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	<title>Migrazioni Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 31 Jul 2026 14:41:56 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Migrazioni Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>La crisi di Ceuta: migranti usati come arma di pressione sulla Spagna</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/ceuta-crisi-migratoria-sahara-occidentale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 14:37:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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<p>Dietro la crisi migratoria di Ceuta si gioca la partita del Sahara occidentale: da una parte il fronte formato da Marocco, Stati Uniti e Israele, dall'altra una Spagna che si scontra con Tel Aviv e Washington sulla Palestina e cerca l'equilibrio con Marocco e Algeria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/ceuta-crisi-migratoria-sahara-occidentale.html">La crisi di Ceuta: migranti usati come arma di pressione sulla Spagna</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>L’<em>espigón</em> del Tarajal, il molo che separa la città autonoma di Ceuta dal Marocco, è lo spazio sospeso che simboleggia <strong>il collasso di un modello fondato sul sistematico logoramento dei diritti umani e il fallimento delle politiche di questi ultimi anni attuate dall’Unione europea: </strong>da un lato l’inasprimento delle condizioni per l’immigrazione legale, dall’altro l’esternalizzazione del controllo dei flussi ai paesi del Sud. <a href="https://elpais.com/espana/2026-07-30/es-un-fracaso-para-el-pais-ver-a-una-chica-haciendo-la-senal-de-la-victoria-tras-haber-pasado-a-ceuta.html">Come ha sottolineato l’attivista marocchina Khadija Inani</a> quanto accade a Ceuta mostra anche il fallimento di un sistema che scarica sui confini meridionali dell’Europa il costo politico e umano delle proprie scelte. Nel momento in cui scrivo, il bilancio è drammatico: il quotidiano spagnolo El País riporta che sono <strong>50 mila i migranti entrati nell’enclave spagnola — circa la metà sono già rientrati volontariamente in Marocco —</strong> <strong>mentre sale a 34 il bilancio delle persone morte</strong> nel tentativo di raggiungere a nuoto la cittadina. Ma se nel nostro Paese gli esponenti della maggioranza strumentalizzano quanto accade a scopo propagandistico, la realtà è che nei tragici eventi cui stiamo assistendo si manifesta <strong>l’intreccio rovinoso di interessi geopolitici</strong> sul cui altare il destino di migliaia di persone in cerca di prospettive di vita migliori viene sacrificato. Dietro la cronaca, infatti, si intravede qualcosa di più profondo: la crisi viene usata come strumento di pressione su Madrid, dentro una cornice geopolitica segnata dalle tensioni tra Spagna da un lato, e Marocco, Stati Uniti e Israele, dall’altro.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le enclaves contese: Ceuta, Melilla e l&#8217;ombra del Sahara occidentale</strong></h2>



<p>Ceuta e Melilla, enclavi spagnole sulla costa nordafricana che godono dal 1995 dello status di città autonome, sono <strong>residui del passato coloniale di Madrid </strong>e, per tale ragione,&nbsp; al centro di <strong>una controversia storica </strong>tra i due Paesi. Rappresentano, prendendo in prestito le parole pronunciate qualche anno fa dall’ex primo ministro marocchio Saâdeddine El Otman, una questione «sospesa da cinque o sei secoli, ma che un giorno potrebbe riaprirsi» perché sono «marocchine come il Sahara». Il contenzioso che le riguarda si intreccia proprio con <strong>la spinosa questione del Sahara occidentale </strong>—&nbsp;area la cui importanza strategica è notevole in termini economici e geopolitici —&nbsp;e ogni crisi migratoria o diplomatica lungo quel confine tende a trasformarsi rapidamente in un caso politico internazionale.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La storia infinita del Sahara occidentale</strong></h2>



<p>Fino al 1975 il Sahara Occidentale fu una colonia spagnola. Quando Madrid si ritirò, <strong>Marocco e Mauritania</strong> ne rivendicarono il territorio, mentre il <strong>Fronte Polisario</strong> (<em>Frente popular para la liberación de Saguía el-Hamra y Río de Oro</em>, organizzazione fondata nel maggio 1973 come movimento di liberazione nazionale del Sahara Occidentale) proclamò la <strong>Repubblica Democratica Araba Sahrawi.</strong> Al fianco del Polisario si schierò fin da subito <strong>l’Algeria, che ne è rimasta il principale sostegno politico e diplomatico</strong>, ospitando anche decine di migliaia di rifugiati sahrawi nei campi di Tindouf. Nel 1991 <strong>l’ONU impose un cessate il fuoco e promosse un referendum</strong> che però non si è mai tenuto per profondi disaccordi fra le parti sulle sue modalità. Dopo anni di stallo,<strong> nel 2020 la tregua si è incrinata</strong> e il conflitto è tornato a farsi sentire sul terreno. Da allora <strong>il Marocco ha consolidato il controllo su gran parte del territorio</strong>, mentre il Polisario continua a rivendicare l’autodeterminazione sahrawi.</p>



<p>Ma <strong>la vera svolta è avvenuta nel dicembre di quello stesso anno </strong>quando <strong>l’amministrazione Trump ha riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio del Sahara Occidentale</strong>. Una mossa che molti osservatori hanno interpretato come<strong> la contropartita statunitense nel processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Marocco</strong> inaugurato dagli Accordi di Abramo e inscritto in una più ampia architettura anti-Iran, ma anche in un riallineamento economico e strategico sotto regia americana. «La luce della pace non è mai stata più brillante di oggi in Medio Oriente», affermò in quei giorni il premier israeliano Benjamin Netanyahu, mentre Hamas e la Jihad islamica parlarono di «tradimento» da parte di Rabat.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Spagna tra Marocco, Algeria e il nodo Sahara</strong></h2>



<p>La crisi che ha travolto Ceuta in questi giorni è la peggiore dopo quella verificatasi nel 2021, quando il Marocco allentò le misure di controllo in seguito al <strong>caso legato a Brahim Ghali</strong>,&nbsp;uno dei principali leader sahrawi del Polisario, ricoverato in un ospedale spagnolo in seguito a una grave malattia. <strong>Da allora la vicenda di Ceuta si è intrecciata sempre di più con la questione del Sahara Occidentale. </strong>Nel 2022 la Spagna ha cambiato posizione&nbsp; avvicinandosi al piano di autonomia proposto dal Marocco, scelta che ha inevitabilmente irritato Algeri. La conseguenza è stata un raffreddamento drastico dei rapporti tra Spagna e Algeria, in parte ricuciti di recente con la visita del premier spagnolo Pedro Sánchez nel Paese africano, durante la quale quale si è rafforzata un’intesa per aumentare gli acquisti di gas algerino da parte di Madrid.&nbsp;</p>



<p>In questo scenario, quanto accaduto nell’enclave spagnola non è altro che <strong>la manifestazione di un rapporto di forza più ampio</strong>: da una parte il fronte formato da Marocco, Stati Uniti e Israele, che ha rafforzato la posizione di Rabat sul Sahara Occidentale; dall’altra una Spagna che si scontra frontalmente con Tel Aviv e Washington sul tema Palestina e cerca di conservare un equilibrio fragile con i due vicini maghrebini.&nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>Ceuta, la frontiera incerta dell&#8217;Europa tra dibattito su Schengen e crisi politiche</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/ceuta-la-frontiera-incerta-delleuropa-tra-dibattito-su-schengen-e-crisi-politiche.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 13:52:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260731140750518_f16b793ee5df1ddbaec25fd1d4157958-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La crisi migratoria di Ceuta, con l'ingresso massiccio di oltre 50mila migranti, ha scatenato tensioni politiche in Europa </p>
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<p>Il governo spagnolo di <strong>Pedro Sanchez</strong> è sotto assedio politico dopo che <strong>oltre 50mila migranti</strong> si sono riversati attraverso le frontiere e a nuoto nell&#8217;enclave africana di <strong>Ceuta, affacciata sul Mar Mediterraneo</strong> e circondata dal territorio marocchino, in un&#8217;infrazione del confine che supera di gran lunga quella del 2021, con un numero quintuplo di attraversamenti. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso Ceuta e il nodo Schengen</h2>



<p>Nella drammatica giornata del 30 luglio, durante la quale 24 persone hanno perso la vita durante lo sconfinamento, è andata in scena una delle più critiche problematiche legata alle frontiere esterne dell&#8217;Unione Europea, che ha prodotto risultati politici dirompenti: l&#8217;<strong>Italia del governo di Giorgia Meloni ha paventato l&#8217;ipotesi di sospendere lo spazio Schengen,</strong> che consente la libera circolazione delle persone, con Madrid. <a href="https://www.politico.eu/article/ceuta-crisis-migration-france-spain-border-checks-schengen-unity-morocco/">Voci critiche</a> della gestione spagnola si sono levate anche in Finlandia e Svezia. <a href="https://swedenherald.com/article/spain-court-ruling-may-be-behind-surge-of-migrants-to-ceuta">Dalle destre europee</a> è partito un netto attacco alle presunte politiche lassiste della Spagna sui migranti, anche se il premier socialista spagnolo ha promesso risolutezza nel rimpatrio degli irregolari e manifestato la sua critica per il presunto ruolo delle bande di trafficanti dietro l&#8217;ingresso massivo a Ceuta.</p>



<p>Invocare la restrizione potenziale della della libera circolazione delle persone, una delle architravi del diritto europeo, è possibile per ragioni di <strong>sicurezza nazionale o ordine pubblico:</strong> è prassi durante grandi manifestazioni pubbliche, come le Olimpiadi, per periodi temporanei e può essere estesa in forma straordinaria per un semestre in circostanze uniche nel loro genere. La Francia, ad esempio, lo <strong>fece dopo gli attacchi del Bataclan nel <a href="https://www.independent.co.uk/news/world/europe/paris-attack-france-may-have-closed-its-borders-but-in-reality-its-unable-to-control-them-a6735211.html">novembre 2015</a></strong> e, non a caso, sapendo a Parigi la rilevanza del tema per ora dal <strong>governo di Sebastien Lecornu</strong> è arrivato un appello generico a rafforzare il controllo delle frontiere di terra con la Spagna, <a href="https://www.lemonde.fr/international/article/2026/07/31/ceuta-le-premier-ministre-espagnol-se-rend-sur-place-alors-que-les-migrants-continuent-d-arriver-du-maroc_6737119_3210.html?srsltid=AfmBOoqiwGpac5d0WkK_XqwhxHvYLSTMv1a_2BJZNeLoh1eSXTC-7hGb">come detto dal Ministro dell&#8217;Interno Laurent Nunez.</a> </p>



