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	<title>Marco Petrelli Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Mon, 23 Jan 2023 14:50:42 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Marco Petrelli Archives - InsideOver</title>
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		<title>Ucraina, le foto di nudo di Only Fans per finanziare le uccisioni</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/ucraina-le-foto-di-nudo-di-only-fans-per-finanziare-le-uccisioni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 15:44:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="564" height="666" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-17-at-11.36.12.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-17-at-11.36.12.jpeg 564w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-17-at-11.36.12-254x300.jpeg 254w" sizes="(max-width: 564px) 100vw, 564px" /></p>
<p>Gente comune che mette la banconota nell’elastico degli slip di sedicenti legionari per poterli vedere ammazzare il nemico.&#160; “Shoot fotografico completamente nudo. Le posizioni politiche espresse sono mie. Ogni guadagno andrà alla Legione Georgiana (eccetto il 20% per OnlyFans) il periodo di donazione garantito termina il 12/12/22” è quanto si legge sul profilo di Lily &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/ucraina-le-foto-di-nudo-di-only-fans-per-finanziare-le-uccisioni.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="564" height="666" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-17-at-11.36.12.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-17-at-11.36.12.jpeg 564w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/WhatsApp-Image-2022-12-17-at-11.36.12-254x300.jpeg 254w" sizes="(max-width: 564px) 100vw, 564px" /></p>
<p>Gente comune che mette la banconota nell’elastico degli slip di sedicenti legionari per poterli vedere ammazzare il nemico.&nbsp;</p>



<p>“Shoot fotografico completamente nudo. Le posizioni politiche espresse sono mie. Ogni guadagno andrà alla Legione Georgiana (eccetto il 20% per OnlyFans) <em> </em>il periodo di donazione garantito termina il 12/12/22” è quanto si legge sul <a href="https://onlyfans.com/465492706/lily_stx">profilo di Lily Starks</a>, modella orientata al BDSM-switch (alternanza ruolo dominatore/sottomesso).&nbsp;</p>



<p>Il link per accedere alla sua pagina e per acquistare lo shot è reperibile su Twitter, dove la Legione Georgiana è particolarmente attiva.&nbsp;</p>



<p>Già, perché i volontari che invitano a mettere un like per vedere le immagini <a href="https://twitter.com/11Knuk123/status/1603045363258200065?s=20">dei “Wagner” ammazzati</a> (vedi profilo ufficiale @georgian_legion), si finanziano anche con altri canali destinati al <em>crowdfunding</em> che sembrano funzionare bene, considerato che quasi ogni giorno la Legione pubblica le cifre raccolte. Cifre al centesimo o allo&nbsp;<em>strip</em>, se ci passate la battuta…&nbsp;</p>



<p>Maggiore sdegno dovrebbe poi provocare il ricorso alla sessualità per “finanziare” i combattenti di una guerra che sta assumendo contorni sempre più inquietanti: torture, uccisioni riprese per la gioia dei follower, tonnellate di armi che, ad ostilità finite, non si sa che fine faranno.&nbsp;</p>



<p>Ma il sesso è soltanto uno dei finanziamenti sfruttati per un conflitto sempre più irregolare e raccontato sui social network. Qualche giorno fa la Legione Georgiana ha catturato un blindato russo, subito spacciato per&nbsp;<em>tank</em>&nbsp;(tanto nessuno conosce la differenza). Acquisito nel parco macchine della Legione, si coinvolgono i followers per scegliere un nome da dare al mezzo… dietro pagamento. Hashtag: #pimpmytiger laddove “pimp” è un verbo a doppio senso: “equipaggiare” e “fare il pappone”. Insomma, la guerra ucraina diventa una succursale del&nbsp;<em>Saturday Night Live</em>, che piace come l’originale. Il 13 dicembre, ad esempio, l’utente Taras Reshetylo propone di chiamare la blindo “OPTiger” postando, in allegato, la ricevuta di versamento: 50 sterline.&nbsp;</p>



<p>Dici, come ha fatto? Nulla di più facile, perché la Legione fornisce varie alternative: PayPal, bonifico bancario, BTC, Monobank. E, infatti, il 15 dicembre: “$6222, ragazzi, per favore siate civili scegliendo il nome del tank”.</p>



<p>Oltre seimila dollari per il nome di un blindato. E la preghiera di non esagerare che, scritto dagli stessi che chiedono un like per vedere i morti, fa pensare che gli utenti di Twitter si siano scatenati con nomi a dir poco bestiali.&nbsp;</p>



<p>Ricorda Sun Tsu: “Il massimo dell’abilità è sconfiggere il nemico senza combattere”.  L’aspetto psicologico e della propaganda in un conflitto è infatti pari, se non maggiore, all’impiego di truppe sul terreno.&nbsp;Ma qui si sta andando oltre: non i buoni del tesoro per le truppe sul Piave, non l’oro alla Patria né i bot Usa per sconfiggere Hitler ed Hiroito ma una&nbsp;<em>lap dance</em>&nbsp;di sangue, con gente comune che mette la banconota nell’elastico degli slip di sedicenti legionari per poterli vedere ammazzare il nemico.&nbsp;</p>



<p>E l’Occidente tace, chiuso nella sua supponenza, nella sua fragilità e nella memoria corta. Agli inizi degli Anni ’90 l’opinione pubblica internazionale provò immotivato orrore nell’apprendere l’esistenza delle reti stay-behind Nato, uomini e donne che, &#8211; Silente libertatem servo &#8211; , difesero con coraggio, onore, professionalità e discrezione la nostra preziosa libertà. Oggi, si fa invece il tifo per combattenti (ucraini e russi) improvvisati di una guerra&nbsp;<em>icona pop</em>&nbsp;dei social, che ci raccontano morte e sofferenza quasi fossero la trama d’un film.&nbsp;</p>



<p>Una vergogna che passa anche per le operazioni bancarie di chi trova lecito dare denaro a persone che si divertono ad uccidere.&nbsp;Tendenze da un &#8220;dark web&#8221; ormai alla portata di chiunque. </p>
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		<item>
		<title>La penetrazione di Mosca in Afghanistan</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-penetrazione-di-mosca-in-afghanistan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Nov 2022 14:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Ucraina nella Nato e l’Afghanistan russo. Se l’Ucraina è ormai legata a doppio filo all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, l’Afghanistan sta progressivamente tornando nell’orbita russa, a trent’anni dal ritiro della 40° Armata sovietica. In verità l’Urss prima e la Federazione Russa poi non hanno mai perso di vista lo Stato centro-asiatico, cruciale per la sicurezza e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-penetrazione-di-mosca-in-afghanistan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221115142635874_5257dda6f6807aeef6222ce814042665-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’<strong>Ucraina</strong> nella Nato e l’<strong>Afghanistan</strong> russo. Se l’Ucraina è ormai legata a doppio filo all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, l’Afghanistan sta progressivamente tornando nell’orbita russa, a trent’anni dal ritiro della 40° Armata sovietica. In verità l’Urss prima e la Federazione Russa poi non hanno mai perso di vista lo Stato centro-asiatico, cruciale per la sicurezza e la stabilità di Mosca nell’Asia centrale. Così, il Cremlino ha iniziato schierando dapprima la 201° motorizzata nel 1991 lungo il confine con Tajikistan ed Uzbekistan, per poi tessere una rete sempre più fitta di rapporti commerciali e diplomatici con i governi afgani. </p>



<p>Le <strong>missioni ISAF</strong> e <strong>Resolute Support</strong>, per Vladimir Putin, non erano il problema. Ovvero, lo erano in parte poiché la Russia mal digeriva la presenza Nato in un&#8217;area che ritiene parte della sua sfera d&#8217;influenza. La priorità, tuttavia, era tentare di inserirsi nel dialogo internazionale della Repubblica islamica poi dell’Emirato talebano, garantendo maggiori affidabilità e neutralità dell&#8217;Occidente a guida americana</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le pesanti eredità della guerra</h2>



<p>Nel corso degli ultimi dodici mesi (ed a fronte della gravissima crisi economica ed alimentare in cui versa l’Afghanistan), Mosca si è mostrata solidale con i talebani, ponendosi quale nazione amica e sulla quale contare in una situazione d’emergenza.&nbsp;Ultimo atto di un percorso lungo di (ri) costruzione e di normalizzazione dei rapporti diplomatici.</p>



<p>La <strong>campagna sovietica</strong> 1979-1989 ha provocato infatti danni ingenti al Paese: ai cinquantamila caduti russi ed ai diciottomila della Repubblica Democratica d’Afghanistan, vanno aggiunti i circa cento mila combattenti <em>mujaheddeen</em>, due milioni di civili, sette milioni di sfollati ed un numero imprecisato di feriti vittime del conflitto e dei residuati bellici. </p>



<p>La campagna condotta contro i civili con elicotteri d’attacco e mine anti-uomo (le famigerate PFM &#8211; 1 dette anche “pappagalli verdi”) ha certamente contribuito a lasciare, nella popolazione, un ricordo molto negativo della Russia. </p>



<p>Lo stesso presidente <strong>Hamid Karzai</strong>, nel 2010, rinfacciava a Mosca il comportamento del suo esercito durante la guerra. Tale era il risentimento che, anche in seno ad operazioni di polizia internazionale contro il traffico d’eroina, l’acredine anti-russa non tardò a manifestarsi. </p>



<p>Quando Mosca, ad esempio, ammise di aver distrutto circa 157 milioni di sterline di oppio ed eroina provenienti dall’Afghanistan, Karzai ha accusato i russi di aver condotto l’operazione violando la sovranità del paese.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cambio di atteggiamento verso Mosca</h2>



<p>Un atteggiamento molto duro che, però, cambia nel giro di appena un lustro. Già nel dicembre 2016, infatti, ricevendo un diplomatico russo a Kabul Karzai ha dichiarato di apprezzare l’impegno della Russia nel trovare soluzioni tali da condurre alla pacificazione della nazione centro-asiatica.&nbsp;</p>



<p>E quando, a gennaio 2017, il 45° Presidente Usa <strong>Donald Trump</strong> espresse la volontà di migliorare i rapporti con Mosca, il leader afgano ammise che una pace duratura fra Stati Uniti e Russia avrebbe molto giovato anche all&#8217;Afghanistan. Terreno fertile, dunque, per incrementare una penetrazione russa che si è mossa seguendo due direttrici: aiuti economici e solidarietà da un lato; leva sulle difficoltà della Nato dall’altro. </p>



