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	<title>Migrazioni Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 19 May 2026 15:19:46 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Migrazioni Archives - InsideOver</title>
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		<title>L’Europa lancia ETIAS: sarà una macchina a decidere quali viaggiatori extra-UE potranno entrare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 15:19:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-600x401.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Europa con ETIAS trasforma la frontiera fisica in un’infrastruttura digitale predittiva e opaca: ecco il progetto Ue.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/leuropa-lancia-etias-sara-una-macchina-a-decidere-quali-viaggiatori-extra-ue-potranno-entrare.html">L’Europa lancia ETIAS: sarà una macchina a decidere quali viaggiatori extra-UE potranno entrare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/pexels-clickerhappy-804463-600x401.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Europa si prepara a introdurre <strong>ETIAS</strong>, il <strong>sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi</strong> destinato a controllare in via preventiva chi arriva da Paesi esenti da visto. Sulla carta, tutto appare tecnico, ordinato, amministrativo: un modulo, una verifica automatica, una risposta, un’autorizzazione. Nella realtà, siamo davanti a uno dei passaggi più delicati della trasformazione dello spazio europeo: la frontiera non sarà più soltanto un luogo fisico, presidiato da agenti, passaporti e tornelli. Diventerà <strong>un’infrastruttura digitale capace di classificare, filtrare e sospettare prima ancora che il viaggiatore si presenti davanti a un funzionario.</strong></p>



<p>Il problema non è l’esistenza di controlli. Ogni Stato, ogni unione politica, ogni spazio sovrano ha il diritto e il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio. Il problema è come questo controllo viene costruito, con quali criteri, con quali garanzie, con quale trasparenza e con quale possibilità reale di contestare una decisione sbagliata.</p>



<p><strong>ETIAS nasce dentro il grande progetto europeo delle “frontiere intelligenti”,</strong> concepito per digitalizzare il controllo dei movimenti e collegare banche dati, sistemi di ingresso e uscita, liste di controllo, valutazioni di rischio e strumenti automatizzati. L’obiettivo dichiarato è semplificare il viaggio dei cittadini stranieri che entrano regolarmente nell’Unione e rafforzare la capacità di individuare minacce alla sicurezza, all’immigrazione e alla salute pubblica. Ma dietro questa promessa amministrativa si apre una questione molto più profonda: <strong>fino a che punto una democrazia può affidare alla macchina la decisione preliminare su chi sia normale e chi sia sospetto?</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La sicurezza come architettura automatica</h2>



<p>ETIAS non è un semplice archivio. È un sistema di valutazione preventiva. Quando una persona presenterà domanda di autorizzazione al viaggio, i suoi dati saranno confrontati automaticamente con diverse banche dati europee, con liste di controllo e con indicatori di rischio. Se il sistema produrrà un riscontro, il caso dovrà essere esaminato da un’unità nazionale dello Stato membro competente, che deciderà se approvare o respingere la richiesta.</p>



<p>Il <strong>ruolo di Frontex è centrale</strong>. <strong>L’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera dovrà gestire l’unità centrale ETIAS</strong> e contribuire alla definizione degli indicatori specifici di rischio. È qui che nasce la prima grande contraddizione politica. Frontex, già criticata in passato per opacità, gestione dei dati e violazioni dei diritti fondamentali lungo le frontiere esterne dell’Unione, viene ora collocata al centro di un meccanismo capace di orientare la profilazione preventiva dei viaggiatori.</p>



<p>Il paradosso è evidente: proprio l’agenzia che dovrebbe rassicurare sull’efficienza del sistema ha sollevato preoccupazioni sulla conformità di ETIAS alle norme sulla protezione dei dati. Se persino Frontex segnala incertezza giuridica, significa che il problema non appartiene a un ristretto gruppo di attivisti o giuristi critici. Appartiene alla struttura stessa del progetto.</p>



<p>La Commissione europea avrebbe dovuto fornire linee guida chiare sulla protezione dei dati. Il loro ritardo alimenta l’incertezza. E quando un sistema di questa portata tecnologica, politica e amministrativa viene avviato senza un quadro giuridico pienamente consolidato, <strong>il rischio è che l’eccezione diventi prassi,</strong> e che la prassi costruisca diritto prima ancora che il diritto abbia fissato limiti precisi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio della profilazione mascherata</h2>



<p>Il regolamento prevede che gli indicatori di rischio siano mirati, proporzionati e non fondati su caratteristiche personali. In teoria, dunque, nessuna discriminazione. In pratica, la questione è molto più complessa.</p>



<p>Un indicatore può non nominare direttamente l’origine etnica, il colore della pelle o la religione, ma può arrivare allo stesso risultato attraverso dati indiretti: nazionalità, città di residenza, percorso di viaggio, età, sesso, precedenti spostamenti, contatti, provenienza geografica. La discriminazione algoritmica non ha bisogno di dichiararsi tale. Può nascondersi dentro correlazioni statistiche, categorie amministrative e modelli apparentemente neutri.</p>



<p>È questo il cuore politico della questione. La vecchia frontiera poteva discriminare attraverso lo sguardo dell’agente. La nuova frontiera può discriminare attraverso l’indicatore. E l’indicatore, proprio perché tecnico, appare più innocente, più oggettivo, meno contestabile. Ma non lo è necessariamente.</p>



<p>La società europea rischia così di importare dentro il controllo delle frontiere una forma di sospetto preventivo fondata non su ciò che una persona ha fatto, ma su ciò che il sistema presume possa rappresentare. La sicurezza non giudica più solo comportamenti. Anticipa profili. Non interviene soltanto davanti a un rischio concreto. Costruisce categorie di probabilità.</p>



<p>In questo passaggio si gioca una parte della sovranità democratica. Perché quando la decisione viene automatizzata, il cittadino o il viaggiatore non si confronta più con un potere visibile, ma con una catena opaca di dati, formule, elenchi e criteri difficili da conoscere e contestare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Intelligenza artificiale e diritto di difesa</h2>



<p><strong>L’eventuale uso dell’intelligenza artificiale dentro ETIAS rende il quadro ancora più delicato. </strong>Se una decisione negativa, o anche solo una segnalazione di rischio, può essere prodotta attraverso strumenti automatizzati non pienamente trasparenti, il diritto al ricorso effettivo rischia di diventare una finzione. Come può una persona difendersi da un sistema che non conosce? Come può contestare un criterio che non le viene spiegato? Come può dimostrare di non essere un rischio se il rischio è stato prodotto da una combinazione di dati che resta nascosta dietro esigenze di sicurezza?</p>



<p>La Corte di giustizia dell’Unione europea ha già posto limiti importanti all’uso di criteri opachi nella sorveglianza dei viaggiatori. Il principio è semplice: <strong>la sicurezza non può cancellare il diritto alla difesa.</strong> Una decisione che incide sulla libertà di movimento deve poter essere compresa, verificata e contestata. Eppure il calendario politico sembra spingere nella direzione opposta. L’Europa vuole avviare il sistema, dimostrare efficienza, controllare i flussi, rassicurare le opinioni pubbliche, rispondere alle paure migratorie e terroristiche. Ma la fretta amministrativa, quando incontra tecnologie invasive, può produrre conseguenze durature.</p>



<p>Un sistema di controllo costruito male non è soltanto un problema tecnico. È un problema istituzionale. Una volta installata l’infrastruttura, diventa difficile ridurne la portata. Le banche dati tendono a espandersi. Le finalità tendono ad allargarsi. Ciò che nasce per la sicurezza può essere utilizzato per l’immigrazione, poi per la polizia, poi per altri scopi ancora.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La frontiera come laboratorio geopolitico</h2>



<p>ETIAS non riguarda solo i diritti individuali. <strong>Riguarda anche la posizione geopolitica dell’Europa. </strong>L’Unione si presenta come spazio fondato sul diritto, sulla protezione dei dati, sulle garanzie procedurali, sulla distinzione tra sicurezza e arbitrio. Ma se costruisce un sistema opaco di autorizzazione preventiva, rischia di indebolire proprio il capitale normativo che la distingue da potenze più apertamente autoritarie.</p>



<p><strong>La frontiera digitale diventa così un laboratorio del potere europeo. </strong>Da un lato, l’Unione vuole difendersi da terrorismo, migrazione irregolare, criminalità transnazionale e crisi sanitarie. Dall’altro, deve evitare di trasformare la sicurezza in una macchina automatica di esclusione.</p>



<p>La questione è anche geoeconomica. Aeroporti, compagnie aeree, turismo, commercio e mobilità internazionale dipendono da sistemi rapidi e affidabili. Ritardi, malfunzionamenti o sospensioni possono produrre costi significativi. Le critiche delle compagnie aeree e degli aeroporti al sistema di ingresso e uscita mostrano che la digitalizzazione non coincide automaticamente con efficienza. Un controllo più sofisticato può anche generare code, blocchi, costi operativi, danni reputazionali e tensioni diplomatiche. La sicurezza, insomma, ha un prezzo. Ma il prezzo non è solo finanziario. È politico, giuridico e sociale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una valutazione strategica del controllo</h2>



<p>Dal punto di vista strategico, ETIAS risponde a una tendenza irreversibile: gli Stati vogliono conoscere prima, classificare prima, intervenire prima. La frontiera non è più il margine del territorio. È una rete anticipata che comincia nei moduli digitali, nei dati biometrici, nelle compagnie di trasporto, nelle banche dati europee, negli algoritmi e nelle liste di controllo.</p>



<p><strong>Questa trasformazione rafforza la capacità dello Stato, ma ne aumenta anche la responsabilità.</strong> Più un sistema vede, più deve rendere conto. Più un sistema decide, più deve essere controllabile. Più una macchina filtra persone, più deve essere impedito che l’errore diventi destino. Il rischio maggiore non è soltanto il singolo abuso. È la normalizzazione dell’idea che la libertà di movimento possa essere subordinata a una valutazione automatica di rischio, costruita su criteri non pienamente trasparenti e applicata a milioni di persone.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La domanda politica finale</h2>



<p>L’Europa ha il diritto di proteggere le proprie frontiere. Ma non può farlo sacrificando il principio che dovrebbe fondare la sua differenza politica: il potere deve essere limitato dal diritto, anche quando agisce in nome della sicurezza.</p>



<p>ETIAS può diventare uno strumento utile, se sarà trasparente, controllato, proporzionato, contestabile e sottoposto a garanzie reali. Ma può anche diventare il simbolo di una nuova frontiera europea: non più soltanto esterna, ma invisibile; non più soltanto geografica, ma algoritmica; non più soltanto poliziesca, ma predittiva.</p>



