È evidente come ultimamente ci sia stato una radicale modifica nella scelta degli obiettivi ritenuti strategici dai terroristi dello Stato Islamico.Se con Al-Qaeda lo scopo era quello di colpire prevalentemente strutture che rappresentassero lo strapotere americano ed occidentale, mietendo vittime tra coloro che collaboravano al mantenimento di questo sistema consumistico, la strategia del Califfato si è fatta di gran lunga più sofisticata.Da almeno due anni, cioè da quando Al-Baghdadi ha aperto ufficialmente la stagione della jihad globale, gli obbiettivi più premianti sono quelli con un basso profilo, quelli che in gergo militare sono definiti ‘soft target’. Ristoranti, bar; locali; teatri sono luoghi di facile accesso, scarsamente controllati e gremiti di gente ma soprattutto sono così tanti che risulta impossibili prevenire in modo capillare che un evento terroristico vi si verifichi.L’impatto psicologico sulla popolazione è pertanto portato all’estremo, il clima di insicurezza e la sensazione di non riuscire a proteggersi in nessun luogo se non in casa propria ha già creato in diverse occasioni casi di isterismo di gruppo.Per approfondire: Gli errori del Belgio e l’attentato IsisDopo quanto accaduto il 13 novembre 2015 a Parigi e successivamente a Bruxelles nel mese di marzo 2016 sedicenti esperti di terrorismo hanno iniziato ad inondare il web ed i social media con prontuari grazie ai quali semplici cittadini possono trasformarsi in eroi all’occorrenza. Veri e propri manuali che spiegano a normali impiegati d’ufficio oppure a casalinghe intente a fare la spesa come cercare (da soli) di fermare un commando di terroristi armati fino ai denti ed intenzionati a fare una strage.Uno dei documenti più accreditati a riguardo è stato pubblicato dal Federal Bureau Investigation con una strategia di sopravvivenza sviluppata in tre punti chiave: “run, hide, fight” – corri, nasconditi e combatti. La fonte di tale strategia unitamente al bisogno materiale di fronteggiare il terrorismo evitando di sentirsi impotenti davanti alla minaccia generalizzata ha portato ad estremizzare proprio l’ultimo punto ossia quello del “combattere” l’eventuale attentatore.Fronteggiare un uomo armato e psicologicamente orientato al martirio è già abbastanzaì complesso per le forze speciali addestrate a farlo ma cosa può succedere se a mettere in pratica discutibili tecniche di combattimento sono semplici civili inesperti? Le prospettive che si palesano sono due: il peggioramento della situazione con l’inasprirsi della violenza contro gli innocenti dell’attentatore oppure la semplice morte del civile/eroe.Per approfondire: La nuova sfida dei lupi solitariEsiste poi una terza prospettiva, quella presa maggiormente in considerazione dai sostenitori della dottrina “run, hide, fight” che vede il civile trasformarsi in risolutore effettivo abbattendo la minaccia con ogni mezzo lecito. A supporto di questo scenario – che è comunque statisticamente il meno probabile – sono stati portati molti esempio, l’ultimo in ordine cronologico è lo sventato attacco del luglio 2015 al treno veloce diretto a Parigi grazie a quattro uomini che hanno fermato l’attentatore prima che potesse nuocere a qualcuno.Quello su cui non si punta mai abbastanza l’attenzione è l’ambiente da cui questi quattro volontari prestati alla salvaguardi della sicurezza collettiva provenissero cioè dal mondo militare. Due erano Marines super addestrati con diverse missioni all’attivo che hanno disarmato ed immobilizzato l’attentatore dopo una breve colluttazione. Il punto chiave è proprio l’addestramento – militare o specifico che sia – senza il quale qualsiasi azione d’eroismo spontanea rischia seriamente di mettere a repentaglio la vita di altri civili innocenti.Le diverse iniziative hanno riscosso enorme successo soprattutto tra quella frangia della popolazione che ritiene si stia facendo troppo poco per fermare l’avanzata del terrorismo nelle città europee. I destinatari di tali norme sono dunque cittadini che non hanno un addestramento militare specifico, non hanno mai impugnato un’arma e nemmeno sono a conoscenza delle più elementari basi per negoziare con un terrorista, eppure loro senza addestramento ne competenze dovrebbero salvare decine di vite annientando la minaccia.Per approfondire: Evoluzione del terrorismo individualeQuesto scenario sembra più mutuato da hollywoodiane pellicole intrise di eroismo ed effetti speciali, dove il tranquillo vicino di casa mosso dal desiderio di salvare i suoi cari diventa improvvisamente lo “special force man” che ogni esercito vorrebbe tra le sue fila. Tutto questo sarebbe fantastico ma tende ad ignorare le più elementari basi della nostra mente: quando ci sentiamo minacciati l’istinto non è combattere ma scappare. Coloro che decidono di combattere è perché si auto-impongono di farlo andando in contro alla paura primordiale della morte, soffocando l’istinto che li guida altrove. Tutto questo è premiante solo se e solo se il soggetto ha un addestramento antecedente perché solo in questo caso la nostra mente ed il nostro corpo sapranno cosa fare.L’idea, di istruire la popolazione su cosa fare in caso di attentato, ad un primo impatto sembra costellata di buone intenzioni, se l’obbiettivo sono i soft target e questi sono frequentati da normali cittadini è normale puntare sul di loro. Tuttavia, agli occhi degli esperti di sicurezza e difesa, che da anni lavorano a forme di arginamento del fenomeno terroristico contro i civili il consiglio di usare ombrelli e forbici (consigli davvero dispensati) non sembra particolarmente assennato.Allora cosa fare se ci si trova in un locale gremito di gente e improvvisamente un terrorista oppure un semplice squilibrato decide di aprire il fuoco sulla folla? Per quanto si voglia rassicurare la popolazione dicendo che una risposta esiste purtroppo non è così.Non esiste un modello comportamentale perché le variabili in gioco sono davvero troppe alcune totalmente imprevedibili come la paura che tende a bloccare il ragionamento razionale portando l’istinto primordiale alla sopravvivenza a prendere il sopravvento su tutto. Nascondersi e scappare, per quanto non siano gesti che faranno passare qualcuno alla storia come novelli eroi, almeno eviterà che l’attentatore aggravi le violenze sui presenti. Nemmeno queste due opzioni danno garanzia di sopravvivenza, lo abbiamo visto nella strage del teatro Bataclan, quando chi si era accuratamente camuffato sotto tavoli o negli stanzini è stato giustiziato senza troppe cerimonie, ma possono concedere una speranza maggiore.Per approfondire: Isis perde terreno e cambia strategiaQualora, visto l’esacerbarsi delle ostilità irregolari contro soft target e civili in luoghi pubblici e fondamentalmente incontrollabili, si senta la necessità di garantire ai cittadini una risposta alla minaccia l’unica soluzione è istituire dei corsi di psicologia delle emergenze. In questi seminari non si insegnerà ai comuni cittadini come disarmare un uomo ma piuttosto a gestire le emozioni e la paura che in quel momento assalgono ogni normale essere vivente così da avere una maggior consapevolezza di quel che sta accadendo. Non dovendosi preoccupare di gestire le proprie paura ed emozioni chiunque può avere maggior lucidità e dunque essere più reattivo per scappare o nascondersi.Prima degli eroi negli uffici servono persone consapevoli e preparate se pensiamo di sconfiggere i terroristi con qualche reminiscenza del corso di judo imparata su internet forse non è ancora chiaro come il terrorismo uccide.

Nel campo comunista di Goli Otok
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