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	<title>Gaia Bonomelli Archives - InsideOver</title>
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	<title>Gaia Bonomelli Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un&#8217;arma</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/nellinferno-del-sudan-dove-la-fame-e-usata-come-arma-di-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 23:02:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Sudan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sudan" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> 29 milioni di sudanesi a rischio di morte per fame, 14 milioni di persone che hanno abbandonato tutto. La realtà atroce di questa guerra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/nellinferno-del-sudan-dove-la-fame-e-usata-come-arma-di-guerra.html">Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un&#8217;arma</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sudan" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Esattamente da tre anni, dall&#8217;aprile del 2023, il Sudan è dilaniato da una guerra civile e la fame delle persone viene usata come arma: scorte saccheggiate, campi distrutti e mercati sotto attacco. Intanto la risposta umanitaria appare ferma. Azione contro la Fame offre cure per combattere la malnutrizione e sostiene le donne affinché possano ricevere educazione finanziaria, formazione nella conservazione e preparazione degli alimenti. “Non chiediamo più cosa mangeremo. Chiediamo chi mangerà”. In questa frase, pronunciata da una donna sfollata nel Nord Darfur, Sudan, è racchiuso il dramma di un intero popolo. Lei è una dei <strong>29 milioni di sudanesi </strong>(oltre metà della popolazione) che da tra anni non sanno se riusciranno a rimediare un pasto per sopravvivere.</p>



<p>Dal 15 aprile 2023 il Sudan sta vivendo una guerra civile scoppiata tra le forze armate sudanesi (SAF) e i paramilitari delle forze di supporto rapido (RSF). Le due fazioni sono responsabili, tra le tante violazioni dei diritti umani, di <strong>una crisi alimentare senza precedenti. </strong>La fame viene utilizzata come arma strategica per indebolire l’avversario e controllare la popolazione. Ed&nbsp;è una &#8220;conseguenza diretta del conflitto, che sta distruggendo i mercati, interrompendo i raccolti e bloccando le rotte commerciali”, spiega&nbsp;<strong>Samy Guessabi</strong>, direttore in Sudan di Azione Contro la Fame,&nbsp;organizzazione umanitaria internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Contadini, commercianti e donne rischiano ogni giorno la vita&nbsp;</strong></h2>



<p>Un recente&nbsp;<a href="https://azionecontrolafame.it/news/sudan-report-cosa-serve-per-mangiare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rapporto</a>&nbsp;redatto da Azione contro la fame, insieme ad altre quattro organizzazioni umanitarie, documenta come&nbsp;<strong>il tragitto del cibo dalla terra alla tavola</strong>&nbsp;sia diventato un percorso mortale.&nbsp;I&nbsp;<strong>contadini vengono uccisi nei campi, i raccolti bruciati e le scorte&nbsp;</strong>di semi distrutte o saccheggiate.&nbsp;<strong>I&nbsp;commercianti subiscono blocchi stradali e tassazioni illegali&nbsp;</strong>imposte dalle parti in conflitto. Ad ogni posto di blocco, viene sottratto denaro, carburante o cibo.&nbsp;I&nbsp;<strong>mercati&nbsp;vengono bombardati,</strong>&nbsp;bruciati, saccheggiati. Quando riaprono, lo fanno solo per poche ore e i venditori scavano buche nel terreno per ripararsi dai droni. Le persone sfidano il fuoco incrociato solo&nbsp;per produrre, comprare o trasportare cibo,&nbsp;mentre le cucine comunitarie, l’ultimo baluardo contro la morte, stanno chiudendo per mancanza di fondi o dimezzando le razioni.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando il cibo arriva alle famiglie, è già passato attraverso tutto questo.</strong>&nbsp;Ma anche il&nbsp;costo degli alimenti funge da deterrente. A settembre, sette chilogrammi di miglio erano venduti a oltre 200 dollari e un chilo di zucchero a più di 50. Per tale ragione molte persone mangiano una sola volta al giorno e nei casi più estremi, il pasto è costituito da&nbsp;<strong>foglie selvatiche, erba, bucce di arachidi e mangime per animali&nbsp;</strong>(e quest&#8217;ultimo di recente ha iniziato ad avere un costo). Inoltre, le famiglie guidate da donne hanno il triplo delle probabilità di trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare rispetto a quelle guidate da uomini.&nbsp;</p>



<p>Il cibo tuttavia non è l&#8217;unico bene ad aver&nbsp;subito aumenti di prezzo. Quelli di fertilizzanti e pesticidi sono più che raddoppiati. Il credito formale è crollato, costringendo i contadini a ricorrere a prestiti informali che li lasciano indebitati anche quando il raccolto fallisce o viene razziato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nazioni Unite: “Un conflitto di atrocità”</strong></h2>



<p>Delle tre carestie ufficialmente riconosciute nel mondo, due sono state dichiarate proprio qui nel 2025: a&nbsp;<strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/el-fasher-la-mano-degli-emirati-dietro-la-normalizzazione-del-massacro.html" type="post" id="493243">El Fasher</a></strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Kadugli.&nbsp;</strong>Le Nazioni Unite non usano giri di parole e definiscono quella in corso una “guerra di atrocità” contro i civili. Il Sudan sta anche vivendo la più grande crisi di sfollamento del pianeta.&nbsp;<strong>14 milioni di persone</strong>&nbsp;<strong>hanno abbandonato tutto</strong>: dieci milioni sono sfollati interni, altri quattro milioni sono fuggiti in Ciad e Sud Sudan. Per capire la portata del disastro, basta confrontarlo con i dati di Siria, dove gli sfollati sono 7 milioni e dello Yemen, dove il numero scende a 5.&nbsp;</p>



<p>L<strong>’80% dei centri sanitari è fuori uso e il 60% dei sistemi idrici è stato distrutto.</strong> “Non sono solo numeri&#8221;, avverte Guessabi. “Le famiglie sono costrette a spostarsi ripetutamente, interrompendo cure e accesso all’acqua e al cibo, esponendo donne e bambine a un rischio altissimo di violenza di genere”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli aiuti umanitari sono paralizzati</strong></h2>



<p>Nonostante la gravità della situazione, la risposta internazionale è lenta. Il piano di aiuti da&nbsp;<strong>2,87 miliardi di dollari</strong>&nbsp;è finanziato solo al&nbsp;<strong>16%</strong>. Nel 2025, i fondi destinati alla ricostruzione e alla &#8220;ripresa precoce&#8221; hanno raggiunto solamente l’1%. In questo scenario,&nbsp;<strong>Azione Contro la Fame</strong>&nbsp;riesce comunque a operare in Darfur, Kordofan e nelle regioni del Nilo, assistendo quasi due milioni di persone. Oltre a fornire cure contro la malnutrizione e acqua potabile, l&#8217;organizzazione scommette sulla resilienza delle donne. Eisa è una di loro. Grazie ai programmi di formazione, oggi è tornata al mercato: “Ora vendiamo cipolle, olio, okra e pomodori secchi&#8221;, racconta.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, gli sforzi umanitari non basteranno senza un cambiamento politico. A tre anni dall&#8217;inizio delle ostilità, l&#8217;appello resta quello di cessare i combattimenti, aprire corridoi sicuri e stanziare risorse adeguate per fermare una delle carestie più gravi del secolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/nellinferno-del-sudan-dove-la-fame-e-usata-come-arma-di-guerra.html">Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un&#8217;arma</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Nigeria: i bambini &#8220;nati per morire&#8221; e la missione che sfida le superstizioni</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/nigeria-i-bambini-nati-per-morire-e-la-missione-che-sfida-le-superstizioni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 15:46:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="768" height="380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vine-e1772794293596.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>La Nigeria vive un paradosso: è un Paese giovanissimo, ma spesso ostile verso i più piccoli.Un nigeriano su due (dati Unicef del 2025) ha meno di 18 anni, per un totale di 98 milioni di bambini e adolescenti. Tuttavia, uno su nove muore prima di aver compiuto cinque anni. Un abisso, se paragonato all&#8217;Europa, dove la stessa tragedia colpisce appena un bambino ogni 333. Nelle &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/nigeria-i-bambini-nati-per-morire-e-la-missione-che-sfida-le-superstizioni.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/nigeria-i-bambini-nati-per-morire-e-la-missione-che-sfida-le-superstizioni.html">Nigeria: i bambini &#8220;nati per morire&#8221; e la missione che sfida le superstizioni</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="768" height="380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vine-e1772794293596.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>La<strong> Nigeria </strong>vive un paradosso: è un<strong> Paese giovanissimo, </strong>ma spesso ostile verso i più piccoli.Un nigeriano su due (dati <a href="https://www.unicef.org/nigeria/reports/nigerian-child" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Unicef</a> del 2025) ha meno di 18 anni, per un totale di <strong>98 milioni di bambini e adolescenti</strong>. Tuttavia, <strong>uno su nove muore </strong>prima di aver compiuto cinque anni. Un abisso, se paragonato all&#8217;<a href="https://data.worldbank.org/indicator/SH.DYN.MORT" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa</a>, dove la stessa tragedia colpisce appena un bambino ogni 333. <br>Nelle aree rurali più isolate inoltre, la povertà e l’assenza di cure mediche si intrecciano a superstizioni ancestrali. <strong>Gemelli, albini, disabili ed orfani di madre non arrivano </strong>nemmeno al mese di vita. Si dice che siano presagi di sventura, <strong>“nati per morire”</strong>. E per questo, vengono uccisi. </p>