<p>Il punto non è scegliere tra sicurezza e libertà. Il punto è impedire che, in nome della sicurezza, l’Europa costruisca una macchina capace di ridurre la libertà senza nemmeno doverla discutere pubblicamente. Perché una frontiera che decide prima dell’uomo può sembrare efficiente. Ma se non è governata dal diritto, diventa qualcosa di molto diverso: un potere che seleziona, sospetta ed esclude senza assumersi fino in fondo la responsabilità politica della propria decisione.</p>
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		<title>Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 08:23:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1133" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-300x177.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1024x604.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-768x453.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1536x906.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-600x354.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Israele finanzia l'immigrazione dei Bnei Menashe, comunità indiana che si ritiene discendente da una tribù ebraica perduta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html">Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>A novembre 2025, Israele ha deciso di finanziare l&#8217;immigrazione di migliaia di indiani provenienti dagli stati di Mizoram e Manipur, nel <strong>Nord-Est dell&#8217;India</strong>. Qui si trova la comunità dei <strong>Bnei Menashe</strong>, una tra le tribù più isolate del mondo, confinata in una zona remota dell’India, a ridosso del Myanmar. Giovedì 7 aprile, 250 <a href="https://www.timesofisrael.com/group-of-over-250-bnei-menashe-immigrants-from-india-lands-in-israel/" type="link" id="https://www.timesofisrael.com/group-of-over-250-bnei-menashe-immigrants-from-india-lands-in-israel/">membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv</a>. Per quanto possa apparire curioso, <strong>questa comunità indiana ha un forte legame con il popolo ebraico</strong>, e quindi con Israele.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bnei Menashe e il legame con il popolo ebraico</strong></h2>



<p>Questa comunità ritiene di discendere da <strong>Manasse</strong>, una delle dieci tribù perdute del Regno d&#8217;Israele che furono deportate dagli Assiri nel <strong>722 a.C</strong>. e che oggi funge da ponte identitario per il loro trasferimento in Israele. Alle circa 10mila persone che la compongono, è stato insegnato per generazioni che i loro antenati provenienti dal Medio Oriente vagarono per l’Asia fino a trovare rifugio nella giungla. La religione è diventato il loro principale collante sociale.</p>



<p>I Menashe nel Manipur sono considerati un popolo di etnia <strong>Kuki</strong>, parlano lingue appartenenti alla famiglia tibeto-birmana e le loro origini antropologiche sono riconducibili all’attuale territorio cinese. Convertiti al cristianesimo all&#8217;inizio del Novecento dai <strong>missionari britannici</strong>, i Bnei Menashe destarono l’interesse degli antropologi israeliani negli anni Settanta. Gli studiosi notarono sorprendenti analogie tra le loro antiche usanze e il giudaismo: canti rituali che narravano la fuga dall&#8217;Egitto e il costante riferimento a un mitico antenato chiamato <strong>&#8220;Manmasi</strong>&#8220;, identificato dai ricercatori come il patriarca biblico <strong>Manasse</strong>.</p>



<p>A partire dagli anni Novanta, i membri di questa comunità hanno iniziato a migrare gradualmente verso Israele. Oggi, però, la loro <strong>Aliyah</strong>, il diritto al ritorno che garantisce la cittadinanza a tutti gli ebrei della diaspora, è più prossima che mai. La comunità è ansiosa di poter tornare laddove sostengono siano radicate le loro origini. Un ritorno che significa vivere pienamente l&#8217;identità ebraica, superando le difficoltà quotidiane legate all&#8217;osservanza religiosa e ai precetti della dieta Kosher, difficili da seguire nelle regioni indiane di provenienza.</p>



<p>Sono anche le migliori aspettative di vita a motivarli: il Manipur è una delle regioni più povere dell’India, dove la maggior parte del lavoro si concentra nelle <strong>fattorie di famiglia</strong>. Chi ha già raggiunto Israele racconta invece di lavorare come autista di camion, nell’ediliza e nelle fabbriche, esortando chi è ancora in India a raggiungerli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il trasferimento negli insediamenti</h2>



<p>Attraverso l’operazione denominata <strong>&#8216;Wings of Dawn&#8217;</strong> (<em>Ali dell’Alba</em>), il governo israeliano ha pianificato il trasferimento dei restanti <strong>6.000 membri</strong> della comunità entro il 2030, assumendosi l’intero onere dei costi di trasporto e di prima integrazione. Tel Aviv ha stanziato in totale circa 30 milioni di dollari per l&#8217;operazione, un investimento che favorisce anche il popolamento degli insediamenti nei territori occupati, dove storicamente gran parte della comunità viene indirizzata.</p>



<p>&#8220;Una decisione importante e sionista che rafforzerà anche il Nord e la Galilea&#8221;, ha dichiarato il primo ministro israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong>. Giovedì 7 aprile, 250 membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv. Rivolgendosi ai nuovi israeliani, Ofir Sofer, il <strong>Ministro dell&#8217;Aliyah</strong> ha affermato: &#8220;Stiamo facendo la storia portando l’intera comunità di Bnei Menashe in Israele… Non c’è momento più appropriato e toccante per dare il benvenuto a un aereo pieno di immigrati subito dopo il 78° anniversario dell’indipendenza dello Stato. Benvenuti a casa&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Un’operazione che ha, tra i suoi scopi, quello di rigenerare la forza lavoro venuta meno dopo il 7 ottobre 2023. Il vuoto è stato causato dalla mobilitazione militare degli israeliani, dallo sfollamento interno a causa degli attacchi missilistici, dal drastico calo di migranti provenienti da Nepal, Thailandia, Uzbekistan e Sri Lanka. <strong>Ma il fattore determinante resta l&#8217;esclusione dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania,</strong> ai quali è stato revocato l&#8217;accesso al mercato israeliano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sostituzione etnica del lavoratori palestinesi</strong></h2>



<p>L’operazione Ali dell’Alba va contestualizzata alla lenta sostituzione del lavoratori palestinesi con migranti provenienti da diversi Paesi. Recentemente, +972 Magazine ha riportato un video del 13 aprile diffuso dalla polizia israeliana in cui lavoratori palestinesi senza permessi vengono trattati come pericolosi fuorilegge. Israele è stato per decenni dipendente economicamente dai lavoratori palestinesi, che costituivano la spina dorsale del sostentamento nei territori occupati con un flusso mensile di <strong>380 milioni di dollari.</strong> Questa dipendenza è stata interrotta dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, anche chi prima lavorava regolarmente è ora trattato come un criminale.</p>



<p>Più di 200mila lavoratori palestinesi provenienti da Cisgiordania e Gaza hanno visto revocati i permessi di ingresso in Israele, ufficialmente per motivi di sicurezza, sebbene<a href="https://www.inss.org.il/he/publication/palestinian-workers-data/"> ricerche</a> come quella dell&#8217;<strong>Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale </strong>(INSS) dimostrino che i lavoratori con permessi raramente fossero coinvolti in attività militanti. <strong>La conseguenza immediata è stata un crollo del 95% nell&#8217;edilizia residenziale israeliana e un calo dell&#8217;80% nella produzione agricola.</strong></p>



<p>Israele ha accelerato la sostituzione con <strong>manodopera migrante,</strong> pianificando il reclutamento di circa 65mila lavoratori da India, Sri Lanka e Uzbekistan attraverso nuovi centri di reclutamento, con la possibilità di aumentare questo numero fino a 80mila. <strong>Attualmente sono impiegati circa 270mila lavoratori migranti in Israele</strong>, mentre solo 8mila permessi di lavoro sono stati rilasciati ai palestinesi nel 2025, cifra insufficiente a sostenere l&#8217;economia cisgiordana dove oltre 10.000 palestinesi continuano a lavorare negli insediamenti.</p>



<p>I lavoratori migranti subiscono <strong>gravi abusi</strong>: ricevono mediamente solo il 70% dei salari dovuti per legge, sono esposti a pesticidi senza adeguate protezioni, subiscono trattenute salariali e vivono in alloggi inadeguati. Durante gli attacchi del 7 ottobre, 22 lavoratori thailandesi sono stati presi in ostaggio e 32 uccisi, mentre dall&#8217;inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l&#8217;Iran almeno tre lavoratori migranti sono stati uccisi da attacchi missilistici, nell&#8217;assordante silenzio dell&#8217;opinione pubblica.</p>



<p>Questo sistema di sostituzione della forza lavoro, basato sulla dipendenza dalla volontà dei datori di lavoro e dello Stato, ha trasformato i lavoratori in figure facilmente sostituibili, spostando rapidamente il mercato del lavoro da palestinese a migrante dopo decenni di &#8220;inclusione controllata&#8221; che bilanciava esigenze economiche con imperativi coloniali.</p>



<p>La sostituzione sistematica della manodopera palestinese con flussi migratori pianificati non risponde ad un&#8217;emergenza isolata, ma è l’ultimo tassello di un <strong>progetto coloniale decennale</strong> volto a recidere il legame economico tra la popolazione palestinese occupata e la loro terra. In questo contesto, l&#8217;operazione Ali dell’Alba si rivela essere molto più di una risposta alle difficoltà post-7 ottobre: è lo strumento con cui Israele tenta di rendere definitiva l&#8217;esclusione dei palestinesi e, piuttosto che garantire diritti di chi vive sotto occupazione, opta per la sostituzione di quei lavoratori con nuovi arrivati, risolvendo persino un problema economico con una mossa demografica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html">Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Un  Ponte Per dal Libano: &#8220;Israele sta replicando qui il modello Gaza&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/un-ponte-per-dal-libano-israele-sta-replicando-qui-il-modello-gaza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jonathan Piccinella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 12:38:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La prospettiva di una perdita di territorio a Sud e le minaccia dei bombardamenti: l'Ong racconta la situazione e i possibili sviluppi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/un-ponte-per-dal-libano-israele-sta-replicando-qui-il-modello-gaza.html">Un  Ponte Per dal Libano: &#8220;Israele sta replicando qui il modello Gaza&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La situazione in Libano, con gli attacchi aerei israeliani in tutto il Paese e l’evolversi delle situazioni politiche in tutto il Mediterraneo orientale, per la popolazione civile dal punto di vista sociale ed economico è disastrosa. Secondo <a href="https://www.unhcr.org/where-we-work/countries/lebanon?dataset=POP&amp;yearsMode=range&amp;selectedYears=%5B2012%2C2026%5D&amp;level=OPR&amp;category=PTY&amp;fundingSource=ALS&amp;compareBy=%5B%22category%22%5D&amp;levelCompare=%5B%5B%22OLBN_ABC%22%5D%5D&amp;viewType=chart&amp;chartType=bar&amp;contextualDataset=BUD&amp;tableDataView=absolute">l’UNHCR</a>, l’Agenzia Onu per i rifugiati, “il Libano ospita circa 1,3 milioni di rifugiati siriani, oltre a popolazioni minori di iracheni, sudanesi e altre nazionalità. La situazione in termini di protezione è ulteriormente peggiorata in seguito all&#8217;escalation delle ostilità tra Israele e gruppi armati in Libano alla fine del 2024, che ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone e una distruzione diffusa, con bombardamenti sporadici che continuano soprattutto nel Sud”. Abbiamo raggiunto <a href="https://unponteper.it/it/home/">UnPontePer</a>, associazione umanitaria e Ong pacifista che dal 1991 lavora in aree di conflitto tra Asia Occidentale, Nord Africa e Europa tra cui Libano, Palestina Siria e Iraq. <a href="https://unponteper.it/it/country/libano/">UnPontePer</a> è presente in Libano dal 1997, e svolge varie attività per la popolazione civile e i rifugiati per il diritto allo studio, il fabbisogno alimentare e tutto ciò che serve per un popolo martoriato dalla bombe aeree.</p>



<p><strong>Quali sono le principali difficoltà nel lavorare in Libano prima dei bombardamenti israeliani di marzo &#8211; aprile?</strong></p>



