distribuita in modo uniforme e che <strong>la conservazione dovrà sempre più confrontarsi con scelte selettive</strong>, basate su dati empirici. In un <a href="https://it.insideover.com/politica/mediterraneo-macron-costruisce-lasse-francia-grecia-cipro-litalia-non-sfida-la-turchia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mediterraneo</a> che continua a scaldarsi, le oasi climatiche rappresentano non tanto un’alternativa al cambiamento, quanto piuttosto una misura temporanea per gestirne le conseguenze, offrendo tempo prezioso per comprendere fino a che punto gli ecosistemi marini possano ancora adattarsi prima di superare punti di non ritorno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-mediterraneo-orientale-svela-un-rifugio-climatico-che-resiste-al-riscaldamento-globale.html">Il Mediterraneo orientale svela un rifugio climatico che resiste al riscaldamento globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Trans-Caspico, il gas che ridisegna l’Eurasia: tra ambizioni europee e nuovi equilibri post-russi</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/trans-caspico-il-gas-che-ridisegna-leurasia-tra-ambizioni-europee-e-nuovi-equilibri-post-russi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 05:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1176" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-1024x627.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-768x470.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-1536x941.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-600x368.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il Trans-Caspian Pipeline non è oggi una realtà industriale, ma nemmeno un’ipotesi marginale. Le ragioni della politica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/trans-caspico-il-gas-che-ridisegna-leurasia-tra-ambizioni-europee-e-nuovi-equilibri-post-russi.html">Trans-Caspico, il gas che ridisegna l’Eurasia: tra ambizioni europee e nuovi equilibri post-russi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1176" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-1024x627.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-768x470.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-1536x941.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026031909572177_cfdf88f65089db84661e5b0ad9467845-600x368.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per oltre trent’anni, il controllo delle <strong>infrastrutture energetiche</strong> ha rappresentato uno dei principali strumenti di influenza nello spazio post-sovietico. Le pipeline non sono mai state semplici opere ingegneristiche, ma <strong>leve geopolitiche</strong> capaci di determinare dipendenze, alleanze e gerarchie regionali. Oggi, con il progressivo <strong>phase-out del gas russo</strong> deciso dall’Unione Europea, questo equilibrio si sta incrinando, aprendo spazi a nuove direttrici di approvvigionamento.</p>



<p>L’idea di collegare il <strong>Turkmenistan</strong> all’Europa attraverso il Mar Caspio non è nuova, ma il contesto attuale la rende nuovamente centrale. <a href="https://www.gisreportsonline.com/r/trans-caspian-pipeline-momentum/">La combinazione tra la riduzione delle importazioni russe, il rafforzamento del ruolo dell’<strong>Azerbaigian</strong> e l’ambizione della <strong>T</strong>urchia di diventare hub energetico trasforma un vecchio progetto in una possibile <strong>architettura politica regionale</strong></a>. Tuttavia, più che un’infrastruttura già definita, il Trans-Caspian Pipeline rappresenta oggi una <strong>opzione strategica in evoluzione</strong>.</p>



<p><strong>Il corridoio meridionale: realtà e limiti</strong></p>



<p>A differenza del gasdotto trans-caspico, il <strong>Southern Gas Corridor</strong> è già operativo e costituisce la spina dorsale della connessione tra Caspio ed Europa. Negli ultimi anni ha aumentato la propria rilevanza, ma resta vincolato da <strong>capacità limitate</strong> e da una catena infrastrutturale che necessita di investimenti. Il vero nodo non è solo portare il gas fino all’Azerbaigian, ma garantire che l’intero sistema – dalla compressione al trasporto fino ai mercati finali – sia <strong>scalabile e sostenibile economicamente</strong>.</p>



<p><strong>Il ruolo del Turkmenistan tra Cina ed Europa</strong></p>



<p>Il <strong>Turkmenistan</strong> dispone di alcune delle più ampie riserve di gas al mondo, ma la sua proiezione geopolitica resta limitata dalla forte dipendenza dal mercato cinese. L’apertura verso Ovest non nasce da una crisi, bensì dalla volontà di <strong>diversificare i partner</strong>. I recenti flussi verso la Turchia tramite meccanismi di swap dimostrano che una volontà politica esiste, ma si tratta ancora di soluzioni <strong>transitorie e indirette</strong>, lontane da una piena integrazione nel mercato europeo.</p>



<p>Il quadro legale del Mar Caspio è oggi meno rigido rispetto al passato, ma non completamente risolto. Accordi bilaterali e standard ambientali restano condizioni necessarie per qualsiasi sviluppo. Ancora più rilevanti sono però i vincoli economici: senza <strong>contratti di lungo periodo</strong>, finanziamenti solidi e domanda stabile, il progetto rischia di restare una <strong>leva diplomatica più che industriale</strong>.</p>



<p><strong>La Turchia come snodo decisivo</strong></p>



<p>La <strong>T</strong>urchia emerge come attore chiave di questa trasformazione. Non solo punto di transito, ma potenziale <strong>centro di mediazione energetica</strong> tra Asia centrale ed Europa, Ankara rafforza il proprio peso strategico. Tuttavia, questa centralità implica anche una crescente dipendenza europea da un attore con relazioni complesse con Russia, Iran e Unione europea.</p>



<p>Nel migliore dei casi, il corridoio trans-caspico si svilupperà gradualmente, con piccoli volumi iniziali e una progressiva espansione, contribuendo a una maggiore <strong>resilienza energetica europea</strong>. Nel peggiore, resterà un progetto evocato ma mai realizzato, utile come strumento negoziale ma incapace di tradursi in una vera alternativa strutturale.</p>



