Chi è Narendra Modi

Narendra Modi, un uomo solo al comando in India. Il leader del Partito Popolare Indiano (Bjp), forte della recente riconferma plebiscitaria alle lunghe elezioni politiche primaverili, guarda all’orizzonte del 2024 con serenità e punta a dispiegare il suo progetto politico. Nazionalismo spinto, retorica etno-religiosa molto spiccata, desiderio di proiezione geopolitica ed economica, venature liberiste sul fronte economico interno: la galassia ideologica di Modi è eterogenea ma si è dimostrata, nel corso della sua carriera politica, di successo. In relazione, soprattutto, alla capacità del leader di costruire un rapporto diretto con la massa della popolazione e di presentarsi, a più riprese, come un uomo di rottura col passato. Anche in occasione della recente tornata elettorale dopo un quinquennio di governo.

Il cavallo di battaglia di Modi è riassumibile in una parola: Hindutva. Questo il nome dell’ideologia nazionalista su cui si basa la visione politica che lo ha accompagnato dalla gioventù, basata sul motto “Hindu, Hindi, Hindustan”: una religione, l’induismo, una lingua, l’hindi, per una terra consacrata a una comunità nazionale omogenea e la cui dominazione dovrebbe spettare a un ceppo ben definito. Nato nel 1950 vicino Bombay, Modi si è formato politicamente nella Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, “Organizzazione Volontaria Nazionale”), un’ampissima associazione con oltre 5 milioni di membri e iscritti che ha nel proselitismo dell’Hindutva la sua missione e che è organizzata attraverso una forte rete di strutture solidaristiche, sezioni locale, organizzazioni volontarie. Emanazione diretta della Rss è il Bjp di Modi, che nei primi Anni Novanta iniziò una lunga scalata in seno al partito che lo avrebbe portato, nel 2001, alla nomina di Primo ministro dello Stato del Gujarat, 60 milioni di abitanti, all’estremo ovest del Paese, dopo che il suo predecessore era stato travolto da una serie di scandali.

La corsa alle elezioni legislative del Gujarat del 2002 permise a Modi di scatenare tutto il suo arsenale politico e retorico: cavalcando il desiderio di sicurezza della popolazione (la regione era al confine col Pakistan e vicina al turbolento Afghanistan) e lanciando una dura campagna contro la minoranza musulmana Modi vinse trionfalmente, venendo poi confermato nel 2007 e nel 2012. In dodici anni da governatore, Modi ha stimolato con investimenti e politiche fiscali la crescita del Gujarat, ma è stato accusato di aver fatto poco per migliorare gli standard di salute e la lotta alla povertà.

Nel 2013 Modi decise di dare il grande assalto alla politica nazionale, lanciando la campagna per le elezioni politiche nazionali della primavera 2014, cavalcando l’insoddisfazione contro il Partito del Congresso storicamente egemone, rilanciando l’ideologia dell’Hindutva come “via indiana al sovranismo”, lanciando una campagna innovativa attraverso apparizioni in ologramma, bombardamenti via social e mobilitazioni senza precedenti della Rss. Alla base nazionalista della popolazione si aggiunse l’interesse della finanza e della grande industria indiana, favorevoli alle politiche pro-business e alle liberalizzazioni promesse da Modi.

Modi stravinse le elezioni garantendo nel 2014 la maggioranza assoluta al Bjp e ripetendosi poi nel 2019. Nella sua amministrazione Modi ha seguito il principio di centralizzare il potere politico e liberalizzare quello economico: il “nazional-liberismo” ornato di retorica millenarista sul destino manifesto del popolo indiano ha cooptato l’attenzione della grande massa della popolazione. Modi è stato sicuramente il premier indiano più ascoltato nei grandi consessi internazionali: ha costruito un rapporto solido con Donald Trump senza però abdicare all’autonomia strategica nell’Indo-Pacifico, dialogato a tutto campo con Xi Jinping per mediare l’aspra rivalità sino-indiana e intrattenuto un rapporto di reciproco rispetto anche con Vladimir Putin. Dai leader asiatici e africani, spesso visitati per espandere le prospettive politiche ed economiche dell’India, Modi è riconosciuto come il “quarto grande” assieme ai tre sopra citati.

In campo economico, l’India è ora la quinta economia del pianeta ma i livelli di disuguaglianza sono arrivati a livelli ruggenti. Modi ha provato da un lato a liberare gli “spiriti animali” del capitalismo attraverso sconti fiscali, semplificazioni burocratiche e riforme del diritto privato che hanno sbloccato le possibilità di acquistare terreni liberamente e dall’altro ha creato non pochi problemi alla popolazione con la riforma monetaria che ha decapitato la disponibilità di contante nel Paese. Più successo ha avuto il piano Make in India per rafforzare la posizione dell’industria manifatturiera.

Sul fronte interno, lo sdoganamento dell’Hindutva ha dato nuovo fiato alle trombe della propaganda del nazionalismo indù, contribuendo, secondo quanto detto dalla Bbc, a una nuova ondata di violenze etnico-religiose nel Paese: il recente giugno è stato il mese più sanguinoso dall’insediamento di Modi, con diversi attacchi registrati all’indirizzo dei musulmani che si vanno ad aggiungere a quelli degli anni precedenti, causa di oltre 40 morti tra 2015 e 2018. La recente revoca dell’autonomia del Kashmir, che ha avuto effetti a cascata nei rapporti con il confinante Pakistan, si inserisce nella logica “l’India agli hindu” cavalcata dal partito di Modi. Ma anche i cristiani non possono dormire sonni tranquilli, dato che come ricorda Tempi nell’ottica della frangia più estrema del Bjp, che gode di sostanziale impunità, Islam e cristianesimo sono considerati egualmente come ceppi allogeni da estirpare dalla società. Amit Shah, onnipotente Ministro dell’Interno di Modi, è arrivato a sostenere che solo gli hindu dovrebbero godere dei diritti di cittadinanza: e le sue parole sono una testimonianza delle grandi contraddizioni di cui il leader del Bjp è simbolo, portavoce e manifestazione.