<p>&#8220;Come giustamente menzioni, il “cessate il fuoco” avvenuto a novembre 2024 si è tradotto in una lunghissima serie di violazioni, di guerra a bassa intensità e di guerra psicologica, con attacchi mirati a edifici e persone e con l’uso costante di droni. Sebbene in linea generale la situazione permettesse di lavorare nel Paese, la situazione era molto diversa a seconda dalle zone, con difficoltà maggiori nei governatorati di Sud Libano e Nabatieh e di Baalbek-Hermel e Bekaa. Essendo basati a Beirut, la difficoltà principale è stata in termini di spostamenti e pianificazione di visite, incontri e attività specie nelle zone precedentemente elencate, trovandoci spesso a dover cancellare i piani in seguito a un attacco. Dall’altro lato, sicuramente sapere o sentire droni o jet israeliani nei cieli libanesi, di lanci di fosforo bianco a Sud e di movimenti al confine ha contribuito al sentimento di sfiducia nei confronti del cosiddetto cessate il fuoco, alimentando lo stress e la tensione soprattutto nelle aree sopra menzionate&#8221;. </p>



<p><strong>Quanto hanno peggiorato la situazione i recenti sviluppi?</strong></p>



<p>&#8220;I recenti sviluppi hanno chiaramente riportato la situazione a un picco di criticità, rispetto a una apparente stabilità precedente, soprattutto all&#8217;inizio di questa nuova escalation, essendo i primi momenti quelli più delicati: numeri degli sfollati in crescita esponenziale in pochissimo tempo, con il sovraffollamento dei rifugi e in molti casi sfollamento urbano, al di fuori di strutture adibite. Un&#8217;altra difficoltà è sicuramente quella della gestione del senso di insicurezza e rischio, sapendo che pochissime aree possono essere considerate sicure, il che causa movimenti a volte confusi e spinti dal panico, cosa che si è vista con i vari ordini di evacuazione massiccia o con gli attacchi simultanei dell&#8217;8 aprile. Questa ulteriore escalation sta quindi progressivamente stremando una popolazione, già direttamente colpita nel 2024, comunque colpita anche solo a livello economico quando non direttamente a livello personale o familiare. Il peggioramento riguarda anche le possibili tensioni inter-comunitarie che vengono intenzionalmente suscitate e riaccese a fronte di attacchi fortemente connotati dal punti di vista settario contro la popolazione sciita. </p>



<p>A tutto questo si aggiunge inoltre la possibilità, sempre più concreta, di un&#8217;effettiva occupazione di una parte del territorio a Sud del Libano, che comporterebbe non solo uno sfollamento temporaneo ma una reale ricollocazione di parte della popolazione civile. Questo rappresenterebbe un grave peggioramento della situazione per tutto il Paese in termini di perdita di unità nazionale, un&#8217;ennesima ferita difficile da rimarginare. Un&#8217;altra questione importante è la difficoltà nel sensibilizzare le persone, che desiderano tornare alle loro case, alla pericolosità di ordigni inesplosi, che sono spesso di nuova produzione e quindi sconosciuti anche per gli addetti ai lavori<em>&#8220;. </em></p>



<p><strong>Il governo libanese e le forze presenti sul terreno si confrontano con organizzazioni come la vostra?</strong></p>



<p>&#8220;Attualmente, la situazione richiede il coordinamento stretto di tutti gli attori presenti sul territorio, governativi, civili, internazionali e locali. In particolare, per la risposta all’emergenza, il coordinamento con le autorità libanesi avviene soprattutto attraverso i rappresentanti del ministero degli Affari sociali, incaricato di supervisionare distribuzioni di cibo, materiali per l’igiene personale e altri generi di prima necessità, oltre che di assicurare coordinamento e scambio in tempo reale delle informazioni sia a livello locale sia nazionale, con il supporto dei diversi gruppi di lavoro settoriali e delle agenzie presenti nel Paese. Come potete immaginare, questo coordinamento non è sempre facile, a causa dell’altissimo numero di persone costrette ad evacuare i propri villaggi e le proprie case, e, in parallelo, dell’intensità degli attacchi israeliani che hanno colpito il pPese almeno fino al &#8220;cessate il fuoco” di metà aprile. Successivamente, si è visto lo spostamento di famiglie o di singoli verso le città di origine, spesso temporaneamente, o verso altri rifugi o case più vicini ad esse. Negli ultimi giorni sono ripresi gli ordini di evacuazione e gli attacchi nei distretti a Sud del Paese, portando a ulteriori movimenti della popolazione e rendendo necessario l’aggiornamento in tempo reale per assicurare una risposta più ampia possibile in termini di beni di prima necessità e servizi&#8221;.</p>



<p><strong>Che cosa chiede, soprattutto, la popolazione civile?</strong></p>



<p>&#8220;Da quella che è la nostra percezione, che rimane parziale e non può essere generalizzata, la popolazione è soprattutto, anche se i ripetuti sfollamenti hanno creato, forse, una sorta di rassegnazione. Tuttavia rimane una forte rivendicazione delle proprie case, terre, villaggi e luoghi d&#8217;origine e della propria memoria. Non ci sono particolari richieste, se non appunto il desiderio di ritorno, che è un diritto e che come tale andrebbe tutelato, sia nell&#8217;offerta di aiuto umanitario che in termini di advocacy per tutti coloro che lavorano a contatto con la popolazione colpita&#8221;.  </p>



<p><strong>Perché oggi si può dire che Israele sta replicando il modello Gaza sul Libano?</strong></p>



<p>&#8220;Israele sta ripresentando il modello già visto a Gaza da vari punti vista, primo tra tutti come distruzione e occupazione territoriale, questo è il modello già implementato anche in Libano storicamente ma che ha visto la sua massima esposizione a Gaza dal 2023 in poi. Inoltre, sta ripetendo il modello Gaza negli attacchi deliberatamente rivolti a civili, personale umanitario, medici, paramedici, strutture ospedaliere, giornalisti e altre categorie notoriamente protette dal diritto umanitario internazionale, approfittando anche del fatto di essere riuscito, in questi anni e proprio attraverso l&#8217;esperienza di Gaza, a far perdere di significato il concetto stesso di diritto e di legalità. Sta in un certo senso approfittando di quanto ottenuto finora in termini di impunità e di propaganda&#8221;.</p>
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		<title>Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;esodo della tribù indiana Bnei Menashe verso Israele</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 13:57:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I principali think tank israeliani continuano a rimarcare i vantaggi della rinnovata partnership tra Israaele e India, culminata nella recente visita di Narendra Modi a Tel Aviv con tanto di storico discorso alla Knesset e la proposta, del padrone di casa Benjamin Netanyahu, di creare un &#8220;asse delle nazioni&#8221; per contrastare l&#8217;influenza dell&#8217;Iran in Medio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html">Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;esodo della tribù indiana Bnei Menashe verso Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I principali think tank israeliani continuano a rimarcare i vantaggi della rinnovata partnership tra Israaele e <strong>India</strong>, culminata nella recente visita di <a href="https://it.insideover.com/schede/nazionalismi/chi-e-narendra-modi.html">Narendra Modi</a> a Tel Aviv con tanto di storico discorso alla Knesset e la proposta, del padrone di casa <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, di <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-lasse-delle-nazioni-tra-india-e-israele-preoccupa-il-pakistan.html#google_vignette">creare un &#8220;asse delle nazioni&#8221; </a>per contrastare l&#8217;influenza dell&#8217;Iran in Medio Oriente. </p>



<p>Ancora fedele alla politica nazionale di non allineamento, il primo ministro indiano non ha confermato né smentito la futura adesione di Delhi a questo progetto, pur rimarcando la volontà di rafforzare le relazioni con lo Stato ebraico. I dossier sul tavolo dei due Paesi sono numerosi, e comprendono tanto la <strong>Difesa </strong>&#8211; Israele è tra i principali fornitori di armi dell&#8217;India, <a href="https://it.insideover.com/politica/crisi-del-kashmir-lindia-di-modi-prende-a-modello-lisraele-di-netanyahu.html">con una collaborazione estesa</a> a cyber-sicurezza, droni e tecnologia missilistica &#8211; quanto il <strong>commercio</strong> (a partire dal progetto del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa) e la <strong>cultura</strong>. </p>



<p>Non solo: sta assumendo una rilevanza sostanziale la vicenda dei <strong>Bnei Menashe</strong>. Parliamo di un <strong>gruppo etnico-religioso</strong>, originario dell&#8217;India nord orientale, tra gli Stati di <strong>Manipur</strong> e <strong>Mizoram</strong>, che sostiene di discendere da una delle cosiddette “<strong>dieci tribù perdute</strong>” di Israele, in particolare dalla<strong> tribù di Manasse</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="736" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-1024x736.jpg" alt="" class="wp-image-514874" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-1024x736.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-300x216.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-768x552.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-1536x1104.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-600x431.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Dall&#8217;India a Israele: il trasferimento della “tribù perduta” dei Bnei Menashe</h2>



<p>Nei giorni scorsi, oltre <strong>250 indiani</strong> appartenenti a questa tribù biblica sono atterrati all&#8217;aeroporto Ben Gurion nell&#8217;ambito di un&#8217;<strong>operazione governativa</strong> per il loro <strong>trasferimento </strong>in Israele. </p>



<p>I Bnei Menashe vivono in avamposti sperduti nel <strong>kibbutz di Ma&#8217;oz Tzur</strong>, al confine tra l&#8217;India e il Myanmar. Sono circa 10.000 e si considerano parte, come detto, di una delle dieci tribù perdute di Israele, discendenti di un patriarca tribale, Manasse, e dispersi quasi tre millenni fa. </p>



<p>Da qualche anno hanno iniziato a trasferirsi nello Stato ebraico, consapevoli che il governo israeliano ha promesso di riportarli tutti in Israele entro il <strong>2030</strong>. Quasi metà della comunità, ha ricordato il <em>New York Times</em>, si è già trasferita in Israele a partire dagli anni &#8217;90. Con l&#8217;operazione &#8220;<strong>Ali dell&#8217;Alba</strong>&#8220;, Tel Aviv ha appena trasportato in aereo altri 250 membri, in attesa di ulteriori rimpatri già in programma. </p>



<p>I primi gruppi si sono stabiliti in luoghi come <strong>Hebron</strong>, in <strong>Cisgiordania</strong>, e negli <strong>insediamenti israeliani a Gaza</strong>. Nel novembre dello scorso anno, il governo israeliano ha accettato di aiutare i restanti 5.800 Menashe a immigrare in massa (1.200 lo faranno nel corso del 2026).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-514873" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La mossa di Tel Aviv</h2>



<p>Per assorbire i nuovi arrivati, Tel Aviv ha previsto un ingente <strong>sostegno finanziario</strong> iniziale, oltre a corsi di lingua ebraica, orientamento professionale, alloggi temporanei e programmi sociali di aiuto. Netanyahu l&#8217;ha definita &#8220;una decisione importante che rafforzerà anche le <strong>regioni del Nord e della Galilea</strong>&#8220;, alcune delle quali sono state colpite dai razzi lanciati dai combattenti di Hezbollah in Libano. </p>



