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	<title>Maghreb Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Jul 2026 12:49:07 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Maghreb Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Il Pakistan scommette sulla Libia per uscire dalla periferia diplomatica</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-pakistan-scommette-sulla-libia-per-uscire-dalla-periferia-diplomatica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 12:49:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Maghreb]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libia" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Da seguire il tentativo di Islamabad di accrescere il proprio peso internazionale in uno dei dossier più complicati del Mediterraneo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-pakistan-scommette-sulla-libia-per-uscire-dalla-periferia-diplomatica.html">Il Pakistan scommette sulla Libia per uscire dalla periferia diplomatica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/libia-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una mediazione discreta nel cuore del Mediterraneo instabile. Il Pakistan ha iniziato a muoversi silenziosamente tra i due poli rivali della Libia, quello occidentale e quello orientale. Se questa iniziativa dovesse consolidarsi, non sarebbe un semplice gesto diplomatico, ma <strong>il tentativo di Islamabad di accrescere il proprio peso internazionale </strong>in uno dei dossier più complicati del Mediterraneo allargato.</p>



<p>La Libia resta, dal 2011, il simbolo di un intervento occidentale rimasto senza seguito politico. La caduta di <strong>Muhammar Gheddafi</strong>, sostenuta dall’intervento dell’Alleanza Atlantica, non ha prodotto uno Stato stabile, ma una lunga frammentazione: governi concorrenti, milizie, rendite petrolifere contese, interferenze straniere, traffici illegali e una sovranità nazionale ridotta a terreno di competizione.</p>



<p>In questo vuoto si inserisce ora il Pakistan. Islamabad non possiede la forza economica della Cina, la proiezione militare della Turchia o l’influenza storica delle potenze europee. Ma proprio questa minore esposizione può diventare un vantaggio: <strong>il Pakistan può presentarsi come mediatore meno compromesso,</strong> meno direttamente coinvolto nella partita del petrolio, delle basi, dei porti e delle rotte migratorie.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Parlare alla Libia per parlare al mondo arabo e all’Occidente</h2>



<p>La Libia non è soltanto un Paese diviso. È una piattaforma geopolitica decisiva: affacciata sul Mediterraneo, vicina all’Italia e all’Europa meridionale, collegata al Sahel, dotata di riserve energetiche importanti e attraversata da rotte migratorie e traffici transnazionali.</p>



<p><strong>Chi riesce a incidere sulla crisi libica acquista visibilità su più tavoli:</strong> quello africano, quello arabo, quello mediterraneo e quello occidentale. Per il Pakistan, una mediazione efficace significherebbe uscire dall’immagine di Paese definito quasi esclusivamente dal confronto con l’India, dalla questione afghana e dal peso interno dell’esercito.</p>



<p>C’è anche una lettura più ampia. Gli Stati Uniti seguono da mesi il dossier libico nel tentativo di favorire una soluzione diplomatica. <strong>Se Islamabad riuscisse a rendersi utile, potrebbe rafforzare il proprio rapporto con Washington </strong>e presentarsi come interlocutore necessario anche fuori dall’Asia meridionale. In sostanza: non più soltanto un problema da gestire, ma una risorsa diplomatica da utilizzare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo militare: una pace senza disarmo non regge</h2>



<p>Ogni mediazione in Libia deve però fare i conti con la realtà del terreno. Il Paese non è diviso solo tra amministrazioni rivali, ma tra apparati armati, milizie, reti tribali, interessi locali e sponsor stranieri. La pace, quindi, non nasce soltanto da un accordo politico, ma <strong>dalla capacità di ridurre l’autonomia delle forze armate parallele.</strong> Il punto centrale resta il controllo delle armi e delle catene di comando. Finché ogni fazione potrà contare su proprie milizie, proprie entrate, propri alleati e propri canali di finanziamento, ogni intesa resterà provvisoria. La Libia ha già conosciuto troppe tregue diventate pause tattiche e troppi accordi trasformati in cornici vuote.</p>



