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Le tensioni nello Yemen stanno stravolgendo le tradizionali rotte internazionali della navigazione. Il passaggio dal Mar Rosso, per risalire verso il Canale di Suez e verso il Mediterraneo, da circa diciotto mesi non è più considerato sicuro per via degli attacchi degli Houthi contro le navi occidentali. Il “collo di bottiglia” dello Stretto di Bab El Mandeb dunque, non è più consigliato. Le navi così sono, al momento, costrette a fare il giro largo dal Sudafrica per risalire verso l’Europa. Una rotta costosa e dispendiosa, responsabile in parte anche dell’aumento dei prezzi. Ma in Medio Oriente si sta lavorando a una nuova rotta, con il Golfo Persico come area di riferimento e l’Iraq come terminale privilegiato.

Il perno del progetto: il porto di Al Faw

A Baghdad a questa prospettiva credono molto. Nel 2023 il Governo ha anche dato un nome a uno specifico progetto volto a collegare il Paese con la Turchia: “Nuova via dello sviluppo”, è questo il nome del programma che tende un po’ a prendere riferimento dalla nuova Via della Seta cinese. Tutto ruota attorno a un piccolo lembo di terra, un vero e proprio corridoio, compreso tra la foce dello Shatt Al Arab e il Kuwait. L’area è quella di Al Faw e qui, da diversi anni, ogni giorno è possibile incontrare quasi unicamente operai a lavoro. Si sta cercando infatti di ultimare il maxi cantiere del nuovo grande porto di Al Faw capace, almeno secondo i dati forniti da Baghdad, di movimentare quattro milioni di Teu entro il 2028.

Lo scalo è destinato quindi a sostituire quello più modesto di Umm Qasr, l’unico finora del Paese, e a diventare riferimento per le merci in transito nel Golfo Persico e non solo. Le opere stanno procedendo e vedono la significativa presenza anche di imprese italiane. Roma è stata anche impegnata nella formazione dei futuri manager dello scalo.

Gli investimenti per portare le merci in Turchia

Al Faw è il principale terminale, ma l’Iraq tutto attorno deve costruire infrastrutture tali da garantire l’effettiva utilità del nuovo grande porto. È proprio per questo che Baghdad, per la nuova via dello sviluppo, ha messo sul piatto oltre 17 miliardi di dollari. L’obiettivo è creare un corridoio da Al Faw al confine con la Turchia. Si tratta di 1.200 km che devono essere coperti con l’alta velocità ferroviaria.

Il progetto prevede, non a caso, la costruzione di una nuova linea ferrata che grossomodo cammini in parallelo con le attuali autostrade irachene e attraversi Bassora, Nassiriya, Najaf, Baghdad e Mosul prima di giungere a Faysh Khabur, ultima località irachena prima dell’ingresso in Turchia. Qui poi, la nuova ferrovia si congiungerebbe con le linee turche per far poi approdare le merci in Europa. Al Faw, in tal modo, diventerebbe attrattivo per tutte le navi che cercano rotte alternative a Suez.

I vantaggi rispetto alla rotta di Suez

I miliardi pronti a essere investiti per il progetto, non sono soltanto iracheni. Anche Ankara, come prevedibile, è interessata e sta intervenendo con fondi pubblici e privati. La Turchia negli anni è già riuscita a diventare hub europeo del gas, adesso aspira e esserlo anche sotto il profilo commerciale e il progetto iracheno farebbe il caso del Paese anatolico. Ma di mezzo ci sono fondi del Qatar, degli Emirati Arabi Uniti e di altri Governi dell’area. Il perché è presto detto: gas e petrolio, grazie al terminal di Al Faw, potrebbero raggiungere i mercati del Vecchio Continente quasi esclusivamente via terra.

Il nuovo corridoio iracheno, in poche parole, non diventerebbe soltanto un’alternativa provvisoria a Suez. Al contrario, verrebbe visto come via più semplice per raggiungere l’Europa e il resto dell’Asia. Il discorso vale anche per la stessa Cina, le cui navi impiegherebbero meno giorni di navigazione (e quindi meno soldi) per arrivare ad Al Faw e, da qui, le merci proseguirebbero poi via terra. Per ultimare il progetto, il Governo di Baghdad stima comunque ancora molti anni di lavoro: il porto è quasi terminato, ma sulla ferrovia se tutto va bene le opere inizieranno entro il 2025. Inoltre, occorrerà anche lavorare sul fronte turco ed europeo, potenziando le attuali vie ferroviarie tra l’Anatolia, la Grecia e i Balcani. La via alternativa a Suez è dunque stata scovata, ma anche in Iraq non si fanno illusioni: vedrà la luce non prima dei prossimi venti anni.

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