<p>Come accaduto loro trent’anni prima, i russi hanno compreso che l’Alleanza Atlantica non sarebbe mai riuscita a pacificare le tante, battagliere anime/etnie dell’Afghanistan. E che la cicatrizzazione delle ferite del lacerato tessuto sociale avrebbe richiesto un tempo certamente superiore a qualunque più rosea aspettativa degli Occidentali. Conoscitori del territorio ed osservatori esterni, dunque, i russi avanzavano lentamente proponendosi quali arbitro internazionale nella soluzione dell’<em>affaire</em> Afghanistan, al fine di conquistare maggiore credibilità fra le parti belligeranti. </p>



<p>Inoltre, la dura guerra condotta dalla Russia contro l’<strong>Isis</strong> in Siria ha giovato alla sua immagine sia agli occhi di Kabul sia agli occhi dei talebani. Nel 2015, come noto, lo Stato Islamico si è infiltrato anche in Afghanistan, restando tutt’ora molto forte. E combattendo, senza distinzioni, le forze MAto, gli alleati locali ed anche i talebani. Nel 2019, poi, in occasione dei primi colloqui di pace pianificati dall’amministrazione Trump, anche la Russia si è detta disponibile a garantire incontri “inclusivi” per raggiungere quanto prima la pace, in controtendenza rispetto agli Stati Uniti.</p>



<p>Nell’estate ’19, il portavoce del ministero degli esteri di Kabul, in un’intervista rilasciata alla stampa russa, rammentava l’apprezzamento dell’esecutivo di Kabul per la linea adottata dal Cremlino di trovare una soluzione coinvolgendo, tutti, gli attori in campo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il disastroso ritiro Usa dall&#8217;Afghanistan</h2>



<p>Con precipitosa ritirata delle forze occidentali nell&#8217;estate di un anno fa e con il ritorno dei talebani, la Russia ha da un lato condannato la politica repressiva dell&#8217;Emirato, per poi riallacciare contatti mano a mano più stretti. Ad oggi, la Russia è unico dei pochi (15) Paesi ad avere una sede diplomatica nell&#8217;Emirato. L&#8217;interesse principale di Putin sarebbe evitare che il Paese finisca nuovamente in una guerra civile: &#8220;I servizi segreti occidentali&#8221;, ha riportato Tass, &#8220;principalmente quelli statunitensi e britannici, stanno fornendo sostegno ai gruppi che si oppongono ai talebani, incoraggiandoli a coprire le zone di confine di alcuni paesi dell&#8217;Asia centrale. Siamo consapevoli dei rischi e delle minacce che ciò comporta e pertanto manteniamo il necessario livello di contatti con la leadership del movimento talebano&#8221;.</p>



<p>Non pensieri di Mosca, non c&#8217;è però solo l&#8217;Afghanistan, ma anche l&#8217;<strong>Asia centrale</strong> cioè quei paesi sopracitati ancora legati a Mosca e che rappresentano il <em>ventre molle</em> della sicurezza russa. Da lì, oltre ai terroristi, transitano droga e clandestini verso la Federazione e verso l&#8217;Europa. Dunque, stabilizzare l&#8217;Afghanistan significa garantirsi protezione sul fianco sud. Ma non solo. Gli Usa hanno finora inviato 1,1 miliardi di aiuti umanitari a Kabul, contro i 20 miliardi in equipaggiamenti ed armi mandati fra il 2014 ed il gennaio 2022 all&#8217;Ucraina, senza contare i successivi stanziamenti finanziari e militari. </p>



<p>Numeri che giocano a favore di Putin: mentre la Russia tenta di ricostruire la pace in Afghanistan, gli Stati Uniti &#8220;invadono&#8221; di armi Kiev. Si tratterebbe di propaganda spicciola (le guerre per procura sono il &#8220;gioco&#8221; delle grandi potenze sin dai tempi antichi) non fosse che, a fronte dello stallo delle operazioni, ad un conflitto che va avanti da 8 mesi malgrado i continui invii di sistemi d&#8217;arma, ad un&#8217;Europa in bilico fra garantire sostegno agli ucraini e far fronte alla crisi energetica, coinvolgere Kabul nella ricostruzione e nella pacificazione è un colpo molto duro sia a Biden sia alla Nato. </p>



<p>La Russia che ha invaso l&#8217;Ucraina e ad oggi isolata a livello mondiale, si propone come soluzione al caos seguito al ritiro dall&#8217;Afghanistan. Uno schiaffo agli Stati Uniti e ad un&#8217;Ue i cui destini sono quanto mai legati alle decisioni della Casa Bianca. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo della Cina</h2>



<p>Nello scacchiere non può non trovare posto anche la Cina. Strategia di sicurezza, credibilità e rafforzamento dell&#8217;asse con Pechino e con le nazioni dell&#8217;Asia centrale e del Medio Oriente restano sul tavolo per Kabul. La Repubblica popolare confina infatti con l&#8217;Afghanistan, così come vi confina l&#8217;Iran altra nazione isolata a seguito delle proteste scaturite dalla morte di Mahsa Amici ed a rischio destabilizzazione. </p>



