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“Non è sufficiente limitare semplicemente la Cina. Non basta nemmeno innovare nel design. Gli Stati Uniti devono correre più veloce e abbracciare una visione a lungo termine”. Più che un avvertimento, quello contenuto nel paper Silicon Triangle: The United States, Taiwan, China, and Global Semiconductor Security, diffuso dal think tank Asia Society, è un suggerimento. Un consiglio che Washington e i suoi partner dovrebbero iniziare a seguire al più presto, se davvero vogliono liberarsi dalle morse del cosiddetto “triangolo del silicio” ed evitare di dover dipendere da un sempre più fragile equilibrio internazionale.

Di quale triangolo stiamo parlando? Prendiamo una cartina geografica. Tracciamo tre linee per collegare Washington, Pechino e Taipei. Il risultato è una specie di triangolo i cui lati collegano idealmente Stati Uniti, Cina e Taiwan. Ovvero: i tre attori chiave che, insieme ad altri player secondari, regolano, ciascuno a modo loro, il mercato dei semiconduttori. Eccolo, dunque, il triangolo del sicilio (il materiale semiconduttore più utilizzato nell’industria elettronica).

Il triangolo del silicio

Uno degli obiettivi della politica estera statunitense – o meglio: della nuova amministrazione che si insedierà alla Casa Bianca il prossimo novembre – dovrebbe coincidere con l’assidua ricerca di una soluzione per gestire al meglio questo triangolo del silicio. In primis, per evitare scossoni improvvisi alla catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori e, dunque, per scongiurare pesanti conseguenze socio-economiche. La situazione non è però niente affatto semplice, visto che Stati Uniti e Cina sono i grandi rivali del XXI secolo, mentre Taipei – indipendente solo de facto – viene rivendicata da Pechino come proprio territorio.

Gli Stati Uniti rimangono leader nella ricerca e nella progettazione dei semiconduttori, ma la loro quota nella produzione a livello planetario è scesa dal 37% del 1999 al 12% di oggi (ma dominano la catena del valore per il 39%, valore che sale al 53% insieme a Giappone, Europa, Corea del Sud e Taiwan). Dipendono poi troppo dall’Asia, come ha qui spiegato InsideOver.

Taiwan rappresenta invece la fetta più ampia della torta. Taipei produce infatti il 60% dei chip mondiali e oltre il 90% dei chip logici all’avanguardia, e cioè componenti fondamentali degli strumenti di comunicazione e dei computer più avanzati, nonché strumenti fondamentali nella corsa per la leadership nell’intelligenza artificiale.

Dopo Taiwan, gli altri principali produttori di semiconduttori sono, nell’ordine, la Corea del Sud (che è leader nella produzione di chip di memoria), il Giappone e la Cina. Gli Usa, per la cronaca, sono scesi al quinto posto. Hanno tuttavia un peso geopolitico che consente loro di continuare ad avere (tanta) voce in capitolo.

Alla ricerca di un nuovo equilibrio

Il futuro dell’industria dei semiconduttori dipenderà da come i tre vertici del triangolo del silicio gestiranno i loro rapporti. Gli Stati Uniti hanno due grandi obiettivi: salvaguardare le catene di approvvigionamento globali dei semiconduttori e garantire la sicurezza di Taiwan.

L’isola, dal canto suo, sarebbe anche disposta a collaborare con altri partner per rendere più efficiente l’intera filiera dei chip, ma senza sacrificare il famigerato scudo di silicio che l’ha fin qui protetta dalle ambizioni di Pechino. Detto altrimenti, Taiwan non intende cedere la corona dei semiconduttori a terzi, quanto piuttosto giocare di sponda con Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti.

Sarebbe tutto molto semplice se non ci fosse l’incomodo cinese. Già, perché la Cina ha capito qual è la strategia di Washington: creare una nuova catena di approvvigionamento dei semiconduttori capace di escluderla dal tavolo che conta. Non è un caso che il gigante asiatico abbia accelerato per imparare a camminare con le proprie gambe. La strategia Made in China adottata nel 2015 dal Dragone aveva inizialmente definito l’obiettivo di rafforzare l’autosufficienza dei chip, passando dal 10% al 70% entro il 2025 (in un secondo momento l’obiettivo è stato ridimensionato al 75% entro il 2030).

In ogni caso, contro ogni pronostico occidentale, i colossi cinesi Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC) e Huawei Technologies hanno fatto rapidi progressi, utilizzando la tecnologia americana per arrivare a realizzare chip avanzati da 7 nanometri nel 2023. I progressi della Cina sono dunque evidenti, e la sensazione è che il gigante asiatico continuerà a percorrere questa strada.

Ma cosa succederà quando e se Pechino dovesse riuscire a raggiungere, nell’ambito dell’industria dei chip, un grado di autonomia tale da competere con il blocco a trazione Usa (se non addirittura superarlo)? Tutto o quasi dipenderà dalle relazioni che nel frattempo avranno coltivato i vertici del triangolo del silicio. Senza un equilibrio tra le parti, in una simile evenienza, il rischio è quello di dover fare i conti con una tempesta mondiale.

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