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All’alba della Guerra fredda operavano in Ucraina almeno tre grandi gruppi nazionalisti attivi contro l’Unione sovietica. Gruppi che avevano attirato l’attenzione di Langley, interessata ad eventuali operazioni speciali nel territorio della Repubblica socialista d’Ucraina. 

Che l’Ucraina fosse patria di sognatori indipendentisti InsideOver ve lo ha già raccontato nel servizio dedicato a Lugansk. E se nell’est del Paese (in quelle province oggi contese a Kiev da Vladimir Putin) già dal 1919 spiravano venti di autonomismo, anche nella aree centrali ed occidentali la prospettiva di una nazione libera dal giogo delle grandi potenze si era diffusa sin dai primi anni del XX Secolo.  

Le persecuzioni russe negli anni Trenta e, poi, l’occupazione tedesca nella Seconda guerra mondiale rappresentarono una sorta di linfa per le realtà indipendentiste, di cui Stepan Bandera è forse il nome ed il volto più noto in Ucraina ed in Occidente. Qui, è diventato “famoso” dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022.

Bandera fu, in effetti, elemento di primo piano della lotta per l’identità ucraina prima, durante e dopo il Secondo conflitto mondiale. Attenzione, scriviamo identità e non libertà perché, come “partigiano”, Bandera lo è sui generis. Nazionalista, anti comunista; alleato, prigioniero e di nuovo collaboratore dei tedeschi, Bandera tentò di sfruttare l’occupazione nazista dei territori ucraini per fondare uno Stato ucraino indipendente. 

Figura storica che oggi definiremmo “equivoca”, malgrado la sua condotta rifletta il carattere dei popoli dell’Europa orientale e balcanica: la difesa del gruppo etnico di appartenenza è superiore a qualunque ideologia, credo politico, equilibrio internazionale. Elemento questo sfruttato dalle grandi potenze, nel caso di Bandera dal Terzo Reich ai danni dei sovietici e loro alleati, degli ebrei e dei polacchi. E che, nel nuovo scenario della Guerra fredda, era seguito con interesse anche da Washington.

Nel 1957, dunque, la Central intelligence agency (Cia) classifica come “segreto” un voluminoso focus sull’Ucraina, analisi dettagliata ed approfondita della Repubblica socialista ucraina su storia, geografia e fattori economici ed attività anti-sovietiche.

Lo scopo è nel titolo del rapporto: Resistance factors and special forces areaRicostruendo l’attività partigiana nella Seconda guerra mondiale, la Cia identifica quattro aree nelle quali la resistenza era più forte: Poles’ye (attuale Bielorussia), la Volinia meridionale, l’area dei Carpazi e le montagne della Crimea. L’origine geografica influenza, inoltre, l’orientamento politico dei gruppi: nell’Ucraina orientale si concentrano i filo-sovietici (ucraini fedeli a Mosca e soldati dell’Armata rossa tagliati fuori dalla ritirata), in quella occidentale i gruppi nazionalisti come ad esempio in Volinia dove, nel 1943, i nazionalisti ucraini perseguitarono duramente i polacchi onde evitare che, a fine conflitto, la Polonia potesse mai rivendicare territori a maggioranza polacca ma di fatto sentiti dagli ucraini come propri. Un esempio è la città di Leopoli, oggi Ucraina ma dalla forte tradizione polacca.  

Diverse sono anche le prospettive: i filorussi sostengono Mosca e l’Armata rossa, mentre i nazionalisti hanno come obiettivo la nascita di una entità indipendente da tedeschi e sovietici, con una cultura ed una lingua ucraine. 

I documenti sottolineano altresì come alcune zone, densamente boschive, si presterebbero bene a forme di guerra non convenzionale, poiché le forze russe avrebbero difficoltà a penetrarle.

Resistance factors and special forces area è sia un’analisi del terreno sia un occhio sulle capacità dei gruppi di resistenza locali che, inseguito alla riconquista dell’Ucraina da parte dell’Armata rossa, hanno tenuto testa alla Nkvd e alla Mvd tra il 1945 ed il 1954.

Quello ucraino non è un episodio isolato. Nei territori riconquistati od occupati dall’Armata rossa e dai suoi alleati, infatti, partigiani anti sovietici hanno operato per decenni.

