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	<title>Gaia Bonomelli Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Mon, 25 May 2026 02:45:53 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Gaia Bonomelli Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-giornata-internazionale-dei-minori-scomparsi-a-gaza-2-900-bambini-persi-tra-le-macerie.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 02:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra a Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="gaza" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nella Giornata internazionale dei bambini scomparsi, sono quasi 3000 quelli dispersi a Gaza. L’intervista a Nada Nabil, direttrice del PCMFD.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-giornata-internazionale-dei-minori-scomparsi-a-gaza-2-900-bambini-persi-tra-le-macerie.html">La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>Mentre il 25 maggio il mondo accende i riflettori sulla Giornata internazionale dei bambini scomparsi, a Gaza quei riflettori illuminano solo distese di macerie sotto le quali si trovano quasi tremila minori. L’intervista a </em><strong>Nada Nabil,</strong><em> direttrice del PCMFD, Centro Palestinese per gli scomparsi e le vittime di sparizione forzata. </em></p>



<p>La tragedia della famiglia Salem è iniziata lontano da casa, in uno dei tanti rifugi per sfollati della Striscia di Gaza. A giugno del 2025, spinto dall’illusione di un parziale ritiro militare, il giovane&nbsp;<strong>Mohammed Salem</strong>&nbsp;ha deciso di lasciare il rifugio per tentare di rientrare verso la propria abitazione a&nbsp;<strong>Beit Lahia</strong>, un’area a Nord di Gaza, considerata ad alto rischio. Mohammed non ha fatto più ritorno.&nbsp;</p>



<p>Nel tentativo disperato di ritrovarlo, sua madre&nbsp;<strong>Zainab Salem</strong>&nbsp;si è messa sulle sue tracce, lasciando ai familiari un ultimo biglietto per spiegare la sua decisione. Anche lei è svanita nel nulla, inghiottita dallo stesso destino del figlio. I loro nomi si sono aggiunti alla lista, sempre più lunga, delle&nbsp;<strong>persone di cui si sono perse le tracce&nbsp;</strong>nella Striscia. Tra le <strong>sette e le ottomila</strong>, secondo le ultime stime sul campo del <a href="https://pcmfd.org/?p=5207&amp;lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PCMFD</a>, Centro Palestinese per gli scomparsi e le vittime di sparizione forzata.&nbsp;</p>



<p>“Di queste <strong>2.900 sono bambini”, racconta a InsideOver&nbsp;<a href="https://www.middleeasteye.net/users/nada-nabil" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nada Nabil</a>,</strong>&nbsp;direttrice del centro. “<strong>Quasi 2.700 si ritengono intrappolati sotto le macerie</strong>, mentre di altri circa 200 si sono perse le tracce in varie zone della Striscia. Potrebbero essere vittime di&nbsp;<strong>sparizione forzata&nbsp;</strong><em>(arresti, detenzioni, rapimenti contro la propria volontà, ndr)</em>&nbsp;da parte dell&#8217;esercito israeliano o di attacchi diretti che hanno reso impossibile il recupero dei corpi nelle strade”.&nbsp;</p>



<p>In occasione della <strong>Giornata internazionale dei minori scomparsi</strong>, che ricorre ogni 25 maggio, InsideOver&nbsp;ha scelto di accendere i riflettori sull’infanzia perduta di Gaza. Qui i bambini sono le vittime più fragili di un conflitto che, nonostante il cessate il fuoco in vigore dallo scorso ottobre, mantiene la Striscia in uno stato di paralisi, impedendo il ritiro totale delle truppe e l&#8217;avvio della ricostruzione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="773" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-773x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517570" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-773x1024.jpg 773w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-227x300.jpg 227w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-768x1017.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-1160x1536.jpg 1160w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-600x794.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4.jpg 1450w" sizes="(max-width: 773px) 100vw, 773px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Nada Nabil</figcaption></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ibrahim Abu Zaher e gli altri  </strong></h2>



<p>Il quindicenne&nbsp;<strong>Ibrahim Mohammad Abu Zaher&nbsp;</strong>è scomparso dal mese di luglio dello scorso anno, dopo essersi recato nella zona di Zikim, vicino ad un impianto di desalinizzazione dell&#8217;acqua, per ricevere aiuti umanitari. Molti bambini si sono persi in questo modo, “<strong>mentre si dirigevano verso zone ad alto rischio&nbsp;</strong>per attendere gli aiuti alimentari, spinti da livelli estremi di<strong>&nbsp;carestia</strong>”, spiega Nada Nabil. Il caso di Ibrahim è ancora sul&nbsp;<a href="https://pcmfd.org/?p=4973&amp;lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sito del PCMFD</a>. Secondo le testimonianze sarebbe stato scortato da una forza speciale israeliana verso un posto di blocco militare e poi sarebbe stato visto all&#8217;interno del centro di detenzione di Sde Teiman. Ad oggi, sempre più indizi suggeriscono che possa essere stato sottoposto a detenzione segreta e sparizione forzata.</p>



<p>Altri bambini, “in particolare quelli i cui genitori sono stati uccisi o gravemente feriti, sono stati costretti a farsi carico del sostentamento delle proprie famiglie, finendo&nbsp;<strong>uccisi dal fuoco dei carri armati&nbsp;</strong>o da colpi indiscriminati;<strong>&nbsp;i loro corpi sono rimasti in &#8220;zone rosse&#8221; inaccessibili ai familiari</strong>”, prosegue la direttrice del centro.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Altri ancora, come&nbsp;<strong>Mohammed Salem</strong>, sono scomparsi “nel tentativo di&nbsp;<strong>recuperare beni di prima necessità&nbsp;</strong>dalle proprie case in aree soggette a evacuazione forzata o vicine a combattimenti attivi”. Ci sono poi quelli “<strong>svaniti nel caos degli sfollamenti o a seguito di attacchi</strong>&nbsp;contro i propri nuclei familiari, dove alcuni membri sono stati evacuati sotto il fuoco mentre altri sono rimasti indietro, senza alcuna informazione se fossero feriti, uccisi o detenuti”.&nbsp;</p>



<p>Le famiglie che sopravvivono continuano a cercare i loro figli. I genitori di&nbsp;<strong>Ibrahim Mohammad Abu Zaher&nbsp;</strong>hanno contattato il&nbsp;CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa)&nbsp;e HaMoked, centro per la difesa dell’individuo che assiste i palestinesi che vivono sotto l&#8217;occupazione israeliana. In nessuna delle due organizzazioni è stata trovata alcuna informazione sul bambino e, ad oggi, è stato nominato un avvocato privato per seguire il caso.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="701" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517572" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-701x1024.jpg 701w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-205x300.jpg 205w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-768x1121.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-1052x1536.jpg 1052w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-600x876.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2.jpg 1315w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading"><strong>Documentare l’invisibile: il lavoro del PCMFD&nbsp;</strong></h2>



<p>Nel resto del mondo, il volto di un bambino scomparso rimbalza sugli schermi dei telegiornali, invade i feed dei social media, viene affisso sui pali della luce e alle fermate degli autobus. Ogni dettaglio viene impresso nella memoria pubblica perché nessuno smetta di cercarlo.&nbsp;<strong>A Gaza</strong>, invece, le fotografie dei minori scomparsi restano sepolte nelle gallery di telefoni distrutti o sotto i resti di case polverizzate dai bombardamenti. Non ci sono appelli in TV, perché le TV non hanno più segnale. Non ci sono manifesti, perché non ci sono più muri integri su cui attaccarli.&nbsp;<strong>La ricerca</strong>&nbsp;non avviene tramite un database internazionale, ma&nbsp;<strong>attraverso il passaparola</strong>&nbsp;tra le tende degli sfollati, basato su racconti frammentari di chi ha visto un bambino sparire dietro l&#8217;angolo di un vicolo e non fare più ritorno. </p>



<p>In questo contesto si inserisce il <strong>difficile lavoro di documentazione del PCMFD</strong> che, precisa Nada Nabil: “è <strong>tuttora in corso</strong>”. Gli intensi bombardamenti hanno distrutto oltre il 70% delle abitazioni e delle infrastrutture civili in tutta Gaza, provocando l&#8217;<strong>accumulo di oltre 70 milioni di tonnellate di macerie</strong>, sotto alle quali potrebbero trovarsi anche numerosi bambini.</p>



<p>“<strong>Rintracciare&nbsp;</strong>quelli che non si trovano sotto le macerie è un&nbsp;<strong>processo arduo e a lungo termine</strong>, ostacolato dalla <strong>mancanza di elettricità e internet </strong>tra le famiglie sfollate che si spostano ripetutamente”, spiega Nada Nabil. “Per coloro che riescono a contattarci,&nbsp;<strong>documentiamo la scomparsa dei parenti utilizzando</strong>&nbsp;lo stesso meccanismo del&nbsp;<a href="https://www.ohchr.org/en/special-procedures/wg-disappearances" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie</a>. Continuiamo a&nbsp;<strong>monitorare le istituzioni&nbsp;</strong>che tengono i contatti con le autorità israeliane per ottenere elenchi di detenuti non divulgati, sebbene non siamo ancora stati in grado di confermare la sorte di alcuno degli scomparsi registrati presso di noi”.&nbsp;</p>



<p>Per prevenire la &#8220;sparizione documentale&#8221;, ovvero la cancellazione non solo fisica, ma anche legale dell’identità di una persona,&nbsp;<strong>il PCMFD registra i casi basandosi “sulle testimonianze fornite dalle famiglie</strong>&nbsp;o dagli informatori, senza richiedere documenti d&#8217;identità ufficiali. Data la situazione sul campo,&nbsp;<strong>verifichiamo questi resoconti attraverso le reti di notizie locali e i social media</strong>&nbsp;per confermare la presenza militare nell&#8217;area al momento della scomparsa”.&nbsp; È possibile dare una mano segnalando la sparizione di una persona (minorenne, ma anche adulta) sui&nbsp;<a href="https://pcmfd.org/?page_id=3024&amp;lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">loro canali.</a>&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="644" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517571" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-644x1024.jpg 644w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-189x300.jpg 189w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-768x1221.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-966x1536.jpg 966w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-600x954.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil.jpg 1208w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>
</div>


<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli ostacoli che rendono difficile contare le persone scomparse&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>I principali ostacoli che rendono difficile trovare e contare le persone scomparse sono dati in primo luogo “dal&nbsp;<strong>rifiuto di Israele di comunicare i nomi dei detenuti</strong>&nbsp;a organizzazioni specializzate come il CICR e il&nbsp;<strong>divieto di accesso alle prigioni</strong>&nbsp;per tutta la durata della guerra”. Un altro ostacolo, secondo Nada Nabil, è rappresentato dal fatto che “il&nbsp;<strong>controllo militare israeliano</strong>&nbsp;su oltre metà della Striscia rende virtualmente&nbsp;<strong>impossibile la ricerca e la documentazione in queste aree</strong>, dove sospettiamo si trovino centinaia di scomparsi”. E ancora, “la&nbsp;<strong>grave carenza di macchinari pesanti impedisce la rimozione delle macerie e il recupero dei corpi</strong>&nbsp;per determinare la loro sorte”.&nbsp;</p>



<p>Oltre al controllo militare, la&nbsp;<strong>distruzione delle sedi governative e il collasso di internet&nbsp;</strong>hanno contribuito a paralizzare l’aggiornamento dei database. In molti casi, la cancellazione di intere famiglie dai registri anagrafici comporta che non sia rimasto più nessuno per denunciare la scomparsa dei propri cari. Anche la&nbsp;<strong>memoria digitale è stata annientata</strong>: migliaia di smartphone, contenenti le ultime immagini e le coordinate GPS dei dispersi, sono andati distrutti o sono stati confiscati ai checkpoint, mentre il buio dei&nbsp;<strong>blackout ha spento le telecamere di sorveglianza</strong>, cancellando le prove visive di raid e rapimenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Identificare un figlio dalle fotografie del corpo decomposto&nbsp;</strong></h2>



<p>Secondo quanto riporta Nada Nabil in un suo&nbsp;<a href="https://www.middleeasteye.net/news/i-dreamed-hug-him-now-i-hope-bury-him-gazas-missing-haunt-their-families" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo</a>,&nbsp;<strong>oltre il 92% del sistema sanitario è stato distrutto</strong>, compresi&nbsp;<strong>i servizi di medicina legale&nbsp;</strong>per i resti delle persone non identificate.</p>



<p>Nel frattempo,&nbsp;<strong>il blocco israeliano</strong>&nbsp;in corso&nbsp;<strong>ha impedito l&#8217;ingresso di nuove apparecchiature forensi</strong>, tra cui<strong>&nbsp;macchine per i test del DNA</strong>. “Sul fronte della documentazione, l&#8217;identificazione dei bambini tramite documenti di identità o test del DNA esula dal nostro mandato ed è gestita dal Ministero della Salute e dalla Magistratura della Sharia”, spiega la direttrice del PCMFD.&nbsp;La mancanza di questi test condanna molti minori, troppo piccoli per ricordare il proprio nome, a restare soli al mondo, pur avendo parenti in vita. Sono i cosidetti&nbsp;<em>Wounded Child No Surviving Family (WCNSF), </em>l&#8217;acronimo coniato per definire i &#8220;bambini feriti senza alcun familiare sopravvissuto&#8221;.</p>



<p>I test del DNA servono anche a dare un nome ai resti martoriati o decomposti di chi viene recuperato sotto le macerie, dei detenuti deceduti o delle salme prelevate dai cimiteri durante le operazioni militari. Poiché tuttavia al momento a Gaza non sono disponibili queste apparecchiature, l&#8217;unico modo per identificare queste persone è che i&nbsp;<strong>parenti esaminino le fotografie dei corpi in decomposizione.</strong>&nbsp;Un processo non solo doloroso, ma anche complesso perché molto spesso i corpi vengono riconsegnati in uno stato di decomposizione tale da renderne difficile il riconoscimento. Non di rado le sepolture sono frettolose e avvengono in fosse comuni, senza poter attribuire un sesso, un’età o un nome alla persona. </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="753" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-753x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517573" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-753x1024.jpg 753w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-221x300.jpg 221w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-768x1044.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-1130x1536.jpg 1130w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-600x816.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3.jpg 1412w" sizes="auto, (max-width: 753px) 100vw, 753px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Sollecitiamo le comunità internazionali affinché Israele rilasci i bambini detenuti”</strong></h2>



<p>La famiglia di Mohammed Salem oggi vive tormentata da domande senza risposta: lui e la madre sono stati uccisi durante il tragitto verso casa, oppure sono stati arrestati e portati in un luogo&nbsp;sconosciuto? Come loro, tanti altri vivono lo stesso dramma.&nbsp;</p>



<p>“Il posto naturale di un bambino è tra le braccia dei genitori e, persino nella morte, il suo posto è una tomba dove possa essere sepolto con dignità e visitato dai propri cari”, conclude Nada Nabil. “<strong>I bambini scomparsi di Gaza sono attualmente nascosti in luoghi ignoti o sepolti sotto milioni di tonnellate di macerie</strong>: nessuna delle due condizioni è accettabile.&nbsp;<strong>Sollecitiamo la comunità internazionale</strong>&nbsp;a fare pressione su Israele affinché rilasci tutti i bambini detenuti e chiediamo l&#8217;ingresso immediato di&nbsp;<strong>macchinari pesanti</strong>&nbsp;per consentire il recupero e la degna sepoltura dei resti ancora intrappolati sotto i detriti”.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-giornata-internazionale-dei-minori-scomparsi-a-gaza-2-900-bambini-persi-tra-le-macerie.html">La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>India, il matrimonio come licenza di stupro per i mariti: l&#8217;intervista a Yogita Bhayana</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/india-il-matrimonio-come-licenza-di-stupro-per-i-mariti-lintervista-a-yogita-bhayana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 04:21:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1074" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg 1074w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-263x300.jpeg 263w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-899x1024.jpeg 899w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-768x875.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-600x683.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1074px) 100vw, 1074px" /></p>
<p> In India se una donna nubile e una sposata subiscono uno stupro, la prima è riconosciuta come vittima, la seconda no.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/donne/india-il-matrimonio-come-licenza-di-stupro-per-i-mariti-lintervista-a-yogita-bhayana.html">India, il matrimonio come licenza di stupro per i mariti: l&#8217;intervista a Yogita Bhayana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1074" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg 1074w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-263x300.jpeg 263w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-899x1024.jpeg 899w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-768x875.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-600x683.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1074px) 100vw, 1074px" /></p>
<p><em>Stessa violenza, due destini giudiziari opposti. In India se una donna viene stuprata e l&#8217;aggressore è uno sconosciuto, lo Stato riconosce il reato. Ma se lo stupratore è il marito, si tratta di un &#8220;diritto coniugale”. L’intervista a Yogita Bhayana, nota attivista indiana, a capo di People Against Rapes in India (PARI).&nbsp;</em></p>