<p><strong>C’è chi salva i bambini condannati a morte&nbsp;</strong></p>



<p>In questo scenario opera la&nbsp;<a href="https://vineheritagehome.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Vine Heritage Home Foundation</strong></a>. Fondata nel 2004 ad Abuja dai coniugi&nbsp;<strong>Olusola e Chinwe Stevens</strong>, l&#8217;organizzazione che opera nel&nbsp;<strong>Territorio della Capitale Federale&nbsp;</strong>della Nigeria ha la missione di “<strong>salvare i bambini in pericolo, crescerli e riunirli</strong>&nbsp;alle famiglie originarie quando è sicuro riportarli nelle loro comunità”,&nbsp;<strong>spiega a InsideOver il pastore</strong>&nbsp;<strong>Stevens Olusola.&nbsp;</strong></p>



<p>Tutto ebbe inizio nel 1996, quando gli Stevens scoprirono la pratica dell&#8217;infanticidio grazie “a una donna che implorava di salvare il proprio figlio”. All’epoca, la fondazione era solo un “modesto appartamento di due stanze dove accoglievamo i piccoli”. Oggi, la struttura&nbsp;<strong>ospita 225 bambini</strong>; il più piccolo “ha tre settimane, mentre la più grande frequenta l’università”. Nel corso degli anni la fondazione&nbsp;<strong>ha salvato 300 bambini dall’infanticidio.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Scarse cure mediche e superstizioni: l’infanticidio in Nigeria&nbsp;</strong></p>



<p>La storia dell&#8217;infanticidio in Nigeria ha radici profonde. Secondo Stevens viene praticato da “oltre un secolo. Dal nord-est, al centro-nord, fino alla fascia centrale e ad alcuni villaggi nella parte meridionale del Paese”.&nbsp;</p>



<p>Avverrebbe spesso attraverso&nbsp;<strong>soffocamento, annegamento, esposizione, strangolamento e sepoltura in vita</strong>. Anche se, secondo un articolo dell’ICIR, i decessi vengono spesso archiviati come &#8220;circostanze misteriose”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage.jpg" alt="" class="wp-image-508141" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nella parte centro-settentrionale della Nigeria, secondo Stevens, la pratica era avvolta nel segreto: &#8220;Noi l’abbiamo portata alla luce e ciò ha spinto il ministro della capitale federale a istituire una&nbsp;<strong>commissione d’inchiesta.</strong>&nbsp;Il rapporto dell&#8217;ufficio del ministro ha confermato la nostra storia: venivano&nbsp;<strong>uccisi gemelli, trigemini</strong>,&nbsp;<strong>bambini che hanno perso le madri&nbsp;</strong>durante il parto,&nbsp;<strong>albini, bambini nati con difetti&nbsp;</strong>alla nascita e infine bambini&nbsp;<strong>a cui cresce prima il dente superiore</strong>”.&nbsp;</p>



<p>Nonostante sia illegale, la pratica spesso resiste grazie al silenzio e al suo radicamento, alimentato dagli anziani dei villaggi. Un sondaggio di ActionAid (2019) ha rivelato che, in alcuni villaggi intorno ad Abuja,&nbsp;<strong>quasi due uomini su dieci sostengono&nbsp;</strong>apertamente queste tradizioni. &#8220;In alcuni luoghi il cristianesimo e l&#8217;Islam stanno frenando il fenomeno, ma le tradizioni hanno radici profonde”.&nbsp;</p>



<p><strong>&#8220;Sette neonati su dieci hanno perso la mamma&#8221;</strong></p>



<p>Oltre alle superstizioni, uno dei principali fattori che alimentano l&#8217;infanticidio è&nbsp;<strong>l&#8217;elevato tasso di mortalità materna nelle comunità rurali.</strong>&nbsp;La Nigeria è oggi uno dei Paesi più pericolosi al mondo per partorire:&nbsp;<strong>una donna su 100 muore durante o subito dopo il parto</strong>. Nei villaggi la situazione è emergenziale. Spesso molto distanti dalle strutture ospedaliere, le zone rurali fanno affidamento su ostetriche locali e molti parti hanno complicazioni che portano alla morte delle donne. Inoltre, le credenze e le pratiche radicate nella tradizione (trattamenti erboristici o allattamento non praticato per motivi religiosi) aumenterebbero i decessi. “<strong>Il 70% dei bambini curati dalla nostra fondazione è stato salvato in seguito alla morte della madre</strong>”, racconta Stevens.&nbsp;</p>



<p>Per contrastare questa emergenza, il Governo Federale ha avviato “Il&nbsp;<em>Health Sector Investment Renewal Plan</em>, volto a potenziare i servizi sanitari di base. L’infanticidio è considerato la forma più estrema dell’incapacità di investire nella salute nella prima infanzia”, spiega Stevens. &nbsp;</p>



<p><strong>Come gli Stevens salvano i bambini&nbsp;</strong></p>



<p>Il&nbsp;<strong>processo di contrasto dell’infanticidio</strong>, secondo Olusola Stevens è stato avviato con l’arrivo dei&nbsp;<strong>missionari,&nbsp;</strong>in particolare“la missionaria scozzese Mary Slessor ha portato alla luce la piaga dell’infanticidio nella zona sud-orientale della Nigeria; anche nelle colline di Koma, nel nord-est del Paese, questa pratica era diffusa finché i missionari non l’hanno affrontata”.</p>



<p>Inizialmente i coniugi Stevens facevano visita alle comunità, implorando le famiglie di consegnare loro i bambini “maledetti”, piuttosto che ucciderli. Successivamente i due hanno creato una&nbsp;<strong>rete di informatori tra i missionari locali.</strong>&nbsp;Quando ricevono una segnalazione,&nbsp;<strong>entrano in azione per prelevare il bambino</strong>, spesso affrontando strade rurali quasi impraticabili. Nonostante non manchino le resistenze, l’intervento della fondazione è sempre pacifico:&nbsp;<strong>&#8220;Non accusiamo nessuno, manteniamo un approccio amichevole</strong>&nbsp;come missionari di pace”. Oggi sempre più comunità stanno diventando consapevoli del lavoro degli Stevens e portano direttamente i neonati, prima che le loro condizioni possano aggravarsi ulteriormente.&nbsp;</p>



<p>Quando un bambino arriva alla fondazione, la&nbsp;<strong>prima assistenza che riceve è quella sanitaria</strong>. “La maggior parte dei nostri bambini arriva che è neonato, in una situazione molto delicata”. Infatti molti possono essere indeboliti a seguito di avvelenamento o grave malnutrizione. “Dopo il primo check-up medico, il bambino inizia il ciclo di vaccinazioni in una struttura governativa, mentre i casi più critici vengono trasferiti in reparti specializzati di terapia intensiva neonatale”.&nbsp;</p>



<p><strong>Come si vive all’interno del rifugio&nbsp;</strong></p>



<p>La giornata inizia alle cinque del mattino con “la devozione familiare, un momento di preghiera comune a cui tutti sono tenuti a partecipare, fatta eccezione per i neonati”. Poi ognuno fa il bagno, fa colazione e si prepara per andare a scuola. La fondazione fornisce&nbsp;<strong>istruzione a tutti i bambini a partire dai tre anni.</strong>&nbsp;“Abbiamo la scuola primaria, secondaria e l’università”, spiega Stevens. Tutti i bambini tornano alla struttura dopo l&#8217;orario scolastico dove “consumano il pasto del primo pomeriggio e fanno i compiti”. La giornata si conclude con la cena e la preghiera notturna.&nbsp;</p>



<p>Tutti i bambini partecipano ad&nbsp;<strong>attività sportive ed extra-curriculari:</strong>&nbsp;“Abbiamo una squadra di calcio per gli adolescenti, un gruppo di canto che riceve inviti per esibizioni esterne” ed è concesso ai ragazzi “frequentare scuole pubbliche o private con altri bambini così da stimolare il loro impegno sociale. Possono&nbsp;<strong>mescolarsi con la società all’esterno per evitare la stigmatizzazione</strong>”. La fondazione fornisce anche&nbsp;<strong>supporto psicologico.&nbsp;</strong>“Tutte le nostre assistenti sono esperte, fungono da madri surrogate ai bambini quando arrivano al nostro rifugio, fornendo costantemente il supporto finché i bambini non raggiungono l’adolescenza”.&nbsp;</p>



<p><strong>Il ritorno ai villaggi</strong></p>



<p>Di solito, gli Stevens aspettano che i bambini abbiano&nbsp;<strong>almeno dieci anni prima di raccontare</strong>&nbsp;loro come sono arrivati alla casa. Qui rimangono finché non finiscono la loro istruzione universitaria ma, ogni tanto, capita che alcuni si riuniscano in anticipo alle famiglie originarie. Il ricongiungimento non avviene se “la comunità d’origine è ancora ostile”.&nbsp;</p>