<p><strong>Un’infrastruttura ancora politica</strong></p>



<p>Il Trans-Caspian Pipeline non è oggi una realtà industriale, ma nemmeno un’ipotesi marginale. È un progetto che vive in una fase intermedia, dove la <strong>convergenza politica</strong> supera ancora la concretezza economica. La vera posta in gioco non è solo una nuova pipeline, ma la costruzione di una <strong>rete post-russa di connessioni euroasiatiche</strong>, in cui energia, trasporti e geopolitica si fondono. Sarà il passaggio dalle intenzioni ai contratti a stabilire se questa trasformazione resterà incompiuta o segnerà davvero una nuova mappa del potere energetico.</p>
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		<title>Il volto nascosto dell’Antartide: una nuova mappa rivela montagne e zolfo sotto il ghiaccio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 13:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Antartide (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-1024x668.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Una nuova mappa descrive il suolo roccioso dell'Antartide: svelati canyon e montagne. Una svolta per prevedere l'innalzamento dei mari.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Antartide (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-1024x668.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/30502-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Fino a oggi la nostra comprensione del suolo roccioso che si trova sotto la calotta dell&#8217;Antartide era paradossalmente meno dettagliata della conoscenza che abbiamo della superficie di Marte o di altri pianeti del sistema solare, eppure questo &#8220;ventre&#8221; di ghiaccio nasconde <strong>i segreti fondamentali per il futuro climatico della Terra</strong>. <a href="https://www.livescience.com/planet-earth/new-map-of-antarctica-reveals-hidden-world-of-lakes-valleys-and-mountains-buried-beneath-miles-of-ice" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lo studio pubblicato sulla rivista Scienc</a>e rappresenta quindi un vero e proprio punto di svolta: un team internazionale di ricercatori ha presentato quella che viene considerata <strong>la mappa più completa e dettagliata mai realizzata del paesaggio subglaciale</strong>, superando i limiti dei precedenti rilievi radar che venivano effettuati lungo linee di indagine spesso distanti decine di chilometri tra loro e che lasciavano agli esperti il compito quasi impossibile di colmare i vuoti geografici attraverso delle stime.</p>



<p>Il professor <strong>Robert Bingham</strong> &#8211; glaciologo dell’Università di Edimburgo &#8211; ha spiegato come tale avanzamento permetta di osservare l&#8217;intero letto del continente in un unico colpo d&#8217;occhio: questo salto di qualità è di fatto paragonabile al passaggio da una vecchia fotocamera a pellicola sgranata a un&#8217;immagine digitale moderna ad alta risoluzione, un cambiamento che non è solo estetico ma che permette di individuare <strong>decine di migliaia di colline, creste e valli </strong>che fino a poco tempo fa erano completamente sconosciute ai sistemi di monitoraggio globale.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The map shows diverse geological features shaping Antarctic glaciers from below, which can improve climate models of ice melt. <a href="https://t.co/khrfMUIG1c">https://t.co/khrfMUIG1c</a></p>&mdash; Live Science (@LiveScience) <a href="https://twitter.com/LiveScience/status/2011876749924024628?ref_src=twsrc%5Etfw">January 15, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Le perturbazioni come strumento d&#8217;indagine</h2>



<p>La tecnologia che ha permesso di &#8220;vedere&#8221; attraverso oltre tre chilometri di ghiaccio solido non si basa su nuove trivellazioni fisiche ma sull&#8217;applicazione di una tecnica raffinata chiamata “<strong>analisi delle perturbazioni del flusso glaciale” (IFPA)</strong>, la quale interpreta le deformazioni della superficie per ricostruire gli ostacoli sottostanti.</p>



<p><strong>Helen Ockenden</strong> dell’Università di Grenoble-Alpes ha chiarito il concetto spiegando che il ghiaccio si comporta <strong>come l&#8217;acqua di un fiume che scorre sopra i sassi di un letto invisibile</strong> e, proprio come un kayakista, può rilevare la presenza di rocce osservando i gorghi e le increspature superficiali. Così gli scienziati hanno utilizzato <strong>i dati satellitari</strong> per decodificare come la velocità e la topografia della calotta esterna vengano modellate dal terreno roccioso sottostante.</p>



<p>Questo approccio ha permesso di individuare formazioni geologiche complesse che variano <strong>dai due ai trenta chilometri di dimensione</strong>, rivelando paesaggi che ricordano le valli alpine o le pianure erose del nord Europa ma che <a href="https://it.insideover.com/ambiente/trovato-in-antartide-il-ghiaccio-piu-antico-del-pianeta-ha-6-milioni-di-anni.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in Antartide</a> sono rimaste isolate per milioni di anni, agendo silenziosamente come i cardini principali che regolano il movimento dell’intera massa glaciale verso l’oceano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Il canale di Maud e le nuove strutture “a mesoscala”</h2>



<p>Uno dei reperti più importanti emersi da questa nuova analisi è <strong>un’imponente trincea scavata nel suolo roccioso</strong> all&#8217;interno di quella che i ricercatori chiamano <strong>la conca subglaciale di Maud</strong>, un canale profondo in media cinquanta metri, largo sei chilometri e lungo quasi quattrocento chilometri. Per dare un&#8217;idea della vastità di questa cicatrice nel terreno, gli scienziati hanno paragonato la sua superficie alla distanza che separa Londra da Newcastle, una struttura geologica enorme che influenza il deflusso del ghiaccio ma <strong>che era sfuggita ai precedenti rilevamenti aerei</strong> proprio a causa della sua posizione tra le vecchie rotte di volo.</p>