<p>La mediazione pakistana potrà avere un senso solo se riuscirà a toccare tre questioni: riconoscimento politico tra Est e Ovest, distribuzione delle entrate petrolifere e contenimento delle strutture militari locali. Senza questi passaggi, il rischio è quello di aggiungere un nuovo tavolo diplomatico a una crisi che resta irrisolta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Petrolio, ricostruzione e rendite contese</h2>



<p>La Libia è debole come Stato, ma ricca di risorse. Il petrolio rimane il cuore della partita. Ogni soluzione passa da una domanda essenziale: <strong>chi controlla le entrate energetiche e come vengono redistribuite?</strong> Uno scenario positivo permetterebbe di stabilizzare la produzione, favorire investimenti, riaprire cantieri di ricostruzione, rafforzare porti, strade, ospedali e servizi pubblici. In questo caso la Libia tornerebbe a essere un attore economico utile per il Mediterraneo, non soltanto una fonte di crisi.</p>



<p>Uno scenario negativo, invece, vedrebbe il fallimento della mediazione o la nascita di accordi fragili. Le fazioni continuerebbero a usare petrolio e infrastrutture come strumenti di pressione, gli investitori resterebbero prudenti, l’Europa sarebbe esposta a instabilità migratoria e il Sahel continuerebbe a risentire della frammentazione libica.</p>



<p>Per Islamabad, un successo potrebbe aprire spazi economici e politici: cooperazione tecnica, rapporti energetici, presenza di imprese, maggiore legittimità nei Paesi arabi. Ma il vero guadagno sarebbe strategico: dimostrare che il Pakistan può agire da mediatore in un conflitto complesso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una prova difficile per una diplomazia ambiziosa</h2>



<p>Il limite pakistano è evidente: Islamabad può facilitare un dialogo, ma non dispone da sola degli strumenti per imporre il rispetto di un accordo. Senza il coinvolgimento di Stati Uniti, attori arabi, africani ed europei, la sua azione rischia di restare utile ma non decisiva. Eppure la mossa conta. <strong>Il Pakistan mostra di non voler restare soltanto oggetto delle strategie altrui. </strong>Vuole diventare soggetto diplomatico, ponte tra mondi diversi, attore capace di trasformare una crisi lontana in occasione di prestigio.</p>



<p>La Libia, ancora una volta, diventa lo specchio del disordine internazionale. Ma questa volta, a bussare alla porta, non è una potenza occidentale tradizionale. È il Pakistan, che cerca nel caos libico una via per contare di più.</p>



<p></p>
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		<title>L&#8217;Africa è ancora nella morsa dell&#8217;instabilità alimentare</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/lafrica-e-ancora-nella-morsa-dellinstabilita-alimentare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 07:06:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Grano]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Maghreb]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 2023 sarà un anno segnato dall&#8217;insicurezza alimentare per l&#8217;Africa, in particolare il Maghreb e il Sahel. Il combinato disposto tra l&#8217;aumento dei prezzi del grano, la persistente crisi climatica e ambientale della regione e le minacce di nuove interruzioni delle forniture alimentari da Paesi come Russia e Ucraina tiene nella morsa dell&#8217;incertezza milioni di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/lafrica-e-ancora-nella-morsa-dellinstabilita-alimentare.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/02/ilgiornale2_202302030804596_3a03842d0aa9b030d87974ae7041fff1-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 2023 sarà un anno segnato dall&#8217;<strong>insicurezza alimentare</strong> per l&#8217;Africa, in particolare il Maghreb e il Sahel. Il combinato disposto tra l&#8217;aumento dei <strong>prezzi del grano</strong>, la persistente crisi climatica e ambientale della regione e le minacce di nuove interruzioni delle forniture alimentari da Paesi come Russia e Ucraina tiene nella morsa dell&#8217;incertezza milioni di africani. A cui nel 2022 si sono aggiunti casi estremi come lo sdoganamento di un anno di siccità nel Corno d&#8217;Africa, le continue invasioni di locuste che distruggono i raccolti tra Somalia e Kenya, le temibili guerre civili nella regione.</p>



