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	<title>Gaia Bonomelli Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Sun, 04 Oct 2026 01:08:40 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Gaia Bonomelli Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Sotto le tende di Gaza: l&#8217;allarme dell&#8217;ONU su stupri, ricatti e minori date in sposa per un sacco di farina</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/sotto-le-tende-di-gaza-lallarme-dellonu-su-stupri-ricatti-e-minori-date-in-sposa-per-un-sacco-di-farina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 01:08:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[UNFPA]]></category>
		<category><![CDATA[violenze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le agenzie umanitarie sottolineano l'urgenza di migliorare le condizioni di vita nei campi, adesso a livelli drammatici. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/donne/sotto-le-tende-di-gaza-lallarme-dellonu-su-stupri-ricatti-e-minori-date-in-sposa-per-un-sacco-di-farina.html">Sotto le tende di Gaza: l&#8217;allarme dell&#8217;ONU su stupri, ricatti e minori date in sposa per un sacco di farina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/La-distruzione-della-Striscia-di-Gaza-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>&#8220;<em>Un uomo ha fatto sposare la figlia di 14 anni in cambio di due sacchi di farina affinché lui e i suoi figli potessero mangiare”.</em></strong> Questa drammatica testimonianza, raccolta da UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) nei campi per sfollati di Khan Younis, fotografa la realtà vissuta dalla popolazione nella Striscia di Gaza. Tra la devastazione del conflitto e crisi umanitarie senza fine, sono le donne a pagare il prezzo più alto, quello della <strong>violenza di genere.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una donna su tre denunciava violenze già prima della guerra</strong></h2>



<p>Prima del conflitto, le donne e le ragazze palestinesi affrontavano già notevoli rischi a causa di <strong>norme di genere profondamente radicate </strong>che le posizionavano come <strong>subordinate agli uomini</strong>, limitando la loro autonomia e normalizzando il controllo maschile sui&nbsp;loro corpi e sulle risorse familiari. </p>



<p><strong>Quasi una donna palestinese su tre aveva denunciato</strong> violenze da parte del marito e, a Gaza, <strong>circa 15 donne su cento avevano subito abusi sessuali da parte dei coniugi;</strong> più della metà li aveva subiti ripetutamente (dati <a href="https://palestine.unwomen.org/en/what-we-do/ending-violence-against-women/facts-and-figures-1?utm">UN Women 2018</a>). Tuttavia, <strong>dall&#8217;ottobre 2023,</strong> i continui sfollamenti, la distruzione delle infrastrutture e la totale assenza di sicurezza hanno <strong>amplificato queste violenze in modo esponenziale</strong>, colpendo in particolare chi vive nei r<strong>ifugi collettivi e nelle aree sovraffollate.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;impatto sui siti di sfollamento</strong></h2>



<p>Quasi tutta la <strong>popolazione di Gaza</strong>, che conta oltre due milioni di abitanti, è stata costretta ad abbandonare le proprie case e la maggior parte <strong>vive in campi tendati </strong>o all&#8217;interno di edifici danneggiati. Complessivamente, <a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-25-may-2026?utm_source=chatgpt.com">1.7 milioni di persone </a>risiedono in circa 1.600 campi profughi nella Striscia e gli spazi sicuri per donne e ragazze coprono appena il <a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-23-july-2026?utm_source=chatgpt.com">17 per cento dei siti per sfollati.</a></p>



<p>A giugno 2026, <strong>più di un milione di persone vivevano nei campi </strong>interni alla Città di Gaza e Khan Younis e circa la metà, <strong>583mila, erano donne.</strong> Nella <strong>Città di Gaza, circa 428 siti </strong>ospitano oltre 300mila persone (di cui circa 153mila donne) e <strong>quasi un terzo è privo di un&#8217;agenzia formale di gestione</strong> e si affida all&#8217;autogestione dei residenti. <strong>Khan Younis, a sud della Striscia, </strong>è invece diventato <strong>il più grande polo di sfollamento</strong>: ospita circa 844mila persone in circa 576 siti (tra cui circa 430mila donne).</p>



<h2 class="wp-block-heading"><br><strong>Violenze sessuali, più 61% in tre mesi</strong></h2>



<p>Secondo alcuni recenti rapporti del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA)- che <a href="https://palestine.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/2date26-date9/Gaza-GBV-Trends-April-June-2026_0.pdf">analizzano i dati</a> raccolti da 10 organizzazioni nel secondo trimestre del 2026 e che <a href="https://www.un.org/unispal/document/unfpa-report-drivers-of-gender-based-violence-in-gaza/?utm_source=gemini">intervistano 230 donne</a> tra la fine del 2025 e l&#8217;inizio del 2026 &#8211; la prolungata crisi nella Striscia di Gaza ha &#8220;creato le condizioni in cui donne e ragazze (specialmente tra i 18 e i 59 anni) affrontano rischi crescenti di violenza di genere&#8221;. Tra le forme di violenza più diffuse vi sono quelle <strong>fisiche</strong>, in particolare i <strong>pestaggi.</strong> <em>&#8220;Questo era il tipo di violenza più diffuso prima della guerra e ora è aumentato in modo significativo&#8221;</em> racconta una donna intervistata.</p>



<p>Anche gli episodi di <strong>violenza sessuale, inclusi stupri e aggressioni, hanno raggiunto livelli critici, </strong>rimanendo tuttavia fortemente sottostimati a causa del timore di stigmatizzazione e di ritorsioni. Le verifiche di sicurezza delle Nazioni Unite hanno evidenziato <strong>rischi particolari per donne e ragazze durante le ore notturne</strong>, una condizione che le induce a evitare i servizi igienici e le docce dei campi.</p>



<p>La gravità della situazione si riflette anche nei dati statistici: gli <strong>episodi di violenza sessuale</strong>, inclusi stupro e aggressione, hanno rappresentato il <strong>2,7 per cento del totale delle segnalazioni di violenza di genere tra aprile e giugno 2026</strong>, in aumento rispetto al 2,1 per cento registrato nel trimestre precedente. Sebbene la percentuale sul totale sembri vicina, questo scostamento si traduce in <strong>un&#8217;impennata del 61 per cento nel numero assoluto delle donne</strong> che hanno subito queste violenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Orfane, anziane, disabili e donne incinte</strong></h2>



<p>Il rapporto dell’UNFPA che intervista oltre 200 donne evidenzia come quelle <strong>rimaste sole</strong> durante il conflitto siano particolarmente esposte a violenze, anche economiche. Rientrano in questa categoria <strong>le orfane, le mogli dei detenuti, le vedove e le donne divorziate</strong>, tutte percepite come <strong>tra le più economicamente vulnerabili </strong>nei campi per sfollati. Sono anche quelle che <strong>corrono rischi maggiori di abusi e sfruttamento</strong>: “<em>Una vedova stava cercando una tenda e un rappresentante del campo le disse: &#8216;Ti darò una tenda, ti sistemeremo nel nostro campo e potrai stare da me stanotte'&#8221;</em>, racconta una donna di Gaza, intervistata per il rapporto.</p>



<p>A causa di una mobilità più limitata, <strong>le donne anziane </strong>sono quelle <strong>più esposte a difficoltà nel chiedere aiuto</strong> nel caso di situazioni di pericolo. Inoltre, l&#8217;assenza di un&#8217;illuminazione adeguata e il terreno accidentato dei campi di fortuna aumentano il rischio di cadute e lesioni durante gli spostamenti, in particolare di notte. Accanto a loro, le donne e le ragazze con <strong>disabilità </strong>affrontano rischi enormi, poiché gli aggressori sfruttano la loro limitata capacità di comprendere, resistere o denunciare. Una donna racconta che:</p>



<p><em>&#8220;Quando eravamo nel campo profughi, abbiamo saputo che una ragazza disabile del campo è scomparsa per sette ore. Quando è tornata, hanno detto che si era persa. La ragazza ha iniziato a piangere e la sua famiglia non capiva cosa stesse succedendo&#8230; Due mesi dopo, poiché il suo ciclo non era regolare, hanno scoperto che era incinta ed era stata stuprata. Non sanno ancora chi sia stato”</em>.</p>



<p>Infine, <strong>le donne incinte e le neo-mamme </strong>sono quelle che affrontano le maggiori sfide legate alla salute sessuale e riproduttiva. Lo sfollamento le costringe a vivere <strong>lontano dalle poche strutture sanitarie</strong> rimaste operative. A causa della carenza di carburante e del collasso dei trasporti, molte sono costrette a <strong>spostarsi su carretti trainati da asini</strong>. Inoltre non sono esenti dalle fatiche più pesanti, come fare lunghe code per l&#8217;acqua e trasportare carichi pesanti su terreni accidentati, esponendosi anche al rischio di <strong>molestie negli spazi pubblici.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Mariti, soldati, volontari: chi commette le violenze</h2>



<p>Le aggressioni vengono perpetrate da soggetti differenti, inclusi <strong>mariti, uomini che abusano di posizioni di potere</strong> o, ancora, <strong>soldati</strong>. Un esempio emblematico è quello raccontato da una donna in merito ai checkpoint:</p>



<p><em>&#8220;La mia vicina mi ha detto che durante lo sfollamento è passata attraverso un checkpoint. Era con suo figlio e sua figlia&#8230; il soldato le ha detto di lasciare sua figlia e di andare. Ha iniziato a piangere e a supplicare il soldato di lasciare andare sua figlia, ma lui ha minacciato di uccidere suo figlio se non fosse partita. Contro la sua volontà, ha continuato la sua strada. Ha aspettato il ritorno di sua figlia. Quando l&#8217;ha vista viva, è stata felice. Ma quando lei è tornata, ha detto di aver subito molestie. <strong>I soldati le hanno detto cose volgari e le hanno toccato parti sensibili del corpo</strong>.&#8221;</em></p>



<p>A questi racconti si aggiungono quelli di <strong>donne costrette a subire rapporti sessuali in cambio di cibo, denaro, acqua o lavoro,</strong> a volte ad opera di individui coinvolti nella distribuzione degli aiuti. Persone in posizioni di potere locale come <strong>autisti, farmacisti, panettieri, personale medico o proprietari di immobili,</strong> hanno <strong>negato beni di prima necessità </strong>o cure mediche (come nel caso disperato di una <strong>madre costretta a subire ricatti da un medico per far operare il figlio malato</strong>) <strong>in cambio di favori sessuali.</strong></p>



<p>Una donna intervistata nel 2025 dall&#8217;<strong><a href="https://www.ap.org/news-highlights/spotlights/2025/women-in-gaza-say-they-were-promised-food-money-or-work-in-exchange-for-sexual-interactions/">Associated Press</a></strong>, ha raccontato di aver incontrato un uomo a Muwasi, una striscia di terra che Israele ha designato come zona umanitaria e ha raccontato di aver dato il suo <strong>numero di telefono a un operatore umanitario</strong>, un palestinese in uniforme con la scritta<strong> UNRWA</strong>, l&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&#8217;occupazione dei rifugiati palestinesi nel Regno Unito. Poco dopo averle chiesto il numero, l&#8217;Associated Press riporta di come siano iniziate chiamate a tarda notte con richieste a sfondo sessuale. </p>



<p>Anche i <strong>membri della famiglia figurano tra i responsabili di abusi gravi,</strong> compresi gli stupri. Una donna ha raccontato di conoscere <em>&#8220;<strong>una vedova il cui cognato l&#8217;ha molestata e stuprata mentre dormiva, ed è rimasta incinta </strong>da lui prima di completare il periodo di attesa di tre mesi legalmente richiesto (iddah) dopo la morte del marito. Quando la sua famiglia lo ha scoperto, ha cercato di organizzare un matrimonio, ma il giudice si è rifiutato, considerandolo un caso di adulterio”.&nbsp;</em></p>



<p>In altri casi, le donne si sono <strong>rifiutate di avere rapporti sessuali con i mariti, in tende affollate davanti ai figli</strong>, subendo per questo percosse e coercizioni. Molte donne parlano anche della collera dei coniugi a causa della guerra. Una rabbia rivolta non solo verso di loro, ma anche verso i figli: <em>&#8220;<strong>La violenza è aumentata a causa delle pressioni </strong>con cui abbiamo vissuto durante la guerra. <strong>Mio marito non ha mai alzato la voce contro di me fino alla guerra</strong>&#8230; Ma quando la nostra casa è stata bombardata e tutto ciò che possedevamo è andato perduto, è diventato irritabile e se la prende con me e con i bambini&#8221;</em>, riporta una testimonianza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I luoghi delle violenze</h2>



<p>Spazi che dovrebbero offrire sicurezza diventano luoghi ad alto rischio. I <strong>bagni comunitari </strong>sono tra i punti più critici per le molestie, al punto che <strong>molte donne preferiscono esporsi a rischi igienici estremi</strong>: <em>&#8220;Abbiamo persino usato un secchio come bagno per non dover andare nei servizi igienici condivisi della scuola”,</em> racconta una ragazza.&nbsp;</p>



<p><strong>Le scuole</strong>, trasformate molto spesso in rifugi, diventano teatri di stupri seguiti da matrimoni per evitare vergogna e scandalo. &#8220;Quando vengono scoperti <strong>casi di stupro nelle scuole, il giorno dopo si assiste a matrimoni e festeggiamenti</strong> proprio a scuola&#8221;, afferma una donna. </p>



<p>Le violenze avvengono spesso <strong>durante i trasferimenti da un campo a un altro</strong>: <em>&#8220;Durante lo sfollamento, i giovani che trasportavano e aiutavano le ragazze approfittavano della situazione per tenerle per mano e toccare i loro corpi&#8221;</em>, racconta una testimone.</p>



<p><strong>Anche la tecnologia viene strumentalizzata:</strong> sono stati registrati casi in cui fornitori di servizi hanno raccolto numeri di telefono di donne in difficoltà pretendendo <strong>fotografie in cambio di aiuti</strong>, o piattaforme online sfruttate per attirare donne in appartamenti isolati con la <strong>finta promessa di un colloquio di lavoro</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Matrimoni precoci, più 123%</h2>



<p>Il rapporto avverte che si è registrato un &#8220;grave aumento&#8221; dei casi di matrimoni precoci e forzati nel secondo trimestre del 2026, del <strong>123 per cento rispetto al primo trimestre.&nbsp;</strong> Sebbene la maggioranza dei casi segnalati (67%) abbia riguardato donne tra i 18 e i 59 anni, le <strong>ragazze tra i 12 e i 17 anni hanno rappresentato un ulteriore 16 per cento dei casi. </strong>La percentuale più alta si registra a Città di Gaza (33%), seguita da Deir Elbalah (31%) e dal Nord di Gaza (27%).</p>



<p><strong>Le famiglie ricorrono a questa pratica per alleviare gli oneri economici</strong> o per tentare di proteggere le adolescenti dai pericoli e dall&#8217;insicurezza dei campi. A causa della disperazione economica estrema, in alcuni casi limite si è arrivati a scambi drammatici: come racconta la testimonianza di una famiglia,<em>&#8220;un uomo ha fatto sposare la figlia di 14 anni in cambio di due sacchi di farina affinché lui e i suoi figli potessero mangiare&#8221;.</em></p>



<p>Le Nazioni Unite e la maggior parte delle organizzazioni umanitarie classificano i matrimoni di ragazze di età inferiore ai 18 anni come matrimoni precoci. Anche prima della guerra, questa pratica era diffusa tra i palestinesi nella Striscia di Gaza governata da Hamas, ma era in calo. Secondo un <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c94gm7dp40y0o?utm_source=gemini">articolo della BBC</a>, la legge a Gaza prevede delle eccezioni all&#8217;età minima di 17 anni per il matrimonio, previo consenso dei genitori e autorizzazione di un giudice ma i funzionari del tribunale possono autorizzare matrimoni anche per minori di 14 anni e sette mesi.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le r<strong>ipercussioni sulla salute mentale</strong></h2>



<p>Tutti questi fattori generano <strong>gravi impatti non solo sulla salute fisica delle donne, ma anche su quella mentale</strong>, tra cui disturbo post-traumatico da stress, depressione, pensieri suicidi e autolesionismo. Le agenzie umanitarie sottolineano l&#8217;<strong>urgenza di migliorare le condizioni di vita nei campi: </strong>occorre sostituire le tende deteriorate, potenziare i servizi igienico-sanitari, ripristinare un&#8217;assistenza sanitaria adeguata e contrastare il collasso della produzione alimentare. Per mitigare i pericoli, le organizzazioni chiedono a Israele di consentire l&#8217;ingresso di rifugi di qualità superiore, attrezzature per le latrine e sistemi di illuminazione adeguati (attualmente limitati per motivi di sicurezza militare).</p>



<p>Sebbene il corso di tante vite a Gaza sia segnato per sempre, le donne continuano a chiedere interventi strutturali, sperando in un futuro in cui possano tornare a sentirsi protette e sicure. <em>&#8220;Vogliamo campagne di sensibilizzazione affinché gli uomini si prendano cura di noi e ci trattino con un po&#8217; di rispetto”</em>, ha detto una di loro. Una bambina, quando le è stato chiesto cosa desidera, ha detto <em><strong>&#8220;Vorrei che le ragazze comprendessero i loro diritti, sapessero difendersi e non permettessero a nessuno di spezzarle&#8221;.</strong></em></p>



<p></p>



<p><strong>Fonti</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>OCHA, Humanitarian Situation Report, 23 luglio 2026 – <a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-23-july-2026?utm_source=gemini" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-23-july-2026</a></li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>UN Population Fund (UNFPA), I want to feel safe again- drivers of gender-based violence in Gaza – <a href="https://www.un.org/unispal/document/unfpa-report-drivers-of-gender-based-violence-in-gaza/?utm_source=gemini" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.un.org/unispal/document/unfpa-report-drivers-of-gender-based-violence-in-gaza/</a></li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>UNFPA, Gaza GBV Trends (April-June 2026) – <a href="https://palestine.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/2date26-date9/Gaza-GBV-Trends-April-June-2026_0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://palestine.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/2date26-date9/Gaza-GBV-Trends-April-June-2026_0.pdf</a><br></li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>Associated Press- <a href="https://www.ap.org/news-highlights/spotlights/2025/women-in-gaza-say-they-were-promised-food-money-or-work-in-exchange-for-sexual-interactions/">Women in Gaza say they were promised food, money or work in exchange for sexual interactions</a></li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>BBC News, Gaza coverage – <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c94gm7dp40y0o?utm_source=gemini" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bbc.com/news/articles/c94gm7dp40y0o</a><br></li>
</ul>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/donne/sotto-le-tende-di-gaza-lallarme-dellonu-su-stupri-ricatti-e-minori-date-in-sposa-per-un-sacco-di-farina.html">Sotto le tende di Gaza: l&#8217;allarme dell&#8217;ONU su stupri, ricatti e minori date in sposa per un sacco di farina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Haiti: 1,5 milioni di persone sfollate, l&#8217;ONU rinnova la forza anti-gang in vista del voto</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/haiti-15-milioni-di-persone-sfollate-lonu-rinnova-la-forza-anti-gang-in-vista-del-voto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 16:36:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[GSF]]></category>
		<category><![CDATA[Haiti]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=531031</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="haiti" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ad Haiti bande armate controllano gran parte del paese, alimentando violenze, fame e sfollamenti. L'ONU ha prorogato la Forza anti-gang.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/haiti-15-milioni-di-persone-sfollate-lonu-rinnova-la-forza-anti-gang-in-vista-del-voto.html">Haiti: 1,5 milioni di persone sfollate, l&#8217;ONU rinnova la forza anti-gang in vista del voto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="haiti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/haiti-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre Haiti sta attraversando la stagione degli uragani atlantici (da giugno a novembre) con tempeste tropicali, inondazioni e frane, circa 6,4 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria&nbsp;e <strong>quasi 1,5 milioni sono sfollate</strong> a causa delle <strong>violenze delle bande armate.</strong> <strong>Quasi l&#8217;80% degli sfollati si trova ora al di fuori di Port-au-Prince</strong>, la capitale, come riferisce l&#8217;Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) in un <a href="https://dtm.iom.int/reports/haiti-information-sheet-displacement-situation-round-14-august-2026?close=true">rapporto</a> pubblicato lo scorso 25 settembre.</p>



<p>&#8220;Quello a cui stiamo assistendo ad Haiti non è una crisi che passa da una fase di emergenza a una di ripresa. Violenza, sfollamenti, insicurezza alimentare, rimpatri forzati e rischi climatici si stanno manifestando contemporaneamente, esercitando un&#8217;enorme pressione su famiglie e comunità&#8221;, ha dichiarato <strong>Elise Verron</strong>, Coordinatrice senior per le emergenze dell&#8217;OIM ad Haiti. &#8220;Le tendenze degli sfollamenti dimostrano che <strong>questa crisi si sta espandendo geograficamente</strong>. Le comunità che già faticavano a soddisfare i propri bisogni ora sopportano un fardello ancora più pesante&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Haiti è precipitata nel caos politico in seguito all&#8217;<a href="https://it.insideover.com/criminalita/haiti-anarchia-senza-fine-la-criminalita-allassalto-dello-stato.html"><strong>assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021</strong>.</a> L&#8217;instabilità governativa e la grave crisi economica hanno permesso alle bande armate, che <a href="https://www.crisisgroup.org/latin-america-caribbean/haiti/b49-haitis-gangs-can-foreign-mission-break-their-stranglehold" target="_blank" rel="noreferrer noopener">superano</a> la polizia in termini di organizzazione e potenza di fuoco, di trarre forza per crescere e consolidarsi. Oggi, controllano quasi tutta la capitale (i dati più recenti parlano dell&#8217;85% di Port-au-Prince) e stanno espandendo la loro influenza verso l&#8217;esterno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La violenza si sposta fuori dalla capitale </h2>



