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	<title>Denise Serangelo Archives - InsideOver</title>
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	<title>Denise Serangelo Archives - InsideOver</title>
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		<title>Trump e la tortura</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/trump-la-tortura.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2017 16:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>L’amministrazione Trump sta prendendo in considerazione una revisione dei metodi di interrogatorio degli Stati Uniti al fine di riportare in auge i cosiddetti &#8220;siti segreti&#8221; dove applicare metodi di interrogatorio potenziati, al fine di ottenere informazioni da presunti terroristi e indagare su possibili minacce alla sicurezza nazionale o internazionale.Quelli che sono comunemente chiamati, “Black site” o &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/trump-la-tortura.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/02/LAPRESSE_20170203065731_22055287-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>L’amministrazione Trump sta prendendo in considerazione una revisione dei metodi di interrogatorio degli Stati Uniti al fine di riportare in auge i cosiddetti &#8220;siti segreti&#8221; dove applicare metodi di interrogatorio potenziati, al fine di ottenere informazioni da presunti terroristi e indagare su possibili minacce alla sicurezza nazionale o internazionale.Quelli che sono comunemente chiamati, “Black site” o “Dark site” la cui più famosa espressione è rappresentata dai siti di Guantanamo ed Abu Ghraim, chiusi dalla precedente amministrazione, sono stati utilizzati con risultati discutibili dal presidente George W. Bush come tasselli fondamentali per la lotta al terrorismo.Barack Obama all&#8217;inizio della sua presidenza fece chiudere i “Black site” d&#8217;oltremare e bandì la tortura come strumento per estorcere informazioni da utilizzarsi in indagini o per aprire nuovi filoni di ricerca per sospettati o presunti terroristi.L’uso di metodi di interrogatorio potenziati è stato accettato dall’opinione pubblica americana in seguito allo choc derivato dagli attentati dell’11 settembre 2011, che al di là delle questioni politiche che lo accompagnano, si è rivelato un contraccolpo psicologico importante per i cittadini non solo americani ma del mondo. Secondo alcuni sondaggi, il più famoso dei quali è quello di Amnesty International del 2014, le opinioni sulla tortura vedono la maggioranza delle persone a favore di un<strong> uso regolamentato di queste tecniche d’interrogatorio  </strong>e solo il 30% degli intervistati si è rivelato completamente a sfavore.In questo contesto Alan M. Dershowitz, avvocato penalista e docente di giurisprudenza ad Harvard nel 2003, pubblicò un testo dove la <strong>tortura veniva vista in termini utilitaristici</strong>, come uno strumento da utilizzarsi solo se atto a salvare delle vite umane, aprendo così un filo di pensiero politico e militare tipico della modernità.Da questo testo deriva quello che viene definito il &#8220;<strong>dilemma della ticking bomb</strong>&#8221; ovvero: torturare un individuo è una pratica crudele e contro ogni diritto, ma se si catturasse un terrorista in grado di fornire informazioni su un attentato imminente, ad esempio una bomba ad orologeria in un palazzo, ci si rifiuterebbe di torturarlo pur di ottenere informazioni utili al fine di evitare l’attentato?Il ragionamento del professore viene limitato ad un mero calcolo di “costi &#8211; benefici” che nel clima post 11 settembre sembrava avere una sua logica permettendo l’uso della tortura in casi specifici, venendo incontro alle esigenze dell’intelligence.Tuttavia, manca, nell’analisi sull’uso degli interrogatori potenziati, uno scenario di prospettiva di cui Trump, a distanza di oltre dieci anni, dovrebbe avere grande considerazione.Il Presidente americano ha dichiarato in un&#8217;intervista con <em>Abc News</em> di credere nell’uso della tortura e nella sua efficacia, affermazioni che sotto un profilo militare e strategico potrebbero avere delle ripercussioni importanti sul medio-lungo periodo.Il segretario alla Difesa, il generale James Mattis, e il direttore della CIA, Mike Pompeo, a cui Trump delega le decisioni sugli interrogatori potenziati, si sono distinti per essere in aperta opposizione al loro uso perché fondamentalmente inutili ma non solo.Nel corso degli anni, più precisamente dal 2009, anno in cui si è cercato di fare chiarezza sugli scandali di Abu Grhaim e Guantanamo, sono state sempre di più le rivendicazioni di attentanti contro cittadini e soldati americani che fanno riferimento alla tortura come giustificazione per questi atti.Molti detenuti delle prigioni segrete americane, sono poi stati liberati perché estranei alle accuse che gli venivano mosse, a Guatanamo non vi è mai stata un’incriminazione formale come rivela lo stesso documento di oltre 6mila pagina redatto dall’amministrazione Obama.Questi detenuti, interrogato con sevizie ed umiliazioni, hanno portato con sé un bagaglio di rancore e traumi psicologici che li hanno letteralmente trasformati, in concomitanza con una retorica estremista, in potenziali terroristi.La reintroduzione di forme di tortura e di siti dove la detenzione preventiva è lecita potrebbe scatenare una reazione violenza contro le truppe americane impiegate all’estero o contro gli stessi cittadini americani su suolo nazionale.Una delle testimonianze che avvalorano la tesi delle torture come fonte di giustificazione per gli attentanti e le violenze contro innocenti, viene dalla vita di Chérif , uno degli attentatori della redazione satirica Charlie Hebdo, ossessionato dalle foto sulle torture nel carcere americano di Abu Ghraim, in Iraq, dove non era mai stato ma temeva di andare perché accusato di terrorismo.La retorica del terrore intorno a queste carceri segrete, aveva cambiato il modo di pensare del giovane, che con i problemi di integrazione ed una forte inclinazione alla militanza estremista, volta a fomentare l’odio contro il governo e gli infedeli, lo ha trasformato in un terrorista in nome di una causa più grande di lui.Altro esempio è l’uso delle tute arancioni durante i video delle esecuzioni dello Stato Islamico, riprese dalle stesse tute utilizzate a Guantanamo e diventate famose in diversi scatti degli stessi soldati che vi prestavano servizio.Al Baghdadi in alcuni suoi discorsi pubblici accenna alle violenze subito dai suoi seguaci incitando a rispondere a questa violenza con ritorsioni ed attacchi lampo.In Iraq ed Afghanistan la risposta alle torture subite da alcuni cittadini, successivamente ritenuti non coinvolti in attività sovversive, si è concretizzata con l’uso massiccio di ordigni improvvisati e di kamikaze verso le truppe regolari.Con il nuovo modello di radicalizzazione dello Stato Islamico, che non ha seguaci fisicamente presenti nei luoghi di indottrinamento ma recluta i futuri attentatori sul web pescando in gruppi sociali emarginati o facilmente indottrinabili, fare leva sull’uso di interrogatori potenziati e sulla reintroduzione dei black site potrebbe portare a nuove ondate di terrorismo su suolo americano e verso le truppe all’estero.Dall’amministrazione Bush le tecniche di Humint si sono evolute in modo rilevante e sono risultate più efficaci che i metodi coercitivi, Trump, che persegue una logica nazionalistica che si esprime anche attraverso la sicurezza dei confini e del suono nazionale, troverebbe nell’uso dello human intelligence un vantaggio tattico rilevante ed una maggiore sicurezza per le sue truppe. Sicuramente questa strategia comporta un lavoro sul campo più a lungo termine, con finanziamenti e la supervisione degli stessi in zone che diventerebbero letteralmente “fonte informativa” diretta.</p>
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		<title>Tutte le mosse di Putin in Libia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/putin-libia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2017 13:22:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Il generale Khalifa Haftar, l&#8217;ex ufficiale gheddafiano che guida l&#8217;esercito nell&#8217;Est della Libia e sostiene il governo non riconosciuto di Tobruk, il 12 di gennaio ha visitato la portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov che transitava al largo della Cirenaica dopo aver partecipato alla campagna di bombardamenti in Siria. La sempre più stretta rete di interessi economici &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/putin-libia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1077" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170118070505_21874594-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170118070505_21874594-2.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170118070505_21874594-2-300x215.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170118070505_21874594-2-768x551.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170118070505_21874594-2-1024x735.