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	<title>Claudia Maria Iannello Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 03 May 2026 08:10:33 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Claudia Maria Iannello Archives - InsideOver</title>
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		<title>Una rara croce di Einstein sfida le teorie di formazione galattica</title>
		<link>https://it.insideover.com/spazio/croce-einstein-galassia-giovane-stelle-mature.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 08:10:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spazio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1915" height="1200" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Croce di Einstein (Wikipedia)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1.jpeg 1915w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-300x188.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-1024x642.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-768x481.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-1536x963.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-600x376.jpeg 600w" sizes="(max-width: 1915px) 100vw, 1915px" /></p>
<p>Una configurazione cosmica estremamente rara ha consentito di osservare con precisione una galassia lontana, rivelandone l’aspetto in una fase molto antica dell’universo. I dati raccolti mostrano caratteristiche sorprendentemente evolute, in contrasto con quanto previsto dai modelli più diffusi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spazio/croce-einstein-galassia-giovane-stelle-mature.html">Una rara croce di Einstein sfida le teorie di formazione galattica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1915" height="1200" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Croce di Einstein (Wikipedia)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1.jpeg 1915w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-300x188.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-1024x642.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-768x481.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-1536x963.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Einstein_cross-1915x1200-1-600x376.jpeg 600w" sizes="(max-width: 1915px) 100vw, 1915px" /></p>
<p>Nel vasto e complesso scenario dell’universo, alcune strutture astronomiche sono così rare da offrire opportunità uniche per comprendere fenomeni altrimenti invisibili. È il caso della cosiddetta <strong>Croce di Einstein</strong>, una particolare configurazione di lente gravitazionale che si verifica quando una galassia massiccia si allinea quasi perfettamente tra la Terra e una sorgente luminosa molto più distante, come un quasar. In questo caso specifico, <a href="https://www.space.com/astronomy/galaxies/scientists-use-rare-einstein-cross-to-learn-about-young-galaxy-with-surprisingly-old-stars" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gli astronomi hanno osservato la galassia ellittica <strong>J1453g</strong></a>, capace di piegare la luce di un quasar retrostante e <strong>generare quattro immagini distinte disposte a croce</strong>.</p>



<p>Questo fenomeno non è solo spettacolare dal punto di vista visivo, ma rappresenta uno strumento scientifico di straordinaria precisione poiché consente di analizzare <strong>la distribuzione della massa all’interno della galassia lente</strong>. Grazie a questa configurazione, i ricercatori hanno potuto studiare in maniera estremamente precisa come appariva una galassia <strong>circa 8 miliardi di anni fa</strong>, quando l’universo era ancora relativamente giovane. È proprio questa combinazione di distanza, precisione e rarità che rende la scoperta particolarmente rilevante per la cosmologia moderna.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Scientists use rare &#39;Einstein Cross&#39; to learn about young galaxy with surprisingly old stars <a href="https://t.co/ZK6lPqD73l">https://t.co/ZK6lPqD73l</a></p>&mdash; SPACE.com (@SPACEdotcom) <a href="https://twitter.com/SPACEdotcom/status/2044068563288502522?ref_src=twsrc%5Etfw">April 14, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La relatività generale di Einstein diventa uno strumento di osservazione</strong></h2>



<p>Alla base di questa scoperta c’è uno dei pilastri della fisica moderna: la <strong>Relatività generale</strong>, formulata da <strong>Albert Einstein</strong> nel 1915: secondo questa teoria, la presenza di massa <strong>curva lo spaziotempo</strong>, modificando il percorso della luce. Quando un oggetto estremamente massiccio &#8211; come una galassia &#8211; si interpone tra un osservatore e una sorgente luminosa distante, la luce non viaggia più in linea retta ma segue le curvature generate dalla gravità, dando origine al fenomeno della <strong>lente gravitazionale</strong>.</p>



<p>Nel caso della Croce di Einstein osservata, questo effetto è amplificato da <strong>un allineamento quasi perfetto</strong>, che produce immagini multiple della stessa sorgente luminosa. Questo non solo consente di “vedere” oggetti altrimenti invisibili, ma permette anche di ottenere informazioni indirette sulla galassia che funge da lente, come <strong>la distribuzione della massa e la natura delle stelle al suo interno</strong>. Strumenti avanzati come il Very Large Telescope e <a href="https://it.insideover.com/spazio/il-telescopio-webb-ha-scoperto-lesplosione-stellare-piu-antica-mai-osservata.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il James Webb Space Telescope</a> sfruttano proprio questi effetti per osservare regioni sempre più lontane del cosmo. In questo contesto, la lente gravitazionale non è più solo una curiosità teorica, ma un vero e proprio strumento di indagine per comprendere l’evoluzione dell’universo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una galassia giovane con stelle sorprendentemente mature</strong></h2>



<p>Ciò che rende davvero rivoluzionaria questa scoperta è <strong>la natura stessa della galassia J1453g</strong>: nonostante venga osservata in un’epoca in cui l’universo aveva meno della metà della sua età attuale, <strong>le sue caratteristiche risultano sorprendentemente simili a quelle della </strong><a href="https://it.insideover.com/spazio/nel-cuore-della-galassia-alma-svela-chimica-nascosta-della-via-lattea.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Via Lattea</strong></a>, una galassia matura e ben evoluta. In particolare, la composizione delle stelle al centro di J1453g appare molto più avanzata rispetto a quanto previsto dai modelli tradizionali.</p>



<p>Secondo le teorie più diffuse, le galassie ellittiche giovani dovrebbero essere dominate da stelle di piccola massa formatesi rapidamente nelle prime fasi dell’universo; tuttavia, i dati raccolti indicano una distribuzione stellare più complessa, <strong>simile a quella osservata in galassie più evolute</strong>. Questo suggerisce che i processi di formazione galattica potrebbero essere <strong>molto più articolati di quanto si pensasse</strong>. Una possibile spiegazione è che J1453g abbia subito <strong>eventi violenti</strong> &#8211; come fusioni con altre galassie &#8211; che ne hanno accelerato l’evoluzione. In alternativa, potrebbe trattarsi di un caso in cui la formazione stellare è avvenuta <strong>in modo più graduale e prolungato nel tempo</strong>. In entrambi i casi, la scoperta mette in discussione le teorie consolidate e apre nuovi interrogativi sulla storia delle galassie.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nuove prospettive sulla formazione ed evoluzione delle galassie</strong></h2>



<p><a href="https://www.nature.com/articles/s41550-026-02819-4.epdf?sharing_token=AvTc_lUPuU0AI704shnPv9RgN0jAjWel9jnR3ZoTv0NK11H1XnHtROa3Rhsil-SNonVu1_bflbsFf_I2YHItwm_dfPZeDW80mktpX-BbQo8V4h9WnfqCDLNk1HHqAor_5DeXSVg9cIinpqYEtMGdxM9V7Me5I-KCOo4Byk_RluqEkuxoPUxNuczc5Nog0SeVMciT95c94v2KtE0QzSrSK_4dSdKB8Ir9jI6ndWCGdlhWSDbNqqP0oY-quvaUO3liuWN1hp8uVmjPjEVU3sc7cgZGopWc3RNBKDPr9GcQz5uCp8uJimXUPGJRyonunyTgiLpxPGwrdWqhCevyXp9rdkBFUZxC0JSybApR5LKrQmE%3D&amp;tracking_referrer=www.space.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le implicazioni di questa ricerca</a> vanno ben oltre il singolo caso osservato: la possibilità di misurare con precisione la massa e la composizione stellare di una galassia così distante rappresenta un passo avanti fondamentale nello studio dell’evoluzione cosmica. I risultati suggeriscono che le galassie non seguono necessariamente percorsi di sviluppo uniformi, ma <strong>possono evolversi attraverso processi molto diversi tra loro</strong>. Questo obbliga gli scienziati a rivedere i modelli teorici attuali e a considerare scenari più complessi, in cui fattori come le interazioni gravitazionali, le fusioni e le condizioni ambientali giocano un ruolo determinante.</p>



<p>Inoltre, l’uso della lente gravitazionale come strumento di analisi apre nuove possibilità per studiare oggetti ancora più lontani e antichi. In prospettiva, tecnologie sempre più avanzate permetteranno di individuare altre Croci di Einstein e di utilizzarle come <strong>“laboratori naturali”</strong> per esplorare l’universo primordiale. Questa scoperta, dunque, non è solo un risultato sorprendente, ma rappresenta una tappa importante nella costruzione di una visione più completa e dinamica del cosmo, in cui la formazione delle galassie appare come <strong>un processo ricco di variabili</strong> e ancora in gran parte da comprendere.</p>
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		<title>Batterie di smartphone e scarti del legno: la Cina li trasforma nelle batterie del futuro</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia-circolare/batterie-sodio-rifiuti-smartphone-lignina-energia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 07:17:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="rifiuti elettronici (freepik)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Smartphone dismessi e riufiuti industriali possono diventare risorse preziose per le batterie al sodio. Una nuova tecnologia combina metalli recuperati e biomateriali per creare elettrodi più sostenibili ed efficienti. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="rifiuti elettronici (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/2151500041-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La crescita costante dell’elettronica di consumo ha trasformato dispositivi come gli <strong>smartphone </strong>in oggetti di uso quotidiano <strong>sempre più rapidamente sostituibili</strong>. Questo ricambio continuo ha però un costo meno visibile, legato alla gestione dei rifiuti che ne derivano: <strong>le batterie</strong>, in particolare, rappresentano una delle componenti più delicate poiché contengono metalli come nichel e cobalto, fondamentali per le tecnologie energetiche ma complessi da recuperare e potenzialmente dannosi se dispersi nell’ambiente.</p>



