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Nelle ultime settimane i media occidentali hanno riportato notizie, agghiaccianti, di deportazioni in Siberia e di adozioni forzate in Russia. A lungo dimenticate dalla storiografia e dalla informazione, le deportazioni di staliniana memoria sembrano essere tornate di scottante attualità nella aree occupate da Mosca. O almeno, stando alla stampa occidentale. Cosa conosciamo, in realtà, di questa situazione?

“Secondo il Servizio federale per la migrazione, negli ultimi due anni sono venute in Siberia e nell’Estremo Oriente circa 70.000 persone, di cui oltre 29.000 dall’Ucraina. Complessivamente, dal 2014 sono arrivati ​​in Russia più di 150.000 ucraini” scriveva l’agenzia russa Tass il 16 febbraio 2016 nella nota: “Ai rifugiati ucraini verrà offerto di stabilirsi in Siberia, nell’Estremo Oriente”.

Si, sembra assurdo specie dopo le accuse di dispotismo e tirannia lanciate dall’Ucraina e dal resto del mondo alla Federazione, eppure la Russia è stata meta battuta da migliaia di migranti ucraini sino a tempi non sospetti. Tendenza confermata da un rapporto pubblicato nel 2020 da Migrants and refugees section, agenzia dello Stato vaticano: “Nel 2019 la Russia ha accolto 98 mila migranti, quasi il doppio rispetto all’anno precedente (57 mila). Questi numeri sono i più alti dell’ultimo decennio. I flussi maggiori provengono da Armenia e Ucraina, mentre sono in decrescita da Bielorussia e Moldavia”. 

Una settimana prima della guerra, inoltre, Al Jazeera scriveva che, al 2018, circa 3 milioni di ucraini vivono in territorio russo. Territorio che misura 17 milioni di chilometri quadrati di cui 13 milioni sono Siberia.

Ora, va da sé che di fronte ad un’area così vasta Mosca cerchi di realizzare poli industriali e residenziali in zone disabitate, anche perché la Siberia non è soltanto clima rigido e terre selvagge: è lì infatti che si concentrano grossi giacimenti minerari ed è lì, che fra il 2013 ed il 2020, il Cremlino avrebbe avviato un piano esplorativo per trovare nuovi “filoni” di uranio. 

D’altronde, gli zar prima e Stalin poi avevano qui concentrato  i campi di lavoro proprio per sfruttare la manodopera del sistema concentrazionario per le attività estrattive. Anche il conteso Donbass era stato territorio di confino e di lavoro per i deportati, grazie alle sue grandi miniere di carbone. Ai giorni nostri, invece, il Cremlino sembrerebbe guardare all’Estremo oriente russo in una ottica di popolamento, non certo di deportazione.

L’idea, dunque, che civili ucraini siano imprigionati nelle terre gelate di Magadan o in qualche luogo sperduto della steppa appare poco verosimile. Di deportazioni si è parlato pure in seguito alla resa dei difensori di Azovstal. Anche in questo caso, la eco della storia ha improvvisamente riproposto, nell’immaginario collettivo, le orrende marce del dawai dei prigionieri dell’Asse verso i campi siberiani. 

A chiarire il perché gli elementi del battaglione Azov (ed altri combattenti) siano stati trasferiti “ad est” è l’articolo 19 della Convenzione di Ginevra relativo al trattamento dei prigionieri di guerra (1949):

“Nel più breve termine possibile dopo la loro cattura, i prigionieri di guerra saranno trasferiti in campi situati in una regione abbastanza distante dalla zona di combatti­mento, perché essi si trovino fuori di pericolo. Non potranno essere trattenuti temporaneamente in zona pericolosa che i prigionieri di guerra i quali, per le loro ferite o le loro malattie, corressero più gravi rischi ad essere trasferiti che a rimanere sul posto”.

Chiaro, gli ultimi difensori di Azovstal non verranno verranno ospitati nel centro di Mosca, ma neanche nel Donbass ancora zona di conflitto. Se la memoria non ci inganna, i talebani catturati dagli Usa in Afghanistan finirono in parte a Guantanamo, sull’Isola di Cuba, ad oltre 10mila chilometri da casa. I soldati italiani e tedeschi catturati durante la Seconda guerra mondiale, poi, finirono in campi del Texas, delle Hawaii, sull’Himalaya, in Australia ed in Sudafrica. Stando alla Convenzione, infatti, il luogo deve essere in grado di ospitare i prigionieri e “distante dalle zone di combattimento” e non è specificato a quale precisa distanza. Questo probabilmente perché la localizzazione dei centri di raccolta prigionieri può variare in base alle capacità logistiche della parte cui sono in custodia. 