<p>Se gli Stati Uniti dunque hanno posto sotto l&#8217;ombrello della Nato quasi tutti gli ex membri dell&#8217;ex <strong>Patto di Varsavia</strong>, la Federazione trova nuovi spazi e nuova linfa offrendosi come garante diplomatico e come risorsa commerciale ed economica a quei paesi che si sentono danneggiati dalle politiche americane. Come l&#8217;Iran, appunto, e come l&#8217;Afghanistan grande dimenticato, in piena crisi umanitaria e scomparso dal radar della politica internazionale e dei network occidentali ormai fissi sull&#8217;Ucraina. </p>
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		<title>La vera storia delle deportazioni in Russia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-vera-storia-delle-deportazioni-in-russia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2022 14:25:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1433" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-1024x764.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-768x573.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-1536x1147.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220822162500368_3c992f3c8049209b261815cb7bd86e2c-2048x1529.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nelle ultime settimane i media occidentali hanno riportato notizie, agghiaccianti, di deportazioni in Siberia e di adozioni forzate in Russia. A lungo dimenticate dalla storiografia e dalla informazione, le deportazioni di staliniana memoria sembrano essere tornate di scottante attualità nella aree occupate da Mosca. O almeno, stando alla stampa occidentale. Cosa conosciamo, in realtà, di questa &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-vera-storia-delle-deportazioni-in-russia.html">[...]</a></p>
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<p>“Secondo il Servizio federale per la migrazione, negli ultimi due anni sono venute in Siberia e nell&#8217;Estremo Oriente circa 70.000 persone, di cui oltre 29.000 dall&#8217;Ucraina. Complessivamente, dal 2014 sono arrivati ​​in Russia più di 150.000 ucraini” scriveva l’agenzia russa <em>Tass</em> il 16 febbraio 2016 nella nota: “Ai rifugiati ucraini verrà offerto di stabilirsi in Siberia, nell&#8217;Estremo Oriente”.</p>
<p>Si, sembra assurdo specie dopo le accuse di dispotismo e tirannia lanciate dall’Ucraina e dal resto del mondo alla Federazione, eppure la Russia è stata meta battuta da migliaia di migranti ucraini sino a tempi non sospetti. Tendenza confermata da un rapporto pubblicato nel 2020 da <em>Migrants and refugees section</em>, agenzia dello Stato vaticano: “Nel 2019 la Russia ha accolto 98 mila migranti, quasi il doppio rispetto all&#8217;anno precedente (57 mila). Questi numeri sono i più alti dell&#8217;ultimo decennio. I flussi maggiori provengono da <b>Armenia </b>e<b> Ucraina</b>, mentre sono in decrescita da Bielorussia e Moldavia”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Una settimana prima della guerra, inoltre, <em>Al Jazeera</em> scriveva che, al 2018, circa 3 milioni di ucraini vivono in territorio russo. Territorio che misura 17 milioni di chilometri quadrati di cui 13 milioni sono Siberia.</p>
<p>Ora, va da sé che di fronte ad un’area così vasta Mosca cerchi di realizzare poli industriali e residenziali in zone disabitate, anche perché la Siberia non è soltanto clima rigido e terre selvagge: è lì infatti che si concentrano <strong>grossi giacimenti minerari</strong> ed è lì, che fra il 2013 ed il 2020, il Cremlino avrebbe avviato un piano esplorativo per trovare nuovi “filoni” di <strong>uranio</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>D’altronde, gli zar prima e Stalin poi avevano qui concentrato  i campi di lavoro proprio per sfruttare la manodopera del sistema concentrazionario per le attività estrattive. Anche il conteso Donbass era stato territorio di confino e di lavoro per i deportati, grazie alle sue grandi miniere di carbone. Ai giorni nostri, invece, il Cremlino sembrerebbe guardare all’Estremo oriente russo in una ottica di popolamento, non certo di deportazione.</p>
<p>L’idea, dunque, che civili ucraini siano imprigionati nelle terre gelate di Magadan o in qualche luogo sperduto della steppa appare poco verosimile.<span class="Apple-converted-space"> </span>Di deportazioni si è parlato pure in seguito alla resa dei difensori di Azovstal. Anche in questo caso, la eco della storia ha improvvisamente riproposto, nell’immaginario collettivo, le orrende marce del <i>dawai</i> dei prigionieri dell’Asse verso i campi siberiani.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>A chiarire il perché gli elementi del battaglione Azov (ed altri combattenti) siano stati trasferiti “ad est” è l’articolo 19 della Convenzione di Ginevra relativo al trattamento dei prigionieri di guerra (1949):</p>
<p>“Nel più breve termine possibile dopo la loro cattura, i prigionieri di guerra saranno trasferiti in campi situati in una regione abbastanza distante dalla zona di combatti­mento, perché essi si trovino fuori di pericolo. Non potranno essere trattenuti temporaneamente in zona pericolosa che i prigionieri di guerra i quali, per le loro ferite o le loro malattie, corressero più gravi rischi ad essere trasferiti che a rimanere sul posto”.</p>
<p>Chiaro, gli ultimi difensori di Azovstal non verranno verranno ospitati nel centro di Mosca, ma neanche nel Donbass ancora zona di conflitto. Se la memoria non ci inganna,<span class="Apple-converted-space"> </span>i talebani catturati dagli Usa in Afghanistan finirono in parte a Guantanamo, sull’Isola di Cuba, ad oltre 10mila chilometri da casa. I soldati italiani e tedeschi catturati durante la Seconda guerra mondiale, poi, finirono in campi del Texas, delle Hawaii, sull’Himalaya, in Australia ed in Sudafrica. Stando alla Convenzione, infatti, il luogo deve essere in grado di ospitare i prigionieri e “distante dalle zone di combattimento” e non è specificato a quale precisa distanza. Questo probabilmente perché la localizzazione dei centri di raccolta prigionieri può variare in base alle capacità logistiche della parte cui sono in custodia.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>A scapito delle parole di fuoco di Putin, la medesima Convenzione riconosce quali prigionieri: &#8220;I membri delle altre milizie e degli altri corpi di volontari, compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una Parte bellige­rante e che operano fuori o all’interno del loro proprio territorio, anche se questo territorio è occupato” (art. 4) ed altresì i civili che hanno impugnato le armi per difendere il loro territorio dalle truppe nemiche in avanzata. Dunque, eventuali condanne a morte o il rifiuto di trattare le milizie para militari e straniere (sotto il comando della difesa ucraina) quali regolari prigionieri, sarebbe una grave inadempienza da parte russa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Particolare scalpore fra l’opinione pubblica internazionale è stato inoltre suscitato dal caso dei bambini ucraini “deportati” e “russificati”. Un precedente storico (aberrante) è quello dei <strong>bambini cecoslovacchi</strong> di Lidice: in seguito all’attentato ad Heydrich, la Gestapo rase al suolo due villaggi del Protettorato di Boemia e Moravia massacrandone la popolazione. I bambini sopravvissuti, con caratteristiche ritenute “ariane”, furono poi destinati all’adozione di famiglie tedesche.<span class="Apple-converted-space"> </span>Che ciò accada anche nel XXI Secolo è piuttosto strano. Ma andiamo per gradi.</p>
<p>L’Ucraina è fra le nazioni che vanta il triste primato del maggior numero di orfani</p>
<p>Una piaga che affliggeva Kiev ben prima dell’ “operazione speciale” del 24 febbraio. In una nota del settembre 2014, infatti, l’Unicef denunciava l’esasperante situazione degli orfani nell’Europa orientale, sia in paesi membri dell’Ue (Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania), sia nella Federazione russa, sia in Moldavia ed in Ucraina. E se ciò non risultasse sufficiente a dare un’idea del problema, nel luglio successivo la stessa Unicef segnalava che 1,7 milioni di bambini ucraini fossero esposti a fame, sete e pericoli nell&#8217;est Ucraina, ove si combatteva la guerra del Donbass. Ad esempio nella Mariupol occupata da Kiev, la popolazione era rimasta senz’acqua per via del bombardamento del canale idrico, mentre nella Lugansk in mano ai separatisti si era costretti ad affidarsi a costose alternative per riempire la bottiglia di un po&#8217; d&#8217;acqua.</p>
<p>Non che nella capitale ucraina i bimbi se la cavassero meglio. Undici anni fa, in un servizio dedicato proprio ai bimbi ed agli adolescenti di Kiev, <i>La7 </i>rammentava che: “In Ucraina i bambini sono in stato di abbandono a causa della povertà estrema delle famiglie, all&#8217;instabilità del matrimonio, all&#8217;alto grado di disoccupazione e al dilagante consumo di alcolici” aggiungendo che le strutture destinati ad accoglierli, gli “<em>internat</em>, sono circa 400 ma sono assolutamente insufficienti per contenere tutti i bambini abbandonati esistenti. Versano inoltre in condizioni estremamente disagiate, soprattutto quelli distanti dalla capitale”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Molti di noi ricordano altri servizi dei media italiani sui giovani e sui giovanissimi costretti a vivere alla giornata, riparandosi nelle fogne e nel sottosuolo delle città dell’est Europa, Ucraina compresa. Condizioni gravi e disumane che erano realtà già prima dell&#8217;attacco russo.</p>
<p>Bambini, bambine, ragazzi e ragazze abbandonati erano e sono vittime di <strong>violenza</strong>, <strong>fame</strong>, <strong>sfruttamento</strong> da decenni. Nel servizio <a href="https://it.insideover.com/donne/la-tratta-delle-schiave.html"><em>La tratta delle schiave</em></a> del 2016 <i>InsideOver </i>aveva parlato della piaga della schiavitù sessuale (ai danni soprattutto di ragazze moldave ed ucraine) negli stati del Golfo, tanto amati quanto davvero poco conosciuti da noi occidentali.<span class="Apple-converted-space"> Italiani soprattutto. </span>Tutto ciò non solleva i russi dalle loro responsabilità sulla guerra e sulle sue tragiche conseguenze. Aiuta semmai a porsi qualche domanda in più di fronte ad una informazione, quella sul conflitto, che ascolta una sole voce, rifiuta altre opinioni condizionando, di fatto, la percezione del pubblico occidentale</p>