<p>Parimenti, appare quantomeno <strong>problematico pensare che l&#8217;esodo di Ceuta, che manifesta un dramma umano pesante e ha portato una conta dei morti onerosa,</strong> possa impattare sugli afflussi nell&#8217;Europa continentale: Ceuta è sul suolo africano, non c&#8217;è pressoché possibilità di vedere un ulteriore esodo verso il Vecchio Continente. <strong>Sarebbe come se dopo un&#8217;ondata massiccia di sbarchi marittimi a Lampedusa</strong> qualcuno in Europa imponesse la stessa proposta verso l&#8217;Italia. Il rischio di un&#8217;isteria securitaria non va esclusa, ed è da capire se l&#8217;Europa odierna sia disposta ad accettarne il prezzo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La tensione delle frontiere e il precedente di Ceuta del 2021</h2>



<p>Il nodo strategico è legato al <strong>concetto di sicurezza dell&#8217;Europa che la crisi di Ceuta</strong> pone in emersione. Lo shock, amplificato mediaticamente e sui social, dell&#8217;esodo di massa, tocca un Vecchio Continente dove la questione migratoria è estremamente divisivo, da ben prima del caso di Ceuta, ultima frontiera della Ue. Questa cittadina da oltre seicento anni presidio della Corona di Spagna ha conosciuto già in passato crisi di questo tipo. E non è detto che anche la loro genesi non possa essere politica. La lezione della crisi tra Marocco e Spagna del 2021 è emblematica.</p>



<p>&#8220;L&#8217;ultimo attraversamento di massa del confine, avvenuto nel maggio 2021, si è verificato dopo che il Marocco aveva allentato i controlli alle frontiere a seguito di una disputa diplomatica con la Spagna, scoppiata in seguito alla decisione di quest&#8217;ultima di consentire al leader del movimento indipendentista del <strong>Sahara Occidentale</strong>, il Fronte Polisario, di essere curato per il Covid-19 in Spagna&#8221;,<a href="https://www.theguardian.com/world/live/2026/jul/31/cueta-spain-morocco-italy-migration-schengen-europe-latest-news-updates?CMP=share_btn_url&amp;page=with%3Ablock-6a6c84818f08448bd1b0bd59#block-6a6c84818f08448bd1b0bd59">nota il Guardian, che apre alla prospettiva che &#8220;</a>la crisi di Ceuta potrebbe essere legata a problemi diplomatici tra Spagna e Marocco&#8221;, Paese con cui Madrid ha una relazione <a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;rct=j&amp;opi=89978449&amp;url=https://it.insideover.com/politica/spagna-marocco-il-compromesso-di-sanchez-su-commercio-immigrazione-e-sahara.html&amp;ved=2ahUKEwje4JuD8vyVAxWo9rsIHeNoJbgQFnoECB4QAQ&amp;usg=AOvVaw0AycKbZUtlcuoeEkUFJ-Mv">strutturata e complessa al tempo stesso,</a> dopo che Sanchez di recente ha risolto un&#8217;annosa crisi diplomatica con l&#8217;Algeria, rivale di Rabat, visitandola nelle scorse settimane. Un&#8217;ipotesi di cui non ci sono prove definitive, mentre dal Marocco continua un profondo silenzio, ma che non può essere esclusa <strong>alla luce dell&#8217;ormai consolidato trend che vede l&#8217;arma migratoria</strong> usata come strumento di pressione politica in vari contesti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le lezioni della storia recente</h2>



<p>&#8220;Il Marocco possiede una capacità consolidata e calibrata per la gestione del controllo delle frontiere lungo l&#8217;unico confine terrestre diretto dell&#8217;Europa con il continente africano, mantenendo la capacità pratica di inasprire o allentare l&#8217;accesso fisico in base alla propria valutazione strategica&#8221;,<a href="https://www.ynetnews.com/opinions-analysis/article/bjk34zkbme"> nota <em>Ynet</em>,</a> e per l&#8217;Europa altri casi simili in passato hanno riguardato, in maniera ben più esplicita, <a href="https://ecre.org/lithuania-parliament-vote-to-legalise-pushbacks-leading-ngos-and-academics-denounce-hungarian-border-hunter-model/">la pressione scatenata dalla <strong>Bielorussia al confine con la Polonia e i Paesi Baltici</strong> a partire dall&#8217;estate 2021</a> aprendo i cordoni dei flussi migratori al confine, fatto che già allora fu tema di dibattito, venendo considerato come <a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-tra-bielorussia-e-polonia-si-parla-di-guerra-ibrida.html">un potenziale caso di <strong>guerra ibrida scatenata da Minsk.</strong></a> In precedenza, era stata la Turchia ad essere accusata di usare la leva migratoria tramite la rotta anatolica che sfociava nei Balcani come strumento di pressione<a href="https://refugeeresearchonline.org/the-eu-turkey-deal-breakdown-how-securitisation-narratives-are-reproduced-through-externalisation/"> per spuntare i vantaggiosi accordi con cui l&#8217;Unione Europea</a> ha finanziato Ankara in cambio del controllo dei flussi provenienti dal Levante. </p>



<p>In una fase in cui l&#8217;Europa e le sue popolazioni sono <strong>estremamente sensibili alla tematica migratoria e securitaria</strong> l&#8217;episodio di Ceuta divide e fa scalpore, le lezioni della storia recente vanno tenute in mente. E devono far riflettere sull&#8217;impatto profondo di fenomeni che, va ricordato, hanno prima di tutto al centro esseri umani, vite spesso ridotte a numeri in statistiche di massa sui dati degli attraversamenti, dei respingimenti o, purtroppo, dei morti. Vite che in un mondo caotico e terribile sono trasportate di sfruttamento in sfruttamento, di strumentalizzazione in strumentalizzazione, e il cui dramma individuale contribuisce a plasmare la storia presente. Senza, probabilmente, che per loro ci sia la prospettiva di un destino migliore. E questo è un dato che va analizzato con altrettanta profondità di ogni discorso sulla<strong> chiusura delle frontiere europee</strong> o l&#8217;uso strategico della leva migratoria.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/ceuta-la-frontiera-incerta-delleuropa-tra-dibattito-su-schengen-e-crisi-politiche.html">Ceuta, la frontiera incerta dell&#8217;Europa tra dibattito su Schengen e crisi politiche</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>New York, Little Italy e la mappa della discordia: se per raccontare il presente la metropoli cancella il passato</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/new-york-little-italy-e-la-mappa-della-discordia-se-per-raccontare-il-presente-la-metropoli-cancella-il-passato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 16:46:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'esclusione dello storico quartiere dalla nuova mappa ufficiale delle "Immigrant Enclaves" della città ha acceso un duro scontro politico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/new-york-little-italy-e-la-mappa-della-discordia-se-per-raccontare-il-presente-la-metropoli-cancella-il-passato.html">New York, Little Italy e la mappa della discordia: se per raccontare il presente la metropoli cancella il passato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260711182515175_2da0ed43067b24af5da78e97005fa522-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le mappe servono a orientarsi, ma raccontano anche una storia. Decidere quali quartieri inserire, quali comunità rappresentare e quali nomi valorizzare significa inevitabilmente scegliere quale immagine della città consegnare ai cittadini e al mondo. È per questo che la pubblicazione della nuova mappa ufficiale delle <em><strong>New York City Immigrant Enclaves</strong> </em>da parte dell&#8217;<em>Office of Immigrant Affairs </em>dell&#8217;amministrazione comunale ha innescato una polemica destinata a superare rapidamente i confini di Manhattan.</p>



<p>Tra le trenta enclave etniche indicate figurano Chinatown, Koreatown, Little Bangladesh, Little Yemen, Little Guyana, Little Senegal, Little Ukraine e numerosi altri quartieri simbolo delle migrazioni contemporanee. A mancare, però, è uno dei nomi più iconici della storia dell&#8217;immigrazione americana: <strong>Little Italy</strong>. Sacrilegio. </p>



<p>L&#8217;assenza ha provocato la reazione della <em><strong>Italian American Civil Rights League</strong> </em>(IACRL), che ha accusato il sindaco <strong>Zohran Mamdani </strong>di voler &#8220;cancellare&#8221; gli italoamericani dalla memoria della città, oltre che invocare la lotta contro i comunisti che attenterebbero all’italica memoria. Nel giro di poche ore la vicenda è diventata un nuovo capitolo delle guerre culturali americane, dove perfino una cartina geografica può trasformarsi in terreno di scontro identitario.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="768" height="696" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.30-1.jpeg" alt="" class="wp-image-523010" style="width:589px;height:auto" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.30-1.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.30-1-300x272.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.30-1-600x544.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading">La mappa della discordia e la risposta del sindaco</h2>



<p>La nuova cartografia dell&#8217;<em>Office of Immigrant Affairs </em>nasce con l&#8217;obiettivo dichiarato di individuare le <strong>principali enclave delle comunità immigrate</strong> presenti oggi a New York. <strong>Non si tratta di una mappa storica</strong>, bensì di uno strumento pensato per rappresentare i quartieri che conservano una forte identità etnica <strong>contemporanea</strong> e che costituiscono punti di riferimento per residenti, associazioni e servizi pubblici. L&#8217;assenza di Little Italy è stata interpretata da molti esponenti della comunità italiana come una rimozione simbolica. La polemica si è ulteriormente intensificata quando la IACRL ha collegato l&#8217;episodio al precedente rifiuto, da parte dell&#8217;amministrazione comunale, di autorizzare l&#8217;edizione 2026 dell&#8217;<em>Unity Day,</em> sostenendo l&#8217;esistenza di un <strong>atteggiamento ostile nei confronti degli italoamericani</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Mamdani says he will change map of immigrant neighborhoods after backlash" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/gYqOtRACxxY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_gYqOtRACxxY");</script>
</div></figure>



<p>Travolto dalle critiche, Mamdani ha respinto le accuse. Il sindaco ha spiegato che la mappa non era mai stata concepita come un elenco definitivo o esaustivo delle comunità etniche di New York e ha annunciato che Little Italy sarà inserita nei prossimi aggiornamenti. Mamdani ha inoltre ricordato che il progetto trae origine da un&#8217;iniziativa sviluppata durante la precedente amministrazione guidata da <strong>Eric Adams</strong>, pur riconoscendo la necessità di correggere alcune omissioni emerse dopo la pubblicazione. La precisazione non è bastata a spegnere la polemica, ormai diventata il simbolo di un confronto molto più ampio sul rapporto tra memoria storica e trasformazioni demografiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non solo la IACRL: anche le istituzioni italoamericane chiedono una revisione</h2>



<p>A differenza di quanto potrebbe apparire osservando il dibattito sui social, la contestazione non riguarda soltanto la <em>Italian American Civil Rights League</em>. Diversi membri dell&#8217;<strong><em>Italian Caucus</em> </strong>del Consiglio comunale di New York hanno criticato apertamente la scelta dell&#8217;amministrazione, definendo la mappa &#8220;incompleta nel migliore dei casi e offensiva nel peggiore&#8221;. Gli esponenti del caucus hanno chiesto un confronto con storici, urbanisti e rappresentanti della comunità italiana affinché Little Italy venga riconosciuta come parte integrante della storia migratoria della città.</p>