<p>L&#8217;Africa, ricorda <em>Voice of America,</em> prima della guerra importava &#8220;30 milioni di tonnellate di cibo dalle nazioni ora in guerra di Russia e Ucraina, e i prezzi dell&#8217;energia, dei fertilizzanti e dei prodotti alimentari sono aumentati dal 40 al 300 per cento&#8221; Per diventare autosufficienti, ha detto il presidente nigeriano Muhammadu Buhari, &#8220;le nazioni africane devono aumentare i finanziamenti per le iniziative agricole e le infrastrutture rurali&#8221;. Ma le sfide da vincere sono enormi.</p>



<p>La Croce Rossa Britannica stima in <strong>146 milioni di persone</strong> gli abitanti dei Paesi africani braccati dalla morsa della carestia. &#8220;La&nbsp;crisi alimentare&nbsp;in&nbsp;Africa&nbsp;è un problema globale” ammoniva l&#8217;allora presidente della filiale italiana Francesco Rocca parlando all&#8217;Unione Africana dei rischi sistemici dettati proprio da questa diffusa instabilità nell&#8217;ottobre scorso. Il World Food Program stima che <a href="https://www.wfp.org/emergencies/sahel-emergency" target="_blank" rel="noreferrer noopener">12,7 milioni sono solo in tre Stati: Niger, Burkina Faso e Mali, centrali della</a> tensione e veri e propri &#8220;buchi neri&#8221; del Sahel. In cui l&#8217;incertezza alimentare apre spazio al radicalismo, alla divisone delle comunità, alle persecuzioni di chi, come sempre di <a href="https://it.insideover.com/religioni/il-sahel-fronte-critico-per-i-cristiani-perseguitati.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">più accade ai cristiani, è visto come &#8220;capro espiatorio</a>&#8221; per le fragilità sociali. 22 milioni sono assediati dalla siccità nel Corno d&#8217;Africa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="933" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-933x1024.jpg" alt="" class="wp-image-370269" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-933x1024.jpg 933w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-273x300.jpg 273w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-768x843.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-1399x1536.jpg 1399w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-scaled.jpg 1748w" sizes="auto, (max-width: 933px) 100vw, 933px" /></figure>



<p><em>Formiche</em> sottolinea che &#8220;secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, Fao, nel 2022 i prezzi dei prodotti alimentari a livello mondiale sono aumentati del 14,3% rispetto al 2021, segnando l’incremento più alto mai registrato dal 1990&#8221;, anno seguito alla fine della Guerra Fredda e fonte di tensione sulle commodities globali. </p>



<p>In diversi Paesi, nel Maghreb, le conseguenze della <strong>crisi alimentare</strong> stanno già apparendo in tutta la loro gravità. Pensiamo all&#8217;esempio, lampante e problematico, <a href="https://it.insideover.com/politica/a-12-anni-dalla-primavera-araba-legitto-e-sullorlo-della-rivolta.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dell&#8217;<strong>Egitto</strong>, travolto dall&#8217;inflazione alimentare e dall&#8217;insicurezza sociale</a>. O al perenne, persistente stato di precarietà della Tunisia. Per fare un esempio, la quota di cittadini con insicurezza alimentare cronica in Egitto è al <a href="https://elements.visualcapitalist.com/how-the-energy-crisis-impacts-food-insecurity/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">27% della popolazione, superiore addirittura al 22% dell&#8217;Ucraina sotto attacco russo.</a> Nei Paesi del cuore del continente si è stabilmente oltre il 50%, compresa la Nigeria, Paese più popoloso d&#8217;Africa, e il buco nero della <strong><a href="https://it.insideover.com/religioni/papa-francesco-vola-in-congo-e-sud-sudan-cosa-svela-la-missione-nella-periferia-della-periferia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Repubblica Democratica del Congo.</a></strong></p>