<p>La scoperta di queste caratteristiche <strong>&#8220;a mesoscala&#8221;</strong> è fondamentale: sono proprio queste creste e questi bacini a determinare <strong>la stabilità</strong> della calotta in quanto agiscono come freni naturali o come scivoli a seconda della loro pendenza e della loro forma, e avere oggi una mappa che le identifica con precisione millimetrica significa disporre di un progetto geologico <strong>fondamentale per capire come il ghiaccio si sposterà nel prossimo secolo</strong> sotto la pressione di <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-cambiamento-climatico-e-lombra-della-crisi-alimentare-globale.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un clima</a> che diventa ogni anno più caldo.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The landscape beneath Antarctica&#39;s icy surface revealed in unprecedented detail <a href="https://t.co/vA6B9Z7uKJ">https://t.co/vA6B9Z7uKJ</a></p>&mdash; BBC News (UK) (@BBCNews) <a href="https://twitter.com/BBCNews/status/2012153233184076227?ref_src=twsrc%5Etfw">January 16, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Il valore della nuova cartografia subglaciale</h2>



<p>In termini di rigore scientifico, l’importanza di questa mappa risiede nella sua capacità di <strong>ridurre drasticamente le incertezze nei modelli computerizzati</strong> che simulano il ritiro dei ghiacciai e il conseguente innalzamento globale del livello del mare, fornendo una base di dati reale che sostituisce le ipotesi teoriche utilizzate fino a oggi. <strong>Peter Fretwell</strong> del British Antarctic Survey ha evidenziato come questo prodotto permetta inoltre di colmare i gap tra i sondaggi a terra e quelli dallo spazio, offrendo una visione d’insieme che individua esattamente i <strong>settori dove la calotta è più vulnerabile</strong> a causa della conformazione del letto roccioso.</p>



<p>Nonostante restino ancora delle variabili invisibili &#8211; come l’effettiva scivolosità della roccia e la composizione esatta dei sedimenti &#8211; questo studio rappresenta <strong>una base fondamentale per le future proiezioni climatiche</strong>, poiché dimostra che la velocità di fusione non dipende esclusivamente dalla temperatura dell’aria o dell’acqua, ma è strettamente influenzata <strong>dalle asperità e dalle irregolarità del paesaggio sottostante.</strong></p>



<p>La possibilità di mappare con questa precisione le trincee e le montagne nascoste trasforma l&#8217;Antartide da una massa bianca e ignota <strong>in un sistema geologico comprensibile e misurabile</strong>, permettendo alla comunità scientifica internazionale di affinare le strategie di monitoraggio e di fornire proiezioni più affidabili su uno dei fenomeni naturali che più pesantemente condizioneranno l&#8217;assetto delle coste globali negli anni a venire.</p>
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		<title>Suoli contaminati e piogge “nere”: le conseguenze ambientali in Iran potrebbero essere devastanti</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/attacchi-impianti-petroliferi-iran-conseguenze-ambientali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 08:25:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1201" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-1024x641.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-768x480.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-1536x961.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-600x375.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I raid alle infrastrutture petrolifere iraniane non stanno producendo soltanto conseguenze militari ed economiche: secondo diversi analisti internazionali, i bombardamenti potrebbero aprire anche un fronte ambientale dagli effetti potenzialmente devastanti destinati a protrarsi nel tempo, con conseguenze per la salute pubblica e per gli ecosistemi della regione. Gli attacchi che hanno colpito diversi impianti energetici &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/attacchi-impianti-petroliferi-iran-conseguenze-ambientali.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/attacchi-impianti-petroliferi-iran-conseguenze-ambientali.html">Suoli contaminati e piogge “nere”: le conseguenze ambientali in Iran potrebbero essere devastanti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1201" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-1024x641.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-768x480.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-1536x961.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_20260307142136125_489aed2894933e4bfdf05af7f7a6a1c9-600x375.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I raid alle infrastrutture petrolifere iraniane non stanno producendo soltanto conseguenze militari ed economiche: <a href="https://www.theguardian.com/world/2026/mar/10/bombing-of-irans-oil-infrastructure-to-have-major-environmental-fallout-experts-warn" target="_blank" rel="noreferrer noopener">secondo diversi analisti internazionali</a>, i bombardamenti potrebbero aprire anche <strong>un fronte ambientale dagli effetti potenzialmente devastanti</strong> destinati a protrarsi nel tempo, con conseguenze per la salute pubblica e per gli ecosistemi della regione. Gli attacchi che hanno colpito diversi impianti energetici nei pressi di <strong>Teheran</strong> &#8211; tra cui il deposito petrolifero di Shahran e il sito di stoccaggio di Shahr-e Rey &#8211; hanno innescato <strong>incendi di grandi dimensioni </strong>che per giorni hanno continuato a bruciare. Le immagini diffuse nelle ore successive mostrano <strong>dense colonne di fumo nero</strong> che si alzano sopra la capitale iraniana, prova della combustione di petrolio e carburanti industriali.</p>



<p>Colpire infrastrutture energetiche significa inevitabilmente liberare nell’ambiente grandi quantità di sostanze nocive e inquinanti, ma non si tratta esclusivamente di un effetto collaterale della guerra: quando raffinerie, depositi e serbatoi vengono distrutti, il petrolio e i suoi derivati possono disperdersi nell’aria e nel territorio circostante, creando una miscela complessa di composti chimici potenzialmente pericolosi e altamente tossici. <strong>L’Organizzazione Mondiale della Sanità</strong> ha segnalato che danni di questo tipo alle strutture petrolifere possono contaminare <strong>aria, acqua e catene alimentari</strong>, con rischi particolarmente elevati per le fasce più vulnerabili della popolazione come bambini, anziani e persone con malattie respiratorie.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Footage shows a massive fire raging at the Shahran oil depot on the outskirts of northern Tehran after an Israeli attack late Saturday. The Israeli military says it struck fuel storage and related sites it alleges are linked to the Iranian armed forces. <a href="https://t.co/VvlWiUjGTT">pic.twitter.com/VvlWiUjGTT</a></p>&mdash; Al Jazeera Breaking News (@AJENews) <a href="https://twitter.com/AJENews/status/2030424830768455689?ref_src=twsrc%5Etfw">March 7, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">La nube tossica sulla capitale iraniana</h2>