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		<title>Ucraina, la guerra della propaganda</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ucraina-la-guerra-della-propaganda.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2022 14:17:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1247" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-1024x665.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-768x499.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-1536x997.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-2048x1329.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>The Moscow Times è il giornale più diffuso negli alberghi di Mosca. In inglese, dunque indirizzato agli stranieri che alloggiano nel centro della Capitale. Lo ricordiamo sui tavoli del lounge bar, così come accanto ai portieri (siberiani) il cui inglese si riduceva ad un forzato “good morning”, accompagnato da un generoso sorriso.  A The Moscow &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-la-guerra-della-propaganda.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1247" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-1024x665.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-768x499.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-1536x997.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220803160826834_4434488e613143c3149b4b18a710a89b-2048x1329.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><em>The Moscow Times</em> è il giornale più diffuso negli alberghi di Mosca. In inglese, dunque indirizzato agli stranieri che alloggiano nel centro della Capitale. Lo ricordiamo sui tavoli del lounge bar, così come accanto ai portieri (siberiani) il cui inglese si riduceva ad un forzato “good morning”, accompagnato da un generoso sorriso.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>A <em>The Moscow Times</em> lavorano peraltro molti giornalisti stranieri, specie inglesi ed americani. O, almeno così era fino a poco prima dell’<strong>invasione dell’Ucraina</strong>. Politica, attualità ma soprattutto cultura affinché l’ospite internazionale fosse ben informato sulla storia e sui traguardi della Russia zarista, sovietica e putiniana.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>“Occhio che è la voce del regime” scherzavano i colleghi italiani quando te lo vedevano fra le mani. Vero che nella Federazione essere distanti dalle posizioni ufficiali del Cremlino è tutt’altro che facile, dunque un po’ tutti i grossi network sono più o meno allineati. Un po’ come accade da noi, in Italia ed in generale in Occidente, dove essere critici su invio armi a Kiev o dubitare dell’appoggio all’Ucraina significa essere marchiati con la lettera scarlatta. Anzi, con la “P” di Putin.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>I russi hanno iniziato a conoscere la democrazia appena trent’anni fa. Non è una scusante, chiaro, ma da Ivan IV di Russia a Nicola Romanov, da Lenin a Gorbacev per oltre quattro secoli monarchia assoluta e regime totalitario hanno rappresentato l’unica forma di stato.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>“Tutti i sovrani russi sono autocrati e nessuno ha il diritto di criticarli, il monarca può esercitare la sua volontà sugli schiavi che Dio gli ha dato. Se non obbedite al sovrano quando egli commette un&#8217;ingiustizia, non solo vi rendete colpevoli di fellonia, ma dannate la vostra anima, perché Dio stesso vi ordina di obbedire ciecamente al vostro principe” scriveva, nel XVI Secolo, il primo zar Ivan IV Il Terribile. Quasi un pronostico di ciò che sarebbe accaduto nel futuro, prossimo e remoto, del paese.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Abbiamo già scritto che Putin ha saputo coniugare storia e tradizioni della Russia zarista con l’identità sovietica, al fine di forgiare una nazione nuova capace di uscire dal periodo buio, caotico e senza prospettive della presidenza Elcin. E lo ha fatto con una formula democratica molto lontana dalle democrazie liberali ma che, ad oggi, sembra funzionare. Diritti a parte…<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Dopo la parentesi sanzionatoria apertasi con l’annessione della Crimea, l’Occidente ha stretto la morsa delle <strong>sanzioni</strong> e aumentato le accuse per <strong>violazione delle libertà fondamentali</strong> all’ombra del Cremlino, con l’invasione dell’Ucraina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Una morsa così stretta i cui effetti si sono riflessi anche sul nostro modo di concepire e di capire il conflitto in corso.<span class="Apple-converted-space"> </span>Forse mossi dall’idea del “fin di bene”, i governi ed i media europei e statunitensi hanno sempre condannato, senza se e senza ma, la politica estera aggressiva dei russi, dalla Crimea alla Siria sino alla guerra ucraina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Posizioni drastiche, che non ammettono repliche né critiche. Un po’ come in Russia, insomma, con la differenza che la tradizione democratica europea ha modelli più antichi e fondamenta più salde.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’Italia, fra i principali partner commerciali della Russia (nel 1924 fu il primo paese d’Occidente a riconoscere l’Urss), si è schierata contro Mosca con maggiore acredine rispetto a tutti gli altri membri Ue e dell’Alleanza, dato riscontrato (e rinfacciato) dallo stesso Ministro plenipotenziario agli Esteri <strong>Sergej Lavrov</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>I network ed i quotidiani nazionali hanno sostenuto le tesi anti-russe del Governo Draghi, imponendo una forma velata di bavaglio a qualunque opinione si discostasse dalle posizioni ufficiali.<span class="Apple-converted-space"> </span>I giornalisti russi ridicolizzati nei talk show, i colleghi italiani accusati di essere filo-Putin, tentativi di gogna mediatica (ritirare il Premio Ischia a Toni Capuozzo), il ricorso alla risibile accusa di simpatie filo-russe rivolta da una parte della politica alle forze conservatrici.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Risibile perché tutti, dalla sinistra al centro fino alle destre, hanno dialogato con Mosca essendo stata, come già citato, un partner da 7 miliardi di euro di export fino al 2020.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un orientamento che con il giornalismo vero (ricerca della veridicità della notizia) ha ben poco a che fare, soprattutto quando si negano o si dimenticano eventi che potrebbero essere chiave di volta per fornire un’informazione più corretta. Ad esempio, il rifiuto di riconoscere le <strong>operazioni militari</strong> condotte da Kiev contro le repubbliche separatiste del Donbass per otto anni, costate diecimila morti ad entrambi gli schieramenti, oltre tremila vittime civili ed un milione e mezzo di sfollati. O, ancora, accettare che una parte della difesa ucraina sia in mano ad elementi neo-nazisti, nazionalisti ed avventurieri arruolati nelle curve e nei partiti più sciovinisti della politica ucraina. Una riproposizione, in chiave contemporanea, delle famigerate <i>Tigri di Arkan </i>ex ultrà del Belgrado e criminali di guerra.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’Italia è forse il Paese Ue più fertile per il giornalismo di parte. Esiste una linea principale e quella va seguita. Poi sì, si possono seguire anche altre strade ma il percorso diventa poi molto difficile. Studiare serve solo se la cultura è “veicolabile” al fine di sostenere tesi preparate a tavolino. Abbiamo sentito parlare di crimini contro l’umanità sin dalle prime settimane di guerra, ma nessuno ha mai dato voce a quella fetta di popolazione del Donbass che per anni ha subito il nazionalismo delle forze ucraine. Abbiamo accettato, come oro colato, qualunque dichiarazione provenisse da Kiev senza controbilanciarla con le poche (ma se si vuole reperibili) affermazioni del Cremlino, convinti che quella russa fosse solo propaganda. E dunque non degna di nota.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ora, Putin non ha scusanti per la censura dei media se non, forse, quella della “poca pratica” democratica dovuta ai fattori, storici, sopra elencati. Per l’Italia scuse zero: un giornalismo davvero libero dovrebbe fare dell’obiettività il suo cavallo di battaglia, non cavalcare trend per aumentare la platea dei lettori e per non essere marchiata quale “putinista”. In pochi sembrano rendersene conto ma in questa fase storica, più che mai i giornali rischiano di perdere ancora di più credibilità di fronte al pubblico. Pubblico che pare assente ed assorto dai social, ma in realtà attento a ciò che accade ed a porsi domande… quelle stesse domande che dovrebbe farsi un giornalista quando qualcosa non gli sembra tornare.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Quando la Cia era preoccupata per il nazionalismo ucraino</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/langley-1957-locchio-della-cia-sul-nazionalismo-ucraino-2057733.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2022 12:48:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[cronaca IO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1218" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Resa ucraina Azovstal (ANSA)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-1024x650.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-1536x975.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-2048x1299.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>All’alba della Guerra fredda operavano in Ucraina almeno tre grandi gruppi nazionalisti attivi contro l’Unione sovietica. Gruppi che avevano attirato l’attenzione di Langley, interessata ad eventuali operazioni speciali nel territorio della Repubblica socialista d’Ucraina.  Che l’Ucraina fosse patria di sognatori indipendentisti InsideOver ve lo ha già raccontato nel servizio dedicato a Lugansk. E se nell’est &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/langley-1957-locchio-della-cia-sul-nazionalismo-ucraino-2057733.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/langley-1957-locchio-della-cia-sul-nazionalismo-ucraino-2057733.html">Quando la Cia era preoccupata per il nazionalismo ucraino</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1218" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Resa ucraina Azovstal (ANSA)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-1024x650.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-1536x975.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/AYDl71CzLAYtjW3cTJqp_ANSA-2048x1299.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>All’alba della Guerra fredda operavano in <strong>Ucraina</strong> almeno tre grandi gruppi nazionalisti attivi contro l’Unione sovietica. Gruppi che avevano attirato l’attenzione di Langley, interessata ad eventuali operazioni speciali nel territorio della Repubblica socialista d’Ucraina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Che l’Ucraina fosse patria di sognatori indipendentisti <a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-il-donbass-e-sempre-stato-la-spina-nel-fianco-di-kiev.html"><em>InsideOver</em> ve lo ha già raccontato nel servizio dedicato a Lugansk</a>. E se nell’est del Paese (in quelle province oggi contese a Kiev da Vladimir Putin) già dal 1919 spiravano venti di autonomismo, anche nella aree centrali ed occidentali la prospettiva di una nazione libera dal giogo delle grandi potenze si era diffusa sin dai primi anni del XX Secolo. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le persecuzioni russe negli anni Trenta e, poi, l&#8217;occupazione tedesca nella <strong>Seconda guerra mondiale</strong> rappresentarono una sorta di linfa per le realtà indipendentiste, di cui <strong>Stepan Bandera</strong> è forse il nome ed il volto più noto in Ucraina ed in Occidente. Qui, è diventato &#8220;famoso&#8221; dopo l&#8217;invasione russa del 24 febbraio 2022.</p>
<p>Bandera fu, in effetti, elemento di primo piano della lotta per l’identità ucraina prima, durante e dopo il Secondo conflitto mondiale. Attenzione, scriviamo identità e non libertà perché, come “partigiano”, Bandera lo è <i>sui generis</i>.<span class="Apple-converted-space"> </span>Nazionalista, anti comunista; alleato, prigioniero e di nuovo collaboratore dei tedeschi, Bandera tentò di sfruttare l’occupazione nazista dei territori ucraini per fondare uno Stato ucraino indipendente.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Figura storica che oggi definiremmo “equivoca”, malgrado la sua condotta rifletta il carattere dei popoli dell’Europa orientale e balcanica: la difesa del gruppo etnico di appartenenza è superiore a qualunque ideologia, credo politico, equilibrio internazionale. Elemento questo sfruttato dalle grandi potenze, nel caso di Bandera dal<strong> Terzo Reich</strong> ai danni dei sovietici e loro alleati, degli ebrei e dei polacchi. E che, nel nuovo scenario della Guerra fredda, era seguito con interesse anche da Washington.</p>
<p><span style="font-size: 1rem;">Nel 1957, dunque, la Central intelligence agency (Cia) classifica come “segreto” un voluminoso focus sull’Ucraina, analisi dettagliata ed approfondita della Repubblica socialista ucraina su storia, geografia e fattori economici ed attività anti-sovietiche.</span></p>