Nella Repubblica socialista di Jugoslavia vi erano i kraziri (crociati, Nda) che raccoglievano l’eredità del nazionalismo croato ustascia; al sud, in Kosovo, l’indipendentismo kosovaro darà filo da torcere a Belgrado sino alla morte di Josip Broz, ed anche oltre. 

Sulle sponde del Mar Baltico, invece, estoni lituani e lettoni si ritrovarono a combattere sia contro i nazisti, sia contro i sovietici o, in altri casi, combatterono dapprima i sovietici al fianco dei tedeschi per poi continuare la lotta, anche a guerra conclusa. 

Nessuno di loro, probabilmente, era convinto nazista: l’auspicio di una patria indipendente, di una identità che non fosse schiacciata dai nuovi dominatori russi, animò l’alleanza con Berlino prima e, nel dopoguerra, la guerriglia nelle foreste contro i reparti dell’ Nkvd di Berija. 

Non è un caso quindi se, nel primo decennio della Guerra fredda, gli Stati Uniti seguissero con attenzione tali realtà. “Le unità baltiche delle Waffen SS devono essere considerate come separate e distinte nei propositi, nell’ideologia, nelle attività e nella qualificazione dai membri dalle SS tedesche, pertanto la commissione ritiene che esse non siano un movimento ostile al governo degli Stati Uniti”, è la conclusione cui giunsero i membri di una commissione incaricata di valutare i crimini perpetrati dalle Waffen SS nel corso della guerra. 

Era il 1950 e le ferite, specie fra le vittime delle persecuzioni naziste, ancora fresche. Eppure la principale nazione Alleata giunse alla conclusione che le SS baltiche fossero una realtà distinta rispetto alle altre, con il probabile fine di potere sfruttare l’azione dei veterani per contenere il potere sovietico sulle sponde del Baltico. 

Una cosa simile, se ci pensiamo, a quanto accaduto di recente con alcuni reparti schierati contro i russi in Ucraina: malgrado il forte sospetto di simpatie naziste, sono stati sostenuti ed armati dagli Usa e dai loro alleati occidentali per far fronte all’esercito di Mosca.

Anche nel caso di Bandera, gli analisti di Langley sorvolano aspetti poco cristallini del suo passato  concentrandosi sulle capacità delle tre principali organizzazioni antisovietiche:   Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), Esercito insurrezionale ucraino (Upa), Supremo Consiglio di liberazione dell’Ucraina (Uhvr), tutte e tre “strettamente associate con una leadership che assume la forma di un ‘interlocking directorate’ (direttorio ad incastro) con gli stessi elementi che si trovano ai vertici di ogni organizzazione”. 

Ciò che invece è meno chiaro è il fatto che la Cia riconosca come Oun, Upa e Uhvr siano stati di fatto messi ko dalla polizia segreta sovietica sin dal 1954. Che senso ha allora stilare un rapporto così dettagliato se i potenziali alleati in loco sono fuori gioco?

La risposta è nella storia recente della politica estera degli Stati Uniti. Gli Usa hanno infatti fornito supporto sia ad unità molto combattive (Contras, Viet Minh in chiave anti giapponese, mujaheddin), sia a realtà che non avrebbero mai avuto modo di sconfiggere sul campo le forze avversarie, come i montagnard vietnamiti, l’Alleanza del Nord fra il 1992 ed il 2001 ed i curdi. L’interesse, in questo caso, non è vincere il confronto con il nemico sul breve periodo, semmai di sfiancarlo e di logorarlo, costringendolo ad impegnare risorse e mezzi sempre maggiori per reprimere le forze anti-governative.

Ciò che restava di Oun, Upa e Uhvr avrebbe potuto essere riorganizzato da operatori sul campo, così da riprendere l’attività guerriglia anti-russa dopo la botta d’arresto del 1954.

Una strategia decennale e da milioni di dollari, in fondo simile a quella cui assistiamo oggi in Ucraina, conflitto destinato a durare ancora molto tempo e ad evolversi in uno scontro a bassa intensità fra Kiev e la Russia. Ed inviare armi e mezzi ha proprio lo scopo di tenere impegnata Mosca il più possibile, con la speranza che si verifichi, ancora una volta, il miracolo dell’Afghanistan: ritiro dell’Urss del 1989 e crollo dell’Unione nel 1991.

Peccato che, ammainata la Bandiera Rossa sul Cremlino, sia la Russia sia l’Afghanistan abbiano attraversato un periodo di lunghissima instabilità che, nel caso afghano, dura tutt’ora…

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