<p>Le conseguenze più immediate si stanno manifestando proprio a <a href="https://it.insideover.com/le-newsletter-di-insideover/cosa-cambia-a-teheran-con-la-nuova-repubblica-dinastica.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Teheran</a>. Dopo i bombardamenti, le autorità iraniane hanno invitato i residenti a <strong>restare nelle proprie abitazioni</strong> a causa delle sostanze chimiche rilasciate nell’atmosfera dagli incendi: secondo i ricercatori che studiano l’impatto atmosferico degli incendi petroliferi, l’esplosione di depositi di combustibili fossili libera una combinazione di <strong>fuliggine, particolato fine, idrocarburi e composti contenenti zolfo e azoto</strong> e proprio queste sostanze possono diffondersi rapidamente nell’aria, reagendo con le condizioni meteorologiche.</p>



<p>Nel caso di Teheran, una perturbazione atmosferica che stava attraversando l’Iran ha creato le condizioni per un fenomeno osservato in alcune zone della città: <strong>precipitazioni scure, soprannominate “pioggia nera”</strong>. Secondo il ricercatore <strong>Akshay Deoras</strong> dell’Università di Reading, questo tipo di pioggia può formarsi quando fuliggine e particelle di petrolio si mescolano con le nuvole e cadono al suolo insieme alle precipitazioni. Dal punto di vista della chimica atmosferica, gli incendi petroliferi producono <strong>ossidi di zolfo e azoto</strong> che, dissolvendosi nell’acqua, <a href="https://www.aljazeera.com/features/2026/3/9/israeli-attacks-on-iran-fuel-sites-aim-to-break-resilience-of" target="_blank" rel="noreferrer noopener">possono generare piogge acide</a>, i cui effetti immediati per la popolazione possono includere irritazioni agli occhi e alla pelle, mal di testa e difficoltà respiratorie, soprattutto per chi soffre di asma o altre patologie polmonari.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Tehran shrouded in toxic cloud after US-Israeli strikes on oil depots • FRANCE 24 English" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/RNMGKxrTyeY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_RNMGKxrTyeY");</script>
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<h2 class="wp-block-heading">Il rischio di contaminazione a lungo termine</h2>



<p>Ma gli effetti più preoccupanti potrebbero manifestarsi nel medio e lungo periodo: quando le infrastrutture petrolifere vengono distrutte, il petrolio non brucia completamente, ma una parte può <strong>percolare nel terreno o disperdersi nell’ambiente</strong>. Il greggio, infatti, contiene numerosi elementi chimici, tra cui composti aromatici e metalli che possono accumularsi nel suolo e nelle acque. Secondo diversi chimici, tra le sostanze rilasciate durante incendi di questo tipo vi sono composti in grado di interagire con il DNA<strong> </strong>e associati a <strong>un aumento del rischio di tumori </strong>in caso di esposizione prolungata.</p>



<p>Inoltre, una volta distrutti i sistemi di contenimento – serbatoi, tubature e infrastrutture di sicurezza – il petrolio può diffondersi nel territorio circostante. Questo aumenta la probabilità che gli inquinanti raggiungano <strong>falde idriche, terreni agricoli e corsi d’acqua</strong>, creando problemi ambientali che potrebbero durare anni. Le autorità sanitarie iraniane hanno già denunciato i primi segnali di <strong>contaminazione nei suoli e nelle risorse idriche</strong> nelle aree vicine agli impianti colpiti, anche se la reale portata dell’impatto resta ancora difficile da valutare.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Un conflitto sempre più difficile da monitorare</h2>



<p>Il problema &#8211; spiegano diversi osservatori internazionali &#8211; è che <strong>la guerra rende estremamente complicato valutare con precisione i danni ambientali</strong> e per questa ragione, le organizzazioni che monitorano l’impatto ecologico dei conflitti ammettono di avere solo una visione parziale della situazione. Secondo il <strong>Conflict and Environment Observatory</strong> &#8211; organismo che studia gli effetti ambientali delle guerre &#8211; sono già stati registrati <strong>centinaia di episodi potenzialmente dannosi </strong>per l’ambiente in diverse aree della regione.</p>



<p><strong>Il numero reale potrebbe però essere molto più alto</strong>: le restrizioni alle comunicazioni, la difficoltà di ottenere immagini satellitari aggiornate e l’accesso limitato alle aree colpite rendono complicato ricostruire il quadro completo. Inoltre, con l’evoluzione del conflitto, <a href="https://it.insideover.com/guerra/bombe-su-teheran-le-prime-reazioni-internazionali.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gli attacchi</a> stanno coinvolgendo sempre più spesso <strong>infrastrutture civili e industriali</strong>, comprese quelle energetiche. Questo significa che, accanto alle conseguenze militari ed economiche, si sta progressivamente ampliando anche la dimensione ambientale dello scontro.</p>



