ll cambiamento climatico è una delle sfide più urgenti del nostro tempo. Gli scienziati convengono sul fatto che la maggiore frequenza di inondazioni, uragani, siccità prolungata e altri fenomeni meteorologici estremi siano conseguenza di azioni umane che hanno ignorato la vulnerabilità del nostro ecosistema globale. In base alla letteratura scientifica disponibile, l’evoluzione del trend climatico ha preso avvio nel periodo post-industriale, durante il quale si è verificato l’exploit delle produzioni fossili e l’incremento termico dell’atmosfera, determinante nel far precipitare la situazione ai livelli osservati attualmente. La consapevolezza, seppur tardiva, del fattore antropico quale causa prima dei cambiamenti in atto ha determinato l’evolversi del concetto di sostenibilità, che negli ultimi decenni ha assunto un’importanza crescente nella popolazione. Ancora oggi, tuttavia, questa presa di coscienza non si è tradotta in azioni concrete da parte dei decisori politici.
Tra i molteplici aspetti della sostenibilità, la sicurezza alimentare ha una correlazione dimostrata con i fattori climatici. Gli eventi anomali incidono infatti sulla produzione, trasformazione e distribuzione alimentare, rendendo sempre più difficile la disponibilità di cibo e acqua per ampie fasce di popolazione. Per quanto riguarda la regione del Mediterraneo, secondo il report IPCC (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) pubblicato nel 2022, questa estensione territoriale si è riscaldata e continuerà a riscaldarsi più della media globale. L’effetto combinato di incremento termico e diminuzione delle piogge causerà maggiore aridità del suolo in alcune regioni mentre in altre aumenterà la frequenza di precipitazioni estreme. La gravità di tali fenomeni è direttamente correlata all’intensità del riscaldamento: più aumenta la temperatura media del pianeta più violenti, secondo le proiezioni, saranno gli impatti del clima sulle aree del mediterraneo, con inevitabili conseguenze sulla sicurezza alimentare. Tali effetti, a ben vedere, vanno oltre i confini di questa regione.
Infatti le conseguenze dei cambiamenti climatici sulla disponibilità di risorse alimentari si osservano ormai a livello globale, come sostiene il Global Report on Food Crises 2025, uno studio annuale che analizza le principali crisi alimentari nel mondo. Nel 2024 quasi 300 milioni di persone nel nostro pianeta hanno vissuto in condizioni di grave insicurezza alimentare, con un aumento di 13,7 milioni rispetto al 2023. Un’escalation causata da vari elementi noti da tempo e spesso tra loro interconnessi come diseguaglianze, conflitti, tagli ai finanziamenti umanitari e non ultima l’emergenza climatica. Quest’ultimo fattore incide non solo sugli aspetti quantitativi delle produzioni agroalimentari ma anche su quelli qualitativi, come riportano diversi studi su autorevoli riviste internazionali.
Perché la produzione agricola è in calo
Tra questi, lo studio “ClimateTrends and Global Crop Production Since 1980” pubblicato nel 2011 su “Science” ha esaminato in modo dettagliato il nesso tra i cambiamenti climatici e le rese di mais, grano, soia e riso, le prime quattro produzioni che forniscono il 75% delle calorie consumate a livello planetario. I risultati della ricerca mostrano che nel periodo 1980- 2008 la resa agricola mondiale è calata del 3,6% per il mais, del 5,5% per il grano e in misura inferiore per la soia. Per il riso si è osservato un aumento di resa produttiva nelle aree coltivate non tropicali compensato però da un decremento dei valori nelle aree tropicali. Altri studi hanno evidenziato il rischio che il riscaldamento globale possa favorire la diffusione di parassiti e di organismi produttori di tossine, nocivi per le colture agricole e pericolosi per la salute umana.
A tale proposito, secondo stime FAO, ogni anno circa il 40% della produzione agricola mondiale va perduta a causa dei parassiti e le micotossine costituiscono una minaccia per circa un quarto dei raccolti di mais a livello globale. Il riscaldamento atmosferico ha ripercussioni negative anche sui sistemi di allevamento, con conseguenze dirette e indirette. Le prime incidono sul benessere degli animali, che subiscono uno stress termico e modificano il proprio comportamento alimentare assumendo più acqua e meno cibo.
Gli effetti indiretti agiscono sul terreno, le piante e le risorse idriche, sottraendo agli animali principi nutritivi preziosi e rendendoli meno produttivi. La disponibilità di cibo per l’uomo e gli animali non è il solo motivo di preoccupazione. Il surriscaldamento incide anche sul valore nutrizionale degli alimenti, un componente essenziale della qualità. Elevate concentrazioni di CO2 nell’atmosfera riducono infatti la quantità di proteine, zinco e ferro delle colture agricole, mettendo a rischio il fabbisogno nutritivo di milioni di persone che dipendono prevalentemente da fonti vegetali. Secondo uno studio australiano pubblicato dal Melbourne Sustainable Society Institute, l’aumento dei gas-serra, oltre a ridurre i principi nutritivi, cambierà anche il gusto e il sapore di alcune varietà di frutta e verdura consumati abitualmente.