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Il generale Khalifa Haftar, l&#8217;ex ufficiale gheddafiano che guida l&#8217;esercito nell&#8217;Est della Libia e sostiene il governo non riconosciuto di Tobruk, il 12 di gennaio ha visitato la portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov che transitava al largo della Cirenaica dopo aver partecipato alla campagna di bombardamenti in Siria. La sempre più stretta rete di interessi economici e politici tra il Cremlino e Tobruk si era fatta evidente a fine ottobre, quando unità di paracadutisti russe hanno partecipato alla prima esercitazione congiunta con le forze militari di Al Sisi, storico alleato regionale di Haftar.La ritrovata liason tra il Cremlino e Tobruk ha portato a credere che vi sia una incompatibilità di fondo tra le nuove alleanze di Haftar e la possibilità di portare il generale di nuovo intorno al tavolo negoziale a Tripoli. Il governo Serraj, supportato dall’Onu e dall’Italia, sostiene che i comandi militari debbano sottoporsi al controllo dell’autorità politica il ché si scontra apertamente con la visione di Haftar che vuole per sé il ruolo di leader, senza sottostare al potere politico.La Russia, dopo aver consolidato la posizione del presidente Assad in Siria, continua a lavorare per allargare la sua sfera di influenza in medio Oriente. Il supporto ad Haftar da parte di Mosca infatti è costato alla Libia una nuova piattaforma russa che si affaccia direttamente sul Mediterraneo, sfera di influenza americana da sempre. Tartous rimane l’altro centro nevralgico delle operazioni russe nella regione.La Russia formalmente disconosce il consiglio presidenziale di Serraj a Tripoli, e lavora per portare Haftar alla guida del paese. La leadership di Haftar è minata dalla sua vicinanza con il Generale Al Sisi in Egitto a cui le milizie islamiste comprese Misurata e la stessa Tripoli non si sottometteranno mai.Il prezzo da pagare perché Khalifa Haftar possa salire al potere è quello di costruire mediaticamente e sul terreno, la figura di un uomo concreto e dallo spirito risolutore, l’opposto di quello che ad oggi risulta essere il Presidente Serraj. La Russia, per ovviare alla mancanza di controllo territoriale che è assente sia sul fronte Serraj che su quello di Haftar, avrebbe concordato con il generale forniture di armi per due miliardi di dollari.Una fonte dell’esercito algerino ha raccontato al sito inglese Middle East Eye che la Russia avrebbe trovato la via per aggirare l’embargo sulle armi che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha imposto alla Libia. L’intesa, secondo le fonti algerine, è stata chiusa dopo diversi incontri avvenuti tra Mosca e ad Algeri, avvallati dai numerosi viaggi di Haftar svoltisi tra novembre e dicembre, a Mosca e nella capitale algerina.L’Algeria non avrebbe ospitato solo il generale per siglare l’accordo con la Russia ma avrebbe nella vicenda un ruolo di primo piano. Una pragmatica scelta ha fatto preferire al Cremlino l’Algeria come canale non ufficiale per superare l’embargo dell’Onu, perché i suoi arsenali sono in gran parte composti di materiale di fabbricazione sovietica e russa, molto simili a quelli dell’Esercito nazionale libico guidato da Haftar. L’Egitto sarebbe stata una valida alternativa all’Algeria, persino più indicata, ma l’esercito egiziano dispone di materiale di fabbricazione americana rendendo complessa la ricostituzione dell’arsenale libico.L’espansione del mercato degli armamenti da parte della Russia, il cercare sempre nuovi canali di vendita e bacini d’utenza bisognosi di ingenti quantità di sistemi d’arma con tutto ciò che ne deriva è un sintomo di come il Cremlino stia provando a riconquistando la scena internazionale di questo settore. Negli ultimi anni, gli esportatori d’armamento russi, sono stati messi in difficoltà dai competitor cinesi che hanno portato avanti una politica di saturazione del mercato che ha messo in crisi quello russo, un tempo suo principale alleato.La competizione spietata dei cinesi ha solo aggravato un’ulteriore fattore di stress del mercato delle armi russe: la crisi con l’Occidente. Gli attriti per la questione siriana che hanno caratterizzato le relazioni con Europa e Stati Uniti degli ultimi due anni, hanno ridotto i possibili acquirenti degli armamenti russi, molti dei quali temevano e temono ripercussioni degli alleati ed un’emarginazioni nelle relazioni diplomatiche.Nel programma a lungo termine di Mosca, la Libia è un bacino d’utenza vasto ed articolato che nonostante attraversi un periodo politicamente altalenante, non andrà ad incidere sulla vendita d’armamento, sempre che il piano per aggirare l’embargo funzioni. Nei migliori scenari di previsione, la Libia del Governo Serraj, riuscirà faticosamente a rimanere stabile, ottenendo un controllo territoriale tale per cui si possa innalzare il livello di sicurezza generale dell’intera regione.I patners regionali che supportano Haftar, potrebbero decidere di continuare ad acquistare armamento russo, in una politica di riarmo volta a scongiurare un possibile ampliamento del mercato delle armi americano in Libia. In questo caso, cesserebbe la vendita alle fazioni di Haftar ma continuerebbero agli attori regionali che si sentono minacciati da una Libia alleate con le potenze della Nato.In una seconda previsione, questa più complessa, Haftar riuscirà a conquistare la leadership nel Paese, affidandosi a Mosca per riarmare l’apparato militare libico, guadagnando una sempre maggiore influenza nel Mediteranno ai danni dell’Alleanza Atlantica. La Russia, attraverso la Libia, punta a stabilire un nuovo hub strategico che si proietti nelle zone che maggiormente influenzano la geopolitica regionale attuale. Il mercato degli armamenti, per quanto giovi di queste nuove alleanze, è uno strumento per raggiungere scopi politici di più ampio respiro, più che il mercato delle armi l’obbiettivo è la leadership nel Mediterraneo.</p>
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		<title>I nuovi raid di Obama in Libia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/nuovi-raid-obama-libia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 10:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>La Libia, torna a far parlare di sé nell’agenda politica a stelle e strisce, con le dichiarazioni del neo Presidente Donald Trump in relazione al futuro impiego politico e diplomatico statunitense nel Mediterraneo. Il supporto alla linea di condotta italiana segna un clamoroso punto a favore della politica di Roma in Libia ma ciò non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/nuovi-raid-obama-libia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1109" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/LAPRESSE_20170119152026_21896236.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/LAPRESSE_20170119152026_21896236.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/LAPRESSE_20170119152026_21896236-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/LAPRESSE_20170119152026_21896236-768x568.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/LAPRESSE_20170119152026_21896236-1024x757.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La <strong>Libia</strong>, torna a far parlare di sé nell’agenda politica a stelle e strisce, con le dichiarazioni del neo Presidente <strong>Donald Trump</strong> in relazione al futuro impiego politico e diplomatico statunitense nel Mediterraneo. Il supporto alla linea di condotta italiana segna un clamoroso punto a favore della politica di Roma in Libia ma ciò non significa che la politica estera americana abbandonerà al suo destino uno degli avamposti strategici per eccellenza soprattutto dopo il massiccio coinvolgimento della Russia negli affari di Tobruk.Nella notte tra il 18 e il 19 gennaio gli Stati Uniti hanno effettuato un nuovo raid contro due campi d’addestramento dello Stato islamico a 45 km a sudovest di Sirte, dove alcune sacche di resistenza si stavano riorganizzando in seguito all’avvenuto liberazione della della città nel dicembre 2016.La notizia, è diventata ufficiale quando uno statement del Pentagono e un altro del Gna libico sono stati diffusi online dando corpo a quella che era poco più di un rumors tra uffici. Che gli Stati Uniti non avessero mai spento completamente l’interesse verso la Libia è cosa risaputa, tanto che le attività di sorveglianza con i droni e le attività di ricognizione sulla costa per monitorare la presenza di eventuali miliziani dell’Isis, continuano senza interruzioni e con l’avvallo del Governo di Tripoli.Proprio da queste operazioni di controllo del territorio, sarebbe nata l’esigenza di colpire obbiettivi strategici nella Tripolitania e nel Fezzan, una decisione che sembra incastrarsi bene con la linea di condotta seguita dall’Italia in Libia.Dopo il supporto al lavoro di Roma al fianco di Tripoli, espresso da Donald Trump, questo raid potrebbe essere letto come un supporto non troppo velato all’operato italiano per la pacificazione del sud libico da dove si snodano alcuni dei principali traffici illeciti della regione mediterranea.Secondo le dichiarazioni del capo del Pentagono, <strong>Ashton Carter</strong>, al suo ultimo giorno in carica prima del passaggio di consegne tra Barack Obama e Donald Trump tra gli obbiettivi da colpire erano presenti &#8220;di sicuro individui che avevano attivamente tramato per compiere operazioni terroristiche in Europa&#8221;, e che &#8220;potrebbero anche essere legati ad alcuni attacchi già avvenuti&#8221; sul Vecchio Continente.Il via libera all&#8217;operazione, che si presume sia l&#8217;ultima ordinata del Presidente uscente, sarebbe arrivato nella giornata di lunedì 16 gennaio, sulla base delle informazioni raccolte nelle ultime settimane sul terreno grazie alla sorveglianza aerea ed alla presenza di <strong>reparti speciali americani</strong> con compiti di raccolta informativa.Il bombardamento sarebbe stato deciso lunedì dal presidente in persona, che ha contemporaneamente deciso di allargare l’aerea operativa in cui Africom, ovvero il comando africano degli Stati Uniti può condurre operazioni entro i confini libici.È la prima volta che un attacco aereo americano esce dalla zona di Sirte da quando, il primo agosto, la Casa Bianca aveva autorizzato una campagna di bombardamenti per dare supporto ai miliziani di Misurata che con l’operazione Bonyan al Marsous tentavano di riprenderne il controllo della più importante delle roccaforti del Califfato.Nello specifico, i raid sarebbero stati portati avanti con l’avvallo del Governo di Al Fayez Serraj, prontamente informato delle operazioni militari in corso, e che già nell’agosto 2016 si era dichiarato favorevole al supporto aereo statunitense per muovere verso Sirte.Questa liaison, forse ritrovata, tra il Gna e gli Stati Uniti ha una valenza non solo strategica in virtù del peso politico della Libia nel Mediterraneo ma sembra una risposta al nuovo e ritrovato successo di Mosca con Tobruk.Gli assetti coinvolti nell’attacco sono stati 3 bombardieri strategici stealth B-2 SPIRIT appartenenti al 509th Bomb Wing ed almeno due droni MQ-9 REAPER armati con missili AGM-114 HELLFIRE ed un RQ-4 GLOBAL HAWK.Al largo delle coste libiche, si è segnalata la presenza di un’unità non precisata della US Navy equipaggiata con missili TOMAHAWK, rimasta in stand-by e pronta ad intervenire in caso di reale necessità.Il dispiegamento di forze impiegato risulta essere piuttosto importante per una semplice operazione volta all’annientamento di quattro basi campali ( di cui due inutilizzate) in zone della Libia dove si sapeva benissimo che i miliziani dell’IS avrebbero presto formato delle micro-milizie autonome.Durante i primi giorni della settimana, i voli effettuati dai GLOBAL HAWK dell’aviazione statunitense rischierati a Sigonella e impiegati in attività ISR, avevano evidenziato la presenza di un centinaio di membri del “Califfato” solo in 2 dei 4 campi indicati.Esiste una chiave di lettura piuttosto sottile che spiega come mai, un simile dispiegamento di forze sia stato utilizzato per obbiettivi tattici minori.I bombardieri sono decollati il 18 mattina dalla base di Whiteman (Missouri) e giunti sui cieli libici nella