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Terrorismo

Il terrorismo vince. Grazie a noi

Il terrorismo è un concetto che fino ad un paio di anni fa pensavamo relegato a qualche angolo sperduto dell’Afghanistan, troppo lontano per preoccuparcene seriamente. Oggi quel terrorismo bussa alle porte del nostro mondo, lo stesso che pensavamo essere immune...

Il terrorismo è un concetto che fino ad un paio di anni fa pensavamo relegato a qualche angolo sperduto dell’Afghanistan, troppo lontano per preoccuparcene seriamente. Oggi quel terrorismo bussa alle porte del nostro mondo, lo stesso che pensavamo essere immune dalla violenza settaria ed orribile degli attacchi indiscriminati. In due anni abbiamo assistito ad un rapido sviluppo delle modalità offensive dello Stato Islamico e di Al Qaeda, con attacchi inizialmente mirati a strutture governative, simboli di un potere che nella retorica terroristica dovevano scuotere le coscienze degli occidentali verso un Medioriente pronto ad esplodere. L’esempio maestro di questa modalità è sicuramente l’attacco alle Torri Gemelle, icona del potere economico e sociale degli Stati Uniti, diventato uno spartiacque tra due periodi storici, quello senza terrorismo e quello dove il terrorismo avanzava. Nuove misure di sicurezza quasi dal nulla, mettendo in campo ipotesi che prima non si ritenevano nemmeno plausibili, talvolta andando a creare un duro attrito tra diritti fondamentali dei cittadini e bisogno di controllo delle autorità, un dibattito che in molti paesi – Francia per prima – ha creato non pochi problemi.

Con l’avanzamento della sorveglianza e delle misure di sicurezza sempre più stringenti ed imponenti, non solo in Occidente ma anche in Medioriente, il terrorismo si è evoluto per non morire. Le cellule, inizialmente ben strutturate con una logistica efficace si rimpiccioliscono fino a molecolarizzarsi, rendendosi troppo minuscole per essere fermate dalle maglie troppo larghe dei servizi di sicurezza.L’evoluzione di un sistema complesso come quello terroristico non è una falla nella sorveglianza o nella difesa dell’occidente ma è un naturale adattamento alle circostanze, una prevedibile modifica a cui i servizi di sicurezza dovevano e devono far fronte. In Medioriente e nel Corno d’Africa assistiamo ai primi attacchi contro centrali di polizia, sedi dei nuovi governi con commandos sempre più addestrati e più piccoli che mettono in piedi strategie fortemente legate all’uso di esplosivi improvvisati che rendono il loro attacco caotico ma efficace. In Africa centrale e nel Sahel ad essere presi di mira sono soprattutto civili tra le fascie più vulnerabili della popolazione, le oltre duecento studentesse rapite da Boko Haram nel 2014 , orfanotrofi dove si sono svolti rapimenti e sevizie e per concludere le Chiese simbolo di un antagonismo spietato e casa dei nemici giurati.In questa nuova modalità il numero delle vittime è minore ma il clamore mediatico che si accende è immenso soprattutto perché le autobombe nei centri abitati minano dalle fondamenta la sicurezza del vivere quotidiano.

Quando cambia la modalità offensiva cambia anche la struttura organizzativa del gruppo e della cellula terroristica.  Lo Stato Islamico ha adottato una struttura non più piramidale come Al Qaeda ma trasversale, capace di far fronte alla strategia dell’eliminazione selettiva tramite i droni, caduta una pedina un’altra prende immediatamente il suo posto nell’organizzazione non inficiandone l’operatività. Le cellule invece di essere costruite ed addestrate nei campi in Medioriente vengono reclutate in loco, direttamente negli Stati che si intende colpire. Sono soprattutto immigrati di seconda o terza generazione, sconfitti dalla manca integrazione e persuasi da una retorica vincente che li convince dell’idea che uccidendo innocenti l’Islam vincerà. Anche in questo caso la sicurezza dei singoli Stati migliora e si evolve con il terrorismo, più controlli e più sorveglianza armata limitano il raggio d’azione degli attentatori che effettivamente diminuiscono gli attacchi per numero e portata, almeno in Africa. Tuttavia se è possibile, con enormi sforzi economici ed organizzativi, difendere luoghi maggiormente sensibili a livello politico e strategico, difficile se non impossibile è difendere i soft target. Il salto di qualità in questo senso si ha proprio nel “continente nero” dove troviamo la prima vera modalità offensiva di ampio spettro con attacchi sistematici in hotel e ristoranti tramite azioni suicide indiscriminate che colpiscono non solo cittadini e stranieri innocenti, colpevoli solo agli occhi dei loro assalitori, ma anche stessi musulmani che non aderiscono alla jihad globale. I soft-target sono la frontiera 2.0 del terrorismo, troppi obbiettivi da controllare e troppe persone da proteggere perché la maglia della sicurezza si stringa così bene da non permettere altri attacchi. Somalia, Nigeria, Egitto, Tunisia solo per citare alcuni dei Paesi più colpiti, ma non possono mancare all’appello la strage di Parigi e di Bruxelles sul fronte europeo. Proprio in Tunisia il concetto di soft-target (cioè di quell’obbiettivo che non richiama connessioni politiche oppure economiche) viene esasperato con l’attentato di Sousse dove i due attentatori sono giunti con barchini neri direttamente dal mare aprendo il fuoco sui bagnanti. Bilancio definitivo di 39 morti e 36 feriti ma oltre alle vittime la vera protagonista è la paura che inizia a serpeggiare in ogni luogo pubblico frequentato da turisti, ogni grande assembramento di persone viene ritenuto potenziale obbiettivo e le misure di sicurezza si fanno imponenti.