<p>Il problema è trasversale e comune a molte nazioni. E si risolve nella strutturale e dinamica dipendenza del continente africano da catene del valore e forniture esterne. Che rende l&#8217;Africa la vittima sacrificale delle tensioni geopolitiche ed economiche globali e, al tempo stesso, terra di conquista. Perché l&#8217;insicurezza alimentare è trasformabile dalle potenze che si offrono di risolverla o di ridurla di intensità un asset per inserirsi nelle dinamiche economiche e nelle logiche di potere dei Paesi dell&#8217;area. Le mosse della <a href="https://it.insideover.com/politica/nuovi-incontri-usa-russia-in-turchia-perche-istanbul-e-la-capitale-della-diplomazia.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Turchia, grande mediatrice</strong> degli accordi sul grano,</a> hanno una valenza anche riguardante la volontà di inserimento in Africa. Continente che è trincea di scontro tra le grandi potenze e oggetto di mire strategiche a tutto campo. Spesso alimentate sulla pelle dei cittadini di un&#8217;Africa che fatica ancora a rompere tutte le catene del sottosviluppo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/lafrica-e-ancora-nella-morsa-dellinstabilita-alimentare.html">L&#8217;Africa è ancora nella morsa dell&#8217;instabilità alimentare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Le mani di Cina, Russia e Turchia sul Maghreb (a scapito dell&#8217;Europa)</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/le-mani-di-cina-russia-e-turchia-sul-maghreb-a-scapito-delleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 09:38:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Maghreb]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="moschea cina algeria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Maghreb non è più un affare solo europeo. O meglio: ci sono tre nuovi attori che stanno gradualmente estromettendo la storica influenza che Francia e altre potenze affini avevano sempre avuto sull&#8217;Africa nord-occidentale. Dalla Mauritania al Marocco, dalla Tunisia alla Libia, passando per l&#8217;Algeria, è sempre più marcata e forte la presenza di Cina, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/le-mani-di-cina-russia-e-turchia-sul-maghreb-a-scapito-delleuropa.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/le-mani-di-cina-russia-e-turchia-sul-maghreb-a-scapito-delleuropa.html">Le mani di Cina, Russia e Turchia sul Maghreb (a scapito dell&#8217;Europa)</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="moschea cina algeria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/mosche-algeri-cina-la-presse-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il <strong>Maghreb</strong> non è più un affare solo europeo. O meglio: ci sono tre nuovi attori che stanno gradualmente estromettendo la storica influenza che Francia e altre potenze affini avevano sempre avuto sull&#8217;Africa nord-occidentale. Dalla Mauritania al Marocco, dalla Tunisia alla Libia, passando per l&#8217;Algeria, è sempre più marcata e forte la presenza di Cina, Russia e Turchia, Paesi che hanno fatto capolino nella regione soltanto da pochi anni o decenni.</p>
<p>Sia chiaro, Pechino, Mosca e Ankara operano ciascuno seguendo il proprio modus operandi e nell&#8217;intenzione di conseguire obiettivi tra loro differenti. Tuttavia, la conseguenza della loro presenza nel Maghreb è la stessa: la creazione di <strong>relazioni diplomatiche alternative</strong> ai tradizionali legami vigenti tra i Paesi nordafricani e quelli europei, con l&#8217;inevitabile eclissi del coinvolgimento di questi ultimi dalle vicende locali. È così che si stanno formando inedite sfere di influenza e canali economico-commerciali fino a poco fa inesistenti.</p>
<p>Come ha sottolineato <a href="https://asiatimes.com/2021/06/china-russia-turkey-edging-europe-out-of-the-maghreb/"><em>Asia Times</em></a>, nel corso degli ultimi anni il Maghreb si è trasformato in un campo sempre più affollato. A rimetterci, in primis, la <strong>Francia</strong>. A causa delle sue vicissitudini storiche, Parigi aveva radici piuttosto profonde nella regione, soprattutto a cavallo tra Algeria e Tunisia. Eppure, l&#8217;ombra francese è a sua volta oscurata da ombre ancora più grandi.</p>
