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Rovesciare la sconfitta in vittoria: la lezione di De Gasperi e Sforza

Il filo conduttore del realismo ha unito le tre figure maggiormente significative per la definizione degli assetti internazionali di riferimento per l’Italia e per la strategia di comportamento del Paese nelle relazioni globali: dopo il conte Camillo Benso di Cavourche dimostrando una lucida visione geopolitica del contesto continentale creò le condizioni perché la Penisola fosse unita per la prima volta dalla calata dei Longobardi, e Giovanni Giolitti, che bilanciò l’impegno per lo sviluppo del Paese con le concessioni necessarie a evitare la fronda nazionalista, Alcide De Gasperi è stato il degno continuatore degli esponenti dell’età liberale. E, anzi, la sua azione politica da primo capo del governo dell’Italia repubblicana ha un’ulteriore valenza se si pensa che lo statista trentino agì, in larga misura, nel contesto dei condizionamenti legati alla sconfitta del Paese nella seconda guerra mondiale.

De Gasperi e la sua Democrazia Cristiana posero negli anni tra il 1945 e il 1953 le basi della presenza attiva dell’Italia nel campo euroatlantico e gettarono i semi della ricostruzione nazionale. Ma nel contesto dell’azione del governo repubblicano non può non essere sottovalutata la presenza al suo interno di un raffinato e preparato diplomatico, che contribuì di fatto a rovesciare in una vittoria sostanziale l’attestazione della sconfitta italiana: il ministro degli Esteri, conte Carlo Sforza.

 

Unica tra le potenze sconfitte, l’Italia firmò un trattato di pace a Parigi nel 1947. Il trattato, un vero e proprio diktat imposto all’Italia, sulla carta avrebbe dovuto rappresentare la dimostrazione di una diversità di trattamento rispetto alla Germania nazista e al Giappone imperiale, per i quali la resa incondizionata avrebbe sancito la debellatio e l’occupazione militare integrale.

Nei negoziati De Gasperi, titolare a lungo del ruolo strategico di ministro degli Esteri, aveva notato la scarsa considerazione di cui godeva il governo italiano, oggetto piuttosto che soggetto delle trattative che avrebbero imposto un fardello oneroso: cessione delle colonie, perdita delle terre al confine orientale, messa in discussione della sovranità su Trieste, limitazioni militari per le dimensioni dell’esercito e della flotta, risarcimenti agli ex nemici e ai Paesi invasi. Una vera e propria attestazione di una notevole limitazione della sovranità che avrebbe potuto travolgere qualsiasi governo avesse voluto dare attuazione a tali norme.

Dopo un breve passaggio del leader socialista Pietro Nenni, formando il suo terzo governo De Gasperi delegò a Carlo Sforza gli Esteri. Esule antifascista dal 1927 al 1943, l’ex ministro degli Esteri del Regno d’Italia (1920-1921) aveva dato voce a un’opposizione al regime laica, costituzionale, anti-marxista, volta a mediare tra le istanze repubblicane e la monarchia sabauda prima di essere eletto alla Costituente nelle file del Partito Repubblicano Italiano. Ostacolato nella sua ascesa dai forti pregiudizi nutriti da Winston Churchill nei suoi confronti, Sforza vide la strada del ritorno al governo spianata dalla vittoria dei Laburisti di Clement Attlee nel Regno Unito nel 1945 e nel 1947, settantacinquenne, fu chiamato a confrontarsi con gli Alleati vincitori nella prova più difficile della sua carriera politica.

Sforza, insediatosi nel gennaio 1947, dovette prendere atto di fatto dell’irrimediabilità del diktat imposto all’Italia ma capì che la via obbligata per il rilancio della credibilità internazionale del Paese passava per la sua firma, completata a Parigi il 10 febbraio 1947.