<p>Infatti, non sempre le persone dei villaggi accettano i bambini una volta cresciuti, perché continuano a pensare che siano di cattivo presagio. È capitato che alcuni bambini ricongiunti venissero ricondotti nuovamente alla Vine Heritage Foundation che, prima di acconsentire al ricongiungimento, cerca in tutti i modi di verificare che, oltre al ragazzo, tutto il villaggio sia concorde al reinserimento.</p>



<p><strong>Per chi torna a vivere in comunità</strong>, è spesso complesso adattarsi alla vita rurale, molto distante da quella che la fondazione cerca di fornire ogni giorno. Mentre nelle città si corre verso il futuro, i villaggi isolati sembrano rimasti prigionieri di un altro secolo. I bambini della Vine Heritage sono abituati all&#8217;acqua corrente, all&#8217;elettricità e ai pasti regolari, condizioni spesso assenti o precarie nei villaggi. Per i bambini della fondazione abituati a questi standard, tornare nei villaggi d&#8217;origine significa spesso affrontare un vero e proprio &#8220;shock culturale&#8221; e materiale.</p>



<p><strong>La svolta istituzionale e la fine del negazionismo</strong></p>



<p>Nel 2013, quando decisero di parlare pubblicamente di infanticidio, il governo del Territorio della Capitale Federale accusò gli Stevens di diffondere falsità e danneggiare l&#8217;immagine della Nigeria, solo per attirare l&#8217;attenzione e raccogliere donazioni. Ma lo scetticismo è svanito dopo le prove fornite. L&#8217;esposizione mediatica sul lavoro della fondazione “ha favorito l&#8217;indagine governativa sulle pratiche culturali che mettono in pericolo la vita dei bambini nelle comunità rurali”, spiega Stevens.</p>



<p>Il governo ha così incaricato la coppia di condurre campagne di sensibilizzazione nelle comunità colpite e da allora “ha fatto grandi passi avanti: se inizialmente si limitava a indagare sulla nostra storia, oggi&nbsp;<strong>ci sostiene</strong>&nbsp;attraverso diverse agenzie e organi parastatali, che ci fanno visita soprattutto durante i periodi festivi per offrire il loro contributo. Anche la First Lady della Repubblica Federale della Nigeria, la moglie del Presidente Bola Tinubu, ha inviato personalmente il proprio sostegno per il benessere dei bambini”.&nbsp;</p>



<p>Secondo quanto racconta Stevens, nel 2014 “è stato avviato un programma di sensibilizzazione in dieci comunità, in collaborazione con il Centre for Democracy e con il patrocinio di Amnesty International Nigeria”. L’esito positivo del progetto ha spinto “<strong>sette di queste comunità&nbsp;</strong>a sottoscrivere una dichiarazione ufficiale per&nbsp;<strong>porre fine all&#8217;uccisione dei neonati”.&nbsp;</strong></p>



<p>Nel 2018 è stato lanciato un nuovo progetto, denominato MATAI, in collaborazione con ActionAid Nigeria: “L’iniziativa coinvolge 55 comunità distribuite in cinque distretti del Territorio della Capitale Federale. Dopo tre anni di costante impegno con le comunità rurali, i risultati sono stati straordinari: molte famiglie hanno iniziato a farci visita, chiedendo la possibilità di riportare i figli nei villaggi. L&#8217;idea è che questi ragazzi possano diventare un punto di riferimento e&nbsp;<strong>un esempio vivente</strong>&nbsp;per tutti coloro che, in futuro, si troveranno ad affrontare la nascita di&nbsp;<strong>bambini con storie simili</strong>”.&nbsp;</p>



<p>Di recente, la fondazione è riuscita a “raggiungere un&#8217;altra tribù nella regione del Centro-Nord dove questa pratica era ancora in uso, facilitando il trasferimento dei bambini dalla loro comunità verso luoghi sicuri all&#8217;interno dello Stato”.</p>



<p><strong>Come sostenere la fondazione&nbsp;</strong></p>



<p>Qualche anno fa la Vine Heritage si è trasferita da una struttura più piccola a una più grande a Gwagwalada, costruita con finanziamenti dell&#8217;UE in collaborazione con l&#8217;organizzazione benefica ActionAid. “Abbiamo cuochi, un elettricista, un infermiere e autisti che lavorano tutto il giorno fornendo servizi per la casa”, racconta Stevens. La casa, secondo un&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2026/feb/05/the-children-are-not-safe-here-the-nigerian-couple-fighting-infanticide" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo del The Guardian</a>, conta 18 dipendenti dedicati che lavorano a turni per fornire assistenza 24 ore su 24 ai neonati e ai bambini piccoli.&nbsp;</p>



<p>Crescere questi bambini però non è semplice: “<strong>Abbiamo bisogno di molti soldi per mantenere la struttura operativa su base giornaliera.&nbsp;</strong>Parliamo di oltre 800 euro a settimana per il vitto, oltre&nbsp;<strong>300 euro al mese per le spese mediche</strong>, in assenza di bambini ricoverati; di oltre&nbsp;<strong>3200 euro di spese scolastiche per trimestr</strong>e; di oltre 300 euro per i costi di mobilità per ogni mese e di circa 90 euro per i costi mensili dell’energia.Vestiti e altri articoli vengono acquistati man mano che sorge la necessità”.&nbsp;</p>



<p>Stevens si dice certo che &#8220;<strong>molto presto l&#8217;infanticidio sarà solo un ricordo del passato</strong>&nbsp;e verrà definitivamente cancellato dalla storia della Nigeria”. Ciò è possibile solamente “attuando e integrando il&nbsp;<em>Child’s Right Act</em>&nbsp;in tutti i 36 Stati della Nigeria. Si tratta di una legge del 2003 che disciplina in modo completo le questioni relative all&#8217;infanzia e alla vulnerabilità nel Paese”, ma anche attraverso &#8220;una maggiore sensibilizzazione sui diritti dei minori attraverso la&nbsp;<em>National Orientation Agency</em>, ente sotto il Ministero dell’Informazione” e soprattutto&nbsp; con una “maggiore attenzione da parte del Ministero Federale della Salute ai servizi sanitari di base nelle comunità rurali: assistenza prenatale e postnatale per le donne delle campagne, per ridurre drasticamente l’alto tasso di mortalità materna tra la popolazione rurale”.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/nigeria-i-bambini-nati-per-morire-e-la-missione-che-sfida-le-superstizioni.html">Nigeria: i bambini &#8220;nati per morire&#8221; e la missione che sfida le superstizioni</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ucraina 2022-2026 &#8211; il diritto al sogno negato, WeWorld: “per i bambini è difficile pensarsi domani”</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ucraina-2022-2026-il-diritto-al-sogno-negato-weworld-per-i-bambini-e-difficile-pensarsi-domani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1286" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-1024x686.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-1536x1029.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-600x402.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Oggi, un terzo dell'intera popolazione minorile ucraina è sradicato: circa 2,6 milioni di bambini sfollati. L'azione di We World. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-2022-2026-il-diritto-al-sogno-negato-weworld-per-i-bambini-e-difficile-pensarsi-domani.html">Ucraina 2022-2026 &#8211; il diritto al sogno negato, WeWorld: “per i bambini è difficile pensarsi domani”</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>“<strong>Ho paura a chiudere gli occhi.&nbsp;</strong>Vedo noi che scappiamo di nuovo dalla nostra casa distrutta”.&nbsp;<strong>Illia ha 9 anni</strong>&nbsp;ed è fuggito dalla regione di Kharkiv dopo che la sua casa è stata demolita dai bombardamenti. Oggi vive con la madre in una sistemazione temporanea e “<strong>fatica a dormire</strong>&nbsp;perché teme di rivivere continuamente quell’esperienza”, racconta&nbsp;a InsideOver <strong>Piero Meda, direttore Paese WeWorld Ucraina</strong>, presente sul territorio dall’inizio del conflitto.</p>



<p>La storia di Illia è lo specchio di una generazione: sono circa&nbsp;<strong>4,6 milioni i minori</strong>&nbsp;in Ucraina che vivono sotto le bombe, crescendo a intermittenza tra bunker sotterranei, allarmi che disturbano momenti di svago o di studio e il freddo (fino a –20°C) che non consente il riposo. “La&nbsp;<strong>salute psicologica è messa a dura prova</strong>&nbsp;e, per chi è senza cure parentali, manca anche un riferimento stabile”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Difficile per i bambini immaginarsi nel futuro”</strong></h2>



<p>Tutti i diritti principali, incluso quello al sonno, non sono più garantiti, perché “<strong>nessun luogo è sicuro.&nbsp;</strong>Se una bambina o un bambino non può dormire serenamente, viene meno la sicurezza, ma anche la continuità educativa, la possibilità di crescere in un ambiente stabile e di costruire relazioni”, spiega Meda che riferisce di un’insicurezza costante, che non colpisce solo la quotidianità dei minori, ma anche il loro corpo: “<strong>Disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, irritabilità, problemi di interazione</strong>&nbsp;con altri bambini ma soprattutto la<strong>&nbsp;difficoltà a immaginare il futuro</strong>” sono i segni più evidenti.&nbsp;</p>