<p>Contestualmente, esistono altri flussi di scarto meno noti ma altrettanto rilevanti: la <strong>lignina</strong>, ad esempio, è un sottoprodotto naturale della lavorazione del legno utilizzato nelle industrie della carta e dei biocarburanti. Nonostante venga prodotta in quantità molto elevate, il suo utilizzo resta limitato e <strong>spesso viene semplicemente bruciata o smaltita</strong>. In entrambi i casi si tratta di materiali che possiedono un valore chimico considerevole, ma che non vengono sfruttati appieno. Questo scenario ha spinto il mondo della ricerca a interrogarsi <strong>su come trasformare questi rifiuti in risorse</strong>, riducendo l’impatto ambientale e allo stesso tempo contribuendo allo sviluppo di nuove tecnologie energetiche più sostenibili.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">A new sustainable method turns discarded mobile phone batteries and industrial lignin into a powerhouse material for sodium-ion batteries.<a href="https://t.co/h8LiojNneW">https://t.co/h8LiojNneW</a> <a href="https://t.co/Ix18l0kdbi">pic.twitter.com/Ix18l0kdbi</a></p>&mdash; Interesting Engineering (@IntEngineering) <a href="https://twitter.com/IntEngineering/status/2025065473734291923?ref_src=twsrc%5Etfw">February 21, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>La nuova tecnologia: come nasce il materiale dalle batterie dismesse</strong></h2>



<p>In questo contesto si colloca <a href="https://renewable-carbon.eu/news/turning-waste-into-power-scientists-convert-discarded-phone-batteries-and-industrial-lignin-into-high-performance-sodium-battery-materials/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il lavoro di un gruppo di ricercatori della Shenyang Agricultural University</a>, che ha sviluppato un metodo capace di unire due tipologie di scarto in un’unica soluzione innovativa. Il processo si basa su una tecnica di <strong>sintesi idrotermale</strong> che permette di recuperare metalli come <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/una-nuova-tecnica-sul-nichel-potrebbe-rendere-lidrogeno-verde-piu-economico-e-affidabile.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nichel</a> e cobalto dalle batterie di telefoni dismessi: una volta estratti, questi elementi vengono combinati <strong>con carbonio ottenuto dalla lignina</strong>, creando un composito progettato per essere utilizzato come elettrodo nelle batterie agli ioni di sodio.</p>



<p>L’aspetto più interessante di questa tecnologia è che non si limita a riciclare materiali esistenti, ma <strong>li trasforma in qualcosa di nuovo</strong>, con caratteristiche adatte ad applicazioni avanzate. In questo modo, materiali considerati rifiuti <strong>vengono reinseriti in un ciclo produttivo ad alto valore aggiunto</strong>. I ricercatori sottolineano come l’utilizzo di risorse abbondanti e a basso costo possa contribuire a rendere le tecnologie di accumulo energetico <strong>più accessibili</strong>, aprendo nuove possibilità per il loro impiego su larga scala. Inoltre, il fatto di integrare due flussi di rifiuti diversi in un unico processo rappresenta un esempio concreto di come l’economia circolare possa essere applicata in modo efficace nel settore energetico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prestazioni e funzionamento: perché il composito è efficace</strong></h2>



<p>Dal punto di vista tecnico, il materiale sviluppato presenta una struttura che combina <strong>stabilità e capacità di reazione</strong>: il carbonio derivato dalla lignina forma una sorta di rivestimento che migliora la conducibilità elettrica e contribuisce a mantenere intatta la struttura dell’elettrodo durante i cicli di utilizzo. Questo è un aspetto particolarmente importante, perché uno dei principali problemi delle batterie è proprio <strong>il deterioramento dei materiali interni nel tempo</strong>. Allo stesso tempo, i composti di nichel e cobalto recuperati forniscono i siti attivi necessari per immagazzinare gli ioni di sodio.</p>



<p>Questa combinazione consente un trasporto efficiente degli ioni e una buona capacità di mantenere le prestazioni nel tempo. I test di laboratorio hanno mostrato risultati promettenti: il materiale ha raggiunto <strong>una capacità di scarica iniziale superiore a 1.000 milliampere ora per grammo</strong>, mantenendo valori stabili anche in condizioni di utilizzo più impegnative. Inoltre, il composito ha dimostrato di poter supportare cicli rapidi di carica e scarica, un fattore essenziale per applicazioni pratiche come i veicoli elettrici o i sistemi di accumulo per le reti energetiche. Questi risultati indicano che il riutilizzo di materiali di scarto non comporta necessariamente un compromesso in termini di prestazioni, ma che, al contrario, può offrire <strong>soluzioni altrettanto competitive.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prospettive e significato: cosa può cambiare per l’energia del futuro</strong></h2>



<p><a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/dalla-lavanda-alle-batterie-al-sodio-i-rifiuti-agricoli-entrano-nello-stoccaggio-energetico.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le batterie agli ioni di sodio</a> stanno attirando sempre più attenzione <strong>come possibile alternativa a quelle al litio</strong>, grazie alla maggiore disponibilità e ai costi potenzialmente più contenuti. Nonostante ciò, la loro diffusione è stata finora limitata dalla difficoltà di sviluppare materiali elettrodici efficienti e duraturi. In questo scenario, <a href="https://www.maxapress.com/article/doi/10.48130/bchax-0026-0005" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la tecnologia sviluppata dai ricercatori cinesi</a> rappresenta un passo interessante, perché dimostra come sia possibile migliorare le prestazioni sfruttando materiali già disponibili e spesso considerati scarti. Resta comunque da valutare la possibilità di applicare questo metodo su scala industriale, un passaggio che richiederà ulteriori verifiche e ottimizzazioni.</p>



<p>Al di là degli aspetti tecnici, questa ricerca mette in evidenza un cambiamento più articolato nel modo di pensare alle risorse: la transizione energetica non riguarda solo l’introduzione di nuove tecnologie, ma anche <strong>la capacità di utilizzare in modo più efficiente ciò che già esiste</strong>. Ridurre gli sprechi, valorizzare i sottoprodotti e integrare processi diversi potrebbe diventare una componente fondamentale dei sistemi energetici del futuro. In questa prospettiva, trasformare rifiuti in risorse non è soltanto una soluzione pratica, ma un approccio che potrebbe contribuire a rendere <strong>più sostenibile e resiliente l’intero settore energetico.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/batterie-sodio-rifiuti-smartphone-lignina-energia.html">Batterie di smartphone e scarti del legno: la Cina li trasforma nelle batterie del futuro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Australia: così i funghi trasformano i vecchi materassi in materiale isolante per l’edilizia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia-circolare/australia-cosi-i-funghi-trasformano-i-vecchi-materassi-in-materiale-isolante-per-ledilizia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 02:18:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals (istock)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals.webp 1600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-300x150.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-1024x512.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-768x384.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-1536x768.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-600x300.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Un nuovo approccio biotecnologico utilizza il micelio dei funghi per dare nuova vita ai materassi a fine vita: la schiuma di poliuretano viene trasformata in un bio-composito leggero con proprietà isolanti. Il materiale ottenuto mostra potenziali applicazioni nell’edilizia sostenibile e una buona resistenza al calore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/australia-cosi-i-funghi-trasformano-i-vecchi-materassi-in-materiale-isolante-per-ledilizia.html">Australia: così i funghi trasformano i vecchi materassi in materiale isolante per l’edilizia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals (istock)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals.webp 1600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-300x150.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-1024x512.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-768x384.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-1536x768.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Pile-of-of-mattresses-ready-for-plymouth-waste-removals-600x300.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p><strong>I materassi</strong> sono tra i prodotti domestici più difficili da gestire a fine vita: voluminosi, composti da strati diversi e spesso incollati tra loro, richiedono <strong>processi di smontaggio complessi e costosi</strong>. Se le molle in acciaio possono essere recuperate senza particolari difficoltà, <strong>la schiuma di poliuretano</strong> rappresenta il problema vero e proprio: è leggera, ingombrante e poco conveniente da riciclare. Per questo motivo, una quota consistente dei prodotti dismessi finisce ancora <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/crisi-rifiuti-grecia-riciclo-differenziata.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in discarica.</a></p>



<p>Negli Stati Uniti si stima che <strong>oltre 50.000 materassi vengano scartati ogni giorno</strong>, per un totale annuo che supera i 18 milioni; in Australia se ne eliminano circa 1,8 milioni ogni anno, e centinaia di migliaia terminano direttamente nei siti di smaltimento. Inolre, <strong>ogni materasso può impiegare fino a 120 anni per degradarsi completamente</strong>, contribuendo a un accumulo costante di rifiuti voluminosi. Partendo da questo scenario<a href="https://www.nature.com/articles/s41598-025-30954-x" target="_blank" rel="noreferrer noopener">, un gruppo di ricercatori della Swinburne University of Technology ha cercato un’alternativa</a> che permettesse di intercettare la schiuma prima che diventi un problema ambientale permanente.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Fungi help turn old mattresses into insulation<br>Every day, 50,000 mattresses are tossed in the trash in the United States. A relative of penicillin could be the cure. <a href="https://t.co/W72RTfO4IU">https://t.co/W72RTfO4IU</a></p>&mdash; Steve Marek (@stephenmarek2) <a href="https://twitter.com/stephenmarek2/status/2022055805550498126?ref_src=twsrc%5Etfw">February 12, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Il micelio come legante naturale</h2>



<p>Il team guidato dal dottor <strong>Peter Nguyen </strong>ha sviluppato <a href="https://materialdistrict.com/article/fungi-transform-end-of-life-mattresses-into-lightweight-fire-resistant-insulation/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un metodo che combina la schiuma triturata dei materassi con il <strong>micelio</strong></a>, la rete filamentosa dei <strong>funghi</strong>. Il processo inizia con la frantumazione del poliuretano per aumentarne la superficie e renderlo più adatto alla colonizzazione biologica. Successivamente, il materiale viene inoculato con spore di <em><strong>Penicillium chrysogenum</strong></em>, un fungo comune noto anche per il suo ruolo nella produzione della penicillina. Durante la crescita, il micelio si sviluppa attraverso i frammenti di schiuma creando una rete che agisce come <strong>collante naturale.</strong></p>