<p>In India l&#8217;identità della vittima conta più del crimine subito.&nbsp;<strong>Se una donna nubile e una sposata subiscono uno stupro</strong>, affrontano&nbsp;<strong>destini giudiziari opposti</strong>: la prima viene riconosciuta come vittima, la seconda no.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="700" height="415" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2.jpeg" alt="" class="wp-image-517384" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2.jpeg 700w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2-300x178.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2-600x356.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>L&#8217;<strong>India è uno degli oltre 30 Paesi</strong>, tra cui Pakistan, Afghanistan e Arabia Saudita, in cui&nbsp;<strong>lo stupro coniugale non è configurabile come un reato penale</strong>. Il Paese rimane ancorato all&#8217;articolo 375 e, nonostante il codice penale, il Bharatiya Nyaya Sanhita<em>,&nbsp;</em>sia stato aggiornato nel 2023, lo stupro continua a non essere un reato. Si tratta di un’eredità coloniale del 1860 che sostiene come<strong>&nbsp;il rapporto sessuale non consensuale di un uomo con la propria moglie non costituisce uno stupro se lei ha più di 18 anni.&nbsp;</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="717" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4.jpeg" alt="" class="wp-image-517385" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4.jpeg 960w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4-300x224.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4-768x574.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4-600x448.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p>Negli ultimi anni, diversi&nbsp;<strong>attivisti hanno presentato ricorsi alla Corte Suprema&nbsp;</strong>chiedendo che lo stupro coniugale venisse criminalizzato. Tuttavia,&nbsp;<strong>il governo, i gruppi religiosi e gli attivisti per i diritti degli uomini&nbsp;si oppongono</strong>. Nonostante le resistenze, la Corte Suprema indiana negli ultimi anni ha preso maggiormente posizione, ad esempio ribadendo che le mogli non sono proprietà dei mariti o pubblicando un&nbsp;<a href="https://cdnbbsr.s3waas.gov.in/s3ec0490f1f4972d133619a60c30f3559e/uploads/2024/01/2024012544.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">manuale contro gli stereotipi di genere</a>&nbsp;per i giudici. Ma non basta: le donne continuano a subire violenze dai loro compagni e restano scoperte da un punto di vista legale, soffocate anche dal peso dello stigma sociale.</p>



<p>Per capire cosa significhi combattere in prima linea contro questo silenzio istituzionale, InsideOver ha intervistato&nbsp;<strong>Yogita Bhayana</strong>,&nbsp;<strong>fondatrice di PARI</strong>&nbsp;(<em>People Against Rapes in India</em>), associazione che aiuta le vittime di violenza sessuale fornendo risorse, consulenza, assistenza psicologica e legale. Da anni, Bhayana sfida i pregiudizi radicati e le leggi arcaiche per dare un volto e una voce a chi si vede negata l&#8217;autonomia sul proprio corpo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="842" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-842x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-517387" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-842x1024.jpeg 842w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-247x300.jpeg 247w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-768x934.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-600x730.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1.jpeg 1078w" sizes="auto, (max-width: 842px) 100vw, 842px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come influiscono caste, patriarcato e silenzio</strong></h2>



<p>La resistenza alla criminalizzazione dello stupro coniugale affonda le radici in un terreno reso fertile da secoli di stratificazioni sociali. Secondo&nbsp;<strong>Yogita Bhayana</strong>, per capire perché lo stupro coniugale sia normalizzato, bisogna guardare oltre la camera da letto.</p>



<p>&nbsp;“La<strong>&nbsp;realtà giuridica e sociale dell’India</strong>&nbsp;riguardo allo stupro coniugale è profondamente&nbsp;<strong>plasmata dalle gerarchie di casta, dal patriarcato e dal divario tra zone rurali e urbane</strong>”, spiega l’attivista. “La violenza sessuale è una forma di&nbsp;<strong>&#8220;diritto acquisito”,</strong>&nbsp;radicata nelle strutture sociali”.</p>



<p>L&#8217;analisi di Bhayana si sposta poi sul condizionamento culturale: “<strong>Fin da piccoli</strong>, i ragazzi e le ragazze vengono socializzati a&nbsp;<strong>ruoli diseguali</strong>: i ragazzi sono incoraggiati ad affermare il dominio, mentre alle ragazze viene insegnata la sottomissione. Questo squilibrio modella il modo in cui , da adulti, vengono intesi il consenso, il controllo e il diritto di proprietà sull’altro”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, l’<strong>assenza di un&#8217;educazione sessuale</strong>&nbsp;completa “aumenta ulteriormente questo divario. I giovani si approcciano ad avere relazioni e ricevono nozioni sul consenso attraverso la disinformazione e narrazioni dannose”.</p>



<p>La mentalità patriarcale ancora molto radicata “condiziona gli uomini a vedere le donne come subordinate,&nbsp;<strong>normalizzando spesso il controllo sui loro corpi</strong>, anche all&#8217;interno del matrimonio.&nbsp;&nbsp;In molti contesti,&nbsp;<strong>specialmente dove le gerarchie di casta sono rigide</strong>, questo senso di superiorità è ulteriormente rafforzato”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Geografia del dolore: dalle metropoli alle zone rurali</strong></h2>



<p>L’<strong>appartenenza di casta e la collocazione geografica</strong>&nbsp;finiscono per alimentare un silenzio che per le vittime diventa l’unica via di sopravvivenza. Secondo Bhayana, le donne più vulnerabili sono quelle “delle comunità emarginate, inclusi i&nbsp;<strong>gruppi Dalit e tribali</strong>, che spesso subiscono le forme più dure di violenza e abbandono”. Nelle&nbsp;<strong>aree rurali&nbsp;</strong>e nelle comunità più isolate, “la violenza è spesso inserita in&nbsp;<strong>sistemi di onore, silenzio e controllo sociale</strong>. Le donne che subiscono maltrattamenti possono trovarsi ad affrontare una&nbsp;<strong>colpevolizzazione estrema, ritorsioni da parte della comunità</strong>&nbsp;e persino compromessi forzati, come, se sono nubili, il&nbsp;<strong>matrimonio con il carnefice.&nbsp;</strong>Tutto questo rende estremamente difficile denunciare qualsiasi forma di abuso”.</p>



<p><strong>Nei contesti urbani</strong>, per Bhayana, sebbene “la consapevolezza e l’accesso ai sistemi legali possano essere relativamente migliori”, le barriere persistono sotto forme diverse: “<strong>paura dell’apatia istituzionale, giudizio sociale&nbsp;</strong>e il trauma di doversi muovere in un sistema che spesso mette sotto processo le sopravvissute invece di sostenerle”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Più difficile denunciare se il carnefice è il marito</strong></h2>



<p>In entrambi i contesti, c’è un filo conduttore: “Il fatto che i carnefici siano i mariti, rende l’atto di denunciare ancora più complesso perché è&nbsp;<strong>emotivamente e psicologicamente più difficile per le donne riconoscere la violenza come abuso</strong>&nbsp;e fare qualcosa”.&nbsp;</p>



<p>Anche quando la donna elabora quanto subito dal marito come una violenza, è frenata “dalla<strong>&nbsp;vergogna e dallo stigma interiorizzato.&nbsp;</strong>Vive un senso di colpa per qualcosa che non ha commesso, teme di essere accusata, di non essere creduta o di essere umiliata e isolata a livello sociale, ma anche di essere vista dalla famiglia come un peso. In molte comunità, l&#8217;<strong>identità di una donna è legata ai concetti di &#8220;purezza&#8221; e reputazione familiare</strong>, il che porta al silenzio anche di fronte a gravi abusi”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, dal momento che in India lo stupro coniugale non è un reato penale,&nbsp;<strong>le donne non possono sporgere denuncia.&nbsp;</strong>L’unica opzione è quella di presentare una denuncia ai sensi della&nbsp;<strong>legge sulla protezione delle donne dalla violenza domestica</strong>&nbsp;(PWDVA), che riconosce gli abusi sessuali all&#8217;interno del matrimonio come una forma di violenza domestica. Tuttavia, trattandosi di una&nbsp;<strong>legge civile e non penale</strong>, l<strong>o Stato non considera l&#8217;uomo un criminale</strong>&nbsp;e il giudice può emettere ordini di protezione o risarcimenti economici, ma non può condannare il marito alla reclusione per l&#8217;atto sessuale in sé. Per la vittima, questo significa “affrontare un sistema che riconosce il danno subìto ma, paradossalmente, nega l’esistenza del reato”, spiega Bhayana.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scarsa fiducia nelle forze di polizia</strong></h2>



<p>Quando decidono di&nbsp;<strong>denunciare</strong>, le donne trovano ancora forze dell’ordine impreparate. “Molte sopravvissute&nbsp;<strong>si avvicinano con esitazione</strong>&nbsp;per paura di essere liquidate, giudicate e ri-traumatizzate”, spiega Bhayana e prosegue: &#8220;Ci sono casi in cui le vittime prevedono di essere interrogate sulla propria condotta morale, incolpate dell&#8217;accaduto o persino scoraggiate dal presentare denuncia. Questo crea ciò che può sembrare un &#8220;processo inverso&#8221;, in cui la donna viene interrogata invece di essere sostenuta”.</p>



<p>Sebbene secondo Bhayana ci siano stati “miglioramenti in alcune regioni grazie agli sforzi di sensibilizzazione, la&nbsp;<strong>preparazione generale delle forze dell’ordine rimane disomogenea</strong>” e&nbsp;&nbsp;il divario non è solo procedurale ma attitudinale: “E’ radicato negli stessi pregiudizi sociali che normalizzano la violenza e danno priorità alla reputazione familiare rispetto ai diritti individuali”.</p>



<p>Proprio perché la maggior parte delle mogli non è nemmeno a conoscenza dello stupro coniugale, la maggioranza non denuncia mai.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Se poche denunciano, mancano i dati&nbsp;</strong></h2>



<p><a href="https://link.springer.com/article/10.1186/s12982-025-00667-7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Secondo i dati governativi</a>, circa il&nbsp;<strong>6,1% delle donne indiane&nbsp;</strong>che si sono sposate ha subito violenza sessuale. Un dato inferiore rispetto all’Uganda, che si attesta al 13%, ma superiore a quello dell&#8217;Egitto, che è del 2,5%. Ad avere maggiore probabilità di subire violenza sessuale sono le donne senza o con istruzione primaria e tra i 25 e i 35 anni. Lo stesso profilo viene delineato per i loro stupratori. “<strong>Le statistiche ufficiali catturano solo una frazione della realtà</strong>”, commenta Bhayana. “Ciò che spesso sfugge è l<strong>&#8216;enorme sommerso delle mancate denunce</strong>, causato dalla paura, dallo stigma, dalle barriere sistemiche e, cosa fondamentale, dall&#8217;<strong>onere finanziario nel cercare giustizia</strong>. Mentre alcuni casi finiscono in prima pagina, innumerevoli altri rimangono nascosti”.&nbsp;</p>



<p>Per Bhayana, oltre al giudizio della società, in molti casi sono “<strong>le famiglie a far ritirare la denuncia&nbsp;</strong>per proteggere la reputazione sociale delle donne” e quindi anche la propria. Nella società indiana il dolore di una donna diventa così negoziabile, diversamente dalla reputazione delle famiglie.</p>



<p>Le vittime che si rivolgono e si sono rivolte a PARI, esitano a denunciare “non solo per paura di non essere credute o di essere colpevolizzate, ma anche perché&nbsp;<strong>il contenzioso in India può essere costoso, estenuante&nbsp;</strong>e prosciugante a livello emotivo. Anche dove esiste un supporto legale gratuito, la consapevolezza e l&#8217;attuazione rimangono deboli, limitandone l&#8217;accesso pratico”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, la maggior parte delle donne che subiscono violenza sessuale da parte del marito non ha un posto dove andare e soldi per poter cambiare casa. La&nbsp;<a href="https://www.pib.gov.in/PressReleasePage.aspx?PRID=2246009&amp;reg=3&amp;lang=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">partecipazione delle donne alla forza lavoro</a>&nbsp;in India è in leggera risalita, ma resta una delle più basse tra le grandi economie mondiali, creando una dipendenza economica all’uomo quasi totale.&nbsp;<strong>Il 44% delle donne non lavora&nbsp;</strong>perché si occupa dei figli o degli impegni domestici. Le lavoratrici guadagnano in media il 24% in meno rispetto agli uomini, a parità di mansione e un uomo che lavora in proprio guadagna quasi&nbsp;<strong>tre volte tanto</strong>&nbsp;rispetto a una donna nelle stesse condizioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Fino alla morte: il paradosso del Chhattisgarh</strong></h2>



<p>Le autorità insistono sul fatto che esistano leggi sufficienti a proteggere le donne sposate dalla violenza sessuale. Il governo teme che rendere tale violenza un reato possa &#8220;turbare l&#8217;istituzione del matrimonio&#8221;. Ma la realtà è fatta di corpi che vengono violati a tal punto da condurli anche alla morte. Come dimostra un caso molto noto nel Paese, avvenuto nel 2024 nel Chhattisgarh;&nbsp;<strong>un uomo è stato assolto</strong>&nbsp;nonostante la&nbsp;<strong>moglie sia morta&nbsp;</strong>per perforazioni rettali e lesioni addominali causate da un atto sessuale non consensuale.&nbsp;</p>



<p>Lo stesso anno, i<strong>l governo ha dichiarato alla Corte Suprema</strong>&nbsp;che la&nbsp;<strong>criminalizzazione&nbsp;</strong>dello stupro coniugale sarebbe&nbsp;<strong>&#8220;eccessivamente severa”</strong>, mentre&nbsp;il&nbsp;<strong>Ministero dell&#8217;Interno federale</strong>&nbsp;ha affermato che &#8220;<strong>potrebbe portare a gravi perturbazioni nell&#8217;istituzione del matrimonio”</strong>. Uno dei motivi principali per cui il governo si oppone è la paura che le donne usino questa legge per vendicarsi o ricattare i mariti durante i divorzi.</p>



<p>“Riguardo al timore di &#8216;falsi casi&#8217; o della &#8216;distruzione della famiglia&#8217;, vorrei chiarire che la realtà dei fatti non è l’abuso della legge, ma l’enorme sommerso delle mancate denunce”, spiega l’attivista e prosegue: “Concentrare il dibattito sulle false accuse è pericoloso: sposta l&#8217;attenzione dalle sopravvissute e finisce per rafforzare proprio quelle barriere che impediscono di ottenere giustizia”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, l’idea che la criminalizzazione minacci la famiglia, per Bhayana trascura un punto fondamentale: “è<strong>&nbsp;la violenza stessa a distruggere l&#8217;integrità di una famiglia</strong>, non la responsabilità legale. Un sistema che protegge le sopravvissute e punisce i colpevoli rafforza, anziché indebolire, le fondamenta della società. La riforma legale deve essere accompagnata da una sensibilizzazione istituzionale, processi incentrati sulla vittima e meccanismi di responsabilità, affinché la prima risposta che una donna riceve sia di dignità, fiducia e sostegno, non di dubbio o colpa”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ruolo dei media e la sfida delle nuove generazioni</strong></h2>



<p>L’associazione sta però notando un cambiamento graduale: “Sempre più spesso, le donne che trovano il coraggio di parlare sono quelle che hanno accesso a una qualche forma di supporto, sia attraverso l&#8217;informazione, l&#8217;istruzione o organizzazioni come PARI che forniscono guida e assistenza legale”.</p>



<p>Oltre all’attivismo tradizionale, che potrebbe non raggiungere tutti i settori della società, “alcuni&nbsp;<strong>prodotti mediatici&nbsp;e i social media&nbsp;</strong>stanno&nbsp;<strong>entrando nelle case, evocando empatia e normalizzando conversazioni&nbsp;</strong>che altrimenti verrebbero represse”.&nbsp;</p>



<p>Tra i prodotti mediatici recenti, ha riacceso il dibattito sullo stupro coniugale la nuova serie&nbsp;<strong>Chiraiya</strong>, andata in onda su JioHotstar lo scorso marzo. La trama percorre la storia di una giovane donna che viene data in sposa a un uomo di una famiglia progressista che, la notte delle nozze, la violenta. In uno degli episodi si vede un personaggio che esorta a &#8216;<strong>scagliare una pietra contro la società’</strong>, una scena diventata virale sui social per rompere il silenzio sullo stupro coniugale.&nbsp;</p>



<p>“Prodotti simili creano visibilità, sensibilizzano e offrono un senso di esperienza condivisa, aiutando le donne a capire che&nbsp;<strong>non sono sole e che la loro voce conta”,</strong>&nbsp;commenta Bhayana.&nbsp;<strong>“</strong>Sebbene non sia una soluzione completa, la crescente intersezione tra consapevolezza, sistemi di supporto e piattaforme digitali sta lentamente permettendo a più donne di passare dal silenzio alla parola. I media possono aiutare le donne a&nbsp;<strong>vedere le proprie esperienze riflesse e convalidate</strong>, ma il cambiamento sistemico richiede sia consapevolezza che supporto istituzionale”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Crescere uomini nuovi, la base del cambiamento</strong></h2>