<p>Israele ha bisogno di ricostruire la propria <strong>economia</strong>. La chiamata alle armi da parte di numerosi israeliani, i palestinesi della Cisgiordania impossibilitati a svolgere le proprie attività lavorative e la riduzione del flusso di lavoratori migranti provenienti da paesi come il Nepal e la Thailandia hanno danneggiato il Paese. I legislatori di Tel Aviv hanno tuttavia spiegato che il duplice obiettivo di questa mossa, concordata con Delhi, consiste, da un lato nel riunire le famiglie, e dall&#8217;altro nel ripopolare il nord di Israele. </p>



<p>&#8220;Stiamo facendo la storia portando l&#8217;intera comunità di Bnei Menashe in Israele&#8221;, ha dichiarato <strong>Ofir Sofer</strong>, ministro israeliano per l&#8217;aliyah e l&#8217;integrazione, in un comunicato. &#8220;Oggi abbiamo accolto con grande gioia ed entusiasmo il primo volo di immigrati dal nord dell&#8217;India. Ringrazio il primo ministro Netanyahu e il ministro delle Finanze Smotrich, che hanno accolto con favore l&#8217;iniziativa da me promossa, un&#8217;iniziativa che unirà l&#8217;intera comunità nello Stato di Israele&#8221;, ha aggiunto lo stesso Sofer.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">NEWS: THE 240 IMMIGRANTS ISRAEL IMPORTED FROM INDIA LAND IN ISRAEL<br><br>The 240 are part of the 1,200 of the Bnei Menashe community from northeastern India Israel approved to migrate to Israel in 2026. <a href="https://t.co/XPYdftU4X5">pic.twitter.com/XPYdftU4X5</a></p>&mdash; Sulaiman Ahmed (@ShaykhSulaiman) <a href="https://twitter.com/ShaykhSulaiman/status/2047575235843457212?ref_src=twsrc%5Etfw">April 24, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html">Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;esodo della tribù indiana Bnei Menashe verso Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Europa, il rimpatrio come ideologia</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/europa-il-rimpatrio-come-ideologia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="migranti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con il voto del Parlamento europeo il rimpatrio non è più concepito come l’atto finale di una procedura ma come strumento di intimidazione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="migranti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il voto del Parlamento europeo sui rimpatri non è un semplice passaggio legislativo. È il segnale politico di un cambiamento più profondo: l’Unione Europea, sotto la pressione combinata dell’insicurezza sociale, della polarizzazione politica e della crescita delle destre, <strong>sta spostando il baricentro della sua politica migratoria dalla gestione del fenomeno alla sua deterrenza punitiva.</strong> Non si tratta più soltanto di controllare le frontiere, ma di costruire un sistema che renda l’ingresso irregolare non solo difficile ma anche esemplare nella sua repressione.</p>



<p>L’approvazione di una linea che <strong>apre ai centri di rimpatrio fuori dai confini dell’Unione</strong> mostra infatti una trasformazione culturale prima ancora che normativa. L’Europa che per decenni ha cercato di presentarsi come spazio giuridico fondato sull’equilibrio tra sicurezza e diritti, oggi sembra accettare una logica diversa: esternalizzare il problema, allontanarlo fisicamente, trasferirlo in territori terzi, possibilmente lontani dallo sguardo dell’opinione pubblica e dai vincoli più stringenti della propria architettura giuridica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal diritto d’asilo alla deterrenza amministrativa</h2>



<p>Il punto decisivo è che il rimpatrio non viene più concepito come l’atto finale di una procedura amministrativa o giuridica, ma come strumento di intimidazione preventiva. Il messaggio politico è chiaro: <strong>chi entra illegalmente deve sapere che non solo non resterà, ma potrà essere detenuto, escluso e trasferito in Paesi terzi</strong>, anche lontani dal proprio percorso migratorio. È un salto di paradigma che avvicina l’Europa a modelli già sperimentati altrove, in particolare nel mondo anglosassone, dove l’ossessione per il controllo migratorio ha progressivamente eroso garanzie e tutele.</p>



<p>L’inasprimento delle sanzioni, l’estensione dei periodi di detenzione, l’idea di divieti di ingresso potenzialmente senza termine preciso, tutto questo concorre a disegnare un sistema nel quale il migrante irregolare non è più semplicemente un soggetto da esaminare sotto il profilo del diritto, ma <strong>una figura da neutralizzare.</strong> La differenza è enorme. Nel primo caso prevale la logica dello Stato di diritto; nel secondo emerge quella della sicurezza permanente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le nuove alleanze del potere europeo</h2>



<p>Il voto ha poi un valore politico interno assai rilevante. Il Partito Popolare Europeo, forza centrale dell’equilibrio comunitario, ha scelto di <strong>portare avanti questa linea con l’appoggio decisivo delle destre radicali. </strong>È qui che si vede il mutamento reale dei rapporti di forza dentro l’Unione. Non tanto perché le estreme destre conquistino formalmente il potere, ma perché riescono a imporre il proprio linguaggio e le proprie priorità al centro moderato. Il risultato è che <strong>la politica migratoria diventa il laboratorio di una nuova maggioranza culturale europea: </strong>meno universalista, meno garantista, più ossessionata dalla sovranità e dal controllo.</p>



<p>Le resistenze della sinistra e delle organizzazioni umanitarie mostrano tutta la loro debolezza. Le critiche sul rischio di violazioni dei diritti fondamentali, sulla natura opaca dei centri <em>offshore,</em> sul pericolo di creare veri e propri vuoti giuridici sono fondate, ma oggi non riescono più a orientare il baricentro della decisione politica. Questo è il dato più importante: il principio di umanità non scompare dal discorso pubblico, ma perde centralità nella costruzione concreta delle norme.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’esternalizzazione come scarico geopolitico</h2>



<p>Dietro questa linea si intravede una precisa logica geopolitica. <strong>L’Europa tenta di trasferire verso Paesi terzi il peso materiale e politico della gestione migratoria. </strong>Non è una novità assoluta: già gli accordi con la Turchia, con la Libia e con altri attori mediterranei avevano mostrato questa tendenza. Ma oggi il salto è più netto, perché s<strong>i ipotizza apertamente la costruzione di strutture di detenzione e rimpatrio fuori dal territorio europeo.</strong></p>



<p>Ciò significa una cosa molto semplice: l’Unione, incapace di trovare un equilibrio interno stabile tra solidarietà, accoglienza e sicurezza, cerca di comprare all’esterno il contenimento del problema. È una forma di delocalizzazione coercitiva. Il rischio, naturalmente, è duplice. Da un lato, si affida una questione delicatissima a Paesi che spesso non garantiscono standard adeguati sul piano giuridico e umanitario. Dall’altro, si aumenta la dipendenza politica europea da partner africani o mediorientali che possono trasformare il controllo migratorio in leva negoziale permanente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il prezzo politico della paura</h2>



<p>Sul piano interno, questa stretta legislativa riflette <strong>l’ascesa di una politica della paura. </strong>La migrazione viene usata come simbolo assoluto del disordine contemporaneo: crisi sociale, criminalità, terrorismo, perdita di identità, indebolimento dello Stato. In questo quadro, la promessa di rimpatri più rapidi e più duri diventa una moneta elettorale molto spendibile. Poco importa che l’efficacia pratica di queste misure resti discutibile. Nelle democrazie sotto pressione, il valore simbolico della fermezza conta spesso più dei risultati concreti.</p>



<p>Ma proprio qui si annida il pericolo maggiore. Quando la politica comincia a costruire norme per mostrare durezza più che per risolvere problemi, <strong>il diritto smette di essere strumento di ordine e diventa dispositivo di propaganda.</strong> E in materia migratoria questo rischio è altissimo, perché il migrante è il soggetto ideale su cui proiettare ansie collettive e pulsioni punitive.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un’Europa più dura e più fragile</h2>



<p>L’impressione finale è che l<strong>’Unione Europea stia scegliendo la strada della rigidità senza aver risolto le proprie fragilità strutturali.</strong> Non ha costruito una vera politica comune dell’asilo, non ha armonizzato in modo efficace le responsabilità tra Stati membri, non ha affrontato alla radice il rapporto tra migrazioni, crisi africane, guerre mediorientali e squilibri economici globali. In compenso, alza il livello della repressione amministrativa.</p>



<p>È una risposta politicamente comprensibile, ma strategicamente miope. Perché può forse ridurre nel breve periodo la percezione di impotenza, ma <strong>non affronta le cause profonde dei flussi migratori </strong>e soprattutto rischia di compromettere ulteriormente la credibilità giuridica e morale dell’Europa. Il continente che voleva essere una potenza normativa, un modello di equilibrio tra sicurezza e diritto, rischia di diventare invece una macchina difensiva sempre più severa e sempre meno capace di distinguere tra ordine e brutalità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il laboratorio del nuovo continente fortezza</h2>



<p>Questa legge controversa non chiude la discussione, la apre. I negoziati con gli Stati membri potranno modificare alcuni dettagli, ma la direzione politica è ormai tracciata. L’Europa si sta avviando verso <strong>una forma più dura di fortezza continentale,</strong> dove il confine non è più soltanto una linea geografica ma un sistema esteso di esclusione, detenzione e trasferimento.</p>



<p>Il problema è che ogni fortezza, mentre si chiude, rivela anche la propria debolezza. <strong>Più ha paura di ciò che arriva dall’esterno, più confessa di non sentirsi sicura di sé. </strong>E l’Europa di oggi, dietro il linguaggio dell’ordine, sembra mostrare proprio questo: non la forza tranquilla di una civiltà che governa i processi, ma l’inquietudine di un sistema politico che teme di non saperli più controllare.</p>
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		<title>Il nuovo limbo dei deportati dagli Usa passa per la giungla di Panama</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/il-nuovo-limbo-dei-deportati-dagli-usa-passa-per-la-giungla-di-panama.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 10:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Panama]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="panama" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La grande inversione dei flussi migratori dagli Usa all'America Latina, per evitare deportazioni di massa o la cancellazione dei permessi. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="panama" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Questi ultimi mesi hanno visto una grande inversione dei flussi migratori nel continente americano. Da Nord a Sud, dagli Stati Uniti all&#8217;America Latina, per evitare <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/usa-lice-arresta-i-giornalisti-che-documentano-le-deportazioni.html">deportazioni di massa</a> o fuggire dalla cancellazione dei permessi di protezione. È <strong>Panama</strong> uno dei Paesi più interessati dal fenomeno, passando dall&#8217;essere semplice luogo di transito verso il sogno finale a un complesso e drammatico nodo di smistamento per chi, forzatamente o per disperazione, sta cercando di tornare indietro.</p>



<p>La regione del <strong>Darién</strong>, una delle giungle più impervie e pericolose al mondo &#8211; un groviglio di vegetazione dove la Panamericana s&#8217;interrompe &#8211; era un tempo porta d&#8217;ingresso per chi puntava agli Usa, mentre oggi è il teatro di una <a href="https://humanrightsfirst.org/library/unlawful-deportations-of-asylum-seekers-to-panama-costa-rica-and-elsewhere-must-stop/">crisi umanitaria</a> speculare, alimentata dalle nuove e restrittive politiche migratorie dell&#8217;amministrazione di <strong>Donald Trump</strong>. Mentre i passaggi verso il confine statunitense sono diminuiti drasticamente, si è consolidato quello che gli analisti chiamano <em>reverse flow,</em> ovvero un flusso di ritorno composto da persone che fuggono dalla cancellazione dei permessi di protezione e dalle deportazioni di massa.</p>