Gli attentati sono sempre meno sofisticati, vengono usati metodi comuni, armi da fuoco generalmente acquistabili sul mercato nero oppure in qualsiasi negozio ne abbia regolare licenza, coltelli, asce e machete. Qualsiasi oggetto che prima poteva sembrare solo offensivo coadiuvato da una buona dose di indottrinamento e determinazione si trasforma in un’arma letale. Totalmente inutile la disquisizione sul controllo delle armi, che in molti casi già approvati, servirebbe solo ad alimentare il mercato illegale rendendo praticamente irrintracciabili acquirenti che altrimenti potrebbero essere seguiti e fermati. In questa modalità il civile assume un peso sempre più rilevante fino a diventare completo protagonista nelle stragi di Parigi e Bruxelles del 2015-2016. Il focus dell’attentatore non è più solo uccidere ma inoculare terrore, la paura diviene una sorta di cavallo di battaglia dei terroristi, costa meno di un vero attentato e riscuote successo sempre anche quando non ci sono morti o ve ne sono pochi. Ecco dunque l’ultima frontiera, quella contemporanea, del terrorismo 3.0 il diffondere paura facendo leva sulla possibilità di essere colpiti in ogni luogo e in ogni tempo da qualche terrorista. L’obbiezione che si può muovere a quest’ultima affermazione è che il terrorismo ha da sempre come scopo quello di incutere terrore e paura nella popolazione, normalmente per ottenere un’attenzione mediatica o una risposta politica. In questo caso però lo Stato Islamico alimenta i suoi attentati ( o presunti tale ) con la paura stessa che viene voracemente cavalcata dai social media per ottenere visualizzazioni e diffusione. Le nuove modalità offensive sono dunque del tutto fuori dagli schemi convenzionali e non.  Non ci sono team e non esiste pianificazione alcuna, l’affiliazione al gruppo terroristico avviene in pochi giorni, difficilmente rintracciabile dalla Polizia o dall’intelligence.

Gli attacchi sono veloci, rapidi e feroci, l’intenzione di uccidere viene portata al limite dall’esasperazione personale degli attentatori soggetti al limite delle società moderne che vedono nell’affiliazione all’IS il loro ultimo e raro momento di gloria. Uno psicopatico che noleggia un camion, un militante che sale su un treno con un ascia, o per ultimo un folle che apre il fuoco in un centro commerciale tendono ad avere un impatto sulla popolazione quasi sproporzionato, ingigantito da un sistema informativo di dubbia competenza sui temi della difesa. È così che purtroppo in queste settimane ha vinto il terrorismo, con l’anonimato e le affiliazioni lampo, sfruttando una disperazione dietro l’altra di gente che dell’Islam non sapeva cosa farsene fino a poco prima di morire. Il terrorismo che diventa psicosi e vetrina, ovunque e chiunque si può proclamare un terrorista basta armarsi di una qualsiasi arma ed urlare la frase chiave “Allah è grande!” ed ecco servito l’attentato.La jihad perde così di significato, non è più un metodo discutibile di lotta per i propri ideali ma semplice morte in tutte le sue forme. Così vince il terrorismo, generalizzando, vedendo complotti e nemici in ogni singolo disperato che scappa dalla guerra, così si legittima la paura che alimenta il terrorismo che porterà a nuova vita lo Stato Islamico, un nemico che senza di noi sarebbe già morto.





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