<p>È una presa di posizione significativa perché sposta il dibattito dal terreno dello scontro politico a quello della rappresentazione istituzionale della memoria collettiva. Per molti italoamericani Little Italy non è semplicemente un quartiere turistico costellato di ristoranti e souvenir. È il luogo in cui, tra la fine dell&#8217;Ottocento e la prima metà del Novecento, decine di migliaia di immigrati italiani arrivati soprattutto dal Mezzogiorno costruirono reti familiari, imprese, associazioni mutualistiche, chiese cattoliche e attività commerciali che contribuirono in maniera determinante allo sviluppo economico e sociale della città.</p>



<p>Ancora oggi eventi come la <strong>Festa di San Gennaro</strong> rappresentano una delle manifestazioni popolari più conosciute di New York e continuano ad attirare milioni di visitatori ogni anno, mantenendo vivo un patrimonio culturale che va ben oltre la dimensione turistica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lunga ombra della Italian American Civil Rights League</h2>



<p>La vicenda ha riportato sotto i riflettori anche la storia della I<em>talian American Civil Rights League</em>, un&#8217;organizzazione che continua a suscitare interpretazioni contrastanti. La lega nacque ufficialmente nell&#8217;aprile del 1970 per iniziativa di <strong>Joseph Colombo</strong>, boss dell&#8217;omonima famiglia mafiosa di New York. L&#8217;obiettivo dichiarato era combattere gli stereotipi che identificavano automaticamente gli italoamericani con la criminalità organizzata e difendere la dignità della comunità italiana negli Stati Uniti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="652" height="786" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.31-2.jpeg" alt="" class="wp-image-523011" style="width:444px;height:auto" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.31-2.jpeg 652w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.31-2-249x300.jpeg 249w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/WhatsApp-Image-2026-07-10-at-14.05.31-2-600x723.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>
</div>


<p>Molti studiosi della mafia americana, insieme a numerose ricostruzioni giornalistiche e giudiziarie, hanno però evidenziato come l&#8217;organizzazione fosse strettamente legata agli interessi della famiglia Colombo. La Lega finì così per svolgere anche una funzione di legittimazione pubblica del boss, organizzando grandi manifestazioni e contestando la rappresentazione della mafia nella stampa, nel cinema e nella televisione.</p>



<p>Dopo il declino seguito all&#8217;attentato contro Colombo nel 1971, la lega originaria cessò progressivamente la propria attività. L&#8217;organizzazione che oggi utilizza il nome <em>Italian American Civil Rights League</em> è distinta da quella storica, pur richiamandone simboli e finalità di tutela della comunità italoamericana. Questo elemento è essenziale per comprendere il contesto: le rivendicazioni odierne non possono essere automaticamente sovrapposte alla storia della lega fondata negli anni Settanta, ma il passato dell&#8217;organizzazione continua inevitabilmente a influenzarne la percezione pubblica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Little Italy è scomparsa oppure è diventata patrimonio della memoria?</h2>



<p>La domanda che attraversa tutta la polemica è in realtà di natura storica prima ancora che politica. <strong>Little Italy esiste ancora come enclave immigrata?</strong> Dal punto di vista demografico la risposta è complessa.</p>



<p>A partire dagli anni Settanta gran parte della popolazione italoamericana ha progressivamente lasciato Manhattan per trasferirsi a <strong>Brooklyn</strong>, <strong>Staten Island</strong>, <strong>Queens </strong>e nei sobborghi dell&#8217;area metropolitana. Parallelamente, <strong>Chinatown</strong> si è estesa verso Nord e verso Ovest, inglobando progressivamente gran parte dell&#8217;antico quartiere italiano.</p>



<p>Oggi la popolazione residente di origine italiana è molto inferiore rispetto al passato e Little Italy svolge soprattutto una funzione culturale, commerciale e memoriale. Restano <strong>Mulberry Street</strong>, la Festa di San Gennaro, il Museo Italoamericano, alcune attività storiche e una forte valenza simbolica, ma il quartiere non rappresenta più una delle principali concentrazioni residenziali di immigrati italiani.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="612" height="407" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/istockphoto-485198292-612x612-1.jpg" alt="" class="wp-image-523012" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/istockphoto-485198292-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/istockphoto-485198292-612x612-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/istockphoto-485198292-612x612-1-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /><figcaption class="wp-element-caption">New York, United States &#8211; June 18, 2015: People and cars move alongside the Little Italy Mulberry street by evening in the New York City.</figcaption></figure>
</div>


<p>È proprio questa trasformazione a rendere il dibattito così delicato. Se la mappa comunale intende <strong>fotografare esclusivamente la realtà demografica contemporanea</strong>, l&#8217;esclusione di Little Italy può essere interpretata come coerente con l&#8217;evoluzione urbana degli ultimi decenni. Se invece l&#8217;obiettivo è <strong>raccontare la storia delle migrazioni che hanno costruito New York,</strong> allora l&#8217;assenza assume inevitabilmente un valore simbolico che molti considerano difficile da giustificare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando la memoria diventa terreno della &#8220;culture war&#8221; americana</h2>



<p>La polemica su Little Italy arriva in un momento in cui negli Stati Uniti la memoria pubblica è diventata uno dei principali campi di battaglia politica. Negli ultimi anni statue confederate, nomi di scuole, programmi scolastici, musei, monumenti e perfino la toponomastica urbana sono stati oggetto di accesi confronti tra chi sostiene la necessità di aggiornare il racconto nazionale e chi teme una progressiva cancellazione del passato.</p>



<p>Anche la vicenda della mappa delle <em>Immigrant Enclaves </em>si inserisce in questa dinamica. Da una parte vi è l&#8217;idea che le istituzioni debbano rappresentare la composizione multiculturale della New York di oggi, dando maggiore visibilità alle comunità immigrate più recenti. Dall&#8217;altra emerge la convinzione che la storia della città non possa essere raccontata senza riconoscere il ruolo svolto dalle grandi migrazioni europee che tra Otto e Novecento hanno trasformato New York nella metropoli moderna.</p>



<p>La scelta di inserire o meno Little Italy in una mappa ufficiale diventa così molto più di una questione cartografica. Diventa una riflessione su chi abbia <strong>il potere di definire la memoria collettiva</strong> e su quali comunità meritino di essere ricordate nello spazio pubblico.</p>



<p>Per questo motivo la vicenda difficilmente si chiuderà con un semplice aggiornamento grafico della mappa. La discussione aperta in questi giorni mostra come, nell&#8217;America del XXI secolo, anche un quartiere possa trasformarsi nel simbolo di una più ampia competizione tra identità, storia e rappresentazione politica. In fondo, il vero oggetto del contendere non è soltanto Little Italy, ma il modo in cui New York sceglie di raccontare sé stessa: come città delle nuove immigrazioni o come mosaico capace di tenere insieme passato e presente, senza che l&#8217;uno cancelli l&#8217;altro.</p>
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		<title>Dall&#8217;Africa ai Balcani, la diaspora dei talenti che rende forte il calcio europeo</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/dallafrica-ai-balcani-la-diaspora-dei-talenti-che-rende-forte-il-calcio-europeo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 07:16:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nationalism]]></category>
		<category><![CDATA[mondiali di clacio]]></category>
		<category><![CDATA[Nigeria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="calcio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La presenza massiccia di giocatori di origine africana nelle nazionali occidentali è il risultato di precise dinamiche storiche. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/dallafrica-ai-balcani-la-diaspora-dei-talenti-che-rende-forte-il-calcio-europeo.html">Dall&#8217;Africa ai Balcani, la diaspora dei talenti che rende forte il calcio europeo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="calcio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/calcio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una delle esclusioni più clamorose dai Mondiali di calcio del 2026, dopo quella dell&#8217;Italia senza talenti dei Gattuso e dei Gravina, è quella della nazionale della Nigeria, conosciuta storicamente come le <strong>Super Eagles</strong>. Eppure il dna del Paese africano è si trova un po&#8217; ovunque nelle rose delle squadre che si contendono la coppa: anzi si può dire che la Nigeria sia una delle nazioni più rappresentate in assoluto. È il fenomeno della diaspora nel calcio globale, che sta ridefinendo i rapporti di forza tra le nazionali calcistiche e alimentando un acceso dibattito sull&#8217;<a href="https://it.insideover.com/politica/il-calcio-italiano-non-cambia-la-figc-riparte-da-malago.html" type="link" id="https://it.insideover.com/politica/il-calcio-italiano-non-cambia-la-figc-riparte-da-malago.html">estrazione del talento sportivo</a>, mostrando forti analogie con quanto accade in altre parti del mondo, come nella più famosa diaspora calcistica dei paesi balcanici.</p>



<p>Nelle sole liste dei convocati del torneo si contano moltissimi calciatori di primissimo livello che avrebbero potuto rappresentare la Nigeria per nascita o per discendenza diretta, ma che hanno scelto di indossare la maglia di una federazione europea o nordamericana. Si pensi a <strong>Bukayo Saka</strong>, ala dell&#8217;Arsenal e punto fermo della nazionale inglese, nato a Londra da genitori nigeriani. O a <strong>Jamal Musiala</strong>, trequartista del Bayern Monaco e della Germania, figlio di padre anglo-nigeriano, e a <strong>Manuel Akanji</strong>, difensore del Manchester City e pilastro della Svizzera, che ha origini nigeriane da parte di padre e ha persino tatuato il simbolo delle Super Eagles sul corpo. Discorso simile vale per l&#8217;attaccante francese <strong>Michael Olise</strong>, che poteva scegliere tra quattro diverse nazionali, i giocatori inglesi <strong>Noni Madueke</strong> ed <strong>Eberechi Eze</strong>, lo statunitense <strong>Folarin Balogun</strong>, lo svizzero <strong>Noah Okafor</strong> e il veterano <strong>David Alaba</strong>, storico capitano dell&#8217;Austria.</p>



<p><strong>Questa presenza massiccia di giocatori di origine africana nelle nazionali occidentali non è casuale,</strong> ma è il risultato di precise dinamiche storiche ed economiche. Le grandi nazioni calcistiche europee beneficiano da decenni dei <strong>flussi migratori </strong>e soprattutto dei settori giovanili dei club più ricchi, che scoprono talenti quando sono quasi in fasce. Esiste però anche un<strong>canale diretto di </strong>che parte dal continente africano, e che porta i giganti europei e i loro investitori a finanziare accademie calcistiche in Nigeria o Ghana per scovare i migliori ragazzi all&#8217;età di 12 o 13 anni, crescerli sul posto e trasferirli in Europa non appena compiono 18 anni. Inevitabilmente, dei miliardi di dollari mossi ogni anno dal calciomercato mondiale, solo una frazione infinitesimale ritorna effettivamente ai club africani. Le accademie finiscono così per funzionare come una sorta di startup a forte squilibrio geografico. A questo si aggiunge il fatto che la crisi delle infrastrutture locali e i problemi di governance della federazione nigeriana spingono i giovani nati all&#8217;estero a preferire le federazioni in cui sono cresciuti, ritenute più serie e capaci di garantire carriere ad alti livelli.</p>