<p>E che ci facevano, qualche mese fa, decine di famiglie iraniane bloccate in un hotel di lusso di <strong>Panama City</strong>? È una delle vicende più emblematiche di questa fase, che riguarda il trasferimento di decine di migranti che pure non sono <em>latinos</em>, ma erano detenuti negli Stati Uniti, verso campi remoti nella giungla panamense; in attesa di essere riammessi nel loro Paese d&#8217;origine o da altre &#8220;terze parti&#8221;, spesso lontane migliaia di chilometri dalla meta ambita o dal posto in cui quei migranti sono nati. </p>



<p>Se i cittadini iraniani sono stati spostati sotto stretta sorveglianza da un centro di <strong>accoglienza improvvisato</strong> alla provincia del <strong>Darién</strong>, in strutture che i testimoni diretti descrivono con termini agghiaccianti, ad altri &#8211; inclusi bambini e anziani infermi &#8211; è toccato ritrovarsi persino in <strong>Africa centrale</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I trafficanti sulle rotte marittime</h2>



<p>La situazione degli iraniani era particolarmente delicata per ragioni politiche e religiose. In molti casi si trattava di <strong>cristiani convertiti </strong>che temevano la pena di morte per apostasia in caso di rimpatrio forzato a Teheran. Il tutto in un contesto in cui il regime iraniano, prima ancora che scoppiasse la guerra con gli Stati Uniti e Israele, stava mostrando una postura sempre più aggressiva. Il ritorno forzato, insomma, rappresentava per molti dissidenti una minaccia letale. </p>



<p>Washington ha trovato ostacoli diplomatici nel rimpatriare direttamente i cittadini verso nazioni ostili come l&#8217;Iran (o l&#8217;Afghanistan) e così ha esercitato forti pressioni su <strong>Panama</strong> &#8211; alleato storico e semi-colonia minacciata di essere privata del Canale &#8211; affinché accettasse questi deportati, spesso pure in violazione delle leggi locali che vietano la detenzione prolungata senza ordini del tribunale.</p>



<p>Ma, come dicevamo, <strong>per evitare questi trasferimenti forzati,</strong> migliaia di migranti provenienti da Venezuela, Haiti e Colombia stanno intraprendendo autonomamente il viaggio di ritorno verso Sud. Poiché il passaggio via terra attraverso il <strong>Darién</strong> rimane presidiato e pericoloso, si è sviluppata allora una rotta marittima che parte dai porti della miseranda provincia di <strong>Colón</strong>, come <strong>Miramar</strong> e <strong>Palenque</strong>, per raggiungere la Colombia. Le rotte marittime sono spesso più rischiose di quelle terrestri, perché i migranti vengono stipati su piccole imbarcazioni veloci, chiamate <em>chalupas</em>, gestite dai trafficanti che chiedono cifre comprese tra i 200 e i 300 dollari a persona, con un rischio di naufragio costante.</p>



<p>Nonostante la crisi dei migranti abbia raggiunto il suo culmine nell&#8217;estate 2025, tutt&#8217;oggi in piccoli villaggi di pescatori sul Caribe panamense è possibile incrociare giovani donne colombiane o venezuelane che insieme ai figli piccoli cercano da mesi un passaggio verso casa, dopo che i mariti sono stati arrestati dalle autorità. La mancanza di rifugi formali costringe i migranti a dormire in strutture di fortuna, spesso alla <strong>mercé di gruppi criminali</strong>. In assenza di un supporto internazionale strutturato, sono spesso i residenti locali a farsi carico dell&#8217;assistenza immediata, offrendo pasti caldi o piccoli lavori per permettere ai migranti di raccogliere il denaro necessario a pagare i trafficanti. </p>



<p>Questa nuova geografia delle migrazioni <strong>sta mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi sociali dei Paesi di transito</strong>, nel mezzo di una riedizione da parte di Trump della dottrina imperialista del primo Novecento. Senza una strategia di reintegrazione chiara, Paesi come <strong>Panama</strong> e <strong>Colombia</strong> rischiano di diventare luoghi di stallo per migliaia di persone invisibili e senza protezione, rigettate come scarti dal sistema statunitense e usate come bombe politiche per tenere sotto controllo i Paesi dell&#8217;area. Il paradosso del r<em>everse flow</em> è che, mentre il viaggio verso Nord era alimentato dalla speranza di un futuro migliore, quello verso Sud è spesso dettato dal puro istinto di sopravvivenza di fronte a un sistema che ha chiuso ogni porta legale.</p>
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		<item>
		<title>Exodos-Exit, guardare la migrazione che non vogliamo vedere</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/exodos-exit-guardare-la-migrazione-che-non-vogliamo-vedere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tiziana Bonomo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 13:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migration]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Without category]]></category>
		<category><![CDATA[Exodos]]></category>
		<category><![CDATA[fotoreporter]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[mostra fotografica]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Siccardi]]></category>
		<category><![CDATA[Sud America]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2000" height="1125" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg 2000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p> Una grande mostra itinerante per aprire gli occhi sulla realtà della migrazione, che riguarda tutti anche se non vogliamo vederla.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/exodos-exit-guardare-la-migrazione-che-non-vogliamo-vedere.html">Exodos-Exit, guardare la migrazione che non vogliamo vedere</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1125" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos.jpg 2000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Max-Ferrero-Immagine-Exodos-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p>In Italia i primi flussi migratori iniziano negli anni Settanta. La pancia calda dell’Italia ospitava, tra indulgenza e fastidio, manodopera a buon mercato soprattutto per lavori umili che iniziavano a scarseggiare. Si aggiungono ai tanti dialetti italiani nuove lingue a formare un ventaglio di suoni indecifrabili.</p>



<p>La società italiana, alla fine del secolo scorso, gode ancora di buona salute: la borghesia avanza, gli studenti aumentano, gli operai acquistano diritti, i migranti lentamente si inseriscono nelle nostre case. L’Italia si scopre avvolta dai miti del successo e del capitalismo, da politici che giocano a fare le star hollywoodiane, dal desiderio diffuso di viaggiare verso mete esotiche. <strong>Ma è soprattutto l’esotico che arriva a casa nostra con la Grande Migrazione del 2011 legata al periodo delle Primavere Arabe nel Nord dell’Africa.</strong> Da allora ci siamo talmente abituati alla tragedia dei migranti, in tutte le sue sfumature, da viverla come un dato di fatto, come parte del nostro paesaggio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507550" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/026_Mauro-Ujetto_0806.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">©Mauro Ujetto <em>OULX, Italy 03/10/2023 Migrants walk dangerously along the state road to France when buses end the service. On March 10th, 2023, a significant number of migrants, mainly from sub-Saharan Africa, attempted to cross from Italy to France through the mountain forests in order to escape the French border police (PAF).</em><br></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507551" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/003_Paolo-Siccardi_MG_5742.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Paolo Siccardi South Sudan, 2022 – Profughi di etnia Dinca in fuga da Bor per risalire sui barconi il Nilo Bianco per raggiungere il nord Africa</em></figcaption></figure>



<p>Ben venga una mostra come <strong>“EXODOS&#8221;</strong>, popoli in cammino per ricordarci cos’è la migrazione, chi è il migrante. Volti, sorrisi, pianti, bambini, filo spinato, abbracci, stanchezza, barche sfasciate, binari ferroviari, battigie, disperazione, poliziotti, divieti, treni. <strong>Circa settanta immagini sulla migrazione.</strong></p>



<p>Ci muoviamo nella mostra con loro. Scopriamo una tappa di questa esposizione itinerante ad Alessandria, dopo il successo ottenuto a Novara nel mese di novembre, e che nasce dalla collaborazione tra l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e l’Università del Piemonte Orientale. <strong>I migranti ci svelano, attraverso le foto dei fotoreporter, il calvario per arrivare in Italia e quanto accade nei nostri confini,</strong> da Lampedusa a Trieste alla Val Susa a Ventimiglia. Un invito a ricordare, a rendere consapevoli in particolare i giovani, della migrazione. Esodo questa è la storia fotografica di un popolo in cammino.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/%C2%A9Stefano-Stranges_040-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507552"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Stefano Stranges Campo profugo turco di Bab Al Salam per profughi fuggiti dalla guerra in Siria</em></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507553" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/005_Renata-Busettini_2637.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Renata Busettini -Tijuana (Messico) Mary Aguilar è stata deportata in Messico dopo sette anni di permanenza negli Stati Uniti. A Tijuana ha incontrato Jesus e con lui spera di ritornare, un giorno, in California.</em></figcaption></figure>



<p>Una domanda inquieta: <strong>abbiamo dunque bisogno di una mostra come questa  per ravvivare la memoria di qualcosa che avviene tutti i giorni?</strong> Morti nel Mediterraneo, bambini orfani senza genitori, mendicanti migranti sotto i portici delle città, nelle stazioni, sui social. Quirico ha partecipato al convegno inaugurale incalzando : “Da 15 anni, 15 anni! E tutto è tragicamente immobile: le parole le promesse le accuse le bugie i silenzi le ipocrisie e i migranti. Un popolo senza nome e bandiere che cammina attraversa i mari e i deserti. E muore.”. La migrazione non la vogliamo integrare nella nostra fragile, ipocrita ‘’civiltà’’: eppure sappiamo! Contiamo i morti. Conosciamo le rotte. Dalla Siria attraversano il confine con la Turchia e da lì si dirigono prima in Grecia, poi in Macedonia, e poi cercano di risalire verso la Germania attraverso la Croazia, la Serbia, la Slovenia, l’Austria, l’Ungheria. Oppure dalla Libia e dalla tunisia salpano su caravelle marce e sbarcano in Italia (quando riescono ad arrivare) per poi dirigersi spesso verso il nord Europa, oppure in Francia e ancora in Inghilterra. Altri confini, altre umiliazioni, altri rifiuti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507555" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/055_Paolo-Siccardi-SYNC-Dicembre-2015-Idomeni-Grecia.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Paolo Siccardi Idomeni (Grecia), 2015, la rete metallica costruita dalla Repubblica di Macedonia fa da spartiacque e divide la frontiera con la Grecia con un lungo reticolato</em></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507556" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/057_Mauro-Donato-1.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Mauro Donato&nbsp;Agosto 2015 Calais (Francia) Scontri tra la Gendarmerie e i migranti nella “Giungla”</em></figcaption></figure>