<p>Lo scopo è nel titolo del rapporto:<span class="Apple-converted-space"> <em>Resistance factors and special forces area</em>. </span>Ricostruendo l’attività partigiana nella Seconda guerra mondiale, la Cia identifica <strong>quattro aree</strong> nelle quali la resistenza era più forte: Poles’ye (attuale Bielorussia), la Volinia meridionale, l’area dei Carpazi e le montagne della Crimea. L’origine geografica influenza, inoltre, l’orientamento politico dei gruppi: nell’Ucraina orientale si concentrano i filo-sovietici (ucraini fedeli a Mosca e soldati dell’Armata rossa tagliati fuori dalla ritirata), in quella occidentale i gruppi nazionalisti come ad esempio in Volinia dove, nel 1943, i nazionalisti ucraini perseguitarono duramente i polacchi onde evitare che, a fine conflitto, la Polonia potesse mai rivendicare territori a maggioranza polacca ma di fatto sentiti dagli ucraini come propri. Un esempio è la città di Leopoli, oggi Ucraina ma dalla forte tradizione polacca. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Diverse sono anche le prospettive: i filorussi sostengono Mosca e l’Armata rossa, mentre i nazionalisti hanno come obiettivo la nascita di una entità indipendente da tedeschi e sovietici, con una cultura ed una lingua ucraine.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>I documenti sottolineano altresì come alcune zone, densamente boschive, si presterebbero bene a forme di guerra non convenzionale, poiché le forze russe avrebbero difficoltà a penetrarle.</p>
<p><span class="Apple-converted-space"><em>Resistance factors and special forces area</em></span> è sia un’<strong>analisi del terreno</strong> sia un occhio sulle capacità dei <strong>gruppi di resistenza locali</strong> che, inseguito alla riconquista dell’Ucraina da parte dell’Armata rossa, hanno tenuto testa alla Nkvd e alla Mvd tra il 1945 ed il 1954.</p>
<p>Quello ucraino non è un episodio isolato. Nei territori riconquistati od occupati dall’Armata rossa e dai suoi alleati, infatti, partigiani anti sovietici hanno operato per decenni.</p>
<p>Nella Repubblica socialista di Jugoslavia vi erano i <i>kraziri</i> (crociati, <em>Nda</em>) che raccoglievano l’eredità del <strong>nazionalismo croato ustascia</strong>; al sud, in Kosovo, l’indipendentismo kosovaro darà filo da torcere a Belgrado sino alla morte di Josip Broz, ed anche oltre.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Sulle sponde del Mar Baltico, invece, estoni lituani e lettoni si ritrovarono a combattere sia contro i nazisti, sia contro i sovietici o, in altri casi, combatterono dapprima i sovietici al fianco dei tedeschi per poi continuare la lotta, anche a guerra conclusa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Nessuno di loro, probabilmente, era <strong>convinto nazista</strong>: l’auspicio di una patria indipendente, di una identità che non fosse schiacciata dai nuovi dominatori russi, animò l&#8217;alleanza con Berlino prima e, nel dopoguerra, la guerriglia nelle foreste contro i reparti dell’ Nkvd di Berija.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non è un caso quindi se, nel primo decennio della Guerra fredda, gli Stati Uniti seguissero con attenzione tali realtà. “Le unità baltiche delle <strong>Waffen SS</strong> devono essere considerate come separate e distinte nei propositi, nell&#8217;ideologia, nelle attività e nella qualificazione dai membri dalle SS tedesche, pertanto la commissione ritiene che esse non siano un movimento ostile al governo degli Stati Uniti”, è la conclusione cui giunsero i membri di una commissione incaricata di valutare i crimini perpetrati dalle Waffen SS nel corso della guerra.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Era il 1950 e le ferite, specie fra le vittime delle persecuzioni naziste, ancora fresche. Eppure la principale nazione Alleata giunse alla conclusione che le SS baltiche fossero una realtà distinta rispetto alle altre, con il probabile fine di potere sfruttare l’azione dei veterani per contenere il potere sovietico sulle sponde del Baltico.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Una cosa simile, se ci pensiamo, a quanto accaduto di recente con alcuni reparti schierati contro i russi in Ucraina: malgrado il forte sospetto di simpatie naziste, sono stati sostenuti ed armati dagli Usa e dai loro alleati occidentali per far fronte all&#8217;esercito di Mosca.</p>
<p>Anche nel caso di Bandera, gli analisti di Langley sorvolano aspetti poco cristallini del suo passato  concentrandosi sulle capacità delle tre principali organizzazioni antisovietiche:   Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), Esercito insurrezionale ucraino (Upa), Supremo Consiglio di liberazione dell’Ucraina (Uhvr), tutte e tre “strettamente associate con una leadership che assume la forma di un ‘interlocking directorate’ (direttorio ad incastro) con gli stessi elementi che si trovano ai vertici di ogni organizzazione”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ciò che invece è meno chiaro è il fatto che la Cia riconosca come Oun, Upa e Uhvr siano stati di fatto messi ko dalla polizia segreta sovietica sin dal 1954. Che senso ha allora stilare un rapporto così dettagliato se i potenziali alleati in loco sono fuori gioco?</p>
<p>La risposta è nella storia recente della politica estera degli Stati Uniti. Gli Usa hanno infatti fornito supporto sia ad unità molto combattive (Contras, Viet Minh in chiave anti giapponese, <i>mujaheddin</i>), sia a realtà che non avrebbero mai avuto modo di sconfiggere sul campo le forze avversarie, come i <i>montagnard</i> vietnamiti, l’Alleanza del Nord fra il 1992 ed il 2001 ed i curdi. L&#8217;interesse, in questo caso, non è vincere il confronto con il nemico sul breve periodo, semmai di sfiancarlo e di logorarlo, costringendolo ad impegnare risorse e mezzi sempre maggiori per reprimere le forze anti-governative.</p>
<p>Ciò che restava di Oun, Upa e Uhvr avrebbe potuto essere riorganizzato da operatori sul campo, così da riprendere l&#8217;attività guerriglia anti-russa dopo la botta d&#8217;arresto del 1954.</p>
<p>Una strategia decennale e da milioni di dollari, in fondo simile a quella cui assistiamo oggi in Ucraina, conflitto destinato a durare ancora molto tempo e ad evolversi in uno scontro a bassa intensità fra Kiev e la Russia. Ed inviare armi e mezzi ha proprio lo scopo di tenere impegnata Mosca il più possibile, con la speranza che si verifichi, ancora una volta, il miracolo dell&#8217;Afghanistan: ritiro dell&#8217;Urss del 1989 e crollo dell&#8217;Unione nel 1991.</p>
<p>Peccato che, ammainata la Bandiera Rossa sul Cremlino, sia la Russia sia l&#8217;Afghanistan abbiano attraversato un periodo di lunghissima instabilità che, nel caso afghano, dura tutt&#8217;ora&#8230;</p>
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		<title>Il video russo che sbeffeggia l&#8217;Unione europea</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/il-video-russo-che-sbeffeggia-lunione-europea.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2022 12:37:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1307" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-1024x697.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-768x523.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-1536x1046.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/08/ilgiornale2_20220809143659206_52edc0900c91297ecd0dd583ffc5e3c1-2048x1394.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&#8220;Donne bellissime, tradizione, no cancel culture, economia che sopravvive a mille sanzioni, riscaldamento ed acqua a prezzi moderati&#8221;, recita un video lanciato dall’ambasciata della Federazione russa in Spagna e subito diventato virale. Più che propaganda, infatti, appare come palese motteggio della grave situazione energetica che il Vecchio Continente vive dopo la drastica riduzione delle forniture &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/il-video-russo-che-sbeffeggia-lunione-europea.html">[...]</a></p>
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<p>“Non tardare, l’inverno sta arrivando”, chiosa il narratore del video, infilando il dito nella piaga. Il concetto è: le sanzioni hanno piegato voi non certo noi. Dunque, vieni nel Paese che ha vinto, prima dell&#8217;inverno (parola più parola meno).<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le argomentazioni ci sono tutte: economia stabile, riscaldamento, nessuna cancel culture e rispetto delle tradizioni. Hai detto niente! Ma prima di accettare il caloroso invito è bene sapere qualcosa in più sulla Russia&#8230;</p>
<p>Chi scrive ha avuto modo di visitare Mosca due volte, ospite del Governo della Capitale, nell’ambito di un media trip organizzato per mostrare alla stampa occidentale i progressi dell’amministrazione cittadina per fare di <strong>Mosca</strong> una capitale all’avanguardia tecnologica, della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente. Nella seconda occasione ci furono invece mostrati i cantieri per i Mondiali di Calcio<strong> Russia 2018</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Certo, eravamo dei privilegiati destinati, inoltre, a vedere ciò che l’ospite gradiva vedessimo. Ma i giornalisti, per quanto da molti ritenuti fessi, proprio fessi non sono, né in Italia né all’estero.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Difficile, infatti, dimenticare gli operai che maneggiavano <strong>solventi chimici</strong> con protezioni risibili che, probabilmente, toglievano non appena il gruppo di visitatori voltava l’angolo. Inoltre, il traffico della città destinata a diventare un polo di sostenibilità, era qualcosa d’infernale: certo, tutte le grandi capitali soffrono del problema smog, eppure quella sfilza di Suv e supercar, affiancata da tante vecchie, acciaccate e fumose Lada ed Uaz rammentava che la corsa verso il futuro era rallentata dall’impossibilità di una parte della popolazione a dotarsi di mezzi più moderni.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Si gira solo con la guida. Puoi affrancarti solo dietro comunicazione del luogo in cui vai alla guida stessa. La Russia ha conosciuto per la prima volta la democrazia con Eltsin, periodo di tali confusione, caos e depressione economica d&#8217;aver fatto rimpiangere a molti il vecchio sistema sovietico. La stabilità è arrivata con <strong>Vladimir Putin</strong> e con la sua &#8220;formula democratica&#8221; capace di fondere elementi di modernità agli unici modelli politici che i russi conoscano: quello zarista e quello dell’Urss.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non è un caso che guide, personale dell’albergo, anche clienti in viaggio o persone conosciute una sera in un locale evitino l’argomento “politica”, dirottando la conversazione sul calcio &#8211; vera passione dei russi &#8211; , sul tempo o sull’arte. Ecco, i russi sono orgogliosi conoscitori della loro <strong>cultura</strong> (sentimento che dovremmo trasmettere anche noi ai nostri ragazzi, e non solo ai ragazzi) ma, memori dei tempi dell’Unione sovietica, sanno che è bene evitare discussioni su governo, polizia ed Armata, specie se si hanno opinioni dissonanti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ciò non deve scoraggiare visitatori o aspiranti lavoratori: il legame con l’Italia è, storicamente, fortissimo sopravvissuto alle sanzioni del 2014 e un ora po’ incrinato a causa della linea marcatamente filo-ucraina adottata dal governo Draghi e condivisa da tutti i principali partiti. Ma l’Italia è l’Italia e gli Italiani sempre, particolarmente amati.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Tanto per dare un’idea, numerica, di questo amore, l’export del <em>made in Italy</em> in Russia ha superato i sette miliardi di euro all’anno fino al 2020, attestandosi ad 1,5 miliardi nei primi mesi del 2022 in piena fase guerra/sanzioni.</p>
<p>Molte sono poi le aziende italiane in attività nella Federazione, addirittura <strong>industrie casearie</strong> riuscite a produrre un succedaneo della mozzarella di bufala campana con il latte delle bufale del Caucaso. Non è l’originale, certo, ma sotto sanzioni puoi fare due cose: rivolgerti al mercato nero o adeguare il palato.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un Paese straordinario, dunque, più bello di come lo rappresenti il video dell’ambasciata. Molto più bello! Ma da imparare a conoscere e da maneggiare con cura: identità, storia, mentalità, tessuto sociale, clima sono differenti dai nostri. E, propaganda a parte, qualora accettaste l’invito dello speaker, sappiate che difficilmente troverete alloggio nei superbi edifici del classicismo socialista, semmai negli orrendi, stagnanti <em>Chruščëvka</em> che deturpano la vista della periferia di Mosca, muovendovi in realtà nelle quali la lingua ed un po&#8217; di comprensibile diffidenza verso gli occidentali potrebbero creare all&#8217;inizio qualche ostacolo.</p>