notte, dopo 3 rifornimenti in volo (più altri 2 al ritorno), l’ultimo dei quali effettuato sullo stretto di Gibilterra.L’uso dei B2 appare più come uno show the forces che una vera e propria necessità operativa, infatti erano presenti diversi avamposti da cui si potevano far decollare dispositivi più discreti e meno importanti, ottenendo gli stessi risultati.Il raid, dimostra che, nonostante la presenza di diversi assetti aeronavali nell’area, le forze statunitensi e l’USAF in particolare, non perdono occasione per <strong>sfruttare apparecchi di enorme valenza strategica</strong> tramite le cosiddette Global Power Missions.Tali missioni, oltre a fungere da perfetto addestramento operativo per gli equipaggi, servono come ulteriore dimostrazione delle capacità dello strumento militare americano.Non meno importante è da leggere questo nuovo interesse americano alla luce del coinvolgimento russo in Cirenaica al fianco di <strong>Khalifa Haftar</strong>.Il Generale che ormai da sempre incarna l’anti governo per eccellenza, ostile alla presenza non solo italiana ma anche e soprattutto americana, ha deciso di far coincidere i suoi interessi con quelli di Mosca nascondendosi dietro la cornice della lotta al terrorismo.Haftar, combatte una battaglia più che altro personale per liberare Bengasi, che doveva essere la nuova Sirte libera della Libia ma che in realtà si è rivelata poco più di un fallimento militare e politico.Il generale è dovuto correre ai ripari cercando un alleato più incisivo e meglio equipaggiato rispetto a Francia ed Egitto riscoprendo nella Russia un supporter regionale importante che conquista in questo modo un nuovo avamposto nel Mediterraneo in aperta ostilità agli Stati Uniti.Uno dei messaggi che si leggono da questa operazione sui cieli libici è sicuramente di una nuova pagina di Storia tra Mosca e Washington nella lotta al terrorismo internazionale con evidenti ripercussioni a livello regionale.</p>
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		<title>Avvistato in Siria il KamAz-63969</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/siria-kamaz-63969.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jan 2017 11:32:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="676" height="379" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz.jpg 676w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 676px) 100vw, 676px" /></p>
<p>Nei giorni scorsi grazie ad una serie di foto che circolavano sui social media e postate direttamente dai dintorni di Aleppo, dove attualmente i russi sono impegnati nella distribuzione di aiuti umanitari alla popolazione, si è potuta verificare la presenza in teatro operativo dell’ultimo ritrovato in fatto di mezzi antimina di produzione russa.Il veicolo blindato &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/siria-kamaz-63969.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="676" height="379" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz.jpg 676w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Aleppo_Kamaz-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 676px) 100vw, 676px" /></p><p>Nei giorni scorsi grazie ad una serie di foto che circolavano sui social media e postate direttamente dai dintorni di <strong>Aleppo</strong>, dove attualmente i russi sono impegnati nella distribuzione di aiuti umanitari alla popolazione, si è potuta verificare la presenza in teatro operativo dell’ultimo ritrovato in fatto di<strong> mezzi antimina</strong> di produzione russa.<style>.embed-container{position:relative;padding-bottom:56.25%;height:0;overflow:hidden;max-width:100%}.embed-container iframe,.embed-container object,.embed-container embed{position:absolute;top:0;left:0;width:100%;height:100%}</style><div class="embed-container"><iframe src="https://www.youtube.com/embed/r8itt05NDbM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>Il veicolo blindato KamAz-63969 è uno degli ultimi arrivati nella famiglia Tyohoon che equivale alla versione russa degli americana nei moderni mezzi MRAP (mine-resistant ambush protected ).Il programma Typhoon, fortemente voluto dal Cremlino, vede concettualmente la luce della ribalta nel 2010 quando il ministero delle Forze Armate della Federazione Russa ha approvato lo<strong> sviluppo dottrinale e tecnologico</strong>, entro il 2020, di veicoli blindati per la fanteria in grado di resistere anche alla minaccia IED facendo contemporaneamente fronte ai più comuni pericoli che si possono incontrare in un qualsiasi teatro operativo.Nel 2012 il Ministro delle Forze Armate russo ha firmato il primo contratto per la realizzazione del prototipo con la ditta KamAz che ha sede della regione di Tatarstan e da cui dipende la linea base dello chassis delle cinque versioni dei Typhoon.Poco dopo due anni, durante la parate militare del Giorno della Vittoria del 2014, i primi dodici Typhoon sono stati presentati al pubblico in attesa di un miglioramento strutturale derivato dall’impiego in teatro operativo.Già nel 2013 la Kamaz-63969 era stato esposto durante il Russian Arms Expo (RAE) e il Kazakistan Difesa Expo (KADEX) 2014.Nell’ottobre 2016 le forze armate russe hanno confermato la consegna di diversi modelli del Kamaz 63696 alle force speciali di stanza a Tambov e Pskov.Il Kamaz-63969 è un veicolo MRAP costruito sulla scocca dei veicoli pesanti della omonima azienda russa.Il Typhoon-K si presenta come un veicolo blindato versatile, dotato di funzioni di protezione avanzate che garantisce l’incolumità delle unità trasportate anche in caso di ingaggio diretto della minaccia oppure l’esplosione di una trappolamento di medie dimensioni con esplosivo ad alto potenziale.Più volte è stato detto come la conduzione di un’offensiva largamente asimmetrica delle diverse fazioni in guerra nel territorio siriano prediliga l’uso massiccio di ordigni esplosivi improvvisati identificati con il termine IED.[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;388&#8243; gal_title=&#8221;Soldati russi ad Aleppo&#8221;]La sua armatura esterna è costituita da un <strong>guscio monoscocca</strong> realizzato con un nuovo acciaio ed incorpora sistemi aggiuntivi in ceramica balistica nei punti più vulnerabili senza contare un sistema per l’assorbimento degli urti per i passeggeri.In Siria, dove vengono utilizzati sistemi d’arma le cui schegge, con il loro effetto spalling all’interno dei mezzi corazzati, tendono a fare più vittime che le esplosioni stesse. I russi ne hanno avuto una prova evidente nella liberazione della storica città di <strong>Palmira</strong> la cui bonifica ha necessitato di diverse settimane limitando non poco le operazioni per l’entrata delle forze speciali di Mosca nel contesto urbano dove ancora si nascondevano i militanti dell’Isis.I più di cento artificieri inviati dal presidente <strong>Vladimir Putin</strong> alla volta del sito archeologico, nella primavera del 2016, secondo stime ufficiali rese note dal generale Yuri Stavitski, comandante del Corpo dei genieri delle Forze armate russe, hanno bonificato circa 234 ettari, 23 chilometri di strade, 10 siti archeologici e disinnescato in totale 2.991 ordigni, di cui 432 erano bombe artigianali.I numeri rendono l’idea di come la presenza di ordigni non regolamentati in spazi urbani, congiuntamente all’uso di mine tradizioni e trappolamenti esplosivi, sia per l’esercito russo un obbiettivo primario per la messa in sicurezza delle unità, avanzate e non, che lavorano sul campo. Non solo: lo sviluppo tecnologico relativo a tale minaccia potrebbe proiettare l’industria della Difesa del Cremlino in aperto antagonismo a quella americana che si è evoluta con l’esperienza afghana ed irachena dei primi anni duemila.Il Kamaz 63969 tenta di ridurre i danni derivati dalle principali minacce compresa quella delle <strong>schegge incandescenti</strong>, proiettili con calibro 14.5mm, proiettili B-32 perforanti ed incendiari. Il veicolo dispone anche di copertura in vetro e finestre antiproiettile per la protezione contro le armi da fuoco di grosso calibro in ambiente di combattimento.Così come con i classici mezzi MRAP americani come Cougar e Bufalo, i <strong>sedili sono resistenti agli urti di mine</strong> anche potenziate, questo sistema influisce su eventuali danni fisici derivati dall’onda d’urto dell’esplosione. Uno degli aspetti che non risulta particolarmente innovativo ma ugualmente utile è il filtro per la minaccia CBRN capace di limitare i danni derivati dall’uso di <strong>armi chimiche</strong> e di <strong>agenti biologici</strong> nei teatri d’operazione.In Siria la necessità di questo tipo di protezione è stata paventata diverse volte dagli uomini del Presidente Assad e dagli insorti. L’uso di armi chimiche o/e batteriologiche sembra essere dato per certo in alcuni casi soprattutto contro i civili il che giustificherebbe le precauzioni in fase di sviluppo del mezzo.In generale l’impiego e lo sviluppo di questo nuovo mezzo rientra chiaramente in un’ottica di efficienza delle forze armate russe che si stanno riadattando ai moderni scenari operativi. Sono stati diversi gli analisti che hanno fatto notare la somiglianza del Kamaz 63969 con il BTR-82A che è stato avvistato in Siria nel settembre 2015.Gli armamenti del BRT-82A sono all’avanguardia ma permettono soprattutto uno scontro pesante come se si fosse rimasti ad una dottrina che legge i teatri d’operazione come uno scontro tra due eserciti lineari. La lotta ai terroristi dell’Isis invece è una <strong>realtà asimmetrica</strong> che non necessità di grandi armamenti per essere portata avanti ma predilige una maggiore protezione degli scafi soggetti alla minaccia degli ordigni improvvisati. La Russia di Vladimir Putin sta dunque adattando il suo arsenale alla nuova realtà geopolitica, caratterizzata da una modifica sostanziale del modo di condurre le offensive e di far fronte ad una qualsiasi minaccia.</p>
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		<title>Il problema dei veterani in America</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/veterani-america-stress.html</link>
		