<p>Il lavoro della fondazione PARI si concentra anche sul coinvolgimento della società, specialmente dei più giovani: “Attraverso programmi di sensibilizzazione di genere, impegni nelle scuole e sensibilizzazione delle comunità, lavoriamo con i giovani per costruire una chiara comprensione del rispetto, del consenso e dell’uguaglianza”. L&#8217;obiettivo non è solo informare, ma “<strong>provocare un cambiamento nel pensiero</strong>, sfidando comportamenti normalizzati come la colpevolizzazione della vittima, la misoginia spicciola e la banalizzazione delle molestie, che sono i precursori di violenze più gravi”.</p>



<p>Tra gli ultimi programmi avviati da PARI c’è &#8220;<strong>WE MEN&nbsp;</strong>che “<strong>coinvolge uomini e ragazzi nella creazione di spazi sicuri</strong>, nel rispetto del consenso e nel rivestire un ruolo chiave per guidare il cambiamento di mentalità”.</p>



<p>Secondo Bhayana, affinché anche in India lo stupro coniugale possa diventare un reato, “<strong>la riforma legale e la trasformazione sociale devono andare di pari passo</strong>. Ma se devo scegliere una base di partenza, è&nbsp;<strong>il modo in cui i giovani uomini vengono cresciuti</strong>. Una sentenza della Corte può stabilire lo standard legale e inviare un messaggio forte, ma il vero cambiamento verrà dal rimodellamento degli atteggiamenti all&#8217;interno delle case, delle scuole e delle comunità”.&nbsp;</p>



<p><em>Attualmente in India la battaglia per rendere lo stupro coniugale un reato è molto accesa e, secondo i media locali, si attenderebbe una sentenza definitiva della Corte Suprema entro la fine del 2026. Per la protezione delle donne, le leggi disponibili riguardano l&#8217;omicidio per dote, i decessi per dote o i relativi tentativi ai sensi delle Sezioni 302/304-B del Codice Penale indiano, e le molestie sessuali ai sensi della Sezione 509 del Codice Penale indiano. Sono state emanate leggi speciali, come la Legge sulla protezione delle donne e sulla violenza domestica e la Legge sulla proibizione della dote. Sono disponibili linee telefoniche di assistenza per le donne in difficoltà e servizi di supporto per le vittime, come le case di accoglienza temporanea. Inoltre, sono presenti commissioni nazionali e statali per le donne vittime di violenza.</em></p>
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		<title>La metamorfosi del bracconaggio: perché oggi i parchi africani si difendono come basi paramilitari</title>
		<link>https://it.insideover.com/criminalita/la-metamorfosi-del-bracconaggio-perche-oggi-i-parchi-africani-si-difendono-come-basi-paramilitari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 03:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bracconaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="bracconaggio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per debellare il bracconaggio usati droni diurni, droni termici, sistemi di difesa ad alto potenziale, armi e speciale equipaggiamento.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="bracconaggio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>Il legame tra il bracconaggio e le casse delle organizzazioni terroristiche è stato, per lungo tempo, il pilastro di una narrazione d&#8217;emergenza. Si diceva che le milizie jihadiste si finanziassero quasi interamente con l&#8217;avorio, ma i dati raccontano una storia diversa: il bracconaggio non è mai stato la fonte primaria di reddito per gruppi come Al-Shabaab. </em><strong><em>Davide Bomben,</em></strong><em> esperto di conservazione ed ecoturismo della </em>Noctuam Poaching Prevention Academy,<em> ridimensiona i miti del passato e analizza il presente: un mondo dove l&#8217;avorio &#8220;vale molto meno&#8221;, il rinoceronte è diventato una fortezza inespugnabile e il crimine si è spostato su canali finanziari invisibili. Nell’articolo anche l’intervento di </em><strong><em>Ciro Troiano</em></strong><em>, responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafie LAV.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bracconaggio e armi: una narrazione da ridimensionare</strong></h2>



<p><strong>Il bracconaggio ha avuto il suo picco fra il 2010 e il 2015</strong>, con circa 1.600-1.700 rinoceronti e alcune migliaia di elefanti uccisi ogni anno. “In quel periodo sono uscite informazioni forti legate ad <strong>Al-Shabaab</strong>: si diceva che il <strong>40% del loro business derivasse dall’avorio</strong>”, racconta a Insideover <strong>Davide Bomben</strong>, che per lavoro si occupa di conservazione. Il collegamento secondo l’esperto esiste, ma va ridimensionato poiché il bracconaggio serviva a finanziare singole operazioni eclatanti, non l&#8217;intera struttura.  “Molte azioni, come l’<strong>attacco al Westgate di Nairobi nel 2013</strong>, sono legate alla <strong>matrice terroristica e supportate anche dal bracconaggio</strong>. In quegli anni l’uccisione di animali è servita a finanziare eventi criminali ma dire che <strong>il 40% dell’introito economico</strong> di questi gruppi derivi solo da questa attività è un po&#8217; <strong>eccessivo</strong>”. </p>



<p>Dalla Somalia,&nbsp;<strong>Al-Shabaab&nbsp;</strong>“si è mosso dappertutto e sicuramente&nbsp;<strong>è stato fortemente interessato al bracconaggio</strong>: imponevano delle tasse affinché questa attività potesse continuare. Tra gli altri gruppi i&nbsp;<strong>Janjaweed&nbsp;</strong>in Sudan sono accusati di fare stragi di elefanti in Camerun, nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, dove ancora c&#8217;è qualche elefante, ma il grosso dell&#8217;attività non è la rivendita delle zanne, ma la carne per alimentare le loro unità. La&nbsp;<strong>LRA</strong>, che invece lavorava in Uganda e oggi ancora opera in Sud Sudan, ha una forte implicazione di bracconaggio soprattutto legato alle realtà del Congo. Una delle grosse attività che fanno è però mettere una sorta di obolo su tutto quello che sono attività illegali di contrabbando”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come funziona la rete del bracconaggio&nbsp;</strong></h2>



<p>Non una struttura gerarchica semplice, ma&nbsp;<strong>un sistema di outsourcing criminale</strong>. Al vertice della rete di bracconaggio troviamo le&nbsp;<strong>organizzazioni “ad alto profilo</strong>, spesso legate al terrorismo, che gestiscono l’infrastruttura fornendo le armi, garantendo l&#8217;impunità territoriale attraverso la corruzione o la forza e imponendo dazi su ogni zanna che attraversa i loro confini”. A fare da tramite ci sono “i&nbsp;<strong>middlemen:&nbsp;</strong>capaci di collegare il bracconiere locale con il mercato estero. Sono loro che armano il bracconiere e muovono i soldi.”. Quando lavorava&nbsp;<strong>in Sudafrica</strong>, Bomben ha visto video di “<strong>barchine veloci che portavano le corna di rinoceronte ancora insanguinate</strong>. Scendeva un sacchetto con armi, droga e soldi, saliva il sacchetto con le corna. Perché quello è un bene che deve muoversi”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il riciclaggio: dalle &#8220;lavanderie&#8221; cinesi alla mafia italiana</strong></h2>



<p>Il discorso è diverso se si parla di denaro. Oggi il crimine ambientale è entrato nei circuiti del riciclaggio sofisticato gestito da organizzazioni cinesi o dalle mafie europee. “<strong>Il&nbsp;<em>Feiqian</em>, ovvero il&nbsp;<em>Flying Money</em></strong>, è un sistema di finanziamento potentissimo: parliamo di svariati&nbsp;<strong>milioni di dollari che non approdano da nessuna parte</strong>”, spiega l’esperto. Ad esempio, se deve avvenire una transazione tra un compratore in Asia e un venditore in Africa, il primo verserà il denaro a un broker locale, mentre il secondo riceverà la somma equivalente da un intermediario sul posto. Il debito tra i due broker verrà poi saldato scambiando proprietà, merci legali o attraverso criptovalute, senza che il denaro debba mai varcare fisicamente una frontiera.&nbsp;</p>



<p>Dietro questa architettura finanziaria operano, secondo Bomben, le <strong><em>Chinese Money Laundering Organizations</em>, </strong>multinazionali del riciclaggio che offrono servizi a basso costo e tracciabilità zero. “Ma uno dei sistemi che le organizzazioni terroristiche internazionali utilizzano maggiormente è quello del Western Union, usato come sistema di trasferimento per ripulire i soldi”. Per l’esperto <strong>la mafia italiana</strong> è “forse l&#8217;organizzazione che meglio riesce a fare <em>money laundering</em> nel mondo, aprendo ristoranti e chiudendoli dopo quattro giorni cambiando i titolari e i dipendenti. Quindi il vero problema oggi non è tanto che cos&#8217;è che fa crimine ma è come poi questo crimine viene trasformato in soldi”. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Legame gonfiato per ottenere fondi</strong></h2>



<p>Se il bracconaggio non è mai stato la prima fonte di reddito delle milizie,&nbsp;<strong>perché si è parlato per anni di un legame così stretto</strong>? Secondo Bomben, la&nbsp;<strong>necessità di raccogliere fondi o di spingere i governi all&#8217;azione</strong>&nbsp;ha portato diverse organizzazioni a calcare la mano: “Molte&nbsp;<strong>ONG</strong>, anche per far leva su qualche cosa che tocca le persone, hanno iniziato a parlare di quanto il bracconaggio potesse effettivamente finanziare le milizie. Quindi nel passato questa narrazione ha alimentato la volontà dei governi di intervenire. Non è che non ci sia stato un collegamento tra bracconaggio e milizie, ma probabilmente&nbsp;<strong>il livello di impatto che c&#8217;è stato è decisamente inferiore</strong>. È giusto parlare di sovrapposizione e di commistione del terrorismo con il bracconaggio, è scorretto o comunque non perfettamente corretto continuare a dire che questa cosa continua oggi”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’elefante vale meno di un lingotto: la nuova economia della savana</strong></h2>



<p>Alcuni fattori hanno cambiato radicalmente l&#8217;appetibilità del bracconaggio per le milizie:&nbsp;<strong>il crollo del valore dell’avorio, la fine di alcune tradizioni e l’elevato rischio nel cacciare i rinoceronti</strong>. “In questo momento il bracconaggio è in forte diminuzione ed è un aspetto molto positivo”, racconta Bomben che sostiene come gli&nbsp;<strong>elefanti&nbsp;</strong>siano sempre “meno soggetti al&nbsp;<strong>bracconaggio&nbsp;</strong>per quanto riguarda le zanne”, ma lo siano “per quanto riguarda la&nbsp;<strong>carne</strong>, perché un animale che pesa 4-5 tonnellate è cibo per molti”. Il numero di esemplari uccisi “non si avvicina neanche più ai 100mila degli anni passati, proprio perché&nbsp;<strong>sono state smantellate le organizzazioni in loco</strong>&nbsp;che facevano bracconaggio e la diminuzione del valore al chilo dell&#8217;avorio ha fatto in modo che diventasse meno interessante rispetto ad altri business”.&nbsp;</p>



<p>Se prima il <strong>valore dell’avorio</strong> si aggirava, secondo l’esperto, tra i <strong>2.500-3.000 dollari al chilogrammo, adesso è sceso a 500 dollari. </strong>“Diverso è per i rinoceronti”, spiega Bomben: “Il bracconaggio è diminuito negli anni ma ogni esemplare di animale a rischio di estinzione, come il rinoceronte nero, è un disastro per l’ecologia”.</p>



<p>Inoltre anche all&#8217;estero i governi si sono svegliati: “La&nbsp;<strong>Cina e il Vietnam</strong>&nbsp;hanno stretto i controlli e&nbsp;<strong>certe tradizioni sia locali che estere stanno scomparendo.</strong>&nbsp;Le&nbsp;<em>jambiya</em>, i pugnali rituali iraniani con impugnatura in corno di rinoceronte, ad esempio, non sono più utilizzati”. Il mercato è cambiato perché è cambiata la percezione sociale del prodotto. “È come la droga”, spiega Bomben. “Se nessuno avesse bisogno di drogarsi, ci sarebbe droga per strada? Se un oggetto ha un valore elevato, io rischio di più; se il valore scende, rischierò di meno o forse non rischierò proprio”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il corno di rinoceronte può valere più della cocaina</strong></h2>



<p>Per questo oggi le milizie puntano più sulla tassazione di merci e popolazioni, sul contrabbando di oro, di&nbsp;&nbsp;carbone vegetale e sulla gestione logistica dei flussi di droga e di migranti. Il bracconaggio è diventato marginale poiché meno redditizio e più rischioso.&nbsp;</p>



<p>Soprattutto quando si parla di&nbsp;<strong>rinoceronti</strong>, il rischio è altissimo. Mentre l&#8217;avorio svaluta, il corno ha raggiunto cifre astronomiche: “Un chilogrammo di corno può raggiungere quotazioni tra gli&nbsp;<strong>80mila e i 90mila dollari</strong>”, superando il valore della cocaina e dell’oro. Ma è proprio questa ricchezza ad averlo reso un bersaglio difficile.&nbsp;<strong>La protezione paramilitare ha trasformato i parchi in &#8220;hard targets&#8221;</strong>. I bracconieri hanno quindi spostato l&#8217;interesse verso risorse meno protette.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Vagine di leonesse e legni pregiati: il mercato nero delle superstizioni</strong></h2>



<p>Con i grandi mammiferi sotto scorta armata, le rotte del crimine colpiscono per lo più altri animali: “Il&nbsp;<strong>pangolino rimane un animale massacrato in tutta l’Africa.</strong>&nbsp;Viene ucciso per le sue&nbsp;<strong>scaglie fatte di cheratina,</strong>&nbsp;lo stesso prodotto delle corna dei rinoceronti, che vengono usate un po&#8217; per la medicina tradizionale o un po&#8217; perché con la sua carne viene realizzata una zuppa prelibata e consumata in Paesi come Cina e Vietnam”.</p>



<p>E poi ci sono&nbsp;<strong>uccelli e piante come il rosewood o il teak</strong>. “I crimini ambientali, cioè la sottrazione illegale di elementi naturalistici, sono sempre esistiti”, continua Bomben che aggiunge come, parlando di bracconaggio, faccia &#8220;più male pensare al rinoceronte o all’elefante. Probabilmente fa meno male sapere che&nbsp;<strong>è pieno di piante che vengono portate via, tagliate, uccise&nbsp;</strong>per abbellire case e palazzi di lusso per il mondo”.</p>



<p>Tuttavia, spesso sono le credenze più improbabili o pericolose ad alimentare i mercati neri. “Oggi c&#8217;è un&#8217;esplosione di richiesta di parti anatomiche, soprattutto dell’apparato riproduttivo<strong>&nbsp;delle leonesse per aumentare la fertilità delle donne</strong>”. Mentre in Vietnam, dieci anni fa, sei persone su dieci credevano che la polvere di corno di rinoceronte&nbsp;<strong>potesse curare il cancro</strong>. “Si diceva che un politico sarebbe guarito dal cancro grazie al corno di rinoceronte. In quel periodo il bracconaggio è esploso”, spiega Bomben che riporta un ulteriore esempio: “La&nbsp;<strong>Yakuza</strong>, come esempio di potere superpartes, ha un corno di rinoceronte”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bushmeat: il rischio sanitario che tocca l’Europa</strong></h2>



<p>Ma il fenomeno del&nbsp;<strong>bracconaggio ha ramificazioni che arrivano fino alle nostre tavole</strong>.&nbsp;<strong>Ciro Troiano</strong>, che nel suo report Zoomafia di LAV del 2024 analizza l&#8217;evoluzione del crimine ambientale, pone l&#8217;accento sul&nbsp;<em>bushmeat,</em>&nbsp;in cui rientra anche il pangolino. “Si tratta di un mercato in crescita che riguarda la&nbsp;<strong>carne di animali selvatici</strong>”, ha detto a InsideOver Troiano interpellato su questo aspetto. “Solo tra Africa centrale e occidentale ne vengono commercializzate cinque milioni di tonnellate l&#8217;anno: una &#8220;carneficina&#8221; che non solo minaccia le specie, ma espone l&#8217;Europa a rischi sanitari enormi. Il 75% delle nuove malattie trasmissibili sono zoonosi che hanno origine proprio in questi animali sottratti illegalmente alla natura”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’etica del mirino: tra fame, sport e speculazione</strong></h2>



<p>Per capire davvero l&#8217;entità della sfida, bisogna distinguere tra chi preme il grilletto. Quando parliamo di bracconaggio, intendiamo &#8220;<strong>l&#8217;uccisione illegale e illecita di una specie perché protetta o in un territorio protetto</strong>”. L’uccisione può essere&nbsp;<strong>speculativa, sportiva o di sussistenza.</strong>&nbsp;L’ultima avviene quando &#8220;uccido un animale per mangiarlo”, spiega Bomben che argomenta: “Se un kudu viene ucciso per strada, nessuno dice niente. Se viene ucciso in un parco nazionale o in una riserva privata, si rischia la galera perché si ha ucciso l&#8217;asset di qualcuno. Se quello stesso animale lo uccido per mangiare, avrà un valore perché sto mangiando, se lo uccido per venderlo, sto facendo lucro. Se poi quell&#8217;animale è protetto da leggi internazionali come quelle della IUCN, faccio un danno ancora più grande. In Namibia il rinoceronte nero è un asset del governo. Se lo uccido, commetto un crimine a livello governativo, non solo ambientale”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Kenya e Namibia: i casi più virtuosi</strong></h2>



