In politica estera ha recentemente fatto parlare di sé per lo storico accordo di difesa firmato con l’Arabia Saudita, per il memorandum d’intesa sulle Terre Rare siglato con gli Stati Uniti, nonché per la stretta cooperazione militare ed economica con la Cina. È però sul fronte interno che il Pakistan, nuovo dinamico e sorprendente protagonista asiatico, che rischia di veder subito evaporare come neve al sole ogni vantaggio acquistato sul campo.
Il primo ministro Shehbaz Sharif si sta muovendo bene nelle praterie del mondo multipolare e, grazie al recente scontro con l’India, è riuscito pure a compattare le forze armate, cosa non certo scontata per chi deve governare a queste latitudini. Sharif deve tuttavia fare i conti con il ritorno di un vecchio spauracchio: i talebani pakistani, organizzati nel gruppo armato militante islamista Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp).
Se Islamabad può tutto sommato dormire sonni tranquilli, lo stesso non vale per la periferia del Pakistan, nelle regioni al confine con l’Afghanistan. Qui i riesumati talebani pakistani hanno ripreso la loro guerriglia contro le forze di sicurezza pakistane e rappresentano ora la più grande minaccia terroristica nazionale da almeno una decina di anni.

Il ritorno dei talebani pakistani
Quattro anni fa sembrava che la minaccia fosse estinta, o comunque domata, mentre adesso il Pakistan si ritrova costretto a rispondere all’insurrezione terroristica sferrando attacchi con i droni e operazioni mirate.
Come ha però spiegato il New York Times, azioni del genere aspirano preziose risorse militari e aumentano la pressione sociale. L’esercito pakistano ha perso centinaia di uomini, decine di migliaia di persone risultano sfollate e questo ha alimentato la rabbia delle comunità locali. Poco importa se il Capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, il generale Syed Asim Munir, ha incontrato per ben due volte Donald Trump negli ultimi tre mesi: nonostante i successi in politica estera, il tallone d’Achille interno di Islamabad è tornato a sanguinare pericolosamente.
Da quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan, nel 2021, il movimento TTP è diventato un gruppo potente e ben strutturato. Pare tra l’altro che la leadership del gruppo abbia anche ricevuto sostegno finanziario dal governo talebano afghano (che nega l’indiscrezione) e che i suoi combattenti si siano addestrati per tornare a colpire il Pakistan nelle regioni di confine.
Nei giorni scorsi, per esempio, il TTP ha rivendicato la responsabilità dell’esplosione di un’autobomba che ha ucciso almeno 10 persone, la maggior parte delle quali civili, all’esterno del quartier generale regionale di una forza paramilitare nel Belucistan.

Una spina nel fianco per Islamabad
Altro che sogni di gloria internazionali, incontri con Trump, scudi nucleari ai sauditi e affari con la Cina: il Pakistan è travolto dal terrorismo. Lo dice il centro di ricerca Pak Institute for Peace Studies, secondo il quale nel 2024 gli attacchi terroristici nel Paese hanno raggiunto i livelli più alti dal 2015, e lo conferma anche il Global Terrorism Index, che ha classificato quella pakistana come la seconda nazione al mondo più colpita dal terrorismo.
La risposta dell’esercito di Islamabad si è concretizzata in un’ampia offensiva lanciata in estate e concentrata nella regione del Khyber-Pakhtunkhwa, in particolare nel distretto di Bajaur, al confine con l’Afghanistan, epicentro del silenzioso braccio di ferro in corso. Un’offensiva che, a meno che la situazione non cambi, potrebbe addirittura diventare più aggressiva e intensa.
Dall’inizio del 2024 decine di migliaia di persone risultano sfollate. Nel frattempo le operazioni militari di Islamabad proseguono e le tensioni tra Afghanistan e Pakistan aumentano. Il governo pakistano continua ad accusare Kabul di aiutare il TTP a destabilizzare il territorio pakistano. Tutte fake news, è la sintesi della risposta delle autorità afghane.