<p>I filamenti fungini legano le particelle tra loro e, nel processo, favoriscono la formazione di composti minerali che contribuiscono a stabilizzare la struttura: il risultato è <strong>un bio-composito leggero ma compatto</strong>. La schiuma non viene semplicemente riutilizzata, ma diventa parte integrante di un nuovo materiale con proprietà differenti rispetto al poliuretano originale. Proprio l’utilizzo di un organismo biologico per consolidare un rifiuto sintetico rappresenta l’aspetto più innovativo della ricerca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Prestazioni termiche e resistenza al calore</h2>



<p>Uno degli aspetti centrali dello studio riguarda <strong>le prestazioni del materiale ottenuto</strong>: i test condotti dal team mostrano che il bio-composito offre capacità di isolamento termico paragonabili a quelle di diversi prodotti già impiegati nell’edilizia residenziale e commerciale. Questo significa che il nuovo materiale può limitare la dispersione del calore in modo efficace, <strong>contribuendo all’efficienza energetica degli edifici.</strong></p>



<p>Un dato particolarmente interessante riguarda <strong>la resistenza alle alte temperature</strong>: il composto mantiene stabilità strutturale <strong>fino a circa 1.000 °C</strong>, valore che lo rende potenzialmente interessante anche per applicazioni in cui è richiesta una certa protezione dal fuoco. Pur non sostituendo necessariamente tutti i materiali ignifughi esistenti, il bio-composito dimostra <strong>una tenuta termica superiore</strong> a quella che si potrebbe associare a un materiale derivato da rifiuti di poliuretano. I ricercatori sottolineano inoltre che il processo utilizza funghi appartenenti a specie già impiegate in ambito alimentare e farmaceutico, oltre a sostanze chimiche comuni e facilmente reperibili. Questo potrebbe facilitare eventuali sviluppi industriali, riducendo le barriere legate alla sicurezza e alla disponibilità dei componenti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Verso materiali edilizi più circolari</h2>



<p>L’interesse del settore edilizio <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/parcheggio-pale-eoliche-dismesse-svezia-lund.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">per soluzioni a basso impatto ambientale</a> è in crescita, soprattutto in relazione ai <strong>materiali isolanti</strong>, che incidono sia sulle prestazioni energetiche degli edifici che sull’impronta ecologica complessiva del comparto: integrare rifiuti difficili da riciclare in nuovi prodotti da costruzione rappresenta quindi un passaggio fondamentale verso <strong>modelli più circolari</strong>. In quest’ottica, il caso dei materassi risulta emblematico: solo una parte limitata dei materiali viene recuperata, mentre la schiuma continua a rappresentare una criticità. In Australia, ad esempio, circa 740.000 materassi finiscono ogni anno in discarica, generando oltre <strong>22.000 tonnellate di rifiuti</strong>. Intervenire su questo flusso significa <strong>ridurre sia l’occupazione di suolo che le emissioni</strong> associate alla produzione di nuovi materiali isolanti. Il team di Swinburne immagina sviluppi ulteriori: con un perfezionamento del processo, il bio-composito potrebbe essere prodottosotto forma di <strong>pannelli prefabbricati resistenti al fuoco </strong>o adattato a sistemi di fabbricazione più avanzati, come la stampa 3D di elementi edilizi.</p>



<p>La capacità del micelio di modellarsi in base alla forma del contenitore in cui cresce offre infatti una certa flessibilità progettuale. La ricerca &#8211; pubblicata sulla rivista <em>Scientific Reports</em> &#8211; rappresenta soltanto una fase iniziale: prima di un’eventuale applicazione su larga scala sarà necessario valutare costi, tempi di produzione, durabilità nel lungo periodo e compatibilità con le normative edilizie. Ma ad ogni modo, lo studio dimostra che l’integrazione tra biologia e scienza dei materiali può aprire <strong>nuove strade nella gestione dei rifiuti complessi</strong>. Se il processo verrà ottimizzato, i materassi dismessi potrebbero smettere di essere un problema persistente e <strong>diventare una risorsa per l’edilizia sostenibile</strong>, contribuendo alla riduzione dei rifiuti e alla creazione di materiali isolanti con un impatto ambientale più contenuto.</p>
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		<title>Terre rare dagli scarti del carbone: il progetto Usa che trasforma i rifiuti in risorse</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia-circolare/terre-rare-rifiuti-carbone-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 16:41:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[Terre rare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=513074</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Estrazione carbone (iStock)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-1024x576.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-768x432.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-1536x864.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-334x188.jpeg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-600x338.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli Stati Uniti un progetto di ricerca lavora al recupero delle terre rare dagli scarti del carbone: il metodo combina processi meccanici, chimici e biologici per estrarre elementi preziosi da materiali di scarto.<br />
Una soluzione che trasforma residui minerari in risorse utili per tecnologie avanzate.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Estrazione carbone (iStock)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-1024x576.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-768x432.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-1536x864.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-334x188.jpeg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/estrazione_carbone_istock-600x338.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Gli scarti delle miniere di carbone</strong> potrebbero trasformarsi in una fonte domestica di <strong>terre rare</strong>, risorse fondamentali per tecnologie avanzate e sistemi energetici a basse emissioni. È l’obiettivo di <a href="https://www.sdsmt.edu/news/releases/extractingREEfromcoalmines.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un progetto di ricerca sviluppato alla South Dakota School of Mines and Technology</a>, che punta a recuperare questi elementi da materiali normalmente destinati allo smaltimento.</p>



<p>Il lavoro è guidato da <strong>Venkataramana Gadhamshetty</strong>, professore di ingegneria civile e ambientale, e da <strong>Purushotham Tukkaraja</strong>, docente di Ingegneria e Gestione mineraria. Dopo tre anni di studio, il team ha sviluppato un metodo che consente di estrarre terre rare da strati di roccia sovrastante e ceneri di carbone provenienti in particolare <strong>dalle miniere del Wyoming</strong>.</p>



<p>L’idea di fondo è semplice: trasformare una responsabilità ambientale — grandi quantità di rifiuti minerari accumulati nel tempo — in una risorsa economicamente e strategicamente rilevante, riducendo al tempo stesso la dipendenza dalle importazioni.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="South Dakota Mines professors using bacteria to turn mine waste into valuable elements" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/YsovpfvPmP8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_YsovpfvPmP8");</script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tra innovazione tecnologica e sicurezza delle forniture</strong></h2>



<p>Gli elementi recuperati includono <strong>ittrio, disprosio, erbio, ytterbium e gadolinio</strong>. Si tratta di materiali utilizzati in numerose applicazioni ad alto contenuto tecnologico: veicoli elettrici, turbine eoliche, smartphone, illuminazione a LED, reti in fibra ottica, sistemi di imaging medico e dispositivi per la difesa. Alcuni di questi &#8211; come <strong>disprosio, ytterbium ed erbio</strong> &#8211; sono considerati particolarmente critici per via dell’elevata domanda e della difficoltà di sostituirli con alternative efficaci. Altri &#8211; come <strong>ittrio e gadolinio</strong> &#8211; sono largamente impiegati in elettronica e sanità.</p>



<p>La disponibilità di una fonte interna di approvvigionamento rappresenterebbe quindi un vantaggio strategico non di poco conto, soprattutto in un contesto internazionale in cui le catene di fornitura delle terre rare sono concentrate in pochi Paesi. Il progetto è nato grazie a un finanziamento iniziale della <strong>National Science Foundation</strong> e si è poi sviluppato nell’ambito del <strong>2DBEST Center</strong>, con il sostegno dell’Office of Surface Mining Reclamation and Enforcement e del Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un processo in tre fasi tra chimica e biologia</h2>



<p><a href="https://www.idnfinancials.com/news/61384/america-will-utilise-coal-waste-as-a-source-of-rare-earth-elements" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il metodo messo a punto dai ricercatori</a> combina <strong>tecniche fisiche, chimiche e biologiche</strong> in un processo articolato <strong>in tre fasi</strong>. La prima è di tipo meccanico: i detriti rocciosi vengono frantumati per aumentare la superficie esposta e facilitare l’accesso agli elementi intrappolati nei materiali di scarto. Segue una fase chimica, nella quale reagenti a basso impatto ambientale trasformano le terre rare dalla forma solida a quella liquida, consentendo una separazione selettiva.</p>



<p>L’ultima fase introduce un elemento innovativo: l’utilizzo di <strong>microrganismi in grado di assorbire gli elementi disciolti</strong> e concentrarli all’interno delle proprie cellule. In pratica, i microbi agiscono come sistemi di accumulo naturale. I ricercatori spiegano che il processo può essere paragonato <strong>all’assorbimento delle vitamine nel corpo umano</strong>: i microrganismi necessitano naturalmente di piccole quantità di alcuni di questi elementi e, regolando le condizioni ambientali, è possibile ottimizzarne l’assimilazione. Questo passaggio biologico permette di<strong> concentrare elementi presenti in quantità molto diluite</strong>, migliorando l’efficienza complessiva del recupero.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Verso l’applicazione su larga scala</h2>



<p>Oltre ai rifiuti solidi, il team sta applicando gli stessi principi a<strong>nche alle acque reflue provenienti dalle miniere di carbone</strong>, cercando di recuperare terre rare da <a href="https://it.insideover.com/ambiente/attacchi-impianti-petroliferi-iran-conseguenze-ambientali.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">flussi idrici contaminati</a>: l’obiettivo è integrare il recupero dei materiali con interventi di <strong>mitigazione ambientale</strong>, riducendo l’impatto delle attività estrattive pregresse. La tecnologia si basa su tecniche minerarie consolidate, ma introduce metodi di separazione chimica e biologica che puntano a migliorare sostenibilità ed efficienza.</p>