<p>Se gli incubi sono il riflesso del trauma subito, il sogno a occhi aperti, ovvero la capacità di “<strong>pensarsi domani, diventa complicato</strong>”. La mente dei bambini smette di progettare, limitandosi a sopravvivere e il rischio è che tutto questo diventi la normalità di crescita di un’intera generazione. Per evitarlo, la sfida più urgente è cambiare prospettiva: “Non rispondere solo all’emergenza, ma&nbsp;<strong>garantire continuità educativa, supporto psicologico stabile, spazi sicuri&nbsp;</strong>e percorsi di inclusione sociale. Non si tratta solo di proteggere la sopravvivenza, ma di proteggere il futuro”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;intervento nelle zone critiche</strong></h2>



<p>Per rispondere a questa compressione dei diritti, WeWorld, insieme al partner locale PHK, ha scelto di agire dove il pericolo è maggiore. L’organizzazione ha attivato&nbsp;<strong>centri sicuri in spazi protetti e sotterranei</strong>&nbsp;<strong>a Kyiv</strong>&nbsp;e in altre zone critiche come<strong>&nbsp;<a href="https://it.insideover.com/guerra/kiev-kharkiv-mariupol-il-martirio-delle-citta-ucraine.html">Kherson, Mykolayiv, Kharkiv e Donetsk.</a></strong></p>



<p>Nelle regioni del fronte, come&nbsp;<strong>Kharkiv e Donetsk</strong>, la vicinanza ai combattimenti rende le infrastrutture civili bersagli costanti. Qui la rete elettrica è spesso fuori uso e costringe le persone a mesi di oscurità e freddo intenso. A&nbsp;<strong>Kherson e Mykolayiv&nbsp;</strong>la contaminazione da mine e i continui bombardamenti d&#8217;artiglieria limitano ogni movimento.&nbsp;</p>



<p><strong>Operare in queste zone è diverso rispetto alla capitale</strong>: “Cambiano le condizioni di sicurezza, l’accesso ai servizi e la possibilità di garantire continuità nelle attività”, spiega Meda. “ Nelle zone più esposte la sfida è sia logistica sia umana. Da un lato, bisogna riuscire a operare in contesti instabili, con interruzioni e rischi costanti; dall’altro, c’è la necessità di sostenere comunità e staff locale che vivono uno stress prolungato. In queste condizioni, la continuità della presenza diventa un elemento fondamentale. Personalmente la sfida che sto affrontando è&nbsp;<strong>la paura che qualcosa possa succedere ad uno del nostro team</strong>&nbsp;mentre è vicino alle zone di fronte.&nbsp;<strong>Questo mi toglie il sonno</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ricostruire la normalità sotto terra</strong></h2>



<p>Ogni giorno nelle aree più colpite dal conflitto l’organizzazione offre&nbsp;<strong>attività gratuite educative, ricreative e di sostegno psicologico attraverso figure come educatrici ed educatori, assistenti sociali e professioniste e professionisti della psicologia.</strong>&nbsp;“Lavoriamo su percorsi continuativi che aiutino a ricostruire sicurezza e relazioni: supporto psicologico, attività espressive come il gioco e l’arte-terapia, routine prevedibili e, quando possibile, il coinvolgimento della figura genitoriale o di un adulto”, spiega Meda. In questo contesto il&nbsp;<strong>rifugio sotterraneo&nbsp;</strong>diventa uno spazio sicuro di normalità: “Non è più solo un luogo dove aspettare che passi il pericolo, ma&nbsp;<strong>un luogo dove si può tornare a vivere</strong>”.</p>



<p>I risultati di questo impegno si vedono nei piccoli passi quotidiani. E’ proprio durante le sessioni di supporto psicologico che Illia ha iniziato a esprimere la sua paura di rivivere la fuga e la perdita della casa ed è grazie al lavoro intrapreso con l’equipe di professionisti che, la madre di un 11enne racconta come il figlio abbia “iniziato a dormire autonomamente. È diventato più calmo e ha ricominciato a giocare con gli altri bambini”.</p>



<p>L’obiettivo di queste attività, secondo il direttore WeWorld Ucraina, “<strong>non è cancellare ciò che è accaduto</strong>, ma&nbsp;<strong>aiutare bambine e bambini a elaborarlo senza esserne sopraffatti</strong>&nbsp;e ricostruire routine e relazioni, perché è da lì che passa il senso di sicurezza”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il &#8220;Diario di Maria&#8221; per le adolescenti</strong></h2>



<p>Tra freddo estremo, scarsità energetica e servizi interrotti, peggiorano anche le condizioni di igiene. E per le adolescenti la&nbsp;<strong>gestione delle mestruazioni diventa più complessa</strong>&nbsp;quando mancano acqua calda, spazi privati e figure adulte di riferimento.</p>



<p>“In guerra spesso sono proprio le ragazze a essere le più vulnerabili”, conferma Meda. “La difficoltà principale è la&nbsp;<strong>perdita di privacy</strong>&nbsp;e di controllo sul proprio corpo, che può generare&nbsp;<strong>disagio, stress e senso di vulnerabilità</strong>. A questo si aggiunge un rischio più ampio legato alla&nbsp;<strong>sicurezza personale, soprattutto durante gli spostamenti&nbsp;</strong>o in contesti precari. Inoltre molte bambine e ragazze sono affidate alle nonne o alle zie, e&nbsp;<strong>parlare di mestruazioni diventa ancora una volta un tabù</strong>”.&nbsp;</p>



<p>Per rompere questo silenzio, WeWorld ha sviluppato&nbsp;<em><a href="https://www.instagram.com/p/DVGS3CiCJy9/?img_index=1&amp;igsh=amVoeDB0ZTY1YXRh" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Diario di Maria</a></em>, uno strumento educativo in lingua ucraina che accompagna le ragazze nelle prime mestruazioni con informazioni corrette e indicazioni pratiche sull’igiene mestruale anche in contesti di emergenza, contribuendo a restituire normalità, consapevolezza e dignità a un passaggio importante della crescita.</p>



<p><strong>I numeri della crisi: una generazione sradicata</strong></p>



<p>Il quadro fin qui descritto da Piero Meda trova conferma anche nei dati drammatici raccolti sul campo. Oggi,&nbsp;<strong>un terzo dell&#8217;intera popolazione minorile ucraina è sradicato</strong>: parliamo di circa&nbsp;<strong>2,6 milioni di bambini sfollati,</strong>&nbsp;di cui 791mila che vivono ancora all&#8217;interno dei confini nazionali in condizioni di precarietà assoluta.&nbsp;</p>



<p>Anche il d<strong>iritto all&#8217;istruzione è sotto attacco&nbsp;</strong>diretto. Se nelle aree in prima linea l&#8217;apprendimento di persona è un miraggio a causa dei bombardamenti costanti, nelle regioni considerate &#8220;più sicure&#8221; la situazione non è meno complessa; molte scuole mancano di rifugi adeguati. Sebbene l&#8217;80% degli istituti ne possieda uno, il&nbsp;<strong>67% dei genitori dichiara di vivere in uno stato di paura persistente</strong>&nbsp;per la sicurezza dei propri figli. Ad oggi, si contano 3.745 scuole danneggiate e 394 completamente rase al suolo.</p>



<p>Ciò ha spinto mezzo milione di giovani verso una didattica online precaria, spesso interrotta da blackout e mancanza di dispositivi. &#8220;<strong>Ho paura di non riuscire più a studiare</strong>, né ora né in futuro&#8221;, racconta agli operatori di WeWorld Sofia, 14 anni. È un timore fondato perché, secondo l’Unicef, solo il 29% degli studenti ucraini raggiunge oggi livelli alti nella lettura. Un divario che diventa ancora più profondo per i bambini con disabilità, intrappolati tra la mancanza di infrastrutture inclusive e la carenza di personale formato.</p>