<p>Imparare ad informarsi, quindi, sia per avere un quadro più completo ed obiettivo di quanto quotidianamente ci è narrato del conflitto russo-ucraino, sia per non cadere vittima della propaganda anti-russa e nemmeno di quella pro-russa.</p>
<p>L’indomani della crisi del ’29, anche <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Thomas_Sgovio">Thomas Sgovio</a> e 50mila cittadini statunitensi abbandonarono, alla cieca, gli Usa alla volta del paradiso sovietico, affascinati dalle promesse dell’ufficio commerciale russo in America e del partito comunista americano. Le cose, narrerà Sgovio, andarono un tantino diversamente da quanto auspicato&#8230;</p>
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		<title>Né Nato né Serbia: cosa vuole davvero il Kosovo</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ne-nato-ne-serbia-cosa-vuole-davvero-il-kosovo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 09:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[kosovo]]></category>
		<category><![CDATA[Serbia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&#8220;Preoccupazione per l&#8217;instabilità nei Balcani. Le tensioni tra #Kosovo e #Serbia rischiano di scatenare una nuova guerra. Dietro tutto questo c&#8217;è la mano di #Putin, che ha nel presidente serbo #Vucic un fedele alleato&#8221; twitta Laura Boldrini a poche ore dalle tensioni sul confine nord del Kosovo che, per un momento, hanno diffuso nel mondo l’incubo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/ne-nato-ne-serbia-cosa-vuole-davvero-il-kosovo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Agenzia_Fotogramma_FGR569259-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>&#8220;Preoccupazione per l&#8217;instabilità nei Balcani.<span class="Apple-converted-space"> </span>Le tensioni tra #Kosovo e #Serbia rischiano di scatenare una nuova guerra. Dietro tutto questo c&#8217;è la mano di #Putin, che ha nel presidente serbo #Vucic un fedele alleato&#8221; twitta <a href="https://twitter.com/lauraboldrini?lang=it">Laura Boldrini a poche ore dalle tensioni sul confine nord del Kosovo</a> che, per un momento, hanno diffuso nel mondo l’incubo di una nuova guerra europea. L’onorevole Pd auspica anche un intervento di Onu ed Ue.</p>
<p>Con buona pace di Laura Boldrini e di tutti coloro che si sono svegliati una mattina ed hanno deciso di assumere una posizione, netta e marcata, <i>pro Pristina</i>, è doveroso ricordare che le tensioni quali quelle di fine luglio sono quasi normalità nell’angolo più tormentato della penisola balcanica.<span class="Apple-converted-space"> </span>Parliamo innanzitutto di due paesi profondamente diversi dal punto di vista sia economico sia della stabilità interna.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Stando ad Info Mercati Esteri (MAE), infatti, il PIL della <strong>Serbia</strong> si attesterebbe ad oltre 57 miliardi di euro nel 2022, con prospettiva di crescita a 61 miliardi per il prossimo anno. Il PIL del Kosovo è invece a 8,3 miliardi per il 2022 con speranza di crescita a 8,7 l’anno prossimo. Su 7 milioni di abitanti la Serbia ha un tasso di disoccupazione di circa l’11%, mentre il <strong>Kosovo</strong> (stando a fonti diverse) fra il 30 ed il 40% su meno di 2 milioni d’abitanti.</p>
<p>Che il Kosovo sia un’area depressa non è cosa nuova. Già negli Anni Sessanta, sotto il regime di Josip Broz, il regime comunista cercò di rilanciare il tessuto economico della provincia meridionale con ingenti investimenti che, loro malgrado, non sortirono gli effetti sperati.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Con una popolazione giovanile piuttosto numerosa ma beneficiaria di ben poche prospettive di sviluppo, la <strong>Repubblica del Kosovo</strong> è dunque la caldera di un malcontento a costante rischio eruzione.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non solo. Il nazionalismo albanese è molto forte, malgrado la sconfitta sul campo della Serbia di Milosevic nel 1999 e la nascita dello stato kosovaro nel 2008, eventi che avrebbero dovuto placare l’astiosità contro i vicini. E invece no,<span class="Apple-converted-space">  </span>se pensiamo che ancora oggi fra gli obiettivi sensibili monitorati dalla Nato vi sono le chiese ed i monasteri della Chiesa ortodossa serba quali il trecentesco Visoki Dečani.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’essere piccoli, poveri e riconosciuti solo da una parte del mondo è inoltre uno smacco mal tollerabile per Pristina, desiderosa di imprimere al paese l’immagine di nazione capace di difendersi e di dialogare con le grandi potenze.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>È forse questo il motivo che, nel dicembre 2018, ha spinto il parlamento kosovaro ad approvare la mozione per la nascita di una Forza di Sicurezza del Kosovo, ovvero un esercito di cinquemila uomini e di tremila ausiliari.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Decisione che ha suscitato vivaci polemiche sia fra i parlamentari d’origine serba, sia fra le autorità di Belgrado, convinte che si trattasse di una provocazione. Anche il Segretario generale della Nato <strong>Jens Stoltenberg</strong> palesò allora il suo scetticismo in merito. In fondo, se a garantire pace, sicurezza e dialogo c’è una forza internazionale, coadiuvata dalle forze di sicurezza locali, perché ostinarsi a volere un esercito?</p>
<p>Anche l’aspetto economico rappresenta motivo di attrito. La zona settentrionale del paese, infatti, è stata fra le più industrializzate all’epoca del regime di Tito con le miniere di bauxite di Trepca quale principale polo estrattivo (e lavorativo) dell’area. Con il ridimensionamento dei confini fra Serbia e Kosovo, le miniere sono finite sotto controllo dei secondi, sorte mai andata giù a <strong>Belgrado</strong> che rivendicava altresì di aver in precedenza investito molto per l’ampliamento delle infrastrutture. Non è un caso che a febbraio del 2019 il governo serbo abbia proposto di ristabilire i confini, includendo le città kosovare a maggioranza serba nella madrepatria. La risposta dell’allora premier Ramush Haradinaj è irritata quanto secca: mantenere i confini, accettare l’ingresso del Kosovo in Osce ed Onu, istituire un tribunale internazionale per i crimini di guerra commessi ai tempi di <strong>Slobodan Milošević</strong>. Richieste che la premier Ana Brnabic definì contro ogni compromesso ed ogni dialogo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Va da sé quindi che quanto abbiamo visto domenica 31 luglio rientri in periodici tentativi del Kosovo di mostrare la propria autonomia decisionale al mondo ed al poco amato vicino.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La presenza di <strong>KFOR</strong> (3500 militari dei quali 638 italiani) è, fortunatamente, elemento di stabilità: cerca di mantenere il dialogo fra le due nazioni, consentendo di mantenere un equilibrio fra le ambizioni internazionali di Pristina e le esigenze, reali, del difficile contesto della geopolitica balcanica.</p>
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		<title>Fra i piloti, “ragazzi normali”, del 4° Stormo caccia dell’Aeronautica Militare</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/fra-i-piloti-ragazzi-normali-del-4-stormo-caccia-dellaeronautica-militare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2022 16:39:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Aeronautica Militare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="980" height="669" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/314-CAMBIO-COMANDO-IN-VOLO-30-08-2010-980.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/314-CAMBIO-COMANDO-IN-VOLO-30-08-2010-980.jpg 980w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/314-CAMBIO-COMANDO-IN-VOLO-30-08-2010-980-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/314-CAMBIO-COMANDO-IN-VOLO-30-08-2010-980-768x524.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></p>
<p>“Chi siamo? Grazie per la domanda, perché voglio chiarirlo subito e sfatare qualche mito: noi piloti caccia siamo persone come le altre, ragazzi come gli altri. La differenza è che abbiamo votato la nostra vita a questo lavoro, una passione nata sin da quando eravamo piccoli”. A parlare non è uno qualunque. È il Comandante &#8230; <a href="https://it.insideover.com/difesa/fra-i-piloti-ragazzi-normali-del-4-stormo-caccia-dellaeronautica-militare.html">[...]</a></p>
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<p>Poco più che quarantenne, Corso Aquila V dell’Accademia Aeronautica, Pierangelo comanda lo storico Gruppo fondato nel 1917, quando ancora l’Aeronautica non era nata e le squadriglie facevano parte del Servizio Aeronautico del Regio Esercito.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Sono loro, quelli del IX, gli eredi ed i custodi del cavallino rampante di Francesco Baracca, l’ufficiale di cavalleria transitato ai ranghi dell’aviazione, asso degli assi (34 abbattimenti), caduto sui cieli di Nervesa nel giugno 1918.<span class="Apple-converted-space"> E il cui &#8220;cavallino rampante&#8221; nero era omaggio al suo reparto di provenienza, il Reggimento  &#8220;Piemonte Reale Cavalleria (2°)&#8221; oggi &#8220;Piemonte Cavalleria (2°)&#8221;. &#8220;Cavallino rampante&#8221; oggi icona, anche, di un&#8217; eccezionale ed elitaria automobile, orgoglio del <em>made in Italy</em> in tutto il mondo&#8230; </span></p>
<p>Gruppo e cavallino rampante: il richiamo alla cavalleria è forte, anche nel carattere.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><i>Les chevaliers du ciel</i> del 4° Stormo sono un po’ una realtà a parte: dinamica, un rapporto stretto e collaborativo con tutti i colleghi di tutti i gradi. Professionali e metodici, ma senza formalismi nel solco della tradizione del loro primo comandante, il Generale Amedeo d’Aosta quel “Duca di ferro” che, a chi lo chiamava Altezza, rispondeva: “1 metro e 95”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Siamo immersi nell’ “aeronauticità” della sala relax (per piloti e non solo) dove i seggiolini eiettabili Martin Baker prendono il posto delle poltroncine.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>“Non si butta via nulla &#8211; ricorda Emanuela, nostro Virgilio nella grande base toscana &#8211; <i>i seggiolini vengono dalle vecchie glorie F104, fanno ancora il loro dovere e rendono l’ambiente più caratteristico</i>”</p>