<p>Nonostante la natura delle rotte criminali sia mutata, i successi nel contrasto non mancano. Il&nbsp;<strong>Kenya</strong>&nbsp;è l&#8217;esempio di come spezzare il legame opportunistico tra terrorismo e bracconaggio. “Oggi è un paese iper-virtuoso. È riuscito a combattere il bracconaggio in maniera straordinaria. Sicuramente l&#8217;attacco avvenuto a Westgate, nel centro commerciale a Nairobi nel 2013, è uno dei motivi per cui il Kenya ha attuato una moratoria straordinaria. Possiamo dire che ha quasi sconfitto momentaneamente il bracconaggio”. Nel parco dell’<strong>Amboseli,</strong>&nbsp;dove l&#8217;acqua arriva direttamente dalle montagne nevose del Kilimangiaro, “grazie a Cynthia Moss e al suo progetto di salvaguardia, ci sono elefanti con zanne gigantesche; Craig, che è morto poco tempo fa, aveva tre metri di zanne”.&nbsp;</p>



<p>Altro esempio di virtuosismo è la <strong>Namibia, </strong>dove esiste il <em>Custodianship Program: </em>“Lavoro in tre riserve private in Namibia dove abbiamo un <strong>numero elevatissimo di rinoceronti neri</strong>, dono del governo”. La riserva privata di Ongava, in Namibia, è “l’unica riserva privata dove <strong>non abbiamo dovuto tagliare le corna ai rinoceronti</strong> perché siamo considerati dal ministero dell’ambiente come un luogo quasi inviolabile. I bracconieri hanno ucciso tutto intorno a questa riserva, da noi non sono mai entrati perché hanno paura delle strategie messe in atto”. Il numero dei rinoceronti così continua ad aumentare. “Se tuteliamo questi animali nella riserve private, vuol dire che potremo avere anche più turisti che sono interessati a vedere un animale che a causa del bracconaggio ha un numerico molto basso: parliamo di 6mila esemplari in tutto il continente africano contro le quasi 16mila della specie bianca”.</p>



<p>In&nbsp;<strong>Botswana&nbsp;</strong>la situazione è a ‘metà strada’. Oggi ci sono “<strong>130mila di 460mila esemplari di elefanti di tutta l’Africa&nbsp;</strong>perché si viene puniti in modo pesante se si fa bracconaggio” Eppure, il Botswana “ha perso metà della sua popolazione di rinoceronti perché i bracconieri hanno aumentato la loro capacità e riescono ad attaccare. In questo caso è successo nel delta dell&#8217;Okavango, proprio nel periodo del Covid, dove c&#8217;era meno compenetrazione di turisti e guide”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il parco Kruger, dove i bracconieri hanno paura di entrare</strong></h2>



<p>In un altro parco nazionale in cui lavora Bomben, il Kruger, in Sudafrica c&#8217;è la <strong>più alta concentrazione di rinoceronti di tutto il continente africano</strong>. “Siamo l&#8217;unica unità privata a operare all&#8217;interno del parco nazionale con tanto di unità K9, avendo costruito anche una base paramilitare. Lavoriamo ormai da più di un decennio all&#8217;interno di questo territorio che si chiama <em>Patrol Slope.</em> Siamo arrivati di fatto a debellare il bracconaggio dei rinoceronti usando droni diurni, droni termici, sistemi di difesa ad alto potenziale, armi, persone, equipaggiamento e formazione. C’è sempre qualcuno che pattuglia, veicoli attrezzati, droni che girano, cani che latrano tutto il giorno e noi siamo sul confine. C’è stato un investimento importantissimo. <strong>Abbiamo tutte le specie della savana africana e siamo contenti di tutelarne il più possibile</strong>”. </p>



<p>Più l’area diventa un hard target, più si sposta l’interesse dei bracconieri. “Questo non vuol dire che abbiamo eliminato il bracconaggio, ma abbiamo reso il nostro un target difficile da attaccare. A 12 anni feci una promessa a mio padre che mi portò nel primo orfanotrofio per rinoceronti in Zimbabwe. Dopo aver visto un rinoceronte orfano, gli&nbsp;<strong>promisi che avrei salvato tutti i rinoceronti al mondo</strong>. Non li ho salvati tutti, ovviamente, ma posso dire di aver superato l&#8217;1% anche di quella che è la popolazione panafricana che è sotto la gestione dei nostri progetti”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dalla recinzione al confine stratificato: la strategia dei tre livelli</strong></h2>



<p>Uno dei contributi più incisivi di Davide Bomben alla strategia di tutela del Parco nazionale Kruger è stata la&nbsp;<strong>trasformazione del concetto di&nbsp;<em>fence</em></strong>&nbsp;(recinzione)&nbsp;<strong>a favore di quello di&nbsp;<em>border</em>&nbsp;</strong>(confine stratificato). Questa strategia si divide in tre livelli: &#8220;<strong>External border&nbsp;</strong>che coinvolge la comunità locale: persone pagate per monitorare il territorio intorno al parco, anche solo muovendosi a piedi o in bicicletta;&nbsp;<strong>mid-border</strong>, la zona gestita da realtà private, come la mia che rende difficile per i bracconieri capire &#8220;fin dove arriviamo&#8221; e dove potremmo essere appostati e, infine, l’i<strong>nternal border,&nbsp;</strong>gestito dai ranger del parco nazionale, sempre formati da Bomben. Questo è stato un&nbsp;<em>game changer&nbsp;</em>fortissimo. E i risultati si sono visti.&nbsp;<strong>Abbiamo tolto 4mila trappole.</strong>&nbsp;<strong>Abbiamo arrestato quattro bracconieri</strong>&nbsp;ad alto profilo e ben armati”.&nbsp;</p>



<p>Davide Bomben oggi si occupa di addestramento, di strategie e di equipaggiamento. Fa parte di un team di una decina di persone che fa formazione. Ma i ranger con cui lavora sono circa 200. “<strong>I Paesi dove lavoriamo di più sono Sudafrica, Namibia e Botswana</strong> perché sono quelli che hanno più presenza di rinoceronti, la specie che difendiamo maggiormente. Prendiamo dei ranger, molte volte gente che fa già questo mestiere o persone che devono imparare. Io mi occupo della formazione avanzata: skills tattici,  utilizzo delle armi, combattimento col coltello e la strategia che c&#8217;è dietro alle tecniche legate alla security”. </p>



<p>Le<strong>&nbsp;armi&nbsp;</strong>per i ranger sono uno strumento di tutela personale: “<strong>Non le usiamo per uccidere i bracconieri</strong>, le usiamo per far paura o per difenderci in caso di attacchi di animali. Se mentre sto pattugliando mi salta addosso un leopardo, il coltello mi aiuta in qualche modo a salvarmi la vita”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le tattiche dei ranger tra droni termici e demoni di cartone</strong></h2>



<p>Oltre alle tecnologie più avanzate, Bomben racconta che&nbsp;<strong>spesso si sfruttano le superstizioni</strong>. “In Africa la magia nera è ancora molto forte e quindi ci spostiamo con questi cartoni, con una torcia dentro, su cui abbiamo disegnato un&nbsp;<strong>mostro chiamato Tokoloshi</strong>&nbsp;Li posizioniamo in giro e la gente, vedendolo, è convinta che quel posto sia pieno di demoni. Oppure paghiamo dei&nbsp;<em>witch doctor</em>, che sono dei dottori tradizionali, per dire che se qualcuno arriva in quella zona e fa bracconaggio, a lui o ai suoi figli capiterà un maleficio”. Un altro sistema che ha funzionato consiste nell’<strong>assumere alla riserva solamente parenti e amici stretti dell&#8217;unità antibracconaggio.</strong>&nbsp;“In questo modo se una persona fa qualcosa legato al bracconaggio, viene licenziata tutta la famiglia. Così facendo proteggiamo anche la famiglia di queste persone, che è spesso soggetta a minacce e ritorsioni”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I rischi del mestiere</strong></h2>



<p>Lo scorso 23 aprile,&nbsp;<strong>Schoeman van Jaarsveld</strong>, ambientalista e direttore della&nbsp;<em>Milk River Security</em>, è stato ucciso da un rinoceronte nero sbucato dalla vegetazione, all’interno di una riserva in Sudafrica, mentre stava monitorando l’animale. L&#8217;ambientalista conduceva pattugliamenti diurni e notturni per difendere gli animali dai criminali. Chi fa questo lavoro non è esente dai pericoli e, nonostante sia difficile che un animale che i ranger cercano di proteggere decida di attaccarli, può comunque capitare. “È successo che degli elefanti o dei rinoceronti abbiano ferito o ucciso dei ranger. Uno dei miei ragazzi più cari è andato su un albero che non ha retto il suo peso e&nbsp;<strong>il rinoceronte gli ha trafitto&nbsp;</strong>la gamba posteriore aprendogli la zona che va dal ginocchio alla natica.&nbsp;<strong>È stato un mese in ospedale</strong>&nbsp;ma mi ha detto che non avrebbe mai aperto fuoco contro il rinoceronte. Piuttosto sarebbe morto”.</p>



<p>Nonostante le altissime difese, a volte i pericoli sono esterni: “Purtroppo mi è successo di ammazzare un cane che i bracconieri ci hanno lanciato addosso. Chiudono loro la bocca con un laccio e quando sentono che c&#8217;è qualcuno, li lanciano addosso. Sono cani arrabbiati e aggressivi. Oppure siamo stati svegliati di notte nel&nbsp;&nbsp;Pilanesberg perché ci sono stati degli inserimenti di bracconieri. L’abbiamo visto col drone”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come combattere il bracconaggio&nbsp;</strong></h2>



<p>Senza un&#8217;attività fortissima di<strong>&nbsp;informazione&nbsp;</strong>sulla comunità e senza i&nbsp;<strong>progetti nel settore turistico</strong>, secondo Bomben, questo risultato non sarebbe arrivato. “<strong>Per debellare il bracconaggio l&#8217;animale vivo deve valere più di quello morto.</strong>&nbsp;Lo strumento principale è il&nbsp;<strong>turismo: porta soldi, valore</strong>&nbsp;e quella propensione verso il futuro che in Africa spesso manca. Mettere in galera i bracconieri non basta se l&#8217;alternativa è la fame: a chi ha lo stomaco vuoto non puoi chiedere di amare gli animali, ma puoi dimostrare che proteggerli conviene. Se il turismo crea benessere, le comunità smettono di essere complici e diventano il primo argine contro il crimine”.&nbsp;</p>



<p>Una volta, secondo l’esperto il parco nazionale veniva visto come “un grande recinto chiuso pieno di opportunità alimentari ed economiche ma che venivano vissute solamente dai turisti o dagli stranieri”. Oggi questi progetti che fanno sì che le comunità diventino parte integrante del sistema valoriale sulla natura. Per capirlo meglio, Bomben riporta l’esperienza nella&nbsp;<strong>scuola primaria di Makoko</strong>, Sud Africa: “Quando entrai per la prima volta feci la domanda &#8220;<strong>cosa volete fare da grandi</strong>?”; nessuno ha mai detto di lavorare al Kruger o voler fare il ranger o voler fare la guida. Dopo anni di presenza, i ragazzi a scuola hanno detto: &#8220;Voglio fare la guida&#8221;, &#8220;<strong>Voglio fare il ranger</strong>&#8220;, &#8220;Voglio occuparmi di conservazione&#8221;.</p>



<p>Oggi parchi come il Serengeti in Tanzania, il Serengeti o il Masai Mara in Kenya hanno&nbsp;<em>overtourism</em>&nbsp;e non esiste il bracconaggio. “Tutti lavorano, tutti sono contenti. C’è valore grazie al turismo. È proprio lì che noi dobbiamo imparare a tutelare le cose perché dobbiamo dare un valore.&nbsp;<strong>Se conosci ami, se ami proteggi</strong>. Se non conosci ami poco e se non ami, non proteggi niente”.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/la-metamorfosi-del-bracconaggio-perche-oggi-i-parchi-africani-si-difendono-come-basi-paramilitari.html">La metamorfosi del bracconaggio: perché oggi i parchi africani si difendono come basi paramilitari</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un&#8217;arma</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/nellinferno-del-sudan-dove-la-fame-e-usata-come-arma-di-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 23:02:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Sudan]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=513329</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sudan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> 29 milioni di sudanesi a rischio di morte per fame, 14 milioni di persone che hanno abbandonato tutto. La realtà atroce di questa guerra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/nellinferno-del-sudan-dove-la-fame-e-usata-come-arma-di-guerra.html">Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un&#8217;arma</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sudan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/sudan-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Esattamente da tre anni, dall&#8217;aprile del 2023, il Sudan è dilaniato da una guerra civile e la fame delle persone viene usata come arma: scorte saccheggiate, campi distrutti e mercati sotto attacco. Intanto la risposta umanitaria appare ferma. Azione contro la Fame offre cure per combattere la malnutrizione e sostiene le donne affinché possano ricevere educazione finanziaria, formazione nella conservazione e preparazione degli alimenti. “Non chiediamo più cosa mangeremo. Chiediamo chi mangerà”. In questa frase, pronunciata da una donna sfollata nel Nord Darfur, Sudan, è racchiuso il dramma di un intero popolo. Lei è una dei <strong>29 milioni di sudanesi </strong>(oltre metà della popolazione) che da tra anni non sanno se riusciranno a rimediare un pasto per sopravvivere.</p>



<p>Dal 15 aprile 2023 il Sudan sta vivendo una guerra civile scoppiata tra le forze armate sudanesi (SAF) e i paramilitari delle forze di supporto rapido (RSF). Le due fazioni sono responsabili, tra le tante violazioni dei diritti umani, di <strong>una crisi alimentare senza precedenti. </strong>La fame viene utilizzata come arma strategica per indebolire l’avversario e controllare la popolazione. Ed&nbsp;è una &#8220;conseguenza diretta del conflitto, che sta distruggendo i mercati, interrompendo i raccolti e bloccando le rotte commerciali”, spiega&nbsp;<strong>Samy Guessabi</strong>, direttore in Sudan di Azione Contro la Fame,&nbsp;organizzazione umanitaria internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Contadini, commercianti e donne rischiano ogni giorno la vita&nbsp;</strong></h2>



<p>Un recente&nbsp;<a href="https://azionecontrolafame.it/news/sudan-report-cosa-serve-per-mangiare/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rapporto</a>&nbsp;redatto da Azione contro la fame, insieme ad altre quattro organizzazioni umanitarie, documenta come&nbsp;<strong>il tragitto del cibo dalla terra alla tavola</strong>&nbsp;sia diventato un percorso mortale.&nbsp;I&nbsp;<strong>contadini vengono uccisi nei campi, i raccolti bruciati e le scorte&nbsp;</strong>di semi distrutte o saccheggiate.&nbsp;<strong>I&nbsp;commercianti subiscono blocchi stradali e tassazioni illegali&nbsp;</strong>imposte dalle parti in conflitto. Ad ogni posto di blocco, viene sottratto denaro, carburante o cibo.&nbsp;I&nbsp;<strong>mercati&nbsp;vengono bombardati,</strong>&nbsp;bruciati, saccheggiati. Quando riaprono, lo fanno solo per poche ore e i venditori scavano buche nel terreno per ripararsi dai droni. Le persone sfidano il fuoco incrociato solo&nbsp;per produrre, comprare o trasportare cibo,&nbsp;mentre le cucine comunitarie, l’ultimo baluardo contro la morte, stanno chiudendo per mancanza di fondi o dimezzando le razioni.&nbsp;</p>



<p><strong>Quando il cibo arriva alle famiglie, è già passato attraverso tutto questo.</strong>&nbsp;Ma anche il&nbsp;costo degli alimenti funge da deterrente. A settembre, sette chilogrammi di miglio erano venduti a oltre 200 dollari e un chilo di zucchero a più di 50. Per tale ragione molte persone mangiano una sola volta al giorno e nei casi più estremi, il pasto è costituito da&nbsp;<strong>foglie selvatiche, erba, bucce di arachidi e mangime per animali&nbsp;</strong>(e quest&#8217;ultimo di recente ha iniziato ad avere un costo). Inoltre, le famiglie guidate da donne hanno il triplo delle probabilità di trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare rispetto a quelle guidate da uomini.&nbsp;</p>