<p>La paura maggiore di Piero Meda è che questa&nbsp;<strong>crisi educativa e umana scivoli nell&#8217;ombra</strong>, mentre il panorama globale viene scosso da altre e nuove emergenze. “Dopo quattro anni è comprensibile che si crei una sorta di abitudine, ma è proprio questo il rischio più grande. Perché&nbsp;<strong>mentre l’attenzione cala, per milioni di bambine e bambini la guerra continua&nbsp;</strong>ogni giorno. Non è una notizia, è la loro infanzia e il loro futuro. In questi anni abbiamo incontrato molte storie diverse, ma tutte raccontano la stessa cosa: la guerra entra nella quotidianità, nei gesti più semplici, nei pensieri. Difendere il diritto al sogno oggi significa, concretamente, non voltarsi dall’altra parte”.&nbsp;</p>
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		<title>Non solo droni: così l&#8217;intelligenza artificiale sta riscrivendo le gerarchie del  potere militare  </title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/non-solo-droni-cosi-lintelligenza-artificiale-sta-riscrivendo-le-gerarchie-del-potere-militare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 04:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[droni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla logistica alla cybersicurezza, l’Ia sta riscrivendo le gerarchie del potere militare. Ma la vera partita si sta giocando nei cieli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/non-solo-droni-cosi-lintelligenza-artificiale-sta-riscrivendo-le-gerarchie-del-potere-militare.html">Non solo droni: così l&#8217;intelligenza artificiale sta riscrivendo le gerarchie del  potere militare  </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Stati Uniti sono in testa a livello strategico, industriale e narrativo. L’Ucraina rappresenta un  laboratorio operativo senza precedenti, mentre la Cina continua a crescere con un approccio meno  visibile ma pragmatico. Stiamo parlando di Ia usata nella difesa. La sua presenza è reale ma non  nella forma “onnipotente” spesso raccontata. Dalla logistica alla cybersicurezza, l’<strong>Ia sta riscrivendo le gerarchie del potere militare</strong>. Ma la  vera partita la si sta giocando nei cieli: nel 2025, più di cento Paesi utilizzavano droni militari, un  mercato che si stima supererà i <strong>58 miliardi di dollari </strong>entro il 2030.  </p>



<p>&#8220;<strong>È importante come la polvere da sparo</strong>&#8220;, ha dichiaro l’ex ufficiale Patrick Shepherd, in un  articolo della CNN. La ragione più immediata è economica, ma non è la sola. Ne abbiamo parlato  con <strong>Emanuele Bezzecchi, esperto di Ia nel mondo della difesa.  </strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il potere militare non è più esclusivo&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>L&#8217;evoluzione tecnologica dei conflitti contemporanei ha evidenziato un divario economico&nbsp; impressionante tra i sistemi d&#8217;arma tradizionali e le nuove tecnologie autonome. Un F-16 costa tra i&nbsp; 30 e i 70 milioni di dollari; un drone <em>first-person view </em>costa tra i 300 e i duemila dollari. Allo stesso&nbsp; prezzo di un missile balistico, è possibile armarsi di più di 20 droni kamikaze Shahed, che costano&nbsp; tra i 20 e 50 mila dollari.&nbsp;</p>



<p>I droni, oltre al risparmio, offrono persistenza in volo, precisione superiore all’artiglieria e una&nbsp; semplicità d&#8217;uso senza precedenti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>“Oggi i droni, o addirittura pezzi di software, dati e comunicazioni, <strong>possono fare la differenza sul&nbsp; campo di battaglia”, spiega Emanuele Bezzecchi. “</strong>Il potere di minaccia non è più concentrato&nbsp; solo in grandi assetti complessi, ma è distribuito, modulare e scalabile”. Questo, secondo l’esperto,&nbsp; avrebbe “un effetto dirompente perché <strong>abbassa drasticamente le barriere all’ingresso nel&nbsp; mondo della difesa</strong>, sia dal punto di vista tecnologico sia economico”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quali sono i nuovi player oggi&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>Ma il vero problema per gli <em>incumbent, </em>ovvero i grandi primer della difesa, è stare al passo con un  mondo in cui l’innovazione corre su tempi molto più rapidi. “Oggi esiste una quantità enorme di  capitali privati pronti a finanziare startup nel settore difesa. <strong>Stanno emergendo nuovi  protagonisti</strong>: <strong>Palantir, <a href="https://it.insideover.com/difesa/la-carica-di-anduril-cosi-lindustria-della-difesa-usa-punta-sul-riarmo-dellasia.html">Anduril,</a> Shield AI, Helsing, Destinus</strong>, insieme ad altre realtà focalizzate  su <em>swarm</em>, autonomia e <em>software-defined defense</em>. Sono, in un certo senso, <strong>i nuovi “influencer”  della difesa; </strong>chiamati così perché, a differenza dei primer, fanno della comunicazione social uno  dei primi assi di sviluppo commerciale e di <em>recruitment</em>. Sono aziende che parlano il linguaggio del  software, crescono velocemente e intercettano una quota sempre maggiore di contratti”.  </p>



<p>Uno degli ultimi stipulati è quello tra l’americana <a href="https://it.insideover.com/difesa/palantir-cosi-il-capitalismo-della-sorveglianza-sbarca-nella-difesa-usa.html">Palantir</a> e l’esercito ucraino per creare Dataroom,  una piattaforma che permette di processare milioni di dati raccolti sul campo per supportare le  scelte dei comandanti. <strong>“</strong>L’idea di <strong>addestrare sistemi di Ia su dati reali di conflitto è potente</strong>,  ma resta da capire <strong>quanto queste soluzioni siano realmente decisive </strong>sul piano operativo; quanto siano scalabili e quanto siano robuste nel tempo, contro contromisure e adattamento  dell’avversario&#8221;.</p>



<p>E i primi scricchiolii si intravedono nella recente decisione dell’<strong>Ucraina di interrompere ulteriori&nbsp; ordini di droni da Helsing</strong>, dopo che i sistemi d&#8217;arma dell&#8217;azienda avrebbero riscontrato problemi&nbsp; durante i test in prima linea. “È difficile valutare quanto delle promesse sia reale capacità operativa&nbsp; e quanto sia invece comunicazione di marketing o aspettativa finanziaria”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È anche per questo che <strong>non è previsto che le grandi piattaforme scompaiano: “</strong>Continuano ad  avere ruoli insostituibili in termini di deterrenza strategica, proiezione di potenza, comando e  controllo, persistenza e capacità multi-missione. <strong>Diventano sempre più hub all’interno di un  ecosistema fatto di droni</strong>, sensori distribuiti, effettori a basso costo e sistemi software”.  </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come viene usata oggi l’Ia nella difesa  </strong></h2>



<p>Secondo Bezzecchi “esistono numerosi dimostratori tecnologici e prototipi avanzati che coprono  diverse funzioni. Sistemi di <em>computer vision </em>in grado di riconoscere e classificare  automaticamente bersagli e ostacoli a partire da sensori elettro-ottici o infrarossi; algoritmi che  consentono di pianificare e ripianificare dinamicamente la rotta di un mezzo in funzione dello stato  del veicolo. E tecniche che permettono di stimare posizione e movimento del mezzo usando  esclusivamente sensori di visione e inerziali, senza fare affidamento sul GPS&#8221;. </p>



<p>Tutte queste applicazioni, però, sono ancora prevalentemente in fase prototipale. Il motivo è  soprattutto processuale e normativo. “<strong>Non esiste ancora un percorso di certificazione maturo  per sistemi di Ia complessi</strong>”. E qui entriamo nel cuore del problema, la sicurezza.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">Meno potenti ma più affidabili</h2>



<p>L’adozione dell’Ia in ambito militare è frenata da vincoli tecnologici e normativi molto più severi  rispetto al mondo civile: &#8220;Se uno smartphone si surriscalda perdi una chiamata, ma se accade a un  sistema critico in volo le conseguenze sono catastrofiche&#8221;.  </p>



<p>Per questo l<strong>a difesa si affida ai DAL</strong>, protocolli di sicurezza estremi. Per l’esperto, “Il livello  massimo, il <strong>DAL-A</strong>, <strong>ammette un solo guasto critico ogni miliardo di ore di volo. </strong>Poiché le  attuali GPU (<em>Graphics Processing Unit</em>, <em>ndr</em>) non soddisfano questi standard, la difesa si sta  orientando verso modelli di AI più piccoli, capaci di girare su CPU (<em>Central Processing Unit</em>, ndr) o  FPGA (<em>Field Programmable Gate Array,</em> ndr). Questi chip hanno spesso una <strong>potenza di calcolo  inferiore a quella di uno smartphone </strong>di ultima generazione, ma garantiscono un&#8217;<strong>affidabilità  totale </strong>in condizioni estreme. Il limite principale rimane normativo: mentre l&#8217;hardware può  raggiungere la massima certificazione, le attuali regole EASA limitano i software AI al livello DAL C, molto meno rigido del DAL-A”. Per integrare l&#8217;intelligenza artificiale nei sistemi critici, il mondo  militare dovrà quindi “accettare un compromesso senza precedenti con il calcolo del rischio”. </p>



