La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

“La mia preoccupazione riguarda l’uso che la Cia fa di queste armi e quali strumenti usi per garantire la sicurezza”, tuonava il senatore democratico dell’Arizona Dennis DeConcini nei primi mesi del 1986. Erano gli anni della Dottrina Reagan, il sostegno logistico, economico e militare americano alle fazioni anticomuniste in Europa, Asia, Africa ed Americhe. Da Solidarność ai mujaheddin

Negli anni Ottanta l’Angola e l’Afghanistan erano i principali terreni di scontro fra Washington e Mosca. In Africa sud orientale l’”Unita”, sostenuto dagli Usa, combatteva l’Mpla supportata dall’Urss in una guerra civile che da un decennio dilaniava la giovane repubblica africana. A partire dal 1985, poi, l’Afghanistan assistette al più grande rifornimento finanziario e militare mai tentato fino ad allora: “Operazione Cyclone”, un miliardo di dollari (due miliardi e mezzo del 2022) di aiuti forniti da Stati Uniti ed Arabia Saudita – con il sostegno di Egitto, Pakistan ed Israele – per combattere l’Armata rossa. 

Ma, già allora, non tutti negli Usa erano convinti che il massiccio rifornimento di armi a milizie e gruppi anti comunisti fosse di beneficio alla politica internazionale statunitense. E, in particolare, alla sua futura sicurezza.

Parte del Congresso e dei vertici militari era infatti preoccupata che i guerriglieri di mezzo mondo stessero ricevendo sistemi d’arma sempre più avanzati. Insomma, un conto erano i fucili d’assalto della Seconda guerra mondiale e della Corea consegnati al Vietnam del Sud e ai Montagnard, un altro i lanciamissili Stinger coi quali gli afghani iniziarono ad abbattere i velivoli sovietici. 

Sistemi di un certo valore tecnologico ed economico dunque e che, se caduti in mani sbagliate, avrebbero rappresentato anche al di fuori dello scenario bellico nel quale erano stati inviati.

I precedenti 

1945. Alla fine delle ostilità nel Vecchio continente, Stati Uniti, Inghilterra e Paesi del Commonwealth avevano fornito alle forze della resistenza europea tonnellate di equipaggiamenti, armi e munizioni. Con la resa della Germania nazista, i comandi alleati cercarono di recuperare parte di quegli “aiuti”, onde evitare potessero cadere in mani sbagliate. In Italia, le mani sbagliate erano le formazioni espressione dei partiti di sinistra:

“[È avvenuta] la consegna delle armi agli alleati da parte dei patrioti, ma è stato constatato che essa fu limitata ai moschetti, e qualche arma automa­ tica leggera, e a un discreto numero di bombe a mano, mentre mancavano, quasi del tutto le nu­merose pistole di cui i patrioti avevano fatta, sino a quel giorno, ostentata mostra per le strade della città”.

Si legge una nota delle autorità bolognesi datata maggio 1945, riportata dallo storico Mirco Doddi nel suo Azioni di guerra e potere partigiano nel dopo liberazione, aggiungendo che gli Alleati abbiano stimato il recupero delle armi in circa il 60% del totale inviato nel corso della guerra. 

Nello stesso periodo, in Indocina, il “Deer Team” dell’OSS (Office Strategic Service) armava ed addestrava i Vietminh contro i giapponesi. Leader politico e leader militare erano Ho Chi Minh e Giap gli stessi che, nei due decenni successivi, avrebbero condotto vittoriosamente la guerra anti coloniale francese e la guerra contro gli Stati Uniti, unificando il paese in una Repubblica popolare. 

L’unico caso probabilmente riuscito di cessione di armamenti, dalla seconda guerra mondiale ad oggi, coinvolge la Corea del Sud (ancora adesso fra i principali alleati di Washington in Estremo oriente) ed il programma di riarmo dei paesi europei membri Nato, Italia in testa. 

Corea del Sud, Italia, Germania, Francia, Spagna erano (e sono) comunque nazioni con una situazione politica ed economica decisamente più stabile delle repubbliche africane nate all’indomani della decolonizzazione. 

Una lezione mai imparata

Se l’esperienza indocinese aveva insegnato poco, quella dell’Angola e dell’Afghanistan avrebbe lasciato un segno profondo nella storia della politica estera statunitense. In Angola il conflitto civile ( tre fazioni: UNITA, MPLA, FNLA) iniziato nel 1975, proseguì per tutto il decennio successivo durante il quale gli USA iniziarono a comprendere l’instabilità del proprio alleato locale, il leader UNITA Jonas Savimbi. Il cessate il fuoco e le elezioni del 1992 avrebbero, forse, consentito all’Angola di ritrovare la strada verso pacificazione e democrazia, non fosse per l’opposizione di Savimbi che, non accettando il veto popolare, continuò a combattere una sanguinosa guerra civile fino al 2002. L’ homo novus di Washington si mostrò elemento di profonda instabilità nell’area dell’Africa sud-orientale, addirittura accusato dall’Onu di crimini di guerra. E che combatteva imbracciando armi statunitensi…

A metà Anni ’80, però, qualcuno negli States aveva iniziato a porsi domande su quelle forniture sempre più massicce a guerriglieri e ribelli.