<p>Ricostruire l’impronta ecologica di questa guerra potrebbe richiedere anni, ma una cosa appare già chiara agli analisti: quando i combattimenti colpiscono il cuore energetico di un Paese, <strong>gli effetti non restano confinati al campo di battaglia</strong>, ma si estendono all’ambiente, alla salute pubblica e agli equilibri regionali, con conseguenze potenzialmente drammatiche che difficilmente potranno essere mitigate nel tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/attacchi-impianti-petroliferi-iran-conseguenze-ambientali.html">Suoli contaminati e piogge “nere”: le conseguenze ambientali in Iran potrebbero essere devastanti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Criminalità cinese in America Latina: risorse depredate, ambiente distrutto, sovranità sotto stress</title>
		<link>https://it.insideover.com/criminalita/criminalita-cinese-in-america-latina-risorse-depredate-ambiente-distrutto-sovranita-sotto-stress.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 11:34:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[America Latina]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia cinese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1960" height="1470" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="America Latina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina.jpg 1960w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1960px) 100vw, 1960px" /></p>
<p> Dal mare alle miniere, dal riciclaggio al traffico di persone: un problema economico che diventa dossier strategico. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1960" height="1470" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="America Latina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina.jpg 1960w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/america-latina-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1960px) 100vw, 1960px" /></p>
<p>Dal mare alle miniere, dal riciclaggio al traffico di persone: un problema economico che diventa dossier strategico. In America Latina si sta consolidando una realtà che non riguarda soltanto la cronaca nera: <strong>reti criminali di matrice cinese operano come ingranaggi di un’economia parallela</strong> che ruba risorse, avvelena ecosistemi e sfrutta le fragilità istituzionali. Il punto chiave <strong>è la convergenza tra globalizzazione commerciale, porosità dei controlli e capacità delle reti di muoversi tra legalità e illegalità,</strong> usando il commercio come copertura e le comunità chiuse come scudo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il mare come una miniera</h2>



<p><a href="https://it.insideover.com/guerra/pescherecci-cinesi-nelle-acque-dellecuador-quito-invia-lesercito.html">La pesca illegale</a>, non dichiarata e non regolamentata, è il primo fronte. La sottrazione di risorse ittiche viene stimata in circa 2,3 miliardi di dollari l’anno: una cifra che non fotografa solo il pescato rubato, ma anche il danno a catena su lavoro, prezzi alimentari, stabilità sociale delle comunità costiere.</p>



<p>Le flotte d’altura, spesso accusate di spegnere i sistemi di identificazione automatica e di sconfinare nelle zone economiche esclusive o in aree protette, <strong>trasformano il mare in un territorio senza legge.</strong> Sul piano economico questo significa meno entrate fiscali, più economia informale e crescente dipendenza da importazioni di prodotti ittici. Sul piano politico significa delegittimazione dello Stato, percepito come incapace di difendere la propria ricchezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Miniere illegali: dal rifornimento all’acquisto</h2>



<p>Il secondo fronte è l’estrazione illegale, soprattutto di oro. Qui non conta solo chi scava, ma chi compra, distribuisce strumenti, rifornisce i campi, garantisce trasporti e sbocchi sui mercati. È la filiera che rende “sostenibile” l’illegalità. <strong>Il costo reale si misura in deforestazione, contaminazione da mercurio, distruzione di bacini idrici</strong> e aumento di malattie nelle popolazioni locali. Lo scenario economico è chiaro: territori impoveriti, investimenti leciti scoraggiati, assicurazioni più care, infrastrutture esposte a corruzione e sabotaggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Legname e fauna: la biodiversità come merce</h2>



<p>Il traffico di legname raro non è un reato “ambientale” separato dal resto: apre piste, crea corridoi logistici, alimenta corruzione e spesso si intreccia con altre attività clandestine. Alcuni casi citati in sede statunitense richiamano espulsioni di imprese implicate in esportazioni illegali e scandali locali che mostrano quanto il fenomeno sappia penetrare nelle amministrazioni. Lo stesso vale per il traffico di fauna e flora: domanda di pelli, pinne, specie protette e prodotti esotici che trasforma la biodiversità in catalogo criminale. <strong>Geoeconomicamente è un drenaggio irreversibile di capitale naturale</strong>: un Paese può ricostruire un ponte, non una specie estinta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Precursori chimici e droghe sintetiche</h2>



<p>Un passaggio decisivo riguarda i precursori chimici necessari alla produzione di droghe sintetiche, incluso il fentanil. Se i precursori circolano con facilità, la produzione si adatta, si sposta, rinasce. Qui l’impatto economico diventa sanitario e sociale: spesa pubblica, perdita di produttività, pressione sulle forze dell’ordine. È anche una leva strategica: non serve controllare un territorio se si controllano i componenti che alimentano l’intera catena.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Riciclaggio: il denaro che “vola” e non lascia impronte</h2>



<p><strong>La finanza è il moltiplicatore.</strong> Viene descritto un meccanismo di riciclaggio noto come “denaro volante”: contante di gruppi criminali consegnato negli Stati Uniti a reti cinesi, poi compensato con crediti in valuta cinese e chiuso attraverso scambi commerciali. In pratica, il denaro non attraversa confini: li aggira. È una sfida per dogane, banche, unità antiriciclaggio, perché mescola transazioni lecite e illecite con una velocità superiore ai tempi della burocrazia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Traffico di persone: rotte, debiti e infiltrazioni</h2>



<p>Sul traffico e favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, le reti possono appoggiarsi a comunità chiuse e a sistemi di debito che vincolano i migranti lungo la rotta. La testimonianza ricorda un episodio storico del 1993, con 286 migranti cinesi arrivati a Queens, a New York, e segnala che <strong>nel 2024 oltre 30.000 cittadini cinesi sarebbero stati intercettati al confine meridionale degli Stati Uniti. </strong>Il dato apre una domanda strategica: anche senza trasformare automaticamente criminalità e Stato in un unico attore, l’esistenza di reti logistiche stabili può creare opportunità di infiltrazione e di pressione in uno scenario di competizione tra potenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Valutazione militare-strategica</h2>