<p>I dati mostrano che la crisi degli sfollati si sta diffondendo anche in regioni un tempo considerate relativamente più sicure. Ne è un esempio il <strong>dipartimento di Artibonite </strong>dove, tra maggio e agosto 2026, gli sfollamenti sono cresciuti del 16%. Sempre qui, <strong>lunedì 28 settembre almeno 11 persone sono state uccise</strong> in una rappresaglia delle bande dopo un&#8217;operazione della Gang Suppression Force (GSF), creata lo scorso anno per combattere le bande armate e sostenere le istituzioni di sicurezza haitiane. </p>



<p>Nella comunità rurale agricola di Kenscoff gli attacchi, secondo quanto riporta<a href="https://www.rescue.org/article/haitis-gang-violence-crisis-what-know-and-how-help"> International Rescue Committee</a>, hanno costretto oltre 2.600 persone ad abbandonare le proprie case a settembre 2026. Cinquanta persone sono state rapite e almeno&nbsp;47 sono state uccise. La maggior parte delle persone colpite ha trovato rifugio presso famiglie ospitanti o in sei campi profughi nelle zone limitrofe di Port-au-Prince.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;emergenza sopra l&#8217;altra </h2>



<p>Centinaia di migliaia di sfollati vivono oggi in <strong>comunità ospitanti, insediamenti informali, siti collettivi o altre condizioni precarie. </strong>Con la stagione degli <strong>uragani il rischio aumenta</strong>. &#8220;Per le famiglie già sfollate a causa della violenza, una tempesta di grande intensità potrebbe innescare un&#8217;ulteriore emergenza umanitaria&#8221;, ha affermato Verron. &#8220;Molte famiglie dispongono di poche risorse per far fronte a ulteriori shock e le comunità che ospitano le famiglie sfollate sono già sottoposte a una pressione considerevole.&#8221;</p>



<p>La valutazione dell&#8217;OIM evidenzia anche <strong>le pressioni nei dipartimenti di frontiera</strong>, dove autorità locali e comunità ospitanti devono gestire contemporaneamente gli sfollamenti interni e l&#8217;arrivo di haitiani rimpatriati dai paesi limitrofi. Questa convergenza mette a dura prova alloggi, servizi sanitari, sistemi idrici e altre risorse essenziali. Sebbene in alcune aree i rientri siano aumentati, molte famiglie continuano ad affrontare condizioni difficili: insicurezza, scarse opportunità di sostentamento e accesso inadeguato ai servizi di base limitano le prospettive di una ripresa sostenibile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bambini sempre più reclutati ed esposti a violenze</h2>



<p><strong>La metà degli sfollati sono bambini.</strong> Secondo i dati UNICEF di febbraio 2026, il numero di minori reclutati e utilizzati da gruppi armati è aumentato del 200% nel 2025. Spesso i minori sono costretti a <strong>unirsi alle bande per sostenere le famiglie o dopo minacce </strong>dirette a sé stessi o ai propri cari. Altri vengono reclutati dopo essere stati separati dai genitori e si rivolgono ai gruppi armati come mezzo di sopravvivenza e protezione. </p>



<p>Il reclutamento li espone a gravi rischi: <strong>lesioni, mutilazioni o morte in combattimento</strong>, detenzione arbitraria, abusi psicologici, fisici e sessuali. Dal 2023 le violenze sessuali contro i minori <a href="https://www.unicef.org/lac/en/press-releases/haitis-children-under-siege-staggering-rise-child-recruitment-armed-groups">sono aumentate del 1000%.</a></p>



<p>Oltre alle violenze sui minori, le bande utilizzano sistematicamente la violenza sessuale sulle donne per consolidare il proprio controllo e seminare il terrore nelle comunità. Solo nel 2025 sono stati registrati <a href="https://www.unocha.org/news/todays-top-news-occupied-palestinian-territory-cuba-sudan-haiti-madagascar-syria-ukraine">8.000 casi di violenza di genere</a>, il 25% in più rispetto all&#8217;anno precedente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La risposta internazionale</h2>



<p>Sul fronte umanitario, nell&#8217;ambito del suo piano di risposta, l&#8217;OIM richiede <a href="https://crisisresponse.iom.int/response/haiti-crisis-response-plan-2026">60 milioni di dollari </a>per assistere i 6,4 milioni di persone in difficoltà, sollecitando investimenti continuativi non solo per l&#8217;emergenza, ma per aiutare le comunità a resistere agli shock climatici.</p>



<p>Tuttavia, la stabilizzazione del Paese resta legata a doppio filo alla sicurezza e alla tenuta delle istituzioni. Proprio in vista delle elezioni del 13 dicembre, le prime in dieci anni, il <strong>Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU ha confermato la Gang Suppression Force (GSF) prima della scadenza del mandato. </strong>La forza opera sotto l&#8217;autorizzazione dello stesso Consiglio di Sicurezza, con il supporto logistico e operativo di un ufficio di supporto delle Nazioni Unite ad Haiti.</p>



<p>Attualmente sono oltre 1.500 i soldati e gli agenti di polizia schierati nel paese (provenienti, tra gli altri, da Ciad, El Salvador, Guatemala, Giamaica, Mongolia e Sri Lanka), un contingente che gli <a href="https://haitiantimes.com/2026/09/29/haiti-anti-gang-force-mandate-extended-march-2027/">Stati Uniti</a> prevedono salirà a oltre 4.000 unità nei prossimi mesi. Il supporto è stato accolto con favore dal Ministero degli Affari Esteri haitiano, che <a href="https://x.com/mae_haiti/status/2104967702418800957?s=46">su X ha ringraziato</a> i paesi contributori.</p>



<p>A chiudere il cerchio è l&#8217;<a href="https://news.un.org/en/story/2026/09/1168453">appello lanciato dal Primo Ministro Alix Didier Fils-Aimé </a>all&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Pur ammettendo che la violenza criminale minaccia l&#8217;intero paese, Fils-Aimé ha rivendicato con forza la dignità e la resilienza di Haiti, sottolineando che <strong>la nazione non intende delegare il proprio futuro: &#8220;Haiti resisterà.</strong> Haiti si erge a testa alta&#8221;, ha affermato, invitando la comunità internazionale &#8220;non a salvarla, ma a starle accanto mentre prende in mano il proprio destino&#8221;.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Fonti </h3>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Nazioni Unite (UN News):</strong> <a href="https://news.un.org/en/story/2026/09/1168453" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Copertura ufficiale sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza e il rinnovo della GSF</a>.</li>



<li><strong>The Haitian Times:</strong> <a href="https://haitiantimes.com/2026/09/29/haiti-anti-gang-force-mandate-extended-march-2027/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le Nazioni Unite estendono il mandato della Forza antigang di Haiti fino a marzo 2027 a causa dell&#8217;aumento della violenza. </a></li>



<li><strong>OIM (IOM Crisis Response Plan):</strong> <a href="https://crisisresponse.iom.int/response/haiti-crisis-response-plan-2026" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Piano di risposta e fabbisogni finanziari per la crisi ad Haiti</a>.</li>



<li><strong>OIM (DTM Report):</strong> <a href="https://dtm.iom.int/reports/haiti-information-sheet-displacement-situation-round-14-august-2026?close=true" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto di monitoraggio sugli sfollamenti interni (Agosto 2026)</a>.</li>



<li><strong>UN OCHA:</strong> <a href="https://www.unocha.org/news/todays-top-news-occupied-palestinian-territory-cuba-sudan-haiti-madagascar-syria-ukraine" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Notizie principali di oggi: Territori palestinesi occupati, Cuba, Sudan, Haiti, Madagascar, Siria, Ucraina</a>.</li>



<li><strong>UNICEF:</strong> <a href="https://www.unicef.it/media/haiti-triplicato-il-numero-di-bambini-reclutati-in-un-anno-con-un-incremento-del-200-nel-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto sull&#8217;aumento esponenziale del reclutamento minorile da parte dei gruppi armati</a>.</li>



<li><strong>International Rescue Committee (IRC):</strong> <a href="https://www.rescue.org/article/haitis-gang-violence-crisis-what-know-and-how-help" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La crisi della violenza delle bande ad Haiti: cosa sapere e come aiutare</a>.</li>



<li><strong>International Crisis Group (ICG):</strong> <a href="https://www.crisisgroup.org/latin-america-caribbean/haiti/b49-haitis-gangs-can-foreign-mission-break-their-stranglehold" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le bande criminali di Haiti: una missione straniera può spezzare la loro morsa?</a></li>



<li><strong>InsideOver:</strong> <a href="https://it.insideover.com/criminalita/haiti-anarchia-senza-fine-la-criminalita-allassalto-dello-stato.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Archivio e precedenti analisi sulla criminalità e la crisi istituzionale ad Haiti</a></li>
</ul>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/haiti-15-milioni-di-persone-sfollate-lonu-rinnova-la-forza-anti-gang-in-vista-del-voto.html">Haiti: 1,5 milioni di persone sfollate, l&#8217;ONU rinnova la forza anti-gang in vista del voto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“In Giappone il rapimento dei figli è legale”: la denuncia di Michele Dall’Arno</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/in-giappone-il-rapimento-dei-figli-e-legale-la-denuncia-di-michele-dallarno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 09:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Dall'Arno]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>
		<category><![CDATA[sottrazione minorile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giappone" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tra gli oltre 150mila minori sottratti da un genitore all'altro ogni anno, ci sono anche i figli di Michele Dall'Arno. L'intervista.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/in-giappone-il-rapimento-dei-figli-e-legale-la-denuncia-di-michele-dallarno.html">“In Giappone il rapimento dei figli è legale”: la denuncia di Michele Dall’Arno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giappone" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giappone-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Giappone, la <strong>scomparsa improvvisa di un figlio tolto a un genitore dall&#8217;altro </strong>non è considerata un reato penale, né sottrazione di minore. È semplicemente una <strong>questione familiare privata </strong>su cui lo Stato preferisce non interferire. <strong>Chi sottrae per primo i figli, ne ottiene la custodia quasi automatica</strong>. Chi resta indietro, perde tutto. </p>



<p>È quello che è capitato nell’ottobre del 2025 a <strong>Michele Dall&#8217;Arno</strong>, <strong>docente universitario italiano</strong> che ha vissuto e insegnato in Giappone per oltre dieci anni. Sua moglie, giapponese, ha portato via i loro tre figli minorenni dall’oggi al domani. Stanco di combattere contro un sistema sordo, lo scorso marzo Dall&#8217;Arno si è dimesso dall&#8217;Università di Toyohashi ed è rientrato in Italia per trasformare la sua vicenda in una battaglia pubblica globale.</p>



<p>“<strong>Due settimane prima del rapimento</strong>”, racconta Dall’Arno a <em>InsideOver</em>, “<strong>ho portato mia figlia in viaggio per due giorni a Nagoya</strong>. Mentre cercavo di risolvere presunti problemi economici familiari, ad esempio cercando un appartamento in affitto più economico, <strong>mia moglie, che aveva accesso al mio conto bancario, lo svuotava </strong>e mi chiedeva per iscritto dove fossero tutti i miei risparmi, in Giappone e in Italia. Mentre io portavo i bambini allo zoo, in biblioteca e nei musei, <strong>lei rifiutava ogni contatto e mi provocava</strong> registrandomi di nascosto, sperando che dicessi o facessi qualcosa da usare contro di me. Come ogni anno, stavo organizzando un viaggio in Italia per far conoscere ai bambini la nostra cultura e i nonni, e lei <strong>ha chiesto al consolato di porre il veto al rilascio dei passaporti italiani</strong>; veto che ho scoperto solo tramite il consolato stesso e che è stato poi respinto”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La regola del &#8220;primo arrivato”</strong></h2>



<p>Per capire come sia possibile la situazione vissuta da Dall’Arno bisogna considerare che, a differenza dei Paesi occidentali, il <strong>Giappone applica in modo ferreo l&#8217;affidamento esclusivo</strong> (<em>Tandoku Shinken</em>) basato sul <strong>principio della &#8220;continuità&#8221;</strong>: il minore deve rimanere nell&#8217;ambiente in cui si trova al momento della decisione giurisdizionale per non subire stravolgimenti. Poco importa se ci sia arrivato a seguito di una fuga unilaterale o di una sottrazione premeditata.</p>



<p>In realtà, pur sostenendo di prendere in considerazione la volontà del minore nel suo “best interest”, molto spesso la decisione dei giudici finisce per ratificare una volontà del bambino che rispecchia semplicemente quella del genitore che lo ha sottratto.</p>



<p>“Dopo aver chiesto per cinque mesi l’affido condiviso senza risposta alcuna da parte della cosiddetta “family court” (sezioni speciali dei tribunali giapponesi che gestiscono le controversie familiari, <em>ndr</em>) e in <strong>assenza di una qualsivoglia sentenza di separazione, divorzio o affidamento</strong>, mi è stato <strong>intimato per iscritto di smettere di criticare il sistema</strong><em>(Dall’Arno ha una pagina social molto seguita in cui parla della sua vicenda, ndr)</em><strong> e di finanziare retroattivamente il rapimento dei miei figli</strong> a partire dal giorno in cui era avvenuto. La cifra sarebbe stata <strong>spartita tra mia moglie e l’avvocato </strong>che aveva guidato la sottrazione per trarne profitto. Solamente a posteriori ho capito che quanto accaduto nelle settimane precedenti al rapimento era la <strong>procedura standard con cui diversi legali giapponesi guidano genitori fragili a sottrarre i figli a scopo di estorsione</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il business delle sottrazioni&nbsp;</strong></h2>



<p>Attorno all&#8217;affidamento esclusivo ruoterebbe un <strong>business enorme per gli avvocati divorzisti</strong>, la cui parcella è spesso proporzionale alle spese matrimoniali e agli assegni di mantenimento ottenuti.  Basti pensare che i casi legati a contese sull&#8217;affidamento e alla gestione dei figli presso le Corti di Famiglia sono passati da 300mila nel 2012 ad oltre <a href="https://www.aph.gov.au/About_Parliament/Parliamentary_departments/Parliamentary_Library/Research/FlagPost/2024/June/RevisionSoleCustodyLawJapan#:~:text=Social%20change%20in%20family%20relationships%20in%20Japan,,or%20child%20support%20from%20their%20non-custodial%20parent.">1,1 milioni nel 2022.</a></p>



<p>Come denunciato anche dal politico giapponese <strong>Yasuyuki Watanabe</strong>, gli avvocati divorzisti sono stati tra i principali oppositori all&#8217;adesione del Giappone alla Convenzione dell’Aja che, ratificata solo nel 2014, viene comunque regolarmente elusa dalle corti locali in virtù del principio di &#8220;continuità&#8221; del minore, e non ha alcun valore giuridico per le sottrazioni che avvengono internamente al territorio nazionale. Inoltre, la maggior parte dei legali incoraggerebbe le fughe suggerendo di lanciare false accuse di violenza domestica per tagliare fuori l&#8217;altro genitore.&nbsp;</p>



<p>“<a href="https://www.japantimes.co.jp/news/2013/01/04/national/child-custody-injustices-hard-to-fix/#:~:text=%E2%80%9CWe%20firmly%20believe,%20Japanese%20and%20non-Japanese%20alike,,and%20improvement%20in%20the%20quality%20of%20life.%E2%80%9D">Watanabe</a>, anch&#8217;egli privato dei figli dal 2010, ha definito in un&#8217;interpellanza parlamentare <strong>la gestione delle sottrazioni come l&#8217;attività più lucrativa e con il minimo sforzo per un avvocato</strong>”, evidenzia Dall’Arno. “Il contributo mensile richiesto al genitore estromesso viene diviso tra il coniuge e il legale che ha guidato l&#8217;operazione: si tratta di un <strong>vero e proprio sequestro con estorsione</strong>”.</p>



<p>Senza tener in considerazione che la sistematica perdita di contatto con un genitore viola apertamente<a href="https://www.mofa.go.jp/mofaj/gaiko/jido/zenbun.html"> l&#8217;Articolo 9 della Convenzione ONU sui diritti dell&#8217;infanzia</a> (ratificata dal Giappone nel 1994). Nel 2018 è stata anche presentata una <a href="https://www.jurist.org/news/2013/05/japan-lawmakers-approve-international-child-abduction-treaty/">denuncia formale</a> al Consiglio per i diritti umani dell&#8217;ONU. Tuttavia, i richiami internazionali e le risoluzioni del Parlamento Europeo si scontrano regolarmente con la giurisprudenza interna.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Figli concessi alle madri otto volte su dieci</strong></h2>



<p>“Statisticamente <strong>le vittime sono soprattutto padri</strong>”, rileva Dall’Arno, “anche a causa della rigida società giapponese che prevede per la <strong>donna il ruolo di madre</strong>, mentre l’<strong>uomo </strong>è spesso vincolato a <strong>lavorare 16-18 ore al giorno</strong> e non ha quindi pressoché rapporti coi figli”. <strong>Esistono persino manuali e blog specializzati </strong>che guidano le madri passo dopo passo, rassicurandole con slogan come: <em>“Se porti via tuo figlio, non stai infrangendo alcuna legge. E la madre ottiene sempre la custodia”</em>. Secondo <a href="https://www.japantimes.co.jp/news/2026/03/24/japan/society/explainer-joint-custody/">i dati del Ministero della Salute del 2020</a>, l&#8217;affidamento veniva concesso alle madri nell&#8217;85% dei casi.</p>



<p>“<strong>Ma tra le vittime non mancano le donne”, prosegue Dall’Arno. “Come Rumiko Kosaka</strong>, arrestata due volte, a febbraio 2025 e marzo 2026, per aver cercato di vedere la propria bambina. Ho conosciuto decine di genitori nella mia situazione e ho formato un gruppo di genitori italiani vittime dell’impunità della sottrazione minorile in Giappone”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ogni anno oltre 150mila minori separati da un genitore</strong></h2>



<p>Il fenomeno non si limita a pochi casi. L’ONG <em>Kizuna Child-Parent Reunion </em>stima che <strong>tra i 150.000 e i 200.000 minori vengano separati ogni anno da un genitore</strong>, e che un bambino su 4,5 subisca il divorzio dei genitori prima dell’età adulta. <strong>Negli ultimi 20 anni</strong> si calcola che <strong>circa 3 milioni di bambini</strong> (il 15% della popolazione giovanile sotto i 20 anni) abbiano <strong>perso del tutto i contatti con il padre o con la madre.</strong></p>



<p>Che si tratti di una prassi sistemica lo dimostra persino la storia politica del Paese: quando <strong>l&#8217;ex Primo ministro Junichiro Koizumi </strong>divorziò dalla moglie, ottenne la custodia esclusiva dei due figli maggiori, mentre la moglie ottenne quella del terzo figlio non ancora nato; ai fratelli e al genitore estromesso non è mai stato concesso incontrarsi. In tempi più recenti, le cronache hanno registrato diversi altri casi. <strong>Tra i più noti </strong>quello della campionessa giapponese di tennis-tavolo <strong>Ai Fukuhara, </strong>accusata dall&#8217;ex marito taiwanese di aver trattenuto il figlio interrompendo ogni contatto con l’uomo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’incubo dei padri stranieri e la trappola del <em>Koseki</em></strong></h2>



<p><strong>Per i padri stranieri, tuttavia, la strada è sbarrata a priori: </strong>i tribunali ritengono quasi sempre che crescere con un genitore non giapponese vada contro l&#8217;interesse del minore, che deve essere educato secondo gli standard locali. Celebre il caso del francese <strong>Vincent Fichot</strong> che ha condotto uno sciopero della fame durante le Olimpiadi di Tokyo del 2021 per denunciare la sottrazione dei figli da parte dell&#8217;ex moglie giapponese. In quel caso <strong>la Francia aveva addirittura emesso un mandato di arresto internazionale</strong> contro la donna, che il Giappone si è rifiutato di eseguire. </p>



<p><strong>L&#8217;estromissione del genitore è quindi totale</strong>: niente cartelle cliniche, nessun aggiornamento scolastico e visite supervisionate e ridotte a pochissime ore l&#8217;anno. Qualsiasi tentativo di contatto autonomo rischia di sfociare in denunce per stalking o violazione di domicilio. Nel caso di Dall’Arno, neppure il console italiano ha potuto verificare lo stato di salute dei bambini: “Né mia moglie né il suo legale hanno dovuto giustificare il veto alla visita consolare, garantita dal diritto internazionale per i cittadini italiani. <strong>La collusione delle autorità locali con questo sistema è totale</strong>”.</p>



<p>A complicare il quadro per gli stranieri si aggiunge il <a href="http://www.accessj.com">Koseki</a> (il registro di famiglia nipponico): un cittadino non giapponese non può figurare come capofamiglia e, in caso di divorzio, il suo nome viene semplicemente cancellato dal registro, privandolo di ogni autorità legale sui figli.</p>



<p>Persino <strong>in caso di decesso del genitore giapponese</strong>, la custodia del minore viene spesso <strong>assegnata ai nonni giapponesi</strong> anziché al genitore biologico straniero superstite. Come nel caso di <strong>Michele Becattini, che non ha potuto rivedere il figlio neppure dopo la morte della moglie</strong> e nonostante una sentenza a suo favore. Inoltre, come rileva un&#8217;inchiesta della CNN, per gli stranieri la sfida principale è rappresentata dalle barriere linguistiche e dalla frequente mancanza di un&#8217;adeguata rappresentanza legale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La giustizia punisce chi cerca i figli</strong></h2>



<p><strong>Chi tenta di riavvicinarsi ai figli rischia il carcere.</strong> &#8220;Nell&#8217;ottobre 2025 <a href="https://www.abc.net.au/news/2023-07-21/japan-sole-custody-laws-under-review/102603522">Randy Kavanagh</a>, padre australiano di due bambine sottratte dalla moglie, giapponese, è stato arrestato e detenuto venti giorni senza alcuna accusa per aver chiesto come mai gli fosse impedito partecipare ad un evento sportivo nella scuola della figlia”, aggiunge Dall’Arno.&nbsp;</p>