<p>Come dicevamo all&#8217;inizio, questa dinamica non è affatto un&#8217;esclusiva del calcio africano, ma ricorda molto da vicino il dibattito che da anni infiamma i tifosi dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, in particolare quelli della Serbia. Se tutti i giocatori della diaspora serba avessero scelto di rappresentare la propria nazionale di origine, la Serbia possiederebbe oggi una delle squadre più profonde e di maggior talento del pianeta. Se <strong>Lazar Samardžić</strong>, nato in Germania da genitori serbi, ha deciso di sposare la causa della nazionale serba, altri hanno fatto scelte opposte, come <strong>Miloš Degenek</strong>, nato in Croazia e fuggito con la famiglia durante le guerre jugoslave per poi stabilirsi in Australia e diventarne un titolare, o <strong>Marko Arnautović</strong>, nato in Austria da padre serbo e diventato capitano e simbolo della nazionale austriaca. Ci sono poi stati i casi di <strong>Neven Subotić</strong>, cresciuto tra Germania e Stati Uniti, che scelse la Serbia per poi ritirarsi precocemente dal calcio internazionale, e persino di <strong>Zlatan Ibrahimović</strong>, nato in Svezia da madre serbo-bosniaca e padre musulmano-bosniaco, che ha legato il suo nome alla storia della nazionale svedese. </p>



<p>Questo intreccio diasporico tocca anche vette di forte rivalità sportiva, come accaduto con <strong>Xherdan Shaqiri</strong> e <strong>Granit Xhaka</strong>, nati nell&#8217;ex Jugoslavia da famiglie albanesi del Kosovo e cresciuti fino a diventare i leader della Svizzera, accendendo storici e tesi confronti sul campo proprio contro la Serbia. Invece, a causa delle doppie cittadinanze, dei luoghi di nascita all&#8217;estero o di precise scelte personali, molte stelle giocano per altri Paesi.</p>



<p>Tornando al contesto africano, questa fuga di talenti genera non pochi malumori. L&#8217;ex centrocampista del Chelsea e della nazionale nigeriana, <strong>Mikel John Obi</strong>, <a href="https://www.channelstv.com/2024/07/26/dont-treat-africa-as-second-option-obi-tells-foreign-based-players/" type="link" id="https://www.channelstv.com/2024/07/26/dont-treat-africa-as-second-option-obi-tells-foreign-based-players/">ha criticato </a>duramente i calciatori della diaspora che crescono in Inghilterra o in Francia, aspettando una chiamata dalle nazionali europee e poi, verso i 25 o 26 anni, quando capiscono che non c&#8217;è spazio, decidono di accettare la convocazione della Nigeria. Per l&#8217;ex capitano la federazione nigeriana non dovrebbe essere trattata come una seconda scelta, poiché i giocatori dovrebbero decidere prima ed essere fieri delle proprie radici. I calciatori, dal canto loro, si trovano spesso a fare i conti con un forte senso di appartenenza al Paese in cui sono nati. Giocatori come <strong>Kobbie Mainoo</strong>, un altro giovane talento di origini ghanesi che ha scelto l&#8217;Inghilterra, hanno spiegato che giocare per la nazionale del Paese in cui si è cresciuti e in cui si è stati formati è semplicemente il coronamento di un sogno d&#8217;infanzia.</p>



<p>Non tutti i Paesi europei si regolano allo stesso modo. Se Francia e la Germania hanno costruito i propri successi sportivi recenti integrando perfettamente i figli degli immigrati di prima e seconda generazione. l&#8217;Italia mostra il volto opposto della medaglia, con rigidissime leggi sulla cittadinanza italiana che rendono molto complicato per i figli di immigrati nati nel Paese ottenere il passaporto prima dei 18 anni. Questo muro burocratico ha di fatto escluso per anni potenziali talenti dai circuiti delle nazionali giovanili. Il caso più celebre? Quello di <strong>Mario Balotelli</strong>, nato a Palermo da genitori ghanesi ma impossibilitato a giocare per le nazionali azzurre fino alla maggiore età.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/dallafrica-ai-balcani-la-diaspora-dei-talenti-che-rende-forte-il-calcio-europeo.html">Dall&#8217;Africa ai Balcani, la diaspora dei talenti che rende forte il calcio europeo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L’Europa lancia ETIAS: sarà una macchina a decidere quali viaggiatori extra-UE potranno entrare</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/leuropa-lancia-etias-sara-una-macchina-a-decidere-quali-viaggiatori-extra-ue-potranno-entrare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 15:19:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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<p>L’Europa con ETIAS trasforma la frontiera fisica in un’infrastruttura digitale predittiva e opaca: ecco il progetto Ue.</p>
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<p>L’Europa si prepara a introdurre <strong>ETIAS</strong>, il <strong>sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi</strong> destinato a controllare in via preventiva chi arriva da Paesi esenti da visto. Sulla carta, tutto appare tecnico, ordinato, amministrativo: un modulo, una verifica automatica, una risposta, un’autorizzazione. Nella realtà, siamo davanti a uno dei passaggi più delicati della trasformazione dello spazio europeo: la frontiera non sarà più soltanto un luogo fisico, presidiato da agenti, passaporti e tornelli. Diventerà <strong>un’infrastruttura digitale capace di classificare, filtrare e sospettare prima ancora che il viaggiatore si presenti davanti a un funzionario.</strong></p>



<p>Il problema non è l’esistenza di controlli. Ogni Stato, ogni unione politica, ogni spazio sovrano ha il diritto e il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio. Il problema è come questo controllo viene costruito, con quali criteri, con quali garanzie, con quale trasparenza e con quale possibilità reale di contestare una decisione sbagliata.</p>



<p><strong>ETIAS nasce dentro il grande progetto europeo delle “frontiere intelligenti”,</strong> concepito per digitalizzare il controllo dei movimenti e collegare banche dati, sistemi di ingresso e uscita, liste di controllo, valutazioni di rischio e strumenti automatizzati. L’obiettivo dichiarato è semplificare il viaggio dei cittadini stranieri che entrano regolarmente nell’Unione e rafforzare la capacità di individuare minacce alla sicurezza, all’immigrazione e alla salute pubblica. Ma dietro questa promessa amministrativa si apre una questione molto più profonda: <strong>fino a che punto una democrazia può affidare alla macchina la decisione preliminare su chi sia normale e chi sia sospetto?</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La sicurezza come architettura automatica</h2>



<p>ETIAS non è un semplice archivio. È un sistema di valutazione preventiva. Quando una persona presenterà domanda di autorizzazione al viaggio, i suoi dati saranno confrontati automaticamente con diverse banche dati europee, con liste di controllo e con indicatori di rischio. Se il sistema produrrà un riscontro, il caso dovrà essere esaminato da un’unità nazionale dello Stato membro competente, che deciderà se approvare o respingere la richiesta.</p>



<p>Il <strong>ruolo di Frontex è centrale</strong>. <strong>L’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera dovrà gestire l’unità centrale ETIAS</strong> e contribuire alla definizione degli indicatori specifici di rischio. È qui che nasce la prima grande contraddizione politica. Frontex, già criticata in passato per opacità, gestione dei dati e violazioni dei diritti fondamentali lungo le frontiere esterne dell’Unione, viene ora collocata al centro di un meccanismo capace di orientare la profilazione preventiva dei viaggiatori.</p>



<p>Il paradosso è evidente: proprio l’agenzia che dovrebbe rassicurare sull’efficienza del sistema ha sollevato preoccupazioni sulla conformità di ETIAS alle norme sulla protezione dei dati. Se persino Frontex segnala incertezza giuridica, significa che il problema non appartiene a un ristretto gruppo di attivisti o giuristi critici. Appartiene alla struttura stessa del progetto.</p>



<p>La Commissione europea avrebbe dovuto fornire linee guida chiare sulla protezione dei dati. Il loro ritardo alimenta l’incertezza. E quando un sistema di questa portata tecnologica, politica e amministrativa viene avviato senza un quadro giuridico pienamente consolidato, <strong>il rischio è che l’eccezione diventi prassi,</strong> e che la prassi costruisca diritto prima ancora che il diritto abbia fissato limiti precisi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio della profilazione mascherata</h2>



<p>Il regolamento prevede che gli indicatori di rischio siano mirati, proporzionati e non fondati su caratteristiche personali. In teoria, dunque, nessuna discriminazione. In pratica, la questione è molto più complessa.</p>



<p>Un indicatore può non nominare direttamente l’origine etnica, il colore della pelle o la religione, ma può arrivare allo stesso risultato attraverso dati indiretti: nazionalità, città di residenza, percorso di viaggio, età, sesso, precedenti spostamenti, contatti, provenienza geografica. La discriminazione algoritmica non ha bisogno di dichiararsi tale. Può nascondersi dentro correlazioni statistiche, categorie amministrative e modelli apparentemente neutri.</p>



<p>È questo il cuore politico della questione. La vecchia frontiera poteva discriminare attraverso lo sguardo dell’agente. La nuova frontiera può discriminare attraverso l’indicatore. E l’indicatore, proprio perché tecnico, appare più innocente, più oggettivo, meno contestabile. Ma non lo è necessariamente.</p>



<p>La società europea rischia così di importare dentro il controllo delle frontiere una forma di sospetto preventivo fondata non su ciò che una persona ha fatto, ma su ciò che il sistema presume possa rappresentare. La sicurezza non giudica più solo comportamenti. Anticipa profili. Non interviene soltanto davanti a un rischio concreto. Costruisce categorie di probabilità.</p>



<p>In questo passaggio si gioca una parte della sovranità democratica. Perché quando la decisione viene automatizzata, il cittadino o il viaggiatore non si confronta più con un potere visibile, ma con una catena opaca di dati, formule, elenchi e criteri difficili da conoscere e contestare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Intelligenza artificiale e diritto di difesa</h2>



<p><strong>L’eventuale uso dell’intelligenza artificiale dentro ETIAS rende il quadro ancora più delicato. </strong>Se una decisione negativa, o anche solo una segnalazione di rischio, può essere prodotta attraverso strumenti automatizzati non pienamente trasparenti, il diritto al ricorso effettivo rischia di diventare una finzione. Come può una persona difendersi da un sistema che non conosce? Come può contestare un criterio che non le viene spiegato? Come può dimostrare di non essere un rischio se il rischio è stato prodotto da una combinazione di dati che resta nascosta dietro esigenze di sicurezza?</p>