<p>È questo il motivo per cui <strong>il settore non può seguire la velocità delle startup</strong>: “I vincoli di&nbsp; sicurezza e certificazione sono inevitabili”. Per stare al passo con cicli di innovazione che, secondo&nbsp; il ministro della Difesa inglese, cambiano ogni sei settimane, la strategia deve essere duplice:&nbsp; “mantenere il rigore assoluto per i sistemi critici (sicurezza e volo), creando al contempo spazi agili&nbsp; per testare rapidamente software e algoritmi”. Senza un adattamento dei modelli decisionali a un&nbsp; mondo che evolve in settimane anziché in decenni, il rischio reale non è l’incapacità di innovare,&nbsp; ma la lentezza nel farlo. “Una differenza che, oggi, pesa quanto la tecnologia stessa”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi mangia la fetta più grossa della torta&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>Mentre l&#8217;amministrazione<a href="https://it.insideover.com/tecnologia/donald-trump-vara-un-grande-piano-per-fare-degli-usa-i-padroni-dellintelligenza-artificiale.html"> Trump ha lanciato la &#8220;AI Acceleration Strategy&#8221; </a>per la dominanza&nbsp; americana, l’esperto invita a non sottovalutare Pechino. “Gli <strong>Stati Uniti restano senza dubbio il&nbsp; Paese più avanzato ma è importante distinguere leadership dichiarata da capacità&nbsp; dimostrata sul campo. </strong>Il racconto dominante è molto occidente-centrico, ma la <strong>Cina ha&nbsp; dimostrato più volte di non essere affatto indietro”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Anzi, due recenti articoli di <strong>Reuters </strong>e del <strong>New York Times </strong>hanno evidenziato come gli Stati Uniti&nbsp; siano in ritardo rispetto al Paese asiatico nello sviluppo di droni marittimi e aerei. <strong>“Un parallelo&nbsp; utile è quello della guida autonoma</strong>: in Occidente si è parlato per anni di leadership di Tesla e&nbsp; Waymo, ma oggi in Cina i taxi autonomi esistono davvero, sono diffusi e operativi su larga scala.&nbsp; Questo suggerisce che la distanza tra chi racconta l’innovazione e chi la implementa sul territorio&nbsp; può essere significativa. Come spesso accade, la vera misura del vantaggio tecnologico non sarà&nbsp; nei white paper o negli annunci, ma nella capacità di far funzionare l’AI in scenari reali, complessi&nbsp; e ostili”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come si posizionano l’Europa e l’Italia&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p><strong>In Europa, e in Italia </strong>in particolare, secondo Bezzecchi il know-how tecnologico non manca&nbsp; affatto. “<strong>Esistono grandi player industriali di primissimo livello </strong>affiancati da un ecosistema&nbsp; nascente di <strong>startup molto interessanti</strong>. Il vero problema dell’Europa è strutturale. Resta un&nbsp; insieme di <strong>Stati relativamente piccoli </strong>e frammentati. Ciò rende <strong>difficile competere con Paesi&nbsp; </strong>che possono permettersi una visione strategica unitaria, grandi volumi, cicli decisionali rapidi e una&nbsp; stretta integrazione tra industria, forze armate e politica. Il risultato è che <strong>in Europa sviluppiamo&nbsp; ottime tecnologie, ma facciamo fatica a scalarle, industrializzarle rapidamente e portarle sul&nbsp; campo </strong>con la velocità richiesta dagli scenari moderni”. La corsa tecnologica comporta dei rischi e&nbsp; “se l&#8217;Europa è quella che ne corre meno in assoluto, la Cina è quella che prova, nonostante gli&nbsp; errori, e poi corregge”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Ia per prevedere la guerra  </strong></h2>



<p>L’AI non serve solo a reagire, ma a prevedere. Organizzazioni internazionali usano già il modello&nbsp; <strong>VIEWS </strong>per stimare l&#8217;escalation dei conflitti. Per Bezzecchi, però, “l’algoritmo non vede il futuro, ma&nbsp; offre stime probabilistiche basate su pattern storici. Se usati bene, questi modelli spostano la&nbsp; pianificazione dalla reazione alla preparazione logistica e medica”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Esiste però il r<strong>ischio che queste previsioni accelerino l&#8217;escalation </strong>di conflitto che cercavano di&nbsp; prevenire. “Se un modello segnala una crisi e tu sposti assetti in modo aggressivo, l’altra parte&nbsp; reagisce. La previsione ‘diventa vera’ perché hai agito su di essa. L’AI può migliorare la prontezza&nbsp; operativa, ma la differenza la fa la governance”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In questo limbo tra laboratorio e campo di battaglia si inserisce la <em>buzzword </em>del momento: il <strong>digital&nbsp; twin. </strong>“Si tratta di un modello digitale iper-realistico capace di replicare non solo la forma, ma&nbsp; anche il comportamento fisico e logico di un mezzo per prevedere guasti e simulare scenari&nbsp; pericolosi. Tuttavia <strong>i veri gemelli digitali oggi non sono esattamente come ce li immaginiamo.&nbsp; </strong>Esistono simulazioni avanzate e banchi prova virtuali ma, sebbene siano strumenti importantissimi&nbsp; per l&#8217;addestramento, quando se ne parla come di una soluzione già pronta, si sta vendendo una&nbsp; promessa più che una realtà”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I droni killer hanno ancora bisogno dell&#8217;uomo&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>Il vero cambio di passo è nei droni kamikaze, come quelli a cui sta lavorando l’ucraina <strong>X-Drone</strong>,&nbsp; che colpirebbero in autonomia un bersaglio fisso. Anche Helsing ed Anduril promettono tecnologie&nbsp; simili, ma la maturità reale è, secondo l’esperto, inferiore a quanto raccontato. “La maggior parte&nbsp; dei droni sono artigianali, guidati via fibra ottica per resistere al jamming. Le <strong>regole di ingaggio&nbsp; sono pre-programmate e l’autonomia riguarda l’esecuzione, non l’intenzione. </strong>I sistemi basati&nbsp; su machine learning non ragionano per certezze, ma per probabilità. Ed è estremamente difficile&nbsp; garantire che una decisione sia corretta, ripetibile e sicura rispetto a comportamenti non previsti”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La <strong>decisione letale rimane quindi in capo all’uomo </strong>che “finché rimarrà formalmente nel loop&nbsp; decisionale, sarà anche chiara la catena di responsabilità. Nel momento in cui l’<strong>AI diventasse&nbsp; soggetto decisionale pienamente autonomo, l’intero impianto giuridico entrerebbe in crisi”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Lo stesso avviene anche quando si parla di chatbot come <strong>Grok, usato come supporto dal&nbsp; Pentagono. “</strong>Il Pentagono o il lavoro di <strong>Mistral AI </strong>in Francia dimostrano che l&#8217;AI generativa può&nbsp; supportare l&#8217;analisi di dati e documenti, ma non la decisione strategica. Un LLM non ha&nbsp; consapevolezza del contesto e può ‘allucinare’. Non è certificabile per funzioni critiche. Il suo&nbsp; utilizzo resta confinato al decision support non vincolante e alla gestione della conoscenza”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Questa complessità tecnologica ci riporta alla radice del problema, l’etica. Per Bezzecchi &#8220;l’AI non&nbsp; decide se essere buona o cattiva, spetta a noi farlo. Può essere usata in guerra, ma può anche&nbsp; aiutare a prevenire conflitti, proteggere persone o aiutare a prendere decisioni più intelligenti. È la&nbsp; storia di tutte le tecnologie. La differenza la fanno le regole che gli esseri umani decidono di darsi”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/non-solo-droni-cosi-lintelligenza-artificiale-sta-riscrivendo-le-gerarchie-del-potere-militare.html">Non solo droni: così l&#8217;intelligenza artificiale sta riscrivendo le gerarchie del  potere militare  </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il gruppo Facebook &#8220;Mia Moglie&#8221;: Perché era necessario denunciare tutto e cosa fare in casi simili</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/il-gruppo-facebook-mia-moglie-perche-era-necessario-denunciare-tutto-e-cosa-fare-in-casi-simili.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 10:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Cybercrimine]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-300x145.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1024x493.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-768x370.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1536x740.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-600x289.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Chiuso il gruppo Facebook Mia Moglie. Privacy, tutela vittime e cybercrimine: ne parlano l’avvocata Sannino e Frassi di Prometeo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-300x145.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1024x493.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-768x370.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1536x740.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-600x289.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>La scoperta e chiusura del gruppo Facebook &#8220;Mia Moglie”, in cui venivano condivise e commentate le foto di migliaia di donne a loro insaputa, ha evidenziato l&#8217;esistenza di un fenomeno sommerso e ha sollevato questioni sulla privacy e sulla tutela&nbsp;delle vittime. L&#8217;intervista all’avvocata Concetta Sannino e al presidente di Prometeo, Massimiliano Frassi.&nbsp;</em></p>



<p>Un nome innocuo, che evocava la vita di coppia, ma che in realtà racchiudeva l’orrore. Fino a pochi giorni fa <strong>Mia Moglie</strong> era un gruppo Facebook in cui si condividevano e commentavano<strong> foto di donne per lo più ignare </strong>(lo scrivevano gli autori degli scatti) di essere esposte. Una comunità pubblica cresciuta indisturbata, con oltre <strong>32mila utenti</strong>, al pari di una città di medie dimensioni.</p>



<p>Un&#8217;ondata di segnalazioni a Meta e alla polizia postale ha portato alla chiusura del gruppo dopo che il suo nome è stato reso noto dalla scrittrice <strong>Carolina Capria</strong> ed è stato ripreso da numerosi media italiani. Ma la vicenda pone numerosi interrogativi: <strong>chi deve tutelare le vittime in questi casi?</strong> La tutela è mancata diffondendo il nome del gruppo? E, ancora, Mia Moglie è solo la punta dell’iceberg di un sistema in cui agisce anche la criminalità organizzata? Ne abbiamo parlato con due esperti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Azione immediata: come denunciare correttamente</h2>