<p><strong>La risposta non è solo repressiva: è organizzativa. </strong>Servono controllo del dominio marittimo, capacità di pattugliamento e ispezione portuale, condivisione di informazioni tra Paesi, e soprattutto intelligence finanziaria per seguire i flussi. La dimensione militare, in senso stretto, entra quando la protezione delle risorse e delle rotte diventa parte della sicurezza nazionale: guardie costiere, radar, satelliti, droni di sorveglianza, ma anche unità investigative specializzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La sovranità come terreno di competizione</h2>



<p>Il quadro geopolitico è doppio. Da un lato, le reti criminali sfruttano l’espansione dei commerci e delle comunità diasporiche. Dall’altro, cresce l’interesse di Pechino per cooperazioni di polizia e sicurezza nella regione: un canale che può essere legittimo, ma che richiede trasparenza perché la sicurezza è sempre anche influenza. Per Washington si profila una linea d’azione pragmatica: <strong>cooperare con l’America Latina su un terreno dove l’interesse è comune </strong>— difendere sovranità, risorse, ambiente e legalità — evitando toni paternalistici e trasformando una minaccia condivisa in un vantaggio reciproco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/criminalita-cinese-in-america-latina-risorse-depredate-ambiente-distrutto-sovranita-sotto-stress.html">Criminalità cinese in America Latina: risorse depredate, ambiente distrutto, sovranità sotto stress</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Nel Mar di Groenlandia idrati di gas ultra-profondi svelano un ecosistema finora sconosciuto</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/nel-mar-di-groenlandia-idrati-di-gas-ultra-profondi-svelano-un-ecosistema-finora-sconosciuto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 13:06:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Freya Hydrate Mounts (Nature Communications)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Mar di Groenlandia svela un ecosistema sconosciuto legato a idrati di gas, con implicazioni per clima, biodiversità e governance artica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/nel-mar-di-groenlandia-idrati-di-gas-ultra-profondi-svelano-un-ecosistema-finora-sconosciuto.html">Nel Mar di Groenlandia idrati di gas ultra-profondi svelano un ecosistema finora sconosciuto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Freya Hydrate Mounts (Nature Communications)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/deepest-gas-hydrate-co-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli abissi del <strong>Mar di Groenlandia</strong>, a una profondità che supera i <strong>3.600 metri</strong>, una spedizione scientifica internazionale ha portato alla luce <a href="https://www.sciencealert.com/worlds-deepest-gas-hydrate-discovered-teeming-with-life-off-greenland" target="_blank" rel="noreferrer noopener">uno degli ambienti più estremi mai osservati sul fondo oceanico</a>. Durante la missione <strong>Ocean Census Arctic Deep – EXTREME24</strong>, guidata dall’Università Artica della Norvegia, i ricercatori hanno individuato i cosiddetti <a href="https://www.spacedaily.com/reports/Deep_Arctic_gas_hydrate_mounds_host_ultra_deep_cold_seep_ecosystem_999.html">Freya Hydrate Mounds</a> lungo la dorsale di <strong>Molloy</strong>: strutture sottomarine caratterizzate dalla presenza di idrati di gas, metano e petrolio greggio che filtrano dal sottosuolo.</p>



<p>La scoperta stabilisce <strong>un nuovo record di profondità</strong> per le infiltrazioni fredde di idrato di gas e amplia di circa 1.800 metri il limite finora noto per questo tipo di sistemi. Si tratta di un risultato che costringe la comunità scientifica <strong>a rivedere le mappe della distribuzione degli idrati</strong> nei bacini polari, finora ritenuti confinati a profondità molto più contenute. L’area individuata non è solo un’anomalia geologica, ma un ambiente strutturato, dinamico e sorprendentemente attivo, che suggerisce come il fondo oceanico artico custodisca ancora una parte rilevante della sua complessità <strong>nascosta sotto chilometri d’acqua.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">An oasis in the dark.<a href="https://t.co/P6xoJGm45l">https://t.co/P6xoJGm45l</a></p>&mdash; ScienceAlert (@ScienceAlert) <a href="https://twitter.com/ScienceAlert/status/2005489542682251288?ref_src=twsrc%5Etfw">December 29, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Un ecosistema alimentato dal carbonio profondo</h2>



<p>Le immagini ad alta risoluzione raccolte dai veicoli a comando remoto hanno mostrato che i tumuli di Freya non sono semplici depositi inerti, ma ospitano <strong>un ecosistema ricco e organizzato</strong>: attorno agli affioramenti di idrato di gas e alle fuoriuscite di metano si sviluppano comunità biologiche che traggono energia non dalla luce solare &#8211; assente a queste profondità &#8211; ma <strong>dai processi chimici legati agli idrocarburi</strong>. Vermi tubicoli, crostacei, molluschi e altri invertebrati popolano il fondale sfruttando la produzione primaria di batteri chemiosintetici, capaci di convertire metano e solfuri in energia biologica.</p>



<p>L’analisi faunistica – <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-025-67165-x" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pubblicata su Nature Communications</a> &#8211; &nbsp;ha evidenziato una sorprendente somiglianza tra queste comunità e quelle osservate <strong>in prossimità delle sorgenti idrotermali artiche</strong>, suggerendo una possibile connettività ecologica tra ambienti apparentemente distanti ma accomunati da flussi di energia chimica. In questo senso, i tumuli di Freya appaiono come vere e proprie <strong>“isole biologiche”</strong> nel mare profondo, in grado di sostenere biodiversità anche in condizioni estreme. La loro esistenza rafforza l’idea che il profondo Artico non sia un deserto biologico, ma <strong>un mosaico di habitat specializzati</strong> che contribuiscono enormemente alla biodiversità globale degli oceani.</p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Scientists Discover Life 3.5 km Beneath Arctic Ice" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/ymdDNWVbt8k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_ymdDNWVbt8k");</script>
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<h2 class="wp-block-heading">Idrati, metano e instabilità: un sistema in evoluzione</h2>



