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“Preoccupazione per l’instabilità nei Balcani. Le tensioni tra #Kosovo e #Serbia rischiano di scatenare una nuova guerra. Dietro tutto questo c’è la mano di #Putin, che ha nel presidente serbo #Vucic un fedele alleato” twitta Laura Boldrini a poche ore dalle tensioni sul confine nord del Kosovo che, per un momento, hanno diffuso nel mondo l’incubo di una nuova guerra europea. L’onorevole Pd auspica anche un intervento di Onu ed Ue.

Con buona pace di Laura Boldrini e di tutti coloro che si sono svegliati una mattina ed hanno deciso di assumere una posizione, netta e marcata, pro Pristina, è doveroso ricordare che le tensioni quali quelle di fine luglio sono quasi normalità nell’angolo più tormentato della penisola balcanica. Parliamo innanzitutto di due paesi profondamente diversi dal punto di vista sia economico sia della stabilità interna. 

Stando ad Info Mercati Esteri (MAE), infatti, il PIL della Serbia si attesterebbe ad oltre 57 miliardi di euro nel 2022, con prospettiva di crescita a 61 miliardi per il prossimo anno. Il PIL del Kosovo è invece a 8,3 miliardi per il 2022 con speranza di crescita a 8,7 l’anno prossimo. Su 7 milioni di abitanti la Serbia ha un tasso di disoccupazione di circa l’11%, mentre il Kosovo (stando a fonti diverse) fra il 30 ed il 40% su meno di 2 milioni d’abitanti.

Che il Kosovo sia un’area depressa non è cosa nuova. Già negli Anni Sessanta, sotto il regime di Josip Broz, il regime comunista cercò di rilanciare il tessuto economico della provincia meridionale con ingenti investimenti che, loro malgrado, non sortirono gli effetti sperati. 

Con una popolazione giovanile piuttosto numerosa ma beneficiaria di ben poche prospettive di sviluppo, la Repubblica del Kosovo è dunque la caldera di un malcontento a costante rischio eruzione. 

Non solo. Il nazionalismo albanese è molto forte, malgrado la sconfitta sul campo della Serbia di Milosevic nel 1999 e la nascita dello stato kosovaro nel 2008, eventi che avrebbero dovuto placare l’astiosità contro i vicini. E invece no,  se pensiamo che ancora oggi fra gli obiettivi sensibili monitorati dalla Nato vi sono le chiese ed i monasteri della Chiesa ortodossa serba quali il trecentesco Visoki Dečani. 

L’essere piccoli, poveri e riconosciuti solo da una parte del mondo è inoltre uno smacco mal tollerabile per Pristina, desiderosa di imprimere al paese l’immagine di nazione capace di difendersi e di dialogare con le grandi potenze. 

È forse questo il motivo che, nel dicembre 2018, ha spinto il parlamento kosovaro ad approvare la mozione per la nascita di una Forza di Sicurezza del Kosovo, ovvero un esercito di cinquemila uomini e di tremila ausiliari. 

Decisione che ha suscitato vivaci polemiche sia fra i parlamentari d’origine serba, sia fra le autorità di Belgrado, convinte che si trattasse di una provocazione. Anche il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg palesò allora il suo scetticismo in merito. In fondo, se a garantire pace, sicurezza e dialogo c’è una forza internazionale, coadiuvata dalle forze di sicurezza locali, perché ostinarsi a volere un esercito?

Anche l’aspetto economico rappresenta motivo di attrito. La zona settentrionale del paese, infatti, è stata fra le più industrializzate all’epoca del regime di Tito con le miniere di bauxite di Trepca quale principale polo estrattivo (e lavorativo) dell’area. Con il ridimensionamento dei confini fra Serbia e Kosovo, le miniere sono finite sotto controllo dei secondi, sorte mai andata giù a Belgrado che rivendicava altresì di aver in precedenza investito molto per l’ampliamento delle infrastrutture. Non è un caso che a febbraio del 2019 il governo serbo abbia proposto di ristabilire i confini, includendo le città kosovare a maggioranza serba nella madrepatria. La risposta dell’allora premier Ramush Haradinaj è irritata quanto secca: mantenere i confini, accettare l’ingresso del Kosovo in Osce ed Onu, istituire un tribunale internazionale per i crimini di guerra commessi ai tempi di Slobodan Milošević. Richieste che la premier Ana Brnabic definì contro ogni compromesso ed ogni dialogo. 

Va da sé quindi che quanto abbiamo visto domenica 31 luglio rientri in periodici tentativi del Kosovo di mostrare la propria autonomia decisionale al mondo ed al poco amato vicino. 

La presenza di KFOR (3500 militari dei quali 638 italiani) è, fortunatamente, elemento di stabilità: cerca di mantenere il dialogo fra le due nazioni, consentendo di mantenere un equilibrio fra le ambizioni internazionali di Pristina e le esigenze, reali, del difficile contesto della geopolitica balcanica.

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