<p>“Per questo motivo non ho provato ad avvicinarmi ai miei figli. Il Giappone non è uno Stato di diritto: <strong>la detenzione senza accuse dura fino a venti giorni</strong>, con interrogatori continui e senza assistenza legale. È una misura usata abitualmente contro i genitori che cercano i figli. Questa guerra non si vince combattendo alle regole imposte dal nemico sul territorio controllato dal nemico: <strong>l’unica arma a cui il Giappone ha dimostrato di essere sensibile è la vergogna</strong>, che si genera sollevando lo sdegno dell’opinione internazionale”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&#8220;Il chiodo che sporge va ribattuto&#8221;</strong></h2>



<p>In Giappone Dall’Arno non ha trovato alcun sostegno per la sua battaglia: “Perfino <strong>i colleghi alzavano le spalle dicendo che ci sono cose più importanti dei figli</strong>”. Un atteggiamento che secondo il docente riflette una cultura in cui il dissenso non è contemplato, riassunta dal celebre proverbio<strong><em>&#8216; </em>Il chiodo che sporge va ribattuto’.</strong></p>



<p>“I media evitano i temi sociali e il Paese non ha una tradizione di lotta per i diritti umani o la democrazia”, sostiene. “Il pensiero critico è soppresso e ogni critica è vista solo come un fastidio alla struttura sociale. Nelle mie classi, i giovani giapponesi faticavano a esprimere opinioni o fare domande. <strong>Il mio terrore più grande</strong> è che i miei figli, crescendo lì senza gli insegnamenti sul pensiero critico e l’empatia che trasmettevo loro, <strong>non riescano da adulti a giudicare il dramma che hanno vissuto”</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;opera di lavaggio del cervello</strong></h2>



<p>La paura di Dall’Arno non è astratta, considerando che a rimetterci sono soprattutto i figli. Il Giappone registra un tasso di povertà infantile del 56% nelle famiglie monogenitoriali con genitore lavoratore (tra i dati più alti dell&#8217;OCSE). Le madri single rimaste sole spesso <a href="https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/17006#:~:text=Obiettivo%20di%20questa%20ricerca%20%C3%A8%20uno%20studio,visita%20da%20parte%20del%20genitore%20non%20affidatario.">sprofondano nella precarietà </a>finanziaria, prive di reali sostegni statali e con ex coniugi che, tagliati fuori dalla vita dei figli, finiscono per rifiutarsi di versare gli alimenti. </p>



<p>Ma è sul piano psicologico che si verificano i danni peggiori: <a href="https://it.scribd.com/document/516445938/000495491">sette bambini su dieci</a> subiscono traumi a causa dell&#8217;allontanamento forzato. Non di rado <strong>il genitore che rapisce il figlio crea delle forti pressioni psicologiche </strong>per mettere il bambino contro all’altra figura genitoriale.</p>



<p>“<strong>Nell’unico contatto telefonico che ho avuto con mia figlia</strong>, avvenuto due settimane dopo il suo rapimento, lei, evidentemente catechizzata in questo senso, <strong>mi ha detto che i genitori sono mutuamente esclusivi:</strong> se lei fosse stata con me, non sarebbe potuta stare con la madre”, racconta Dall’Arno e aggiunge: &#8220;<strong>C’è uno sforzo evidente</strong>, sia da parte di mia moglie, che della sua famiglia, che delle autorità in generale, <strong>di cancellare nei bambini ogni memoria del genitore vittima </strong>dell’impunità della sottrazione minorile”.</p>



<p>Se da un lato il Paese non vuole vedere il problema, dall’altro molti giapponesi si stanno esponendo per fronteggiarlo. La parlamentare Yukiko Kada in un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=dl5csAmhbcE">video </a>dello scorso anno sosteneva che “<strong>la responsabilità genitoriale condivisa contribuisce alla stabilità psicologica, economica e sociale del bambino</strong>, e di conseguenza alla sua felicità” e di come “il Giappone si trovi quasi agli ultimi posti al mondo per quanto riguarda il livello di felicità dei bambini”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La nuova riforma: vero cambiamento o facciata?</strong></h2>



<p><strong>Il primo aprile 2026,</strong> sotto la pressione internazionale, è <strong>entrata in vigore una riforma del codice civile che ha introdotto il <em>Kyodo Shinken</em></strong> (affidamento condiviso), consentendo ai tribunali di optare per la custodia congiunta anziché solo per quella esclusiva. Dall’Arno resta tuttavia scettico: “È propaganda per placare lo sdegno internazionale e <strong>lascia la sottrazione minorile impunita.</strong> Come evidenziato anche dal politico <a href="https://www.scmp.com/week-asia/lifestyle-culture/article/3352549/divorced-reality-japans-joint-custody-reform-divides-parents">Watanabe</a> e dall&#8217;avvocato Ueno, <strong>è impensabile colmare un vuoto penale con un aggiornamento del codice civile</strong>: bisogna penalizzare la sottrazione minorile e serve una poderosa opera che porti vergogna sui responsabili. Il regime nipponico tenta di annacquare la questione presentando il problema come uno scontro tra l’affido esclusivo e quello condiviso (questioni importanti, ma di natura civile) convenientemente evitando di parlare dell’elefante nella stanza, ovvero l’impunità della sottrazione minorile (questione penale)”. </p>



<p>In questo momento per l’uomo “la situazione è selvaggia: <strong>come in un duello del Far West</strong>, in cui il primo pistolero che spara vince mentre l’altro muore, <strong>oggi il primo genitore che rapisce i figli “vince” mentre i figli restano di fatto orfani dell’altro genitore. </strong>Parlare di affido, che sia esclusivo o condiviso, non ha senso fino a quando ai genitori sarà comunque concesso di rapire i figli”.</p>



<p>Secondo alcuni esperti intervistati in un’<a href="https://edition.cnn.com/2026/07/11/asia/japan-law-parental-child-abduction-intl-hnk-dst">inchiesta della CNN</a>, questa riforma riconoscerebbe l&#8217;affidamento condiviso legale (lo Shinken), ma <strong>non garantirebbe l&#8217;affidamento fisico condiviso (Kango) e non amplierebbe automaticamente i diritti di visita</strong>. Inoltre la norma si applica ai nuovi procedimenti, lasciando senza tutele centinaia di migliaia di genitori i cui figli sono stati sottratti negli anni precedenti. Il rischio quindi è che il minore continui a risiedere esclusivamente con chi lo ha sottratto, lasciando al genitore escluso solo il diritto di firmare documenti a distanza.</p>



<p><strong>Un’altra fetta di critici</strong> si preoccupa per chi fugge da <strong>situazioni di violenza</strong>: gli accordi di affidamento congiunto potrebbero consentire a un ex maltrattante di continuare ad abusare del proprio ex partner o del figlio, sebbene i tribunali per la famiglia non siano autorizzati a concedere l’affidamento quando gli abusi sono citati come causa di divorzio.</p>



<p>Infine, tra <strong>chi è a favore della riforma</strong> è diffusa la speranza che <strong>faciliti il coinvolgimento dei figli nella vita genitoriale</strong> dopo il divorzio. Gli interrogativi rimangono ancora aperti e al momento, nessuno sa con certezza come i tribunali giapponesi gestiranno ogni situazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La campagna di sensibilizzazione dall&#8217;Italia</strong></h2>



<p>Dall&#8217;Italia, Michele Dall&#8217;Arno muove critiche anche alla gestione diplomatica nazionale: “<strong>Il governo italiano</strong> ha dimostrato inequivocabilmente di <strong>dare peso all’interesse politico ed economico più che al destino di qualche decina di bambini</strong> italiani rapiti e trafficati dal Giappone. Ad ogni incontro, la prima ministra italiana bacia ed abbraccia quella giapponese, responsabile dell’impunità della sottrazione minorile nel suo Paese. Il ministero degli Esteri, nei decenni, non ha preso posizione pubblica alcuna sul problema e non ha attivato alcuna campagna di informazione e prevenzione che, informandomi, avrebbe potuto salvare i miei figli. <strong>Quanti sono gli italiani informati del pericolo dal ministero competente? A quanto mi risulta, zero.</strong> Quanti invece quelli informati dalla campagna del sottoscritto? Milioni, verosimilmente con decine di futuri bambini italiani che potranno scampare da questo abominio. Pensavo che avrei avuto più tempo per preparare i miei figli alla vita, ma ciò che ho insegnato loro dovrà bastare. <strong>A loro dico di pensare con la propria testa</strong>, di non credere a nulla se non lo hanno prima verificato e di restare uniti. <strong>Papà si aprirà un cammino fino a voi, in un modo o nell’altro</strong>”, conclude. </p>



<p>Un canale è quello di YouTube, <em><a href="https://www.youtube.com/@UnfatheredByJapan">UnfatheredByJapan</a></em>, da cui Dall’Arno continua ogni sera a leggere i libri preferiti dei suoi tre figli prima della buonanotte. “Leggo ai miei bambini e impartisco loro insegnamenti sul pensiero critico e l’empatia perché so che, altrimenti, quegli stessi insegnamenti non li riceveranno crescendo nel contesto giapponese. <strong>La pressione mediatica è senza dubbio l’arma principale per sconfiggere l’impunità della sottrazione minorile in Giappone e il traffico istituzionalizzato</strong> di 150mila bambini che ogni anno questa induce. La società giapponese, che viola senza remore i diritti fondamentali dei bambini, teme la vergogna più di ogni altra cosa. E allora facciamola vergognare”.&nbsp;</p>



<p><strong>Fonti</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Kizuna Child-Parent Reunion, <em>Counting the Children</em>, <a href="https://www.kizuna-cpr.org/counting-the-children">https://www.kizuna-cpr.org/counting-the-children</a></li>



<li>Los Angeles Times, <em>Japan’s Custody System Leaves Left-Behind Parents Hopeless</em>, 2 ottobre 2001 – <a href="https://www.latimes.com/archives/la-xpm-2001-oct-02-mn-52341-story.html">https://www.latimes.com/archives/la-xpm-2001-oct-02-mn-52341-story.html</a></li>



<li>Parlamento Europeo, <em>Il PE lancia l&#8217;allarme sulla sottrazione di bambini giapponesi ai genitori UE</em>, 6 luglio 2020 – <a href="https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20200706IPR82720/il-pe-lancia-l-allarme-sulla-sottrazione-di-bambini-giapponesi-ai-genitori-ue">https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20200706IPR82720/il-pe-lancia-l-allarme-sulla-sottrazione-di-bambini-giapponesi-ai-genitori-ue</a></li>



<li>Università Ca&#8217; Foscari Venezia, <em>Archivio Unitesi</em>, <a href="https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/17006">https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/17006</a></li>



<li>Università Ca&#8217; Foscari Venezia, <em>Archivio Unitesi</em>, <a href="https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/8160">https://unitesi.unive.it/handle/20.500.14247/8160</a></li>



<li>CNN, <em>This country wants parents to stop abducting their own children</em>, 12 luglio 2026 – https://edition.cnn.com/2026/07/11/asia/japan-law-parental-child-abduction-intl-hnk-dst</li>



<li>BBC News, <em>Tokyo 2020: A parent&#8217;s plea in the shadow of the Olympics</em> <a href="https://www.bbc.com/news/av/world-asia-58057432">https://www.bbc.com/news/av/world-asia-58057432</a></li>



<li>BBC News, <em>Divorced couples in Japan can now share custody of their children</em> <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c77m16n6dm0o">https://www.bbc.com/news/articles/c77m16n6dm0o</a></li>



<li>Japan Today, <em>Bill to allow joint custody after divorce goes into effect</em>, <a href="https://japantoday.com/category/national/bill-to-allow-joint-custody-after-divorce-goes-into-effect">https://japantoday.com/category/national/bill-to-allow-joint-custody-after-divorce-goes-into-effect</a></li>



<li>ABC News, <em>Abducted in Japan: Hundreds of American children not returned</em>, <a href="https://abcnews.com/International/abducted-japan-hundreds-american-children-returned/story?id=12898351">https://abcnews.com/International/abducted-japan-hundreds-american-children-returned/story?id=12898351</a></li>



<li>South China Morning Post, <em>Divorced from reality? Japan’s joint custody reform divides parents</em>, <a href="https://www.scmp.com/week-asia/lifestyle-culture/article/3352549/divorced-reality-japans-joint-custody-reform-divides-parents">https://www.scmp.com/week-asia/lifestyle-culture/article/3352549/divorced-reality-japans-joint-custody-reform-divides-parents</a></li>



<li>U.S. Department of State, <em>2020 Annual Report on International Parental Child Abduction (IPCA)</em> – <a href="https://www.google.com/search?q=https://travel.state.gov/content/travel/en/International-Parental-Child-Abduction/for-providers/report-information.html">https://travel.state.gov/content/travel/en/International-Parental-Child-Abduction/for-providers/report-information.html</a></li>



<li>Ministry of Foreign Affairs of Japan (MOFA), <em>Implementation of the Hague Convention in Japan</em>, <a href="https://www.mofa.go.jp/fp/hr_ha/page22e_000249.html">https://www.mofa.go.jp/fp/hr_ha/page22e_000249.html</a></li>



<li>CRC Japan, <em>Child Rights Council Statistics</em>, <a href="http://www.crcjapan.com/statistics.html">http://www.crcjapan.com/statistics.html</a></li>



<li>Watanabe, Y. <em>Statements and Documentation on Child Abduction and the Custody System in Japan</em>, Scribd Document Archive, Doc ID: 516445938. Available at: <a href="https://it.scribd.com/document/516445938/000495491">https://it.scribd.com/document/516445938/000495491</a></li>



<li>UnfatheredByJapan (YouTube), <em>Leggo ai miei figli &#8211; Canale di sensibilizzazione di Michele Dall&#8217;Arno</em>, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=dl5csAmhbcE">https://www.youtube.com/watch?v=dl5csAmhbcE</a></li>



<li>Kizuna CPR, “Watanabe, Yasuyuki 4-19-2013 Judicial Affairs Committee in Diet”, Youtube, Video, 15:20, https://www.youtube.com/watch?v=pjl5wELnSPc.&nbsp;</li>



<li>Marco Panzetti, Chiara Galvani, Federica Galvani, Lontani dai figli: storie di padri separati in Giappone, “Internazionale”, 2021, <a href="https://www.internazionale.it/video/"><em>https://www.internazionale.it/video/</em></a>2021/03/03/figli-separati-giappone.</li>
</ul>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/in-giappone-il-rapimento-dei-figli-e-legale-la-denuncia-di-michele-dallarno.html">“In Giappone il rapimento dei figli è legale”: la denuncia di Michele Dall’Arno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Emergenza Mediterraneo, 800 morti in tre mesi: ResQ lancia un appello per ripristinare il soccorso civile</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/emergenza-mediterraneo-800-morti-in-tre-mesi-resq-lancia-un-appello-per-ripristinare-il-soccorso-civile.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 04:56:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[ResQ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'organizzazione ResQ, dopo la perdita della nave a causa del ciclone Harry, lancia un appello per riprendere le attività di soccorso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/emergenza-mediterraneo-800-morti-in-tre-mesi-resq-lancia-un-appello-per-ripristinare-il-soccorso-civile.html">Emergenza Mediterraneo, 800 morti in tre mesi: ResQ lancia un appello per ripristinare il soccorso civile</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0153-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quasi <strong>800 migranti morti in tre mesi nel Mediterraneo</strong>, senza contare i dispersi. Sono i dati ufficiali dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) e delle agenzie umanitarie. Numeri che non sono semplici statistiche, ma vite di donne, uomini e bambini spezzate nel tentativo di raggiungere l’Europa.</p>



<p>Questi dati si inseriscono in un decennio di tragedie senza sosta. Tra il 2014 e il 2024, il Mediterraneo ha inghiottito oltre <strong>30mila persone</strong> tra morti e dispersi; un numero che, includendo i dati del 2025, sfiora ormai le <strong>33mila vittime</strong>. E che non sembra volersi fermare. Il <strong>Mediterraneo centrale </strong>si conferma, già nella prima metà del 2026, la <strong>rotta migratoria più letale al mondo. </strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ciclone Harry e la perdita di un presidio civile</strong></h2>



<p>A rendere lo scenario ancora più cupo si è aggiunto l’impatto degli eventi climatici estremi. Nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 2026, il <strong>ciclone Harry</strong> si è abbattuto sulle coste della Sicilia e del Sud Italia. La furia della tempesta (con venti che hanno superato i 100 km/h) ha causato mareggiate distruttive e gravi impatti costieri. La nave dell&#8217;organizzazione umanitaria <strong>ResQ – People Saving People</strong>, imbarcazione che ha salvato 1.500 persone, si trovava ad Augusta e <strong>non è stata risparmiata da onde alte dieci metri </strong>che hanno spezzato gli ormeggi. La nave, salpata per la prima volta il 7 agosto 2021, è finita alla deriva, riportando un grave danno allo scafo, che l&#8217;ha resa inutilizzabile. Con il mezzo fuori uso, la capacità di risposta della società civile ha subito un colpo durissimo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-523564" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024-600x338.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/TOMMASO_MONTALDO_DJI_0024.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Tommaso Montaldo</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&#8220;Insieme, torniamo in mare&#8221;</strong></h2>



<p>“Abbiamo perso un’imbarcazione, non la ragione per cui l’avevamo messa in mare”, ha dichiarato <strong>Luciano Scalettari</strong>, cofondatore e presidente di ResQ. “Nel Mediterraneo pochi minuti possono fare la differenza tra un salvataggio e una strage”.</p>



<p>Da questa convinzione è nata la campagna <strong><a href="https://resq.it/">“Insieme, torniamo in mare”</a></strong>. L’obiettivo è acquistare una nuova nave e ripristinare il presidio in mare. La campagna si articola attraverso diverse iniziative solidali per coinvolgere la cittadinanza sui social e il mondo della cultura; come l’asta di oggetti sulla piattaforma online&nbsp;<a href="https://www.charitystars.com/tag/resq-asta-insieme-torniamo-in-mare-2026">Charity Stars</a>, che metterà in vendita oggetti simbolici appartenuti alla ResQPeople e strumenti di bordo utilizzati durante le missioni di ricerca e soccorso. Alcuni di questi oggetti sono inoltre montati su supporti in legno recuperato dai barconi naufragati sulle coste siciliane, lavorato dalla cooperativa sociale&nbsp;<em>Rò La Formichina</em>&nbsp;(Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII). La parte principale dei fondi raccolti è destinata all&#8217;acquisto di un&#8217;imbarcazione capace di soccorrere fino a 80 persone.</p>



<p>&#8220;Ogni giorno in cui ResQ non è presente nel Mediterraneo&#8221;, conclude Scalettari, &#8220;è un giorno in cui manca una presenza civile capace di soccorrere, testimoniare e affermare un principio semplice: nessuna persona dovrebbe morire perché non ha trovato qualcuno disposto a tenderle una mano&#8221;. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/%C2%A9Photo_Alessandro_Rocca_INSTAGRAM_alex.rocca_.69AR2_9489-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-523555"/><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Alessandro Rocca</figcaption></figure>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/emergenza-mediterraneo-800-morti-in-tre-mesi-resq-lancia-un-appello-per-ripristinare-il-soccorso-civile.html">Emergenza Mediterraneo, 800 morti in tre mesi: ResQ lancia un appello per ripristinare il soccorso civile</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 04:54:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[trattato BBNJ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="pesca" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/pesca-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le flotte industriali svuotano gli oceani, i lavoratori sono schiavizzati e le comunità costiere migrano. Serve il Trattato ONU.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-trattato-onu-sullalto-mare-esiste-solo-sulla-carta-l1-degli-oceani-protetto-tra-stragi-di-fauna-e-rotte-di-migranti.html">Il Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare esiste solo sulla carta: l&#8217;1% degli oceani protetto, tra stragi di fauna e rotte di migranti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Lo scorso 17 gennaio, l&#8217;entrata in vigore del<strong> Trattato ONU sull&#8217;Alto Mare</strong> (BBNJ) è stata celebrata come una storica vittoria per la biodiversità. Eppure, nonostante il Trattato sia formalmente legge internazionale, a oggi <strong>mancano ancora i regolamenti </strong>attuativi, le forze di monitoraggio e un regime sanzionatorio concreto. Senza la definizione di queste regole, che verranno discusse solo alla prima COP tra la fine del 2026 e l&#8217;inizio del 2027, le flotte industriali continuano a godere di un&#8217;impunità di fatto. Sfruttando questa &#8220;zona grigia&#8221;, le navi operano indisturbate, aggirando ogni controllo. </p>



<p>Secondo l&#8217;organizzazione Greenpeace, <strong>circa il 72-76% della pesca industriale mappata a livello globale non viene rilevata dai sistemi di monitoraggio </strong>pubblici, il che ne ostacola il tracciamento. La pesca industriale su larga scala si svolge in aree al di fuori della giurisdizione nazionale, con una <em>governance</em> limitata o inesistente. Di recente l&#8217;organizzazione ha documentato una serie di <strong>azioni selvagge e illegali</strong> che non compromettono solamente l&#8217;<strong>ecosistema marino</strong>, ma anche le <strong>attività economiche di interi Paesi,</strong> favorendo flussi migratori.</p>



<h2 class="wp-block-heading">In cosa consiste il Trattato</h2>



<p>Due decenni fa sono iniziati i lavori per un accordo internazionale sull’alto mare. Dopo anni di consultazioni tecniche, il <strong>19 giugno 2023</strong>, a New York, si è giunti a un accordo scritto, approvato dalle Nazioni Unite e firmato da&nbsp;<strong>145 Stati</strong>. Divenuto uno strumento <strong>giuridicamente vincolante</strong> solo due anni dopo, il Trattato è entrato effettivamente in vigore passati i 120 giorni successivi, il <strong>17 gennaio 2026</strong>. L&#8217;obiettivo dell&#8217;accordo è creare&nbsp;<strong>meccanismi efficaci per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali</strong>. Per la prima volta, gli Stati possono proporre e votare&nbsp;<strong>reti di Aree Marine Protette (AMP)</strong>&nbsp;nell’alto mare, vere e proprie zone tutelate per fauna e flora marina.</p>



