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Nonostante il Myanmar sia precipitato nel conflitto più violento dagli anni Settanta, con milioni di sfollati e intere regioni fuori dal controllo della giunta militare, alcune famiglie rohingya iniziano a rientrare in patria dal Bangladesh. È un movimento minimo, frammentato e tutt’altro che spontaneo. Gli organismi umanitari avvertono che le condizioni di sicurezza non esistono: mancano garanzie politiche, protezione giuridica, accesso agli aiuti e libertà di movimento. Eppure qualcosa si muove. Alcuni rientri sembrano favoriti da pressioni esterne, da incentivi economici e da accordi che più che un percorso di pace ricordano una ricomposizione forzata.

La memoria di un esodo che non si è mai concluso

Dal 2017 oltre un milione di rohingya sono fuggiti in Bangladesh dopo la repressione dell’esercito birmano. Da allora la guerra civile ha dilaniato ulteriormente il Paese: dalla lotta fra la giunta e i gruppi etnici armati, fino allo scontro crescente nello Stato di Rakhine tra l’esercito regolare, l’Esercito Arakan e una miriade di milizie locali. Solo nel 2024 altri centocinquantamila rohingya sono scappati oltre confine. Nei campi di Cox’s Bazar, uno dei più grandi insediamenti di profughi del mondo, l’ottanta per cento dei rifugiati dichiara di temere il ritorno e considera la situazione in Myanmar ancora troppo pericolosa. Il problema di fondo non è solo la violenza: è la mancanza di diritti. Senza cittadinanza e senza protezione giuridica, qualsiasi rientro rischia di trasformarsi in un nuovo ciclo di persecuzioni.

Il progetto di rimpatrio: diplomazia o pressione?

Nell’aprile 2025, la giunta ha indicato centinaia di migliaia di rohingya come “idonei al rientro” in un programma pilota guidato dalla mediazione del Bangladesh e della Cina. Ma la guerra ha congelato l’iniziativa. Il ritorno è rimasto sulla carta mentre i combattimenti si estendevano nello Stato di Rakhine, privando la regione di sicurezza, vie di approvvigionamento e amministrazione civile. Il risultato è che qualunque forma di rientro oggi avviene ai margini: piccoli gruppi, famiglie isolate, spostamenti motivati più dalla necessità o dalla pressione che da un vero miglioramento delle condizioni. Le organizzazioni umanitarie parlano di minacce velate, incentivi economici e mancanza di alternative per chi non può più sostenere la vita nei campi profughi.

Rakhine: una guerra nella guerra

Il ritorno dei rohingya si intreccia con uno scontro più vasto. L’Esercito Arakan controlla ormai ampie porzioni dello Stato di Rakhine ed è coinvolto in violenze contro minoranze locali come i Chakma, costretti a loro volta alla fuga. La giunta, pur perdendo terreno in molte regioni, mantiene alcune basi strategiche nella zona e continua a bloccare l’accesso agli aiuti. L’intero territorio è diviso tra milizie in competizione, amministrazioni improvvisate e interferenze esterne. In questa geografia frammentata il rientro dei rohingya diventa uno strumento politico: può servire a legittimare una parte, a indebolire un’altra, a creare nuove dinamiche demografiche o a stabilizzare le aree dove sorgono infrastrutture cruciali.

Il ruolo della Cina

È impossibile comprendere i ritorni senza analizzare la posizione della Cina. Per Pechino, il Myanmar è una porta verso l’Oceano Indiano. Il porto di acque profonde di Kyaukpyu, gli oleodotti e gasdotti verso il Yunnan e le zone economiche speciali costituiscono una dorsale strategica che riduce la dipendenza dal passaggio attraverso il Malacca, sotto influenza di altre potenze. Stabilizzare lo Stato di Rakhine è dunque una priorità: significa proteggere gli investimenti, garantire rifornimenti energetici e rafforzare la presenza navale nella Baia del Bengala, dove Cina, India e Stati Uniti competono da anni per l’influenza.

Pechino sostiene la giunta per difendere tali progetti, ma allo stesso tempo mantiene canali con alcuni gruppi etnici armati, compreso l’Esercito Arakan. Una strategia doppia: armare quando serve, mediare quando conviene, esercitare pressione quando i suoi interessi sono minacciati.

L’ombra dei servizi segreti cinesi

Le recenti informazioni che suggeriscono un coinvolgimento diretto del Ministero della Sicurezza dello Stato cinese e di unità legate all’Esercito Popolare possono non essere confermate da fonti indipendenti, ma risultano coerenti con l’approccio di Pechino alla regione. La Cina potrebbe voler accelerare una “normalizzazione controllata” di Rakhine: consolidare la sicurezza attorno ai corridoi infrastrutturali, favorire rientri simbolici per alleviare la pressione sul Bangladesh, rafforzare una presenza militare discreta ma costante.
Il rimpatrio, in questa logica, non è una soluzione umanitaria: è uno strumento geopolitico.

Gli altri attori: India, Bangladesh e oltre

L’India osserva con crescente inquietudine. Ogni stabilizzazione favorevole alla Cina sul golfo del Bengala rappresenta una perdita di influenza. Nuove basi logistiche, nuove rotte energetiche e nuove presenze militari cinesi rafforzano il peso di Pechino in un’area considerata vitalissima per Nuova Delhi.

Il Bangladesh vuole il ritorno dei profughi ma teme che un rientro forzato scateni nuove crisi. I rifugiati chiedono sicurezza, giustizia e diritti: senza questi elementi nessun ritorno sarà davvero volontario.

La comunità internazionale, spesso divisa, denuncia la mancanza di condizioni minime: l’insicurezza resta diffusa, la giunta continua a commettere violazioni e l’Esercito Arakan non offre garanzie migliori.

L’apparenza del rientro e la sostanza della crisi

Il rientro dei rohingya, così com’è oggi, non rappresenta un passo verso la pace. È piuttosto un ingranaggio della partita geopolitica tra Cina, Bangladesh, India e le forze in lotta sul territorio birmano. Senza un accordo politico, senza il riconoscimento dei diritti civili dei rohingya e senza la fine delle ostilità in Rakhine, qualunque rimpatrio rischia di essere una ripetizione della tragedia già vissuta.

Il Myanmar non è più un Paese in guerra: è un Paese frantumato. E nei territori frantumati, i ritorni non portano stabilità. Producono nuovi conflitti, nuovi sfollati, nuove ingiustizie. Il rientro dei rohingya comincia, ma la loro sicurezza resta ancora, drammaticamente, tutta da costruire.

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