<h2>Il Maghreb tra passato, presente e futuro</h2>
<p>Il braccio di ferro in corso nel Maghreb coinvolge più campi, e non riguarda soltanto l&#8217;influenza politica ma anche la distribuzione di armi, soldati e perfino il commercio. E pensare che dal XIX secolo in poi praticamente tutta l&#8217;Africa nord-occidentale è stata dominata dalle <strong>potenze coloniali europee</strong>. La Francia aveva piantato le sue bandierine in Tunisia e Algeria, oltre che in Marocco, in condivisione con la Spagna; più tardi fu la volta dell&#8217;Italia, che virò sulla Libia. Tra gli anni &#8217;50 e &#8217;60, in seguito a varie guerre di indipendenza, i Paesi dominati dai governi stranieri riuscirono a ottenere la tanto agognata libertà.</p>
<p>Ciò nonostante i legami con le ex potenze coloniale rimasero stabili per molti decenni a venire. Tanto è vero che nel 2019 Francia, Italia e Spagna erano ancora i primi tre partner commerciali di Algeria, Marocco e Tunisia, mentre l&#8217;Unione europea poteva vantare più della metà di tutti gli scambi nel Maghreb. Impossibile, poi, ignorare le <strong>relazioni culturali</strong>: moltissimi cittadini francesi, ad esempio, sono di origine maghrebina così come la lingua francese è ancora parlata in Algeria, Tunisia e Marocco.</p>
<p>Quanto appena scritto vale per il passato e per una parte del presente. Il futuro potrebbe però essere completamente diverso. In seguito alla <strong>crisi economica</strong> che ha colpito l&#8217;Europa e al progressivo disinteressamento degli <strong>Stati Uniti</strong> nei confronti dell&#8217;Africa, i Paesi del Magrheb hanno iniziato a tessere <strong>nuove trame</strong>. Poiché Bruxelles non riesce a colmare il vuoto lasciato da Washington – per motivi economici, ma forse anche di strategia politica – ecco che si sono create praterie per Cina, Russia e Turchia. Ben felici di espandere la propria influenza in un&#8217;<strong>area strategica</strong>, per giunta a ridosso del <strong>Mar Mediterraneo</strong>.</p>
<h2>Cina, Russia e Turchia: i nuovi attori</h2>
<p>Prendiamo la <strong>Turchia</strong> di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-recep-tayyip-erdogan.html">Recep Tayyip Erdogan</a>. Dal punto di vista militare Ankara <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-erdogan-abbaia-ma-non-morde.html">può dire la sua in Libia</a> e ha truppe dispiegate sul campo in quel di Tripoli; nel commercio, imprese e prodotti turchi stanno guadagnando terreno in Algeria, Marocco e <a href="https://it.insideover.com/economia/la-tunisia-vuole-essere-lhub-africano-di-pechino.html">Tunisia</a>. Poi c&#8217;è la politica: uno dei più grandi partiti della Tunisia, L&#8217;Ennahda Party, sarebbe legato ai Fratelli Musulmani, a sua volta sostenuto da Ankara. Infine il soft power: sempre più forte il potere morbido turco, grazie alla diffusione di serie Tv e scambi educativi.</p>
<p>Passiamo adesso alla <strong>Russia</strong>. Anche Mosca è un importante attore militare in Libia, nonché uno dei principali fornitori d&#8217;armi dell&#8217;intera regione. I russi sono coinvolti nel settore energetico algerino grazie ai colossi Gazprom e Lukoil e, in generale, hanno guadagnato potere morbido in tutta l&#8217;area grazie a <a href="https://it.insideover.com/politica/un-vaccino-per-conquistare-lafrica.html">una embrionale diplomazia dei vaccini</a>. Basti pensare che Algeria e Tunisia non solo hanno dato il via libera all&#8217;utilizzo dello Sputnik, ma auspicano pure di produrre il vaccino anti Covid in loco.</p>
<p>Più complesso il dossier in mano alla <strong>Cina</strong>. Pechino ha investito molto nella diplomazia dei vaccini, visto che il Dragone ha inviato nel Maghreb un bel po&#8217; di dosi Sinopharm. Dopo di che, i governi locali apprezzano particolarmente l&#8217;appoggio cinese, visto che la Cina, al contrario dell&#8217;Europa, non parla di diritti umani né critica i governi non democratici. È anche per un motivo del genere che il gigante asiatico ha aumentato la quantità di investimenti nell&#8217;area. I più importanti? La Grande Moschea di Algeri (1 miliardo di dollari) e il ponte Rabat-Sale in Marocco (32,5 milioni di dollari), rispettivamente la moschea più grande in Africa e il ponte più lungo del Continente Nero. Dulcis in fundo, il Maghreb interessa alla Cina anche per via della <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/che-cose-la-nuova-via-della-seta.html">Belt and Road Initiative</a>. Il motivo è semplice: per collegare le rotte commerciali cinesi all&#8217;Europa mediante l&#8217;Africa, non esiste punto d&#8217;appoggio migliore dei Paesi situati lungo la costa nord-occidentale del continente. Vale a dire proprio il Maghreb.</p>