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2017 12:16:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Florida]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="949" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978-768x486.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978-1024x648.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Passati i momenti di euforia per le festività appena trascorse l’America ripiomba nell’incubo terrorismo che poi terrorismo non è, almeno non nella sua tradizionale accezione. Nella giornata di venerdì 6 gennaio, un ex militare di origine ispanica, Esteban Santiago, ha aperto il fuoco nell&#8217;area di ritiro bagagli dell&#8217;aeroporto di Ft. Lauderdale, in Florida.Il bilancio è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/veterani-america-stress.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="949" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978-768x486.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/OLYCOM_20170106231405_21767978-1024x648.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Passati i momenti di euforia per le festività appena trascorse l’<strong>America</strong> ripiomba nell’incubo terrorismo che poi terrorismo non è, almeno non nella sua tradizionale accezione. Nella giornata di venerdì 6 gennaio, un ex militare di origine ispanica, <strong>Esteban Santiago</strong>, ha aperto il fuoco nell&#8217;area di ritiro bagagli dell&#8217;aeroporto di Ft. Lauderdale, in Florida.Il bilancio è di <strong>cinque morti</strong> e <strong>otto feriti</strong>, una strage sfiorata che poteva andare decisamente peggio considerando che l’assalitore è un <strong>veterano</strong> della guerra in Iraq, abituato a maneggiare armi e a sopportare lo stress dello scontro. Nonostante sia stata esclusa fin da subito la matrice terroristica dell’attacco, una prima riflessione analitica deriva proprio dalla natura professionale dell’assalitore.Un ex militare di professione, addestrato a gestire se stesso e le sue emozioni in situazioni difficili e di grande stress. Un veterano, come tanti altri se ne trovano negli Stati Uniti che è rimasto profondamente toccato dagli eventi che ha vissuto mentre si trovava in missione in Iraq, una realtà complessa che risulta difficile da gestire soprattutto con il rientro in Patria.Alcuni parenti del ventiseienne hanno sottolineato come fosse già in cura presso un centro psichiatrico ed abbia presentato sintomi di disturbo post traumatico da stress dopo il congedo, avvenuto lo scorso anno con tutti gli onori del caso.Sempre nel 2016 Estedan Santiago si era recato in una delle sedi dell’<strong>Fbi</strong> per sostenere di essere obbligato a lavorare per lo <strong>Stato islamico</strong>, una dichiarazione che non fu presa adeguatamente sul serio ma che ha trasformato ugualmente il ventiseienne di origine ispanica in un sorvegliato speciale.Di uomini come Esteban Santiago è piena l’America, soldati ed ex soldati che soffrono il reinserimento nella quotidianità, hanno difficoltà ha ritrovare il ritmo della vita civile andando verso una forma di alienazione tipica del <strong>disturbo post traumatico da stress</strong> noto anche come PSTD.Le cifre sono impressionanti ma il pericolo che si cela dietro i numeri dei soldati americani che soffrono di tale disturbo rischia di essere un potenziale bacino di utenza per lo Stato islamico. Come è noto, l’Isis ha modificato il suo metodo di reclutamento passando da un sistema che è stato definito del<strong> lupo solitario</strong>, ovvero un soggetto singolo che compie l’attentato ma che alle sue spalle ha una struttura organizzata e funzionale a quelli che oggi chiamiamo <strong>cani sciolti</strong>.Questi ultimi sono quasi irrintracciabili, non hanno affiliazioni particolari, si radicalizzano con velocità ed in modo superficiale tramite internet e mettono a segno attentanti veloci e letali. Questi soggetti hanno una natura personale ben precisa, sono isolati dalla società, non riescono ad appartenere ad un gruppo sociale e dunque si isolano. La propaganda dell’Isis sfrutta questo isolamento facendo leva sulle difficoltà quotidiane affrontante dai singoli potenziali terroristi.In questa zone d’ombra si collocano i veterani afflitti da PSTD che non si ritrovano in nessun gruppo sociale, congedati dalle Forze Armate e che difficilmente si ritrovano nei precedenti gruppi di appartenenza sociale. Sono soggetti potenzialmente reclutabili, con un bacino d’utenza immenso ed un addestramento pregresso non certo trascurabile.Nel gruppo dei veterani sono presenti moltissimi elementi dei <strong>reparti speciali</strong>, uomini capaci di fronteggiare molteplici situazioni con addestramenti specifici ed assolutamente letali. Potrebbe apparire assurdo che soldati che hanno combattuto per gli Stati Uniti siano successivamente reclutati da chi cercavano di combattere.Il ventiseienne di Ft. Lauderdale dovrebbe far muovere le autorità verso un nuovo approccio al problema dei veterani, se di problema si vuole parlare. Il numero considerevole di veterani, la lunghezza delle cure per il PSTD e il loro costo impediscono al Dipartimento di Stato Americano di far fronte correttamente alle esigenze di questo gruppo sociale così complesso.Nell&#8217;area di ritiro bagagli senza nessuna frase di rito, Esteand Santiago era un killer ad orologeria pronto a scattare. Il giovane ha estratto la sua pistola dalla borsa, legalmente imbarcata insieme alle munizioni, e aperto il fuoco sulla folla.Secondo l’addestramento ricevuto, Santiago ha mirato alla testa delle vittime che gli si paravano davanti, una tecnica che lascia poco spazio alle interpretazioni soprattutto dopo aver appreso che il giovane ha colpito diverse persone mentre si trovavano già a terra.Il movente non è ancora chiaro: secondo alcuni testimoni, Santiago avrebbe avuto un&#8217;accesa discussione con alcuni passeggeri a bordo del volo e questo potrebbe essere uno dei motivi che lo hanno spinto alla strage. Andando oltre alla possibilità di essere reclutati da gruppi terroristici di varia natura, il rischio per la sicurezza collettiva derivato dai veterani non correttamente seguiti dal Dipartimento dei Veterani e della Difesa, risulta evidente. Fino ad ora coloro che sono affetti da PSTD hanno rivolto le loro frustrazioni verso sé stessi, ventidue suicidi al giorno è la media dichiarata quasi uno ogni ora, senza contare coloro che rimangono uccisi dall’uso massiccio di droghe oppure alcool.Droghe ed alcool aiutano in modo aleatorio i veterani a superare il disagio della realtà che li circondano ma sono solo un nuovo elemento che li porta verso une nuove forme di alienazione. In Italia questo fenomeno che è poco indagato e decisamente ignorato risulta meno grave rispetto ai numeri delle Forze Armate americane.Un impiego combat limitato ed un numero di impieghi effettivi minore rispetto alle Forze Armate americane ridimensiona il problema che riuscirebbe ad essere seguito in modo efficace. Più che un rischio radicalizzazione islamica in Italia la problematica principale è l’autolesionismo di questi soggetti con un numero di suicidi tra le Forze Armate e di polizia tra i più alti mai registrati.Con oltre quindici anni di guerra in Afghanistan e diversi altri di guerra in Iraq e con entrambe le conflittualità ancora in corso, il rischio radicalizzazione dei veterani rischia di diventare un problema di sicurezza importante. La disperazione è la nuova firma dell’Isis che congiuntamente all’addestramento militare dei veterani si trasforma in un pericolo potenzialmente letale.</p>
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		<title>Il Buratino schierato a Mosul</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/buratino-schierato-mosul.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2016 11:25:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Mosul]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1221" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1-768x488.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1-1024x651.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Iraq dopo quasi due settimane di offensiva contro la città di Mosul è tempo per la coalizione di valutare una strategia più concreta per arginare l’asimmetria imposta dallo Stato Islamico sul campo di battaglia.  Il lungo periodo intercorso tra l’annuncio dell’offensiva e l’effettivo inizio delle operazioni ha permesso all’Isis di pianificare una resistenza sistematica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/buratino-schierato-mosul.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1221" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1-768x488.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/Tactical_exercises_of_Radiological_Chemical_and_Biological_Protection_Troops_units_at_Shikhani_training_ground_410-1-1024x651.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In <strong>Iraq</strong> dopo quasi due settimane di offensiva contro la città di <strong>Mosul</strong> è tempo per la coalizione di valutare una strategia più concreta per arginare l’asimmetria imposta dallo <strong>Stato Islamico</strong> sul campo di battaglia.  Il lungo periodo intercorso tra l’annuncio dell’offensiva e l’effettivo inizio delle operazioni ha permesso all’Isis di pianificare una resistenza sistematica includendo in essa un ruolo chiave per la gran quantità di civili rimasti.<strong><a href="http://www.occhidellaguerra.it/help-christians-palazzo-pirelli-si-illumina-cristiani-perseguitati/" target="_blank">LEGGI ANCHE: Continua il dramma dei cristiani di Mosul</a></strong>Tutte le vie di accesso alla città sono state rese impraticabili dal posizionamento di ordigni esplosivi improvvisati e di trappolamenti dalle grandi capacità offensive. La battaglia appare sempre più orientata ad un’<strong>asimmetria tra le forze</strong> raramente vista in altre occasioni per rispondere a questa strategia la coalizione dovrà schierare un potenziale offensivo importante.Da una parte lo Stato Islamico ci ha abituati ad una strategia di dissuasioni cruenta, che porta i suoi seguaci a non disertare per paura delle conseguenze, ma dall’altra ci ci sta imponendo una riflessione sul metodo di conduzioni delle offensive occidentali.Il ricatto emotivo che si presenta con l’uso di <strong>civili come scudi umani</strong> ha fermato di poco l’avanzata irachena e curda verso Mosul e le armi convenzionali usate contro l’IS non hanno sortito quasi nessun effetto. In questo scenario si colloca bene la presenza a Mosul del <strong>Buratino</strong>, arma termo barica per eccellenza, con una connotazione largamente offensiva.Secondo una foto diffusa dall’account twitter di uno dei giornalisti del <em>Jerusalem Post</em>, Seth Frantzman, l’esercito avrebbe schierato il TOS-1 Buratino, nei pressi di Bartella, una città a meno di 10 miglia da Mosul. Questo sistema d’arma è particolarmente usato come deterrente nelle battaglie caratterizzate da una <strong>grande asimmetricità</strong> perché oltre a puntare su una capacità offensiva importante ha ricadute evidenti sulla <strong>psicologia dei combattenti</strong> contro cui è usata.