<p>Chiedo a <strong>Paolo Siccardi</strong>, fotoreporter, di raccontarmi la sua esperienza di narratore per immagini dell’esodo. “Sono tredici i fotoreporter coinvolti in “Exodos-Exit” quasi tutti torinesi o che vivono a Torino : Marco Alpozzi, Renata Busettini, Simona Carnino, Mauro Donato, Max Ferrero, Mirko Isaia, Giulio Lapone, Matteo Montaldo, Giorgio Perottino, Andreja Restek, Paolo Siccardi, Stefano Stranges, Mauro Ujetto. Il progetto nacque nel 2017 da un’idea dell’Associazione degli ex allievi del Master di Giornalismo Giorgio Bocca di Torino, sostenuta dalla Regione Piemonte e presentato per la prima volta a Torino, nello spazio della Regione di Piazza Castello. <strong>Da allora quella esposizione iniziale si è messa in cammino, è diventata itinerante,</strong> si è riproposta in molte città, sempre arricchendosi,  documentando nuove realtà di una tragedia che muta, si moltiplica, cambia protagonisti e dolore. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507557" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/010_Marco-Alpozzi.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©LaPresse &#8211; Marco Alpozzi September 01, 2015 Mediterranean Sea ( Italy)<br>Nave Comandante Cigala Fulgosi &#8211; P490 Operation &#8220;Mare Sicuro&#8221;</em></figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507558" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/011_Marco-Alpozzi.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©LaPresse &#8211; Marco Alpozzi September 01, 2015 Mediterranean Sea ( Italy)<br>Nave Comandante Cigala Fulgosi &#8211; P490 Operation &#8220;Mare Sicuro&#8221;</em></figcaption></figure>



<p>Le immagini esposte nel 2017 erano state scattate prevalentemente un paio di anni prima. Oggi la mostra ha una parte storica – quella dedicata alla <em>Western Balcan Route</em> – a cui nel 2024, grazie all’Ordine dei giornalisti, è stata aggiunta una parte che racconta le più recenti migrazioni in una sezione intitolata ‘’origini’’, i luoghi  da dove partono  i migranti. Ad esempio <strong>sono state inserite  fotografie di Simona Carnino del Sudamerica, le mie in Sud Sudan e di altri colleghi in New Messico. </strong>Anche in Senegal con una scena tratta dal film <em>Io Capitano</em>. Come fotogiornalista lavoro da 25 anni sempre e solo per Famiglia Cristiana. Il convegno inaugurale ad Alessandria aveva lo scopo di intrecciare l’urgenza della cronaca, grazie ai reportages dei fotografi, con la profondità della ricerca scientifica di personalità come Telmo Pievani, biologo e il rettore Upo Menico Rizzi.”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507559" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/008_Simona-Carnino_24.07.24-SC.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Simona Carnino Luglio 2024 El Paraíso, Honduras &#8211; Decine di famiglie cenano all&#8217;interno del Centro di accoglienza temporanea per migranti &#8220;Alivio del Sufrimiento&#8221; dove trascorrono la notte prima di riprendere il viaggio verso gli Stati Uniti</em></figcaption></figure>



<p>I 13 fotografi, noti tutti a livello internazionale,  usano prevalentemente il colore a sottolineare l’intensità e la drammaticità della realtà. L’anno segnato nelle didascalie scandisce una realtà sconfortante: la vita dei migranti nel 2015, ’16, ’17, ’18,’19 &#8230;..’26 purtroppo è sempre la stessa. Dura mesi se non anni. L’estenuante viaggio interrotto e ripreso mille volte per mancanza di soldi, per rifiuti alle frontiere, per incarcerazioni, per fame, per dover affrontare migliaia di chilometri. Le immagini di Marco Alpozzi nel Mar Mediterraneo sono impregnate di paura, tristezza, speranza. Come le fotografie di Mauro Donato e Max Ferrero restituiscono gli scontri con le polizie custodi di muri inviolabili. Come la rete metallica fissata dagli scatti di Siccardi che segna visivamente il rifiuto. Simona Carnino e Renata Busettini scandiscono  la disperazione, i pianti, la fatica in Sud America. Allora non parliamo più. <strong>Ascoltiamo il silenzio. Guardiamo le immagini. Impregniamoci di quella sofferenza.</strong> Apriamo i nostri cuori. Allarghiamo le braccia. Accogliamo. La guerra insieme ai migranti busserà con sempre più rumore alla nostra porta e noi che parliamo, senza essere attrezzati ad affrontare le catastrofi, non sapremo più cosa fare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/%C2%A9Giorgio-Perottino_025-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-507560"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>©Giorgio Perottino A migrant walks with his family under heavy rain through the fields near Tabanovce, Makedonia, trying to reach the Serbian border in Presevo, throughout the so called no man&#8217;s land between Makedonia and Serbia, October 20, 2015. <br>&#8216;New Way New Life&#8217; is a photographic documentation of the journey conditions of refugees crossing Greece, Makedonia FYROM and Serbia escaping from war conditions in their homelands. The reportage has been shot across Balkans during an assignment for Italian NGO NutriAid, specialized in children malnutrition.</em></figcaption></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>Myanmar, l&#8217;amaro ritorno dei Rohingya</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/myanmar-lamaro-ritorno-dei-rohingya.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 12:16:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Rohingya]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Myanmar" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Un piccolo movimento di rientro dei rohingya non è tanto frutto di una pacificazione ma delle speculazioni tra giunta, Cina e Bangladesh. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Myanmar" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/myanmar-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Nonostante il Myanmar sia precipitato nel conflitto più violento dagli anni Settanta, con milioni di sfollati e intere regioni fuori dal controllo della giunta militare, <strong>alcune famiglie rohingya iniziano a rientrare in patria dal Banglades</strong>h. È un movimento minimo, frammentato e tutt’altro che spontaneo. Gli organismi umanitari avvertono che le condizioni di sicurezza non esistono: mancano garanzie politiche, protezione giuridica, accesso agli aiuti e libertà di movimento. Eppure qualcosa si muove. Alcuni rientri sembrano favoriti da pressioni esterne, da incentivi economici e da accordi che <strong>più che un percorso di pace ricordano una ricomposizione forzata.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La memoria di un esodo che non si è mai concluso</h2>



<p>Dal 2017 oltre un milione di <a href="https://it.insideover.com/gallery/myanmar-strage-dei-rohingya.html">rohingya </a>sono fuggiti in Bangladesh dopo la repressione dell’esercito birmano. Da allora la guerra civile ha dilaniato ulteriormente il Paese: dalla lotta fra la giunta e i gruppi etnici armati, fino allo scontro crescente nello Stato di Rakhine tra l’esercito regolare, l’Esercito Arakan e una miriade di milizie locali. <strong>Solo nel 2024 altri centocinquantamila rohingya sono scappati oltre confine.</strong> Nei campi di Cox’s Bazar, uno dei più grandi insediamenti di profughi del mondo, l’ottanta per cento dei rifugiati dichiara di temere il ritorno e considera la situazione in Myanmar ancora troppo pericolosa. Il problema di fondo non è solo la violenza: è <strong>la mancanza di diritti.</strong> Senza cittadinanza e senza protezione giuridica, qualsiasi rientro rischia di trasformarsi in un nuovo ciclo di persecuzioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il progetto di rimpatrio: diplomazia o pressione?</h2>



<p>Nell’aprile 2025, la giunta ha indicato centinaia di migliaia di rohingya come “idonei al rientro” in un programma pilota guidato dalla mediazione del Bangladesh e della Cina. Ma la guerra ha congelato l’iniziativa. <strong>Il ritorno è rimasto sulla carta mentre i combattimenti si estendevano nello Stato di Rakhine</strong>, privando la regione di sicurezza, vie di approvvigionamento e amministrazione civile. Il risultato è che qualunque forma di rientro oggi avviene ai margini: piccoli gruppi, famiglie isolate, spostamenti motivati più dalla necessità o dalla pressione che da un vero miglioramento delle condizioni. Le organizzazioni umanitarie parlano di minacce velate, incentivi economici e mancanza di alternative per chi non può più sostenere la vita nei campi profughi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rakhine: una guerra nella guerra</h2>



<p>Il ritorno dei rohingya si intreccia con uno scontro più vasto. L’Esercito Arakan controlla ormai ampie porzioni dello Stato di Rakhine ed è coinvolto in violenze contro minoranze locali come i Chakma, costretti a loro volta alla fuga. La giunta, pur perdendo terreno in molte regioni, mantiene alcune basi strategiche nella zona e continua a bloccare l’accesso agli aiuti. <strong>L’intero territorio è diviso tra milizie in competizione, amministrazioni improvvisate e interferenze esterne.</strong> In questa geografia frammentata <strong>il rientro dei rohingya diventa uno strumento politico</strong>: può servire a legittimare una parte, a indebolire un’altra, a creare nuove dinamiche demografiche o a stabilizzare le aree dove sorgono infrastrutture cruciali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo della Cina</h2>



<p>È impossibile comprendere i ritorni senza analizzare la posizione della Cina. <strong>Per Pechino, il Myanmar è una porta verso l’Oceano Indiano.</strong> Il porto di acque profonde di Kyaukpyu, gli oleodotti e gasdotti verso il Yunnan e le zone economiche speciali costituiscono una dorsale strategica che riduce la dipendenza dal passaggio attraverso il Malacca, sotto influenza di altre potenze. Stabilizzare lo Stato di Rakhine è dunque una priorità: significa proteggere gli investimenti, garantire rifornimenti energetici e rafforzare la presenza navale nella Baia del Bengala, dove Cina, India e Stati Uniti competono da anni per l’influenza.</p>



<p><strong>Pechino sostiene la giunta per difendere tali progetti</strong>, ma allo stesso tempo mantiene canali con alcuni gruppi etnici armati, compreso l’Esercito Arakan. Una strategia doppia: armare quando serve, mediare quando conviene, esercitare pressione quando i suoi interessi sono minacciati.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’ombra dei servizi segreti cinesi</h2>



<p>Le recenti informazioni che suggeriscono un coinvolgimento diretto del Ministero della Sicurezza dello Stato cinese e di unità legate all’Esercito Popolare possono non essere confermate da fonti indipendenti, ma risultano coerenti con l’approccio di Pechino alla regione. <strong>La Cina potrebbe voler accelerare una “normalizzazione controllata” di Rakhine</strong>: consolidare la sicurezza attorno ai corridoi infrastrutturali, favorire rientri simbolici per alleviare la pressione sul Bangladesh, rafforzare una presenza militare discreta ma costante.<br>Il rimpatrio, in questa logica, non è una soluzione umanitaria: è uno strumento geopolitico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli altri attori: India, Bangladesh e oltre</h2>



<p><strong>L’India osserva con crescente inquietudine.</strong> Ogni stabilizzazione favorevole alla Cina sul golfo del Bengala rappresenta una perdita di influenza. Nuove basi logistiche, nuove rotte energetiche e nuove presenze militari cinesi rafforzano il peso di Pechino in un’area considerata vitalissima per Nuova Delhi.</p>



<p><strong>Il Bangladesh vuole il ritorno dei profughi ma teme che un rientro forzato scateni nuove crisi.</strong> I rifugiati chiedono sicurezza, giustizia e diritti: senza questi elementi nessun ritorno sarà davvero volontario.</p>



<p>La comunità internazionale, spesso divisa, denuncia la mancanza di condizioni minime: l’insicurezza resta diffusa, la giunta continua a commettere violazioni e l’Esercito Arakan non offre garanzie migliori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’apparenza del rientro e la sostanza della crisi</h2>



<p>Il rientro dei rohingya, così com’è oggi, non rappresenta un passo verso la pace. È piuttosto un ingranaggio della partita geopolitica<strong> tra Cina, Bangladesh, India e le forze in lotta sul territorio birmano.</strong> Senza un accordo politico, senza il riconoscimento dei diritti civili dei rohingya e senza la fine delle ostilità in Rakhine, qualunque rimpatrio rischia di essere una ripetizione della tragedia già vissuta.</p>