<p>La fase attuale della ricerca è concentrata sull’ottimizzazione del processo e sulla valutazione della sua fattibilità economica; il passo successivo sarà la scalabilità industriale. Rendere il sistema competitivo dal punto di vista commerciale richiederà ulteriori test e l’integrazione di parametri economici e logistici. Secondo i ricercatori, dimostrare la sostenibilità tecnica è stato il primo traguardo; ora la sfida è <strong>trasformare il modello in una soluzione applicabile su larga scala</strong>.</p>



<p>Il progetto evidenzia anche il valore della <strong>collaborazione interdisciplinare tra ingegneria ecologica e mineraria</strong>: in questo caso, competenze diverse sono state integrate per affrontare contemporaneamente un problema ambientale e una questione strategica legata alla sicurezza delle materie prime. Se i prossimi sviluppi confermeranno i risultati ottenuti in laboratorio, gli scarti del carbone potrebbero diventare <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/terre-rare-regno-unito-riciclo-magneti.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>una fonte alternativa di terre rare</strong></a>, contribuendo sia alla gestione sostenibile dei rifiuti che alla costruzione di filiere più resilienti per tecnologie essenziali della transizione energetica e della difesa.</p>



<p>In prospettiva, un modello di recupero di questo tipo potrebbe essere replicato anche in altri bacini minerari, ampliando il potenziale di approvvigionamento domestico. La valorizzazione di materiali già estratti in passato <strong>ridurrebbe inoltre la necessità di nuove attività minerarie</strong>, con possibili benefici ambientali e sociali. L’evoluzione del progetto dipenderà ora dalla capacità di integrare innovazione scientifica, sostenibilità economica e partnership industriali, trasformando una soluzione di laboratorio in un’infrastruttura produttiva stabile.</p>
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		<item>
		<title>Nel nucleo della Terra potrebbe nascondersi un immenso serbatoio di idrogeno</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/nucleo-terra-serbatoio-idrogeno-studio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 12:41:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Idrogeno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Illustrazione della Terra (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il nucleo terrestre potrebbe contenere più idrogeno di tutti gli oceani messi insieme. Un nuovo studio suggerisce che sia stato inglobato già nelle prime fasi di formazione del pianeta. Una scoperta che potrebbe cambiare la comprensione dell’origine dell’acqua sulla Terra.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Illustrazione della Terra (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/18980718_6033857-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Il più grande serbatoio di idrogeno della Terra</strong> potrebbe trovarsi dove finora è stato più difficile cercarlo: <strong>nel suo nucleo</strong>. Uno studio pubblicato su <em><a href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-68821-6Certificati%20Università" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nature Communications</a></em> suggerisce che il cuore metallico del pianeta contenga una quantità di idrogeno compresa <strong>tra 9 e 45 volte quella presente in tutti gli oceani</strong>. Se confermata, la scoperta ridefinirebbe il ruolo dell’interno terrestre nel ciclo globale degli elementi volatili.</p>



<p>Da anni la comunità scientifica discute sull’origine dell’idrogeno e dell’acqua terrestre. Una delle ipotesi più diffuse attribuisce l’arrivo di questi elementi agli impatti di comete e asteroidi avvenuti dopo la formazione del nucleo; un’altra teoria sostiene invece <strong>che la Terra primordiale</strong> <strong>fosse già ricca di idrogeno</strong> e che una gran parte di esso sia stata inglobata nelle sue profondità durante le prime fasi di accrescimento planetario.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The majority of hydrogen in Earth’s core is likely to have been incorporated during the planet’s formation, rather than through comet impacts. Findings suggest that the core may be the largest reservoir of hydrogen on Earth: <a href="https://t.co/tYwOzbTanE">https://t.co/tYwOzbTanE</a></p>&mdash; Springer Nature (@SpringerNature) <a href="https://twitter.com/SpringerNature/status/2021672339419664450?ref_src=twsrc%5Etfw">February 11, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Un nuovo metodo per misurare l’idrogeno nel ferro</h2>



<p>Il tema centrale del dibattito è sempre stato uno: <strong>quanto idrogeno è effettivamente intrappolato nel nucleo?</strong> Misurarlo direttamente è pressoché impossibile. Le condizioni estreme – pressioni superiori a un milione di volte quella atmosferica e temperature di migliaia di gradi – rendono inaccessibile qualsiasi osservazione diretta. Anche le stime indirette &#8211; basate su modelli sismici o su esperimenti di laboratorio tradizionali &#8211; hanno dei margini di incertezza limitanti. In passato, molte valutazioni si sono basate <strong>sulla diffrazione a raggi X</strong>, una tecnica che analizza come i materiali disperdono i raggi per dedurne la struttura cristallina.</p>



<p>Poiché il nucleo terrestre è composto prevalentemente da <strong>ferro</strong>, gli scienziati hanno studiato come l’aggiunta di idrogeno ne modifichi la struttura atomica. Tuttavia, questo approccio presuppone che altri elementi presenti nel nucleo &#8211; come silicio e ossigeno &#8211; non alterino in modo sostanziale il reticolo cristallino del ferro, un’ipotesi che potrebbe non essere valida in condizioni estreme. <a href="https://www.livescience.com/planet-earth/geology/the-largest-reservoir-of-hydrogen-on-earth-may-be-hiding-in-its-core" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il nuovo studio</a> ha adottato un metodo differente: <strong>la tomografia a sonda atomica</strong>. Questa tecnica consente di mappare in tre dimensioni la distribuzione degli elementi su scala nanometrica, offrendo <strong>una risoluzione molto più elevata</strong> rispetto alle metodologie precedenti.</p>



<p>I ricercatori hanno simulato in laboratorio le condizioni della Terra primordiale utilizzando <strong>una cella a incudine di diamante</strong>, uno strumento capace di generare pressioni enormi comprimendo un campione tra due punte di diamante. Per riprodurre l’ambiente del nucleo in formazione, il team ha inserito un piccolo campione di ferro in una capsula contenente materiali ricchi di <strong>silicio, ossigeno e idrogeno</strong>, quindi lo ha riscaldato con laser fino a temperature di circa <strong>4.800 °C</strong>. In queste condizioni, gli elementi hanno iniziato <strong>a dissolversi nel ferro fuso</strong>, simulando il processo che potrebbe essere avvenuto circa 4,5 miliardi di anni fa.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Earth&#39;s core contains nine to 45 times more hydrogen than the planet&#39;s oceans do, according to a new study that could settle a debate about when and how hydrogen was delivered to Earth. <a href="https://t.co/fo6zcyAokp">https://t.co/fo6zcyAokp</a></p>&mdash; Live Science (@LiveScience) <a href="https://twitter.com/LiveScience/status/2021253164750766570?ref_src=twsrc%5Etfw">February 10, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Quanto idrogeno contiene davvero il nucleo</h2>



<p>Le analisi hanno mostrato che idrogeno, silicio e ossigeno entrano simultaneamente nella struttura del ferro in condizioni estreme, formando configurazioni atomiche finora non osservate. Sulla base del rapporto tra i due elementi misurato negli esperimenti e delle stime precedenti sul contenuto <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/il-triangolo-del-silicio-che-controlla-lintelligenza-nostra-e-delle-macchine.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di silicio</a> del nucleo, i ricercatori hanno calcolato che <strong>l’idrogeno rappresenterebbe tra lo 0,07% e lo 0,36% della massa del nucleo terrestre.</strong></p>



<p>Può sembrare una percentuale minima, ma considerata l’enorme massa del nucleo equivale a una quantità colossale. Se quell’idrogeno si combinasse con l’ossigeno per formare acqua, corrisponderebbe, per l’appunto, a un volume <strong>tra 9 e 45 volte</strong> quello di tutti gli oceani attuali.</p>



<p>Il dato più sorprendente riguarda però il momento <strong>dell’incorporazione</strong>: se la maggior parte dell’idrogeno fosse arrivata dopo la formazione completa del nucleo &#8211; ad esempio tramite impatti cometari &#8211; si troverebbe prevalentemente negli strati più esterni del pianeta. La presenza di un vasto inventario nel nucleo suggerisce invece fosse già disponibile <strong>durante le prime fasi dell’accrescimento terrestre</strong> e sia stato inglobato mentre il ferro fuso sprofondava verso il centro.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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<h2 class="wp-block-heading">Le implicazioni per l’origine dell’acqua e la dinamica terrestre</h2>



<p>Le implicazioni non si limitano alla storia primordiale della Terra: la presenza di <a href="https://it.insideover.com/ambiente/lidrogeno-naturale-e-la-corsa-globale-al-nuovo-oro.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">idrogeno</a> nel nucleo <strong>potrebbe influenzare proprietà fondamentali</strong> come la densità, la dinamica interna e persino il comportamento del campo magnetico generato dal movimento del ferro liquido. Nel lungo periodo, una parte <strong>potrebbe anche migrare verso</strong> <strong>il mantello</strong>, contribuendo ai cicli geochimici profondi.</p>



<p>Ad ogni modo, lo studio non elimina del tutto le incertezze: le condizioni simulate in laboratorio &#8211; per quanto estreme &#8211; restano una semplificazione rispetto alla complessità del pianeta reale. Gli autori sottolineano che saranno necessari ulteriori esperimenti e modelli per affinare le stime e comprendere meglio il ruolo dell’idrogeno nelle profondità terrestri.</p>