<p>Il cibo tuttavia non è l&#8217;unico bene ad aver&nbsp;subito aumenti di prezzo. Quelli di fertilizzanti e pesticidi sono più che raddoppiati. Il credito formale è crollato, costringendo i contadini a ricorrere a prestiti informali che li lasciano indebitati anche quando il raccolto fallisce o viene razziato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nazioni Unite: “Un conflitto di atrocità”</strong></h2>



<p>Delle tre carestie ufficialmente riconosciute nel mondo, due sono state dichiarate proprio qui nel 2025: a&nbsp;<strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/el-fasher-la-mano-degli-emirati-dietro-la-normalizzazione-del-massacro.html" type="post" id="493243">El Fasher</a></strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Kadugli.&nbsp;</strong>Le Nazioni Unite non usano giri di parole e definiscono quella in corso una “guerra di atrocità” contro i civili. Il Sudan sta anche vivendo la più grande crisi di sfollamento del pianeta.&nbsp;<strong>14 milioni di persone</strong>&nbsp;<strong>hanno abbandonato tutto</strong>: dieci milioni sono sfollati interni, altri quattro milioni sono fuggiti in Ciad e Sud Sudan. Per capire la portata del disastro, basta confrontarlo con i dati di Siria, dove gli sfollati sono 7 milioni e dello Yemen, dove il numero scende a 5.&nbsp;</p>



<p>L<strong>’80% dei centri sanitari è fuori uso e il 60% dei sistemi idrici è stato distrutto.</strong> “Non sono solo numeri&#8221;, avverte Guessabi. “Le famiglie sono costrette a spostarsi ripetutamente, interrompendo cure e accesso all’acqua e al cibo, esponendo donne e bambine a un rischio altissimo di violenza di genere”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli aiuti umanitari sono paralizzati</strong></h2>



<p>Nonostante la gravità della situazione, la risposta internazionale è lenta. Il piano di aiuti da&nbsp;<strong>2,87 miliardi di dollari</strong>&nbsp;è finanziato solo al&nbsp;<strong>16%</strong>. Nel 2025, i fondi destinati alla ricostruzione e alla &#8220;ripresa precoce&#8221; hanno raggiunto solamente l’1%. In questo scenario,&nbsp;<strong>Azione Contro la Fame</strong>&nbsp;riesce comunque a operare in Darfur, Kordofan e nelle regioni del Nilo, assistendo quasi due milioni di persone. Oltre a fornire cure contro la malnutrizione e acqua potabile, l&#8217;organizzazione scommette sulla resilienza delle donne. Eisa è una di loro. Grazie ai programmi di formazione, oggi è tornata al mercato: “Ora vendiamo cipolle, olio, okra e pomodori secchi&#8221;, racconta.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, gli sforzi umanitari non basteranno senza un cambiamento politico. A tre anni dall&#8217;inizio delle ostilità, l&#8217;appello resta quello di cessare i combattimenti, aprire corridoi sicuri e stanziare risorse adeguate per fermare una delle carestie più gravi del secolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/nellinferno-del-sudan-dove-la-fame-e-usata-come-arma-di-guerra.html">Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un&#8217;arma</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Nigeria: i bambini &#8220;nati per morire&#8221; e la missione che sfida le superstizioni</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/nigeria-i-bambini-nati-per-morire-e-la-missione-che-sfida-le-superstizioni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 15:46:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="768" height="380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vine-e1772794293596.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>La Nigeria vive un paradosso: è un Paese giovanissimo, ma spesso ostile verso i più piccoli.Un nigeriano su due (dati Unicef del 2025) ha meno di 18 anni, per un totale di 98 milioni di bambini e adolescenti. Tuttavia, uno su nove muore prima di aver compiuto cinque anni. Un abisso, se paragonato all&#8217;Europa, dove la stessa tragedia colpisce appena un bambino ogni 333. Nelle &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/nigeria-i-bambini-nati-per-morire-e-la-missione-che-sfida-le-superstizioni.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="768" height="380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vine-e1772794293596.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>La<strong> Nigeria </strong>vive un paradosso: è un<strong> Paese giovanissimo, </strong>ma spesso ostile verso i più piccoli.Un nigeriano su due (dati <a href="https://www.unicef.org/nigeria/reports/nigerian-child" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Unicef</a> del 2025) ha meno di 18 anni, per un totale di <strong>98 milioni di bambini e adolescenti</strong>. Tuttavia, <strong>uno su nove muore </strong>prima di aver compiuto cinque anni. Un abisso, se paragonato all&#8217;<a href="https://data.worldbank.org/indicator/SH.DYN.MORT" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Europa</a>, dove la stessa tragedia colpisce appena un bambino ogni 333. <br>Nelle aree rurali più isolate inoltre, la povertà e l’assenza di cure mediche si intrecciano a superstizioni ancestrali. <strong>Gemelli, albini, disabili ed orfani di madre non arrivano </strong>nemmeno al mese di vita. Si dice che siano presagi di sventura, <strong>“nati per morire”</strong>. E per questo, vengono uccisi. </p>



<p><strong>C’è chi salva i bambini condannati a morte&nbsp;</strong></p>



<p>In questo scenario opera la&nbsp;<a href="https://vineheritagehome.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Vine Heritage Home Foundation</strong></a>. Fondata nel 2004 ad Abuja dai coniugi&nbsp;<strong>Olusola e Chinwe Stevens</strong>, l&#8217;organizzazione che opera nel&nbsp;<strong>Territorio della Capitale Federale&nbsp;</strong>della Nigeria ha la missione di “<strong>salvare i bambini in pericolo, crescerli e riunirli</strong>&nbsp;alle famiglie originarie quando è sicuro riportarli nelle loro comunità”,&nbsp;<strong>spiega a InsideOver il pastore</strong>&nbsp;<strong>Stevens Olusola.&nbsp;</strong></p>



<p>Tutto ebbe inizio nel 1996, quando gli Stevens scoprirono la pratica dell&#8217;infanticidio grazie “a una donna che implorava di salvare il proprio figlio”. All’epoca, la fondazione era solo un “modesto appartamento di due stanze dove accoglievamo i piccoli”. Oggi, la struttura&nbsp;<strong>ospita 225 bambini</strong>; il più piccolo “ha tre settimane, mentre la più grande frequenta l’università”. Nel corso degli anni la fondazione&nbsp;<strong>ha salvato 300 bambini dall’infanticidio.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Scarse cure mediche e superstizioni: l’infanticidio in Nigeria&nbsp;</strong></p>



<p>La storia dell&#8217;infanticidio in Nigeria ha radici profonde. Secondo Stevens viene praticato da “oltre un secolo. Dal nord-est, al centro-nord, fino alla fascia centrale e ad alcuni villaggi nella parte meridionale del Paese”.&nbsp;</p>



<p>Avverrebbe spesso attraverso&nbsp;<strong>soffocamento, annegamento, esposizione, strangolamento e sepoltura in vita</strong>. Anche se, secondo un articolo dell’ICIR, i decessi vengono spesso archiviati come &#8220;circostanze misteriose”.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage.jpg" alt="" class="wp-image-508141" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/vineheritage-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nella parte centro-settentrionale della Nigeria, secondo Stevens, la pratica era avvolta nel segreto: &#8220;Noi l’abbiamo portata alla luce e ciò ha spinto il ministro della capitale federale a istituire una&nbsp;<strong>commissione d’inchiesta.</strong>&nbsp;Il rapporto dell&#8217;ufficio del ministro ha confermato la nostra storia: venivano&nbsp;<strong>uccisi gemelli, trigemini</strong>,&nbsp;<strong>bambini che hanno perso le madri&nbsp;</strong>durante il parto,&nbsp;<strong>albini, bambini nati con difetti&nbsp;</strong>alla nascita e infine bambini&nbsp;<strong>a cui cresce prima il dente superiore</strong>”.&nbsp;</p>



<p>Nonostante sia illegale, la pratica spesso resiste grazie al silenzio e al suo radicamento, alimentato dagli anziani dei villaggi. Un sondaggio di ActionAid (2019) ha rivelato che, in alcuni villaggi intorno ad Abuja,&nbsp;<strong>quasi due uomini su dieci sostengono&nbsp;</strong>apertamente queste tradizioni. &#8220;In alcuni luoghi il cristianesimo e l&#8217;Islam stanno frenando il fenomeno, ma le tradizioni hanno radici profonde”.&nbsp;</p>



<p><strong>&#8220;Sette neonati su dieci hanno perso la mamma&#8221;</strong></p>



<p>Oltre alle superstizioni, uno dei principali fattori che alimentano l&#8217;infanticidio è&nbsp;<strong>l&#8217;elevato tasso di mortalità materna nelle comunità rurali.</strong>&nbsp;La Nigeria è oggi uno dei Paesi più pericolosi al mondo per partorire:&nbsp;<strong>una donna su 100 muore durante o subito dopo il parto</strong>. Nei villaggi la situazione è emergenziale. Spesso molto distanti dalle strutture ospedaliere, le zone rurali fanno affidamento su ostetriche locali e molti parti hanno complicazioni che portano alla morte delle donne. Inoltre, le credenze e le pratiche radicate nella tradizione (trattamenti erboristici o allattamento non praticato per motivi religiosi) aumenterebbero i decessi. “<strong>Il 70% dei bambini curati dalla nostra fondazione è stato salvato in seguito alla morte della madre</strong>”, racconta Stevens.&nbsp;</p>



<p>Per contrastare questa emergenza, il Governo Federale ha avviato “Il&nbsp;<em>Health Sector Investment Renewal Plan</em>, volto a potenziare i servizi sanitari di base. L’infanticidio è considerato la forma più estrema dell’incapacità di investire nella salute nella prima infanzia”, spiega Stevens. &nbsp;</p>



<p><strong>Come gli Stevens salvano i bambini&nbsp;</strong></p>



<p>Il&nbsp;<strong>processo di contrasto dell’infanticidio</strong>, secondo Olusola Stevens è stato avviato con l’arrivo dei&nbsp;<strong>missionari,&nbsp;</strong>in particolare“la missionaria scozzese Mary Slessor ha portato alla luce la piaga dell’infanticidio nella zona sud-orientale della Nigeria; anche nelle colline di Koma, nel nord-est del Paese, questa pratica era diffusa finché i missionari non l’hanno affrontata”.</p>



<p>Inizialmente i coniugi Stevens facevano visita alle comunità, implorando le famiglie di consegnare loro i bambini “maledetti”, piuttosto che ucciderli. Successivamente i due hanno creato una&nbsp;<strong>rete di informatori tra i missionari locali.</strong>&nbsp;Quando ricevono una segnalazione,&nbsp;<strong>entrano in azione per prelevare il bambino</strong>, spesso affrontando strade rurali quasi impraticabili. Nonostante non manchino le resistenze, l’intervento della fondazione è sempre pacifico:&nbsp;<strong>&#8220;Non accusiamo nessuno, manteniamo un approccio amichevole</strong>&nbsp;come missionari di pace”. Oggi sempre più comunità stanno diventando consapevoli del lavoro degli Stevens e portano direttamente i neonati, prima che le loro condizioni possano aggravarsi ulteriormente.&nbsp;</p>



<p>Quando un bambino arriva alla fondazione, la&nbsp;<strong>prima assistenza che riceve è quella sanitaria</strong>. “La maggior parte dei nostri bambini arriva che è neonato, in una situazione molto delicata”. Infatti molti possono essere indeboliti a seguito di avvelenamento o grave malnutrizione. “Dopo il primo check-up medico, il bambino inizia il ciclo di vaccinazioni in una struttura governativa, mentre i casi più critici vengono trasferiti in reparti specializzati di terapia intensiva neonatale”.&nbsp;</p>



<p><strong>Come si vive all’interno del rifugio&nbsp;</strong></p>



<p>La giornata inizia alle cinque del mattino con “la devozione familiare, un momento di preghiera comune a cui tutti sono tenuti a partecipare, fatta eccezione per i neonati”. Poi ognuno fa il bagno, fa colazione e si prepara per andare a scuola. La fondazione fornisce&nbsp;<strong>istruzione a tutti i bambini a partire dai tre anni.</strong>&nbsp;“Abbiamo la scuola primaria, secondaria e l’università”, spiega Stevens. Tutti i bambini tornano alla struttura dopo l&#8217;orario scolastico dove “consumano il pasto del primo pomeriggio e fanno i compiti”. La giornata si conclude con la cena e la preghiera notturna.&nbsp;</p>



<p>Tutti i bambini partecipano ad&nbsp;<strong>attività sportive ed extra-curriculari:</strong>&nbsp;“Abbiamo una squadra di calcio per gli adolescenti, un gruppo di canto che riceve inviti per esibizioni esterne” ed è concesso ai ragazzi “frequentare scuole pubbliche o private con altri bambini così da stimolare il loro impegno sociale. Possono&nbsp;<strong>mescolarsi con la società all’esterno per evitare la stigmatizzazione</strong>”. La fondazione fornisce anche&nbsp;<strong>supporto psicologico.&nbsp;</strong>“Tutte le nostre assistenti sono esperte, fungono da madri surrogate ai bambini quando arrivano al nostro rifugio, fornendo costantemente il supporto finché i bambini non raggiungono l’adolescenza”.&nbsp;</p>



<p><strong>Il ritorno ai villaggi</strong></p>



<p>Di solito, gli Stevens aspettano che i bambini abbiano&nbsp;<strong>almeno dieci anni prima di raccontare</strong>&nbsp;loro come sono arrivati alla casa. Qui rimangono finché non finiscono la loro istruzione universitaria ma, ogni tanto, capita che alcuni si riuniscano in anticipo alle famiglie originarie. Il ricongiungimento non avviene se “la comunità d’origine è ancora ostile”.&nbsp;</p>



<p>Infatti, non sempre le persone dei villaggi accettano i bambini una volta cresciuti, perché continuano a pensare che siano di cattivo presagio. È capitato che alcuni bambini ricongiunti venissero ricondotti nuovamente alla Vine Heritage Foundation che, prima di acconsentire al ricongiungimento, cerca in tutti i modi di verificare che, oltre al ragazzo, tutto il villaggio sia concorde al reinserimento.</p>



<p><strong>Per chi torna a vivere in comunità</strong>, è spesso complesso adattarsi alla vita rurale, molto distante da quella che la fondazione cerca di fornire ogni giorno. Mentre nelle città si corre verso il futuro, i villaggi isolati sembrano rimasti prigionieri di un altro secolo. I bambini della Vine Heritage sono abituati all&#8217;acqua corrente, all&#8217;elettricità e ai pasti regolari, condizioni spesso assenti o precarie nei villaggi. Per i bambini della fondazione abituati a questi standard, tornare nei villaggi d&#8217;origine significa spesso affrontare un vero e proprio &#8220;shock culturale&#8221; e materiale.</p>



<p><strong>La svolta istituzionale e la fine del negazionismo</strong></p>



<p>Nel 2013, quando decisero di parlare pubblicamente di infanticidio, il governo del Territorio della Capitale Federale accusò gli Stevens di diffondere falsità e danneggiare l&#8217;immagine della Nigeria, solo per attirare l&#8217;attenzione e raccogliere donazioni. Ma lo scetticismo è svanito dopo le prove fornite. L&#8217;esposizione mediatica sul lavoro della fondazione “ha favorito l&#8217;indagine governativa sulle pratiche culturali che mettono in pericolo la vita dei bambini nelle comunità rurali”, spiega Stevens.</p>



<p>Il governo ha così incaricato la coppia di condurre campagne di sensibilizzazione nelle comunità colpite e da allora “ha fatto grandi passi avanti: se inizialmente si limitava a indagare sulla nostra storia, oggi&nbsp;<strong>ci sostiene</strong>&nbsp;attraverso diverse agenzie e organi parastatali, che ci fanno visita soprattutto durante i periodi festivi per offrire il loro contributo. Anche la First Lady della Repubblica Federale della Nigeria, la moglie del Presidente Bola Tinubu, ha inviato personalmente il proprio sostegno per il benessere dei bambini”.&nbsp;</p>



<p>Secondo quanto racconta Stevens, nel 2014 “è stato avviato un programma di sensibilizzazione in dieci comunità, in collaborazione con il Centre for Democracy e con il patrocinio di Amnesty International Nigeria”. L’esito positivo del progetto ha spinto “<strong>sette di queste comunità&nbsp;</strong>a sottoscrivere una dichiarazione ufficiale per&nbsp;<strong>porre fine all&#8217;uccisione dei neonati”.&nbsp;</strong></p>



<p>Nel 2018 è stato lanciato un nuovo progetto, denominato MATAI, in collaborazione con ActionAid Nigeria: “L’iniziativa coinvolge 55 comunità distribuite in cinque distretti del Territorio della Capitale Federale. Dopo tre anni di costante impegno con le comunità rurali, i risultati sono stati straordinari: molte famiglie hanno iniziato a farci visita, chiedendo la possibilità di riportare i figli nei villaggi. L&#8217;idea è che questi ragazzi possano diventare un punto di riferimento e&nbsp;<strong>un esempio vivente</strong>&nbsp;per tutti coloro che, in futuro, si troveranno ad affrontare la nascita di&nbsp;<strong>bambini con storie simili</strong>”.&nbsp;</p>