<strong><a href="http://www.occhidellaguerra.it/mosul-aleppo-la-propaganda/" target="_blank">LEGGI ANCHE: Mosul, Aleppo e la propaganda dei media</a></strong>La spettacolarizzazione di questo armamento si presta bene per azione di deterrenza contro i seguaci dell’Isis e contro la stessa popolazione che intende minacciare la sicurezza della coalizione a guida irachena. L’esplosione crea una<strong> sfera di gas incandescenti ad altissima temperatura</strong>, accompagnata da una devastante sovra-pressione creando una scenografia di grande impatto, con nubi incandescenti molto alte e ben riconoscibili.Per ottenere questo effetto la bomba combina uno speciale esplosivo con<strong> additivi metallici</strong>, all&#8217;ossigeno atmosferico, che funge da ossidante. L’ossigeno è una presenza costante e soprattutto in ambienti stretti e con difficili vie di fuga il Buratino esprime meglio le sue qualità di arma termo barica.La deflagrazione è letteralmente distruttiva per chi si trova vicino al punto d’impatto, ma le ricadute peggiori le ritrovano soprattutto coloro che vengono investiti dall’onda d’urto. Gravi lesioni interne, rottura dei timpani e a causa dell’onda d’urto potentissima rottura e lesioni degli organi interni compresa una cecità irreversibile.La combinazione tattica e psicologica del Buratino è ritrovabile solo nell’uso di armamenti tattici con caratteristiche nucleari.  Questo sistema d’arma è quasi sconosciuto e poco impiegato, alcuni avvistamenti ci sono stati in Cecenia e Siria tutti da parte della Russia ma non ci sono documentazioni attendibili del suo utilizzo contro postazioni nemiche.Il sistema è classificato come arma termo barica pesante destinata all&#8217;annientamento sistematico di qualsiasi ostacolo, soprattutto interrati, si pari davanti all’avanzata delle truppe che lo utilizzano. Il calibro dei suoi razzi è di 220 mm ed è così considerato a tutti gli effetti artiglieria pesante.Su questo tipo di vettore sono impiegabili due testate: la prima di tipo esplosivo incendiario e la seconda a combustibile-aria. Queste ultime sono anche chiamate testate termo bariche che ne caratterizzano l’impiego nei teatri operativi. Questo tipo di munizione rilascia una grande nube di gas infiammabile e provoca enormi esplosioni, proprio per questa sua forza dirompente questa tecnologia è usata come testa di ponte per bunker fortificati e luoghi blindati. La sua capacità di penetrare affondo nel terreno la rende adatta per distruggere tunnel e nascondigli sotterranei.<strong><a href="http://www.occhidellaguerra.it/deportate-in-siria-il-tragico-destino-delle-yazide-di-mosul/" target="_blank">LEGGI ANCHE: Le yazide di Mosul deportate in Siria</a></strong>Nello scenario di Mosul potrebbe essere utilizzato per ostacolare l’uso dei bunker e delle numerose gallerie costruite dall’IS nei dintorni della città come via di fuga. Sotto un profilo prettamente militare non è necessario l’uso di un’arma così potente per distruggere bunker o gallerie, i moderni MLRS sono perfetti perché possono colpire chirurgicamente obiettivi anche in pieno centro abitato senza creare danni contingenti.Come si è già detto il Buratino è (oltre ad un’arma importante) soprattutto un ottimo deterrente per i miliziani che si trovano ad affrontarlo. Sotto il profilo di <strong>diritto internazionale</strong> queste armi possono provocare inutili sofferenze per coloro che ne vengono a contatto, la morte per i più vicini a punto d’impatto è immediata ma per coloro che si trovano nel suo raggio d’azione la situazione è ben diversa.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17415" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/banner_cristiani.jpg" alt="banner_cristiani" /></a>L’uso non ne è proibito perché il vettore balistico può montare testate non termo bariche ma sono proprio queste ultime al centro di una continua diatriba giurisprudenziale. Non vi sono elementi che lascino presupporre che lo schieramento del TOS-1 questa volta sia l’anticamera del suo impiego contro i miliziani dell’Isis, ma rimane già di per sé fondamentale la sua presenza nel teatro iracheno.Proprio per questa continua attesa nell’uso del Buratino quest’arma rischia di perdere la sua efficacia di deterrenza. Un’arma il cui utilizzo viene solo minacciato è inutile per creare quel clima di paura che farà desistere la controparte dal continuare le sue azioni violente, la minaccia per essere credibile dovrà essere in primo luogo fondata.Il governo di Baghdad, così come in precedenza la Russia di Putin, è pronta a sopportare le pressioni internazionali derivate dall’uso di munizionamento termo barico che potrebbe colpire anche civili innocenti. Qualora il TOS-1 dovesse davvero sparare a preoccupare non sarebbero solo le ricadute per l’Iraq ma il rischio reale di un inasprimento delle conduzioni delle offensive dello Stato Islamico. Appare documentata la presenza di materiale chimico potenzialmente nocivo (tra cui gas mostarda) tra le file dei miliziani e con l’uso del Buratino IED con caratteristiche CBRN potrebbero essere usate contro gli uomini della coalizione. Grazie alle armi termo bariche si rischia di aprire una nuova e più cruenta fase delle offensive su Mosul, le cui ripercussioni potrebbero essere disastrose per entrambe le parti coinvolte nei giochi.<a href="http://www.vitalykuzmin.net/" target="_blank">Foto di Vitaly Kuzmin via Wikipedia</a></p>
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		<title>Il ruolo dell&#8217;Italia nei Paesi Baltici</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-ruolo-dellitalia-nei-paesi-baltici.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2016 14:12:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Paesi Baltici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La presenza militare dell’Alleanza nella zona del Baltico è ormai considerata un elemento strategico essenziale per attenuare almeno in parte il forte attrito strategico con la Russia.Durante la sua visita istituzionale in Italia, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha comunicato che dal 2018 un minuto contingente militare italiano sarà inviato nel Baltico secondo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-ruolo-dellitalia-nei-paesi-baltici.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161013180711_20955134-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La presenza militare dell’Alleanza nella zona del <strong>Baltico</strong> è ormai considerata un elemento strategico essenziale per attenuare almeno in parte il forte attrito strategico con la Russia.Durante la sua visita istituzionale in Italia, il segretario generale della Nato<strong> Jens Stoltenberg</strong> ha comunicato che dal 2018 un minuto contingente militare italiano sarà inviato nel Baltico secondo quanto stabilito nel vertice di Varsavia di luglio 2016.Il Ministro della Difesa <strong>Roberta Pinotti</strong> ha specificato che saranno circa <strong>140 gli uomini impiegati in questa task force</strong> di pronta reazione, un numero a dir poco esiguo ma che permetterà alla politica estera di Roma di schierarsi in un gioco a partiti contrapposti in aperta ostilità nei confronti della Russia.È pur vero che l’Italia è parte integrante dell’alleanza e che dunque è obbligata a rifarsi alle decisioni sottoscritte all’atto di adesione ma è importante comprendere come l<strong>’atto di schierare forze militari al confine con la Russia non aiuterà a distendere il clima politico già al limite dopo le ulteriori sanzioni economiche</strong>.Per quanto i canali ufficiali, compreso il ministro degli esteri Gentiloni, vogliano minimizzare le ripercussioni dello schieramento, esso si colloca in un clima geopolitico di forte attrito tra la Russia di Putin e l’America di Obama che non andrebbe ignorato.<strong>La Nato da sempre è espressione delle volontà politiche dell’amministrazione americana</strong> che persegue in questo periodo una politica estera dichiaratamente opposto a quella russa, in un clima che ricorda la guerra fredda di settant’anni fa.Quando due Nazioni dal peso economico e militare delle due sopracitate si scontano politicamente appare quasi scontato che si creino due blocchi ideologici contrapposti al fine di supportare l’una o l’altra parte.L’Italia in questo contesto ricopre nuovamente il ruolo dell’ago della bilancia. Se da una parte la sua natura politica porta Roma a schierarsi apertamente con le decisioni prese al Vertice di Varsavia dall’altra ci sarebbe una remota possibilità di svincolarsi da tale incombenza con una politica estera più incisiva e risoluta.Non solo l&#8217;Italia sarà insieme alla coalizione nell’Est Europa ma nel 2018 sarà la nazione guida nel Vjtf, la task force di azione ultrarapida, in grado di intervenire entro cinque giorni in caso di emergenza, schierata nei<strong> Paesi Balcanici</strong> ad un passo dall’uscio di casa dei russi.Al vertice della NATO a Varsavia tenutosi nel mese di luglio 2016, l&#8217;alleanza ha accettato formalmente di distribuire a partire da maggio 2017 quattromila soldati in tre diversi battaglioni nei paesi baltici ed uno in Polonia, quest’ultimo dovrebbe essere lo schieramento più importante.Il fine di tal dispiegamento è quello di garantire ai Paesi membri del blocco orientale (Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia ) una presenza permanente dei loro alleati, in quanto temono che Mosca possa cercare di destabilizzare i loro governi filo-occidentali attraverso attacchi informatici o con rapide incursioni territoriali.Tuttavia la questione legata al clima di grave tensione tra i Paesi Baltici e a Russia non può essere l’unica motivazione per questo incremento di truppe, una seconda ipotesi è legata al rinato antagonismo tra Usa e Russia.Già al vertice NATO tenutosi nel 2014 in Galles i leader dell’alleanza avevano condiviso la necessità di un <strong>piano d’azione rapida</strong> che avrebbe implementato la velocità di risposta in caso di attacco e/o necessità, il ché voleva dire una importanza sempre maggiore delle esercitazioni congiunte e scenari sempre meno asimmetrici.Non si esplicitò mai apertamente l’ipotesi di un’invasione russa dei territori posti sotto la sorveglianza Nato ma apparì fin da subito lo scenario più importante a cui mirare.La vera chiave di volta per aumentare la velocità di risposta alla crisi è da sempre la logistica che favorisce la movimentazione e l’appoggio delle truppe in loco, senza dover necessariamente implementare le truppe al confine.Per ovviare a questo problema nel 2014 furono rinforzate le basi avanzate e alle unità logistiche furono dotate di nuove linee