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		<title>Altro che &#8220;isola felice&#8221;:  il Marocco è una fabbrica di jihadisti</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Aug 2017 11:53:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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<p>Migliaia di foreign fighters partiti per l’Iraq e la Siria, cellule terroriste in giro per l’Europa, jihadismo collegato con il narcotraffico e con la tratta dei migranti. Chi pensava che il Marocco fosse l’isola felice dell’Africa settentrionale, probabilmente ha sbagliato. Il regno di Mohammed VI non è per niente un’oasi di pace in un mondo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/altro-isola-felice-marocco-fabbrica-jihadisti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170820202913_24064164.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170820202913_24064164.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170820202913_24064164-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170820202913_24064164-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/08/LAPRESSE_20170820202913_24064164-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Migliaia di foreign fighters partiti per l’Iraq e la Siria, cellule terroriste in giro per l’Europa, jihadismo collegato con il narcotraffico e con la tratta dei migranti. Chi pensava che il Marocco fosse l’isola felice dell’Africa settentrionale, probabilmente ha sbagliato. Il regno di<strong> Mohammed VI</strong> non è per niente un’oasi di pace in un mondo in guerra, ma è semplicemente un’altra faccia di come il terrorismo internazionale di matrice islamista abbia rafforzato la sua rete e si muova nell’ombra. Il Marocco non ha avamposti di <em>Daesh</em> che combattono nel suo territorio, non ha subito attentati devastanti, non ha moti di rivolta connotati dall’islam radicale &#8211; ad eccezione dei moti del Rif, che comunque possiedono una loro peculiarità storica e culturale. Ma questo non esime il regno di Rabat dall’essere uno dei Paesi-chiave dell’islamismo radicale.</p>
<p></p>
<p>Il Marocco non è un’isola felice, ma un sistema del tutto unico nel panorama del terrorismo internazionale. Il fatto che sia rimasto nell’oscurità rispetto ad altri Paesi, è in realtà dovuto principalmente al fatto che la furia degli attentati terroristici non lo abbia ancora colpito. Tuttavia, questa sorta di “pax” del terrorismo ha creato una percezione collettiva del Marocco non realistica, riducendo la sua importanza nel terrorismo internazionale, quasi che fosse un territorio libero da certi rischi. Purtroppo, i recenti attentati in Europa, così come i dati sulle partenze dei miliziani, mostrano una realtà ben diversa: il Marocco è preda del terrorismo internazionale. Ma con una differenza rispetto agli altri Paesi, e cioè che il Marocco è oggetto di reclutamento, ma non di attacchi, diventando in pratica uno dei principale hub dello jihadismo.</p>
<p></p>
<p>Dal Marocco sono partiti i giovani che hanno colpito Barcellona, Turku, Bruxelles e Parigi. Dal Marocco sono partiti migliaia di foreign fighters per combattere in Iraq, Siria e Libia. Un numero impressionante di marocchini è coinvolto in varie forme nel terrorismo internazionale e l’intelligence europea non è ignara di questa minaccia. Lo jihadismo marocchino è, infatti, molto più sottile e ramificato rispetto a quello di altri Paesi, perché si fonda su organizzazioni non soltanto ideologiche, ma soprattutto criminali. La povertà, l’emarginazione sociale e la mancanza di lavoro, sono elementi su cui si basa non soltanto la politica di reclutamento del Califfato, ma anche quella della criminalità organizzata, che in Marocco si fonda sul traffico dei migranti e sul narcotraffico. Droga, emigrazione, jihadismo, formato tre binari del terrore che si uniscono e formano un blocco pericolosissimo per la sicurezza europea, e la Spagna, in particolare, è il primo Paese ad essere minacciato da questa situazione esplosiva, non solo per la vicinanza geografica al Marocco, ma anche per la presenza di Ceuta e Melilla. Le due enclave sono un punto nevralgico del terrorismo internazionale, perché una volta infiltrati nelle due città, i terroristi si sono automaticamente infiltrati in Europa.</p>