Qualche esempio? I cavoli saranno più amari, le carote avranno meno sapore e consistenza e i pomodori potrebbero deformarsi. E l’olio d’oliva perderà un quarto del suo tenore in nutrienti. Un’altra indagine condotta nel 2018 dall’Università di Tokyo, ha esaminato i contenuti nutrizionali del riso, l’alimento base della dieta in Oriente. I risultati confermano i dati citati in precedenza: percentuali elevate di anidride carbonica (da 568 a 590 parti per milione) intaccano il contenuto in ferro, zinco e proteine, oltre a ridurre il quantitativo di vitamine B1, B2, B5 e B9. La conclusione più importante e al tempo stesso allarmante condivisa dalla comunità scientifica internazionale è che gli effetti del climate change sulla sicurezza alimentare saranno particolarmente pesanti nei Paesi poveri e in via di sviluppo, dove fame e malnutrizione già mietono milioni di vittime.
Dramma più acuto nei Paesi poveri
È il caso dell’Africa, un continente che ospita circa il 17% della popolazione mondiale, con quasi la metà degli abitanti in condizioni di povertà. In base ai dati dello State of the Global Climate, nel 2020 la temperatura media del pianeta è stata di 14,9 gradi, tra le più alte mai registrate, e in Africa i valori medi sono stati addirittura superiori. Quali scenari in prospettiva? Un report recente del Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) stima che entro il 2050 la produzione di cibo nel continente africano potrebbe diminuire dell’80%. Tra le colture più colpite mais, cereali, piselli e fagioli, che costituiscono importanti mezzi di sussistenza per le popolazioni. A ciò si aggiunge l’aggravio della crisi idrica, una questione sempre attuale in varie regioni africane a causa della scarsità di infrastrutture necessarie per lo sfruttamento del sottosuolo.
A titolo esemplificativo si può citare il caso del Sahara. Il Sahara, in passato, non è stato sempre un deserto ma ha subito, come l’intero pianeta, variazioni climatiche rilevanti. Per un lungo periodo è stato coperto dai ghiacci mentre in epoche successive è stato invaso parzialmente dal mare. Quando sulla terra dominavano i dinosauri, il Sahara era bagnato da fiumi, laghi e acquitrini, condizioni che mutarono quando in Europa si concluse l’ultima glaciazione e l’Africa settentrionale divenne arida più o meno come oggi. Questi eventi, verificatisi nel corso dei millenni, hanno lasciato tracce indelebili nella regione sahariana, in particolare nei paesi situati a Nord e a Sud del territorio, che contengono in profondità grandi bacini sedimentari con riserve sotterranee d’acqua molto consistenti.
Tuttavia, nonostante la sua abbondanza nel sottosuolo, l’acqua è spesso situata a profondità tali da creare non poche difficoltà di approvvigionamento da parte della popolazione. Per l’estrazione dell’acqua, infatti, si potrebbero edificare pozzi artesiani ma i tempi per renderla disponibile sarebbero molto lunghi. Anche nel caso di falde acquifere superficiali, più facilmente accessibili, i problemi da affrontare sono comunque numerosi. L’acqua che viene estratta, infatti, è di bassa qualità sia per cause naturali che antropiche, legate queste ultime alla presenza di reflui umani e animali o eccessivo contenuto di sale.
Anche nella regione del Sahel le criticità non mancano. La piovosità è di norma ridottissima e l’ecosistema poggia su equilibri precari dovuti al ritardo se non all’assenza di precipitazioni, causa prima dell’aumento della desertificazione. Tali fenomeni hanno incrementato negli anni il fabbisogno idrico, amplificato dall’aumento demografico e da nuove esigenze legate all’agricoltura, all’industrializzazione e all’urbanizzazione. Le poche falde acquifere disponibili, a causa della scarsità di acque superficiali, costituiscono la sola fonte di approvvigionamento per milioni di abitanti; essi, non potendola utilizzare razionalmente, entrano spesso in competizione tra loro e ciò innesca ulteriori difficoltà di carattere sociale, economico e ambientale. In conclusione, i cambiamenti climatici in atto, con i loro effetti devastanti, inaspriscono le criticità esistenti e ne generano di nuove. In Africa esiste anche un problema di giustizia climatica: l’intero continente produce meno del 4% delle emissioni mondiali di gas serra e subisce le conseguenze più gravi del climate change. Un dato che dovrebbe far riflettere i decisori politici su quanto sia urgente, ineludibile ed etico affrontare questa sfida a livello globale.