guida di riferimento per implementarne l’efficienza sul territorio degli alleati orientali.Al vertice di Galles, gli alleati della NATO espressero dunque la necessità di creare non solo un rafforzamento delle truppe presenti ma una vera e proprio task force all’interno della NATO Response Force [NRF] con un altissimo grado di rapidità d’azione(VJTF).Questa task force avrebbe dovuto avere come caratteristica inderogabile la proiezione in tempi celeri di forze militari al confine dei territori dell’alleanza.La Task Force ad intervento rapido (Vjtf &#8211; Very High Readiness Joint Task Force) denominata “Spearhead” avrà una forza composta da diverse migliaia di unità, truppe terrestri e mezzi meccanizzati, artiglieria pesante, batterie antimissili secondo le minacce rilevate e ritenute più plausibili.La Task Force è in uno stato embrionale di operatività fin dai primi mesi del 2015 con diversi comandi negli otto paesi del cosiddetto “Fronte orientale”.Non è un caso che le ultime esercitazioni multinazionali della Nato siano state quasi tutte sviluppare in quella parte d’Europa talvolta con un dispiegamento di uomini e mezzi di rara eccezione.In una cornice di sicurezza assolutamente vacillante come quella attuale sarebbe auspicabile una maggior presa di coscienza da entrambe le parti.La NATO, invece sta contribuendo ad una radicalizzazione politica delle parti alimentando un clima di diffidenza intorno al blocco russo.L’allargamento della sua sfera di influenza verso i paesi del baltico che confinano pericolosamente vicino alla Russia di Putin sembra aver messo sempre più in allarme il Cremlino al punto da dover ricorrere alla politica di deterrenza.La Russia dal canto suo non dimostra di voler abbassare i toni ed una settimana fa ha trasferito missili Iskander, a capacità nucleare a corto raggio, nell’exclave militare russo di Kaliningrad (tra Polonia e Lituania).Il portavoce del ministero della Difesa russo ha detto che non vi è nessun tentativo di dislocare armamenti strategici nel più assolto riserbo ma il capo di stato maggiore delle forze di difesa estoni, il generale Riho Terras, vede i missili come parte di un progetto russo per portare il Mar Baltico sotto il suo controllo.In risposta a questi movimenti, che hanno suscitato preoccupazione nei paesi limitrofi, la Svezia ha posizionato un contingente militare sull’isola di Gotland, che si trova dirimpetto a Kaliningrad.Coi sorvoli dei loro bombardieri lungo gli spazi aerei dell&#8217;Alleanza atlantica, la Russia ha voluto dimostrare ancora una volta la sua capacità di intervento rapido che si potrebbe definire eccezionale.Se è vero che il motto della NATO rimane “Difesa e dialogo” e non “Difesa o dialogo” sarebbe arrivato il momento di dimostrare la volontà di dialogare oltre a quella evidentemente espressa di difendersi proponendo un patto bilaterale di ridimensionamento delle truppe nelle zone di maggior attrito.L’accordo bilaterale sarebbe ovviamente un grande passo in avanti nella distensione politica delle due parti, dimostrazione inequivocabile che dalla NATO e dalla stessa Russia la deterrenza militare non è più utilizzata come strumento per evitare la guerra aperta.Per l’ennesima volta, in tutto questo, l’Italia si trova a dover fronteggiare la sua duplice natura che vorrebbe un dialogo più aperto e produttivo tra le parti ma che prevede anche l’assolvimento dei doveri per i patners dell’alleanza.</p>
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		<title>Il terrorismo vince. Grazie a noi</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/il-terrorismo-vince-grazie-a-noi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eldoleo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jul 2016 18:05:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Attentato]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="660" height="371" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis.jpg 660w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p>
<p>Il terrorismo è un concetto che fino ad un paio di anni fa pensavamo relegato a qualche angolo sperduto dell’Afghanistan, troppo lontano per preoccuparcene seriamente. Oggi quel terrorismo bussa alle porte del nostro mondo, lo stesso che pensavamo essere immune dalla violenza settaria ed orribile degli attacchi indiscriminati. In due anni abbiamo assistito ad un &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/il-terrorismo-vince-grazie-a-noi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="660" height="371" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis.jpg 660w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/05/76070198_isis-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 660px) 100vw, 660px" /></p><p>Il <strong>terrorismo</strong> è un concetto che fino ad un paio di anni fa pensavamo relegato a qualche angolo sperduto <strong>dell’Afghanistan</strong>, troppo lontano per preoccuparcene seriamente. Oggi quel terrorismo bussa alle porte del nostro mondo, lo stesso che pensavamo essere immune dalla violenza settaria ed orribile degli attacchi indiscriminati. In due anni abbiamo assistito ad un rapido sviluppo delle modalità offensive dello <strong>Stato Islamico</strong> e di <strong>Al Qaeda</strong>, con attacchi inizialmente mirati a strutture governative, simboli di un potere che nella retorica terroristica dovevano scuotere le coscienze degli occidentali verso un Medioriente pronto ad esplodere. L’esempio maestro di questa modalità è sicuramente l’attacco alle<strong> Torri Gemelle</strong>, icona del potere economico e sociale degli Stati Uniti, diventato uno spartiacque tra due periodi storici, quello senza terrorismo e quello dove il terrorismo avanzava. Nuove misure di sicurezza quasi dal nulla, mettendo in campo ipotesi che prima non si ritenevano nemmeno plausibili, talvolta andando a creare un duro attrito tra diritti fondamentali dei cittadini e bisogno di controllo delle autorità, un dibattito che in molti paesi – Francia per prima – ha creato non pochi problemi.</p>
<p>Con l’avanzamento della sorveglianza e delle misure di sicurezza sempre più stringenti ed imponenti, non solo in Occidente ma anche in Medioriente, il terrorismo si è evoluto per non morire. Le cellule, inizialmente ben strutturate con una logistica efficace si rimpiccioliscono fino a <strong>molecolarizzarsi</strong>, rendendosi troppo minuscole per essere fermate dalle maglie troppo larghe dei servizi di sicurezza.L’evoluzione di un sistema complesso come quello terroristico non è una falla nella sorveglianza o nella difesa dell’occidente ma è un naturale adattamento alle circostanze, una prevedibile modifica a cui i servizi di sicurezza dovevano e devono far fronte. In Medioriente e nel Corno d’Africa assistiamo ai primi attacchi contro centrali di polizia, sedi dei nuovi governi con commandos sempre più addestrati e più piccoli che mettono in piedi strategie fortemente legate all’uso di esplosivi improvvisati che rendono il loro attacco caotico ma efficace. In Africa centrale e nel Sahel ad essere presi di mira sono soprattutto civili tra le fascie più vulnerabili della popolazione, le oltre duecento studentesse rapite da Boko Haram nel 2014 , orfanotrofi dove si sono svolti rapimenti e sevizie e per concludere le Chiese simbolo di un antagonismo spietato e casa dei nemici giurati.In questa nuova modalità il numero delle vittime è minore ma il clamore mediatico che si accende è immenso soprattutto perché le autobombe nei centri abitati minano dalle fondamenta la sicurezza del vivere quotidiano.</p>
<p><strong>Quando cambia la modalità offensiva cambia anche la struttura organizzativa del gruppo e della cellula terroristica</strong>.  Lo Stato Islamico ha adottato una struttura non più piramidale come Al Qaeda ma trasversale, capace di far fronte alla strategia dell’eliminazione selettiva tramite i droni, caduta una pedina un’altra prende immediatamente il suo posto nell’organizzazione non inficiandone l’operatività. Le cellule invece di essere costruite ed addestrate nei campi in Medioriente vengono reclutate in loco, direttamente negli Stati che si intende colpire. Sono soprattutto immigrati di seconda o terza generazione, sconfitti dalla manca integrazione e persuasi da una retorica vincente che li convince dell’idea che uccidendo innocenti l’Islam vincerà. Anche in questo caso la sicurezza dei singoli Stati migliora e si evolve con il terrorismo, più controlli e più sorveglianza armata limitano il raggio d’azione degli attentatori che effettivamente diminuiscono gli attacchi per numero e portata, almeno in Africa. Tuttavia se è possibile, con enormi sforzi economici ed organizzativi, difendere luoghi maggiormente sensibili a livello politico e strategico, difficile se non impossibile è difendere i soft target. Il salto di qualità in questo senso si ha proprio nel “continente nero” dove troviamo la prima vera modalità offensiva di ampio spettro con attacchi sistematici in hotel e ristoranti tramite azioni suicide indiscriminate che colpiscono non solo cittadini e stranieri innocenti, colpevoli solo agli occhi dei loro assalitori, ma anche stessi musulmani che non aderiscono alla<strong> jihad globale</strong>. I soft-target sono la frontiera 2.0 del terrorismo, troppi obbiettivi da controllare e troppe persone da proteggere perché la maglia della sicurezza si stringa così bene da non permettere altri attacchi. Somalia, Nigeria, Egitto, Tunisia solo per citare alcuni dei Paesi più colpiti, ma non possono mancare all’appello la strage di Parigi e di Bruxelles sul fronte europeo. Proprio in Tunisia il concetto di soft-target (cioè di quell’obbiettivo che non richiama connessioni politiche oppure economiche) viene esasperato con l’attentato di Sousse dove i due attentatori sono giunti con barchini neri direttamente dal mare aprendo il fuoco sui bagnanti. Bilancio definitivo di 39 morti e 36 feriti ma oltre alle vittime la vera protagonista è la paura che inizia a serpeggiare in ogni luogo pubblico frequentato da turisti, ogni grande assembramento di persone viene ritenuto potenziale obbiettivo e le misure di sicurezza si fanno imponenti.</p>