<p>La Corte di giustizia dell’Unione europea ha già posto limiti importanti all’uso di criteri opachi nella sorveglianza dei viaggiatori. Il principio è semplice: <strong>la sicurezza non può cancellare il diritto alla difesa.</strong> Una decisione che incide sulla libertà di movimento deve poter essere compresa, verificata e contestata. Eppure il calendario politico sembra spingere nella direzione opposta. L’Europa vuole avviare il sistema, dimostrare efficienza, controllare i flussi, rassicurare le opinioni pubbliche, rispondere alle paure migratorie e terroristiche. Ma la fretta amministrativa, quando incontra tecnologie invasive, può produrre conseguenze durature.</p>



<p>Un sistema di controllo costruito male non è soltanto un problema tecnico. È un problema istituzionale. Una volta installata l’infrastruttura, diventa difficile ridurne la portata. Le banche dati tendono a espandersi. Le finalità tendono ad allargarsi. Ciò che nasce per la sicurezza può essere utilizzato per l’immigrazione, poi per la polizia, poi per altri scopi ancora.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La frontiera come laboratorio geopolitico</h2>



<p>ETIAS non riguarda solo i diritti individuali. <strong>Riguarda anche la posizione geopolitica dell’Europa. </strong>L’Unione si presenta come spazio fondato sul diritto, sulla protezione dei dati, sulle garanzie procedurali, sulla distinzione tra sicurezza e arbitrio. Ma se costruisce un sistema opaco di autorizzazione preventiva, rischia di indebolire proprio il capitale normativo che la distingue da potenze più apertamente autoritarie.</p>



<p><strong>La frontiera digitale diventa così un laboratorio del potere europeo. </strong>Da un lato, l’Unione vuole difendersi da terrorismo, migrazione irregolare, criminalità transnazionale e crisi sanitarie. Dall’altro, deve evitare di trasformare la sicurezza in una macchina automatica di esclusione.</p>



<p>La questione è anche geoeconomica. Aeroporti, compagnie aeree, turismo, commercio e mobilità internazionale dipendono da sistemi rapidi e affidabili. Ritardi, malfunzionamenti o sospensioni possono produrre costi significativi. Le critiche delle compagnie aeree e degli aeroporti al sistema di ingresso e uscita mostrano che la digitalizzazione non coincide automaticamente con efficienza. Un controllo più sofisticato può anche generare code, blocchi, costi operativi, danni reputazionali e tensioni diplomatiche. La sicurezza, insomma, ha un prezzo. Ma il prezzo non è solo finanziario. È politico, giuridico e sociale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una valutazione strategica del controllo</h2>



<p>Dal punto di vista strategico, ETIAS risponde a una tendenza irreversibile: gli Stati vogliono conoscere prima, classificare prima, intervenire prima. La frontiera non è più il margine del territorio. È una rete anticipata che comincia nei moduli digitali, nei dati biometrici, nelle compagnie di trasporto, nelle banche dati europee, negli algoritmi e nelle liste di controllo.</p>



<p><strong>Questa trasformazione rafforza la capacità dello Stato, ma ne aumenta anche la responsabilità.</strong> Più un sistema vede, più deve rendere conto. Più un sistema decide, più deve essere controllabile. Più una macchina filtra persone, più deve essere impedito che l’errore diventi destino. Il rischio maggiore non è soltanto il singolo abuso. È la normalizzazione dell’idea che la libertà di movimento possa essere subordinata a una valutazione automatica di rischio, costruita su criteri non pienamente trasparenti e applicata a milioni di persone.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La domanda politica finale</h2>



<p>L’Europa ha il diritto di proteggere le proprie frontiere. Ma non può farlo sacrificando il principio che dovrebbe fondare la sua differenza politica: il potere deve essere limitato dal diritto, anche quando agisce in nome della sicurezza.</p>



<p>ETIAS può diventare uno strumento utile, se sarà trasparente, controllato, proporzionato, contestabile e sottoposto a garanzie reali. Ma può anche diventare il simbolo di una nuova frontiera europea: non più soltanto esterna, ma invisibile; non più soltanto geografica, ma algoritmica; non più soltanto poliziesca, ma predittiva.</p>



<p>Il punto non è scegliere tra sicurezza e libertà. Il punto è impedire che, in nome della sicurezza, l’Europa costruisca una macchina capace di ridurre la libertà senza nemmeno doverla discutere pubblicamente. Perché una frontiera che decide prima dell’uomo può sembrare efficiente. Ma se non è governata dal diritto, diventa qualcosa di molto diverso: un potere che seleziona, sospetta ed esclude senza assumersi fino in fondo la responsabilità politica della propria decisione.</p>
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		<title>Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 08:23:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1133" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-300x177.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1024x604.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-768x453.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1536x906.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-600x354.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Israele finanzia l'immigrazione dei Bnei Menashe, comunità indiana che si ritiene discendente da una tribù ebraica perduta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html">Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1133" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-300x177.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1024x604.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-768x453.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1536x906.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-600x354.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A novembre 2025, Israele ha deciso di finanziare l&#8217;immigrazione di migliaia di indiani provenienti dagli stati di Mizoram e Manipur, nel <strong>Nord-Est dell&#8217;India</strong>. Qui si trova la comunità dei <strong>Bnei Menashe</strong>, una tra le tribù più isolate del mondo, confinata in una zona remota dell’India, a ridosso del Myanmar. Giovedì 7 aprile, 250 <a href="https://www.timesofisrael.com/group-of-over-250-bnei-menashe-immigrants-from-india-lands-in-israel/" type="link" id="https://www.timesofisrael.com/group-of-over-250-bnei-menashe-immigrants-from-india-lands-in-israel/">membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv</a>. Per quanto possa apparire curioso, <strong>questa comunità indiana ha un forte legame con il popolo ebraico</strong>, e quindi con Israele.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bnei Menashe e il legame con il popolo ebraico</strong></h2>



<p>Questa comunità ritiene di discendere da <strong>Manasse</strong>, una delle dieci tribù perdute del Regno d&#8217;Israele che furono deportate dagli Assiri nel <strong>722 a.C</strong>. e che oggi funge da ponte identitario per il loro trasferimento in Israele. Alle circa 10mila persone che la compongono, è stato insegnato per generazioni che i loro antenati provenienti dal Medio Oriente vagarono per l’Asia fino a trovare rifugio nella giungla. La religione è diventato il loro principale collante sociale.</p>



<p>I Menashe nel Manipur sono considerati un popolo di etnia <strong>Kuki</strong>, parlano lingue appartenenti alla famiglia tibeto-birmana e le loro origini antropologiche sono riconducibili all’attuale territorio cinese. Convertiti al cristianesimo all&#8217;inizio del Novecento dai <strong>missionari britannici</strong>, i Bnei Menashe destarono l’interesse degli antropologi israeliani negli anni Settanta. Gli studiosi notarono sorprendenti analogie tra le loro antiche usanze e il giudaismo: canti rituali che narravano la fuga dall&#8217;Egitto e il costante riferimento a un mitico antenato chiamato <strong>&#8220;Manmasi</strong>&#8220;, identificato dai ricercatori come il patriarca biblico <strong>Manasse</strong>.</p>



<p>A partire dagli anni Novanta, i membri di questa comunità hanno iniziato a migrare gradualmente verso Israele. Oggi, però, la loro <strong>Aliyah</strong>, il diritto al ritorno che garantisce la cittadinanza a tutti gli ebrei della diaspora, è più prossima che mai. La comunità è ansiosa di poter tornare laddove sostengono siano radicate le loro origini. Un ritorno che significa vivere pienamente l&#8217;identità ebraica, superando le difficoltà quotidiane legate all&#8217;osservanza religiosa e ai precetti della dieta Kosher, difficili da seguire nelle regioni indiane di provenienza.</p>



<p>Sono anche le migliori aspettative di vita a motivarli: il Manipur è una delle regioni più povere dell’India, dove la maggior parte del lavoro si concentra nelle <strong>fattorie di famiglia</strong>. Chi ha già raggiunto Israele racconta invece di lavorare come autista di camion, nell’ediliza e nelle fabbriche, esortando chi è ancora in India a raggiungerli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il trasferimento negli insediamenti</h2>



<p>Attraverso l’operazione denominata <strong>&#8216;Wings of Dawn&#8217;</strong> (<em>Ali dell’Alba</em>), il governo israeliano ha pianificato il trasferimento dei restanti <strong>6.000 membri</strong> della comunità entro il 2030, assumendosi l’intero onere dei costi di trasporto e di prima integrazione. Tel Aviv ha stanziato in totale circa 30 milioni di dollari per l&#8217;operazione, un investimento che favorisce anche il popolamento degli insediamenti nei territori occupati, dove storicamente gran parte della comunità viene indirizzata.</p>



<p>&#8220;Una decisione importante e sionista che rafforzerà anche il Nord e la Galilea&#8221;, ha dichiarato il primo ministro israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong>. Giovedì 7 aprile, 250 membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv. Rivolgendosi ai nuovi israeliani, Ofir Sofer, il <strong>Ministro dell&#8217;Aliyah</strong> ha affermato: &#8220;Stiamo facendo la storia portando l’intera comunità di Bnei Menashe in Israele… Non c’è momento più appropriato e toccante per dare il benvenuto a un aereo pieno di immigrati subito dopo il 78° anniversario dell’indipendenza dello Stato. Benvenuti a casa&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Un’operazione che ha, tra i suoi scopi, quello di rigenerare la forza lavoro venuta meno dopo il 7 ottobre 2023. Il vuoto è stato causato dalla mobilitazione militare degli israeliani, dallo sfollamento interno a causa degli attacchi missilistici, dal drastico calo di migranti provenienti da Nepal, Thailandia, Uzbekistan e Sri Lanka. <strong>Ma il fattore determinante resta l&#8217;esclusione dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania,</strong> ai quali è stato revocato l&#8217;accesso al mercato israeliano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sostituzione etnica del lavoratori palestinesi</strong></h2>



<p>L’operazione Ali dell’Alba va contestualizzata alla lenta sostituzione del lavoratori palestinesi con migranti provenienti da diversi Paesi. Recentemente, +972 Magazine ha riportato un video del 13 aprile diffuso dalla polizia israeliana in cui lavoratori palestinesi senza permessi vengono trattati come pericolosi fuorilegge. Israele è stato per decenni dipendente economicamente dai lavoratori palestinesi, che costituivano la spina dorsale del sostentamento nei territori occupati con un flusso mensile di <strong>380 milioni di dollari.</strong> Questa dipendenza è stata interrotta dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, anche chi prima lavorava regolarmente è ora trattato come un criminale.</p>



<p>Più di 200mila lavoratori palestinesi provenienti da Cisgiordania e Gaza hanno visto revocati i permessi di ingresso in Israele, ufficialmente per motivi di sicurezza, sebbene<a href="https://www.inss.org.il/he/publication/palestinian-workers-data/"> ricerche</a> come quella dell&#8217;<strong>Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale </strong>(INSS) dimostrino che i lavoratori con permessi raramente fossero coinvolti in attività militanti. <strong>La conseguenza immediata è stata un crollo del 95% nell&#8217;edilizia residenziale israeliana e un calo dell&#8217;80% nella produzione agricola.</strong></p>



