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Papa Francesco parte per la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan in un viaggio atteso da tempo e carico di aspettative. Sarà un viaggio di fede, diplomazia e testimonianza. Fede, perché Congo e Sud Sudan sono Paesi in cui la maggioranza della popolazione è cattolica. Diplomazia, perché sono al contempo due Stati colpiti da crisi interne e conflitti civili in cui il Vaticano intende agire da mediatore. Testimonianza, perché il Santo Padre andrà nella periferia più estrema. Una periferia esistenziale, quella dell’Africa colpita dalle guerre oscure e dimenticate, in cui la Chiesa cattolica opera attraverso la proiezione degli arcivescovadi, delle Ong, dei missionari, delle scuole e degli istituti religiosi.

Congo e Sud Sudan sono quella “fine del mondo” di cui Bergoglio parla da un decennio. Sono l’ultima frontiera dell’evangelizzazione, terre cristiane segnate da dure guerre intestine. Vittime della corsa globale all’Africa che alimenta la corsa alle risorse, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, lo strapotere dei signori della guerra. Simbolo della povertà di un continente che deve sanare le sue contraddizioni per arrivare a un vero sviluppo. E in cui la Chiesa c’è. Vatican News ha parlato dell’attività della Caritas in entrambi i fronti per la sicurezza alimentare, la lotta allo sfruttamento delle risorse, la difesa degli emarginati.

Parliamo di Paesi da tempo nei radar del Pontefice. Nella memoria, ha scritto Settimana News, “resta scolpita la potente immagine del papa in Vaticano che l’11 aprile del 2019 invocando la fine della guerra civile in Sud Sudan baciò i piedi dei due eterni contendenti: il presidente Salva Kiir e il suo vice Riek Machar. Così come lo scorso luglio si appellò ai governanti di Kinshasa e Juba invitandoli a voltare pagina per tracciare piste nuove, cammini nuovi di riconciliazione e perdono“.

Come in Repubblica Centrafricana nel 2015, Papa Francesco viaggia in Africa per provare a spegnere un focolaio della “Terza guerra mondiale a pezzi”. E porsi come mediatore laddove le potenze locali e globali sembrano disinteressate a garantire la sicurezza. In Congo, in particolare, vive ancora pienamente la tragedia del Kivu, terra in bilico tra guerre civili e interventi esterni di nazioni come il Ruanda, e si agita lo spettro del secessionismo. La Chiesa congolese prega per l’unità e spera nelle garanzie alla sicurezza per il martoriato Paese africano. Articolo21, parimenti, segnala che in Sud Sudan la popolazione profuga all’interno o all’estero è la più grande di tutta l’Africa e le violenze stanno salendo di numero nella regione dell’Alto Nilo, in Kordofan occidentale, negli stati federali di Jonglei e Unity.

In entrambi i casi Papa Francesco si muoverà controcorrente rispetto a un sistema globale anarchico e che precipita verso la lotta hobbesiana di tutti contro tutti. In Congo e Sud Sudan chiederà la fine del conflitto e inviterà i cattolici a farsi pontieri e alfieri della concordia tra etnie. Perseguirà obiettivi politici e teologici, come nella migliore tradizione della Chiesa, provando a sottrarre una parte di Chiesa all’anarchia in cui prospera la sempre più incipiente problematica dell’islamismo radicale che porta con sé la persecuzione dei cristiani.

Il viaggio di Papa Francesco avviene, inoltre, sulla scia della natura di apripista della Comunità di Sant’Egidio. Sempre più decisiva come centrale diplomatica legata al Vaticano, hub di comunicazione con sistemi di potere come quello francese (decisivo in Africa), l’Ong di Trastevere fondata da Andrea Riccardi e che ha dato all’Italia il viceministro degli Esteri Mario Giro, decisivo pontiere con l’Africa nei governi Renzi e Gentiloni, è oggi chiave di volta per l’atterraggio morbido della visita pontificia. In Congo, Sant’Egidio tiene alta la bandiera cattolica a Goma, città dove è stato ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, e a luglio è stata visitata a Kinsasha dal Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin. In Sud Sudan, è addirittura mediatrice del conflitto civile riproponendo lo “schema Mozambico” col processo di Roma che ha avuto l’ultimo round di incontri nei giorni scorsi.

La visita del Papa è anche il trionfo dell’Onu di Trastevere come asset decisivo per la Santa Sede. E ne rilancia la centralità strategica. Aprendo inoltre al Papa la possibilità di lanciare un messaggio globale di pace e normalizzazione di conflitti apparentemente senza fine. Per parlare, in forma indiretta, anche a contesti più vicini a Roma, come quello dell’Ucraina e rilanciare la necessità del dialogo di pace. Il viaggio in Africa è il secondo dopo quello del 2021 in Iraq in una terra martoriata. Seguirà l’Ucraina? Ancora presto per dirlo. Ma la diplomazia di fede e testimonianza di Francesco punta inevitabilmente alla risoluzione dei conflitti. Al centro come alle periferie più estreme.

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