<p>Lo è davvero, circondati da serbatoi ausiliari, patch e modellini-ricordo di missioni cui ha partecipato il personale del Gruppo o doni fatti da chi è per il Gruppo è transitato. Dalla sala notiamo segnali particolari accompagnati da un rumore acuto.No, non il motore degli Eurofighter Typhoon (al quale da qualche ora siamo abituati), è una sirena. Ed accanto agli hangar si intravede gran movimento.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>“<i>E’ il decollo su allarme </i>(o <i>scramble</i>, ndr)<i>…</i>” spiega il Comandante del IX.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il movimento si fa più intenso. Gli Eurofighter con il cavallino rampante sulla coda<span class="Apple-converted-space">  </span>escono dagli hangar e iniziano il rullaggio sulla pista.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Pare di essere all’aeroporto, quando i Boeing si allineano ed attendono dalla torre il segnale per il take off. Ma qui, le cose, si svolgono in tempi decisamente più stretti. Due caccia sono perfettamente allineati; poi, il rombo di motori tirati al massimo, la velocità di corsa che aumenta, i flap abbassati ed il muso che si solleva con l’aereo che, da dove ci troviamo, sembra quasi dritto rispetto al suolo. Il cielo esplode nel rombo della potentissima coppia di motori EJ200.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Una scena “epica”: pare di essere sul lift della portaerei con Pete “Maverick” Mitchell ed “Ice” Kazinsky che schizzano a bordo degli F14 Tomcat. Ma è bene fare i dovuti distinguo: l’F14 è ormai antiquariato, “Maverick” è della US Navy e, comunque, non ha nulla a che fare con i nostri “ragazzi normali”, decisamente più discreti del crapulone Mav e più impegnati: dalla Romania al Kuwait, dall’Islanda ai cieli nazionali.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>“<i>L’ordine di decollo</i> &#8211; ci ha spiegato il Comandante dello Stormo, Colonnello Zaniboni<span class="Apple-converted-space">  </span>&#8211; <i>arriva dal CAOC di<span class="Apple-converted-space">  </span>Torrejon, in Spagna (Combined Air Operations Centre di Torrejon, ndr), che ha competenza per la sezione meridionale dell’Alleanza Atlantica, compresa la Romania. Dal digital radar il CAOC individua ogni velivolo che si muova entro lo spazio aereo dei mebri NATO attivando, in caso di valutata minaccia, i dispositivi di allarme. Fra segnalazione ed effettivo decollo trascorre un tempo piuttosto ristretto</i>”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Lo <i>scramble</i> è una procedura piuttosto complessa che, solitamente, impegna una coppia di velivoli con i piloti d’allarme che, nel momento della ricezione, si trovano in turno di servizio.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Le prestazioni dell’Eurofighter (caccia di 4° generazione, costruito appena dopo la fine della Guerra fredda e ad oggi fra i migliori al mondo) consentono di coprire in pochi minuti la Penisola ed i paesi dell’Alleanza contigui all’Italia che si ‘appoggiano’ alle nostre forze per la difesa aerea, ad esempio la Slovenia.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il IX Gruppo è strutturato in tre squadriglie: 96° Sq. “Le Vedette”, 97° Sq. “Asti Rasti” e 98° Sq. “Gamba di Ferro”. Quest’ultima è ulteriore richiamo alla tradizione militare italiana. “Gamba di Ferro” era infatti il soprannome della Medaglia d’Oro al Valor Militare colonnello pilota Ernesto Botto, asso con 5 vittorie, che ha perso la sua gamba durante le operazioni in Spagna e che ci ha quasi rimesso la pelle nel ’44 quando, da sottosegretario all’Aeronautica repubblicana, spinse affinché l’ANR restasse una forza aerea autonoma, votata alla sola difesa dei cieli italiani e non sottoposta ai comandi germanici.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un’opposizione che lo rese inviso al Feldmaresciallo von Richtofen ed ai vertici tedeschi (e non era facile dire di no ai tedeschi al tempo) ma che fu essenziale perché la Forza Armata mantenesse intatte le sue credibilità ed autonomia.</p>
<p>Come in cavalleria, una volta terminata l’attività si torna alla scuderia/hangar. Ed il cavaliere/pilota, per quanto attento alla salute del suo “compagno”, non può fare a meno della perizia di una squadra di tecnici pronti. Ecco, i maniscalchi del binomio pilota-Eurofighter si chiamano MTM (Meccanici Tecnici Manutentori), figure indispensabili alla difesa aerea quanto chi va in volo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Massimiliano, quarantenne, cura l’apparecchio assegnatogli con le attenzioni che si darebbero ad un figlio. Al fianco del pilota già dall’atterraggio, controlla lo stato<span class="Apple-converted-space">  </span>dell’apparecchio, domandando se tutto sia andato bene; segue un check up completo, attento ai minimi particolari.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Lui ha cominciato anni fa, quando ancora gli MTM era formati alla Scuola di Caserta. Oggi la formazione di questa figura si fa a Viterbo, alla Scuola Marescialli Aeronautica Militare. Gli MTM sono infatti tutti sottufficiali che, dopo tre anni di studi, una laurea ed il conseguimento del grado di maresciallo, seguono un’ ulteriore corso di formazione tecnica a Cameri, per poi raggiungere i reparti di destinazione.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Balbo aveva ragione nel sostenere che “chi vola vale”. Ma chi sta a terra non è certo da meno: militari cui sono affidate macchine da milioni di euro. E che, se glie lo domandi, anche loro rispondono “<i>siamo</i> <i>ragazzi normali, come tutti gli altri</i>”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>___________________________________</p>
<p>(Fonte immagine di copertina: <a href="http://aeronautica.difesa.it">Aeronautica Militare</a>)</p>
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		<title>Armi per combattere Mosca: la lezione che gli Usa non hanno mai imparato</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/armi-per-combattere-mosca-la-lezione-che-gli-usa-non-hanno-mai-imparato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2022 08:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1264" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-1024x674.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-1536x1011.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-2048x1348.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“La mia preoccupazione riguarda l’uso che la Cia fa di queste armi e quali strumenti usi per garantire la sicurezza”, tuonava il senatore democratico dell’Arizona Dennis DeConcini nei primi mesi del 1986. Erano gli anni della Dottrina Reagan, il sostegno logistico, economico e militare americano alle fazioni anticomuniste in Europa, Asia, Africa ed Americhe. Da &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/armi-per-combattere-mosca-la-lezione-che-gli-usa-non-hanno-mai-imparato.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1264" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-1024x674.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-1536x1011.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_2022041219242288_70c46a627c2e2b61129bde856894f377-2048x1348.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>“La mia preoccupazione riguarda l’uso che la Cia fa di queste armi e quali strumenti usi per garantire la sicurezza”, tuonava il senatore democratico dell’Arizona Dennis DeConcini nei primi mesi del 1986. Erano gli anni della Dottrina Reagan, il sostegno logistico, economico e militare americano alle fazioni anticomuniste in Europa, Asia, Africa ed Americhe. Da Solidarność ai <b><i><a id="fprsl" class="gL9Hy" href="https://www.google.com/search?client=safari&amp;rls=en&amp;q=mujaheddin&amp;spell=1&amp;sa=X&amp;ved=2ahUKEwjdufvuhZL4AhWDjaQKHQk5BswQkeECKAB6BAgCEDg" data-ved="2ahUKEwjdufvuhZL4AhWDjaQKHQk5BswQkeECKAB6BAgCEDg">mujaheddin</a>. </i></b></p>
<p>Negli anni Ottanta l’Angola e l’Afghanistan erano i principali terreni di scontro fra Washington e Mosca. In Africa sud orientale l’&#8221;Unita&#8221;, sostenuto dagli Usa, combatteva l’Mpla supportata dall’Urss in una guerra civile che da un decennio dilaniava la giovane repubblica africana. A partire dal 1985, poi, l’Afghanistan assistette al più grande rifornimento finanziario e militare mai tentato fino ad allora: “Operazione Cyclone”, un miliardo di dollari (due miliardi e mezzo del 2022) di aiuti forniti da Stati Uniti ed Arabia Saudita &#8211; con il sostegno di Egitto, Pakistan ed Israele &#8211; per combattere l’Armata rossa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma, già allora, non tutti negli Usa erano convinti che il massiccio rifornimento di armi a milizie e gruppi anti comunisti fosse di beneficio alla politica internazionale statunitense. E, in particolare, alla sua futura sicurezza.</p>
<p>Parte del Congresso e dei vertici militari era infatti preoccupata che i guerriglieri di mezzo mondo stessero ricevendo sistemi d’arma sempre più avanzati. Insomma, un conto erano i fucili d’assalto della Seconda guerra mondiale e della Corea consegnati al Vietnam del Sud e ai Montagnard, un altro i <strong>lanciamissili Stinger</strong> coi quali gli afghani iniziarono ad abbattere i velivoli sovietici.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Sistemi di un certo valore tecnologico ed economico dunque e che, se caduti in mani sbagliate, avrebbero rappresentato anche al di fuori dello scenario bellico nel quale erano stati inviati.</p>
<h2>I precedenti<span class="Apple-converted-space"> </span></h2>
<p>1945. Alla fine delle ostilità nel Vecchio continente, Stati Uniti,<span class="Apple-converted-space"> </span>Inghilterra e Paesi del Commonwealth avevano fornito alle forze della resistenza europea tonnellate di equipaggiamenti, armi e munizioni.<span class="Apple-converted-space"> </span>Con la resa della Germania nazista, i comandi alleati cercarono di recuperare parte di quegli “aiuti”, onde evitare potessero cadere in mani sbagliate. In Italia, le mani sbagliate erano le formazioni espressione dei partiti di sinistra:</p>
<p>“[È avvenuta] la consegna delle armi agli alleati da parte dei patrioti, ma è stato constatato che essa fu limitata ai moschetti, e qualche arma automa­ tica leggera, e a un discreto numero di bombe a mano, mentre mancavano, quasi del tutto le nu­merose pistole di cui i patrioti avevano fatta, sino a quel giorno, ostentata mostra per le strade della città&#8221;.</p>
<p>Si legge una nota delle autorità bolognesi datata maggio 1945, riportata dallo storico Mirco Doddi nel suo <em><a href="https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1992_186-189_33.pdf">Azioni di guerra e potere partigiano nel dopo liberazione</a></em>, aggiungendo che gli Alleati abbiano stimato il recupero delle armi in circa il 60% del totale inviato nel corso della guerra.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Nello stesso periodo, in Indocina, il “Deer Team” dell’OSS (Office Strategic Service) armava ed addestrava i Vietminh contro i giapponesi. Leader politico e leader militare erano Ho Chi Minh e Giap gli stessi che, nei due decenni successivi, avrebbero condotto vittoriosamente la guerra anti coloniale francese e la guerra contro gli Stati Uniti, unificando il paese in una Repubblica popolare.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’unico caso probabilmente riuscito di cessione di armamenti, dalla seconda guerra mondiale ad oggi, coinvolge la Corea del Sud (ancora adesso fra i principali alleati di Washington in Estremo oriente) ed il programma di riarmo dei paesi europei membri Nato, Italia in testa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Corea del Sud, Italia, Germania, Francia, Spagna erano (e sono) comunque nazioni con una situazione politica ed economica decisamente più stabile delle repubbliche africane nate all’indomani della decolonizzazione.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Una lezione mai imparata</h2>
<p>Se l&#8217;esperienza indocinese aveva insegnato poco, quella dell&#8217;Angola e dell&#8217;Afghanistan avrebbe lasciato un segno profondo nella storia della politica estera statunitense. In Angola il conflitto civile ( tre fazioni: UNITA, MPLA, FNLA) iniziato nel 1975, proseguì per tutto il decennio successivo durante il quale gli USA iniziarono a comprendere l&#8217;instabilità del proprio alleato locale, il leader UNITA Jonas Savimbi. Il cessate il fuoco e le elezioni del 1992 avrebbero, forse, consentito all&#8217;Angola di ritrovare la strada verso pacificazione e democrazia, non fosse per l&#8217;opposizione di Savimbi che, non accettando il veto popolare, continuò a combattere una sanguinosa guerra civile fino al 2002. L&#8217; homo novus di Washington si mostrò elemento di profonda instabilità nell&#8217;area dell&#8217;Africa sud-orientale, addirittura accusato dall&#8217;Onu di crimini di guerra. E che combatteva imbracciando armi statunitensi&#8230;</p>
<p>A metà Anni &#8217;80, però, qualcuno negli States aveva iniziato a porsi domande su quelle forniture sempre più massicce a guerriglieri e ribelli.</p>