<p>Israele ha accelerato la sostituzione con <strong>manodopera migrante,</strong> pianificando il reclutamento di circa 65mila lavoratori da India, Sri Lanka e Uzbekistan attraverso nuovi centri di reclutamento, con la possibilità di aumentare questo numero fino a 80mila. <strong>Attualmente sono impiegati circa 270mila lavoratori migranti in Israele</strong>, mentre solo 8mila permessi di lavoro sono stati rilasciati ai palestinesi nel 2025, cifra insufficiente a sostenere l&#8217;economia cisgiordana dove oltre 10.000 palestinesi continuano a lavorare negli insediamenti.</p>



<p>I lavoratori migranti subiscono <strong>gravi abusi</strong>: ricevono mediamente solo il 70% dei salari dovuti per legge, sono esposti a pesticidi senza adeguate protezioni, subiscono trattenute salariali e vivono in alloggi inadeguati. Durante gli attacchi del 7 ottobre, 22 lavoratori thailandesi sono stati presi in ostaggio e 32 uccisi, mentre dall&#8217;inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l&#8217;Iran almeno tre lavoratori migranti sono stati uccisi da attacchi missilistici, nell&#8217;assordante silenzio dell&#8217;opinione pubblica.</p>



<p>Questo sistema di sostituzione della forza lavoro, basato sulla dipendenza dalla volontà dei datori di lavoro e dello Stato, ha trasformato i lavoratori in figure facilmente sostituibili, spostando rapidamente il mercato del lavoro da palestinese a migrante dopo decenni di &#8220;inclusione controllata&#8221; che bilanciava esigenze economiche con imperativi coloniali.</p>



<p>La sostituzione sistematica della manodopera palestinese con flussi migratori pianificati non risponde ad un&#8217;emergenza isolata, ma è l’ultimo tassello di un <strong>progetto coloniale decennale</strong> volto a recidere il legame economico tra la popolazione palestinese occupata e la loro terra. In questo contesto, l&#8217;operazione Ali dell’Alba si rivela essere molto più di una risposta alle difficoltà post-7 ottobre: è lo strumento con cui Israele tenta di rendere definitiva l&#8217;esclusione dei palestinesi e, piuttosto che garantire diritti di chi vive sotto occupazione, opta per la sostituzione di quei lavoratori con nuovi arrivati, risolvendo persino un problema economico con una mossa demografica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html">Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Un  Ponte Per dal Libano: &#8220;Israele sta replicando qui il modello Gaza&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/un-ponte-per-dal-libano-israele-sta-replicando-qui-il-modello-gaza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jonathan Piccinella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 12:38:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Libano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La prospettiva di una perdita di territorio a Sud e le minaccia dei bombardamenti: l'Ong racconta la situazione e i possibili sviluppi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/un-ponte-per-dal-libano-israele-sta-replicando-qui-il-modello-gaza.html">Un  Ponte Per dal Libano: &#8220;Israele sta replicando qui il modello Gaza&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="libano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/libano-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La situazione in Libano, con gli attacchi aerei israeliani in tutto il Paese e l’evolversi delle situazioni politiche in tutto il Mediterraneo orientale, per la popolazione civile dal punto di vista sociale ed economico è disastrosa. Secondo <a href="https://www.unhcr.org/where-we-work/countries/lebanon?dataset=POP&amp;yearsMode=range&amp;selectedYears=%5B2012%2C2026%5D&amp;level=OPR&amp;category=PTY&amp;fundingSource=ALS&amp;compareBy=%5B%22category%22%5D&amp;levelCompare=%5B%5B%22OLBN_ABC%22%5D%5D&amp;viewType=chart&amp;chartType=bar&amp;contextualDataset=BUD&amp;tableDataView=absolute">l’UNHCR</a>, l’Agenzia Onu per i rifugiati, “il Libano ospita circa 1,3 milioni di rifugiati siriani, oltre a popolazioni minori di iracheni, sudanesi e altre nazionalità. La situazione in termini di protezione è ulteriormente peggiorata in seguito all&#8217;escalation delle ostilità tra Israele e gruppi armati in Libano alla fine del 2024, che ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone e una distruzione diffusa, con bombardamenti sporadici che continuano soprattutto nel Sud”. Abbiamo raggiunto <a href="https://unponteper.it/it/home/">UnPontePer</a>, associazione umanitaria e Ong pacifista che dal 1991 lavora in aree di conflitto tra Asia Occidentale, Nord Africa e Europa tra cui Libano, Palestina Siria e Iraq. <a href="https://unponteper.it/it/country/libano/">UnPontePer</a> è presente in Libano dal 1997, e svolge varie attività per la popolazione civile e i rifugiati per il diritto allo studio, il fabbisogno alimentare e tutto ciò che serve per un popolo martoriato dalla bombe aeree.</p>



<p><strong>Quali sono le principali difficoltà nel lavorare in Libano prima dei bombardamenti israeliani di marzo &#8211; aprile?</strong></p>



<p>&#8220;Come giustamente menzioni, il “cessate il fuoco” avvenuto a novembre 2024 si è tradotto in una lunghissima serie di violazioni, di guerra a bassa intensità e di guerra psicologica, con attacchi mirati a edifici e persone e con l’uso costante di droni. Sebbene in linea generale la situazione permettesse di lavorare nel Paese, la situazione era molto diversa a seconda dalle zone, con difficoltà maggiori nei governatorati di Sud Libano e Nabatieh e di Baalbek-Hermel e Bekaa. Essendo basati a Beirut, la difficoltà principale è stata in termini di spostamenti e pianificazione di visite, incontri e attività specie nelle zone precedentemente elencate, trovandoci spesso a dover cancellare i piani in seguito a un attacco. Dall’altro lato, sicuramente sapere o sentire droni o jet israeliani nei cieli libanesi, di lanci di fosforo bianco a Sud e di movimenti al confine ha contribuito al sentimento di sfiducia nei confronti del cosiddetto cessate il fuoco, alimentando lo stress e la tensione soprattutto nelle aree sopra menzionate&#8221;. </p>



<p><strong>Quanto hanno peggiorato la situazione i recenti sviluppi?</strong></p>



<p>&#8220;I recenti sviluppi hanno chiaramente riportato la situazione a un picco di criticità, rispetto a una apparente stabilità precedente, soprattutto all&#8217;inizio di questa nuova escalation, essendo i primi momenti quelli più delicati: numeri degli sfollati in crescita esponenziale in pochissimo tempo, con il sovraffollamento dei rifugi e in molti casi sfollamento urbano, al di fuori di strutture adibite. Un&#8217;altra difficoltà è sicuramente quella della gestione del senso di insicurezza e rischio, sapendo che pochissime aree possono essere considerate sicure, il che causa movimenti a volte confusi e spinti dal panico, cosa che si è vista con i vari ordini di evacuazione massiccia o con gli attacchi simultanei dell&#8217;8 aprile. Questa ulteriore escalation sta quindi progressivamente stremando una popolazione, già direttamente colpita nel 2024, comunque colpita anche solo a livello economico quando non direttamente a livello personale o familiare. Il peggioramento riguarda anche le possibili tensioni inter-comunitarie che vengono intenzionalmente suscitate e riaccese a fronte di attacchi fortemente connotati dal punti di vista settario contro la popolazione sciita. </p>



<p>A tutto questo si aggiunge inoltre la possibilità, sempre più concreta, di un&#8217;effettiva occupazione di una parte del territorio a Sud del Libano, che comporterebbe non solo uno sfollamento temporaneo ma una reale ricollocazione di parte della popolazione civile. Questo rappresenterebbe un grave peggioramento della situazione per tutto il Paese in termini di perdita di unità nazionale, un&#8217;ennesima ferita difficile da rimarginare. Un&#8217;altra questione importante è la difficoltà nel sensibilizzare le persone, che desiderano tornare alle loro case, alla pericolosità di ordigni inesplosi, che sono spesso di nuova produzione e quindi sconosciuti anche per gli addetti ai lavori<em>&#8220;. </em></p>



<p><strong>Il governo libanese e le forze presenti sul terreno si confrontano con organizzazioni come la vostra?</strong></p>



<p>&#8220;Attualmente, la situazione richiede il coordinamento stretto di tutti gli attori presenti sul territorio, governativi, civili, internazionali e locali. In particolare, per la risposta all’emergenza, il coordinamento con le autorità libanesi avviene soprattutto attraverso i rappresentanti del ministero degli Affari sociali, incaricato di supervisionare distribuzioni di cibo, materiali per l’igiene personale e altri generi di prima necessità, oltre che di assicurare coordinamento e scambio in tempo reale delle informazioni sia a livello locale sia nazionale, con il supporto dei diversi gruppi di lavoro settoriali e delle agenzie presenti nel Paese. Come potete immaginare, questo coordinamento non è sempre facile, a causa dell’altissimo numero di persone costrette ad evacuare i propri villaggi e le proprie case, e, in parallelo, dell’intensità degli attacchi israeliani che hanno colpito il pPese almeno fino al &#8220;cessate il fuoco” di metà aprile. Successivamente, si è visto lo spostamento di famiglie o di singoli verso le città di origine, spesso temporaneamente, o verso altri rifugi o case più vicini ad esse. Negli ultimi giorni sono ripresi gli ordini di evacuazione e gli attacchi nei distretti a Sud del Paese, portando a ulteriori movimenti della popolazione e rendendo necessario l’aggiornamento in tempo reale per assicurare una risposta più ampia possibile in termini di beni di prima necessità e servizi&#8221;.</p>



<p><strong>Che cosa chiede, soprattutto, la popolazione civile?</strong></p>



<p>&#8220;Da quella che è la nostra percezione, che rimane parziale e non può essere generalizzata, la popolazione è soprattutto, anche se i ripetuti sfollamenti hanno creato, forse, una sorta di rassegnazione. Tuttavia rimane una forte rivendicazione delle proprie case, terre, villaggi e luoghi d&#8217;origine e della propria memoria. Non ci sono particolari richieste, se non appunto il desiderio di ritorno, che è un diritto e che come tale andrebbe tutelato, sia nell&#8217;offerta di aiuto umanitario che in termini di advocacy per tutti coloro che lavorano a contatto con la popolazione colpita&#8221;.  </p>



<p><strong>Perché oggi si può dire che Israele sta replicando il modello Gaza sul Libano?</strong></p>