<p>Come riporta l&#8217;organizzazione WWF in un <a href="https://www.wwf.it/pandanews/societa/mondo/alto-mare-entrata-in-vigore-trattato/">articolo</a>, il trattato rafforza i requisiti per le valutazioni di impatto ambientale relative alle attività marine pianificate con potenziali impatti ecologici, tra cui la pesca, il trasporto marittimo, la posa di cavi e l’estrazione di risorse, migliora la trasparenza e incoraggia la cooperazione scientifica. Inoltre, impone una ripartizione equa e giusta dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Solo l&#8217;1% degli oceani è protett</strong>o</h2>



<p>&#8220;Oggi, in alto mare, non raggiungiamo nemmeno l’1% di protezione della superficie degli oceani&#8221;, ha spiegato <strong>Ana Pascual, responsabile della campagna Oceani di Greenpeace Spagna.</strong> Il Trattato BBNJ promette di cambiare radicalmente questo scenario, consentendo la creazione di aree marine protette vincolanti. </p>



<p>Tra queste, Pascual cita la zona di convergenza delle correnti delle Canarie e della Guinea nell&#8217;Atlantico settentrionale; il Mar dei Sargassi, nell&#8217;Atlantico settentrionale; il sud del Mar di Tasman e di Lord Howe Hill, nel Pacifico meridionale e le catene montuose sottomarine di Salas y Gómez e Nazca, nel Pacifico meridionale. Gli scienziati affermano che questi santuari marini sono <strong>necessari per proteggere il 30 per cento degli oceani del mondo entro il 2030,</strong> al fine di consentire alla biodiversità di riprendersi e prosperare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Italia uno dei maggiori consumatori di squalo</h2>



<p>Di recente, le missioni operative di Greenpeace nell&#8217;<strong>Atlantico e nel Pacifico</strong> hanno documentato come il peschereccio spagnolo <em>Naboeiro</em>, operante al largo delle coste dell&#8217;Africa occidentale, issasse <strong>squali volpe</strong>, una specie protetta, sezionandoli brutalmente a bordo e gettando i resti in mare. In un&#8217;altra missione, nell’Oceano Pacifico, gli attivisti hanno dichiarato di aver assistito alla cattura di trentadue squali in una sola operazione di pesca industriale.&nbsp;Secondo l’associazione, le immagini mostrerebbero corpi senza pinne, il che potrebbe indicare una violazione della normativa europea, che vieta espressamente il finning, ovvero la pratica di tagliare le pinne degli squali a bordo, per poi rigettarli in mare.</p>



<p>Fondamentali per l&#8217;equilibrio della rete alimentare marina e il sequestro di CO2 negli oceani, anche quando la loro pesca è vietata, gli <strong>squali finiscono nelle reti come cattura accessoria,</strong> per poi essere ributtati in mare morti o morenti. Il commercio della carne di squalo non è un problema confinato ai mercati asiatici; come sottolineato da <strong>Giulia Prato, responsabile mare di WWF Italia</strong>, già nel 2024 il consumo era diffuso anche in Europa. <strong>L&#8217;Italia</strong>, in particolare, si è distinta come uno dei <strong>maggiori consumatori</strong>, spesso ignaro: la carne viene venduta sotto nomi fuorvianti come &#8220;palombo&#8221;, &#8220;gattuccio&#8221; o &#8220;vitello di mare&#8221;. Oltre alla carne, l&#8217;industria estrae valore da ogni parte dell&#8217;animale: <strong>il fegato per la cosmetica, la cartilagine per gli integratori</strong> e, soprattutto, <strong>le pinne</strong>, simbolo di status sociale in Asia. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Tonno e calamari muovono i mercati</h2>



<p>L&#8217;industria della pesca industriale è trainata principalmente dal mercato globale del tonno, che vale <a href="https://www.skyquestt.com/report/tuna-fish-market">40 miliardi di dollari</a>. Negli Stati Uniti, nel 2024, il <strong>tonno in scatola era il terzo prodotto ittico più venduto</strong>, con una previsione di ulteriore crescita. Specie come il <strong>tonno rosso</strong>, spesso vittima di pesca illegale nonostante i piani di recupero, e il <strong>tonno obeso</strong> sono sotto costante pressione, ma il problema non riguarda solo queste specie target. La pesca industriale utilizza sistemi non selettivi, come i palangari e le reti a circuizione, che mietono vittime collaterali, decimando specie migratorie come il <strong>pesce spada e il marlin.</strong></p>



<p>Nel mercato dei calamari, il numero di pescherecci della DWF (<em>Distant Water Fishing</em>) operanti nell&#8217;Oceano Indiano nordoccidentale è esploso, segnando un incremento dell&#8217;<strong>830% tra il 2015 e il 2019</strong>. Questo Far West in alto mare devasta la fauna marina con metodi disumani: specie protette vengono utilizzate come esche vive o come deterrente. Un pescatore filippino ha testimoniato come una <strong>tartaruga ferita sia stata tenuta agonizzante per tre mesi </strong>per attirare prede; in altri casi, i pescatori documentano la <strong>cattura di foche</strong>, a cui vengono estratti i denti o mangiato il fegato, e l&#8217;uccisione di <strong>delfini, usati come deterrente </strong>verso la stessa specie, per proteggere il pescato di calamari.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sistema di <strong>sfruttamento umano sistematico</strong></h2>



<p>L&#8217;UE è il primo importatore mondiale di calamari, ma ciò che arriva sulle nostre tavole è frutto di un sistema di abusi documentato dalla <em><a href="https://ejfoundation.org/reports/global-squid-report">Environmental Justice Foundation</a></em> (EJF): lavoro forzato, violenze fisiche e condizioni di vita degradanti. &#8220;I primi mesi sono stati duri, ci trattavano come maiali. Ci davano gli avanzi. Gli altri equipaggi venivano picchiati. Usavamo l&#8217;acqua di mare per bere e lavarci, quindi era molto salata. Il pane, i noodles e il latte erano tutti scaduti. Persino gli ingredienti erano esposti agli scarafaggi&#8221;, ha dichiarato un pescatore che lavorava su una nave cinese. </p>



<p>EJF chiede che il Trattato BBNJ si ponga non solo come una carta per la biodiversità, ma come un accordo necessario contro questo modello criminale. Se da un lato i <strong>lavoratori a bordo delle grandi flotte industriali vivono in condizioni di schiavitù </strong>moderna, dall&#8217;altro le <strong>popolazioni locali che praticano una pesca artigianale</strong> si vedono sottrarre ogni risorsa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il dramma senegalese: quando il mare muore, la gente parte</strong></h2>



<p>La distruzione sistematica degli ecosistemi marini non è solo un disastro ecologico, ma è un causa diretta di <strong>migrazione irregolare. </strong>In Senegal, la pesca su piccola scala genera il <strong>44% del valore aggiunto nazionale</strong>. Nel 2019, si stimava che il settore offrisse lavoro a circa 169mila persone, ovvero circa il 3,2% della forza lavoro del Paese. Nel 2023, i prodotti ittici hanno rappresentato il 10,7% delle esportazioni in termini di valore.</p>



<p>L&#8217;espansione della flotta industriale, spesso di proprietà straniera o gestita tramite opache j<em>oint venture</em> con partner locali, ha letteralmente decimato le popolazioni ittiche. La maggior parte del pesce catturato dalla flotta industriale viene esportata verso i mercati esteri, in particolare l&#8217;UE e, sempre più, la Cina, lasciando le comunità locali con un accesso limitato al pesce e peggiorando l&#8217;insicurezza alimentare.</p>



<p>Tra le testimonianze raccolte nel 2025 da <em>Environmental Justice Foundation</em> (EJF) c’è quella di Souleymane Sady, 27 anni, arrivato a Tenerife nel 2020: ”Le navi cinesi arrivavano nelle nostre zone e facevano piazza pulita. D<strong>istruggevano le nostre attrezzature, ci speronavano.</strong> Se provavi a parlare, <strong>ti gettavano addosso acqua bollente.</strong> Siamo indifesi di fronte alle loro dimensioni&#8221;. Il crollo del pescato, passato da una dieta basata sul pesce a 29 chili pro capite a soli 17,8 chili, ha spezzato il tessuto sociale delle comunità. Quando il carburante costa più di quanto renda la vendita del pesce, l&#8217;unica alternativa diventa la rotta atlantica verso le Canarie.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una delle rotte più letali al mondo</strong></h2>



<p><strong>La rotta migratoria dall&#8217;Africa occidentale alle isole Canarie è la più letale al mondo</strong>, segnata da frequenti naufragi e sparizioni. Secondo le stime dell&#8217;ONG spagnola <strong><em>Caminando Fronteras</em>, nel 2023 un totale di 3.176 migranti ha perso la vita </strong>nel tentativo di compiere questo viaggio.</p>



<p>Il naufragio di Fass Boye, con le sue 101 persone a bordo e meno di 40 sopravvissuti, è il simbolo di questa crisi. &#8220;Ho perso figli, nipoti, un nipotino&#8221;, racconta nel report un uomo che ha visto la sua famiglia inghiottita dall&#8217;oceano. &#8220;Negli ultimi tempi nessuna barca esce più in mare. Questa è la tragedia che ci sta uccidendo”. Nel 2024, il numero totale di migranti entrati irregolarmente in Spagna ha raggiunto quota <strong>63.970, più del doppio rispetto al dato del 2022. </strong>La maggior parte è arrivata nelle Isole Canarie, dove gli arrivi sono aumentati del 200% solo tra il 2022 e il 2024. </p>



<p>Il limbo tra la firma del Trattato e la sua attuazione è una condanna a morte per la biodiversità e per migliaia di esseri umani. Mentre l&#8217;UE e gli altri attori globali discutono in attesa della prima COP, tutte queste dinamiche procedono indisturbate. </p>
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		<title>Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 12:19:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[biointelligence]]></category>
		<category><![CDATA[Darpa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ambiente" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ambiente-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La nuova frontiera dello spionaggio militare passa per le piante come patate e tabacco. InsideOver ha intervistato lo scienziato Neal Stewart.</p>
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<p>Nel teatro della guerra iper-tecnologica, siamo abituati a immaginare droni, algoritmi e satelliti come i protagonisti della sorveglianza globale. Eppure, <strong>la prossima frontiera dell’intelligence militare </strong>potrebbe essere costituita da clorofilla e radici. L&#8217;obiettivo della <strong>bio-intelligence</strong> è trasformare il mondo vegetale in una rete di sensori invisibile, capillare e autosufficiente.&nbsp;</p>



<p>Per capire come potrebbero tradursi gli esperimenti in corso, <strong>InsideOver ha intervistato</strong> uno dei massimi esperti mondiali del settore, <strong><a href="https://plantsciences.tennessee.edu/racheff/">C. Neal Stewart Jr.,</a></strong> esperto di genetica molecolare vegetale, biotecnologie, biologia sintetica ed ecologia, nonché pioniere nello sviluppo dei <a href="https://www.cabidigitallibrary.org/doi/full/10.5555/20043024335">fitosensori</a> (piante modificate geneticamente in laboratorio per reagire a specifici stimoli ambientali alterando il proprio colore o la propria fluorescenza). </p>



<h2 class="wp-block-heading">In che modo la scienza sta utilizzando le piante</h2>



<p>Non potendosi muovere, le piante hanno evoluto una sensibilità estrema ai minimi cambiamenti dell&#8217;ambiente circostante. La scienza oggi è in grado di sfruttare questa capacità biologica attraverso strade diverse: dalla <strong>nanobionica vegetale</strong>, che prevede l&#8217;inserimento di nanosensori hi-tech direttamente nei tessuti, fino allo studio della <strong>flora spontanea</strong>. La strada storicamente più battuta dagli scienziati, tuttavia, è quella della <strong>biologia sintetica</strong>: la creazione di <strong>fitosensori</strong>. </p>



<p>Se nel 2017 la DARPA, l&#8217;agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca avanzata, aveva avviato il programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/advanced-plant-technologies">Advanced Plant Technologies </a><strong>(APT) </strong>focalizzandosi sulla manipolazione in laboratorio, ovvero su <strong>sentinelle geneticamente modificate per reagire a esplosivi o radiazioni</strong>, ad aprile 2026, con il lancio del nuovo programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/ex-virentia">eX Virentia (eXVi)</a>, ha cambiato rotta, puntando sulla flora naturale. Invece di modificare il DNA dei vegetali, il programma sfrutta l&#8217;intelligenza artificiale e il telerilevamento iperspettrale per decodificare le risposte biochimiche che le piante inviano spontaneamente quando esposte a minacce esterne. </p>



<p><em>InsideOver ha cercato di contattare direttamente la DARPA e i funzionari dei programmi di intelligence biologica per ottenere maggiori dettagli operativi sui progetti terminati e in corso, ma, ad oggi, nessuna delle agenzie ha risposto.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché il Pentagono studia patate e tabacco</strong></h2>



<p>Le <strong>piante </strong>producono energia autonomamente e sono in grado di rilevare segnali sotterranei attraverso le radici, così come segnali aerei attraverso le foglie. Inoltre hanno una maggiore tolleranza alle radiazioni rispetto agli animali, probabilmente perché non possono sfuggire ai pericoli. Per questo <strong>hanno sviluppato sofisticati sensori molecolari</strong> per i cambiamenti ambientali e <strong>possono essere modificate geneticamente</strong> per produrre un segnale ottico che droni e satelliti riescono a leggere a distanza.&nbsp;</p>



<p><strong>Non tutte le piante però sono adatte a diventare agenti segreti.</strong> Cercando informazioni su questo argomento, ci si imbatte in ricerche che prediligono determinati esemplari, come patate e tabacco. Il motivo è in realtà semplice: &#8220;<strong>Le piante a foglia relativamente grande e le piante più grandi in generale, funzionano meglio di quelle piccole</strong>, se si vuole &#8216;vedere&#8217; facilmente come il fogliame cambia quando la pianta rileva e segnala un mutamento ambientale”, <strong>spiega Neal Stewart. </strong></p>



<p>Inoltre, &#8220;le piante devono essere relativamente <strong>facili da ingegnerizzare e devono essere a crescita piuttosto rapida. </strong>Le piante annuali tendono ad andare &#8216;più veloci&#8217; dal seme alla visualizzazione del segnale rispetto a quelle perenni&#8221;, aggiunge. </p>



<p><strong>Il <strong>tabacco e la patata </strong>sono inoltre due specie in cui &#8220;l&#8217;<strong>ingegnerizzazione dei cloroplasti </strong></strong>(la modifica genetica delle componenti cellulari responsabili della fotosintesi, ndr) <strong>è ormai una procedura di routine&#8221;</strong>, spiega Stewart che precisa come &#8220;per il nostro progetto APT della DARPA (Phytosensors 2.0), volevamo anche avere l&#8217;ingegnerizzazione dei cloroplasti come opzione, anche se poi non abbiamo avuto bisogno di farlo&#8221;. ll team in quel caso aveva preferito inserire i circuiti genetici nel <strong>genoma nucleare</strong> della pianta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&nbsp;La patata che si illumina di verde in una zona nucleare</strong></h2>



<p>La foglia larga diventa quindi una superficie riflettente che i droni o i satelliti militari di ultima generazione possono scansionare dall&#8217;alto per leggere variazioni invisibili all&#8217;occhio umano. Ad esempio, alcune piante, come l&#8217;<em>Arabidopsis</em>, in cui sono stati individuati geni <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3394746/">sensibili al TNT </a>(trinitrotoluene), o le stesse patate, sono state modificate geneticamente per passare dal verde al bianco o per emettere precise risposte spettrali, se attivate.</p>



<p>Le <strong>piante di patate</strong>, in particolare, sono facili da coltivare in tutto il mondo e <strong>resistono a una quantità di radiazioni <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.14072">dieci volte superiore </a>a quella che ucciderebbe un essere umano</strong>. Nel <a href="https://utianews.tennessee.edu/utia-phd-student-bioengineers-potato-plant-to-detect-gamma-radiation/">progetto </a>finanziato dalla DARPA, il <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/pbi.14072#">team di Stewart </a>ha sottoposto <a href="https://www.eurekalert.org/news-releases/892146">le patate</a> a radiazioni gamma (le stesse di Fukoshima e Chernobyl) che hanno creato delle rotture nel DNA, permettendo alla pianta di diventare, in 48 ore, fluorescente. Maggiore è l&#8217;intensità della radiazione, maggiore è la fluorescenza. Sebbene invisibile all&#8217;occhio umano, questo segnale viene captato dai droni, permettendo di mappare e stimare la contaminazione dall’alto.  </p>



<p>Il lavoro del team, pubblicato nel 2023 sulla rivista <em>Plant Biotechnology Journal</em>, ha portato allo <strong>sviluppo di un fitosensore specifico per radiazioni ionizzanti </strong>(denominato <em>4xRAD51 pro event 1</em>), <strong>capace di rilevare e quantificare livelli di radiazioni a una distanza di tre metri.</strong> A differenza dei dosimetri e delle apparecchiature elettroniche tradizionali, che necessitano di alimentazione elettrica e manutenzione costante, questo sensore a base vegetale è indipendente dall&#8217;elettricità, si auto-propaga ed è in grado di autoripararsi, configurandosi come uno strumento concreto per il monitoraggio ambientale del futuro.<br></p>



<p>Un limite però risiede nel fatto che <strong>la proteina fluorescente verde (GFP) richiede di essere eccitata con luce blu o UV,</strong> un&#8217;operazione banale in laboratorio, ma più complessa in pieno sole sul campo. La soluzione più ovvia, secondo Stewart è sostituire la GFP con la betalaina, una proteina pigmentata della barbabietola che produce un colore rosso, visibile senza bisogno di alcuna fonte di eccitazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Piante usate per trovare resti umani </strong></h2>



<p>Il laboratorio di Stewart è celebre anche per le ricerche forensi sulla <strong><em>Body Farm</em> del Tennessee</strong>, dove si studia come la <strong>vegetazione nativa reagisce alla decomposizione dei corpi umani </strong>per <a href="https://www.cell.com/trends/plant-science/abstract/S1360-1385(20)30243-0">localizzare resti occultati</a>. Quando un corpo si decompone <strong>altera chimicamente il terreno circostante </strong>a causa del massiccio rilascio di azoto.</p>



<p>Qui emerge il vero spartiacque tra l&#8217;osservazione della natura selvaggia e la biologia sintetica. <strong>Rilevare minacce usando piante normali è complesso:</strong> &#8220;Il nostro lavoro su Phytosensors 2.0 ha utilizzato nello specifico la biotecnologia e la biologia sintetica per ingegnerizzare piante di patata e renderle dei sensori. Il nostro progetto sulla &#8216;body farm&#8217;, invece, ha utilizzato la vegetazione naturale che cresce nell&#8217;area boschiva della struttura per cercare di rilevare le tracce chimiche della decomposizione umana. Il primo caso è stato molto più facile da realizzare rispetto al secondo, perché i ricercatori potevano introdurre segnali e firme spettrali specifiche. Il secondo si basava sul <strong>tentativo di estrarre segnali dalle piante native, il che è stato difficilissimo</strong> e ha portato a segnali sporadici e variabili nello spazio e nel tempo”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il limite del tempo: elettronica contro biologia</strong></h2>



<p>In un&#8217;epoca di conflitti fluidi e movimenti di truppe repentini, una rete di sensori vegetali può davvero fornire dati in tempo reale? Su questo punto, Stewart frena gli entusiasmi, evidenziando la complessità delle piante: “<strong>Dipende dallo stimolo, dalla specie vegetale e dalla segnalazione dalle radici ai germogli </strong>(<em>root-to-shoot signaling</em>). Di solito non è possibile &#8216;vedere&#8217; le radici dall&#8217;alto (dai droni o dai satelliti, ndr). Pertanto, il meccanismo di segnalazione, ovvero il messaggio chimico che deve viaggiare dalle radici alle foglie e la sua efficienza sono cruciali per non perdere il segnale. È più facile se sono le foglie stesse a rilevare (ad esempio un gas nell&#8217;aria) e a segnalare. Ma la biologia è relativamente lenta se paragonata, ad esempio, all’elettronica&#8221;. </p>



<p>Quindi, a differenza dei sensori elettronici istantanei, se la minaccia è nel sottosuolo la pianta deve attivare un segnale biologico dalle radici alle foglie, rendendo la tecnologia più adatta a monitoraggi costanti nel tempo piuttosto che a operazioni militari veloci. Nei test sulle patate, le piante hanno segnalato la presenza di radiazioni <a href="https://finance.biggo.com/news/4d75e55223061437">48 ore dopo l’esposizione. </a>I fitosensori sono lenti e non sempre sensibili e presentano forti limiti stagionali. <strong>Le patate muoiono in inverno</strong>. Per ovviare a questo, la ricerca ipotizza di inserire il gene-sensore in <strong>specie sempreverdi</strong>. Ci sono comunque molti vantaggi, come l&#8217;essere in grado di autoripararsi, riprodursi e autoalimentarsi. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il boost delle nanotecnologie</strong></h2>