<p>Di recente, la fondazione è riuscita a “raggiungere un&#8217;altra tribù nella regione del Centro-Nord dove questa pratica era ancora in uso, facilitando il trasferimento dei bambini dalla loro comunità verso luoghi sicuri all&#8217;interno dello Stato”.</p>



<p><strong>Come sostenere la fondazione&nbsp;</strong></p>



<p>Qualche anno fa la Vine Heritage si è trasferita da una struttura più piccola a una più grande a Gwagwalada, costruita con finanziamenti dell&#8217;UE in collaborazione con l&#8217;organizzazione benefica ActionAid. “Abbiamo cuochi, un elettricista, un infermiere e autisti che lavorano tutto il giorno fornendo servizi per la casa”, racconta Stevens. La casa, secondo un&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2026/feb/05/the-children-are-not-safe-here-the-nigerian-couple-fighting-infanticide" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo del The Guardian</a>, conta 18 dipendenti dedicati che lavorano a turni per fornire assistenza 24 ore su 24 ai neonati e ai bambini piccoli.&nbsp;</p>



<p>Crescere questi bambini però non è semplice: “<strong>Abbiamo bisogno di molti soldi per mantenere la struttura operativa su base giornaliera.&nbsp;</strong>Parliamo di oltre 800 euro a settimana per il vitto, oltre&nbsp;<strong>300 euro al mese per le spese mediche</strong>, in assenza di bambini ricoverati; di oltre&nbsp;<strong>3200 euro di spese scolastiche per trimestr</strong>e; di oltre 300 euro per i costi di mobilità per ogni mese e di circa 90 euro per i costi mensili dell’energia.Vestiti e altri articoli vengono acquistati man mano che sorge la necessità”.&nbsp;</p>



<p>Stevens si dice certo che &#8220;<strong>molto presto l&#8217;infanticidio sarà solo un ricordo del passato</strong>&nbsp;e verrà definitivamente cancellato dalla storia della Nigeria”. Ciò è possibile solamente “attuando e integrando il&nbsp;<em>Child’s Right Act</em>&nbsp;in tutti i 36 Stati della Nigeria. Si tratta di una legge del 2003 che disciplina in modo completo le questioni relative all&#8217;infanzia e alla vulnerabilità nel Paese”, ma anche attraverso &#8220;una maggiore sensibilizzazione sui diritti dei minori attraverso la&nbsp;<em>National Orientation Agency</em>, ente sotto il Ministero dell’Informazione” e soprattutto&nbsp; con una “maggiore attenzione da parte del Ministero Federale della Salute ai servizi sanitari di base nelle comunità rurali: assistenza prenatale e postnatale per le donne delle campagne, per ridurre drasticamente l’alto tasso di mortalità materna tra la popolazione rurale”.&nbsp;</p>
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		<title>Ucraina 2022-2026 &#8211; il diritto al sogno negato, WeWorld: “per i bambini è difficile pensarsi domani”</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ucraina-2022-2026-il-diritto-al-sogno-negato-weworld-per-i-bambini-e-difficile-pensarsi-domani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1286" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-1024x686.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-1536x1029.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260223233243512_a4568f95fbe95b03b3e65fa278a82f4a-600x402.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Oggi, un terzo dell'intera popolazione minorile ucraina è sradicato: circa 2,6 milioni di bambini sfollati. L'azione di We World. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-2022-2026-il-diritto-al-sogno-negato-weworld-per-i-bambini-e-difficile-pensarsi-domani.html">Ucraina 2022-2026 &#8211; il diritto al sogno negato, WeWorld: “per i bambini è difficile pensarsi domani”</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>“<strong>Ho paura a chiudere gli occhi.&nbsp;</strong>Vedo noi che scappiamo di nuovo dalla nostra casa distrutta”.&nbsp;<strong>Illia ha 9 anni</strong>&nbsp;ed è fuggito dalla regione di Kharkiv dopo che la sua casa è stata demolita dai bombardamenti. Oggi vive con la madre in una sistemazione temporanea e “<strong>fatica a dormire</strong>&nbsp;perché teme di rivivere continuamente quell’esperienza”, racconta&nbsp;a InsideOver <strong>Piero Meda, direttore Paese WeWorld Ucraina</strong>, presente sul territorio dall’inizio del conflitto.</p>



<p>La storia di Illia è lo specchio di una generazione: sono circa&nbsp;<strong>4,6 milioni i minori</strong>&nbsp;in Ucraina che vivono sotto le bombe, crescendo a intermittenza tra bunker sotterranei, allarmi che disturbano momenti di svago o di studio e il freddo (fino a –20°C) che non consente il riposo. “La&nbsp;<strong>salute psicologica è messa a dura prova</strong>&nbsp;e, per chi è senza cure parentali, manca anche un riferimento stabile”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Difficile per i bambini immaginarsi nel futuro”</strong></h2>



<p>Tutti i diritti principali, incluso quello al sonno, non sono più garantiti, perché “<strong>nessun luogo è sicuro.&nbsp;</strong>Se una bambina o un bambino non può dormire serenamente, viene meno la sicurezza, ma anche la continuità educativa, la possibilità di crescere in un ambiente stabile e di costruire relazioni”, spiega Meda che riferisce di un’insicurezza costante, che non colpisce solo la quotidianità dei minori, ma anche il loro corpo: “<strong>Disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, irritabilità, problemi di interazione</strong>&nbsp;con altri bambini ma soprattutto la<strong>&nbsp;difficoltà a immaginare il futuro</strong>” sono i segni più evidenti.&nbsp;</p>



<p>Se gli incubi sono il riflesso del trauma subito, il sogno a occhi aperti, ovvero la capacità di “<strong>pensarsi domani, diventa complicato</strong>”. La mente dei bambini smette di progettare, limitandosi a sopravvivere e il rischio è che tutto questo diventi la normalità di crescita di un’intera generazione. Per evitarlo, la sfida più urgente è cambiare prospettiva: “Non rispondere solo all’emergenza, ma&nbsp;<strong>garantire continuità educativa, supporto psicologico stabile, spazi sicuri&nbsp;</strong>e percorsi di inclusione sociale. Non si tratta solo di proteggere la sopravvivenza, ma di proteggere il futuro”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;intervento nelle zone critiche</strong></h2>



<p>Per rispondere a questa compressione dei diritti, WeWorld, insieme al partner locale PHK, ha scelto di agire dove il pericolo è maggiore. L’organizzazione ha attivato&nbsp;<strong>centri sicuri in spazi protetti e sotterranei</strong>&nbsp;<strong>a Kyiv</strong>&nbsp;e in altre zone critiche come<strong>&nbsp;<a href="https://it.insideover.com/guerra/kiev-kharkiv-mariupol-il-martirio-delle-citta-ucraine.html">Kherson, Mykolayiv, Kharkiv e Donetsk.</a></strong></p>



<p>Nelle regioni del fronte, come&nbsp;<strong>Kharkiv e Donetsk</strong>, la vicinanza ai combattimenti rende le infrastrutture civili bersagli costanti. Qui la rete elettrica è spesso fuori uso e costringe le persone a mesi di oscurità e freddo intenso. A&nbsp;<strong>Kherson e Mykolayiv&nbsp;</strong>la contaminazione da mine e i continui bombardamenti d&#8217;artiglieria limitano ogni movimento.&nbsp;</p>



<p><strong>Operare in queste zone è diverso rispetto alla capitale</strong>: “Cambiano le condizioni di sicurezza, l’accesso ai servizi e la possibilità di garantire continuità nelle attività”, spiega Meda. “ Nelle zone più esposte la sfida è sia logistica sia umana. Da un lato, bisogna riuscire a operare in contesti instabili, con interruzioni e rischi costanti; dall’altro, c’è la necessità di sostenere comunità e staff locale che vivono uno stress prolungato. In queste condizioni, la continuità della presenza diventa un elemento fondamentale. Personalmente la sfida che sto affrontando è&nbsp;<strong>la paura che qualcosa possa succedere ad uno del nostro team</strong>&nbsp;mentre è vicino alle zone di fronte.&nbsp;<strong>Questo mi toglie il sonno</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ricostruire la normalità sotto terra</strong></h2>



<p>Ogni giorno nelle aree più colpite dal conflitto l’organizzazione offre&nbsp;<strong>attività gratuite educative, ricreative e di sostegno psicologico attraverso figure come educatrici ed educatori, assistenti sociali e professioniste e professionisti della psicologia.</strong>&nbsp;“Lavoriamo su percorsi continuativi che aiutino a ricostruire sicurezza e relazioni: supporto psicologico, attività espressive come il gioco e l’arte-terapia, routine prevedibili e, quando possibile, il coinvolgimento della figura genitoriale o di un adulto”, spiega Meda. In questo contesto il&nbsp;<strong>rifugio sotterraneo&nbsp;</strong>diventa uno spazio sicuro di normalità: “Non è più solo un luogo dove aspettare che passi il pericolo, ma&nbsp;<strong>un luogo dove si può tornare a vivere</strong>”.</p>



<p>I risultati di questo impegno si vedono nei piccoli passi quotidiani. E’ proprio durante le sessioni di supporto psicologico che Illia ha iniziato a esprimere la sua paura di rivivere la fuga e la perdita della casa ed è grazie al lavoro intrapreso con l’equipe di professionisti che, la madre di un 11enne racconta come il figlio abbia “iniziato a dormire autonomamente. È diventato più calmo e ha ricominciato a giocare con gli altri bambini”.</p>



<p>L’obiettivo di queste attività, secondo il direttore WeWorld Ucraina, “<strong>non è cancellare ciò che è accaduto</strong>, ma&nbsp;<strong>aiutare bambine e bambini a elaborarlo senza esserne sopraffatti</strong>&nbsp;e ricostruire routine e relazioni, perché è da lì che passa il senso di sicurezza”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il &#8220;Diario di Maria&#8221; per le adolescenti</strong></h2>



<p>Tra freddo estremo, scarsità energetica e servizi interrotti, peggiorano anche le condizioni di igiene. E per le adolescenti la&nbsp;<strong>gestione delle mestruazioni diventa più complessa</strong>&nbsp;quando mancano acqua calda, spazi privati e figure adulte di riferimento.</p>



<p>“In guerra spesso sono proprio le ragazze a essere le più vulnerabili”, conferma Meda. “La difficoltà principale è la&nbsp;<strong>perdita di privacy</strong>&nbsp;e di controllo sul proprio corpo, che può generare&nbsp;<strong>disagio, stress e senso di vulnerabilità</strong>. A questo si aggiunge un rischio più ampio legato alla&nbsp;<strong>sicurezza personale, soprattutto durante gli spostamenti&nbsp;</strong>o in contesti precari. Inoltre molte bambine e ragazze sono affidate alle nonne o alle zie, e&nbsp;<strong>parlare di mestruazioni diventa ancora una volta un tabù</strong>”.&nbsp;</p>



<p>Per rompere questo silenzio, WeWorld ha sviluppato&nbsp;<em><a href="https://www.instagram.com/p/DVGS3CiCJy9/?img_index=1&amp;igsh=amVoeDB0ZTY1YXRh" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Diario di Maria</a></em>, uno strumento educativo in lingua ucraina che accompagna le ragazze nelle prime mestruazioni con informazioni corrette e indicazioni pratiche sull’igiene mestruale anche in contesti di emergenza, contribuendo a restituire normalità, consapevolezza e dignità a un passaggio importante della crescita.</p>



<p><strong>I numeri della crisi: una generazione sradicata</strong></p>



<p>Il quadro fin qui descritto da Piero Meda trova conferma anche nei dati drammatici raccolti sul campo. Oggi,&nbsp;<strong>un terzo dell&#8217;intera popolazione minorile ucraina è sradicato</strong>: parliamo di circa&nbsp;<strong>2,6 milioni di bambini sfollati,</strong>&nbsp;di cui 791mila che vivono ancora all&#8217;interno dei confini nazionali in condizioni di precarietà assoluta.&nbsp;</p>



<p>Anche il d<strong>iritto all&#8217;istruzione è sotto attacco&nbsp;</strong>diretto. Se nelle aree in prima linea l&#8217;apprendimento di persona è un miraggio a causa dei bombardamenti costanti, nelle regioni considerate &#8220;più sicure&#8221; la situazione non è meno complessa; molte scuole mancano di rifugi adeguati. Sebbene l&#8217;80% degli istituti ne possieda uno, il&nbsp;<strong>67% dei genitori dichiara di vivere in uno stato di paura persistente</strong>&nbsp;per la sicurezza dei propri figli. Ad oggi, si contano 3.745 scuole danneggiate e 394 completamente rase al suolo.</p>



<p>Ciò ha spinto mezzo milione di giovani verso una didattica online precaria, spesso interrotta da blackout e mancanza di dispositivi. &#8220;<strong>Ho paura di non riuscire più a studiare</strong>, né ora né in futuro&#8221;, racconta agli operatori di WeWorld Sofia, 14 anni. È un timore fondato perché, secondo l’Unicef, solo il 29% degli studenti ucraini raggiunge oggi livelli alti nella lettura. Un divario che diventa ancora più profondo per i bambini con disabilità, intrappolati tra la mancanza di infrastrutture inclusive e la carenza di personale formato.</p>



<p>La paura maggiore di Piero Meda è che questa&nbsp;<strong>crisi educativa e umana scivoli nell&#8217;ombra</strong>, mentre il panorama globale viene scosso da altre e nuove emergenze. “Dopo quattro anni è comprensibile che si crei una sorta di abitudine, ma è proprio questo il rischio più grande. Perché&nbsp;<strong>mentre l’attenzione cala, per milioni di bambine e bambini la guerra continua&nbsp;</strong>ogni giorno. Non è una notizia, è la loro infanzia e il loro futuro. In questi anni abbiamo incontrato molte storie diverse, ma tutte raccontano la stessa cosa: la guerra entra nella quotidianità, nei gesti più semplici, nei pensieri. Difendere il diritto al sogno oggi significa, concretamente, non voltarsi dall’altra parte”.&nbsp;</p>
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		<title>Non solo droni: così l&#8217;intelligenza artificiale sta riscrivendo le gerarchie del  potere militare  </title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/non-solo-droni-cosi-lintelligenza-artificiale-sta-riscrivendo-le-gerarchie-del-potere-militare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 04:50:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[droni]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/pexels-bertellifotografia-16094040-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla logistica alla cybersicurezza, l’Ia sta riscrivendo le gerarchie del potere militare. Ma la vera partita si sta giocando nei cieli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/non-solo-droni-cosi-lintelligenza-artificiale-sta-riscrivendo-le-gerarchie-del-potere-militare.html">Non solo droni: così l&#8217;intelligenza artificiale sta riscrivendo le gerarchie del  potere militare  </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Gli Stati Uniti sono in testa a livello strategico, industriale e narrativo. L’Ucraina rappresenta un  laboratorio operativo senza precedenti, mentre la Cina continua a crescere con un approccio meno  visibile ma pragmatico. Stiamo parlando di Ia usata nella difesa. La sua presenza è reale ma non  nella forma “onnipotente” spesso raccontata. Dalla logistica alla cybersicurezza, l’<strong>Ia sta riscrivendo le gerarchie del potere militare</strong>. Ma la  vera partita la si sta giocando nei cieli: nel 2025, più di cento Paesi utilizzavano droni militari, un  mercato che si stima supererà i <strong>58 miliardi di dollari </strong>entro il 2030.  </p>



<p>&#8220;<strong>È importante come la polvere da sparo</strong>&#8220;, ha dichiaro l’ex ufficiale Patrick Shepherd, in un  articolo della CNN. La ragione più immediata è economica, ma non è la sola. Ne abbiamo parlato  con <strong>Emanuele Bezzecchi, esperto di Ia nel mondo della difesa.  </strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il potere militare non è più esclusivo&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>L&#8217;evoluzione tecnologica dei conflitti contemporanei ha evidenziato un divario economico&nbsp; impressionante tra i sistemi d&#8217;arma tradizionali e le nuove tecnologie autonome. Un F-16 costa tra i&nbsp; 30 e i 70 milioni di dollari; un drone <em>first-person view </em>costa tra i 300 e i duemila dollari. Allo stesso&nbsp; prezzo di un missile balistico, è possibile armarsi di più di 20 droni kamikaze Shahed, che costano&nbsp; tra i 20 e 50 mila dollari.&nbsp;</p>