<p>Resta però un punto fermo: l’acqua che vediamo in superficie potrebbe rappresentare <strong>solo una frazione di un inventario molto più vasto</strong> nascosto nelle regioni più interne del pianeta. Se il nucleo è davvero il principale serbatoio di idrogeno della Terra, la nostra comprensione dell’origine dell’acqua e dell’evoluzione geologica del pianeta dovrà quindi essere rivista alla luce di questa nuova prospettiva.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/nucleo-terra-serbatoio-idrogeno-studio.html">Nel nucleo della Terra potrebbe nascondersi un immenso serbatoio di idrogeno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Energia dai rifiuti nucleari: la nuova frontiera per le missioni lunari</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia-circolare/rifiuti-nucleari-energia-luna-startup-deep-space-energy.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[luna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Spazio (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I rifiuti nucleari possono diventare una risorsa per lo spazio: Deep Space Energy propone di usare l’Americio-241 per alimentare le missioni lunari in modo più efficiente. Un approccio che unisce economia circolare e riduzione dei costi, ridefinendo il ruolo delle scorie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/rifiuti-nucleari-energia-luna-startup-deep-space-energy.html">Energia dai rifiuti nucleari: la nuova frontiera per le missioni lunari</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Spazio (pixabay)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/superficielunarepixabay-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel dibattito sulla transizione ecologica, <strong>i rifiuti nucleari</strong> sono tradizionalmente considerati un problema da gestire più che una risorsa da valorizzare. La proposta della startup lettone <strong>Deep Space Energy </strong>ribalta questa logica: <a href="https://www.researchlatvia.gov.lv/en/deep-space-energy-plans-generate-electricity-moon" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trasformare scorie radioattive in infrastruttura energetica per lo spazio</a>. Non si tratta solo di innovazione tecnologica, ma di un’applicazione avanzata dei principi di economia circolare in un settore – quello aerospaziale – storicamente poco associato a questi paradigmi. Il sistema sviluppato dall’azienda utilizza <strong>Americio-241</strong> &#8211; un isotopo derivato dai rifiuti dei reattori nucleari civili &#8211; <strong>per generare calore e convertirlo in elettricità</strong>. In questo modo, materiali che richiederebbero costosi processi di stoccaggio e isolamento vengono reinseriti in una filiera produttiva ad alto valore aggiunto.</p>



<p>Il punto non è marginale: <strong>la gestione delle scorie nucleari</strong> rappresenta uno dei costi strutturali dell’industria energetica. Riutilizzarle in applicazioni spaziali significa ridurre &#8211; almeno in parte &#8211; il peso economico e ambientale di questi materiali, trasformandoli in asset strategici. In questo senso, lo spazio diventa una nuova frontiera anche per il riciclo avanzato.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Deep Space Energy Secures Funding for High Efficiency Lunar Nuclear Power. RIGA, Latvia — Latvian startup Deep Space Energy (DSE) announced on Saturday, February 21, 2026, that it has raised nearly 1 million Euro in combined private investment and&#8230; <a href="https://t.co/yBDJUGbkov">https://t.co/yBDJUGbkov</a> <a href="https://t.co/A2BY7kz61e">pic.twitter.com/A2BY7kz61e</a></p>&mdash; SatNews (@SatNewsEvents) <a href="https://twitter.com/SatNewsEvents/status/2025694194690355423?ref_src=twsrc%5Etfw">February 22, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Efficienza energetica e scarsità delle risorse</h2>



<p>Il secondo elemento chiave riguarda <strong>l’efficienza</strong>: i tradizionali <strong>generatori a radioisotopi (RTG)</strong> &#8211; utilizzati nelle missioni spaziali sin dagli anni Sessanta &#8211; convertono solo una piccola parte del calore in elettricità. Deep Space Energy sostiene di poter migliorare sensibilmente questo rapporto, arrivando a produrre la stessa energia <strong>con circa un quinto del materiale radioattivo</strong>. Questo dato assume un valore particolare se si considera la scarsità degli isotopi utilizzabili. In passato, la disponibilità di questi materiali era legata alla produzione nucleare militare; oggi, invece, con la riduzione di tali programmi, l’offerta è più limitata e costosa. Secondo quanto indicato dall’azienda, servirebbero circa 2 kg di Americio-241 per generare 50 watt, contro i circa 10 kg richiesti dai sistemi tradizionali.</p>



<p>Ridurre il fabbisogno di isotopi significa quindi <strong>moltiplicare le missioni possibili a parità di risorse disponibili</strong>. In termini di economia circolare, è un passaggio determinante: non solo si riutilizza un rifiuto, ma lo si fa in modo più efficiente, massimizzandone il valore lungo l’intero ciclo di vita. A questo si aggiunge un ulteriore fattore: <strong>il costo di lancio</strong>. Ogni chilogrammo inviato sulla Luna può arrivare a costare fino a un milione di euro. Diminuire la massa del combustibile radioattivo potrebbe quindi avere un impatto diretto sulla sostenibilità economica delle missioni.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="From Nuclear Waste to Lunar Power: The Rise of Deep Space Energy (Latvian Space Startup)" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/bylFN2XzKyI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_bylFN2XzKyI");</script>
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<h2 class="wp-block-heading">La Luna come laboratorio di economia circolare</h2>



<p><strong><a href="https://it.insideover.com/spazio/artemis-ii-e-in-volo-verso-la-luna.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Luna</a></strong> rende ancora più evidente il valore di questa tecnologia: le lunghe notti lunari &#8211; che durano fino a 14 giorni terrestri &#8211; rendono inutilizzabili i pannelli solari e mettono sotto stress i sistemi di accumulo energetico. In assenza di una fonte continua di energia e calore, i rover e le infrastrutture rischiano di diventare inutilizzabili in poche settimane; un generatore alimentato da radioisotopi riciclati consente invece <strong>una produzione costante di energia</strong>, indipendente dalle condizioni ambientali. Questo non solo garantisce la sopravvivenza operativa dei sistemi, ma ne estende notevolmente la durata.</p>



<p>Secondo le stime fornite dall’azienda, la vita operativa di un rover potrebbe passare da poche settimane a diversi anni. Il risultato è <strong>un cambiamento strutturale nel modello economico delle missioni lunari</strong>: meno sprechi, maggiore rendimento degli investimenti e una riduzione del numero di missioni necessarie per ottenere gli stessi risultati scientifici o industriali. In questa prospettiva, l’economia circolare non riguarda solo il riutilizzo dei materiali sulla Terra, ma si estende fino alla gestione delle risorse nello spazio. La Luna diventa così un banco di prova per modelli produttivi più efficienti e sostenibili, applicati in condizioni estreme.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’energia come asset strategico nelle infrastrutture spaziali</strong></h2>



<p>L’aspetto forse più interessante è <strong>l’intersezione tra sostenibilità e strategia</strong>: la tecnologia di Deep Space Energy non si limita infatti alle missioni scientifiche, ma trova applicazione anche <strong>nel settore della difesa e nei </strong><a href="https://it.insideover.com/spazio/satelliti-spia-europei-per-non-dipendere-piu-dagli-usa-la-nuova-proposta-di-bruxelles.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>satelliti strategici</strong></a>. Secondo quanto emerge dalle dichiarazioni del fondatore <strong>Mihails Ščepanskis</strong>, un sistema energetico indipendente dal Sole può aumentare la resilienza dei satelliti, rendendoli meno vulnerabili a guasti, interferenze o attacchi non cinetici. Questo è particolarmente rilevante in un contesto in cui lo spazio è sempre più integrato nelle architetture di sicurezza nazionale.</p>



<p>La selezione della startup nel programma DIANA della Nato conferma l’interesse verso soluzioni che combinano innovazione tecnologica e autonomia strategica: per l’Europa, in particolare, la capacità di sviluppare tecnologie proprie rappresenta un passaggio decisivo <strong>verso una maggiore indipendenza operativa</strong>. Nel lungo periodo, la vera partita si giocherà sulla capacità di <strong>integrare sostenibilità e competitività</strong>: se i rifiuti nucleari possono diventare una risorsa per alimentare l’economia spaziale, allora la distinzione tra problema ambientale e opportunità industriale tende a sfumare. Ed è proprio in questa zona grigia che si definiranno i nuovi equilibri dell’economia orbitale e lunare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/rifiuti-nucleari-energia-luna-startup-deep-space-energy.html">Energia dai rifiuti nucleari: la nuova frontiera per le missioni lunari</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Mediterraneo orientale svela un rifugio climatico che resiste al riscaldamento globale</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-mediterraneo-orientale-svela-un-rifugio-climatico-che-resiste-al-riscaldamento-globale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 18:48:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Riscaldamento globale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1800" height="1020" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Un&#039;oasi climatica nel Mediterraneo orientale (Stazione Zoologica Anton Dohrn)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-300x170.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-1024x580.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-768x435.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-1536x870.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-600x340.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p>
<p>Nel Mediterraneo orientale, lungo le coste di Cipro, un sistema di upwelling mantiene le acque più fredde rispetto al resto del bacino.<br />
L’area conserva una biodiversità marina più ricca, contrastando gli effetti del riscaldamento globale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-mediterraneo-orientale-svela-un-rifugio-climatico-che-resiste-al-riscaldamento-globale.html">Il Mediterraneo orientale svela un rifugio climatico che resiste al riscaldamento globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1800" height="1020" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Un&#039;oasi climatica nel Mediterraneo orientale (Stazione Zoologica Anton Dohrn)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-300x170.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-1024x580.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-768x435.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-1536x870.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/Stazione-Zoologica-Anton-Dohrn-600x340.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p>
<p><strong>Il Mediterraneo orientale</strong> è oggi uno dei bacini marini che si stanno riscaldando più rapidamente al mondo: negli ultimi dieci anni, l’aumento delle temperature superficiali ha innescato <strong>una trasformazione profonda degli ecosistemi</strong>, favorendo la diffusione di specie termofile e aliene e mettendo sotto pressione la biodiversità autoctona adattata a condizioni temperate. In questo contesto, <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10531-025-03228-1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la scoperta</a> documentata da un ampio studio pubblicato su <em>Biodiversity and Conservation</em> rappresenta un’eccezione di grande importanza scientifica: lungo circa 150 chilometri della costa sudoccidentale di <strong>Cipro </strong>opera un sistema di <em>upwelling </em>che mantiene le acque estive <strong>fino a 2–3 °C più fredde</strong> rispetto al resto del bacino di Levante.</p>