<p>Il fattore tempo cambia drasticamente se si interviene con le <strong>nanotecnologie.</strong> <a href="https://www.nature.com/articles/nmat4771">Ricercatori del MIT di Boston</a>, <strong>hanno trasformato comuni piante di spinacio in rilevatori di mine antiuomo </strong>inserendo nanotubi di carbonio nelle foglie. In questo modo la pianta avverte la minaccia (un gas tossico, un esplosivo) nel suolo tramite le radici e il sensore elettronico applicato sulla foglia la traduce in un dato digitale. In questo caso, la pianta impiega <strong>appena dieci minuti</strong> per assorbire dal terreno le molecole dei composti chimici degli esplosivi e lanciare un segnale fluorescente leggibile da una telecamera a infrarossi. Quest&#8217;ultima può essere collegata a un piccolo computer simile a uno smartphone, che invia un&#8217;e-mail all&#8217;utente.</p>



<p>Questa tecnologia apre scenari straordinari anche per l&#8217;uso civile, potendo monitorare le falde acquifere inquinate o lanciare allarmi precoci sulla siccità. Tuttavia, rispetto al progetto della DARPA, i nanotubi non si trasmettono di seme in seme, ma devono essere iniettati manualmente sotto ogni singola foglia. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tracciare sottomarini nemici e sopravvivere su Marte&nbsp;</strong></h2>



<p>Il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha estenso la <strong>bio-intelligence anche agli ambienti marini.</strong> Nell&#8217;ambito di un&#8217;iniziativa avviata nel 2018 per la biologia sintetica in ambienti militari, la DARPA ha lanciato il programma <a href="https://www.darpa.mil/research/programs/persistent-aquatic-living-sensors"><strong>PALS (Persistent Aquatic Living Sensors)</strong>.</a></p>



<p>L&#8217;obiettivo è <strong>creare forme di vita marine geneticamente modificate per tracciare i sottomarini nemici</strong>. Al passaggio di un mezzo subacqueo, le tracce chimiche e fisiche rilasciate scatenerebbero una modifica negli organismi marini, innescando minuscoli segnali elettrici. Monitorati da boe o sensori remoti, questi segnali verrebbero tradotti in dati tattici, trasformando i mari in una rete di sorveglianza biologica. Il programma è entrato nella sua <a href="https://www.darpa.mil/news/2020/pals-program-second-phase">seconda fase un anno dopo l&#8217;avvio.</a>&nbsp;</p>



<p>Nella prima fase, i team hanno dimostrato che gli organismi marini potevano percepire la presenza di un veicolo sottomarino (o di un fattore di disturbo) nel loro ambiente e rispondere con un segnale o altri comportamenti osservabili. Nella seconda fase, i team svilupperanno sistemi di rilevamento artificiali per osservare, registrare e interpretare le risposte degli organismi, e trasmetteranno i risultati analizzati agli utenti finali sotto forma di avvisi sintetizzati. I sistemi PALS completi saranno in grado di distinguere tra veicoli bersaglio e altre fonti di stimolo, come detriti e altri organismi marini, per limitare il numero di falsi positivi.</p>



<p>Uno<strong> scenario al momento fantascientifico in cui queste tecnologie potrebbero essere utilizzate</strong> è quello dello spazio. In una <a href="https://podcasts.apple.com/us/podcast/dr-neil-stewart-radiation-sensing-potatoes/id1006329802?i=1000772892242">recente intervista</a>, Stewart ha parlato della possibilità di <strong>missioni di lunga durata su Marte</strong>, in cui gli astronauti potrebbero affrontare impulsi di radiazioni intermittenti provenienti dalle tempeste solari. Un sensore a base di patata commestibile, da consumare dopo aver segnalato l&#8217;esposizione, o semplicemente da monitorare nell’habitat, potrebbe diventare un dosimetro biologico, ovvero uno strumento che misura le radiazioni ma che non richiede componenti elettronici. Stewart ha descritto il concetto come qualcosa di &#8220;simile a Matt Damon in The Martian&#8221;, ma con un tocco biotecnologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>&#8220;Dual-use&#8221; e dilemma etico</strong></h2>



<p>Come spesso accade con le tecnologie di frontiera, chi manipola il DNA si muove su un terreno scivoloso. L’algoritmo o la modifica genetica che permette a un contadino di sapere dall&#8217;orbita se il suo campo di patate è attaccato da un parassita o ha bisogno di acqua è, dal punto di vista tecnico, lo stesso meccanismo che segnala a un&#8217;agenzia di difesa il passaggio di un contingente nemico o la presenza di un gas letale.</p>



<p>Di fronte al rischio che queste piante possano essere utilizzare per scopi offensivi, Stewart preferisce porre l&#8217;accento esclusivamente sui risvolti civili della ricerca: &#8220;<strong>Non sarò mai un sostenitore della conversione di ampie porzioni di flora nativa in sensori ingegnerizzati.</strong> Ho studiato per anni i rischi e i benefici ecologici legati alle biotecnologie e sono molto sensibile a questi temi. Considero tutta la ricerca che abbiamo svolto come generalmente applicabile a scopi di rilevamento e segnalazione pacifici, per dirci cosa sta succedendo nel campo di un agricoltore o nell&#8217;ambiente in generale. E poi, naturalmente, i vari Paesi hanno le loro strutture normative e di governance. Sono interessato solo ad applicazioni pacifiche che non siano pericolose per le persone o per l&#8217;ecosistema. <strong>Se ci sono dei rischi, il mio laboratorio non può intraprendere la ricerca per ragioni etiche</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le aziende che investono nella bio-intelligence </h2>



<p>Sul fronte civile, diverse aziende stanno sviluppando fitosensori progettati per essere letti dai satelliti. <strong>InnerPlant</strong>, ad esempio, è una startup che collabora con colossi come John Deere e che ha già lanciato in orbita <a href="https://innerplant.com/innerplant-and-mertec-to-develop-crops-that-communicate-biological-stresses-weeks-before-problems-become-visible-to-farmers-2/">satelliti</a> dedicati esclusivamente a leggere la fluorescenza ottica delle piante di soia e mais modificate per segnalare lo stress da funghi o parassiti.  </p>



<p><strong>Inari Agriculture</strong> usa la tecnologia <a href="https://inari.com/news/forbes-gene-editing-seeds-with-crispr-is-transforming-agricultural-biotechnology/">CRISPR</a> per riprogrammare la tolleranza allo stress delle colture, mentre giganti della biologia sintetica come <strong>Ginkgo Bioworks </strong>sviluppano progetti di bio-sorveglianza stringendo <strong><a href="https://investors.ginkgobioworks.com/news/default.aspx">partnership</a> direttamente con le <a href="https://ag.ginkgo.bio/blog/producing-novel-proteins-to-control-ice-in-extreme-cold-weather-environments-with-darpa">agenzie di difesa governative</a>.</strong> Parallelamente, aziende come <strong>Planet Labs, Satellogic e Gamaya </strong>utilizzano costellazioni satellitari e intelligenza artificiale iperspettrale per decodificare lo stato biochimico e le anomalie della vegetazione in tempo reale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché le piante non fanno (ancora) la guerra</strong></h2>



<p>Per quanto riguarda il fronte militare, nonostante i budget miliardari e i test nei laboratori, <strong>non esistono ancora prove del reale utilizzo di piante nei teatri di guerra contemporanei. </strong>Da un lato c&#8217;è il segreto militare e dall’altro forse la biologia non è ancora affidabile come l&#8217;elettronica. Una siccità prolungata o un parassita locale, ad esempio, potrebbero mandare in tilt un&#8217;intera rete di fitosensori. Ecco perché, ad oggi, il Pentagono non ha mai attribuito il successo di un&#8217;operazione militare a un campo di spinaci nanobionici. Dopotutto, la biologia ha i suoi segreti e soprattutto i suoi tempi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/le-spie-di-domani-le-piante-neal-stewart-ci-spiega-la-scommessa-della-bio-intelligence.html">Le spie di domani? Le piante. Neal Stewart ci spiega la scommessa della bio-intelligence</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/messico-il-mondiale-parallelo-delle-famiglie-dei-135-mila-desaparecidos.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 12:42:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[messico]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali di calcio]]></category>
		<category><![CDATA[scomparsi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Messico" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre il Messico si appresta a dare il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026, migliaia di persone, soprattutto donne, stanno organizzando una marcia fuori dallo stadio, nella capitale del Paese. “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che dà voce a oltre 134.000 persone scomparse che lo Stato sembra &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/messico-il-mondiale-parallelo-delle-famiglie-dei-135-mila-desaparecidos.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/messico-il-mondiale-parallelo-delle-famiglie-dei-135-mila-desaparecidos.html">Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Messico" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/messico-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>Mentre il Messico si appresta a dare il via alla Coppa del Mondo FIFA 2026, migliaia di persone, soprattutto donne, stanno organizzando una marcia fuori dallo stadio, nella capitale del Paese. “Non giocate con il nostro dolore” è il loro slogan, un grido che dà voce a oltre 134.000 persone scomparse che lo Stato sembra voler dimenticare.</em></p>



<p>A partire dall&#8217;11 giugno, <strong>la capienza complessiva per i singoli match</strong> nei tre impianti messicani scelti per il torneo FIFA sarà di <strong>oltre 184mila posti:</strong> lo <strong>Stadio Azteca di Città del Messico</strong> ospita fino a 83mila spettatori, il <strong>Monterrey nel Nuevo León</strong> 53.500 e <strong>l&#8217;Akron a Jalisco, </strong>48mila. Nello stesso momento, secondo gli ultimi dati ufficiali del <a href="https://versionpublicarnpdno.segob.gob.mx/Dashboard/ContextoGeneral">Registro Nazionale</a>, <strong>le persone svanite nel nulla in Messico sono 134.845</strong> (dal 1952 ad oggi). Significa che l&#8217;esercito dei <em>desaparecidos</em> messicani potrebbe riempire da solo l&#8217;intero Stadio Azteca durante la partita inaugurale lasciando fuori ancora una folla immensa, o che da solo supererebbe di gran lunga il numero di spettatori di una partita a Monterrey riempiendo quell&#8217;impianto per due volte e mezzo.</p>



<p>“In Messico <strong>ci sono più persone scomparse di quante assisteranno alla partita inaugurale</strong> di questi Mondiali”, <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2026/06/mexico-women-searchers-planning-world-cup-protest-over-disappeared-loved-ones-must-be-protected-and-heard/">ha confermato </a><strong>Edith Olivares Ferreto</strong>, direttrice esecutiva di<strong> Amnesty International Messico</strong>. L&#8217;organizzazione supporta da anni le associazioni dei familiari degli scomparsi che, proprio in occasione dei Mondiali, hanno deciso di sfruttare i riflettori globali e l&#8217;arrivo dei turisti per rompere il silenzio su un grave problema di cui si sta occupando anche l&#8217;ONU. Per farsi ascoltare da spettatori vicini e lontani, i collettivi hanno messo in campo una serie di iniziative nelle città che ospiteranno le partite. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Città del Messico: l&#8217;<strong>Axolotl rosa presidia lo stadio</strong></h2>



<p>I collettivi impegnati nella ricerca dei desaparecidos stanno organizzando una <strong>protesta pacifica in concomitanza con il match inaugurale </strong>all’Azteca (lo stadio che consacrò l&#8217;Argentina di Maradona nel 1986). <strong>“Non giocate con il nostro dolore”</strong> è il loro slogan, un grido che trasforma i numeri dei seggiolini degli stadi nei volti di chi non c&#8217;è più. Si prevede la partecipazione di migliaia di familiari che manifesteranno in onore dei propri cari, molti dei quali reclutati con la forza dai cartelli della droga o uccisi per aver opposto resistenza.&nbsp;In Messico, le sparizioni avvengono per molteplici ragioni, spesso legate alla criminalità organizzata. I gruppi criminali utilizzano frequentemente le sparizioni come&nbsp;strumento di controllo e intimidazione.  </p>



<p>Nelle scorse settimane, sempre fuori dallo stadio di Città del Messico, sono stati affissi i manifesti con le foto degli scomparsi ed è stata avvistata anche una bizzarra mascotte, l&#8217;<strong>Ajolote Buscador</strong> (l&#8217;Axolotl cercatore), che è anche il simbolo della città in occasione dei Mondiali di calcio. Si tratta di una salamandra in grado di rigenerare quasi tutto il suo corpo se ferita e, per tale motivo, simbolo della resistenza delle famiglie che continuano a cercare i propri cari. Per rafforzare il concetto, la mascotte ha in mano una pala, attrezzo usato dai familiari per cercare i corpi. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’album di figurine degli scomparsi&nbsp;</strong>a Jalisco </h2>



<p>Nello Stato di Jalisco, il collettivo di <strong>Luz de Esperanza</strong> ha trasformato i classici avvisi di ricerca in <strong>figurine simili a quelle del celebre album ufficiale </strong>dei Mondiali, dove a indossare la maglia della nazionale messicana non sono più i calciatori, ma gli scomparsi. I manifesti sono stati affissi nei pressi del FIFA Fan Festival e nei luoghi più turistici della città di <strong>Guadalajara.</strong></p>



<p>Il gruppo non è contro l&#8217;evento sportivo ma contesta apertamente il fatto che il <strong>governo locale abbia investito milioni di pesos nei preparativi per le quattro partite</strong> della fase a gironi, ignorando la crisi umanitaria di Jalisco, epicentro del crimine organizzato messicano e, secondo&nbsp;la&nbsp;<a href="https://www.oas.org/es/cidh/informes/pdfs/2026/informe_desapariciones_mx_spa.pdf">Comisión Interamericana de Derechos Humanos</a>,&nbsp;detentrice del record nazionale di sparizioni forzate: <strong>circa <a href="https://www.latimes.com/world-nation/story/2026-05-17/nearly-1-900-vanished-in-around-guadalajara-now-world-cup-arrives">16mila</a> in appena dieci anni. </strong> &#8220;L&#8217;errore sta nello smettere di nominare coloro che devono essere nominati e nello smettere di cercare&#8221;, ha dichiarato all&#8217;agenzia EFE&nbsp;<strong>Héctor Flores</strong>, membro dell&#8217;organizzazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mondiali blindati, cittadini abbandonati</h2>



<p>Oltre ai fiumi di denaro stanziati a livello locale, a finire al centro delle polemiche è l&#8217;intera filosofia del piano di sicurezza nazionale, concepito per blindare il torneo ma non i cittadini. La strategia, battezzata <strong>piano &#8220;Kukulkán&#8221;,</strong> è nata per contenere i timori di un&#8217;escalation della violenza dei cartelli dopo la recente <a href="https://it.insideover.com/criminalita/ucciso-el-mencho-il-capo-che-fece-del-crimine-una-macchina-da-guerra.html">uccisione del leader del cartello</a> Jalisco Nueva Generación, Nemesio Oseguera Cervantes, alias <strong>El Mencio</strong>. Il piano prevede il <strong>dispiegamento massiccio di 100mila uomini </strong>tra agenti di polizia, truppe dell&#8217;esercito e sicurezza privata per la sorveglianza dello spazio aereo, marittimo, terrestre e del cyberspazio, supportata da sistemi di monitoraggio continuo e di allerta precoce.</p>



<p>Un dispiegamento di forze e tecnologie senza precedenti che stride con la realtà del territorio: proprio nello Stato di Jalisco, lo scorso gennaio, sono stati trovati centinaia di <strong>resti umani in <a href="https://it.insideover.com/politica/messico-nel-caos-la-guerra-dei-cartelli-a-pochi-mesi-dal-mondiale.html">fosse comuni.</a></strong> Il ritrovamento non si deve all&#8217;efficienza dei reparti speciali o del monitoraggio statale, ma al lavoro autogestito dei collettivi di ricerca costituiti dalle famiglie delle persone scomparse.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A <strong>Nuevo León i manifesti apposti sulle fioriere del governo </strong></h2>



<p>Anche l’associazione United Forces for Our Disappeared in Nuevo León (FUNDENL) ha presentato la sua &#8220;nazionale messicana&#8221;: una squadra di 21 &#8220;giocatori desaparecidos&#8221;, ognuno con il proprio nome, numero e la data dell&#8217;ultimo avvistamento sulla maglia. <strong>Solo nel 2026</strong>, in questo stato sono <strong>scomparse 367 persone</strong>, di cui 262 risultano ancora disperse.</p>



<p>I membri dell’associazione hanno di recente <strong>denunciato un fatto increscioso</strong>, riportato anche dalla testata messicana <em>La Jornada</em>: il <strong>tentativo del governo dello stato di Nuevo León di coprire i volti e le foto degli scomparsi </strong>nella Plaza de las y los Desaparecidos a <strong>Monterrey</strong>, nascondendoli dietro a dei grandi vasi di fiori ornamentali. Il collettivo ha definito l&#8217;azione un&#8217;offesa alla società e ha risposto <strong>affiggendo i manifesti direttamente sui vasi</strong>, mostrando un simbolico &#8220;cartellino rosso&#8221; alle autorità locali per le sistematiche omissioni nelle indagini.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra fosse comuni e narco-politica, l&#8217;Onu lancia l&#8217;allarme sul Messico</h2>



<p>Nonostante l&#8217;introduzione di meccanismi giuridici internazionali, le sparizioni forzate rimangono una ferita aperta. I collettivi sottolineano come le riforme legislative promesse non siano mai state attuate. “Otto anni dopo la creazione della Commissione locale di ricerca mancano ancora piani concreti, come l&#8217;istituzione di programmi di medicina legale presso l&#8217;Universidad Ciudadana di Nuevo León”, attacca FUNDENL. Al momento sarebbero <strong>oltre 70mila i corpi non identificati in custodia dello Stato.</strong></p>



<p>Il dramma messicano è da tempo uscito dai confini nazionali per diventare un caso internazionale. Lo scorso aprile, il comitato dell&#8217;ONU che si occupa di sparizioni (CED) ha attivato una procedura d&#8217;emergenza (l&#8217;articolo 34) e ha chiesto di <strong>portare il caso del Messico davanti all&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite</strong>. Per la CED le sparizioni in Messico non sarebbero casi isolati, ma così <strong>diffusi e sistematic</strong>i da essere definiti &#8220;crimini contro l&#8217;umanità&#8221;.</p>



<p>La presidente messicana&nbsp;<strong>Claudia Sheinbaum</strong>&nbsp;ha negato tali accuse sostenendo che per parlare di crimini contro l&#8217;umanità servirebbe una politica deliberata di attacco ai civili da parte dello Stato, mentre la colpa delle sparizioni sarebbe da imputare esclusivamente ai <strong>cartelli della droga e alla criminalità organizzat</strong>a.</p>



<p>Secondo la CED, tuttavia, ci sono prove che in molti casi <strong>i funzionari pubblici e la polizia avrebbero favorito i criminali</strong> attraverso l&#8217;omertà e la complicità. Di fronte a una crisi che le autorità locali non riescono più a gestire, l&#8217;ONU ha chiesto alla comunità internazionale di <strong>inviare in Messico aiuti finanziari e specialisti.</strong> Si vogliono mappare le fosse comuni, analizzare i resti umani non ancora identificati e indagare sui legami corrotti tra politica e narcotraffico; ma si vuole anche garantire protezione ai familiari che rischiano la vita per cercare i loro cari.</p>



<p>Nonostante la presidente del Messico abbia difeso l’operato del governo, ha comunque dovuto riconoscere i gravi ritardi delle procure locali: &#8220;È meglio che il fascicolo venga aperto dall&#8217;inizio, perché questo garantisce la ricerca&#8221;, ha dichiarato, lasciando aperta la porta a un cambio di rotta istituzionale che le famiglie degli scomparsi aspettano da anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nove &#8220;madres buscadores&#8221; su dieci subiscono violenze</h2>



<p>Le donne, le cosìdette&nbsp;<strong>madres buscadoras</strong>, sono la vera forza trainante di questa battaglia. Si organizzano, battono le strade, scavano sotto terra, visitano gli obitori e si spingono fino alle zone controllate dai cartelli per cercare le persone scomparse. Una dedizione che pagano a carissimo prezzo. </p>



<p>Secondo un <a href="https://www.amnesty.org/ru/wp-content/uploads/2025/07/AMR4193742025ENGLISH.pdf">rapporto di Amnesty International</a> relativo al 2025, il<strong> 97% delle donne impegnate nelle ricerche ha riferito di aver subito violenze. </strong>I rischi includono: <strong>minacce (45%)</strong> ed estorsioni (39%); <strong>aggressioni fisiche (27%)</strong> e sfollamento forzato (27%); <strong>torture (10%)</strong>, rapimenti (6%), violenze sessuali, ma anche omicidi. </p>



<p>Tra il 2019 e il 2024, <strong>ben 16 attivisti impegnati nelle ricerche sono stati assassinati.</strong> Tredici di loro erano donne. Madri che hanno pagato con la vita la colpa di aver cercato una verità che spesso si nasconde sotto terra, a pochi passi dagli stadi di questi Mondiali.</p>



<p>A tutto questo si aggiunge lo stigma sociale. <strong>Una donna su due viene colpevolizzata o isolata dalle autorità</strong> e persino dalle proprie comunità. Il logorio è anche economico: &#8220;Essere ricchi o poveri non è la stessa cosa&#8221;, denunciano molte madri nel report. &#8220;Se scompare un ricco la procura si muove subito; per mio figlio non riesco nemmeno a fissare un appuntamento”. Ma è anche sanitario: <strong>il 70% dichiara gravi problemi di salute </strong>fisica e mentale. Araceli Rodríguez, che cerca suo figlio da 15 anni, racconta di aver avuto difficoltà a respirare e di <strong>aver perso i denti per lo stress.&nbsp;</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Le procure aspettano tre giorni prima di denunciare una scomparsa </h2>