<p></p>
<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;626&#8243; gal_title=&#8221;FAMIGLIA MAROCCHINA TERRORISTA DI BARCELLONA&#8221;]</p>
<p>L’intelligence di Madrid ha da tempo intavolato rapporti di collaborazione strettissimi con le forze di sicurezza marocchine. Rabat si è dimostrata disposta a collaborare, ed ha attivato operazioni delle forze dell’ordine su tutto il territorio per contrastare in particolare il traffico di armi, droga e di migranti.<strong> Nella lotta al terrorismo islamico, il governo marocchino si è impegnato con lo smantellamento di centinaia di cellule jihadiste e aiutando le forze occidentali nell’individuare le minacce per gli altri Paesi</strong>, ma il problema vero risiede nel fatto che il risveglio del terrorismo islamico in Nord Africa rischia di trovare un Marocco completamente impreparato e privo di fondi per far fronte a fenomeni che potrebbero presto coinvolgerlo. Il flusso di migranti è in aumento, e con esso i rischi che i gruppi legati ad Al Qaeda nel Maghreb si finanzino e trovino nuovi combattenti. Secondo gli ultimi dati, la rotta dell’Africa occidentale sta diventando sempre più utilizzata dai trafficanti di uomini, e questo innesca un pericoloso circuito di traffici che passano in territori controllati dalla criminalità organizzata e legati anche al terrorismo islamico. Traffici che arrivano in Spagna e che si legano allo jihadismo iberico, fomentando quindi una filiera che unisce il Nordafrica all’Europa utilizzando le centrali terroristiche presenti in territorio spagnolo. Una minaccia da non sottovalutare, e che l’attentato delle Ramblas ha dimostrato essere tutt’altro che remota: il Marocco è tutt’altro che escluso dal terrorismo islamico. Il fatto che sia passato nell’ombra potrebbe anzi averlo trasformato in uno degli avamposti più pericolosi per l’Europa.</p>
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		<title>I jihadisti del Maghreb si uniscono ad Al Qaeda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jun 2017 10:38:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="726" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-300x170.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-768x436.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-1024x581.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Le sigle jihadiste del Nordafrica hanno deciso di unirsi in una grande confederazione del terrore. Il nome dell’unione di queste sigle è «Jamaat Nusrat Al Islam wa Al Muslimin», che tradotto vuole dire «Fronte di supporto all’Islam e ai Musulmani». Un nome che fa tremare le intelligence del mondo africano quanto quello occidentale, perché per &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/jihadisti-del-maghreb-si-uniscono-ad-al-qaeda.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="726" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-300x170.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-768x436.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-1024x581.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/06/C58Bp-mWMAQZTd0-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p><p>Le sigle jihadiste del Nordafrica hanno deciso di unirsi in una grande confederazione del terrore. Il nome dell’unione di queste sigle è «Jamaat Nusrat Al Islam wa Al Muslimin», che tradotto vuole dire «Fronte di supporto all’Islam e ai Musulmani». Un nome che fa tremare le intelligence del mondo africano quanto quello occidentale, perché per la prima volta nella storia recente del terrorismo islamico nordafricano, una serie di gruppi terroristi decide di unirsi in un’unica coalizione per colpire più a fondo i Paesi nemici. In particolare, a far preoccupare ancora di più, è il fatto che quest’unione del terrorismo nordafricano si è posto sotto la leadership e guida di Al Qaeda nel Maghreb, l’AQIM, una vera e propria minaccia per la parte occidentale dell’Africa e l’Europa.