<p>Non si tratta di una semplice variazione locale, ma di <strong>una vera anomalia termica persistente</strong> in una delle regioni più colpite dal collasso climatico della biodiversità mediterranea. Lo studio &#8211; coordinato dalla <strong>Stazione Zoologica Anton Dohrn</strong> insieme a numerosi istituti europei e ciprioti &#8211; parte da un dato ormai consolidato: il Mediterraneo orientale ospita <strong>il più grave declino documentato delle specie native</strong>, con tassi di perdita che non hanno equivalenti nel resto del bacino. L’individuazione di un’area che, controcorrente, conserva condizioni ambientali più stabili apre dunque una finestra concreta <strong>su come e dove la biodiversità possa ancora resistere</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cipro come rifugio climatico: dati sul campo e biodiversità residua</h2>



<p>A differenza di molti lavori basati su modelli previsionali, la ricerca ha testato l’ipotesi di <strong>“rifugio climatico”</strong> direttamente sul campo. I ricercatori hanno campionato <strong>comunità di molluschi</strong> a diverse profondità &#8211; tra i 5 e i 30 metri &#8211; confrontando siti interni ed esterni all’area di <em>upwelling </em>e distinguendo tra habitat differenti: praterie di <em>Posidonia oceanica</em> e substrati rocciosi. Per ricostruire la biodiversità storica, sono stati analizzati anche gli <strong>accumuli di conchiglie presenti sul fondale</strong>, che forniscono una traccia affidabile delle comunità del passato.</p>



<p>I risultati mostrano un quadro inedito: la ricchezza di specie autoctone all’interno della zona di risalita è risultata <strong>di gran lunga superiore rispetto alle aree più calde circostanti</strong>, indipendentemente dal tipo di habitat. Nei prati di <em>Posidonia</em>, in particolare, la perdita di biodiversità è stata notevolmente inferiore rispetto ai siti esterni all’upwelling. I substrati rocciosi superficiali (5–15 metri) mostrano invece <strong>una riduzione marcata delle specie in entrambe le aree</strong>, un effetto associato alla perdita di copertura macroalgale dovuta al riscaldamento.</p>



<p>Tuttavia, alle profondità maggiori (20–30 metri), anche nei siti più caldi la presenza di macroalghe persiste e la perdita di biodiversità risulta più contenuta. Questo dato suggerisce che i rifugi climatici non vadano cercati solo in superficie, <strong>ma anche nella fascia fotica inferiore</strong>, spesso trascurata nelle strategie di conservazione.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">New research shows that coastal upwelling can create local refuges from climate change, even in the fast-warming Eastern Mediterranean. <br><br>The study combines biodiversity observations with <a href="https://twitter.com/hashtag/CopernicusMarine?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#CopernicusMarine</a> sea temperature data to identify areas of higher climate resilience.<br><br>Read… <a href="https://t.co/f0Jmcq9015">pic.twitter.com/f0Jmcq9015</a></p>&mdash; Copernicus Marine (@CMEMS_EU) <a href="https://twitter.com/CMEMS_EU/status/2013291417624260668?ref_src=twsrc%5Etfw">January 19, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Implicazioni per la conservazione nel Mediterraneo che cambia</h2>



<p>Il sistema di <em>upwelling</em> di Cipro emerge come <strong>un caso unico all’interno dell’intero Mediterraneo orientale</strong>, un’area che comprende coste turche, levantine ed egiziane e che sta sperimentando una tropicalizzazione accelerata. Qui, specie aliene introdotte <a href="https://it.insideover.com/politica/iraq-si-scrive-al-faw-si-legge-rotta-alternativa-al-canale-di-suez.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">attraverso il Canale di Suez</a> o il traffico navale trovano condizioni sempre più favorevoli, mentre molte specie endemiche mediterranee mostrano una capacità di adattamento limitata alle temperature estreme. L’area di risalita rappresenta quindi non solo un’anomalia termica, ma <strong>una vera e propria riserva funzionale di biodiversità nativa.</strong></p>



<p>Secondo gli autori dello studio, si tratta probabilmente <strong>dell’unico rifugio climatico in situ rimasto nel bacino di Levante</strong>, con un valore che va ben oltre la scala locale. La sua protezione potrebbe consentire la sopravvivenza di popolazioni sorgente in grado &#8211; almeno teoricamente &#8211; di <strong>ricolonizzare aree degradate</strong> qualora le condizioni climatiche lo permettessero. Inoltre, il lavoro mette in discussione approcci di conservazione basati esclusivamente su proiezioni future, sottolineando l’importanza di identificare e tutelare rifugi già operativi nel presente. In un Mediterraneo sempre più caldo, queste aree non rappresentano una soluzione definitiva, ma <strong>uno spazio di resistenza ecologica</strong> che può rallentare la perdita irreversibile di capitale biologico.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Rifugi climatici e pianificazione ambientale: un indicatore dei limiti di adattamento</h2>



<p>I rifugi climatici non sono solo strumenti di conservazione, ma <strong>indicatori dei limiti di adattamento degli ecosistemi marini</strong>. Il fatto che una differenza termica di pochi gradi possa tradursi in una variazione così marcata della biodiversità evidenzia quanto il Mediterraneo orientale sia ormai vicino a soglie critiche. L’upwelling agisce come un meccanismo tampone, ma la sua efficacia dipende <strong>da processi oceanografici</strong> che potrebbero a loro volta essere alterati dal cambiamento climatico globale. In questo senso, la zona di Cipro non va letta come una “salvezza” definitiva, bensì come un laboratorio naturale che permette di osservare, in tempo reale, la risposta degli ecosistemi a condizioni climatiche marginalmente più favorevoli.</p>



<p>Integrare queste aree nelle strategie di pianificazione marina significa riconoscere che la resilienza non è distribuita in modo uniforme e che <strong>la conservazione dovrà sempre più confrontarsi con scelte selettive</strong>, basate su dati empirici. In un <a href="https://it.insideover.com/politica/mediterraneo-macron-costruisce-lasse-francia-grecia-cipro-litalia-non-sfida-la-turchia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mediterraneo</a> che continua a scaldarsi, le oasi climatiche rappresentano non tanto un’alternativa al cambiamento, quanto piuttosto una misura temporanea per gestirne le conseguenze, offrendo tempo prezioso per comprendere fino a che punto gli ecosistemi marini possano ancora adattarsi prima di superare punti di non ritorno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-mediterraneo-orientale-svela-un-rifugio-climatico-che-resiste-al-riscaldamento-globale.html">Il Mediterraneo orientale svela un rifugio climatico che resiste al riscaldamento globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Nel cuore della galassia: ALMA svela chimica nascosta della Via Lattea</title>
		<link>https://it.insideover.com/spazio/nel-cuore-della-galassia-alma-svela-chimica-nascosta-della-via-lattea.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 12:31:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spazio]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="470" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ALMA, immagine Via Lattea (ESO)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-300x110.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-1024x376.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-768x282.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-600x220.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>ALMA mappa 650 anni luce nel centro della Via Lattea e rivela la chimica del gas molecolare nella Zona Molecolare Centrale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spazio/nel-cuore-della-galassia-alma-svela-chimica-nascosta-della-via-lattea.html">Nel cuore della galassia: ALMA svela chimica nascosta della Via Lattea</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="470" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ALMA, immagine Via Lattea (ESO)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-300x110.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-1024x376.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-768x282.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/eso2603a-600x220.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Il centro della Via Lattea è stato osservato con un livello di dettaglio mai raggiunto prima: utilizzando <strong>l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA)</strong>, un team internazionale di astronomi <a href="https://www.almaobservatory.org/en/press-releases/alma-creates-largest-ever-image-of-the-milky-ways-core/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha costruito la più ampia immagine mai prodotta </a>dall’osservatorio cileno, mappando in modo sistematico il gas molecolare nella regione più interna della nostra galassia. Il mosaico copre un’area estesa per oltre <strong>650 anni luce</strong> attorno alla cosiddetta <strong>Zona Molecolare Centrale (CMZ)</strong>, la regione che circonda il buco nero supermassiccio Sagittarius A*.</p>



<p>Se potessimo vederlo a occhio nudo nel cielo, occuperebbe <strong>uno spazio pari a circa tre Lune piene affiancate</strong>. L’immagine è il risultato della combinazione di centinaia di osservazioni, integrate per restituire una visione continua e coerente dell’area: <strong>è la prima volta che l’intera CMZ viene esplorata in modo così esteso</strong> nel dominio millimetrico, la banda di frequenze ideale per studiare il gas freddo e denso che costituisce la materia prima della formazione stellare.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The Invisible Heart of the Galaxy<br><br>The ALMA observatory in Chile&#39;s Atacama Desert has captured its largest image ever—and it reveals the center of the Milky Way. A region more than 650 light-years across around a supermassive black hole, woven through by filaments of cosmic gas.… <a href="https://t.co/4VpQksKlKU">pic.twitter.com/4VpQksKlKU</a></p>&mdash; Black Hole (@konstructivizm) <a href="https://twitter.com/konstructivizm/status/2026985092850311186?ref_src=twsrc%5Etfw">February 26, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Un ambiente estremo per la nascita delle stelle</h2>



<p>Il progetto &#8211; <a href="https://www.eso.org/public/news/eso2603/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">denominato ALMA CMZ Exploration Survey (ACES)</a> &#8211; &nbsp;ha l’obiettivo di comprendere come si formano le stelle in un ambiente molto diverso da quello tipico delle regioni periferiche della galassia. Lì, il processo è relativamente noto: il gas si raffredda, si concentra in nubi dense e collassa sotto l’azione della gravità fino a innescare la nascita di nuove stelle. Nel centro galattico, invece, <strong>le condizioni sono molto più turbolente</strong>. L’intensa radiazione prodotta da stelle massicce, i venti stellari, le esplosioni di supernova e l’influenza gravitazionale del buco nero centrale creano un contesto dinamico e instabile. Tutti questi fattori generano <strong>un “feedback” energetico</strong> che tende a contrastare il collasso delle nubi di gas.</p>