<p>&#8220;Israele sta ripresentando il modello già visto a Gaza da vari punti vista, primo tra tutti come distruzione e occupazione territoriale, questo è il modello già implementato anche in Libano storicamente ma che ha visto la sua massima esposizione a Gaza dal 2023 in poi. Inoltre, sta ripetendo il modello Gaza negli attacchi deliberatamente rivolti a civili, personale umanitario, medici, paramedici, strutture ospedaliere, giornalisti e altre categorie notoriamente protette dal diritto umanitario internazionale, approfittando anche del fatto di essere riuscito, in questi anni e proprio attraverso l&#8217;esperienza di Gaza, a far perdere di significato il concetto stesso di diritto e di legalità. Sta in un certo senso approfittando di quanto ottenuto finora in termini di impunità e di propaganda&#8221;.</p>
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		<title>Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;esodo della tribù indiana Bnei Menashe verso Israele</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 13:57:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I principali think tank israeliani continuano a rimarcare i vantaggi della rinnovata partnership tra Israaele e India, culminata nella recente visita di Narendra Modi a Tel Aviv con tanto di storico discorso alla Knesset e la proposta, del padrone di casa Benjamin Netanyahu, di creare un &#8220;asse delle nazioni&#8221; per contrastare l&#8217;influenza dell&#8217;Iran in Medio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html">Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;esodo della tribù indiana Bnei Menashe verso Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113801151_2558b3ed4e0565d9317a89bfe0d57a07-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I principali think tank israeliani continuano a rimarcare i vantaggi della rinnovata partnership tra Israaele e <strong>India</strong>, culminata nella recente visita di <a href="https://it.insideover.com/schede/nazionalismi/chi-e-narendra-modi.html">Narendra Modi</a> a Tel Aviv con tanto di storico discorso alla Knesset e la proposta, del padrone di casa <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, di <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-lasse-delle-nazioni-tra-india-e-israele-preoccupa-il-pakistan.html#google_vignette">creare un &#8220;asse delle nazioni&#8221; </a>per contrastare l&#8217;influenza dell&#8217;Iran in Medio Oriente. </p>



<p>Ancora fedele alla politica nazionale di non allineamento, il primo ministro indiano non ha confermato né smentito la futura adesione di Delhi a questo progetto, pur rimarcando la volontà di rafforzare le relazioni con lo Stato ebraico. I dossier sul tavolo dei due Paesi sono numerosi, e comprendono tanto la <strong>Difesa </strong>&#8211; Israele è tra i principali fornitori di armi dell&#8217;India, <a href="https://it.insideover.com/politica/crisi-del-kashmir-lindia-di-modi-prende-a-modello-lisraele-di-netanyahu.html">con una collaborazione estesa</a> a cyber-sicurezza, droni e tecnologia missilistica &#8211; quanto il <strong>commercio</strong> (a partire dal progetto del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa) e la <strong>cultura</strong>. </p>



<p>Non solo: sta assumendo una rilevanza sostanziale la vicenda dei <strong>Bnei Menashe</strong>. Parliamo di un <strong>gruppo etnico-religioso</strong>, originario dell&#8217;India nord orientale, tra gli Stati di <strong>Manipur</strong> e <strong>Mizoram</strong>, che sostiene di discendere da una delle cosiddette “<strong>dieci tribù perdute</strong>” di Israele, in particolare dalla<strong> tribù di Manasse</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="736" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-1024x736.jpg" alt="" class="wp-image-514874" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-1024x736.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-300x216.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-768x552.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-1536x1104.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169-600x431.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113743671_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_880169.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Dall&#8217;India a Israele: il trasferimento della “tribù perduta” dei Bnei Menashe</h2>



<p>Nei giorni scorsi, oltre <strong>250 indiani</strong> appartenenti a questa tribù biblica sono atterrati all&#8217;aeroporto Ben Gurion nell&#8217;ambito di un&#8217;<strong>operazione governativa</strong> per il loro <strong>trasferimento </strong>in Israele. </p>



<p>I Bnei Menashe vivono in avamposti sperduti nel <strong>kibbutz di Ma&#8217;oz Tzur</strong>, al confine tra l&#8217;India e il Myanmar. Sono circa 10.000 e si considerano parte, come detto, di una delle dieci tribù perdute di Israele, discendenti di un patriarca tribale, Manasse, e dispersi quasi tre millenni fa. </p>



<p>Da qualche anno hanno iniziato a trasferirsi nello Stato ebraico, consapevoli che il governo israeliano ha promesso di riportarli tutti in Israele entro il <strong>2030</strong>. Quasi metà della comunità, ha ricordato il <em>New York Times</em>, si è già trasferita in Israele a partire dagli anni &#8217;90. Con l&#8217;operazione &#8220;<strong>Ali dell&#8217;Alba</strong>&#8220;, Tel Aviv ha appena trasportato in aereo altri 250 membri, in attesa di ulteriori rimpatri già in programma. </p>



<p>I primi gruppi si sono stabiliti in luoghi come <strong>Hebron</strong>, in <strong>Cisgiordania</strong>, e negli <strong>insediamenti israeliani a Gaza</strong>. Nel novembre dello scorso anno, il governo israeliano ha accettato di aiutare i restanti 5.800 Menashe a immigrare in massa (1.200 lo faranno nel corso del 2026).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-514873" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260426113724311_3f53713f77af3d5d2967b6fa0cdcbe1d.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La mossa di Tel Aviv</h2>



<p>Per assorbire i nuovi arrivati, Tel Aviv ha previsto un ingente <strong>sostegno finanziario</strong> iniziale, oltre a corsi di lingua ebraica, orientamento professionale, alloggi temporanei e programmi sociali di aiuto. Netanyahu l&#8217;ha definita &#8220;una decisione importante che rafforzerà anche le <strong>regioni del Nord e della Galilea</strong>&#8220;, alcune delle quali sono state colpite dai razzi lanciati dai combattenti di Hezbollah in Libano. </p>



<p>Israele ha bisogno di ricostruire la propria <strong>economia</strong>. La chiamata alle armi da parte di numerosi israeliani, i palestinesi della Cisgiordania impossibilitati a svolgere le proprie attività lavorative e la riduzione del flusso di lavoratori migranti provenienti da paesi come il Nepal e la Thailandia hanno danneggiato il Paese. I legislatori di Tel Aviv hanno tuttavia spiegato che il duplice obiettivo di questa mossa, concordata con Delhi, consiste, da un lato nel riunire le famiglie, e dall&#8217;altro nel ripopolare il nord di Israele. </p>



<p>&#8220;Stiamo facendo la storia portando l&#8217;intera comunità di Bnei Menashe in Israele&#8221;, ha dichiarato <strong>Ofir Sofer</strong>, ministro israeliano per l&#8217;aliyah e l&#8217;integrazione, in un comunicato. &#8220;Oggi abbiamo accolto con grande gioia ed entusiasmo il primo volo di immigrati dal nord dell&#8217;India. Ringrazio il primo ministro Netanyahu e il ministro delle Finanze Smotrich, che hanno accolto con favore l&#8217;iniziativa da me promossa, un&#8217;iniziativa che unirà l&#8217;intera comunità nello Stato di Israele&#8221;, ha aggiunto lo stesso Sofer.</p>



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<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">NEWS: THE 240 IMMIGRANTS ISRAEL IMPORTED FROM INDIA LAND IN ISRAEL<br><br>The 240 are part of the 1,200 of the Bnei Menashe community from northeastern India Israel approved to migrate to Israel in 2026. <a href="https://t.co/XPYdftU4X5">pic.twitter.com/XPYdftU4X5</a></p>&mdash; Sulaiman Ahmed (@ShaykhSulaiman) <a href="https://twitter.com/ShaykhSulaiman/status/2047575235843457212?ref_src=twsrc%5Etfw">April 24, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosa-ce-dietro-lesodo-della-tribu-indiana-bnei-menashe-verso-israele.html">Cosa c&#8217;è dietro l&#8217;esodo della tribù indiana Bnei Menashe verso Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Europa, il rimpatrio come ideologia</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/europa-il-rimpatrio-come-ideologia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 04:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="migranti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con il voto del Parlamento europeo il rimpatrio non è più concepito come l’atto finale di una procedura ma come strumento di intimidazione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="migranti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/migranti-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il voto del Parlamento europeo sui rimpatri non è un semplice passaggio legislativo. È il segnale politico di un cambiamento più profondo: l’Unione Europea, sotto la pressione combinata dell’insicurezza sociale, della polarizzazione politica e della crescita delle destre, <strong>sta spostando il baricentro della sua politica migratoria dalla gestione del fenomeno alla sua deterrenza punitiva.</strong> Non si tratta più soltanto di controllare le frontiere, ma di costruire un sistema che renda l’ingresso irregolare non solo difficile ma anche esemplare nella sua repressione.</p>



<p>L’approvazione di una linea che <strong>apre ai centri di rimpatrio fuori dai confini dell’Unione</strong> mostra infatti una trasformazione culturale prima ancora che normativa. L’Europa che per decenni ha cercato di presentarsi come spazio giuridico fondato sull’equilibrio tra sicurezza e diritti, oggi sembra accettare una logica diversa: esternalizzare il problema, allontanarlo fisicamente, trasferirlo in territori terzi, possibilmente lontani dallo sguardo dell’opinione pubblica e dai vincoli più stringenti della propria architettura giuridica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal diritto d’asilo alla deterrenza amministrativa</h2>



<p>Il punto decisivo è che il rimpatrio non viene più concepito come l’atto finale di una procedura amministrativa o giuridica, ma come strumento di intimidazione preventiva. Il messaggio politico è chiaro: <strong>chi entra illegalmente deve sapere che non solo non resterà, ma potrà essere detenuto, escluso e trasferito in Paesi terzi</strong>, anche lontani dal proprio percorso migratorio. È un salto di paradigma che avvicina l’Europa a modelli già sperimentati altrove, in particolare nel mondo anglosassone, dove l’ossessione per il controllo migratorio ha progressivamente eroso garanzie e tutele.</p>



<p>L’inasprimento delle sanzioni, l’estensione dei periodi di detenzione, l’idea di divieti di ingresso potenzialmente senza termine preciso, tutto questo concorre a disegnare un sistema nel quale il migrante irregolare non è più semplicemente un soggetto da esaminare sotto il profilo del diritto, ma <strong>una figura da neutralizzare.</strong> La differenza è enorme. Nel primo caso prevale la logica dello Stato di diritto; nel secondo emerge quella della sicurezza permanente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le nuove alleanze del potere europeo</h2>



<p>Il voto ha poi un valore politico interno assai rilevante. Il Partito Popolare Europeo, forza centrale dell’equilibrio comunitario, ha scelto di <strong>portare avanti questa linea con l’appoggio decisivo delle destre radicali. </strong>È qui che si vede il mutamento reale dei rapporti di forza dentro l’Unione. Non tanto perché le estreme destre conquistino formalmente il potere, ma perché riescono a imporre il proprio linguaggio e le proprie priorità al centro moderato. Il risultato è che <strong>la politica migratoria diventa il laboratorio di una nuova maggioranza culturale europea: </strong>meno universalista, meno garantista, più ossessionata dalla sovranità e dal controllo.</p>