<p>Nel caso di Mia Moglie si è agito correttamente poiché quando ci si imbatte in gruppi simili è necessario “<strong>segnalarli alla polizia postale </strong>e ai canali su cui compare la fotografia o il video in questione”, spiega <strong>l’avvocata Concetta Sannino </strong>che si occupa da anni di aiutare donne che subiscono violenza. “<strong>Se si è vittime</strong>, non bisogna cancellare le prove: screenshot, messaggi, nomi dei gruppi. Bisogna rivolgersi a un legale, a un centro antiviolenza o alla polizia postale e segnalare i contenuti su tutte le piattaforme dove sono comparsi”. </p>



<p>Ad aver sempre agito in tale senso è&nbsp;<strong>Massimiliano Frassi</strong>, che con la sua associazione, Prometeo, tutela le vittime di pedofilia. “Quando ci vengono segnalati gruppi o contenuti pedo-pornografici sul web, rispondiamo che è necessario rivolgersi direttamente alla polizia postale, l’unica autorità legittimata a svolgere indagini su questo tipo di materiale.&nbsp;Il nostro compito, come cittadini, è quello di &#8220;continuare a indignarci, a denunciare e a non abbassare mai la guardia, per non permettere che queste azioni diventino la normalità”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;Polemizzare sulla visibilità è ipocrisia da social&#8221;</h2>



<p>Sui social in molti ritengono che la diffusione del nome del gruppo <strong>non abbia tutelato le donne coinvolte,</strong> ma le abbia esposte a ulteriori sguardi indesiderati. “È un controsenso”, sostiene l’avvocata Sannino. “Il gruppo era già pubblico e accessibile a chiunque. <strong>È più importante evitare che altre donne vengano esposte</strong> e che in futuro ciò riaccada. Sarebbe anche utile che ogni immagine, prima di essere pubblicata, venisse esaminata in modo approfondito, ad esempio addestrando anche l’intelligenza artificiale in modo positivo. Inoltre l’apertura di gruppi dovrebbe essere più controllata”. </p>



<p>In passato, Massimiliano Frassi ha segnalato casi simili “senza troppa attenzione mediatica, per evitare di generare ulteriore curiosità o, peggio, emulazione da parte di altri utenti”. Ma, nel caso di Mia moglie, anche lui sostiene che “polemizzare sulla sua visibilità è pura ipocrisia e l&#8217;<strong>ennesima sterile polemica che si addice più ai social </strong>che a un&#8217;analisi seria del problema. In questo caso <strong>era necessario che se ne parlasse ovunque</strong>. Quelle donne non sono state rese visibili dalla nostra denuncia, ma dal fatto che qualcuno le aveva già sbattute online e forse proprio perché il gruppo era aperto e visibile a tutti, nessuno si è mai fermato a indagare a fondo sul suo contenuto prima di adesso”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le difficoltà della polizia postale&nbsp;</h2>



<p><strong>Ma come è possibile che il gruppo abbia agito indisturbato per anni?</strong>&nbsp;Sarebbe stato infatti aperto nel 2019. Secondo Frassi, la lotta al cybercrimine richiede un investimento continuo in persone e tecnologie. Per un lungo periodo le risorse non sarebbero state adeguate alla portata del problema: “<strong>La polizia postale era stata in parte smantellata&nbsp;</strong>con agenti preparatissimi destinati a compiti completamente diversi. Se a livello ministeriale si formasse un&#8217;équipe in grado di coordinare interventi mirati, fornendo poi alle forze dell&#8217;ordine il personale e le risorse necessarie, allora potremmo ottenere risultati significativi”.&nbsp;</p>



<p>Un passo in tal senso è stato compiuto nel 2024, quando <strong>è diventata operativa la nuova direzione centrale per la polizia scientifica e la sicurezza cibernetica</strong>, che ha assorbito e riorganizzato i compiti di coordinamento e pianificazione strategica svolti anche dagli uffici della polizia postale e delle comunicazioni.</p>



<p>Nonostante questo, Frassi è cauto: “La creazione di nuovi gruppi a seguito della chiusura di quelli vecchi è un problema persistente e temo che con le risorse attuali sia difficile risolverlo del tutto. Per ogni sito chiuso, ne nascono altri, specialmente nel deep web”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le conseguenze per Mia Moglie sono gravi</h2>



<p>In Italia la legge punisce in modo molto severo la diffusione senza consenso di immagini intime di altre persone. Nel caso di Mia Moglie è probabile che non si configuri un singolo reato, ma più illeciti, sia penali che civili, che vanno dal <strong>revenge porn</strong> &#8211; che riguarda sia le foto che ritraggono atti sessuali, ma anche <em>&#8220;altre parti erogene del corpo umano in condizioni e contesti tali da evocarne la sessualità&#8221;</em> (Cassazione n. 1427/2023)- alla <strong>violazione della privacy</strong> e del diritto all&#8217;immagine, fino alla <strong>diffamazione</strong> nel caso dei commenti ai contenuti.</p>



<p>“Il revenge porn ha che fare con il potere, il controllo e la vendetta”, spiega Concetta Sannino. “In Italia è reato dal 2019 e la norma punisce con la<strong>&nbsp;reclusione da 1 a 6 anni e una multa fino a 15mila euro</strong>. La pena però aumenta se il fatto è commesso da un ex partner o da una persona legata affettivamente alla vittima. Eppure, pochissimi casi arrivano in tribunale, e ancora meno ottengono giustizia effettiva. Perché? Per paura, per vergogna, per senso di colpa da parte della vittima che si sente giudicata. Ancora oggi in troppi si chiedono: “Ma perché si è fatta fotografare?”. La domanda giusta è un’altra: “Perché qualcuno ha pensato di diffondere quella foto?”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La ciliegina di una torta molto più grossa</strong>&nbsp;</h2>



<p>L&#8217;operazione &#8220;Drop the Revenge&#8221; del 2020 aveva già messo in luce l&#8217;esistenza di canali Telegram che operavano con dinamiche simili a Mia Moglie, diffondendo contenuti intimi senza consenso. L&#8217;associazione PermessoNegato, che offre supporto tecnologico e orientamento legale alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e violenza online, ha più volte segnalato l’aumento di questi fenomeni sulle piattaforme.</p>



<p>“Noi di Prometeo facciamo regolarmente segnalazioni, non solo per pagine pedopornografiche, ma anche per altre tematiche pericolose. Un esempio sono i gruppi pro-anoressia che diffondono il messaggio che la magrezza estrema sia un obiettivo da raggiungere, mettendo a rischio la salute delle giovani ragazze”.</p>



<p>Dietro gruppi di questo tipo ci possono essere sia singoli individui che “<strong>vere e proprie organizzazioni criminali</strong>”, aggiunge Frassi. “In quest’ultimo caso si tratta spesso di&nbsp;<strong>traffico di esseri umani.</strong>&nbsp;Ci sono criminali che speculano sulle persone, e ci sono anche degli imbecilli che espongono le proprie compagne come &#8220;merce&#8221; di scambio, trasformandole in oggetti sessuali. In entrambi i casi, è fondamentale una ferma condanna sociale e un forte intervento punitivo da parte delle forze dell’ordine”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema&nbsp;è uno solo&nbsp;</h2>



<p>Ciò che ora è importante è&nbsp;<strong>non&nbsp;lasciare sole le vittime</strong>&nbsp;e capire se &#8220;sanno della gravità della pubblicazione e del danno che hanno subito. È un po&#8217; la stessa dinamica che vivono le donne vittime di maltrattamento, anche questo lo è e richiede supporto”, spiega l&#8217;avvocata.</p>



<p>A non rendersi conto della gravità delle proprie azioni sono di certo gli uomini che diffondono tali contenuti, che minimizzano ciò che fanno e si spalleggiano tra loro. Come possiamo quindi sperare in un mondo digitale migliore senza affrontare il vero e unico problema: l’educazione di molti uomini al rispetto e al consenso? “Serve che i genitori ne parlino con i figli e serve educazione emotiva e digitale, fin dalle scuole medie&#8221;, conclude Sannino. </p>
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		<title>“Mio nipote è diventato mio figlio”: Damiano Rizzi racconta il dramma degli orfani di femminicidio </title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/mio-nipote-e-diventato-mio-figlio-damiano-rizzi-racconta-il-dramma-degli-orfani-di-femminicidio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 17:47:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un femminicidio non termina con una vittima. Spesso lascia in vita dei figli. Bambini, adolescenti, orfani. Oltre 3.500 secondo la presidente dell’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, Stefania Bartoccetti, che di recente ha comunicato questo dato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. “Almeno 1.500 in più dei duemila stimati fino ad ora”, secondo Damiano Rizzi, presidente della &#8230; <a href="https://it.insideover.com/donne/mio-nipote-e-diventato-mio-figlio-damiano-rizzi-racconta-il-dramma-degli-orfani-di-femminicidio.html">[...]</a></p>
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<p>Un femminicidio non termina con una vittima. Spesso lascia in vita dei figli. Bambini, adolescenti, <strong>orfani. </strong>Oltre<strong> 3.500 </strong>secondo la presidente dell’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, <strong>Stefania Bartoccetti</strong>, che di recente ha comunicato questo dato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. “Almeno 1.500 in più dei duemila stimati fino ad ora”, secondo <strong>Damiano Rizzi</strong>, presidente della fondazione Soleterre. Lui, dopo un lungo iter burocratico, è diventato padre di suo nipote, orfano del femminicidio della sorella Tiziana, avvenuto nel 2013. Da quell’anno la situazione per gli orfani, cosiddetti “speciali&#8221;,  e per chi li prende a carico, non sarebbe migliorata. Tanto per cominciare, non sapere quanti siano esattamente rende difficile capire quanti aiuti stanziare. Ne abbiamo parlato proprio con Damiano Rizzi che si batte affinché i figli delle vittime di femminicidio possano ricevere un aiuto concreto. </p>