<p>In una intervista rilasciata al Washington Post il 20 giugno 1986, il Capo di Stato Maggiore dell’US ARMY Generale John A. Wickham si diceva angosciato per la decisione di cedere armi a paesi alleati (cfr. guerriglie) poiché sarebbero potute cadere in mani sbagliate. Mani quali quelle di Savimbi, delle fazioni più radicali dei <em>mujaheddin</em> afghani o di gruppi di terroristi. Già, perché di terrorismo (di matrice islamica) si cominciava a parlare già da allora. In un servizio dedicato proprio alla cessione (a terzi) dei lancia missili Stinger, il 21 giugno 1986 il Washington Post scrive che era stata &#8220;annullata una commessa da 350 milioni di dollari per l&#8217;Arabia Saudita poiché si teme che gli Stinger possano finire nelle mani dei terroristi arabi&#8221;.</p>
<p>Contemporaneamente, però, l&#8217;amministrazione Reagan decise di aumentare a 350 gli esemplari di Stinger da destinare alla resistenza afghana. Scelta surreale: da un punto di vista prettamente politico l&#8217;Arabia Saudita era (ed è anche oggi) una nazione stabile mentre l&#8217;Afghanistan, era ed è, un paese dilaniato dai conflitti interni e lotte per il potere. Un angolo di mondo ove il rischio che gli Stinger finissero in mano a gruppi radicali e terroristi era molto più alto che in altri paesi, Arabia Saudita in testa.</p>
<p>Tuttavia, i buoni risultati ottenuti da Savimbi in Angola contro cubani ed MPLA e dai <em>mujaheddin</em> in Afghanistan contro gli aeromobili sovietici, convinsero il  Presidente Reagan e la CIA a perorare la causa del rifornimento. E a chi sollevava dubbi sulla liceità di quella strategia, si rispondeva che  per impiegare lo Stinger fossero necessarie (negli Anni &#8217;80) circa 130 ore di addestramento. Ciò avrebbe dovuto limitarne l&#8217;uso del lancia missili ai combattenti davvero esperti e formati. Infine, gli esemplari destinati all&#8217;esportazione erano della prima generazione, dunque già all&#8217;epoca obsoleti per gli standard dell&#8217;US Army.</p>
<p>Considerazioni che, tuttavia, non convincevano politici quali Dennis DeConcini. Nel 1986 il senatore dell&#8217;Arizona tentò di far approvare una mozione per interrompere il rifornimento di Stinger all&#8217;Angola ed all&#8217;Afghanistan, ma fu subito respinta dal Congresso.</p>
<p>Solo a conclusione ostilità, con l&#8217;Armata rossa che superava, sconfitta, il Ponte dell&#8217;Amicizia, il governo americano ritenne opportuno recuperare almeno una parte degli Stinger inviati agli afghani. E fissando un prezzo vantaggioso, pari a quello di costo: circa 30 mila dollari l&#8217;uno. Malgrado la povertà e la miseria, nonché i russi si fossero ormai ritirati, i <em>mujaheddin</em> si mostrarono poco inclini a privarsi della preziosa arma. Poi, dieci anni dopo, proporranno alla Coalizione internazionale di acquistare gli Stinger rimasti alla &#8220;modica&#8221; cifra di <a href="https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.2968/059003005">250 mila dollari l&#8217;uno</a>.</p>
<p>Nei vent&#8217;anni di Missione, prima ISAF poi Resolute Support, l&#8217;Afghan National Army ha ricevuto ulteriori armi e mezzi (non gli Stinger, poiché già disponevano degli SA-7 sovietici), tutto materiale caduto nelle mani dei talebani dopo la conquista di Kabul dell&#8217;estate 2021.</p>
<p>Le paure di Wickham e di DeConcini si sono quindi materializzate e, ironia della sorte, sotto due amministrazioni democratiche, quelle Barack Obama e Joe Biden. Dal sostegno alle primavere arabe, sino all&#8217;Ucraina, infatti, moderni sistemi d&#8217;arma (dagli Stinger di ultima generazione ai Missili Himars destinati ad arrivare a breve a Kiev) sono finiti nel bel mezzo di guerre particolarmente confuse, dove il rischio che il materiale bellico cada nelle mani del nemico, che possa essere ceduto a milizie irregolari o addirittura rubato da bande è molto alto.</p>
<p>A fine guerra l&#8217;Ucraina sarà in ginocchio e prodotti di un certo pregio tecnologico e di un determinato valore strategico come le armi faranno gola a molti. E, facendo leva sulla povertà e sulla ricerca disperata di nuove opportunità, chissà che terroristi e criminali non riescano ad accaparrarsi armi di ultima generazione in cambio di pochi spicci.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/armi-per-combattere-mosca-la-lezione-che-gli-usa-non-hanno-mai-imparato.html">Armi per combattere Mosca: la lezione che gli Usa non hanno mai imparato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Perché il Donbass è sempre stato la spina nel fianco di Kiev</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/perche-il-donbass-e-sempre-stato-la-spina-nel-fianco-di-kiev.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Petrelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2022 15:24:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lugansk non si è dichiarata indipendente di punto in bianco. Lo era già nel 1990, a pochi mesi dal collasso dell’Unione sovietica. A ricordarlo sono un documento della Cia, redatto nei mesi difficili della transizione Ucraina, e uno studio poco noto ai più, in Occidente, sulla grave situazione delinquenziale e di corruzione che investì l’Ucraina nei &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-il-donbass-e-sempre-stato-la-spina-nel-fianco-di-kiev.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220605172355374_87d274ec469a13ec42d5e5c853883154-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Lugansk non si è dichiarata indipendente di punto in bianco. Lo era già nel 1990, a pochi mesi dal collasso dell’Unione sovietica.<span class="Apple-converted-space"> </span>A ricordarlo sono un documento della Cia, redatto nei mesi difficili della transizione Ucraina, e uno studio poco noto ai più, in Occidente, sulla grave situazione delinquenziale e di corruzione che investì l’Ucraina nei primi anni Novanta.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="https://it.insideover.com/guerra/quel-documento-della-cia-del-1949-che-anticipava-le-mosse-di-putin.html" target="_blank" rel="noopener">Come <em>Inside Over</em> ha già raccontato</a>, i territori oggi chiamati “separatisti” e “filorussi” erano e sono importanti centri minerari ed industriali. Lo erano ai tempi dell’Unione sovietica e, nel 1949, rappresentavano le fondamenta del rilancio economico dell’Urss dopo la Seconda guerra mondiale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Erano anche popolati da russi. E cioè da molti <strong>lavoratori delle miniere</strong> e da altrettanti deportati dell’arcipelago Gulag, per citare Solzenicyn. Alla liberazione dalla prigionia vi si stabilì una comunità sopravvissuta al crollo dell’Urss e ancora oggi radicata. Talmente radicata che, nel 1990, il governo ucraino aveva assicurato a Donetsk e Lugansk autonomia amministrativa in cambio di lealtà a Kiev. Il problema dell’indipendentismo non è dunque venuto a galla nel 2014, perché le due repubbliche riconosciute da Mosca a fine febbraio erano, di fatto, regioni autonome sin dagli anni Novanta.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ed è qui, nel Bacino del Donec, che nacque anche il partito che più ha influenzato la vita politica ucraina per oltre un ventennio, il <strong>Partito delle Regioni</strong>.<span class="Apple-converted-space"> </span>“Storicamente, il Donbass non ha mai fatto parte dell’Ucraina”, si legge nel documento della Cia, un dettagliato servizio della <em>Literaturnaya Gazeta</em> datato 30 ottobre 1990 e scrupolosamente riportato dall’intelligence statunitense.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>All’epoca, si legge nell’articolo, nella grande confusione del finire della Guerra fredda, in Donbass risuonano echi indipendentisti: “Oggi si ricomincia a parlare della Repubblica sovietica di Donetsk–Krivoy Rog e, soprattutto, dell’autonomia territoriale che vi era nel sistema sovietico”. La Repubblica di Donetsk–Krivoy Rog è stata una breve esperienza politica, creata l’indomani della Rivoluzione d’ottobre dai bolscevichi per poi essere assorbita, nel marzo 1918, dalla repubblica socialista d’Ucraina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il quotidiano russo raccoglie anche un parere, più di spessore, quello di <strong>Vladimir Cheker</strong>, Capo dipartimento di Filosofia dell’istituto agricolo di Lugansk nonché segretario del Movimento dell’area di Lugansk per la Perestrojika, realtà politica nata per contro-bilanciare il Rukh (Narodnyi Rukh Ukrajiny), partito nazionalista ucraina.</p>
<p>Attenzione: il giornale &#8211; russo &#8211; da un lato e l’intervistato dall’altro non garantiscono una completa imparzialità d’informazione circa la reale situazione del Donbass nei primi Novanta. Tuttavia, la considerazione proposta è interessante.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Secondo Cheker, infatti, all’incirca la metà della popolazione del Donbass auspicherebbe una autonomia politica, sociale ed economica da Kiev, evitando così il rischio di “ucrainizzazione” dell’area. Parole importanti poiché evidenziano come, già trent’anni fa, il carattere russo della regione fosse sotto gli occhi di tutti, a Lugansk come a Kiev.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non si parla, dunque, di separazione o di creazione di una realtà a se stante. Ciò che emerge è sostanzialmente il desiderio di vedere <strong>riconosciuto lo status di minoranza</strong> all’interno della nuova Ucraina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Secondo gli ucraini di etnia russa, insomma, il bacino del Donec andrebbe considerato al pari del nostro <strong>Alto Adige</strong>: benefici a livello finanziario, di governo, di tassazione e di conservazione dell’identità tirolese-austriaca, pur restando parte della Repubblica Italiana.<span class="Apple-converted-space"> </span>Il mito di “Donetsk-Krivoy Rog” tornerà quasi trent’anni dopo, durante la guerra del 2014: le auto-proclamate repubbliche di Lugansk e di Donetsk si porranno in continuità con l’esperienza dello Stato sorto nel 1918, con la sola differenza che se Krivoy Rog fu rapidamente assorbita dall&#8217;Ucraina, gli odierni separatisti sono ancora là, ma questa volta col supporto, aperto ed incondizionato, di Mosca.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Chi è quindi ancora convinto che Donetsk e Lugansk siano recenti creazioni del Cremlino per destabilizzare l’Ucraina commette un grave errore: riassorbire le &#8211; storiche &#8211; regioni russe dell’Ucraina orientale ed acquisire la Crimea erano obiettivi di Mosca sin dalla caduta dell’Unione sovietica. Non solo: la <strong>Crimea</strong> è il naturale sbocco russo nel Mar Nero sin dalle campagne di Pietro il Grande e di Caterina che, partendo dal Mar d’Azov, strapparono agli ottomani il controllo di un bacino marittimo essenziale per la proiezione della politica estera russa nell’Asia centrale, nell’Europa orientale e nel Mediterraneo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Difficilmente la partita in corso potrà essere risolta con il “piano italiano”, né con ulteriori invii di armi made in Usa. Chiunque mastichi un po’ di storia della Russia ricorderà che nel 1991, a bandiera rossa ammainata, la debole Federazione nata dalle ceneri della terra dei soviet mantenne con le unghie e con i denti le basi in Siria, cercò di rinsaldare i rapporti con Uzbekistan e e Tagikistan, lasciò per un trentennio una divisione motorizzata lungo la frontiera uzbeko-tajiko-afghana per sorvegliare quell’Afghanistan parte della sua sfera d’influenza. E, soprattutto, tenne sotto controllo la Transnistria la cui posizione di terra di frontiera e i cui ingenti depositi di armi, imponevano di evitare che Moldova o Romania potessero annettere quella striscia tanto sottile quanto preziosa.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La guerra dunque si concluderà solo in un modo: con la garanzia a Putin e a Lavrov della sovranità russa sul bacino del Donec e su tutto il Mar Nero settentrionale. Ogni eventuale, ulteriore tentativo di limitare le ambizioni russe allontanerà la pace e maledirà l’Ucraina, tutta, con un periodo perenne di instabilità. Quanto alle repubbliche di Lugansk e di Donetsk, possiamo smetterla di chiamarle filorusse. Non sono collaborazionisti: si sentono (e sono) russi.</p>
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