In asse con De Gasperi, Sforza intuì però che il mutato contesto globale, la necessità degli Alleati di evitare di armare la propaganda socialista e comunista umiliando l’Italia a guida democristiana, la complessità degli accordi presi e l’aleatorietà di molte clausole offrivano a Roma lo spazio per ridimensionare sul campo le dure clausole punitive. Avviò dunque un’abile strategia negoziale fondata su poche, ma precise premesse: disapplicare de facto le fattispecie più punitive del trattato, accelerare l’integrazione dell’Italia nel campo euroatlantico per valorizzarne l’indispensabilità puntando sul ruolo della Penisola come territorio di frontiera col blocco comunista, utilizzare le negoziazioni come base per la ricostruzione della diplomazia globale del Paese.

In quest’ottica, Sforza riuscì a ottenere tre risultati di primario spessore. Il primo fu sicuramente l’annullamento sostanziale delle limitazioni militari imposte all’Italia e, in prospettiva, l’apertura della strada che avrebbe reso Roma un membro fondatore della Nato nel 1949 e del processo di integrazione europea negli anni a venire. In quest’ottica, la negoziazione fu compiuta in una triplice direzione. In primo luogo, naturalmente, verso Washington, ove l’amministrazione Truman era disponibile a dare credito a De Gasperi e al suo governo specie dopo l’esclusione dall’esecutivo dei socialisti e dei comunisti; in secondo luogo, in direzione di Londra, capitale ambiguamente interessata a un ridimensionamento dell’Italia ma in cui supporto Sforza agì sostenendo il collega Ernest Bevin nel suo piano per la ricostruzione dell’Europa che diede la possibilità di creare nel 1948 il Consiglio d’Europa. Infine, un interlocutore diretto fu Parigi: la Francia comprese che la profondità strategica dell’alleanza occidentale passava inevitabilmente per l’inclusione di un’Italia stabile nel perimetro di sicurezza collettivo. Sforza e De Gasperi seppero dunque leggere in anticipo la saldatura tra europeismo ed atlantismo che avrebbe fornito le coordinate chiave alla Prima Repubblica per la sua azione globale e leggere ogni trattativa senza mai scindere questo fondamentale binomio.

In secondo luogo, Sforza pose le condizioni perché Trieste non fosse perduta. Il cosiddetto Territorio Libero di Trieste creato dopo la guerra era stato suddiviso in due zone di occupazione: la “Zona A” (Trieste e dintorni), sotto il controllo militare anglo-americano, e la “Zona B” (Capodistria e dintorni), sotto il controllo jugoslavo. Nel 1948 Sforza strappò agli Alleati una dichiarazione favorevole alla naturale italianità dell’intero Tlt. Il distacco di Tito dal blocco sovietico impedì la formalizzazione di un intero ritorno a Roma del territorio conteso, ma nel 1954, dopo la morte del conte, la formalizzazione della divisione del Territorio permise che la Zona A tornasse in toto sotto la sovranità italiana. Risultato impossibile senza l’attenzione riservata al dossier dal navigato diplomatico toscano.

Infine, Sforza seppe porre le basi per una diplomazia nazionale in grado di guardare oltre i tradizionali riferimenti e capire l’importanza di altri scenari geopolitici. Impegnandosi per una diretta indipendenza delle ex colonie come la Libia e ottenendo l’amministrazione fiduciaria in Somalia l’Italia si accattivò le simpatie del mondo arabo e musulmano che sarebbero state messe a frutto da Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti; indirettamente questo aumentò la considerazione del Paese agli occhi degli Stati Uniti, che fino ai primi Anni Sessanta furono attivamente impegnati a favore dell’emancipazione dei popoli coloniali al fine di ridimensionare gli alleati europei e i loro declinanti imperi. La diplomazia economica dell’Italia nei Paesi in via di sviluppo e l’attenzione della Prima Repubblica per teatri come quello africano, che la storia ha dimostrato destinati a investire direttamente gli scenari euromediterranei, nascono da questa fortunata scelta, tutt’altro che scontata per un uomo figlio di una vecchia scuola diplomatica dimostratosi, in fin dei conti, al passo coi tempi. Il vero deus ex machina dell’era De Gasperi. E, legittimamente, uno dei padri più nobili dell’era della Ricostruzione, che solo grazie alla credibilità acquisita dall’Italia repubblicana sulla scena globale poté beneficiare del sostegno internazionale incardinato dal Piano Marshall e da fondamentali anni di relativa quiete e ordine.