<p>Dal punto di vista geologico, i Freya Hydrate Mounds mostrano un comportamento tutt’altro che statico: le osservazioni rivelano tumuli in diversi stadi di crescita, collasso e rielaborazione, segno che <strong>il sistema evolve attraverso cicli di formazione e dissociazione degli idrati di gas</strong>. Le fratture nei sedimenti e i cedimenti strutturali indicano che la galleggiabilità dei composti e le variazioni di pressione e temperatura giocano un ruolo determinante nella loro stabilità. Particolarmente importante è l’osservazione di <strong>pennacchi di metano</strong> che si estendono per oltre 3.300 metri nella colonna d’acqua, <strong>tra i più alti mai documentati</strong>.</p>



<p>Le analisi geochimiche suggeriscono che il gas e il petrolio greggio provengano da sedimenti del Miocene, risalenti a un’epoca in cui la Groenlandia presentava un clima molto più caldo e ricco di vegetazione: questo dato collega i processi attuali del fondo oceanico <strong>a una storia geologica profonda</strong>, evidenziando come antichi depositi di carbonio continuino a influenzare i cicli biogeochimici odierni. Comprendere il comportamento di questi sistemi è fondamentale anche in relazione <a href="https://it.insideover.com/reportage/ambiente/cosi-i-cambiamenti-climatici-mettono-in-crisi-lhimalaya.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">al cambiamento climatico</a>, poiché gli idrati rappresentano <strong>una delle maggiori riserve di metano del pianeta</strong>, un gas serra con un potenziale di riscaldamento elevato.</p>



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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Perché Freya conta oltre la ricerca</h2>



<p>La scoperta dei Freya Hydrate Mounds avviene mentre <a href="https://it.insideover.com/ambiente/artico-conteso-il-nuovo-fronte-della-competizione-tra-russia-cina-e-nato-tra-i-ghiacci-che-arretrano.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’Artico</a> è sempre più osservato a livello internazionale per le sue implicazioni climatiche, economiche e strategiche. Gli ambienti ultra-profondi, un tempo considerati inaccessibili, stanno entrando nel radar di governi e industrie interessati alle risorse dei fondali marini. In questo contesto, la presenza di <strong>ecosistemi complessi e vulnerabili a profondità record</strong> implica una riflessione necessaria sul bisogno di protezione e gestione responsabile.</p>



<p>I ricercatori sottolineano l’importanza di studi dettagliati e di programmi di monitoraggio a lungo termine per valutare l’impatto di eventuali attività estrattive e per comprendere come questi sistemi possano rispondere a variazioni ambientali e climatiche. Freya rappresenta quindi <strong>un laboratorio naturale unico </strong>per studiare l’interazione tra geologia profonda, ciclo del carbonio e biodiversità in un’area fondamentale del pianeta.</p>



<p>Più in generale, la scoperta contribuisce <strong>a ridefinire la percezione del profondo Artico</strong>, non solo come riserva potenziale di risorse, ma come patrimonio ecologico e scientifico di enorme valore. La sfida, ora, sarà integrare questa nuova conoscenza nei processi decisionali, affinché l’esplorazione dell’Artico non avvenga a scapito di ecosistemi che, pur nascosti nelle profondità, giocano un ruolo determinante <strong>nell’equilibrio del sistema Terra.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/nel-mar-di-groenlandia-idrati-di-gas-ultra-profondi-svelano-un-ecosistema-finora-sconosciuto.html">Nel Mar di Groenlandia idrati di gas ultra-profondi svelano un ecosistema finora sconosciuto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il GEF approva il programma per ridurre l’inquinamento da mercurio in Liberia</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/liberia-progetto-planetgold-riduzione-mercurio-estrazione-oro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 05:40:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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<p>La Liberia entra nel programma planetGOLD con fondi GEF e Banca africana di sviluppo per ridurre il mercurio nell’estrazione dell’oro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1298" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-300x203.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-1024x692.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-768x519.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-1536x1038.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-2048x1384.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>La Liberia</strong> ha ottenuto l’approvazione dal <strong>Global Environment Facility (GEF)</strong> per un progetto trasformativo finalizzato <a href="https://www.afdb.org/en/news-and-events/press-releases/liberia-secures-gef-approval-landmark-mercury-reduction-project-gold-mining-sector-backed-african-development-bank-group-89742" target="_blank" rel="noreferrer noopener">a ridurre drasticamente l’inquinamento da mercurio</a> nel settore <strong>dell’estrazione artigianale e su piccola scala dell’oro</strong> (ASGM). L’iniziativa &#8211; sviluppata dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) della Liberia e sostenuta dal Gruppo della Banca africana di sviluppo &#8211; combina <strong>7,67 milioni di dollari</strong> di finanziamenti GEF con <strong>24,57 milioni di dollari </strong>di cofinanziamento indicativo da parte della banca multilaterale. L’obiettivo è costruire un settore aurifero più sicuro, più pulito e più sostenibile, intervenendo su <strong>una delle principali fonti di inquinamento ambientale</strong> e rischio sanitario del Paese.</p>



<p>Il progetto rappresenta l’ingresso ufficiale della Liberia nel programma <strong>planetGOLD</strong>, un’iniziativa globale sostenuta dal GEF che ha già assistito oltre venti Paesi <strong>nella riduzione dell’uso del mercurio nell’estrazione dell’oro</strong>, migliorando al contempo la salute ambientale e le condizioni di vita delle comunità minerarie. L’approccio di planetGOLD si fonda sul rafforzamento dei quadri normativi e politici, sull’espansione dell’inclusione finanziaria, sulla promozione di tecnologie prive di mercurio e <strong>sulla creazione di partnership tra governi, comunità locali e settore privato</strong>. In Liberia, questi elementi vengono integrati in un programma che punta a trasformare strutturalmente un comparto essenziale dell’economia informale.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Tra governance mineraria e sviluppo sostenibile</h2>