<p><strong>Gli attentati sono sempre meno sofisticati</strong>, vengono usati metodi comuni, armi da fuoco generalmente acquistabili sul mercato nero oppure in qualsiasi negozio ne abbia regolare licenza, coltelli, asce e machete. Qualsiasi oggetto che prima poteva sembrare solo offensivo coadiuvato da una buona dose di indottrinamento e determinazione si trasforma in un’arma letale. <strong>Totalmente inutile la disquisizione sul controllo delle armi</strong>, che in molti casi già approvati, servirebbe solo ad alimentare il mercato illegale rendendo praticamente irrintracciabili acquirenti che altrimenti potrebbero essere seguiti e fermati. In questa modalità il civile assume un peso sempre più rilevante fino a diventare completo protagonista nelle stragi di Parigi e Bruxelles del 2015-2016. Il focus dell’attentatore non è più solo uccidere ma inoculare terrore, la paura diviene una sorta di cavallo di battaglia dei terroristi, costa meno di un vero attentato e riscuote successo sempre anche quando non ci sono morti o ve ne sono pochi. Ecco dunque l’ultima frontiera, quella contemporanea, del terrorismo 3.0 il diffondere paura facendo leva sulla possibilità di essere colpiti in ogni luogo e in ogni tempo da qualche terrorista. L’obbiezione che si può muovere a quest’ultima affermazione è che il terrorismo ha da sempre come scopo quello di incutere terrore e paura nella popolazione, normalmente per ottenere un’attenzione mediatica o una risposta politica. In questo caso però lo Stato Islamico alimenta i suoi attentati ( o presunti tale ) con la paura stessa che viene voracemente cavalcata dai social media per ottenere visualizzazioni e diffusione. Le nuove modalità offensive sono dunque del tutto fuori dagli schemi convenzionali e non.  Non ci sono team e non esiste pianificazione alcuna, l’affiliazione al gruppo terroristico avviene in pochi giorni, difficilmente rintracciabile dalla Polizia o dall’intelligence.</p>
<p><strong>Gli attacchi sono veloci, rapidi e feroci, l’intenzione di uccidere viene portata al limite dall’esasperazione personale</strong> degli attentatori soggetti al limite delle società moderne che vedono nell’affiliazione all’IS il loro ultimo e raro momento di gloria. Uno psicopatico che noleggia un camion, un militante che sale su un treno con un ascia, o per ultimo un folle che apre il fuoco in un centro commerciale tendono ad avere un impatto sulla popolazione quasi sproporzionato, ingigantito da un sistema informativo di dubbia competenza sui temi della difesa. È così che purtroppo in queste settimane ha vinto il terrorismo, con l’anonimato e le affiliazioni lampo, sfruttando una disperazione dietro l’altra di gente che dell’Islam non sapeva cosa farsene fino a poco prima di morire. <strong>Il terrorismo che diventa psicosi e vetrina</strong>, ovunque e chiunque si può proclamare un terrorista basta armarsi di una qualsiasi arma ed urlare la frase chiave “Allah è grande!” ed ecco servito l’attentato.La jihad perde così di significato, non è più un metodo discutibile di lotta per i propri ideali ma semplice morte in tutte le sue forme. Così vince il terrorismo, generalizzando, vedendo complotti e nemici in ogni singolo disperato che scappa dalla guerra, così si legittima la paura che alimenta il terrorismo che porterà a nuova vita lo Stato Islamico, un nemico che senza di noi sarebbe già morto. </p>
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		<title>Come sopravvivere a un attacco Isis</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/come-sopravvivere-a-un-attacco-isis.html</link>
		
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2016 09:23:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1213" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560-300x243.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560-768x621.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560-1024x828.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>È evidente come ultimamente ci sia stato una radicale modifica nella scelta degli obiettivi ritenuti strategici dai terroristi dello Stato Islamico.Se con Al-Qaeda lo scopo era quello di colpire prevalentemente strutture che rappresentassero lo strapotere americano ed occidentale, mietendo vittime tra coloro che collaboravano al mantenimento di questo sistema consumistico, la strategia del Califfato si è fatta &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/come-sopravvivere-a-un-attacco-isis.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1213" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560-300x243.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560-768x621.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/06/ANSA_20160614214127_19538560-1024x828.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>È evidente come ultimamente ci sia stato una radicale modifica nella scelta degli <strong>obiettivi</strong> ritenuti strategici dai terroristi dello <strong>Stato Islamico</strong>.Se con <strong>Al-Qaeda</strong> lo scopo era quello di colpire prevalentemente strutture che rappresentassero lo strapotere americano ed occidentale, mietendo<strong> vittime</strong> tra coloro che collaboravano al mantenimento di questo sistema consumistico, la strategia del <strong>Califfato</strong> si è fatta di gran lunga più sofisticata.Da almeno due anni, cioè da quando <strong>Al-Baghdadi</strong> ha aperto ufficialmente la stagione della<strong> jihad </strong>globale, gli obbiettivi più premianti sono quelli con un basso profilo, quelli che in gergo militare sono definiti ‘<strong>soft target</strong>’. Ristoranti, bar; locali; teatri sono luoghi di facile accesso, scarsamente controllati e gremiti di gente ma soprattutto sono così tanti che risulta impossibili prevenire in modo capillare che un <strong>evento terroristico</strong> vi si verifichi.L’<strong>impatto psicologico</strong> sulla popolazione è pertanto portato all&#8217;estremo, il clima di insicurezza e la sensazione di non riuscire a proteggersi in nessun luogo se non in casa propria ha già creato in diverse occasioni casi di<strong> isterismo</strong> di gruppo.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/gli-errori-del-belgio-e-lattentato-dellisis/" target="_blank">Per approfondire: Gli errori del Belgio e l&#8217;attentato Isis</a>Dopo quanto accaduto il 13 novembre 2015 a <strong>Parigi</strong> e successivamente a <strong>Bruxelles</strong> nel mese di marzo 2016 sedicenti esperti di terrorismo hanno iniziato ad inondare il web ed i social media con prontuari grazie ai quali semplici cittadini possono trasformarsi in <strong>eroi</strong> all&#8217;occorrenza. Veri e propri manuali che spiegano a normali impiegati d’ufficio oppure a casalinghe intente a fare la spesa come cercare (da soli) di fermare un commando di terroristi armati fino ai denti ed intenzionati a fare una <strong>strage</strong>.Uno dei documenti più accreditati a riguardo è stato pubblicato dal<strong> Federal Bureau Investigation </strong>con una strategia di sopravvivenza sviluppata in tre punti chiave: “run, hide, fight” – corri, nasconditi e combatti. La fonte di tale strategia unitamente al bisogno materiale di fronteggiare il terrorismo evitando di sentirsi impotenti davanti alla minaccia generalizzata ha portato ad estremizzare proprio l’ultimo punto ossia quello del “combattere” l’eventuale attentatore.Fronteggiare un uomo armato e psicologicamente orientato al martirio è già abbastanzaì complesso per le <strong>forze speciali</strong> addestrate a farlo ma cosa può succedere se a mettere in pratica discutibili tecniche di combattimento sono semplici<strong> civili</strong> inesperti? Le prospettive che si palesano sono due: il peggioramento della situazione con l’inasprirsi della violenza contro gli innocenti dell’attentatore oppure la semplice<strong> morte</strong> del civile/eroe.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/la-nuova-sfida-dei-lupi-solitari/" target="_blank">Per approfondire: La nuova sfida dei lupi solitari</a>Esiste poi una terza prospettiva, quella presa maggiormente in considerazione dai sostenitori della dottrina “run, hide, fight” che vede il civile trasformarsi in <strong>risolutore effettivo</strong> abbattendo la minaccia con<strong> ogni mezzo lecito</strong>. A supporto di questo scenario – che è comunque statisticamente il meno probabile – sono stati portati molti esempio, l’ultimo in ordine cronologico è lo <strong>sventato attacco</strong> del luglio 2015 al treno veloce diretto a Parigi grazie a quattro uomini che hanno fermato l’attentatore prima che potesse nuocere a qualcuno.Quello su cui non si punta mai abbastanza l’attenzione è l’ambiente da cui questi quattro volontari prestati alla salvaguardi della sicurezza collettiva provenissero cioè dal <strong>mondo militare.</strong> Due erano <strong>Marines</strong> super addestrati con diverse missioni all&#8217;attivo che hanno disarmato ed immobilizzato l’attentatore dopo una breve colluttazione. Il punto chiave è proprio l’<strong>addestramento</strong> – militare o specifico che sia – senza il quale qualsiasi azione d’eroismo spontanea rischia seriamente di <strong>mettere a repentaglio</strong> la vita di altri civili innocenti.Le diverse iniziative hanno riscosso enorme successo soprattutto tra quella frangia della popolazione che ritiene si stia facendo troppo poco per fermare l’avanzata del terrorismo nelle <strong>città europee</strong>. I destinatari di tali norme sono dunque cittadini che non hanno un addestramento militare specifico, non hanno mai impugnato un’<strong>arma</strong> e nemmeno sono a conoscenza delle più elementari basi per <strong>negoziare</strong> con un terrorista, eppure loro senza addestramento ne competenze dovrebbero salvare decine di vite <strong>annientando la minaccia</strong>.