<p>I droni, oltre al risparmio, offrono persistenza in volo, precisione superiore all’artiglieria e una&nbsp; semplicità d&#8217;uso senza precedenti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>“Oggi i droni, o addirittura pezzi di software, dati e comunicazioni, <strong>possono fare la differenza sul&nbsp; campo di battaglia”, spiega Emanuele Bezzecchi. “</strong>Il potere di minaccia non è più concentrato&nbsp; solo in grandi assetti complessi, ma è distribuito, modulare e scalabile”. Questo, secondo l’esperto,&nbsp; avrebbe “un effetto dirompente perché <strong>abbassa drasticamente le barriere all’ingresso nel&nbsp; mondo della difesa</strong>, sia dal punto di vista tecnologico sia economico”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quali sono i nuovi player oggi&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>Ma il vero problema per gli <em>incumbent, </em>ovvero i grandi primer della difesa, è stare al passo con un  mondo in cui l’innovazione corre su tempi molto più rapidi. “Oggi esiste una quantità enorme di  capitali privati pronti a finanziare startup nel settore difesa. <strong>Stanno emergendo nuovi  protagonisti</strong>: <strong>Palantir, <a href="https://it.insideover.com/difesa/la-carica-di-anduril-cosi-lindustria-della-difesa-usa-punta-sul-riarmo-dellasia.html">Anduril,</a> Shield AI, Helsing, Destinus</strong>, insieme ad altre realtà focalizzate  su <em>swarm</em>, autonomia e <em>software-defined defense</em>. Sono, in un certo senso, <strong>i nuovi “influencer”  della difesa; </strong>chiamati così perché, a differenza dei primer, fanno della comunicazione social uno  dei primi assi di sviluppo commerciale e di <em>recruitment</em>. Sono aziende che parlano il linguaggio del  software, crescono velocemente e intercettano una quota sempre maggiore di contratti”.  </p>



<p>Uno degli ultimi stipulati è quello tra l’americana <a href="https://it.insideover.com/difesa/palantir-cosi-il-capitalismo-della-sorveglianza-sbarca-nella-difesa-usa.html">Palantir</a> e l’esercito ucraino per creare Dataroom,  una piattaforma che permette di processare milioni di dati raccolti sul campo per supportare le  scelte dei comandanti. <strong>“</strong>L’idea di <strong>addestrare sistemi di Ia su dati reali di conflitto è potente</strong>,  ma resta da capire <strong>quanto queste soluzioni siano realmente decisive </strong>sul piano operativo; quanto siano scalabili e quanto siano robuste nel tempo, contro contromisure e adattamento  dell’avversario&#8221;.</p>



<p>E i primi scricchiolii si intravedono nella recente decisione dell’<strong>Ucraina di interrompere ulteriori&nbsp; ordini di droni da Helsing</strong>, dopo che i sistemi d&#8217;arma dell&#8217;azienda avrebbero riscontrato problemi&nbsp; durante i test in prima linea. “È difficile valutare quanto delle promesse sia reale capacità operativa&nbsp; e quanto sia invece comunicazione di marketing o aspettativa finanziaria”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>È anche per questo che <strong>non è previsto che le grandi piattaforme scompaiano: “</strong>Continuano ad  avere ruoli insostituibili in termini di deterrenza strategica, proiezione di potenza, comando e  controllo, persistenza e capacità multi-missione. <strong>Diventano sempre più hub all’interno di un  ecosistema fatto di droni</strong>, sensori distribuiti, effettori a basso costo e sistemi software”.  </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come viene usata oggi l’Ia nella difesa  </strong></h2>



<p>Secondo Bezzecchi “esistono numerosi dimostratori tecnologici e prototipi avanzati che coprono  diverse funzioni. Sistemi di <em>computer vision </em>in grado di riconoscere e classificare  automaticamente bersagli e ostacoli a partire da sensori elettro-ottici o infrarossi; algoritmi che  consentono di pianificare e ripianificare dinamicamente la rotta di un mezzo in funzione dello stato  del veicolo. E tecniche che permettono di stimare posizione e movimento del mezzo usando  esclusivamente sensori di visione e inerziali, senza fare affidamento sul GPS&#8221;. </p>



<p>Tutte queste applicazioni, però, sono ancora prevalentemente in fase prototipale. Il motivo è  soprattutto processuale e normativo. “<strong>Non esiste ancora un percorso di certificazione maturo  per sistemi di Ia complessi</strong>”. E qui entriamo nel cuore del problema, la sicurezza.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">Meno potenti ma più affidabili</h2>



<p>L’adozione dell’Ia in ambito militare è frenata da vincoli tecnologici e normativi molto più severi  rispetto al mondo civile: &#8220;Se uno smartphone si surriscalda perdi una chiamata, ma se accade a un  sistema critico in volo le conseguenze sono catastrofiche&#8221;.  </p>



<p>Per questo l<strong>a difesa si affida ai DAL</strong>, protocolli di sicurezza estremi. Per l’esperto, “Il livello  massimo, il <strong>DAL-A</strong>, <strong>ammette un solo guasto critico ogni miliardo di ore di volo. </strong>Poiché le  attuali GPU (<em>Graphics Processing Unit</em>, <em>ndr</em>) non soddisfano questi standard, la difesa si sta  orientando verso modelli di AI più piccoli, capaci di girare su CPU (<em>Central Processing Unit</em>, ndr) o  FPGA (<em>Field Programmable Gate Array,</em> ndr). Questi chip hanno spesso una <strong>potenza di calcolo  inferiore a quella di uno smartphone </strong>di ultima generazione, ma garantiscono un&#8217;<strong>affidabilità  totale </strong>in condizioni estreme. Il limite principale rimane normativo: mentre l&#8217;hardware può  raggiungere la massima certificazione, le attuali regole EASA limitano i software AI al livello DAL C, molto meno rigido del DAL-A”. Per integrare l&#8217;intelligenza artificiale nei sistemi critici, il mondo  militare dovrà quindi “accettare un compromesso senza precedenti con il calcolo del rischio”. </p>



<p>È questo il motivo per cui <strong>il settore non può seguire la velocità delle startup</strong>: “I vincoli di&nbsp; sicurezza e certificazione sono inevitabili”. Per stare al passo con cicli di innovazione che, secondo&nbsp; il ministro della Difesa inglese, cambiano ogni sei settimane, la strategia deve essere duplice:&nbsp; “mantenere il rigore assoluto per i sistemi critici (sicurezza e volo), creando al contempo spazi agili&nbsp; per testare rapidamente software e algoritmi”. Senza un adattamento dei modelli decisionali a un&nbsp; mondo che evolve in settimane anziché in decenni, il rischio reale non è l’incapacità di innovare,&nbsp; ma la lentezza nel farlo. “Una differenza che, oggi, pesa quanto la tecnologia stessa”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi mangia la fetta più grossa della torta&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>Mentre l&#8217;amministrazione<a href="https://it.insideover.com/tecnologia/donald-trump-vara-un-grande-piano-per-fare-degli-usa-i-padroni-dellintelligenza-artificiale.html"> Trump ha lanciato la &#8220;AI Acceleration Strategy&#8221; </a>per la dominanza&nbsp; americana, l’esperto invita a non sottovalutare Pechino. “Gli <strong>Stati Uniti restano senza dubbio il&nbsp; Paese più avanzato ma è importante distinguere leadership dichiarata da capacità&nbsp; dimostrata sul campo. </strong>Il racconto dominante è molto occidente-centrico, ma la <strong>Cina ha&nbsp; dimostrato più volte di non essere affatto indietro”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Anzi, due recenti articoli di <strong>Reuters </strong>e del <strong>New York Times </strong>hanno evidenziato come gli Stati Uniti&nbsp; siano in ritardo rispetto al Paese asiatico nello sviluppo di droni marittimi e aerei. <strong>“Un parallelo&nbsp; utile è quello della guida autonoma</strong>: in Occidente si è parlato per anni di leadership di Tesla e&nbsp; Waymo, ma oggi in Cina i taxi autonomi esistono davvero, sono diffusi e operativi su larga scala.&nbsp; Questo suggerisce che la distanza tra chi racconta l’innovazione e chi la implementa sul territorio&nbsp; può essere significativa. Come spesso accade, la vera misura del vantaggio tecnologico non sarà&nbsp; nei white paper o negli annunci, ma nella capacità di far funzionare l’AI in scenari reali, complessi&nbsp; e ostili”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come si posizionano l’Europa e l’Italia&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p><strong>In Europa, e in Italia </strong>in particolare, secondo Bezzecchi il know-how tecnologico non manca&nbsp; affatto. “<strong>Esistono grandi player industriali di primissimo livello </strong>affiancati da un ecosistema&nbsp; nascente di <strong>startup molto interessanti</strong>. Il vero problema dell’Europa è strutturale. Resta un&nbsp; insieme di <strong>Stati relativamente piccoli </strong>e frammentati. Ciò rende <strong>difficile competere con Paesi&nbsp; </strong>che possono permettersi una visione strategica unitaria, grandi volumi, cicli decisionali rapidi e una&nbsp; stretta integrazione tra industria, forze armate e politica. Il risultato è che <strong>in Europa sviluppiamo&nbsp; ottime tecnologie, ma facciamo fatica a scalarle, industrializzarle rapidamente e portarle sul&nbsp; campo </strong>con la velocità richiesta dagli scenari moderni”. La corsa tecnologica comporta dei rischi e&nbsp; “se l&#8217;Europa è quella che ne corre meno in assoluto, la Cina è quella che prova, nonostante gli&nbsp; errori, e poi corregge”.&nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Ia per prevedere la guerra  </strong></h2>



<p>L’AI non serve solo a reagire, ma a prevedere. Organizzazioni internazionali usano già il modello&nbsp; <strong>VIEWS </strong>per stimare l&#8217;escalation dei conflitti. Per Bezzecchi, però, “l’algoritmo non vede il futuro, ma&nbsp; offre stime probabilistiche basate su pattern storici. Se usati bene, questi modelli spostano la&nbsp; pianificazione dalla reazione alla preparazione logistica e medica”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Esiste però il r<strong>ischio che queste previsioni accelerino l&#8217;escalation </strong>di conflitto che cercavano di&nbsp; prevenire. “Se un modello segnala una crisi e tu sposti assetti in modo aggressivo, l’altra parte&nbsp; reagisce. La previsione ‘diventa vera’ perché hai agito su di essa. L’AI può migliorare la prontezza&nbsp; operativa, ma la differenza la fa la governance”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In questo limbo tra laboratorio e campo di battaglia si inserisce la <em>buzzword </em>del momento: il <strong>digital&nbsp; twin. </strong>“Si tratta di un modello digitale iper-realistico capace di replicare non solo la forma, ma&nbsp; anche il comportamento fisico e logico di un mezzo per prevedere guasti e simulare scenari&nbsp; pericolosi. Tuttavia <strong>i veri gemelli digitali oggi non sono esattamente come ce li immaginiamo.&nbsp; </strong>Esistono simulazioni avanzate e banchi prova virtuali ma, sebbene siano strumenti importantissimi&nbsp; per l&#8217;addestramento, quando se ne parla come di una soluzione già pronta, si sta vendendo una&nbsp; promessa più che una realtà”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I droni killer hanno ancora bisogno dell&#8217;uomo&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>Il vero cambio di passo è nei droni kamikaze, come quelli a cui sta lavorando l’ucraina <strong>X-Drone</strong>,&nbsp; che colpirebbero in autonomia un bersaglio fisso. Anche Helsing ed Anduril promettono tecnologie&nbsp; simili, ma la maturità reale è, secondo l’esperto, inferiore a quanto raccontato. “La maggior parte&nbsp; dei droni sono artigianali, guidati via fibra ottica per resistere al jamming. Le <strong>regole di ingaggio&nbsp; sono pre-programmate e l’autonomia riguarda l’esecuzione, non l’intenzione. </strong>I sistemi basati&nbsp; su machine learning non ragionano per certezze, ma per probabilità. Ed è estremamente difficile&nbsp; garantire che una decisione sia corretta, ripetibile e sicura rispetto a comportamenti non previsti”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La <strong>decisione letale rimane quindi in capo all’uomo </strong>che “finché rimarrà formalmente nel loop&nbsp; decisionale, sarà anche chiara la catena di responsabilità. Nel momento in cui l’<strong>AI diventasse&nbsp; soggetto decisionale pienamente autonomo, l’intero impianto giuridico entrerebbe in crisi”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Lo stesso avviene anche quando si parla di chatbot come <strong>Grok, usato come supporto dal&nbsp; Pentagono. “</strong>Il Pentagono o il lavoro di <strong>Mistral AI </strong>in Francia dimostrano che l&#8217;AI generativa può&nbsp; supportare l&#8217;analisi di dati e documenti, ma non la decisione strategica. Un LLM non ha&nbsp; consapevolezza del contesto e può ‘allucinare’. Non è certificabile per funzioni critiche. Il suo&nbsp; utilizzo resta confinato al decision support non vincolante e alla gestione della conoscenza”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Questa complessità tecnologica ci riporta alla radice del problema, l’etica. Per Bezzecchi &#8220;l’AI non&nbsp; decide se essere buona o cattiva, spetta a noi farlo. Può essere usata in guerra, ma può anche&nbsp; aiutare a prevenire conflitti, proteggere persone o aiutare a prendere decisioni più intelligenti. È la&nbsp; storia di tutte le tecnologie. La differenza la fanno le regole che gli esseri umani decidono di darsi”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/non-solo-droni-cosi-lintelligenza-artificiale-sta-riscrivendo-le-gerarchie-del-potere-militare.html">Non solo droni: così l&#8217;intelligenza artificiale sta riscrivendo le gerarchie del  potere militare  </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il gruppo Facebook &#8220;Mia Moglie&#8221;: Perché era necessario denunciare tutto e cosa fare in casi simili</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/il-gruppo-facebook-mia-moglie-perche-era-necessario-denunciare-tutto-e-cosa-fare-in-casi-simili.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 10:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Cybercrimine]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-300x145.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1024x493.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-768x370.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1536x740.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-600x289.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Chiuso il gruppo Facebook Mia Moglie. Privacy, tutela vittime e cybercrimine: ne parlano l’avvocata Sannino e Frassi di Prometeo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="925" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-300x145.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1024x493.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-768x370.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-1536x740.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250826112114646_1664d494fe52668d8579c4857b8d9c4e-e1756200117713-600x289.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>La scoperta e chiusura del gruppo Facebook &#8220;Mia Moglie”, in cui venivano condivise e commentate le foto di migliaia di donne a loro insaputa, ha evidenziato l&#8217;esistenza di un fenomeno sommerso e ha sollevato questioni sulla privacy e sulla tutela&nbsp;delle vittime. L&#8217;intervista all’avvocata Concetta Sannino e al presidente di Prometeo, Massimiliano Frassi.&nbsp;</em></p>



<p>Un nome innocuo, che evocava la vita di coppia, ma che in realtà racchiudeva l’orrore. Fino a pochi giorni fa <strong>Mia Moglie</strong> era un gruppo Facebook in cui si condividevano e commentavano<strong> foto di donne per lo più ignare </strong>(lo scrivevano gli autori degli scatti) di essere esposte. Una comunità pubblica cresciuta indisturbata, con oltre <strong>32mila utenti</strong>, al pari di una città di medie dimensioni.</p>



<p>Un&#8217;ondata di segnalazioni a Meta e alla polizia postale ha portato alla chiusura del gruppo dopo che il suo nome è stato reso noto dalla scrittrice <strong>Carolina Capria</strong> ed è stato ripreso da numerosi media italiani. Ma la vicenda pone numerosi interrogativi: <strong>chi deve tutelare le vittime in questi casi?</strong> La tutela è mancata diffondendo il nome del gruppo? E, ancora, Mia Moglie è solo la punta dell’iceberg di un sistema in cui agisce anche la criminalità organizzata? Ne abbiamo parlato con due esperti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Azione immediata: come denunciare correttamente</h2>



<p>Nel caso di Mia Moglie si è agito correttamente poiché quando ci si imbatte in gruppi simili è necessario “<strong>segnalarli alla polizia postale </strong>e ai canali su cui compare la fotografia o il video in questione”, spiega <strong>l’avvocata Concetta Sannino </strong>che si occupa da anni di aiutare donne che subiscono violenza. “<strong>Se si è vittime</strong>, non bisogna cancellare le prove: screenshot, messaggi, nomi dei gruppi. Bisogna rivolgersi a un legale, a un centro antiviolenza o alla polizia postale e segnalare i contenuti su tutte le piattaforme dove sono comparsi”. </p>



<p>Ad aver sempre agito in tale senso è&nbsp;<strong>Massimiliano Frassi</strong>, che con la sua associazione, Prometeo, tutela le vittime di pedofilia. “Quando ci vengono segnalati gruppi o contenuti pedo-pornografici sul web, rispondiamo che è necessario rivolgersi direttamente alla polizia postale, l’unica autorità legittimata a svolgere indagini su questo tipo di materiale.&nbsp;Il nostro compito, come cittadini, è quello di &#8220;continuare a indignarci, a denunciare e a non abbassare mai la guardia, per non permettere che queste azioni diventino la normalità”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">&#8220;Polemizzare sulla visibilità è ipocrisia da social&#8221;</h2>