<p>Le resistenze della sinistra e delle organizzazioni umanitarie mostrano tutta la loro debolezza. Le critiche sul rischio di violazioni dei diritti fondamentali, sulla natura opaca dei centri <em>offshore,</em> sul pericolo di creare veri e propri vuoti giuridici sono fondate, ma oggi non riescono più a orientare il baricentro della decisione politica. Questo è il dato più importante: il principio di umanità non scompare dal discorso pubblico, ma perde centralità nella costruzione concreta delle norme.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’esternalizzazione come scarico geopolitico</h2>



<p>Dietro questa linea si intravede una precisa logica geopolitica. <strong>L’Europa tenta di trasferire verso Paesi terzi il peso materiale e politico della gestione migratoria. </strong>Non è una novità assoluta: già gli accordi con la Turchia, con la Libia e con altri attori mediterranei avevano mostrato questa tendenza. Ma oggi il salto è più netto, perché s<strong>i ipotizza apertamente la costruzione di strutture di detenzione e rimpatrio fuori dal territorio europeo.</strong></p>



<p>Ciò significa una cosa molto semplice: l’Unione, incapace di trovare un equilibrio interno stabile tra solidarietà, accoglienza e sicurezza, cerca di comprare all’esterno il contenimento del problema. È una forma di delocalizzazione coercitiva. Il rischio, naturalmente, è duplice. Da un lato, si affida una questione delicatissima a Paesi che spesso non garantiscono standard adeguati sul piano giuridico e umanitario. Dall’altro, si aumenta la dipendenza politica europea da partner africani o mediorientali che possono trasformare il controllo migratorio in leva negoziale permanente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il prezzo politico della paura</h2>



<p>Sul piano interno, questa stretta legislativa riflette <strong>l’ascesa di una politica della paura. </strong>La migrazione viene usata come simbolo assoluto del disordine contemporaneo: crisi sociale, criminalità, terrorismo, perdita di identità, indebolimento dello Stato. In questo quadro, la promessa di rimpatri più rapidi e più duri diventa una moneta elettorale molto spendibile. Poco importa che l’efficacia pratica di queste misure resti discutibile. Nelle democrazie sotto pressione, il valore simbolico della fermezza conta spesso più dei risultati concreti.</p>



<p>Ma proprio qui si annida il pericolo maggiore. Quando la politica comincia a costruire norme per mostrare durezza più che per risolvere problemi, <strong>il diritto smette di essere strumento di ordine e diventa dispositivo di propaganda.</strong> E in materia migratoria questo rischio è altissimo, perché il migrante è il soggetto ideale su cui proiettare ansie collettive e pulsioni punitive.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un’Europa più dura e più fragile</h2>



<p>L’impressione finale è che l<strong>’Unione Europea stia scegliendo la strada della rigidità senza aver risolto le proprie fragilità strutturali.</strong> Non ha costruito una vera politica comune dell’asilo, non ha armonizzato in modo efficace le responsabilità tra Stati membri, non ha affrontato alla radice il rapporto tra migrazioni, crisi africane, guerre mediorientali e squilibri economici globali. In compenso, alza il livello della repressione amministrativa.</p>



<p>È una risposta politicamente comprensibile, ma strategicamente miope. Perché può forse ridurre nel breve periodo la percezione di impotenza, ma <strong>non affronta le cause profonde dei flussi migratori </strong>e soprattutto rischia di compromettere ulteriormente la credibilità giuridica e morale dell’Europa. Il continente che voleva essere una potenza normativa, un modello di equilibrio tra sicurezza e diritto, rischia di diventare invece una macchina difensiva sempre più severa e sempre meno capace di distinguere tra ordine e brutalità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il laboratorio del nuovo continente fortezza</h2>



<p>Questa legge controversa non chiude la discussione, la apre. I negoziati con gli Stati membri potranno modificare alcuni dettagli, ma la direzione politica è ormai tracciata. L’Europa si sta avviando verso <strong>una forma più dura di fortezza continentale,</strong> dove il confine non è più soltanto una linea geografica ma un sistema esteso di esclusione, detenzione e trasferimento.</p>



<p>Il problema è che ogni fortezza, mentre si chiude, rivela anche la propria debolezza. <strong>Più ha paura di ciò che arriva dall’esterno, più confessa di non sentirsi sicura di sé. </strong>E l’Europa di oggi, dietro il linguaggio dell’ordine, sembra mostrare proprio questo: non la forza tranquilla di una civiltà che governa i processi, ma l’inquietudine di un sistema politico che teme di non saperli più controllare.</p>
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		<title>Il nuovo limbo dei deportati dagli Usa passa per la giungla di Panama</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/il-nuovo-limbo-dei-deportati-dagli-usa-passa-per-la-giungla-di-panama.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 10:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Panama]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="panama" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La grande inversione dei flussi migratori dagli Usa all'America Latina, per evitare deportazioni di massa o la cancellazione dei permessi. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="panama" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/panama-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Questi ultimi mesi hanno visto una grande inversione dei flussi migratori nel continente americano. Da Nord a Sud, dagli Stati Uniti all&#8217;America Latina, per evitare <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/usa-lice-arresta-i-giornalisti-che-documentano-le-deportazioni.html">deportazioni di massa</a> o fuggire dalla cancellazione dei permessi di protezione. È <strong>Panama</strong> uno dei Paesi più interessati dal fenomeno, passando dall&#8217;essere semplice luogo di transito verso il sogno finale a un complesso e drammatico nodo di smistamento per chi, forzatamente o per disperazione, sta cercando di tornare indietro.</p>



<p>La regione del <strong>Darién</strong>, una delle giungle più impervie e pericolose al mondo &#8211; un groviglio di vegetazione dove la Panamericana s&#8217;interrompe &#8211; era un tempo porta d&#8217;ingresso per chi puntava agli Usa, mentre oggi è il teatro di una <a href="https://humanrightsfirst.org/library/unlawful-deportations-of-asylum-seekers-to-panama-costa-rica-and-elsewhere-must-stop/">crisi umanitaria</a> speculare, alimentata dalle nuove e restrittive politiche migratorie dell&#8217;amministrazione di <strong>Donald Trump</strong>. Mentre i passaggi verso il confine statunitense sono diminuiti drasticamente, si è consolidato quello che gli analisti chiamano <em>reverse flow,</em> ovvero un flusso di ritorno composto da persone che fuggono dalla cancellazione dei permessi di protezione e dalle deportazioni di massa.</p>



<p>E che ci facevano, qualche mese fa, decine di famiglie iraniane bloccate in un hotel di lusso di <strong>Panama City</strong>? È una delle vicende più emblematiche di questa fase, che riguarda il trasferimento di decine di migranti che pure non sono <em>latinos</em>, ma erano detenuti negli Stati Uniti, verso campi remoti nella giungla panamense; in attesa di essere riammessi nel loro Paese d&#8217;origine o da altre &#8220;terze parti&#8221;, spesso lontane migliaia di chilometri dalla meta ambita o dal posto in cui quei migranti sono nati. </p>



<p>Se i cittadini iraniani sono stati spostati sotto stretta sorveglianza da un centro di <strong>accoglienza improvvisato</strong> alla provincia del <strong>Darién</strong>, in strutture che i testimoni diretti descrivono con termini agghiaccianti, ad altri &#8211; inclusi bambini e anziani infermi &#8211; è toccato ritrovarsi persino in <strong>Africa centrale</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I trafficanti sulle rotte marittime</h2>



<p>La situazione degli iraniani era particolarmente delicata per ragioni politiche e religiose. In molti casi si trattava di <strong>cristiani convertiti </strong>che temevano la pena di morte per apostasia in caso di rimpatrio forzato a Teheran. Il tutto in un contesto in cui il regime iraniano, prima ancora che scoppiasse la guerra con gli Stati Uniti e Israele, stava mostrando una postura sempre più aggressiva. Il ritorno forzato, insomma, rappresentava per molti dissidenti una minaccia letale. </p>



<p>Washington ha trovato ostacoli diplomatici nel rimpatriare direttamente i cittadini verso nazioni ostili come l&#8217;Iran (o l&#8217;Afghanistan) e così ha esercitato forti pressioni su <strong>Panama</strong> &#8211; alleato storico e semi-colonia minacciata di essere privata del Canale &#8211; affinché accettasse questi deportati, spesso pure in violazione delle leggi locali che vietano la detenzione prolungata senza ordini del tribunale.</p>



<p>Ma, come dicevamo, <strong>per evitare questi trasferimenti forzati,</strong> migliaia di migranti provenienti da Venezuela, Haiti e Colombia stanno intraprendendo autonomamente il viaggio di ritorno verso Sud. Poiché il passaggio via terra attraverso il <strong>Darién</strong> rimane presidiato e pericoloso, si è sviluppata allora una rotta marittima che parte dai porti della miseranda provincia di <strong>Colón</strong>, come <strong>Miramar</strong> e <strong>Palenque</strong>, per raggiungere la Colombia. Le rotte marittime sono spesso più rischiose di quelle terrestri, perché i migranti vengono stipati su piccole imbarcazioni veloci, chiamate <em>chalupas</em>, gestite dai trafficanti che chiedono cifre comprese tra i 200 e i 300 dollari a persona, con un rischio di naufragio costante.</p>



<p>Nonostante la crisi dei migranti abbia raggiunto il suo culmine nell&#8217;estate 2025, tutt&#8217;oggi in piccoli villaggi di pescatori sul Caribe panamense è possibile incrociare giovani donne colombiane o venezuelane che insieme ai figli piccoli cercano da mesi un passaggio verso casa, dopo che i mariti sono stati arrestati dalle autorità. La mancanza di rifugi formali costringe i migranti a dormire in strutture di fortuna, spesso alla <strong>mercé di gruppi criminali</strong>. In assenza di un supporto internazionale strutturato, sono spesso i residenti locali a farsi carico dell&#8217;assistenza immediata, offrendo pasti caldi o piccoli lavori per permettere ai migranti di raccogliere il denaro necessario a pagare i trafficanti. </p>



<p>Questa nuova geografia delle migrazioni <strong>sta mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi sociali dei Paesi di transito</strong>, nel mezzo di una riedizione da parte di Trump della dottrina imperialista del primo Novecento. Senza una strategia di reintegrazione chiara, Paesi come <strong>Panama</strong> e <strong>Colombia</strong> rischiano di diventare luoghi di stallo per migliaia di persone invisibili e senza protezione, rigettate come scarti dal sistema statunitense e usate come bombe politiche per tenere sotto controllo i Paesi dell&#8217;area. Il paradosso del r<em>everse flow</em> è che, mentre il viaggio verso Nord era alimentato dalla speranza di un futuro migliore, quello verso Sud è spesso dettato dal puro istinto di sopravvivenza di fronte a un sistema che ha chiuso ogni porta legale.</p>
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