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/levoluzione-del-terrorismo-individuale/" target="_blank">Per approfondire: Evoluzione del terrorismo individuale</a>Questo scenario sembra più mutuato da hollywoodiane pellicole intrise di eroismo ed effetti speciali, dove il tranquillo vicino di casa mosso dal desiderio di salvare i suoi cari diventa improvvisamente lo “<strong>special force man</strong>” che ogni esercito vorrebbe tra le sue fila. Tutto questo sarebbe fantastico ma tende ad ignorare le più elementari basi della nostra mente: quando ci sentiamo minacciati l’istinto non è combattere ma<strong> scappare</strong>. Coloro che decidono di combattere è perché si auto-impongono di farlo andando in contro alla <strong>paura primordiale</strong> della morte, soffocando l’istinto che li guida altrove. Tutto questo è premiante solo se e solo se il soggetto ha un addestramento antecedente perché solo in questo caso la nostra mente ed il nostro corpo sapranno cosa fare.L’idea, di<strong> istruire</strong> la popolazione su cosa fare in caso di attentato, ad un primo impatto sembra costellata di buone intenzioni, se l’obbiettivo sono i soft target e questi sono frequentati da normali cittadini è normale puntare sul di loro. Tuttavia, agli occhi degli esperti di sicurezza e difesa, che da anni lavorano a forme di arginamento del <strong>fenomeno terroristico</strong> contro i civili il consiglio di usare ombrelli e forbici (consigli davvero dispensati) non sembra particolarmente assennato.Allora cosa fare se ci si trova in un locale gremito di gente e improvvisamente un terrorista oppure un semplice squilibrato decide di <strong>aprire il fuoco sulla folla</strong>? Per quanto si voglia rassicurare la popolazione dicendo che una risposta esiste purtroppo non è così.Non esiste un <strong>modello comportamentale</strong> perché le variabili in gioco sono davvero troppe alcune totalmente imprevedibili come la paura che tende a bloccare il <strong>ragionamento razionale</strong> portando l’istinto primordiale alla sopravvivenza a prendere il sopravvento su tutto. <strong>Nascondersi e scappare</strong>, per quanto non siano gesti che faranno passare qualcuno alla storia come novelli eroi, almeno eviterà che l’attentatore aggravi le violenze sui presenti. Nemmeno queste due opzioni danno garanzia di sopravvivenza, lo abbiamo visto nella strage del teatro <strong>Bataclan</strong>, quando chi si era accuratamente camuffato sotto tavoli o negli stanzini è stato <strong>giustiziato</strong> senza troppe cerimonie, ma possono concedere una speranza maggiore.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/lisis-perde-terreno-e-cambia-strategia/" target="_blank">Per approfondire: Isis perde terreno e cambia strategia</a>Qualora, visto l’esacerbarsi delle ostilità irregolari contro soft target e civili in luoghi pubblici e fondamentalmente incontrollabili, si senta la necessità di garantire ai cittadini una <strong>risposta alla minaccia</strong> l’unica soluzione è istituire dei corsi di psicologia delle emergenze. In questi seminari non si insegnerà ai comuni cittadini come <strong>disarmare</strong> un uomo ma piuttosto a <strong>gestire le emozioni</strong> e la paura che in quel momento assalgono ogni normale essere vivente così da avere una maggior consapevolezza di quel che sta accadendo. Non dovendosi preoccupare di gestire le proprie paura ed emozioni chiunque può avere maggior <strong>lucidità</strong> e dunque essere più reattivo per scappare o nascondersi.Prima degli eroi negli uffici servono <strong>persone consapevoli</strong> e preparate se pensiamo di sconfiggere i terroristi con qualche reminiscenza del corso di judo imparata su internet forse non è ancora chiaro come il <strong>terrorismo uccide</strong>.</p>
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		<title>Palmira, la trappola mortale del Califfo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/palmira-le-trappole-mortali-dello-stato-islamico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2016 07:31:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Palmira]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469-1024x668.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Dopo la massiccia offensiva degli ultimi mesi condotta dall’esercito siriano con il supporto militare russo, il Califfatosi è trovato per la prima volta dopo due anni in una fase di ripiegamento.Palmira è sicuramente una delle più importanti città riportate sotto il controllo governativo e sottratta all’orda distruttrice dell’Isis. Una follia, quella delle bandiere nere, che non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/palmira-le-trappole-mortali-dello-stato-islamico.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/04/ANSA_20160409182039_18504469-1024x668.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Dopo la massiccia offensiva degli ultimi mesi condotta dall’esercito siriano con il supporto militare russo, il <strong>Califfato</strong>si è trovato per la prima volta dopo due anni in una fase di ripiegamento.<strong>Palmira</strong> è sicuramente una delle più importanti città riportate sotto il controllo governativo e sottratta all’orda distruttrice dell’<strong>Isis</strong>. Una follia, quella delle bandiere nere, che non si è fermata nemmeno davanti al patrimonio mondiale dell’umanità utilizzato come campo di prova per una delle più classiche e subdole strategie applicate in zona di guerra: il trappolamento esplosivo.Quando i russi hanno iniziato le operazioni per entrare a Palmira hanno trovato una città blindata da mine, assediata dagli <strong>ordigni esplosivi improvvisati</strong> posizionati in modo chirurgico per massimizzare l’effetto tattico e strategico.L&#8217;Isis, che segue una dottrina fondamentalista sunnita per cui è severamente vietata la riproduzione di esseri umani o animali, ha inteso sottolineare come la sua furia iconoclasta non si arresterà nemmeno in caso di sconfitta e di conseguente ritirata. Un piano B decisamente interessante, considerato che nel corso della Storia moderna e contemporanea nemmeno i nazisti ebbero la sfrontatezza di minare e trappolare città come Parigi e Roma durante la ritirata.La “Venezia del deserto” già orrendamente mutilata in gran parte della sua bellezza rappresenta ad oggi un fallimento e al contempo una vittoria per gli uomini di <strong>Al Baghdadi</strong>.Gli<strong> sminatori russi</strong> in pochissimi giorni hanno eliminato oltre mille ordigni sotterrati in modo impeccabile e con l’ausilio di alcuni strumenti destinati alla guerra elettronica molti artifizi artigianali sono stati resi inerti.La bonifica del sito è un lavoro che richiederà mesi soprattutto perché gli artificieri russi, nonostante gli appelli lanciati alle cancellerie di tutto il mondo, sono i soli ad occuparsi della bonifica del sito. Non solo agli uomini del regime di <strong>Bashar al-Assad</strong> viene offerta la possibilità di imparare a disinnescare ordigni direttamente in loco, iniziando così a far passare quel How Know necessaria a rendere l’esercito siriano autonomo in futuro.Gli<strong> archeologi</strong> a livello internazionale supportano la tesi secondo la quale la distruzione e la violenza perpetrata contro Palmira non è diversa dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan da parte dei talebani, nel 2001. Non sarebbe la prima volta che un gruppo terroristico finanzia le sue azioni attraverso la compra-vendita di opere d’arte trafugate.Al Baghdadi potrebbe aver accumulato una fortuna per diversi milioni di dollari solo vendendo al mercato nero poche opere dal valore e dal tempo inestimabili. La Siria è una delle zone archeologiche più fiorenti del Medioriente e non è difficile immaginare quali tesori inestimabili possono essere andati distrutti o semplicemente venduti in questi due anni di assedio.Ma allora perché minare e trappolare in modo tanto accurato il sito di Palmira, ricco di beni archeologici e tesori inestimabili?La ragione è più che altro simbolica ma va ricercata anche una seconda spiegazione di ordine psicologico. Gli ordigni esplosivi improvvisati o IED sono tristemente saliti alle cronache per aver gravemente indebolito la resistenza psicologica dei soldati in Afghanistan e per averne resi inabili diverse centinaia. Le dottrine Mc Crystal e Petreus basano la loro fama sul contrasto alla minaccia asimmetrica condotta soprattutto con questa tipologia di artifizi esplosivi poi evolutasi in quella che oggi conosciamo come Urban Warfare.Questi ordigni atipici sono uno strumento ideale che nascono in base alle esigenze del momento, possono essere più o meno potenti, contente agenti chimici o biologici, possono avere qualsiasi forma la mente umana sia capace di pensare e per questo sono quasi inarrestabili.Programmati per colpire le operazioni condotte al livello tattico, la loro sistematicità incide profondamente anche e soprattutto a livello strategico.Ecco il doppio vantaggio di cui l’Isis vuole disporre anche in caso di ritirata obbligata o stato d’assedio.Considerando che il mantra degli uomini del califfato è quello di uccidere il maggior numero di infedeli a costo di dover sacrificare la propria vita, quello che abbiamo visto a Palmira è perfettamente coerente. A livello tattico, cioè il livello operativo che vede gli uomini muoversi materialmente sul campo di battaglia, gli IED sono strumenti capaci di provocare gravi danni fisici primari.Per quanto sia <strong>artifizio artigianale</strong> e dunque passibile di errori di costruzioni, questi ritrovati per la guerriglia moderna possono essere molto piccoli ma con grandi cariche esplosive, il che rende il loro utilizzo da semplice deterrente ad arma di annientamento.In Iraq si è già presa visione di come ordigni di piccole dimensioni possano essere la causa di decine di decessi, vere e proprie bombe ma con la versatilità di una mina non convenzionale. Le lesioni da chiodi e schegge di vetro con cui viene implementato il potenziale dell’esplosivo provoca estese ferite, imprevedibile dire dove andranno a colpire e quali danni saranno in grado di fare.Tutta questa poca conoscenza degli IED provoca un secondo impatto piuttosto importante al personale impiegato in operazione: la ricaduta psicologica. I soldati saranno sempre più circospetti e spaventati dal mettere un piede davanti all’altro, lo stress delle missioni e questo timore continuo di trovare ordigni camuffati da qualsiasi oggetto si è già constatato minare dalle fondamenta l’efficienza della missione. Così il califfato, senza nemmeno doversi trovare sul terreno ha ottenuto una prima importante vittoria: dopo Palmira ogni singola città assediata potrebbe risultare il più grande campo minato mai costruito.L’impatto strategico degli IED è l’altro aspetto da non sottovalutare, le esplosioni, la paura e i morti che tornano avvolti nella bandiera nazionale ha un grosso impatto sull’opinione pubblica dei singoli stati che potrebbero spingere per un ritorno a casa delle truppe dai teatri operativi.Gli IED sono uno strumento di pressione politica e di logoramento psicologico delle truppe, eccellente nella sua connotazione più negativa. Essendo armi non convenzionali, versatili ed economiche ha permesso agli ordigni esplosivi improvvisati di essere impiegabili anche in ambiente urbano, questo applicato alla strategia del trappolamento in caso di fuga rende l’IS gravemente offensivo anche in caso di sconfitta.La Storia recente ci dimostra che la lotta asimmetrica è tutt&#8217;altro che folle o disorganizzata,Palmira rimane ancora una volta città sotto assedio il cui rischio è di detonare da un momento all’altro.Se l’esercito russo, si spera a breve supportato da qualche volenteroso collega europeo, riuscisse a bonificare il sito archeologico patrimonio dell’UNESCO potremmo parlare davvero di vittoria?&nbsp;</p>
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