A scapito delle parole di fuoco di Putin, la medesima Convenzione riconosce quali prigionieri: “I membri delle altre milizie e degli altri corpi di volontari, compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una Parte bellige­rante e che operano fuori o all’interno del loro proprio territorio, anche se questo territorio è occupato” (art. 4) ed altresì i civili che hanno impugnato le armi per difendere il loro territorio dalle truppe nemiche in avanzata. Dunque, eventuali condanne a morte o il rifiuto di trattare le milizie para militari e straniere (sotto il comando della difesa ucraina) quali regolari prigionieri, sarebbe una grave inadempienza da parte russa. 

Particolare scalpore fra l’opinione pubblica internazionale è stato inoltre suscitato dal caso dei bambini ucraini “deportati” e “russificati”. Un precedente storico (aberrante) è quello dei bambini cecoslovacchi di Lidice: in seguito all’attentato ad Heydrich, la Gestapo rase al suolo due villaggi del Protettorato di Boemia e Moravia massacrandone la popolazione. I bambini sopravvissuti, con caratteristiche ritenute “ariane”, furono poi destinati all’adozione di famiglie tedesche. Che ciò accada anche nel XXI Secolo è piuttosto strano. Ma andiamo per gradi.

L’Ucraina è fra le nazioni che vanta il triste primato del maggior numero di orfani

Una piaga che affliggeva Kiev ben prima dell’ “operazione speciale” del 24 febbraio. In una nota del settembre 2014, infatti, l’Unicef denunciava l’esasperante situazione degli orfani nell’Europa orientale, sia in paesi membri dell’Ue (Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania), sia nella Federazione russa, sia in Moldavia ed in Ucraina. E se ciò non risultasse sufficiente a dare un’idea del problema, nel luglio successivo la stessa Unicef segnalava che 1,7 milioni di bambini ucraini fossero esposti a fame, sete e pericoli nell’est Ucraina, ove si combatteva la guerra del Donbass. Ad esempio nella Mariupol occupata da Kiev, la popolazione era rimasta senz’acqua per via del bombardamento del canale idrico, mentre nella Lugansk in mano ai separatisti si era costretti ad affidarsi a costose alternative per riempire la bottiglia di un po’ d’acqua.

Non che nella capitale ucraina i bimbi se la cavassero meglio. Undici anni fa, in un servizio dedicato proprio ai bimbi ed agli adolescenti di Kiev, La7 rammentava che: “In Ucraina i bambini sono in stato di abbandono a causa della povertà estrema delle famiglie, all’instabilità del matrimonio, all’alto grado di disoccupazione e al dilagante consumo di alcolici” aggiungendo che le strutture destinati ad accoglierli, gli “internat, sono circa 400 ma sono assolutamente insufficienti per contenere tutti i bambini abbandonati esistenti. Versano inoltre in condizioni estremamente disagiate, soprattutto quelli distanti dalla capitale”. 

Molti di noi ricordano altri servizi dei media italiani sui giovani e sui giovanissimi costretti a vivere alla giornata, riparandosi nelle fogne e nel sottosuolo delle città dell’est Europa, Ucraina compresa. Condizioni gravi e disumane che erano realtà già prima dell’attacco russo.

Bambini, bambine, ragazzi e ragazze abbandonati erano e sono vittime di violenza, fame, sfruttamento da decenni. Nel servizio La tratta delle schiave del 2016 InsideOver aveva parlato della piaga della schiavitù sessuale (ai danni soprattutto di ragazze moldave ed ucraine) negli stati del Golfo, tanto amati quanto davvero poco conosciuti da noi occidentali. Italiani soprattutto. Tutto ciò non solleva i russi dalle loro responsabilità sulla guerra e sulle sue tragiche conseguenze. Aiuta semmai a porsi qualche domanda in più di fronte ad una informazione, quella sul conflitto, che ascolta una sole voce, rifiuta altre opinioni condizionando, di fatto, la percezione del pubblico occidentale

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