<p>Proprio per questo motivo, la quantità di nuove stelle che si formano nella CMZ è inferiore rispetto a quanto previsto dai modelli teorici sviluppati per altre regioni della Via Lattea e comprendere questa discrepanza è uno dei principali obiettivi dello studio. Le nuove osservazioni mostrano una rete complessa di <strong>filamenti di gas che si intrecciano e convogliano materia verso nodi più densi</strong>. I dati permettono di analizzare strutture su scale molto diverse, dai grandi complessi molecolari estesi per decine di anni luce fino a piccole nubi associate a singoli sistemi stellari <a href="https://it.insideover.com/spazio/lhs-1903-pianeta-roccioso-esterno-inside-out.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in formazione</a>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">📡ALMA Creates Largest-Ever Image of the Milky Way’s Core.<br>📹: <a href="https://twitter.com/ESO?ref_src=twsrc%5Etfw">@ESO</a> <a href="https://t.co/gsEJwctL0p">pic.twitter.com/gsEJwctL0p</a></p>&mdash; ALMA Observatory📡 (@almaobs) <a href="https://twitter.com/almaobs/status/2027491260596928603?ref_src=twsrc%5Etfw">February 27, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Una mappa dettagliata della chimica galattica</h2>



<p>Oltre alla struttura del gas, l’indagine ha fornito <strong>una mappatura dettagliata</strong> <strong>della composizione chimica della regione</strong>: sono state identificate decine di molecole diverse &#8211; tra cui composti relativamente semplici come il monossido di silicio e il monossido di zolfo &#8211; ma anche <strong>molecole organiche più complesse</strong> come metanolo, acetone ed etanolo. La loro presenza e distribuzione offrono indicazioni preziose sulle condizioni fisiche locali: alcune specie chimiche tracciano regioni soggette a shock, altre indicano zone ad alta densità o aree riscaldate dall’attività <a href="http://it.insideover.com/spazio/la-nasa-cattura-un-albero-di-natale-nello-spazio-e-fatto-di-giovani-stelle-a-2-500-anni-luce.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di stelle</a> giovani e massicce. In questo modo, la mappa chimica diventa uno strumento per leggere la storia recente dell&#8217;ambiente studiato. </p>



<p>La CMZ ospita alcune delle stelle più massicce conosciute nella Via Lattea: si tratta di oggetti che evolvono rapidamente e terminano la propria vita in potenti esplosioni di supernova, talvolta persino ipernova. Questi eventi liberano enormi quantità di energia e materiale nello spazio circostante, <strong>modificando l’equilibrio tra compressione e dispersione del gas</strong>. La nuova immagine consente di osservare come questi fenomeni influenzino la distribuzione della materia e, di conseguenza, <strong>la possibilità che si formino nuove generazioni di stelle.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
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<h2 class="wp-block-heading">Un riferimento per lo studio dei nuclei galattici</h2>



<p>Il centro della Via Lattea rappresenta <strong>un laboratorio naturale unico</strong>: è l’unico nucleo galattico che possiamo analizzare con questo grado di dettaglio, grazie alla sua relativa vicinanza. Studiare la CMZ significa quindi ottenere informazioni utili anche per <strong>comprendere il comportamento di altre galassie</strong>, in particolare quelle giovani e caratterizzate da intensa attività di formazione stellare. I dati raccolti nell’ambito di ACES sono stati presentati in una serie di articoli scientifici in corso di pubblicazione su <em><strong>Monthly Notices of the Royal Astronomical Society</strong></em>. In prospettiva, il dataset completo rappresenterà una risorsa preziosa per la comunità astronomica, aprendo la strada a ulteriori analisi nei prossimi anni.</p>



<p>I ricercatori sottolineano come questo lavoro rappresenti solo un punto di partenza: i futuri aggiornamenti di ALMA &#8211; insieme all’entrata in funzione di nuovi strumenti come <strong>l’Extremely Large Telescope</strong> dell’ESO &#8211; consentiranno di osservare strutture ancora più piccole e di tracciare molecole più rare, migliorando la comprensione dell’interazione tra gas, stelle e buco nero centrale. Per ora, la nuova immagine <strong>fornisce la fotografia più completa mai ottenuta del cuore della nostra galassia </strong>e offre una base solida per affrontare una delle questioni ancora aperte dell’astrofisica: come nascono le stelle in uno degli ambienti più estremi della Via Lattea.</p>
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		<title>Dalla lavanda alle batterie al sodio: i rifiuti agricoli entrano nello stoccaggio energetico</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia-circolare/dalla-lavanda-alle-batterie-al-sodio-i-rifiuti-agricoli-entrano-nello-stoccaggio-energetico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:32:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fiori di lavanda (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Batterie al sodio dalla lavanda: scarti agricoli trasformati in energia per uno stoccaggio più sostenibile ed efficiente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fiori di lavanda (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/2149555260-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con l’espansione delle fonti rinnovabili, il tema dei <strong>materiali per lo stoccaggio dell’energia</strong> è diventato sempre più centrale, spingendo la ricerca non solo verso nuove chimiche delle batterie, ma anche verso soluzioni che puntano alla <strong>sostenibilità delle materie prime</strong>, in particolare al riutilizzo di biomasse di scarto. In questa prospettiva si colloca <a href="https://enertech.network/lavender-powered-sodium-batteries/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la ricerca sulle batterie agli ioni di sodio alimentate da rifiuti floreali</a>, in particolare dalla <strong>lavanda</strong>, una coltura largamente diffusa e caratterizzata da un notevole volume di residui post-raccolta.</p>



<p>Dopo l’estrazione degli oli essenziali, la pianta genera <strong>grandi quantità di biomassa inutilizzata</strong>, spesso smaltita o bruciata. I ricercatori hanno individuato in questi scarti una risorsa potenziale &#8211; grazie alla loro composizione ricca di <strong>carbonio</strong> &#8211; trasformabile in materiali funzionali per elettrodi. L’idea di fondo è ridurre la dipendenza da materiali critici e da processi estrattivi ad alto impatto ambientale, valorizzando invece <strong>sottoprodotti agricoli già disponibil</strong>i. In questo senso, la lavanda diventa un esempio concreto di come l’agricoltura possa interfacciarsi con le tecnologie energetiche emergenti all’interno di una logica di economia circolare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Batterie agli ioni di sodio: un’alternativa al litio ancora in evoluzione</h2>



<p><strong>Le batterie agli ioni di sodio </strong>condividono molti principi di funzionamento con quelle tradizionali agli ioni di litio, ma impiegano un diverso elemento come vettore di carica. Il sodio è una risorsa abbondante, diffusa a livello globale e a basso costo, caratteristiche che la rendono particolarmente adatta alle applicazioni di accumulo stazionario su larga scala, come <a href="https://it.insideover.com/energia/la-cina-testa-nel-gobi-la-super-batteria-che-supera-il-litio-nello-stoccaggio-energetico.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">lo stoccaggio dell’energia</a> prodotta da impianti solari ed eolici.</p>



<p>Tuttavia, la tecnologia al sodio presenta ancora limiti strutturali, in particolare una densità energetica inferiore rispetto ai sistemi al litio e una maggiore complessità nel garantire stabilità su lunghi cicli di carica e scarica. Queste criticità hanno spinto la ricerca <strong>verso nuovi materiali elettrodici</strong>, in grado di migliorare le prestazioni senza compromettere l’accessibilità economica. In questo contesto, <strong>il carbonio derivato da biomassa vegetale</strong> rappresenta una soluzione promettente, poiché consente di ottenere strutture porose favorevoli alla migrazione degli ioni di sodio, riducendo al contempo l’impatto ambientale della produzione.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Wow!<br><br>Lavender-powered sodium batteries: Scientists turn floral waste into energy storage<a href="https://t.co/0mZM2wAG0F">https://t.co/0mZM2wAG0F</a></p>&mdash; Moms Clean Air Force (@CleanAirMoms) <a href="https://twitter.com/CleanAirMoms/status/2016193271920251151?ref_src=twsrc%5Etfw">January 27, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla biomassa di lavanda agli elettrodi: processi e prestazioni</h2>



<p><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0378775326001151" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel caso della lavanda</a>, i ricercatori hanno sviluppato un processo di conversione che trasforma la biomassa vegetale in carbonio poroso utilizzabile <strong>come anodo nelle batterie agli ioni di sodio</strong>. Il procedimento prevede l’essiccazione e la macinazione del materiale vegetale, seguite da un trattamento termico ad alte temperature in ambiente controllato, che consente di ottenere una struttura carboniosa con un’elevata superficie specifica.</p>



<p>Questa morfologia risulta particolarmente adatta allo stoccaggio del sodio, facilitando il movimento degli ioni durante i cicli elettrochimici. Le proprietà strutturali degli elettrodi sono state analizzate attraverso <strong>un’ampia gamma di tecniche</strong>, tra cui diffrazione a raggi X, microscopia elettronica a scansione, spettroscopia Raman e analisi XPS, oltre a metodi avanzati come la spettroscopia XAFS in situ. I risultati indicano che il catodo mantiene una struttura cristallina stabile, mentre l’anodo derivato dalla lavanda offre <strong>una porosità favorevole alla capacità e alla durata del ciclo</strong>.</p>



<p>Uno degli aspetti più critici affrontati dallo studio riguarda la cosiddetta <strong>“carenza di sodio”</strong>, un problema tipico dei materiali sostenibili per batterie. Per risolverlo, il team ha confrontato tre strategie di presodiazione: <strong>contatto diretto, presodiazione chimica ed elettrochimica</strong>. Quest’ultima si è dimostrata la più equilibrata, offrendo una migliore stabilità ciclica e una densità energetica più elevata, caratteristiche essenziali per applicazioni di accumulo stazionario.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Scalabilità, limiti e ruolo nell’ecosistema energetico</h2>