<p>Nonostante ciò, <strong>solo il 17% delle donne denuncia le aggressioni subite durante le ricerche</strong>, a causa della totale sfiducia nelle istituzioni e della percezione di una forte collusione tra funzionari pubblici e criminalità organizzata. Anche gli investigatori e i tecnici forensi molto spesso <a href="https://www.hrw.org/news/2026/04/22/the-stadium-of-the-disappeared">non dispongono della formazione e delle risorse</a> necessarie per svolgere il loro lavoro, mentre testimoni e vittime sono spesso terrorizzati da ritorsioni per aver collaborato alle indagini e le autorità non sono in grado o non sono disposte a proteggerli. Sebbene l&#8217;emittente <a href="https://kyma.com/news/mexico/2026/04/21/mexico-eliminates-72-hour-waiting-period-before-searching-for-missing-people/">KYMA </a>abbia recentemente riportato l&#8217;ennesima direttiva per eliminare formalmente ogni attesa, molte procure locali continuano illegalmente a chiedere alle famiglie di aspettare 72 ore prima di avviare le ricerche.</p>



<p>Ora, mentre i riflettori del mondo si accendono sugli stadi, i familiari degli scomparsi chiedono che il governo accetti l&#8217;aiuto e le tecnologie di altri Paesi. “Mentre decine di milioni di persone in tutto il mondo si preparano a seguire quella che la FIFA definisce &#8216;la più grande cerimonia di apertura del mondo&#8217;, migliaia di donne coraggiose in Messico coglieranno l&#8217;occasione per scendere in piazza e ricordare che le ricerche continuano”, conclude Edith Olivares Ferreto, di Amnesty International. </p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/messico-il-mondiale-parallelo-delle-famiglie-dei-135-mila-desaparecidos.html">Messico: il mondiale parallelo delle famiglie dei 135 mila desaparecidos</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-giornata-internazionale-dei-minori-scomparsi-a-gaza-2-900-bambini-persi-tra-le-macerie.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gaia Bonomelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 02:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra a Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nella Giornata internazionale dei bambini scomparsi, sono quasi 3000 quelli dispersi a Gaza. L’intervista a Nada Nabil, direttrice del PCMFD.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-giornata-internazionale-dei-minori-scomparsi-a-gaza-2-900-bambini-persi-tra-le-macerie.html">La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="gaza" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>Mentre il 25 maggio il mondo accende i riflettori sulla Giornata internazionale dei bambini scomparsi, a Gaza quei riflettori illuminano solo distese di macerie sotto le quali si trovano quasi tremila minori. L’intervista a </em><strong>Nada Nabil,</strong><em> direttrice del PCMFD, Centro Palestinese per gli scomparsi e le vittime di sparizione forzata. </em></p>



<p>La tragedia della famiglia Salem è iniziata lontano da casa, in uno dei tanti rifugi per sfollati della Striscia di Gaza. A giugno del 2025, spinto dall’illusione di un parziale ritiro militare, il giovane&nbsp;<strong>Mohammed Salem</strong>&nbsp;ha deciso di lasciare il rifugio per tentare di rientrare verso la propria abitazione a&nbsp;<strong>Beit Lahia</strong>, un’area a Nord di Gaza, considerata ad alto rischio. Mohammed non ha fatto più ritorno.&nbsp;</p>



<p>Nel tentativo disperato di ritrovarlo, sua madre&nbsp;<strong>Zainab Salem</strong>&nbsp;si è messa sulle sue tracce, lasciando ai familiari un ultimo biglietto per spiegare la sua decisione. Anche lei è svanita nel nulla, inghiottita dallo stesso destino del figlio. I loro nomi si sono aggiunti alla lista, sempre più lunga, delle&nbsp;<strong>persone di cui si sono perse le tracce&nbsp;</strong>nella Striscia. Tra le <strong>sette e le ottomila</strong>, secondo le ultime stime sul campo del <a href="https://pcmfd.org/?p=5207&amp;lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PCMFD</a>, Centro Palestinese per gli scomparsi e le vittime di sparizione forzata.&nbsp;</p>



<p>“Di queste <strong>2.900 sono bambini”, racconta a InsideOver&nbsp;<a href="https://www.middleeasteye.net/users/nada-nabil" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nada Nabil</a>,</strong>&nbsp;direttrice del centro. “<strong>Quasi 2.700 si ritengono intrappolati sotto le macerie</strong>, mentre di altri circa 200 si sono perse le tracce in varie zone della Striscia. Potrebbero essere vittime di&nbsp;<strong>sparizione forzata&nbsp;</strong><em>(arresti, detenzioni, rapimenti contro la propria volontà, ndr)</em>&nbsp;da parte dell&#8217;esercito israeliano o di attacchi diretti che hanno reso impossibile il recupero dei corpi nelle strade”.&nbsp;</p>



<p>In occasione della <strong>Giornata internazionale dei minori scomparsi</strong>, che ricorre ogni 25 maggio, InsideOver&nbsp;ha scelto di accendere i riflettori sull’infanzia perduta di Gaza. Qui i bambini sono le vittime più fragili di un conflitto che, nonostante il cessate il fuoco in vigore dallo scorso ottobre, mantiene la Striscia in uno stato di paralisi, impedendo il ritiro totale delle truppe e l&#8217;avvio della ricostruzione.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="773" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-773x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517570" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-773x1024.jpg 773w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-227x300.jpg 227w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-768x1017.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-1160x1536.jpg 1160w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4-600x794.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-4.jpg 1450w" sizes="auto, (max-width: 773px) 100vw, 773px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Nada Nabil</figcaption></figure>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ibrahim Abu Zaher e gli altri  </strong></h2>



<p>Il quindicenne&nbsp;<strong>Ibrahim Mohammad Abu Zaher&nbsp;</strong>è scomparso dal mese di luglio dello scorso anno, dopo essersi recato nella zona di Zikim, vicino ad un impianto di desalinizzazione dell&#8217;acqua, per ricevere aiuti umanitari. Molti bambini si sono persi in questo modo, “<strong>mentre si dirigevano verso zone ad alto rischio&nbsp;</strong>per attendere gli aiuti alimentari, spinti da livelli estremi di<strong>&nbsp;carestia</strong>”, spiega Nada Nabil. Il caso di Ibrahim è ancora sul&nbsp;<a href="https://pcmfd.org/?p=4973&amp;lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sito del PCMFD</a>. Secondo le testimonianze sarebbe stato scortato da una forza speciale israeliana verso un posto di blocco militare e poi sarebbe stato visto all&#8217;interno del centro di detenzione di Sde Teiman. Ad oggi, sempre più indizi suggeriscono che possa essere stato sottoposto a detenzione segreta e sparizione forzata.</p>



<p>Altri bambini, “in particolare quelli i cui genitori sono stati uccisi o gravemente feriti, sono stati costretti a farsi carico del sostentamento delle proprie famiglie, finendo&nbsp;<strong>uccisi dal fuoco dei carri armati&nbsp;</strong>o da colpi indiscriminati;<strong>&nbsp;i loro corpi sono rimasti in &#8220;zone rosse&#8221; inaccessibili ai familiari</strong>”, prosegue la direttrice del centro.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Altri ancora, come&nbsp;<strong>Mohammed Salem</strong>, sono scomparsi “nel tentativo di&nbsp;<strong>recuperare beni di prima necessità&nbsp;</strong>dalle proprie case in aree soggette a evacuazione forzata o vicine a combattimenti attivi”. Ci sono poi quelli “<strong>svaniti nel caos degli sfollamenti o a seguito di attacchi</strong>&nbsp;contro i propri nuclei familiari, dove alcuni membri sono stati evacuati sotto il fuoco mentre altri sono rimasti indietro, senza alcuna informazione se fossero feriti, uccisi o detenuti”.&nbsp;</p>



<p>Le famiglie che sopravvivono continuano a cercare i loro figli. I genitori di&nbsp;<strong>Ibrahim Mohammad Abu Zaher&nbsp;</strong>hanno contattato il&nbsp;CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa)&nbsp;e HaMoked, centro per la difesa dell’individuo che assiste i palestinesi che vivono sotto l&#8217;occupazione israeliana. In nessuna delle due organizzazioni è stata trovata alcuna informazione sul bambino e, ad oggi, è stato nominato un avvocato privato per seguire il caso.&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="701" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517572" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-701x1024.jpg 701w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-205x300.jpg 205w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-768x1121.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-1052x1536.jpg 1052w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2-600x876.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-2.jpg 1315w" sizes="auto, (max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Documentare l’invisibile: il lavoro del PCMFD&nbsp;</strong></h2>



<p>Nel resto del mondo, il volto di un bambino scomparso rimbalza sugli schermi dei telegiornali, invade i feed dei social media, viene affisso sui pali della luce e alle fermate degli autobus. Ogni dettaglio viene impresso nella memoria pubblica perché nessuno smetta di cercarlo.&nbsp;<strong>A Gaza</strong>, invece, le fotografie dei minori scomparsi restano sepolte nelle gallery di telefoni distrutti o sotto i resti di case polverizzate dai bombardamenti. Non ci sono appelli in TV, perché le TV non hanno più segnale. Non ci sono manifesti, perché non ci sono più muri integri su cui attaccarli.&nbsp;<strong>La ricerca</strong>&nbsp;non avviene tramite un database internazionale, ma&nbsp;<strong>attraverso il passaparola</strong>&nbsp;tra le tende degli sfollati, basato su racconti frammentari di chi ha visto un bambino sparire dietro l&#8217;angolo di un vicolo e non fare più ritorno. </p>



<p>In questo contesto si inserisce il <strong>difficile lavoro di documentazione del PCMFD</strong> che, precisa Nada Nabil: “è <strong>tuttora in corso</strong>”. Gli intensi bombardamenti hanno distrutto oltre il 70% delle abitazioni e delle infrastrutture civili in tutta Gaza, provocando l&#8217;<strong>accumulo di oltre 70 milioni di tonnellate di macerie</strong>, sotto alle quali potrebbero trovarsi anche numerosi bambini.</p>



<p>“<strong>Rintracciare&nbsp;</strong>quelli che non si trovano sotto le macerie è un&nbsp;<strong>processo arduo e a lungo termine</strong>, ostacolato dalla <strong>mancanza di elettricità e internet </strong>tra le famiglie sfollate che si spostano ripetutamente”, spiega Nada Nabil. “Per coloro che riescono a contattarci,&nbsp;<strong>documentiamo la scomparsa dei parenti utilizzando</strong>&nbsp;lo stesso meccanismo del&nbsp;<a href="https://www.ohchr.org/en/special-procedures/wg-disappearances" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie</a>. Continuiamo a&nbsp;<strong>monitorare le istituzioni&nbsp;</strong>che tengono i contatti con le autorità israeliane per ottenere elenchi di detenuti non divulgati, sebbene non siamo ancora stati in grado di confermare la sorte di alcuno degli scomparsi registrati presso di noi”.&nbsp;</p>



<p>Per prevenire la &#8220;sparizione documentale&#8221;, ovvero la cancellazione non solo fisica, ma anche legale dell’identità di una persona,&nbsp;<strong>il PCMFD registra i casi basandosi “sulle testimonianze fornite dalle famiglie</strong>&nbsp;o dagli informatori, senza richiedere documenti d&#8217;identità ufficiali. Data la situazione sul campo,&nbsp;<strong>verifichiamo questi resoconti attraverso le reti di notizie locali e i social media</strong>&nbsp;per confermare la presenza militare nell&#8217;area al momento della scomparsa”.&nbsp; È possibile dare una mano segnalando la sparizione di una persona (minorenne, ma anche adulta) sui&nbsp;<a href="https://pcmfd.org/?page_id=3024&amp;lang=en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">loro canali.</a>&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="644" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-644x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517571" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-644x1024.jpg 644w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-189x300.jpg 189w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-768x1221.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-966x1536.jpg 966w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-600x954.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil.jpg 1208w" sizes="auto, (max-width: 644px) 100vw, 644px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli ostacoli che rendono difficile contare le persone scomparse&nbsp;&nbsp;</strong></h2>



<p>I principali ostacoli che rendono difficile trovare e contare le persone scomparse sono dati in primo luogo “dal&nbsp;<strong>rifiuto di Israele di comunicare i nomi dei detenuti</strong>&nbsp;a organizzazioni specializzate come il CICR e il&nbsp;<strong>divieto di accesso alle prigioni</strong>&nbsp;per tutta la durata della guerra”. Un altro ostacolo, secondo Nada Nabil, è rappresentato dal fatto che “il&nbsp;<strong>controllo militare israeliano</strong>&nbsp;su oltre metà della Striscia rende virtualmente&nbsp;<strong>impossibile la ricerca e la documentazione in queste aree</strong>, dove sospettiamo si trovino centinaia di scomparsi”. E ancora, “la&nbsp;<strong>grave carenza di macchinari pesanti impedisce la rimozione delle macerie e il recupero dei corpi</strong>&nbsp;per determinare la loro sorte”.&nbsp;</p>



<p>Oltre al controllo militare, la&nbsp;<strong>distruzione delle sedi governative e il collasso di internet&nbsp;</strong>hanno contribuito a paralizzare l’aggiornamento dei database. In molti casi, la cancellazione di intere famiglie dai registri anagrafici comporta che non sia rimasto più nessuno per denunciare la scomparsa dei propri cari. Anche la&nbsp;<strong>memoria digitale è stata annientata</strong>: migliaia di smartphone, contenenti le ultime immagini e le coordinate GPS dei dispersi, sono andati distrutti o sono stati confiscati ai checkpoint, mentre il buio dei&nbsp;<strong>blackout ha spento le telecamere di sorveglianza</strong>, cancellando le prove visive di raid e rapimenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Identificare un figlio dalle fotografie del corpo decomposto&nbsp;</strong></h2>



<p>Secondo quanto riporta Nada Nabil in un suo&nbsp;<a href="https://www.middleeasteye.net/news/i-dreamed-hug-him-now-i-hope-bury-him-gazas-missing-haunt-their-families" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo</a>,&nbsp;<strong>oltre il 92% del sistema sanitario è stato distrutto</strong>, compresi&nbsp;<strong>i servizi di medicina legale&nbsp;</strong>per i resti delle persone non identificate.</p>



<p>Nel frattempo,&nbsp;<strong>il blocco israeliano</strong>&nbsp;in corso&nbsp;<strong>ha impedito l&#8217;ingresso di nuove apparecchiature forensi</strong>, tra cui<strong>&nbsp;macchine per i test del DNA</strong>. “Sul fronte della documentazione, l&#8217;identificazione dei bambini tramite documenti di identità o test del DNA esula dal nostro mandato ed è gestita dal Ministero della Salute e dalla Magistratura della Sharia”, spiega la direttrice del PCMFD.&nbsp;La mancanza di questi test condanna molti minori, troppo piccoli per ricordare il proprio nome, a restare soli al mondo, pur avendo parenti in vita. Sono i cosidetti&nbsp;<em>Wounded Child No Surviving Family (WCNSF), </em>l&#8217;acronimo coniato per definire i &#8220;bambini feriti senza alcun familiare sopravvissuto&#8221;.</p>



<p>I test del DNA servono anche a dare un nome ai resti martoriati o decomposti di chi viene recuperato sotto le macerie, dei detenuti deceduti o delle salme prelevate dai cimiteri durante le operazioni militari. Poiché tuttavia al momento a Gaza non sono disponibili queste apparecchiature, l&#8217;unico modo per identificare queste persone è che i&nbsp;<strong>parenti esaminino le fotografie dei corpi in decomposizione.</strong>&nbsp;Un processo non solo doloroso, ma anche complesso perché molto spesso i corpi vengono riconsegnati in uno stato di decomposizione tale da renderne difficile il riconoscimento. Non di rado le sepolture sono frettolose e avvengono in fosse comuni, senza poter attribuire un sesso, un’età o un nome alla persona. </p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="753" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-753x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517573" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-753x1024.jpg 753w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-221x300.jpg 221w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-768x1044.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-1130x1536.jpg 1130w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3-600x816.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/gaza-nada-nabil-3.jpg 1412w" sizes="auto, (max-width: 753px) 100vw, 753px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>“Sollecitiamo le comunità internazionali affinché Israele rilasci i bambini detenuti”</strong></h2>



<p>La famiglia di Mohammed Salem oggi vive tormentata da domande senza risposta: lui e la madre sono stati uccisi durante il tragitto verso casa, oppure sono stati arrestati e portati in un luogo&nbsp;sconosciuto? Come loro, tanti altri vivono lo stesso dramma.&nbsp;</p>



<p>“Il posto naturale di un bambino è tra le braccia dei genitori e, persino nella morte, il suo posto è una tomba dove possa essere sepolto con dignità e visitato dai propri cari”, conclude Nada Nabil. “<strong>I bambini scomparsi di Gaza sono attualmente nascosti in luoghi ignoti o sepolti sotto milioni di tonnellate di macerie</strong>: nessuna delle due condizioni è accettabile.&nbsp;<strong>Sollecitiamo la comunità internazionale</strong>&nbsp;a fare pressione su Israele affinché rilasci tutti i bambini detenuti e chiediamo l&#8217;ingresso immediato di&nbsp;<strong>macchinari pesanti</strong>&nbsp;per consentire il recupero e la degna sepoltura dei resti ancora intrappolati sotto i detriti”.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-giornata-internazionale-dei-minori-scomparsi-a-gaza-2-900-bambini-persi-tra-le-macerie.html">La Giornata internazionale dei minori scomparsi: a Gaza 2.900 bambini persi tra le macerie</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>India, il matrimonio come licenza di stupro per i mariti: l&#8217;intervista a Yogita Bhayana</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/india-il-matrimonio-come-licenza-di-stupro-per-i-mariti-lintervista-a-yogita-bhayana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 04:21:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=517383</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1074" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg 1074w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-263x300.jpeg 263w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-899x1024.jpeg 899w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-768x875.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-600x683.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1074px) 100vw, 1074px" /></p>
<p> In India se una donna nubile e una sposata subiscono uno stupro, la prima è riconosciuta come vittima, la seconda no.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/donne/india-il-matrimonio-come-licenza-di-stupro-per-i-mariti-lintervista-a-yogita-bhayana.html">India, il matrimonio come licenza di stupro per i mariti: l&#8217;intervista a Yogita Bhayana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1074" height="1223" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11.jpeg 1074w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-263x300.jpeg 263w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-899x1024.jpeg 899w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-768x875.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-600x683.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1074px) 100vw, 1074px" /></p>
<p><em>Stessa violenza, due destini giudiziari opposti. In India se una donna viene stuprata e l&#8217;aggressore è uno sconosciuto, lo Stato riconosce il reato. Ma se lo stupratore è il marito, si tratta di un &#8220;diritto coniugale”. L’intervista a Yogita Bhayana, nota attivista indiana, a capo di People Against Rapes in India (PARI).&nbsp;</em></p>



<p>In India l&#8217;identità della vittima conta più del crimine subito.&nbsp;<strong>Se una donna nubile e una sposata subiscono uno stupro</strong>, affrontano&nbsp;<strong>destini giudiziari opposti</strong>: la prima viene riconosciuta come vittima, la seconda no.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="700" height="415" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2.jpeg" alt="" class="wp-image-517384" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2.jpeg 700w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2-300x178.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-2-600x356.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p>L&#8217;<strong>India è uno degli oltre 30 Paesi</strong>, tra cui Pakistan, Afghanistan e Arabia Saudita, in cui&nbsp;<strong>lo stupro coniugale non è configurabile come un reato penale</strong>. Il Paese rimane ancorato all&#8217;articolo 375 e, nonostante il codice penale, il Bharatiya Nyaya Sanhita<em>,&nbsp;</em>sia stato aggiornato nel 2023, lo stupro continua a non essere un reato. Si tratta di un’eredità coloniale del 1860 che sostiene come<strong>&nbsp;il rapporto sessuale non consensuale di un uomo con la propria moglie non costituisce uno stupro se lei ha più di 18 anni.&nbsp;</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="960" height="717" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4.jpeg" alt="" class="wp-image-517385" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4.jpeg 960w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4-300x224.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4-768x574.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-4-600x448.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p>Negli ultimi anni, diversi&nbsp;<strong>attivisti hanno presentato ricorsi alla Corte Suprema&nbsp;</strong>chiedendo che lo stupro coniugale venisse criminalizzato. Tuttavia,&nbsp;<strong>il governo, i gruppi religiosi e gli attivisti per i diritti degli uomini&nbsp;si oppongono</strong>. Nonostante le resistenze, la Corte Suprema indiana negli ultimi anni ha preso maggiormente posizione, ad esempio ribadendo che le mogli non sono proprietà dei mariti o pubblicando un&nbsp;<a href="https://cdnbbsr.s3waas.gov.in/s3ec0490f1f4972d133619a60c30f3559e/uploads/2024/01/2024012544.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">manuale contro gli stereotipi di genere</a>&nbsp;per i giudici. Ma non basta: le donne continuano a subire violenze dai loro compagni e restano scoperte da un punto di vista legale, soffocate anche dal peso dello stigma sociale.</p>



<p>Per capire cosa significhi combattere in prima linea contro questo silenzio istituzionale, InsideOver ha intervistato&nbsp;<strong>Yogita Bhayana</strong>,&nbsp;<strong>fondatrice di PARI</strong>&nbsp;(<em>People Against Rapes in India</em>), associazione che aiuta le vittime di violenza sessuale fornendo risorse, consulenza, assistenza psicologica e legale. Da anni, Bhayana sfida i pregiudizi radicati e le leggi arcaiche per dare un volto e una voce a chi si vede negata l&#8217;autonomia sul proprio corpo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="842" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-842x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-517387" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-842x1024.jpeg 842w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-247x300.jpeg 247w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-768x934.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1-600x730.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/WhatsApp-Image-2026-05-07-at-10.12.11-1.jpeg 1078w" sizes="auto, (max-width: 842px) 100vw, 842px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come influiscono caste, patriarcato e silenzio</strong></h2>



<p>La resistenza alla criminalizzazione dello stupro coniugale affonda le radici in un terreno reso fertile da secoli di stratificazioni sociali. Secondo&nbsp;<strong>Yogita Bhayana</strong>, per capire perché lo stupro coniugale sia normalizzato, bisogna guardare oltre la camera da letto.</p>