<p><strong>Non sappiamo quanti sono ma almeno sappiamo chi sono gli orfani di femminicidio?</strong></p>



<p>Sono bambini e adolescenti che hanno perso la madre per mano del padre o di un partner. Spesso hanno assistito direttamente all’omicidio o ne hanno subito le conseguenze indirette. Oltre al trauma della perdita, devono affrontare anche l’assenza del padre, che spesso è incarcerato o si è tolto la vita, e un sistema che fatica a riconoscerli e a sostenerli adeguatamente. Questi bambini hanno vissuto per anni in un contesto familiare violento, spesso assistendo a maltrattamenti fisici e psicologici e il trauma continua nell’abbandono istituzionale che segue.&nbsp;</p>



<p><strong>Quali sono le maggiori difficoltà che riscontra un orfano di femminicidio?</strong></p>



<p>Dalla mia esperienza personale, insieme a mio nipote – oggi mio figlio &#8211; abbiamo incontrato molte difficoltà dopo la tragica morte di mia sorella Tiziana. Oltre al dolore profondo, la burocrazia italiana si è rivelata un ostacolo enorme. Per mesi abbiamo dovuto affrontare lunghe e complesse procedure per ottenere il riconoscimento legale della tutela del bambino, un processo che spesso lascia sole le famiglie affidatarie. È stato necessario un grande impegno per garantire i diritti di mio nipote, che rappresenta anche la memoria viva di sua madre.</p>



<p>In generale le difficoltà maggiori risiedono nella&nbsp;<strong>mancanza di politiche di sistema stabili e di lungo termine</strong>&nbsp;che contrastino efficacemente le cause e gli effetti di questa violenza strutturale. Il sistema giuridico e sociale fatica a offrire una tutela adeguata, e le istituzioni spesso non riescono a garantire la &#8220;diligenza dovuta&#8221; prevista dalla Costituzione e dai trattati internazionali. Questo lascia le vittime e i loro figli in una condizione di forte precarietà. Non esistono percorsi standardizzati e tempestivi per il sostegno psicologico, per l&#8217;accompagnamento sociale e per l’inserimento familiare. Queste&nbsp;<strong>lacune burocratiche e istituzionali</strong>&nbsp;non solo rappresentano un disservizio, ma contribuiscono a prolungare il trauma dei bambini, costringendoli a una&nbsp;<strong>doppia vittimizzazione</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Chi e in che modo dovrebbe occuparsi di migliorare la vita e il futuro degli orfani di femminicidio?</strong></p>



<p>Lo Stato italiano dovrebbe agire con misure coordinate e immediate. È fondamentale garantire un&nbsp;<strong>accesso gratuito, tempestivo e continuativo al supporto psicologico specializzato</strong>, riconoscendo l&#8217;importanza di un intervento precoce per prevenire gli effetti a lungo termine del trauma. Attualmente, l&#8217;<strong>80% dei minorenni vittime di violenza domestica non accede al supporto psicologico pubblico&nbsp;</strong>e le famiglie devono sostenere costi privati per terapie essenziali.&nbsp;Il fondo istituito per gli orfani di femminicidio rappresenta un segnale positivo, ma non è sufficiente: molte&nbsp;famiglie affidatarie spesso ignorano l&#8217;esistenza dei fondi dedicati o si trovano a dover affrontare&nbsp;<strong>iter burocratici lunghi e complessi</strong>. È cruciale&nbsp;<strong>semplificare e rendere trasparenti queste procedure</strong>, assicurando che le risorse economiche e i sostegni arrivino senza ritardi, dato che i finanziamenti attuali sono spesso insufficienti. È altrettanto fondamentale&nbsp;<strong>investire nella formazione di operatori sociali, psicologi, educatori e personale sanitario</strong>. Infine, un passo imprescindibile è l&#8217;<strong>istituzione di un registro nazionale ufficiale degli orfani di femminicidio</strong>. Questo permetterebbe un monitoraggio preciso e costante delle condizioni&nbsp;psicologiche, sociali ed economiche degli orfani, pianificando risorse e interventi mirati a livello nazionale e territoriale e facilitando il coordinamento tra tribunali per i minorenni, servizi sociali, scuole, ASL e associazioni del terzo settore.</p>



<p><strong>Ad oggi da dove provengono i dati sugli orfani di femminicidio?</strong></p>



<p>Attualmente non esistono dati completi e ufficiali sugli orfani di femminicidio in Italia. Le informazioni disponibili sono frammentarie, spesso sottostimate e provengono&nbsp;da ricostruzioni giornalistiche o da indagini parziali.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe occuparsi di creare un registro nazionale?</strong></p>



<p>Per garantire dati precisi, aggiornati e accessibili, la raccolta sistematica dovrebbe essere gestita da un ente pubblico centrale, come l’ISTAT, che lavorerebbe in stretta collaborazione con il Ministero della Giustizia e le procure, responsabili delle indagini e dei casi giudiziari. Inoltre, per assicurare la copertura territoriale e il coinvolgimento diretto dei Comuni, è fondamentale il contributo dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Solo con questa sinergia tra istituzioni nazionali e locali sarà possibile creare un registro ufficiale e affidabile degli orfani di femminicidio.&nbsp;</p>



<p><strong>Ci sono modelli all’estero da cui l’Italia potrebbe trarre ispirazione?</strong></p>



<p>La&nbsp;<strong>Spagna&nbsp;</strong>ha già adottato protocolli specifici per il supporto agli orfani di femminicidio, garantendo loro assistenza psicologica gratuita e programmi strutturati di reinserimento sociale. Questi interventi includono percorsi di sostegno emotivo, tutela legale, accompagnamento scolastico e sociale, oltre a misure che favoriscono l’inclusione e la protezione a lungo termine. Anche il&nbsp;<strong>Regno Unito&nbsp;</strong>ha sviluppato un modello avanzato di intervento per i minori vittime di violenza domestica, compresi gli orfani di femminicidio. In Inghilterra, le politiche di protezione minorile si basano su un approccio integrato che coinvolge più istituzioni — dai servizi sociali alle autorità giudiziarie, fino a organizzazioni non governative — per assicurare un sostegno multidimensionale e continuativo. Particolare attenzione è dedicata alla prevenzione del trauma attraverso programmi di terapia specializzata, supporto psicologico a lungo termine e interventi educativi mirati, con un coinvolgimento attivo delle famiglie affidatarie.</p>



<p><strong>Chi e come può sostenere questa battaglia?</strong></p>



<p>Questa battaglia non riguarda solo le famiglie direttamente colpite, ma l&#8217;intera società, che deve riconoscere e affrontare il problema in modo strutturale e concreto, senza deleghe né silenzi. Il sostegno agli orfani di femminicidio può essere efficace solo attraverso un l<strong>avoro condiviso e integrato tra istituzioni, associazioni e società civile.</strong>&nbsp;Le istituzioni hanno il dovere di garantire diritti, tutele e servizi essenziali, promuovendo politiche coordinate che coinvolgano tutti i settori coinvolti, dalla giustizia alla sanità, dall’istruzione ai servizi sociali. Le associazioni rappresentano un fondamentale punto di riferimento per l’assistenza diretta, offrendo &#8211; in attesa che siano garantiti dal sistema pubblico &#8211; percorsi di supporto psicologico, legale e sociale, e svolgendo un prezioso lavoro di sensibilizzazione e advocacy per migliorare le condizioni di vita di questi minori. La società civile, infine, svolge un ruolo indispensabile nel creare una comunità accogliente e consapevole, capace di non voltarsi dall’altra parte, ma di sostenere con solidarietà e impegno concreto chi ha vissuto traumi così profondi. E’ fondamentale coinvolgere attivamente scuole, media e istituzioni in programmi educativi e campagne strutturate che affrontino non solo la violenza di genere, ma anche le sue ripercussioni sui minori, promuovendo una cultura della prevenzione, del rispetto e dell’inclusione.&nbsp;</p>



<p><em>Fondazione Soleterre si impegna a offrire supporto psicologico gratuito a tutte le vittime di violenza, inclusi i minorenni e le famiglie che li accolgono, oltre a lavorare per la prevenzione della violenza di genere. Fondazione Soleterre ha lanciato la campagna “Diritto alla Voce” che offre percorsi psicologici gratuiti a donne e minori sopravvissuti alla violenza domestica.</em></p>



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