«Jamaat Nusrat Al Islam wa Al Muslimin» preoccupa, perché dentro di esso si nascondono tante sigle che rappresentano, unite, una forza dirompente nel panorama terrorista del territorio africano. In essa si trovano gruppi e gruppuscoli della costellazione jihadista nordafricana, ma anche forze più potenti come il gruppo Al Murabitun dell’Algeria, Ansar Dine e katiba Macina del Mali. Gruppi che da anni imperversano nell’area e che, sotto la guida di Al Qaeda, possono crescere e colpire in modo più incisivo. La loro ideologia è sempre la stessa: lo jihadismo salafita.L’obiettivo dichiarato è colpire l’Occidente e gli Stati del Nordafrica che ne sono complici. Una minaccia ancora più forte, se si pensa che operano a pochi chilometri dal confine spagnolo di Ceuta e Melilla. E la scelta del nome del loro mezzo di propaganda non lascia spazio ad interpretazioni sulla loro volontà di colpire la Spagna e infine l’Europa: Al-Zallaqa. Un nome evocativo, che ricorda a tutti quello di un’antica battaglia del 1086 tra gli eserciti cristiani guidati da Alfonso di Castiglia e gli eserciti almoravidi, che per la storiografia cristiana è passata sotto il nome di battaglia di Sagrajas. I        cristiani subirono una disfatta tremenda, gli almoravidi giunti dal Marocco devastarono le truppe ispaniche e al campo di battaglia diedero il nome di Al-Zallaqa, che voleva dire “terreno scivoloso”, per ricordare la quantità di sangue versato dai cristiani su quella terra.Dopo quasi mille anni, Al Zallaqa ritorna nell’immaginario collettivo magrebino e della Spagna. Lo fa con il terrorismo. In particolare quello di Al Qaeda, rete che in Africa è ancora molto potente e che, soprattutto nel Maghreb, tiene testa da tempo alle sigle affiliate allo Stato Islamico. AQIM è ancora quasi sconosciuta e vive in un sistema di clandestinità che desta allarme in tutte le forze di sicurezza della regione. Negli ultimi tempi, alle minacce sono seguiti i fatti: un attentato al quartier generale delle truppe maliane a Gao che ha ucciso 77 soldati. Ed è proprio la presenza del Daesh in Africa, in particolare in Libia, ad aiutare AQIM nel perseguimento della propria politica di affiliazione e di ombra. Tutti gli occhi sono puntati sul Califfato, tralasciando il fatto che altre sigle in altre parti dell’Africa settentrionale, intraprendono il jihad e controllano le rotte che dal Sahel portano al Mediterraneo. Una cintura del terrore che parte da Boko Haram in Nigeria e nelle nazioni limitrofe, sale su, verso il Sahara, dove incontra le sigle affiliate ad Al Qaeda, e poi giunge nel Mediterraneo e in Europa, dove è il Daesh a dominare incontrastato sugli altri gruppi terroristici.Quello che preoccupano in particolare i servizi sia nordafricani sia europei, è l’afflusso di uomini, di foreign fighters, che al ritorno dal fronte siriano e iracheno potrebbero unirsi alle milizie jihadiste rinforzate sotto il comando di Al Qaeda. Marocco e Tunisia hanno migliaia di loro cittadini coinvolti nella guerra del Califfato e, con l’accerchiamento delle ultime roccaforti di Al-Baghdadi, potrebbero tornare, o essere già tornati, per unirsi al fronte salafita nel proprio Paese. Qui i primi Paesi a essere colpiti sarebbero il Marocco, l’Algeria, la Mauritania e anche la Tunisia. Paesi fragili e soprattutto confinanti con l’Europa. Non a caso, negli ultimi tempi, l’Unione Europea, in particolare la Francia e la Germania, ha posto l’attenzione sul ruolo centrale che deve avere la scurezza del Sahel e del Nordafrica. La sensazione è che sia da lì che potrebbe partire una nuova ondata di terrore, che sfrutterebbe da una parte la Libia ormai dissolta e dall’altro, la debolezza cronica di molti Stati dell’Africa centrosettentrionale. Stati che per Daesh, Al Qaeda e i gruppi loro affilati sono i primi Paesi ad essere considerati apostati e traditori per essersi alleati all’Occidente nella lotta al terrorismo salafita. Stati che rappresentano, in ultima analisi, la porta di accesso dell’Africa per l’Europa.</p>
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