<p>&nbsp;“La<strong>&nbsp;realtà giuridica e sociale dell’India</strong>&nbsp;riguardo allo stupro coniugale è profondamente&nbsp;<strong>plasmata dalle gerarchie di casta, dal patriarcato e dal divario tra zone rurali e urbane</strong>”, spiega l’attivista. “La violenza sessuale è una forma di&nbsp;<strong>&#8220;diritto acquisito”,</strong>&nbsp;radicata nelle strutture sociali”.</p>



<p>L&#8217;analisi di Bhayana si sposta poi sul condizionamento culturale: “<strong>Fin da piccoli</strong>, i ragazzi e le ragazze vengono socializzati a&nbsp;<strong>ruoli diseguali</strong>: i ragazzi sono incoraggiati ad affermare il dominio, mentre alle ragazze viene insegnata la sottomissione. Questo squilibrio modella il modo in cui , da adulti, vengono intesi il consenso, il controllo e il diritto di proprietà sull’altro”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, l’<strong>assenza di un&#8217;educazione sessuale</strong>&nbsp;completa “aumenta ulteriormente questo divario. I giovani si approcciano ad avere relazioni e ricevono nozioni sul consenso attraverso la disinformazione e narrazioni dannose”.</p>



<p>La mentalità patriarcale ancora molto radicata “condiziona gli uomini a vedere le donne come subordinate,&nbsp;<strong>normalizzando spesso il controllo sui loro corpi</strong>, anche all&#8217;interno del matrimonio.&nbsp;&nbsp;In molti contesti,&nbsp;<strong>specialmente dove le gerarchie di casta sono rigide</strong>, questo senso di superiorità è ulteriormente rafforzato”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Geografia del dolore: dalle metropoli alle zone rurali</strong></h2>



<p>L’<strong>appartenenza di casta e la collocazione geografica</strong>&nbsp;finiscono per alimentare un silenzio che per le vittime diventa l’unica via di sopravvivenza. Secondo Bhayana, le donne più vulnerabili sono quelle “delle comunità emarginate, inclusi i&nbsp;<strong>gruppi Dalit e tribali</strong>, che spesso subiscono le forme più dure di violenza e abbandono”. Nelle&nbsp;<strong>aree rurali&nbsp;</strong>e nelle comunità più isolate, “la violenza è spesso inserita in&nbsp;<strong>sistemi di onore, silenzio e controllo sociale</strong>. Le donne che subiscono maltrattamenti possono trovarsi ad affrontare una&nbsp;<strong>colpevolizzazione estrema, ritorsioni da parte della comunità</strong>&nbsp;e persino compromessi forzati, come, se sono nubili, il&nbsp;<strong>matrimonio con il carnefice.&nbsp;</strong>Tutto questo rende estremamente difficile denunciare qualsiasi forma di abuso”.</p>



<p><strong>Nei contesti urbani</strong>, per Bhayana, sebbene “la consapevolezza e l’accesso ai sistemi legali possano essere relativamente migliori”, le barriere persistono sotto forme diverse: “<strong>paura dell’apatia istituzionale, giudizio sociale&nbsp;</strong>e il trauma di doversi muovere in un sistema che spesso mette sotto processo le sopravvissute invece di sostenerle”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Più difficile denunciare se il carnefice è il marito</strong></h2>



<p>In entrambi i contesti, c’è un filo conduttore: “Il fatto che i carnefici siano i mariti, rende l’atto di denunciare ancora più complesso perché è&nbsp;<strong>emotivamente e psicologicamente più difficile per le donne riconoscere la violenza come abuso</strong>&nbsp;e fare qualcosa”.&nbsp;</p>



<p>Anche quando la donna elabora quanto subito dal marito come una violenza, è frenata “dalla<strong>&nbsp;vergogna e dallo stigma interiorizzato.&nbsp;</strong>Vive un senso di colpa per qualcosa che non ha commesso, teme di essere accusata, di non essere creduta o di essere umiliata e isolata a livello sociale, ma anche di essere vista dalla famiglia come un peso. In molte comunità, l&#8217;<strong>identità di una donna è legata ai concetti di &#8220;purezza&#8221; e reputazione familiare</strong>, il che porta al silenzio anche di fronte a gravi abusi”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, dal momento che in India lo stupro coniugale non è un reato penale,&nbsp;<strong>le donne non possono sporgere denuncia.&nbsp;</strong>L’unica opzione è quella di presentare una denuncia ai sensi della&nbsp;<strong>legge sulla protezione delle donne dalla violenza domestica</strong>&nbsp;(PWDVA), che riconosce gli abusi sessuali all&#8217;interno del matrimonio come una forma di violenza domestica. Tuttavia, trattandosi di una&nbsp;<strong>legge civile e non penale</strong>, l<strong>o Stato non considera l&#8217;uomo un criminale</strong>&nbsp;e il giudice può emettere ordini di protezione o risarcimenti economici, ma non può condannare il marito alla reclusione per l&#8217;atto sessuale in sé. Per la vittima, questo significa “affrontare un sistema che riconosce il danno subìto ma, paradossalmente, nega l’esistenza del reato”, spiega Bhayana.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Scarsa fiducia nelle forze di polizia</strong></h2>



<p>Quando decidono di&nbsp;<strong>denunciare</strong>, le donne trovano ancora forze dell’ordine impreparate. “Molte sopravvissute&nbsp;<strong>si avvicinano con esitazione</strong>&nbsp;per paura di essere liquidate, giudicate e ri-traumatizzate”, spiega Bhayana e prosegue: &#8220;Ci sono casi in cui le vittime prevedono di essere interrogate sulla propria condotta morale, incolpate dell&#8217;accaduto o persino scoraggiate dal presentare denuncia. Questo crea ciò che può sembrare un &#8220;processo inverso&#8221;, in cui la donna viene interrogata invece di essere sostenuta”.</p>



<p>Sebbene secondo Bhayana ci siano stati “miglioramenti in alcune regioni grazie agli sforzi di sensibilizzazione, la&nbsp;<strong>preparazione generale delle forze dell’ordine rimane disomogenea</strong>” e&nbsp;&nbsp;il divario non è solo procedurale ma attitudinale: “E’ radicato negli stessi pregiudizi sociali che normalizzano la violenza e danno priorità alla reputazione familiare rispetto ai diritti individuali”.</p>



<p>Proprio perché la maggior parte delle mogli non è nemmeno a conoscenza dello stupro coniugale, la maggioranza non denuncia mai.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Se poche denunciano, mancano i dati&nbsp;</strong></h2>



<p><a href="https://link.springer.com/article/10.1186/s12982-025-00667-7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Secondo i dati governativi</a>, circa il&nbsp;<strong>6,1% delle donne indiane&nbsp;</strong>che si sono sposate ha subito violenza sessuale. Un dato inferiore rispetto all’Uganda, che si attesta al 13%, ma superiore a quello dell&#8217;Egitto, che è del 2,5%. Ad avere maggiore probabilità di subire violenza sessuale sono le donne senza o con istruzione primaria e tra i 25 e i 35 anni. Lo stesso profilo viene delineato per i loro stupratori. “<strong>Le statistiche ufficiali catturano solo una frazione della realtà</strong>”, commenta Bhayana. “Ciò che spesso sfugge è l<strong>&#8216;enorme sommerso delle mancate denunce</strong>, causato dalla paura, dallo stigma, dalle barriere sistemiche e, cosa fondamentale, dall&#8217;<strong>onere finanziario nel cercare giustizia</strong>. Mentre alcuni casi finiscono in prima pagina, innumerevoli altri rimangono nascosti”.&nbsp;</p>



<p>Per Bhayana, oltre al giudizio della società, in molti casi sono “<strong>le famiglie a far ritirare la denuncia&nbsp;</strong>per proteggere la reputazione sociale delle donne” e quindi anche la propria. Nella società indiana il dolore di una donna diventa così negoziabile, diversamente dalla reputazione delle famiglie.</p>



<p>Le vittime che si rivolgono e si sono rivolte a PARI, esitano a denunciare “non solo per paura di non essere credute o di essere colpevolizzate, ma anche perché&nbsp;<strong>il contenzioso in India può essere costoso, estenuante&nbsp;</strong>e prosciugante a livello emotivo. Anche dove esiste un supporto legale gratuito, la consapevolezza e l&#8217;attuazione rimangono deboli, limitandone l&#8217;accesso pratico”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, la maggior parte delle donne che subiscono violenza sessuale da parte del marito non ha un posto dove andare e soldi per poter cambiare casa. La&nbsp;<a href="https://www.pib.gov.in/PressReleasePage.aspx?PRID=2246009&amp;reg=3&amp;lang=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">partecipazione delle donne alla forza lavoro</a>&nbsp;in India è in leggera risalita, ma resta una delle più basse tra le grandi economie mondiali, creando una dipendenza economica all’uomo quasi totale.&nbsp;<strong>Il 44% delle donne non lavora&nbsp;</strong>perché si occupa dei figli o degli impegni domestici. Le lavoratrici guadagnano in media il 24% in meno rispetto agli uomini, a parità di mansione e un uomo che lavora in proprio guadagna quasi&nbsp;<strong>tre volte tanto</strong>&nbsp;rispetto a una donna nelle stesse condizioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Fino alla morte: il paradosso del Chhattisgarh</strong></h2>



<p>Le autorità insistono sul fatto che esistano leggi sufficienti a proteggere le donne sposate dalla violenza sessuale. Il governo teme che rendere tale violenza un reato possa &#8220;turbare l&#8217;istituzione del matrimonio&#8221;. Ma la realtà è fatta di corpi che vengono violati a tal punto da condurli anche alla morte. Come dimostra un caso molto noto nel Paese, avvenuto nel 2024 nel Chhattisgarh;&nbsp;<strong>un uomo è stato assolto</strong>&nbsp;nonostante la&nbsp;<strong>moglie sia morta&nbsp;</strong>per perforazioni rettali e lesioni addominali causate da un atto sessuale non consensuale.&nbsp;</p>



<p>Lo stesso anno, i<strong>l governo ha dichiarato alla Corte Suprema</strong>&nbsp;che la&nbsp;<strong>criminalizzazione&nbsp;</strong>dello stupro coniugale sarebbe&nbsp;<strong>&#8220;eccessivamente severa”</strong>, mentre&nbsp;il&nbsp;<strong>Ministero dell&#8217;Interno federale</strong>&nbsp;ha affermato che &#8220;<strong>potrebbe portare a gravi perturbazioni nell&#8217;istituzione del matrimonio”</strong>. Uno dei motivi principali per cui il governo si oppone è la paura che le donne usino questa legge per vendicarsi o ricattare i mariti durante i divorzi.</p>



<p>“Riguardo al timore di &#8216;falsi casi&#8217; o della &#8216;distruzione della famiglia&#8217;, vorrei chiarire che la realtà dei fatti non è l’abuso della legge, ma l’enorme sommerso delle mancate denunce”, spiega l’attivista e prosegue: “Concentrare il dibattito sulle false accuse è pericoloso: sposta l&#8217;attenzione dalle sopravvissute e finisce per rafforzare proprio quelle barriere che impediscono di ottenere giustizia”.&nbsp;</p>



<p>Inoltre, l’idea che la criminalizzazione minacci la famiglia, per Bhayana trascura un punto fondamentale: “è<strong>&nbsp;la violenza stessa a distruggere l&#8217;integrità di una famiglia</strong>, non la responsabilità legale. Un sistema che protegge le sopravvissute e punisce i colpevoli rafforza, anziché indebolire, le fondamenta della società. La riforma legale deve essere accompagnata da una sensibilizzazione istituzionale, processi incentrati sulla vittima e meccanismi di responsabilità, affinché la prima risposta che una donna riceve sia di dignità, fiducia e sostegno, non di dubbio o colpa”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ruolo dei media e la sfida delle nuove generazioni</strong></h2>



<p>L’associazione sta però notando un cambiamento graduale: “Sempre più spesso, le donne che trovano il coraggio di parlare sono quelle che hanno accesso a una qualche forma di supporto, sia attraverso l&#8217;informazione, l&#8217;istruzione o organizzazioni come PARI che forniscono guida e assistenza legale”.</p>



<p>Oltre all’attivismo tradizionale, che potrebbe non raggiungere tutti i settori della società, “alcuni&nbsp;<strong>prodotti mediatici&nbsp;e i social media&nbsp;</strong>stanno&nbsp;<strong>entrando nelle case, evocando empatia e normalizzando conversazioni&nbsp;</strong>che altrimenti verrebbero represse”.&nbsp;</p>



<p>Tra i prodotti mediatici recenti, ha riacceso il dibattito sullo stupro coniugale la nuova serie&nbsp;<strong>Chiraiya</strong>, andata in onda su JioHotstar lo scorso marzo. La trama percorre la storia di una giovane donna che viene data in sposa a un uomo di una famiglia progressista che, la notte delle nozze, la violenta. In uno degli episodi si vede un personaggio che esorta a &#8216;<strong>scagliare una pietra contro la società’</strong>, una scena diventata virale sui social per rompere il silenzio sullo stupro coniugale.&nbsp;</p>



<p>“Prodotti simili creano visibilità, sensibilizzano e offrono un senso di esperienza condivisa, aiutando le donne a capire che&nbsp;<strong>non sono sole e che la loro voce conta”,</strong>&nbsp;commenta Bhayana.&nbsp;<strong>“</strong>Sebbene non sia una soluzione completa, la crescente intersezione tra consapevolezza, sistemi di supporto e piattaforme digitali sta lentamente permettendo a più donne di passare dal silenzio alla parola. I media possono aiutare le donne a&nbsp;<strong>vedere le proprie esperienze riflesse e convalidate</strong>, ma il cambiamento sistemico richiede sia consapevolezza che supporto istituzionale”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Crescere uomini nuovi, la base del cambiamento</strong></h2>



<p>Il lavoro della fondazione PARI si concentra anche sul coinvolgimento della società, specialmente dei più giovani: “Attraverso programmi di sensibilizzazione di genere, impegni nelle scuole e sensibilizzazione delle comunità, lavoriamo con i giovani per costruire una chiara comprensione del rispetto, del consenso e dell’uguaglianza”. L&#8217;obiettivo non è solo informare, ma “<strong>provocare un cambiamento nel pensiero</strong>, sfidando comportamenti normalizzati come la colpevolizzazione della vittima, la misoginia spicciola e la banalizzazione delle molestie, che sono i precursori di violenze più gravi”.</p>



<p>Tra gli ultimi programmi avviati da PARI c’è &#8220;<strong>WE MEN&nbsp;</strong>che “<strong>coinvolge uomini e ragazzi nella creazione di spazi sicuri</strong>, nel rispetto del consenso e nel rivestire un ruolo chiave per guidare il cambiamento di mentalità”.</p>



<p>Secondo Bhayana, affinché anche in India lo stupro coniugale possa diventare un reato, “<strong>la riforma legale e la trasformazione sociale devono andare di pari passo</strong>. Ma se devo scegliere una base di partenza, è&nbsp;<strong>il modo in cui i giovani uomini vengono cresciuti</strong>. Una sentenza della Corte può stabilire lo standard legale e inviare un messaggio forte, ma il vero cambiamento verrà dal rimodellamento degli atteggiamenti all&#8217;interno delle case, delle scuole e delle comunità”.&nbsp;</p>



<p><em>Attualmente in India la battaglia per rendere lo stupro coniugale un reato è molto accesa e, secondo i media locali, si attenderebbe una sentenza definitiva della Corte Suprema entro la fine del 2026. Per la protezione delle donne, le leggi disponibili riguardano l&#8217;omicidio per dote, i decessi per dote o i relativi tentativi ai sensi delle Sezioni 302/304-B del Codice Penale indiano, e le molestie sessuali ai sensi della Sezione 509 del Codice Penale indiano. Sono state emanate leggi speciali, come la Legge sulla protezione delle donne e sulla violenza domestica e la Legge sulla proibizione della dote. Sono disponibili linee telefoniche di assistenza per le donne in difficoltà e servizi di supporto per le vittime, come le case di accoglienza temporanea. Inoltre, sono presenti commissioni nazionali e statali per le donne vittime di violenza.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/donne/india-il-matrimonio-come-licenza-di-stupro-per-i-mariti-lintervista-a-yogita-bhayana.html">India, il matrimonio come licenza di stupro per i mariti: l&#8217;intervista a Yogita Bhayana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La metamorfosi del bracconaggio: perché oggi i parchi africani si difendono come basi paramilitari</title>
		<link>https://it.insideover.com/criminalita/la-metamorfosi-del-bracconaggio-perche-oggi-i-parchi-africani-si-difendono-come-basi-paramilitari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 03:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bracconaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="bracconaggio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per debellare il bracconaggio usati droni diurni, droni termici, sistemi di difesa ad alto potenziale, armi e speciale equipaggiamento.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/la-metamorfosi-del-bracconaggio-perche-oggi-i-parchi-africani-si-difendono-come-basi-paramilitari.html">La metamorfosi del bracconaggio: perché oggi i parchi africani si difendono come basi paramilitari</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="bracconaggio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/kruger-park-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>Il legame tra il bracconaggio e le casse delle organizzazioni terroristiche è stato, per lungo tempo, il pilastro di una narrazione d&#8217;emergenza. Si diceva che le milizie jihadiste si finanziassero quasi interamente con l&#8217;avorio, ma i dati raccontano una storia diversa: il bracconaggio non è mai stato la fonte primaria di reddito per gruppi come Al-Shabaab. </em><strong><em>Davide Bomben,</em></strong><em> esperto di conservazione ed ecoturismo della </em>Noctuam Poaching Prevention Academy,<em> ridimensiona i miti del passato e analizza il presente: un mondo dove l&#8217;avorio &#8220;vale molto meno&#8221;, il rinoceronte è diventato una fortezza inespugnabile e il crimine si è spostato su canali finanziari invisibili. Nell’articolo anche l’intervento di </em><strong><em>Ciro Troiano</em></strong><em>, responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafie LAV.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bracconaggio e armi: una narrazione da ridimensionare</strong></h2>



<p><strong>Il bracconaggio ha avuto il suo picco fra il 2010 e il 2015</strong>, con circa 1.600-1.700 rinoceronti e alcune migliaia di elefanti uccisi ogni anno. “In quel periodo sono uscite informazioni forti legate ad <strong>Al-Shabaab</strong>: si diceva che il <strong>40% del loro business derivasse dall’avorio</strong>”, racconta a Insideover <strong>Davide Bomben</strong>, che per lavoro si occupa di conservazione. Il collegamento secondo l’esperto esiste, ma va ridimensionato poiché il bracconaggio serviva a finanziare singole operazioni eclatanti, non l&#8217;intera struttura.  “Molte azioni, come l’<strong>attacco al Westgate di Nairobi nel 2013</strong>, sono legate alla <strong>matrice terroristica e supportate anche dal bracconaggio</strong>. In quegli anni l’uccisione di animali è servita a finanziare eventi criminali ma dire che <strong>il 40% dell’introito economico</strong> di questi gruppi derivi solo da questa attività è un po&#8217; <strong>eccessivo</strong>”. </p>



<p>Dalla Somalia,&nbsp;<strong>Al-Shabaab&nbsp;</strong>“si è mosso dappertutto e sicuramente&nbsp;<strong>è stato fortemente interessato al bracconaggio</strong>: imponevano delle tasse affinché questa attività potesse continuare. Tra gli altri gruppi i&nbsp;<strong>Janjaweed&nbsp;</strong>in Sudan sono accusati di fare stragi di elefanti in Camerun, nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, dove ancora c&#8217;è qualche elefante, ma il grosso dell&#8217;attività non è la rivendita delle zanne, ma la carne per alimentare le loro unità. La&nbsp;<strong>LRA</strong>, che invece lavorava in Uganda e oggi ancora opera in Sud Sudan, ha una forte implicazione di bracconaggio soprattutto legato alle realtà del Congo. Una delle grosse attività che fanno è però mettere una sorta di obolo su tutto quello che sono attività illegali di contrabbando”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come funziona la rete del bracconaggio&nbsp;</strong></h2>



<p>Non una struttura gerarchica semplice, ma&nbsp;<strong>un sistema di outsourcing criminale</strong>. Al vertice della rete di bracconaggio troviamo le&nbsp;<strong>organizzazioni “ad alto profilo</strong>, spesso legate al terrorismo, che gestiscono l’infrastruttura fornendo le armi, garantendo l&#8217;impunità territoriale attraverso la corruzione o la forza e imponendo dazi su ogni zanna che attraversa i loro confini”. A fare da tramite ci sono “i&nbsp;<strong>middlemen:&nbsp;</strong>capaci di collegare il bracconiere locale con il mercato estero. Sono loro che armano il bracconiere e muovono i soldi.”. Quando lavorava&nbsp;<strong>in Sudafrica</strong>, Bomben ha visto video di “<strong>barchine veloci che portavano le corna di rinoceronte ancora insanguinate</strong>. Scendeva un sacchetto con armi, droga e soldi, saliva il sacchetto con le corna. Perché quello è un bene che deve muoversi”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il riciclaggio: dalle &#8220;lavanderie&#8221; cinesi alla mafia italiana</strong></h2>



<p>Il discorso è diverso se si parla di denaro. Oggi il crimine ambientale è entrato nei circuiti del riciclaggio sofisticato gestito da organizzazioni cinesi o dalle mafie europee. “<strong>Il&nbsp;<em>Feiqian</em>, ovvero il&nbsp;<em>Flying Money</em></strong>, è un sistema di finanziamento potentissimo: parliamo di svariati&nbsp;<strong>milioni di dollari che non approdano da nessuna parte</strong>”, spiega l’esperto. Ad esempio, se deve avvenire una transazione tra un compratore in Asia e un venditore in Africa, il primo verserà il denaro a un broker locale, mentre il secondo riceverà la somma equivalente da un intermediario sul posto. Il debito tra i due broker verrà poi saldato scambiando proprietà, merci legali o attraverso criptovalute, senza che il denaro debba mai varcare fisicamente una frontiera.&nbsp;</p>