<p>Il Myanmar non è più un Paese in guerra: è un Paese frantumato. E nei territori frantumati, i ritorni non portano stabilità. Producono nuovi conflitti, nuovi sfollati, nuove ingiustizie. Il rientro dei rohingya comincia, ma la loro sicurezza resta ancora, drammaticamente, tutta da costruire.</p>
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		<title>Nuova emergenza migranti in Asia: il Pakistan espelle migliaia di afghani</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/nuova-emergenza-migranti-in-asia-il-pakistan-espelle-migliaia-di-afghani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2025 11:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Rifugiati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1269" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-1536x1015.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-600x397.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nelle ultime settimane il Pakistan ha intensificato gli sforzi per espellere i migranti afghani, in coincidenza con l&#8217;aumento delle tensioni politiche tra Islamabad e Kabul. Nel corso del 2025, circa un milione dei tre milioni di afghani residenti nel Paese è stato deportato in Afghanistan, un luogo in cui molti di loro non hanno mai &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/nuova-emergenza-migranti-in-asia-il-pakistan-espelle-migliaia-di-afghani.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1269" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-1536x1015.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133317834_a23254c3546514548e1c8fef4bc584b7-600x397.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nelle ultime settimane il <strong>Pakistan </strong>ha intensificato gli sforzi per espellere i <strong>migranti afghani</strong>, in coincidenza <a href="https://it.insideover.com/guerra/pakistan-e-afghanistan-prove-di-guerra-lungo-la-frontiera-ecco-che-cosa-succede.html">con l&#8217;aumento delle tensioni politiche</a> tra Islamabad e Kabul. </p>



<p>Nel corso del 2025, circa <strong>un milione dei tre milioni</strong> di afghani residenti nel Paese è stato deportato in <strong>Afghanistan</strong>, un luogo in cui molti di loro non hanno mai vissuto e dove, a causa di una grave crisi umanitaria, lavoro e alloggi scarseggiano. </p>



<p>La spiegazione ufficiale del governo pakistano è che queste misure rientrano in una politica più ampia volta a rimpatriare tutti quei migranti privi di documentazione valida. </p>



<p>Le conseguenze sono particolarmente evidente nel <strong>Belucistan</strong>, <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/il-pakistan-ha-una-spina-nel-fianco-i-talebani.html">tumultuosa regione pakistana contesa al confine con l&#8217;Afghanistan</a>, dove è stato demolito Gardi Jungle, il più grande insediamento di rifugiati afghani locale che ospitava circa 70.000 persone. </p>



<p>Tutti i migranti presenti nel sito sono stati rimpatriati dopo la verifica dell&#8217;identità e dei requisiti di residenza; le loro case e i loro negozi sono invece stati distrutti. Il pugno duro del Pakistan va ben oltre le semplici (e critiche) <strong>zone di confine</strong>, arrivando a colpire anche la capitale <strong>Islamabad </strong>e la vicina <strong>Rawalpindi</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-496276" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203133332676_caab33c7885fa72cbb4dac31de3b8070.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pugno duro contro gli afghani</strong></h2>



<p>I proprietari pakistani degli <strong>immobili</strong>, per esempio, temendo conseguenze legali hanno sfrattato gli inquilini afghani o rifiutato il rinnovo dei contratti di locazione, costringendo decine e decine di famiglie a cercare nuove case. Gli afghani che vivono in Pakistan, allo stesso tempo, incontrano seri ostacoli quando cercano di rinnovare i loro <strong>visti</strong>, una procedura costosa, incerta e spesso resa complicata dalla burocrazia. </p>



<p>&#8220;Siamo nascosti e le nostre famiglie sono disperse, incapaci di rimanere unite per paura di essere arrestate e della violenza della polizia. Le nostre attività sono bloccate, i nostri figli hanno abbandonato la scuola e non abbiamo tempo per riflettere sui nostri prossimi passi&#8221;, è la preoccupante denuncia raccolta dal sito tedesco <em>DW </em>proprio da un anonimo cittadino afghano. </p>



<p>Pare addirittura che la polizia pakistana abbia iniziato a fare annunci nelle moschee avvertendo che chiunque aiuti i migranti afghani, anche solo affittando loro case o negozi, sarà <strong>considerato un criminale</strong> dal governo. </p>



<p>&#8220;Sono nato in Pakistan e ho completato i miei studi qui; questo posto è casa mia. Abbiamo costruito le nostre vite e le nostre carriere in questo Paese, e non avrei mai immaginato che il luogo che mi ha dato tutto un giorno mi avrebbe costretto ad andarmene. È davvero straziante e siamo scioccati che questo sia potuto accadere a noi&#8221;, ha spiegato un altro anonimo afghano residente in Pakistan.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-496277" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_2025120313380318_23f56924d0df956817acc3608c7c044a.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una nuova crisi migratoria in Asia?</strong></h2>



<p>Il governo pakistano insiste sul fatto che i <a href="https://it.insideover.com/guerra/pakistan-e-afghanistan-una-fragile-tregua-contro-lo-spettro-degli-studenti-coranici.html">migranti afghani illegali rappresentano un rischio</a> per la <strong>sicurezza </strong>del Paese. &#8220;Per decenni abbiamo accolto gli afghani, ma ora è essenziale che coloro che risiedono qui illegalmente se ne vadano con dignità e rispetto&#8221;, ha affermato <strong>Talal Chaudhry</strong>, un alto funzionario del Ministero degli Interni di Islamabad, aggiungendo che &#8220;alcuni afghani sono legati alla militanza e ai reati legati alla droga&#8221; e che &#8220;molti favoriscono queste attività criminali&#8221;. </p>



<p>Un elevato numero di afghani si è sempre spostato avanti e indietro dall&#8217;Afghanistan al Pakistan, soprattutto nelle aree di confine tra i due Paesi che condividono legami linguistici e culturali. Le espulsioni non sono una novità, ma la natura indiscriminata dell&#8217;attuale tendenza è un inedito. </p>



<p>Islamabad ha infatti promesso di espellere tutti gli afghani, indipendentemente dal loro status di immigrati e ignorando il fatto che queste persone possano correre seri pericoli una volta tornati in Afghanistan. L&#8217;iniziativa del Pakistan, tra l&#8217;altro, si sovrappone alle decisioni di svariate nazioni occidentali – a partire dagli <strong>Stati Uniti </strong>– volte a limitare o vietare l&#8217;ingresso degli afghani. </p>



<p>L&#8217;<strong>Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati</strong>, l&#8217;UNHCR, ha intanto criticato la decisione pakistana di rimpatriare forzatamente i rifugiati afghani, compresi quelli in possesso di una carta di prova di registrazione (PoR) e coloro che ufficialmente necessitano di protezione internazionale. &#8220;Siamo preoccupati per il fatto che donne e ragazze siano costrette a tornare in un Paese in cui i loro diritti al lavoro e all&#8217;istruzione sono a rischio&#8221;, ha fatto presente <strong>Qaiser Khan Afridi</strong>, portavoce dell&#8217;UNHCR in Pakistan.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-488954" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251008112358541_d6e0172d9f55f67ea0f54bd02c47fb9e.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>L’Italia oltre il confine: una comunità, una lingua, una memoria in Slovenia</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/litalia-oltre-il-confine-una-comunita-una-lingua-una-memoria-in-slovenia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 12:52:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="885" height="665" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2.jpg 885w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-768x577.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-600x451.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 885px) 100vw, 885px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="885" height="665" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2.jpg 885w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-768x577.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-600x451.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 885px) 100vw, 885px" /></p>
<p>In un piccolo angolo d’Europa dove le linee dei confini si sono ridisegnate più volte sotto il peso della storia, resiste una piccola comunità che continua a parlare la lingua di Dante affacciandosi sull’Adriatico sloveno. Sono poco meno di tremila persone, ma la loro voce risuona forte: è quella della comunità italiana in Slovenia, custode di una tradizione secolare e protagonista di un raro esempio di convivenza tra identità diverse. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-495911" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi-600x450.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Facciata-Palazzo-Gravisi.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nei comuni costieri di Capodistria, Isola, Pirano e Ancarano, giornali, radio, associazioni e istituzioni culturali testimoniano una vitalità sorprendente, alimentata da un sistema di tutele che la Slovenia ha saputo costruire e consolidare nel tempo. Un modello che il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha definito un segno di “maturità democratica” durante la sua visita ufficiale a Lubiana e Capodistria l’11 settembre 2025.<br>Questo reportage racconta la storia e il presente di una minoranza che, pur numericamente esigua, incarna l’essenza stessa dell’Europa (o almeno quello che dovrebbe incarnare): il dialogo tra culture, la forza della memoria e la capacità di vivere insieme senza rinunciare alle proprie radici.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="742" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508-1024x742.jpg" alt="" class="wp-image-495912" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508-1024x742.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508-1536x1113.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508-600x435.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_102508.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Una storia di identità e confini</strong></p>



<p>La comunità italiana in Slovenia è il frutto di una storia lunga e travagliata, segnata dai cambiamenti geopolitici del XX secolo. Come spiega Maurizio Tremul, presidente dell’Unione Italiana, associazione che rappresenta gli italiani autoctoni in Slovenia e Croazia, “siamo parte di un popolo che era più ampio prima della Seconda Guerra Mondiale”. Dopo <a href="https://it.insideover.com/schede/storia/rovesciare-la-sconfitta-in-vittoria-la-lezione-di-de-gasperi-e-sforza.html">il Trattato di Pace del 1947</a> e il Memorandum di Londra del 1954, l’Istria, un tempo parte integrante dell’Italia, fu divisa tra Jugoslavia (e successivamente Slovenia e Croazia) e Italia. Questo ha separato la comunità italiana dalla “nazione madre”, ma non ne ha spezzato l’identità unitaria. Durante il regime jugoslavo, gli italiani in Slovenia e Croazia hanno vissuto come un’unica comunità, rappresentata dall’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Con la dissoluzione della Jugoslavia e l’affermarsi di Slovenia e Croazia come stati indipendenti, la comunità si è trovata divisa da un confine statale, ma ha continuato a perseguire l’unità culturale attraverso l’Unione Italiana, organizzazione unitaria e democratica degli italiani in Slovenia e Croazia. Oggi, la comunità italiana in Slovenia conta circa 2.800 membri autoctoni, concentrati principalmente nei quattro comuni costieri, dove l’italiano è lingua ufficiale accanto allo sloveno. Questo bilinguismo ufficiale, sancito dalla Costituzione slovena e da oltre un centinaio di norme e regolamenti, deriva dal Memorandum di Londra e si è evoluto nel tempo per garantire diritti linguistici, culturali e politici. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="885" height="665" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2.jpg" alt="" class="wp-image-495914" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2.jpg 885w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-768x577.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine2-600x451.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 885px) 100vw, 885px" /></figure>



<p>La Slovenia si distingue come uno degli stati europei più avanzati nella tutela delle minoranze nazionali, come confermato da Bojan Brezigar, giornalista e politologo triestino con una lunga esperienza come ex direttore del quotidiano della minoranza slovena in Italia, Primorski dnevnik. “La Slovenia ha un sistema di tutela delle minoranze, italiane e ungheresi, che deriva dalla Jugoslavia ma è stato aggiornato e rafforzato”. Questo sistema si basa su tre pilastri principali: l’istruzione, i media e la rappresentanza politica.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Istruzione: il cuore dell’identità</strong></h2>