<p>Sui social in molti ritengono che la diffusione del nome del gruppo <strong>non abbia tutelato le donne coinvolte,</strong> ma le abbia esposte a ulteriori sguardi indesiderati. “È un controsenso”, sostiene l’avvocata Sannino. “Il gruppo era già pubblico e accessibile a chiunque. <strong>È più importante evitare che altre donne vengano esposte</strong> e che in futuro ciò riaccada. Sarebbe anche utile che ogni immagine, prima di essere pubblicata, venisse esaminata in modo approfondito, ad esempio addestrando anche l’intelligenza artificiale in modo positivo. Inoltre l’apertura di gruppi dovrebbe essere più controllata”. </p>



<p>In passato, Massimiliano Frassi ha segnalato casi simili “senza troppa attenzione mediatica, per evitare di generare ulteriore curiosità o, peggio, emulazione da parte di altri utenti”. Ma, nel caso di Mia moglie, anche lui sostiene che “polemizzare sulla sua visibilità è pura ipocrisia e l&#8217;<strong>ennesima sterile polemica che si addice più ai social </strong>che a un&#8217;analisi seria del problema. In questo caso <strong>era necessario che se ne parlasse ovunque</strong>. Quelle donne non sono state rese visibili dalla nostra denuncia, ma dal fatto che qualcuno le aveva già sbattute online e forse proprio perché il gruppo era aperto e visibile a tutti, nessuno si è mai fermato a indagare a fondo sul suo contenuto prima di adesso”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le difficoltà della polizia postale&nbsp;</h2>



<p><strong>Ma come è possibile che il gruppo abbia agito indisturbato per anni?</strong>&nbsp;Sarebbe stato infatti aperto nel 2019. Secondo Frassi, la lotta al cybercrimine richiede un investimento continuo in persone e tecnologie. Per un lungo periodo le risorse non sarebbero state adeguate alla portata del problema: “<strong>La polizia postale era stata in parte smantellata&nbsp;</strong>con agenti preparatissimi destinati a compiti completamente diversi. Se a livello ministeriale si formasse un&#8217;équipe in grado di coordinare interventi mirati, fornendo poi alle forze dell&#8217;ordine il personale e le risorse necessarie, allora potremmo ottenere risultati significativi”.&nbsp;</p>



<p>Un passo in tal senso è stato compiuto nel 2024, quando <strong>è diventata operativa la nuova direzione centrale per la polizia scientifica e la sicurezza cibernetica</strong>, che ha assorbito e riorganizzato i compiti di coordinamento e pianificazione strategica svolti anche dagli uffici della polizia postale e delle comunicazioni.</p>



<p>Nonostante questo, Frassi è cauto: “La creazione di nuovi gruppi a seguito della chiusura di quelli vecchi è un problema persistente e temo che con le risorse attuali sia difficile risolverlo del tutto. Per ogni sito chiuso, ne nascono altri, specialmente nel deep web”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le conseguenze per Mia Moglie sono gravi</h2>



<p>In Italia la legge punisce in modo molto severo la diffusione senza consenso di immagini intime di altre persone. Nel caso di Mia Moglie è probabile che non si configuri un singolo reato, ma più illeciti, sia penali che civili, che vanno dal <strong>revenge porn</strong> &#8211; che riguarda sia le foto che ritraggono atti sessuali, ma anche <em>&#8220;altre parti erogene del corpo umano in condizioni e contesti tali da evocarne la sessualità&#8221;</em> (Cassazione n. 1427/2023)- alla <strong>violazione della privacy</strong> e del diritto all&#8217;immagine, fino alla <strong>diffamazione</strong> nel caso dei commenti ai contenuti.</p>



<p>“Il revenge porn ha che fare con il potere, il controllo e la vendetta”, spiega Concetta Sannino. “In Italia è reato dal 2019 e la norma punisce con la<strong>&nbsp;reclusione da 1 a 6 anni e una multa fino a 15mila euro</strong>. La pena però aumenta se il fatto è commesso da un ex partner o da una persona legata affettivamente alla vittima. Eppure, pochissimi casi arrivano in tribunale, e ancora meno ottengono giustizia effettiva. Perché? Per paura, per vergogna, per senso di colpa da parte della vittima che si sente giudicata. Ancora oggi in troppi si chiedono: “Ma perché si è fatta fotografare?”. La domanda giusta è un’altra: “Perché qualcuno ha pensato di diffondere quella foto?”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La ciliegina di una torta molto più grossa</strong>&nbsp;</h2>



<p>L&#8217;operazione &#8220;Drop the Revenge&#8221; del 2020 aveva già messo in luce l&#8217;esistenza di canali Telegram che operavano con dinamiche simili a Mia Moglie, diffondendo contenuti intimi senza consenso. L&#8217;associazione PermessoNegato, che offre supporto tecnologico e orientamento legale alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e violenza online, ha più volte segnalato l’aumento di questi fenomeni sulle piattaforme.</p>



<p>“Noi di Prometeo facciamo regolarmente segnalazioni, non solo per pagine pedopornografiche, ma anche per altre tematiche pericolose. Un esempio sono i gruppi pro-anoressia che diffondono il messaggio che la magrezza estrema sia un obiettivo da raggiungere, mettendo a rischio la salute delle giovani ragazze”.</p>



<p>Dietro gruppi di questo tipo ci possono essere sia singoli individui che “<strong>vere e proprie organizzazioni criminali</strong>”, aggiunge Frassi. “In quest’ultimo caso si tratta spesso di&nbsp;<strong>traffico di esseri umani.</strong>&nbsp;Ci sono criminali che speculano sulle persone, e ci sono anche degli imbecilli che espongono le proprie compagne come &#8220;merce&#8221; di scambio, trasformandole in oggetti sessuali. In entrambi i casi, è fondamentale una ferma condanna sociale e un forte intervento punitivo da parte delle forze dell’ordine”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema&nbsp;è uno solo&nbsp;</h2>



<p>Ciò che ora è importante è&nbsp;<strong>non&nbsp;lasciare sole le vittime</strong>&nbsp;e capire se &#8220;sanno della gravità della pubblicazione e del danno che hanno subito. È un po&#8217; la stessa dinamica che vivono le donne vittime di maltrattamento, anche questo lo è e richiede supporto”, spiega l&#8217;avvocata.</p>



<p>A non rendersi conto della gravità delle proprie azioni sono di certo gli uomini che diffondono tali contenuti, che minimizzano ciò che fanno e si spalleggiano tra loro. Come possiamo quindi sperare in un mondo digitale migliore senza affrontare il vero e unico problema: l’educazione di molti uomini al rispetto e al consenso? “Serve che i genitori ne parlino con i figli e serve educazione emotiva e digitale, fin dalle scuole medie&#8221;, conclude Sannino. </p>
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		<title>“Mio nipote è diventato mio figlio”: Damiano Rizzi racconta il dramma degli orfani di femminicidio </title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/mio-nipote-e-diventato-mio-figlio-damiano-rizzi-racconta-il-dramma-degli-orfani-di-femminicidio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 17:47:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Femminicidi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un femminicidio non termina con una vittima. Spesso lascia in vita dei figli. Bambini, adolescenti, orfani. Oltre 3.500 secondo la presidente dell’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, Stefania Bartoccetti, che di recente ha comunicato questo dato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. “Almeno 1.500 in più dei duemila stimati fino ad ora”, secondo Damiano Rizzi, presidente della &#8230; <a href="https://it.insideover.com/donne/mio-nipote-e-diventato-mio-figlio-damiano-rizzi-racconta-il-dramma-degli-orfani-di-femminicidio.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/donne/mio-nipote-e-diventato-mio-figlio-damiano-rizzi-racconta-il-dramma-degli-orfani-di-femminicidio.html">“Mio nipote è diventato mio figlio”: Damiano Rizzi racconta il dramma degli orfani di femminicidio </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250605194532561_26116cf9da0509b80412e2738225b115-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un femminicidio non termina con una vittima. Spesso lascia in vita dei figli. Bambini, adolescenti, <strong>orfani. </strong>Oltre<strong> 3.500 </strong>secondo la presidente dell’Osservatorio nazionale indipendente sugli orfani di femminicidio, <strong>Stefania Bartoccetti</strong>, che di recente ha comunicato questo dato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. “Almeno 1.500 in più dei duemila stimati fino ad ora”, secondo <strong>Damiano Rizzi</strong>, presidente della fondazione Soleterre. Lui, dopo un lungo iter burocratico, è diventato padre di suo nipote, orfano del femminicidio della sorella Tiziana, avvenuto nel 2013. Da quell’anno la situazione per gli orfani, cosiddetti “speciali&#8221;,  e per chi li prende a carico, non sarebbe migliorata. Tanto per cominciare, non sapere quanti siano esattamente rende difficile capire quanti aiuti stanziare. Ne abbiamo parlato proprio con Damiano Rizzi che si batte affinché i figli delle vittime di femminicidio possano ricevere un aiuto concreto. </p>



<p><strong>Non sappiamo quanti sono ma almeno sappiamo chi sono gli orfani di femminicidio?</strong></p>



<p>Sono bambini e adolescenti che hanno perso la madre per mano del padre o di un partner. Spesso hanno assistito direttamente all’omicidio o ne hanno subito le conseguenze indirette. Oltre al trauma della perdita, devono affrontare anche l’assenza del padre, che spesso è incarcerato o si è tolto la vita, e un sistema che fatica a riconoscerli e a sostenerli adeguatamente. Questi bambini hanno vissuto per anni in un contesto familiare violento, spesso assistendo a maltrattamenti fisici e psicologici e il trauma continua nell’abbandono istituzionale che segue.&nbsp;</p>



<p><strong>Quali sono le maggiori difficoltà che riscontra un orfano di femminicidio?</strong></p>



<p>Dalla mia esperienza personale, insieme a mio nipote – oggi mio figlio &#8211; abbiamo incontrato molte difficoltà dopo la tragica morte di mia sorella Tiziana. Oltre al dolore profondo, la burocrazia italiana si è rivelata un ostacolo enorme. Per mesi abbiamo dovuto affrontare lunghe e complesse procedure per ottenere il riconoscimento legale della tutela del bambino, un processo che spesso lascia sole le famiglie affidatarie. È stato necessario un grande impegno per garantire i diritti di mio nipote, che rappresenta anche la memoria viva di sua madre.</p>



<p>In generale le difficoltà maggiori risiedono nella&nbsp;<strong>mancanza di politiche di sistema stabili e di lungo termine</strong>&nbsp;che contrastino efficacemente le cause e gli effetti di questa violenza strutturale. Il sistema giuridico e sociale fatica a offrire una tutela adeguata, e le istituzioni spesso non riescono a garantire la &#8220;diligenza dovuta&#8221; prevista dalla Costituzione e dai trattati internazionali. Questo lascia le vittime e i loro figli in una condizione di forte precarietà. Non esistono percorsi standardizzati e tempestivi per il sostegno psicologico, per l&#8217;accompagnamento sociale e per l’inserimento familiare. Queste&nbsp;<strong>lacune burocratiche e istituzionali</strong>&nbsp;non solo rappresentano un disservizio, ma contribuiscono a prolungare il trauma dei bambini, costringendoli a una&nbsp;<strong>doppia vittimizzazione</strong>.&nbsp;</p>



<p><strong>Chi e in che modo dovrebbe occuparsi di migliorare la vita e il futuro degli orfani di femminicidio?</strong></p>



<p>Lo Stato italiano dovrebbe agire con misure coordinate e immediate. È fondamentale garantire un&nbsp;<strong>accesso gratuito, tempestivo e continuativo al supporto psicologico specializzato</strong>, riconoscendo l&#8217;importanza di un intervento precoce per prevenire gli effetti a lungo termine del trauma. Attualmente, l&#8217;<strong>80% dei minorenni vittime di violenza domestica non accede al supporto psicologico pubblico&nbsp;</strong>e le famiglie devono sostenere costi privati per terapie essenziali.&nbsp;Il fondo istituito per gli orfani di femminicidio rappresenta un segnale positivo, ma non è sufficiente: molte&nbsp;famiglie affidatarie spesso ignorano l&#8217;esistenza dei fondi dedicati o si trovano a dover affrontare&nbsp;<strong>iter burocratici lunghi e complessi</strong>. È cruciale&nbsp;<strong>semplificare e rendere trasparenti queste procedure</strong>, assicurando che le risorse economiche e i sostegni arrivino senza ritardi, dato che i finanziamenti attuali sono spesso insufficienti. È altrettanto fondamentale&nbsp;<strong>investire nella formazione di operatori sociali, psicologi, educatori e personale sanitario</strong>. Infine, un passo imprescindibile è l&#8217;<strong>istituzione di un registro nazionale ufficiale degli orfani di femminicidio</strong>. Questo permetterebbe un monitoraggio preciso e costante delle condizioni&nbsp;psicologiche, sociali ed economiche degli orfani, pianificando risorse e interventi mirati a livello nazionale e territoriale e facilitando il coordinamento tra tribunali per i minorenni, servizi sociali, scuole, ASL e associazioni del terzo settore.</p>



<p><strong>Ad oggi da dove provengono i dati sugli orfani di femminicidio?</strong></p>



<p>Attualmente non esistono dati completi e ufficiali sugli orfani di femminicidio in Italia. Le informazioni disponibili sono frammentarie, spesso sottostimate e provengono&nbsp;da ricostruzioni giornalistiche o da indagini parziali.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe occuparsi di creare un registro nazionale?</strong></p>



<p>Per garantire dati precisi, aggiornati e accessibili, la raccolta sistematica dovrebbe essere gestita da un ente pubblico centrale, come l’ISTAT, che lavorerebbe in stretta collaborazione con il Ministero della Giustizia e le procure, responsabili delle indagini e dei casi giudiziari. Inoltre, per assicurare la copertura territoriale e il coinvolgimento diretto dei Comuni, è fondamentale il contributo dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Solo con questa sinergia tra istituzioni nazionali e locali sarà possibile creare un registro ufficiale e affidabile degli orfani di femminicidio.&nbsp;</p>



<p><strong>Ci sono modelli all’estero da cui l’Italia potrebbe trarre ispirazione?</strong></p>



<p>La&nbsp;<strong>Spagna&nbsp;</strong>ha già adottato protocolli specifici per il supporto agli orfani di femminicidio, garantendo loro assistenza psicologica gratuita e programmi strutturati di reinserimento sociale. Questi interventi includono percorsi di sostegno emotivo, tutela legale, accompagnamento scolastico e sociale, oltre a misure che favoriscono l’inclusione e la protezione a lungo termine. Anche il&nbsp;<strong>Regno Unito&nbsp;</strong>ha sviluppato un modello avanzato di intervento per i minori vittime di violenza domestica, compresi gli orfani di femminicidio. In Inghilterra, le politiche di protezione minorile si basano su un approccio integrato che coinvolge più istituzioni — dai servizi sociali alle autorità giudiziarie, fino a organizzazioni non governative — per assicurare un sostegno multidimensionale e continuativo. Particolare attenzione è dedicata alla prevenzione del trauma attraverso programmi di terapia specializzata, supporto psicologico a lungo termine e interventi educativi mirati, con un coinvolgimento attivo delle famiglie affidatarie.</p>



<p><strong>Chi e come può sostenere questa battaglia?</strong></p>



<p>Questa battaglia non riguarda solo le famiglie direttamente colpite, ma l&#8217;intera società, che deve riconoscere e affrontare il problema in modo strutturale e concreto, senza deleghe né silenzi. Il sostegno agli orfani di femminicidio può essere efficace solo attraverso un l<strong>avoro condiviso e integrato tra istituzioni, associazioni e società civile.</strong>&nbsp;Le istituzioni hanno il dovere di garantire diritti, tutele e servizi essenziali, promuovendo politiche coordinate che coinvolgano tutti i settori coinvolti, dalla giustizia alla sanità, dall’istruzione ai servizi sociali. Le associazioni rappresentano un fondamentale punto di riferimento per l’assistenza diretta, offrendo &#8211; in attesa che siano garantiti dal sistema pubblico &#8211; percorsi di supporto psicologico, legale e sociale, e svolgendo un prezioso lavoro di sensibilizzazione e advocacy per migliorare le condizioni di vita di questi minori. La società civile, infine, svolge un ruolo indispensabile nel creare una comunità accogliente e consapevole, capace di non voltarsi dall’altra parte, ma di sostenere con solidarietà e impegno concreto chi ha vissuto traumi così profondi. E’ fondamentale coinvolgere attivamente scuole, media e istituzioni in programmi educativi e campagne strutturate che affrontino non solo la violenza di genere, ma anche le sue ripercussioni sui minori, promuovendo una cultura della prevenzione, del rispetto e dell’inclusione.&nbsp;</p>



<p><em>Fondazione Soleterre si impegna a offrire supporto psicologico gratuito a tutte le vittime di violenza, inclusi i minorenni e le famiglie che li accolgono, oltre a lavorare per la prevenzione della violenza di genere. Fondazione Soleterre ha lanciato la campagna “Diritto alla Voce” che offre percorsi psicologici gratuiti a donne e minori sopravvissuti alla violenza domestica.</em></p>



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