<p>Dietro questa architettura finanziaria operano, secondo Bomben, le <strong><em>Chinese Money Laundering Organizations</em>, </strong>multinazionali del riciclaggio che offrono servizi a basso costo e tracciabilità zero. “Ma uno dei sistemi che le organizzazioni terroristiche internazionali utilizzano maggiormente è quello del Western Union, usato come sistema di trasferimento per ripulire i soldi”. Per l’esperto <strong>la mafia italiana</strong> è “forse l&#8217;organizzazione che meglio riesce a fare <em>money laundering</em> nel mondo, aprendo ristoranti e chiudendoli dopo quattro giorni cambiando i titolari e i dipendenti. Quindi il vero problema oggi non è tanto che cos&#8217;è che fa crimine ma è come poi questo crimine viene trasformato in soldi”. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Legame gonfiato per ottenere fondi</strong></h2>



<p>Se il bracconaggio non è mai stato la prima fonte di reddito delle milizie,&nbsp;<strong>perché si è parlato per anni di un legame così stretto</strong>? Secondo Bomben, la&nbsp;<strong>necessità di raccogliere fondi o di spingere i governi all&#8217;azione</strong>&nbsp;ha portato diverse organizzazioni a calcare la mano: “Molte&nbsp;<strong>ONG</strong>, anche per far leva su qualche cosa che tocca le persone, hanno iniziato a parlare di quanto il bracconaggio potesse effettivamente finanziare le milizie. Quindi nel passato questa narrazione ha alimentato la volontà dei governi di intervenire. Non è che non ci sia stato un collegamento tra bracconaggio e milizie, ma probabilmente&nbsp;<strong>il livello di impatto che c&#8217;è stato è decisamente inferiore</strong>. È giusto parlare di sovrapposizione e di commistione del terrorismo con il bracconaggio, è scorretto o comunque non perfettamente corretto continuare a dire che questa cosa continua oggi”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’elefante vale meno di un lingotto: la nuova economia della savana</strong></h2>



<p>Alcuni fattori hanno cambiato radicalmente l&#8217;appetibilità del bracconaggio per le milizie:&nbsp;<strong>il crollo del valore dell’avorio, la fine di alcune tradizioni e l’elevato rischio nel cacciare i rinoceronti</strong>. “In questo momento il bracconaggio è in forte diminuzione ed è un aspetto molto positivo”, racconta Bomben che sostiene come gli&nbsp;<strong>elefanti&nbsp;</strong>siano sempre “meno soggetti al&nbsp;<strong>bracconaggio&nbsp;</strong>per quanto riguarda le zanne”, ma lo siano “per quanto riguarda la&nbsp;<strong>carne</strong>, perché un animale che pesa 4-5 tonnellate è cibo per molti”. Il numero di esemplari uccisi “non si avvicina neanche più ai 100mila degli anni passati, proprio perché&nbsp;<strong>sono state smantellate le organizzazioni in loco</strong>&nbsp;che facevano bracconaggio e la diminuzione del valore al chilo dell&#8217;avorio ha fatto in modo che diventasse meno interessante rispetto ad altri business”.&nbsp;</p>



<p>Se prima il <strong>valore dell’avorio</strong> si aggirava, secondo l’esperto, tra i <strong>2.500-3.000 dollari al chilogrammo, adesso è sceso a 500 dollari. </strong>“Diverso è per i rinoceronti”, spiega Bomben: “Il bracconaggio è diminuito negli anni ma ogni esemplare di animale a rischio di estinzione, come il rinoceronte nero, è un disastro per l’ecologia”.</p>



<p>Inoltre anche all&#8217;estero i governi si sono svegliati: “La&nbsp;<strong>Cina e il Vietnam</strong>&nbsp;hanno stretto i controlli e&nbsp;<strong>certe tradizioni sia locali che estere stanno scomparendo.</strong>&nbsp;Le&nbsp;<em>jambiya</em>, i pugnali rituali iraniani con impugnatura in corno di rinoceronte, ad esempio, non sono più utilizzati”. Il mercato è cambiato perché è cambiata la percezione sociale del prodotto. “È come la droga”, spiega Bomben. “Se nessuno avesse bisogno di drogarsi, ci sarebbe droga per strada? Se un oggetto ha un valore elevato, io rischio di più; se il valore scende, rischierò di meno o forse non rischierò proprio”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il corno di rinoceronte può valere più della cocaina</strong></h2>



<p>Per questo oggi le milizie puntano più sulla tassazione di merci e popolazioni, sul contrabbando di oro, di&nbsp;&nbsp;carbone vegetale e sulla gestione logistica dei flussi di droga e di migranti. Il bracconaggio è diventato marginale poiché meno redditizio e più rischioso.&nbsp;</p>



<p>Soprattutto quando si parla di&nbsp;<strong>rinoceronti</strong>, il rischio è altissimo. Mentre l&#8217;avorio svaluta, il corno ha raggiunto cifre astronomiche: “Un chilogrammo di corno può raggiungere quotazioni tra gli&nbsp;<strong>80mila e i 90mila dollari</strong>”, superando il valore della cocaina e dell’oro. Ma è proprio questa ricchezza ad averlo reso un bersaglio difficile.&nbsp;<strong>La protezione paramilitare ha trasformato i parchi in &#8220;hard targets&#8221;</strong>. I bracconieri hanno quindi spostato l&#8217;interesse verso risorse meno protette.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Vagine di leonesse e legni pregiati: il mercato nero delle superstizioni</strong></h2>



<p>Con i grandi mammiferi sotto scorta armata, le rotte del crimine colpiscono per lo più altri animali: “Il&nbsp;<strong>pangolino rimane un animale massacrato in tutta l’Africa.</strong>&nbsp;Viene ucciso per le sue&nbsp;<strong>scaglie fatte di cheratina,</strong>&nbsp;lo stesso prodotto delle corna dei rinoceronti, che vengono usate un po&#8217; per la medicina tradizionale o un po&#8217; perché con la sua carne viene realizzata una zuppa prelibata e consumata in Paesi come Cina e Vietnam”.</p>



<p>E poi ci sono&nbsp;<strong>uccelli e piante come il rosewood o il teak</strong>. “I crimini ambientali, cioè la sottrazione illegale di elementi naturalistici, sono sempre esistiti”, continua Bomben che aggiunge come, parlando di bracconaggio, faccia &#8220;più male pensare al rinoceronte o all’elefante. Probabilmente fa meno male sapere che&nbsp;<strong>è pieno di piante che vengono portate via, tagliate, uccise&nbsp;</strong>per abbellire case e palazzi di lusso per il mondo”.</p>



<p>Tuttavia, spesso sono le credenze più improbabili o pericolose ad alimentare i mercati neri. “Oggi c&#8217;è un&#8217;esplosione di richiesta di parti anatomiche, soprattutto dell’apparato riproduttivo<strong>&nbsp;delle leonesse per aumentare la fertilità delle donne</strong>”. Mentre in Vietnam, dieci anni fa, sei persone su dieci credevano che la polvere di corno di rinoceronte&nbsp;<strong>potesse curare il cancro</strong>. “Si diceva che un politico sarebbe guarito dal cancro grazie al corno di rinoceronte. In quel periodo il bracconaggio è esploso”, spiega Bomben che riporta un ulteriore esempio: “La&nbsp;<strong>Yakuza</strong>, come esempio di potere superpartes, ha un corno di rinoceronte”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bushmeat: il rischio sanitario che tocca l’Europa</strong></h2>



<p>Ma il fenomeno del&nbsp;<strong>bracconaggio ha ramificazioni che arrivano fino alle nostre tavole</strong>.&nbsp;<strong>Ciro Troiano</strong>, che nel suo report Zoomafia di LAV del 2024 analizza l&#8217;evoluzione del crimine ambientale, pone l&#8217;accento sul&nbsp;<em>bushmeat,</em>&nbsp;in cui rientra anche il pangolino. “Si tratta di un mercato in crescita che riguarda la&nbsp;<strong>carne di animali selvatici</strong>”, ha detto a InsideOver Troiano interpellato su questo aspetto. “Solo tra Africa centrale e occidentale ne vengono commercializzate cinque milioni di tonnellate l&#8217;anno: una &#8220;carneficina&#8221; che non solo minaccia le specie, ma espone l&#8217;Europa a rischi sanitari enormi. Il 75% delle nuove malattie trasmissibili sono zoonosi che hanno origine proprio in questi animali sottratti illegalmente alla natura”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’etica del mirino: tra fame, sport e speculazione</strong></h2>



<p>Per capire davvero l&#8217;entità della sfida, bisogna distinguere tra chi preme il grilletto. Quando parliamo di bracconaggio, intendiamo &#8220;<strong>l&#8217;uccisione illegale e illecita di una specie perché protetta o in un territorio protetto</strong>”. L’uccisione può essere&nbsp;<strong>speculativa, sportiva o di sussistenza.</strong>&nbsp;L’ultima avviene quando &#8220;uccido un animale per mangiarlo”, spiega Bomben che argomenta: “Se un kudu viene ucciso per strada, nessuno dice niente. Se viene ucciso in un parco nazionale o in una riserva privata, si rischia la galera perché si ha ucciso l&#8217;asset di qualcuno. Se quello stesso animale lo uccido per mangiare, avrà un valore perché sto mangiando, se lo uccido per venderlo, sto facendo lucro. Se poi quell&#8217;animale è protetto da leggi internazionali come quelle della IUCN, faccio un danno ancora più grande. In Namibia il rinoceronte nero è un asset del governo. Se lo uccido, commetto un crimine a livello governativo, non solo ambientale”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Kenya e Namibia: i casi più virtuosi</strong></h2>



<p>Nonostante la natura delle rotte criminali sia mutata, i successi nel contrasto non mancano. Il&nbsp;<strong>Kenya</strong>&nbsp;è l&#8217;esempio di come spezzare il legame opportunistico tra terrorismo e bracconaggio. “Oggi è un paese iper-virtuoso. È riuscito a combattere il bracconaggio in maniera straordinaria. Sicuramente l&#8217;attacco avvenuto a Westgate, nel centro commerciale a Nairobi nel 2013, è uno dei motivi per cui il Kenya ha attuato una moratoria straordinaria. Possiamo dire che ha quasi sconfitto momentaneamente il bracconaggio”. Nel parco dell’<strong>Amboseli,</strong>&nbsp;dove l&#8217;acqua arriva direttamente dalle montagne nevose del Kilimangiaro, “grazie a Cynthia Moss e al suo progetto di salvaguardia, ci sono elefanti con zanne gigantesche; Craig, che è morto poco tempo fa, aveva tre metri di zanne”.&nbsp;</p>



<p>Altro esempio di virtuosismo è la <strong>Namibia, </strong>dove esiste il <em>Custodianship Program: </em>“Lavoro in tre riserve private in Namibia dove abbiamo un <strong>numero elevatissimo di rinoceronti neri</strong>, dono del governo”. La riserva privata di Ongava, in Namibia, è “l’unica riserva privata dove <strong>non abbiamo dovuto tagliare le corna ai rinoceronti</strong> perché siamo considerati dal ministero dell’ambiente come un luogo quasi inviolabile. I bracconieri hanno ucciso tutto intorno a questa riserva, da noi non sono mai entrati perché hanno paura delle strategie messe in atto”. Il numero dei rinoceronti così continua ad aumentare. “Se tuteliamo questi animali nella riserve private, vuol dire che potremo avere anche più turisti che sono interessati a vedere un animale che a causa del bracconaggio ha un numerico molto basso: parliamo di 6mila esemplari in tutto il continente africano contro le quasi 16mila della specie bianca”.</p>



<p>In&nbsp;<strong>Botswana&nbsp;</strong>la situazione è a ‘metà strada’. Oggi ci sono “<strong>130mila di 460mila esemplari di elefanti di tutta l’Africa&nbsp;</strong>perché si viene puniti in modo pesante se si fa bracconaggio” Eppure, il Botswana “ha perso metà della sua popolazione di rinoceronti perché i bracconieri hanno aumentato la loro capacità e riescono ad attaccare. In questo caso è successo nel delta dell&#8217;Okavango, proprio nel periodo del Covid, dove c&#8217;era meno compenetrazione di turisti e guide”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il parco Kruger, dove i bracconieri hanno paura di entrare</strong></h2>



<p>In un altro parco nazionale in cui lavora Bomben, il Kruger, in Sudafrica c&#8217;è la <strong>più alta concentrazione di rinoceronti di tutto il continente africano</strong>. “Siamo l&#8217;unica unità privata a operare all&#8217;interno del parco nazionale con tanto di unità K9, avendo costruito anche una base paramilitare. Lavoriamo ormai da più di un decennio all&#8217;interno di questo territorio che si chiama <em>Patrol Slope.</em> Siamo arrivati di fatto a debellare il bracconaggio dei rinoceronti usando droni diurni, droni termici, sistemi di difesa ad alto potenziale, armi, persone, equipaggiamento e formazione. C’è sempre qualcuno che pattuglia, veicoli attrezzati, droni che girano, cani che latrano tutto il giorno e noi siamo sul confine. C’è stato un investimento importantissimo. <strong>Abbiamo tutte le specie della savana africana e siamo contenti di tutelarne il più possibile</strong>”. </p>



<p>Più l’area diventa un hard target, più si sposta l’interesse dei bracconieri. “Questo non vuol dire che abbiamo eliminato il bracconaggio, ma abbiamo reso il nostro un target difficile da attaccare. A 12 anni feci una promessa a mio padre che mi portò nel primo orfanotrofio per rinoceronti in Zimbabwe. Dopo aver visto un rinoceronte orfano, gli&nbsp;<strong>promisi che avrei salvato tutti i rinoceronti al mondo</strong>. Non li ho salvati tutti, ovviamente, ma posso dire di aver superato l&#8217;1% anche di quella che è la popolazione panafricana che è sotto la gestione dei nostri progetti”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dalla recinzione al confine stratificato: la strategia dei tre livelli</strong></h2>



<p>Uno dei contributi più incisivi di Davide Bomben alla strategia di tutela del Parco nazionale Kruger è stata la&nbsp;<strong>trasformazione del concetto di&nbsp;<em>fence</em></strong>&nbsp;(recinzione)&nbsp;<strong>a favore di quello di&nbsp;<em>border</em>&nbsp;</strong>(confine stratificato). Questa strategia si divide in tre livelli: &#8220;<strong>External border&nbsp;</strong>che coinvolge la comunità locale: persone pagate per monitorare il territorio intorno al parco, anche solo muovendosi a piedi o in bicicletta;&nbsp;<strong>mid-border</strong>, la zona gestita da realtà private, come la mia che rende difficile per i bracconieri capire &#8220;fin dove arriviamo&#8221; e dove potremmo essere appostati e, infine, l’i<strong>nternal border,&nbsp;</strong>gestito dai ranger del parco nazionale, sempre formati da Bomben. Questo è stato un&nbsp;<em>game changer&nbsp;</em>fortissimo. E i risultati si sono visti.&nbsp;<strong>Abbiamo tolto 4mila trappole.</strong>&nbsp;<strong>Abbiamo arrestato quattro bracconieri</strong>&nbsp;ad alto profilo e ben armati”.&nbsp;</p>



<p>Davide Bomben oggi si occupa di addestramento, di strategie e di equipaggiamento. Fa parte di un team di una decina di persone che fa formazione. Ma i ranger con cui lavora sono circa 200. “<strong>I Paesi dove lavoriamo di più sono Sudafrica, Namibia e Botswana</strong> perché sono quelli che hanno più presenza di rinoceronti, la specie che difendiamo maggiormente. Prendiamo dei ranger, molte volte gente che fa già questo mestiere o persone che devono imparare. Io mi occupo della formazione avanzata: skills tattici,  utilizzo delle armi, combattimento col coltello e la strategia che c&#8217;è dietro alle tecniche legate alla security”. </p>



<p>Le<strong>&nbsp;armi&nbsp;</strong>per i ranger sono uno strumento di tutela personale: “<strong>Non le usiamo per uccidere i bracconieri</strong>, le usiamo per far paura o per difenderci in caso di attacchi di animali. Se mentre sto pattugliando mi salta addosso un leopardo, il coltello mi aiuta in qualche modo a salvarmi la vita”.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le tattiche dei ranger tra droni termici e demoni di cartone</strong></h2>



<p>Oltre alle tecnologie più avanzate, Bomben racconta che&nbsp;<strong>spesso si sfruttano le superstizioni</strong>. “In Africa la magia nera è ancora molto forte e quindi ci spostiamo con questi cartoni, con una torcia dentro, su cui abbiamo disegnato un&nbsp;<strong>mostro chiamato Tokoloshi</strong>&nbsp;Li posizioniamo in giro e la gente, vedendolo, è convinta che quel posto sia pieno di demoni. Oppure paghiamo dei&nbsp;<em>witch doctor</em>, che sono dei dottori tradizionali, per dire che se qualcuno arriva in quella zona e fa bracconaggio, a lui o ai suoi figli capiterà un maleficio”. Un altro sistema che ha funzionato consiste nell’<strong>assumere alla riserva solamente parenti e amici stretti dell&#8217;unità antibracconaggio.</strong>&nbsp;“In questo modo se una persona fa qualcosa legato al bracconaggio, viene licenziata tutta la famiglia. Così facendo proteggiamo anche la famiglia di queste persone, che è spesso soggetta a minacce e ritorsioni”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I rischi del mestiere</strong></h2>



<p>Lo scorso 23 aprile,&nbsp;<strong>Schoeman van Jaarsveld</strong>, ambientalista e direttore della&nbsp;<em>Milk River Security</em>, è stato ucciso da un rinoceronte nero sbucato dalla vegetazione, all’interno di una riserva in Sudafrica, mentre stava monitorando l’animale. L&#8217;ambientalista conduceva pattugliamenti diurni e notturni per difendere gli animali dai criminali. Chi fa questo lavoro non è esente dai pericoli e, nonostante sia difficile che un animale che i ranger cercano di proteggere decida di attaccarli, può comunque capitare. “È successo che degli elefanti o dei rinoceronti abbiano ferito o ucciso dei ranger. Uno dei miei ragazzi più cari è andato su un albero che non ha retto il suo peso e&nbsp;<strong>il rinoceronte gli ha trafitto&nbsp;</strong>la gamba posteriore aprendogli la zona che va dal ginocchio alla natica.&nbsp;<strong>È stato un mese in ospedale</strong>&nbsp;ma mi ha detto che non avrebbe mai aperto fuoco contro il rinoceronte. Piuttosto sarebbe morto”.</p>



<p>Nonostante le altissime difese, a volte i pericoli sono esterni: “Purtroppo mi è successo di ammazzare un cane che i bracconieri ci hanno lanciato addosso. Chiudono loro la bocca con un laccio e quando sentono che c&#8217;è qualcuno, li lanciano addosso. Sono cani arrabbiati e aggressivi. Oppure siamo stati svegliati di notte nel&nbsp;&nbsp;Pilanesberg perché ci sono stati degli inserimenti di bracconieri. L’abbiamo visto col drone”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come combattere il bracconaggio&nbsp;</strong></h2>



<p>Senza un&#8217;attività fortissima di<strong>&nbsp;informazione&nbsp;</strong>sulla comunità e senza i&nbsp;<strong>progetti nel settore turistico</strong>, secondo Bomben, questo risultato non sarebbe arrivato. “<strong>Per debellare il bracconaggio l&#8217;animale vivo deve valere più di quello morto.</strong>&nbsp;Lo strumento principale è il&nbsp;<strong>turismo: porta soldi, valore</strong>&nbsp;e quella propensione verso il futuro che in Africa spesso manca. Mettere in galera i bracconieri non basta se l&#8217;alternativa è la fame: a chi ha lo stomaco vuoto non puoi chiedere di amare gli animali, ma puoi dimostrare che proteggerli conviene. Se il turismo crea benessere, le comunità smettono di essere complici e diventano il primo argine contro il crimine”.&nbsp;</p>



<p>Una volta, secondo l’esperto il parco nazionale veniva visto come “un grande recinto chiuso pieno di opportunità alimentari ed economiche ma che venivano vissute solamente dai turisti o dagli stranieri”. Oggi questi progetti che fanno sì che le comunità diventino parte integrante del sistema valoriale sulla natura. Per capirlo meglio, Bomben riporta l’esperienza nella&nbsp;<strong>scuola primaria di Makoko</strong>, Sud Africa: “Quando entrai per la prima volta feci la domanda &#8220;<strong>cosa volete fare da grandi</strong>?”; nessuno ha mai detto di lavorare al Kruger o voler fare il ranger o voler fare la guida. Dopo anni di presenza, i ragazzi a scuola hanno detto: &#8220;Voglio fare la guida&#8221;, &#8220;<strong>Voglio fare il ranger</strong>&#8220;, &#8220;Voglio occuparmi di conservazione&#8221;.</p>



<p>Oggi parchi come il Serengeti in Tanzania, il Serengeti o il Masai Mara in Kenya hanno&nbsp;<em>overtourism</em>&nbsp;e non esiste il bracconaggio. “Tutti lavorano, tutti sono contenti. C’è valore grazie al turismo. È proprio lì che noi dobbiamo imparare a tutelare le cose perché dobbiamo dare un valore.&nbsp;<strong>Se conosci ami, se ami proteggi</strong>. Se non conosci ami poco e se non ami, non proteggi niente”.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/la-metamorfosi-del-bracconaggio-perche-oggi-i-parchi-africani-si-difendono-come-basi-paramilitari.html">La metamorfosi del bracconaggio: perché oggi i parchi africani si difendono come basi paramilitari</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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