<p>L’iniziativa fa parte del piano sostegno di lungo periodo fornito dalla Banca africana di sviluppo alle riforme di governance e alla mobilitazione delle entrate interne nel settore minerario liberiano. Secondo <strong>Anthony Nyong</strong> &#8211; direttore del gruppo bancario per <a href="https://it.insideover.com/ambiente/cop30-la-lotta-al-cambiamento-climatico-nel-mondo-della-competizione-senza-limiti.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il cambiamento climatico</a> e la crescita verde &#8211; il progetto rappresenta un esempio concreto di come le basi istituzionali costruite negli anni possano essere ampliate <strong>in una trasformazione ambientale e socio-economica su larga scala</strong>. Il caso liberiano dimostra &#8211; nelle parole di Nyon &#8211; che <strong>sviluppo economico e tutela dell’ambiente possono avanzare insieme</strong>, rafforzandosi a vicenda.</p>



<p>Anche il Global Environment Facility ha sottolineato il valore strategico dell’iniziativa: il CEO e presidente del GEF, <strong>Carlos Manuel Rodríguez</strong>, ha definito l’approvazione del progetto una tappa determinante negli sforzi globali per ridurre l’inquinamento da mercurio. Combinando riforme politiche, adozione tecnologica e coinvolgimento delle comunità, la Liberia viene indicata <strong>come un potenziale modello di transizione</strong> verso un settore dell’estrazione aurifera più pulito e sicuro. Un messaggio ribadito anche da <strong>Emmanuel K. Urey Yarkpawolo</strong> &#8211; direttore esecutivo dell’EPA della Liberia &#8211; che ha evidenziato come il progetto contribuirà a proteggere i minatori, salvaguardare fiumi e foreste e promuovere un settore dell’oro <strong>capace di bilanciare crescita economica e protezione ambientale.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Mercurio, salute e ambiente: una sfida strutturale</h2>



<p>La contaminazione da mercurio legata <a href="https://it.insideover.com/economia/scoperta-gigantesco-giacimento-oro-cina-dadonggou.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">all’estrazione dell’oro</a> rappresenta <strong>una pericolosa minaccia </strong>per la salute umana, le risorse idriche, il suolo e gli ecosistemi della Liberia. L’uso diffuso del mercurio nell’estrazione artigianale &#8211; spesso in contesti informali e privi di controlli &#8211; ha contribuito nel tempo alla deforestazione, alla perdita di biodiversità e a una persistente instabilità economica. <strong>Molti minatori operano al di fuori dei mercati formali</strong>, con un accesso limitato a tecnologie sicure, finanziamenti e pratiche sostenibili.</p>



<p>Il progetto approvato dal GEF affronta questi problemi alla radice, fissando obiettivi ambientali e sociali misurabili: nell’arco di cinque anni, <strong>l’iniziativa punta a ridurre l’uso di mercurio di 50 tonnellate</strong>, a ripristinare 10.000 ettari di terreno degradato e a evitare l’emissione di 148.000 tonnellate di CO₂. Parallelamente, <strong>intende migliorare le condizioni di lavoro e i mezzi di sussistenza</strong> di circa 20.000 persone &#8211; di cui 12.000 donne &#8211; rafforzando la dimensione inclusiva del progetto. Attraverso la formalizzazione delle attività minerarie, l’accesso alla finanza e l’introduzione di tecnologie pulite, la Liberia potrà inoltre rispettare gli impegni assunti nell’ambito della <strong>Convenzione di Minamata</strong> sul mercurio.</p>



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https://twitter.com/Mining_Review/status/2001624974105403475
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<h2 class="wp-block-heading">planetGOLD e la filiera aurifera senza mercurio</h2>



<p><a href="https://news.fundsforngos.org/2025/12/17/african-development-bank-backs-liberias-landmark-mercury-reduction-project-in-gold-sector/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Come partner dell’iniziativa planetGOLD</a>, la Liberia beneficerà di una rete di collaborazione regionale e globale che include apprendimento tra pari e accesso a pratiche innovative già testate in altri Paesi sostenuti dal GEF. Questo approccio <strong>rafforza la scalabilità e la sostenibilità degli sforzi nazionali</strong>, contribuendo al contempo ad accelerare i progressi verso catene di approvvigionamento dell’oro prive di mercurio. Il progetto risulta dunque pienamente allineato agli impegni della Liberia sul tema e rappresenta un passo fondamentale verso <strong>un settore aurifero responsabile</strong> dal punto di vista ambientale ed economicamente inclusivo.</p>



<p>In questo scenario, la dimensione internazionale dell’iniziativa assume un ruolo centrale, poiché consente alla Liberia <strong>di integrare le proprie politiche nazionali in un contesto di cooperazione multilaterale</strong> già collaudato. L’accesso alle esperienze maturate da altri Paesi partecipanti a planetGOLD rafforza la capacità istituzionale e tecnica del Paese, riducendo i rischi di frammentazione degli interventi. Allo stesso tempo, il progetto <strong>contribuisce agli obiettivi internazionali di riduzione dell’inquinamento da mercurio</strong>, dimostrando come le strategie locali possano avere un impatto diretto sulle grandi sfide ambientali globali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/liberia-progetto-planetgold-riduzione-mercurio-estrazione-oro.html">Il GEF approva il programma per ridurre l’inquinamento da mercurio in Liberia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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