<p>Le batterie al sodio basate su biomassa restano, al momento, una tecnologia in fase di sviluppo: la densità energetica rimane inferiore a quella delle batterie al litio, rendendole meno adatte alle applicazioni mobili ad alta richiesta energetica, come <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/prezzi-bassi-tecnologia-alta-lindustria-cinese-dellauto-elettrica-alla-conquista-del-mondo.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i veicoli elettrici</a>. Al contrario, il loro potenziale appare <strong>più solido nel contesto dello stoccaggio su rete</strong>, dove costi, sicurezza e sostenibilità delle materie prime assumono un peso maggiore rispetto alle prestazioni massime.</p>



<p><strong>La scalabilità</strong> rappresenta un altro tema fondamentale: passare dal laboratorio alla produzione industriale richiede processi riproducibili, catene di approvvigionamento affidabili e una valutazione complessiva dei costi. In questo senso, l’uso di rifiuti agricoli come la lavanda potrebbe offrire <strong>vantaggi economici e territoriali</strong>, soprattutto nelle regioni in cui la coltivazione è già diffusa. La possibilità di creare filiere locali che colleghino agricoltura, ricerca e produzione tecnologica apre scenari interessanti anche per lo sviluppo delle economie rurali.</p>



<p>Nel quadro più ampio della transizione energetica, le batterie al sodio alimentate da biomassa rappresentano un interessante tassello complementare: la loro importanza risiede nella capacità di integrare principi di economia circolare con esigenze reali di accumulo, contribuendo a ridurre la pressione su risorse critiche e a <strong>rendere più sostenibile l’infrastruttura energetica del futuro</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/dalla-lavanda-alle-batterie-al-sodio-i-rifiuti-agricoli-entrano-nello-stoccaggio-energetico.html">Dalla lavanda alle batterie al sodio: i rifiuti agricoli entrano nello stoccaggio energetico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Convertire le emissioni industriali in carburante: la nuova tecnologia che ripensa il ciclo della CO₂</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia-circolare/convertire-le-emissioni-industriali-in-carburante-la-nuova-tecnologia-che-ripensa-il-ciclo-della-co%e2%82%82.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 06:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Turbine of airplane (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-300x216.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-1024x736.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-768x552.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-1536x1104.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-600x431.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La tecnologia RMIT converte la CO₂ industriale in precursori per carburante jet, integrando cattura e trasformazione in un unico processo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/convertire-le-emissioni-industriali-in-carburante-la-nuova-tecnologia-che-ripensa-il-ciclo-della-co%e2%82%82.html">Convertire le emissioni industriali in carburante: la nuova tecnologia che ripensa il ciclo della CO₂</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Turbine of airplane (freepik)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-300x216.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-1024x736.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-768x552.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-1536x1104.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/3423-600x431.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>La conversione dell’anidride carbonica in risorsa industriale</strong> è uno dei fronti più complessi della transizione energetica: negli ultimi anni, numerosi approcci hanno tentato di trasformare le emissioni in prodotti utili, ma spesso a costo di processi frammentati, energivori e difficili da applicare su scala reale. Una possibile risposta a queste criticità arriva <a href="https://www.rmit.edu.au/news/all-news/2026/jan/carbon-conversion" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dalla tecnologia sviluppata dai ricercatori della RMIT University in Australia</a>, che propone un sistema integrato capace di <strong>unire in un unico passaggio la cattura e la conversione della CO₂ </strong>proveniente dai gas di scarico industriali. Il lavoro &#8211; pubblicato su <em>Nature Energy</em> – punta a superare uno dei principali colli di bottiglia delle tecnologie di <em>carbon recycling</em><strong>: la separazione tra rimozione del carbonio e sua trasformazione chimica</strong>, che finora ha aumentato costi, complessità e dispersioni energetiche.</p>



<p>Il team guidato dal professore <strong>Tianyi Ma</strong> ha ripensato l’intero processo, partendo dall’idea che l’efficienza non dipenda solo dai singoli materiali o catalizzatori, ma dall’architettura complessiva del sistema. Tradizionalmente, la CO₂ deve essere prima catturata, purificata e compressa, per poi essere convertita in un secondo stadio e ogni passaggio comporta perdite di energia e limiti operativi. L’approccio RMIT combina invece <strong>assorbimento e conversione elettrochimica</strong>, riducendo il numero di fasi e rendendo il processo più compatibile con ambienti industriali reali, dove i flussi di gas non sono mai perfettamente controllati.</p>



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<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Scientists from RMIT University have developed a new carbon conversion technology they say could be used to help turn industrial emissions into usable jet fuel. <a href="https://twitter.com/hashtag/aviation?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#aviation</a> <a href="https://twitter.com/hashtag/aerospace?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#aerospace</a><a href="https://t.co/wY7Yu3MUGj">https://t.co/wY7Yu3MUGj</a> <a href="https://t.co/WwqRIGWzDV">pic.twitter.com/WwqRIGWzDV</a></p>&mdash; Australian Aviation (@ausaviation) <a href="https://twitter.com/ausaviation/status/2014541267095478476?ref_src=twsrc%5Etfw">January 23, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Dai gas di scarico ai precursori del carburante per jet</h2>



<p>La tecnologia converte l’anidride carbonica <strong>in elementi chimici di base </strong>che possono essere successivamente raffinati, attraverso processi industriali già esistenti, <strong>in carburante aeronautico a basse emissioni </strong>o in altri prodotti a base di carbonio oggi ottenuti prevalentemente da fonti fossili. Questo posizionamento rende il sistema un passaggio potenzialmente rivoluzionario all’interno di una filiera più ampia, piuttosto che una soluzione autonoma.</p>



<p>Uno dei punti di forza dell’approccio è la sua <strong>flessibilità</strong>: il sistema RMIT funziona senza la necessità di CO₂ altamente purificata, un requisito che ha spesso limitato l’applicabilità industriale di molte tecnologie di conversione. Come sottolineato dal dottor <strong>Peng Li</strong> &#8211; autore principale dello studio &#8211; la ricerca si è concentrata sulla riduzione delle fasi di lavorazione e della domanda energetica complessiva, due elementi fondamentali per rendere <a href="https://it.insideover.com/economia-circolare/biochar-lantico-metodo-agricolo-che-ricicla-i-rifiuti-organici-e-cattura-il-carbonio.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il riciclo del carbonio</a> economicamente e tecnicamente sostenibile.</p>



<p>Questo aspetto è particolarmente rilevante per settori ad alte emissioni e difficili da abbattere, come l’industria pesante e l’energia. La possibilità di installare sistemi di conversione vicino alle fonti emissive <strong>riduce la necessità di trasporto e stoccaggio della CO₂</strong>, migliorando ulteriormente l’efficienza complessiva del ciclo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un contributo realistico alla decarbonizzazione</h2>



<p><strong>L’aviazione rimane uno dei settori più complessi da decarbonizzare</strong>: le limitazioni tecnologiche delle batterie rendono improbabile &#8211; nel medio termine &#8211; una diffusione su larga scala degli aerei elettrici sulle lunghe distanze, mentre la domanda globale di carburanti sostenibili per l’aviazione continua a superare l’offerta. In questo scenario, la tecnologia sviluppata a RMIT non si propone come alternativa radicale ai sistemi esistenti, ma come <strong>soluzione complementare</strong>, capace di ampliare le opzioni disponibili.</p>



<p>L’idea di fondo è quella di chiudere &#8211; almeno in parte &#8211; il ciclo del carbonio: utilizzare le emissioni generate dai processi industriali <strong>per produrre i materiali necessari ai carburanti del futuro</strong>. Questo metodo non elimina le emissioni alla fonte, ma contribuisce a <strong>ridurre la dipendenza da nuove estrazioni di carbonio fossile</strong>, inserendosi in una logica di economia circolare applicata ai combustibili. Secondo l’analisi, l’integrazione dei processi consente di avvicinarsi a sistemi di conversione a più basso consumo energetico rispetto agli approcci tradizionali, un risultato che &#8211; pur non risolvendo da solo il problema climatico <a href="https://it.insideover.com/difesa/motori-a-reazione-russi-per-la-cina-lasse-putin-xi-sullaviazione.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dell’aviazione</a> &#8211; <strong>offre uno strumento aggiuntivo per affrontarlo in modo graduale</strong> e tecnicamente coerente con le infrastrutture esistenti.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Dalla scala di laboratorio alla validazione industriale</h2>



<p>Per verificare la fattibilità del sistema al di fuori del laboratorio, il team RMIT ha progettato e realizzato <strong>un prototipo da 3 kilowatt</strong>, testato in condizioni assimilabili a quelle industriali. Questo passaggio ha permesso di valutare non solo l’efficienza del processo, ma anche <strong>la sua stabilità operativa </strong>e la compatibilità con flussi di gas reali. Il passo successivo è la costruzione di <strong>un impianto pilota da 20 kilowatt</strong>, pensato per dimostrare l’integrazione del sistema con vere fonti di emissioni industriali.</p>



<p>Lo sviluppo su scala è accompagnato da una rete di collaborazioni con partner industriali, tra cui Viva Energy, Hart Bioenergy, CO2CRC e CarbonNet. Secondo Ma, il ridimensionamento <strong>deve avvenire in stretta collaborazione con l’industria</strong>, poiché solo l’applicazione pratica consente di identificare i limiti reali e le aree di miglioramento. L’obiettivo è arrivare a<strong> un sistema dimostrativo da 100 kilowatt entro cinque anni</strong> e a una maturità commerciale in circa sei anni.</p>



<p>Anche dal punto di vista industriale, la tecnologia viene letta come un equilibrio tra <strong>sostenibilità ambientale e fattibilità economica</strong>. Come ha sottolineato <strong>Doug Hartmann</strong> di Hart Bioenergy, l’innovazione suggerisce che la riduzione delle emissioni può procedere insieme a un miglior utilizzo dell’energia, senza ignorare i vincoli economici. In quest’ottica, la tecnologia RMIT non rappresenta una soluzione definitiva, ma <strong>uno strumento concreto per accompagnare la transizione</strong>, integrando sistemi esistenti e contribuendo a ridurre progressivamente l’impatto climatico dei settori più difficili da riconvertire.</p>
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