<p>Le scuole con lingua d’insegnamento italiana sono il fulcro della preservazione dell’identità. Nei comuni di Capodistria, Isola e Pirano operano tre scuole elementari (che coprono nove anni, equivalenti alle elementari e medie italiane), tre asili e due licei (uno a Capodistria e uno a Pirano), oltre a una scuola tecnico-amministrativa a Isola. “Queste istituzioni sono fondamentali per produrre e mantenere la nostra identità, lingua e cultura”, afferma Felice Ziza, deputato della comunità italiana al Parlamento sloveno. L’insegnamento si svolge interamente in italiano, con l’eccezione delle lingue straniere e dello sloveno, che è materia obbligatoria. Inoltre, nelle scuole slovene dei comuni bilingui, l’italiano è insegnato come materia obbligatoria, e dal 2023 è stato introdotto come opzione nelle prove nazionali del nono anno, un passo significativo per valorizzarne l’apprendimento. Tuttavia, la carenza di insegnanti madrelingua italiani rappresenta una sfida. “Abbiamo difficoltà a trovare docenti con padronanza C2 dell’italiano, soprattutto per materie scientifiche come matematica”, spiega Tremul. Questo problema, aggravato dalla bassa natalità e dai matrimoni misti, porta a un impoverimento linguistico nelle aule. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="500" height="665" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine3.jpg" alt="" class="wp-image-495915" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine3.jpg 500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Immagine3-226x300.jpg 226w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>Per ovviare, Tremul propone accordi bilaterali con l’Italia per coinvolgere insegnanti italiani, sul modello di quelli già esistenti tra Slovenia e Ungheria per la minoranza ungherese. “Un docente che ha studiato matematica a Lubiana, anche se conosce l’italiano, userà una terminologia influenzata dallo sloveno, il che compromette l’obiettivo di preservare l’identità linguistica italiana”, aggiunge. Recentemente, il governo sloveno ha investito ingenti risorse per rinnovare le infrastrutture scolastiche. Ziza sottolinea il restauro del Collegio dei Nobili a Capodistria, un’istituzione storica fondata nel 1608, costato 10 milioni di euro, e altri progetti in corso, come la costruzione di un asilo a Santa Lucia (5 milioni di euro) e l’ampliamento di strutture ad Isola e Crevatini, per un totale di circa 30 milioni di euro in pochi anni. “Questi investimenti dimostrano che la comunità italiana ha un peso politico significativo”, afferma Ziza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Media: la voce della comunità</strong></h2>



<p>Radio e TV Capodistria sono il secondo pilastro dell’identità italiana. Radio Capodistria trasmette 24 ore al giorno in italiano, con programmi che spaziano dall’attualità alla cultura, mentre TV Capodistria dedica circa 10 ore giornaliere a contenuti in lingua italiana. “Questi media sono essenziali per mantenere viva la nostra presenza culturale, non solo in Slovenia ma anche in Croazia”, spiega Tremul. Tuttavia, le difficoltà finanziarie sono una costante. “I tagli e i pensionamenti hanno ridotto il personale, e alcune trasmissioni sono cessate per mancanza di nuovi giornalisti”, aggiunge Ziza. Un recente accordo con la RAI, siglato nel 2025, permette l’accesso a contenuti d’archivio, arricchendo l’offerta. Ziza inoltre sottolinea che dal 2018 (anno in cui è entrato in carica) ad oggi, tutti i giornalisti andati in pensione sono stati sostituiti e il governo sloveno sta aumentando i finanziamenti per garantire la continuità di questi media.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="774" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540-1024x774.jpg" alt="" class="wp-image-495917" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540-1024x774.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540-300x227.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540-768x580.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540-1536x1161.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540-600x453.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/IMG_20250902_101540.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rappresentanza politica: le CAN e il Parlamento</strong></h2>



<p>La rappresentanza politica è garantita dalle Comunità Autogestite (CAN), organi riconosciuti dalla legge slovena del 1994, e da un seggio parlamentare riservato alla comunità italiana. Le CAN, presenti nei quattro comuni costieri, hanno un ruolo politico e amministrativo, con personale stipendiato (circa 30 dipendenti per 3.000 iscritti) e rappresentanti nei consigli comunali. La CAN Costiera, che riunisce le quattro CAN comunali, è presieduta da Alberto Scheriani e funge da coordinamento regionale. “Le CAN sono il nostro autogoverno locale, un ponte tra il territorio e il governo centrale”, spiega Ziza. A livello nazionale, Ziza rappresenta la comunità in Parlamento, dove gode di un “doppio voto” che permette agli italiani di votare sia per il proprio rappresentante sia per i partiti politici. Questo sistema ha permesso di ottenere accordi programmatici con il governo, soprattutto con esecutivi di centro-destra (2004-2008, 2012-2014, 2020-2022) e, per la prima volta nel 2022, con un governo di centro-sinistra. “Abbiamo realizzato quasi tutti i 24 punti dell’accordo del 2022, tra cui finanziamenti per scuole e media”, afferma Ziza.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un ponte culturale tra Slovenia e Italia</strong></h2>



<p>L’Unione Italiana (UI), presieduta da Maurizio Tremul, rappresenta un altro pilastro, ma con un ruolo esclusivamente culturale. Riconosciuta ufficialmente in Slovenia come le CAN, l’UI è un’associazione che unisce 7 comunità italiane in Slovenia e 45 in Croazia, promuovendo attività culturali, sportive e sociali. “Siamo un’unica comunità divisa in due stati, e cerchiamo di mantenere questa unità nonostante le difficoltà”, spiega Tremul. L’UI riceve finanziamenti dall’Italia anche attraverso l’Università Popolare di Trieste, utilizzati per arredi scolastici e attività aggregative, culturali, artistiche. Tremul evidenzia una crescente difficoltà nel preservare l’unità: “Dal 2018, il confine sta entrando nelle menti delle persone, e la volontà di rimanere unitari sembra diminuire”. Questo è dovuto a finanziamenti e necessità diverse nei due paesi, ma anche a un cambiamento generazionale che rende più complesso coinvolgere i giovani. Inoltre nonostante il robusto quadro normativo, l’attuazione del bilinguismo presenta lacune significative. “Il bilinguismo visivo è buono, ma negli uffici amministrativi mancano spesso formulari in italiano o funzionari che lo parlino”, osserva Tremul. Nei consigli comunali, la documentazione è prevalentemente in sloveno, e la traduzione in italiano avviene solo in fase di pubblicazione. Questo divario tra norme e pratica quotidiana è un problema storico, che Tremul spera possa essere mitigato dall’intelligenza artificiale per traduzioni più rapide ed efficaci. L’identità italiana, inoltre, fatica a essere pienamente riconosciuta come valore aggiunto. Figure storiche come Giuseppe Tartini o Santorio Santorio sono spesso presentate come “piranesi” o “veneziani” piuttosto che italiani, riflettendo una tendenza a sminuire il contributo culturale italiano. “Non c’è discriminazione, ma manca una valorizzazione della nostra identità come patrimonio del territorio”, spiega Tremul. Progetti europei come GO!2025, che promuove Nova Gorica e Gorizia come capitali della cultura, stanno cercando di cambiare questa narrazione, valorizzando le minoranze come risorse turistiche e culturali. La comunità affronta anche una crisi demografica. “I matrimoni misti e la bassa natalità riducono il numero di iscritti alle scuole italiane”, nota Ziza. Se negli anni ’80 gli italiani autoctoni erano il doppio o il triplo, oggi sono circa 2.800, anche se il Consolato di Capodistria registra 5.000 italiani AIRE, inclusi non autoctoni. I giovani, attratti da trend globali e tecnologie, si allontanano dalle attività tradizionali delle comunità, come cori o gruppi teatrali. “Manca il volontariato, e abbiamo difficoltà a individuare attività che attraggano i ragazzi”, ammette Tremul. Alcune associazioni giovanili slovene, legate alle CAN, organizzano iniziative, ma i risultati sono limitati. “Servirebbe un legame più forte tra scuole e comunità”, suggerisce Tremul, ricordando come in passato gli insegnanti portassero gli studenti nelle comunità italiane. Va anche ricordato che l’Unione Italiana a Capodistria attua numerosi progetti europei in collaborazione anche con la minoranza slovena in Italia che hanno il pregio di valorizzare la presenza delle minoranze quale fattore di crescita del territorio, coinvolgendo numerosi giovani.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un passato che pesa, un futuro da costruire</strong></h2>



<p>La storia della comunità italiana è segnata dall’esodo post-bellico, che Tremul definisce una “espulsione” dovuta a politiche jugoslave di semplificazione etnica, come la chiusura delle scuole italiane, il cambio di nomi e cognomi e il cambio del sistema economico e monetario. “Città come Capodistria e Pirano, un tempo quasi interamente italiane, si sono svuotate”, ricorda Tremul. Sebbene oggi non si registrino episodi significativi di razzismo, permangono pregiudizi marginali, spesso espressi sui social media da estremisti, dove gli italiani sono talvolta etichettati ancora come “fascisti” piuttosto che riconosciuti come parte integrante del territorio. La convivenza, tuttavia, è generalmente pacifica. “Non c’è discriminazione, ma serve un lavoro di conoscenza reciproca”. La Slovenia, con la sua stabilità e sicurezza (è tra i paesi più sicuri d’Europa, grazie alle sue dimensioni ridotte e alla coesione sociale), offre un contesto favorevole, ma l’interesse per la lingua italiana tra gli sloveni è in calo. “I giovani sloveni vedono l’inglese come più utile, e i programmi RAI, che un tempo aiutavano a diffondere l’italiano, sono meno accessibili”.</p>



<p>La visita di Mattarella e della Presidente slovena Nataša Pirc Musar al Collegio dei Nobili ha messo in luce il ruolo delle minoranze come ponti tra Italia e Slovenia. “La tutela delle minoranze è un caposaldo della nostra amicizia e un esempio per l’Unione Europea”, ha dichiarato Mattarella, sottolineando come l’8% dei cittadini europei appartenga a una minoranza nazionale e il 10% parli una lingua regionale o minoritaria. La collaborazione tra i due paesi dimostra che le minoranze possono essere un motore di crescita culturale ed economica. La comunità italiana in Slovenia, con le sue scuole, media e istituzioni, rappresenta un modello di convivenza che bilancia identità e integrazione. Le sfide ci sono: il calo demografico, la carenza di insegnanti e le lacune nel bilinguismo e richiedono soluzioni innovative, come accordi bilaterali con l’Italia e un maggiore coinvolgimento dei giovani. Come conclude Tremul, “dobbiamo far conoscere chi siamo, non solo agli sloveni, ma anche a noi stessi, per trasformare la nostra identità in una ricchezza per il territorio”. Nei Balcani che guardano all’Europa e alla cooperazione transfrontaliera, la storia degli italiani in Slovenia è una testimonianza di come un confine possa non solo dividere, ma anche parlare la lingua della collaborazione, del rispetto e della condivisione storico-culturale.</p>
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