In una intervista rilasciata al Washington Post il 20 giugno 1986, il Capo di Stato Maggiore dell’US ARMY Generale John A. Wickham si diceva angosciato per la decisione di cedere armi a paesi alleati (cfr. guerriglie) poiché sarebbero potute cadere in mani sbagliate. Mani quali quelle di Savimbi, delle fazioni più radicali dei mujaheddin afghani o di gruppi di terroristi. Già, perché di terrorismo (di matrice islamica) si cominciava a parlare già da allora. In un servizio dedicato proprio alla cessione (a terzi) dei lancia missili Stinger, il 21 giugno 1986 il Washington Post scrive che era stata “annullata una commessa da 350 milioni di dollari per l’Arabia Saudita poiché si teme che gli Stinger possano finire nelle mani dei terroristi arabi”.

Contemporaneamente, però, l’amministrazione Reagan decise di aumentare a 350 gli esemplari di Stinger da destinare alla resistenza afghana. Scelta surreale: da un punto di vista prettamente politico l’Arabia Saudita era (ed è anche oggi) una nazione stabile mentre l’Afghanistan, era ed è, un paese dilaniato dai conflitti interni e lotte per il potere. Un angolo di mondo ove il rischio che gli Stinger finissero in mano a gruppi radicali e terroristi era molto più alto che in altri paesi, Arabia Saudita in testa.

Tuttavia, i buoni risultati ottenuti da Savimbi in Angola contro cubani ed MPLA e dai mujaheddin in Afghanistan contro gli aeromobili sovietici, convinsero il  Presidente Reagan e la CIA a perorare la causa del rifornimento. E a chi sollevava dubbi sulla liceità di quella strategia, si rispondeva che  per impiegare lo Stinger fossero necessarie (negli Anni ’80) circa 130 ore di addestramento. Ciò avrebbe dovuto limitarne l’uso del lancia missili ai combattenti davvero esperti e formati. Infine, gli esemplari destinati all’esportazione erano della prima generazione, dunque già all’epoca obsoleti per gli standard dell’US Army.

Considerazioni che, tuttavia, non convincevano politici quali Dennis DeConcini. Nel 1986 il senatore dell’Arizona tentò di far approvare una mozione per interrompere il rifornimento di Stinger all’Angola ed all’Afghanistan, ma fu subito respinta dal Congresso.

Solo a conclusione ostilità, con l’Armata rossa che superava, sconfitta, il Ponte dell’Amicizia, il governo americano ritenne opportuno recuperare almeno una parte degli Stinger inviati agli afghani. E fissando un prezzo vantaggioso, pari a quello di costo: circa 30 mila dollari l’uno. Malgrado la povertà e la miseria, nonché i russi si fossero ormai ritirati, i mujaheddin si mostrarono poco inclini a privarsi della preziosa arma. Poi, dieci anni dopo, proporranno alla Coalizione internazionale di acquistare gli Stinger rimasti alla “modica” cifra di 250 mila dollari l’uno.

Nei vent’anni di Missione, prima ISAF poi Resolute Support, l’Afghan National Army ha ricevuto ulteriori armi e mezzi (non gli Stinger, poiché già disponevano degli SA-7 sovietici), tutto materiale caduto nelle mani dei talebani dopo la conquista di Kabul dell’estate 2021.

Le paure di Wickham e di DeConcini si sono quindi materializzate e, ironia della sorte, sotto due amministrazioni democratiche, quelle Barack Obama e Joe Biden. Dal sostegno alle primavere arabe, sino all’Ucraina, infatti, moderni sistemi d’arma (dagli Stinger di ultima generazione ai Missili Himars destinati ad arrivare a breve a Kiev) sono finiti nel bel mezzo di guerre particolarmente confuse, dove il rischio che il materiale bellico cada nelle mani del nemico, che possa essere ceduto a milizie irregolari o addirittura rubato da bande è molto alto.

A fine guerra l’Ucraina sarà in ginocchio e prodotti di un certo pregio tecnologico e di un determinato valore strategico come le armi faranno gola a molti. E, facendo leva sulla povertà e sulla ricerca disperata di nuove opportunità, chissà che terroristi e criminali non riescano ad accaparrarsi armi di ultima generazione in cambio di pochi spicci.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.