La scoperta e chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie”, in cui venivano condivise e commentate le foto di migliaia di donne a loro insaputa, ha evidenziato l’esistenza di un fenomeno sommerso e ha sollevato questioni sulla privacy e sulla tutela delle vittime. L’intervista all’avvocata Concetta Sannino e al presidente di Prometeo, Massimiliano Frassi.
Un nome innocuo, che evocava la vita di coppia, ma che in realtà racchiudeva l’orrore. Fino a pochi giorni fa Mia Moglie era un gruppo Facebook in cui si condividevano e commentavano foto di donne per lo più ignare (lo scrivevano gli autori degli scatti) di essere esposte. Una comunità pubblica cresciuta indisturbata, con oltre 32mila utenti, al pari di una città di medie dimensioni.
Un’ondata di segnalazioni a Meta e alla polizia postale ha portato alla chiusura del gruppo dopo che il suo nome è stato reso noto dalla scrittrice Carolina Capria ed è stato ripreso da numerosi media italiani. Ma la vicenda pone numerosi interrogativi: chi deve tutelare le vittime in questi casi? La tutela è mancata diffondendo il nome del gruppo? E, ancora, Mia Moglie è solo la punta dell’iceberg di un sistema in cui agisce anche la criminalità organizzata? Ne abbiamo parlato con due esperti.
Azione immediata: come denunciare correttamente
Nel caso di Mia Moglie si è agito correttamente poiché quando ci si imbatte in gruppi simili è necessario “segnalarli alla polizia postale e ai canali su cui compare la fotografia o il video in questione”, spiega l’avvocata Concetta Sannino che si occupa da anni di aiutare donne che subiscono violenza. “Se si è vittime, non bisogna cancellare le prove: screenshot, messaggi, nomi dei gruppi. Bisogna rivolgersi a un legale, a un centro antiviolenza o alla polizia postale e segnalare i contenuti su tutte le piattaforme dove sono comparsi”.
Ad aver sempre agito in tale senso è Massimiliano Frassi, che con la sua associazione, Prometeo, tutela le vittime di pedofilia. “Quando ci vengono segnalati gruppi o contenuti pedo-pornografici sul web, rispondiamo che è necessario rivolgersi direttamente alla polizia postale, l’unica autorità legittimata a svolgere indagini su questo tipo di materiale. Il nostro compito, come cittadini, è quello di “continuare a indignarci, a denunciare e a non abbassare mai la guardia, per non permettere che queste azioni diventino la normalità”.
“Polemizzare sulla visibilità è ipocrisia da social”
Sui social in molti ritengono che la diffusione del nome del gruppo non abbia tutelato le donne coinvolte, ma le abbia esposte a ulteriori sguardi indesiderati. “È un controsenso”, sostiene l’avvocata Sannino. “Il gruppo era già pubblico e accessibile a chiunque. È più importante evitare che altre donne vengano esposte e che in futuro ciò riaccada. Sarebbe anche utile che ogni immagine, prima di essere pubblicata, venisse esaminata in modo approfondito, ad esempio addestrando anche l’intelligenza artificiale in modo positivo. Inoltre l’apertura di gruppi dovrebbe essere più controllata”.
In passato, Massimiliano Frassi ha segnalato casi simili “senza troppa attenzione mediatica, per evitare di generare ulteriore curiosità o, peggio, emulazione da parte di altri utenti”. Ma, nel caso di Mia moglie, anche lui sostiene che “polemizzare sulla sua visibilità è pura ipocrisia e l’ennesima sterile polemica che si addice più ai social che a un’analisi seria del problema. In questo caso era necessario che se ne parlasse ovunque. Quelle donne non sono state rese visibili dalla nostra denuncia, ma dal fatto che qualcuno le aveva già sbattute online e forse proprio perché il gruppo era aperto e visibile a tutti, nessuno si è mai fermato a indagare a fondo sul suo contenuto prima di adesso”.
Le difficoltà della polizia postale
Ma come è possibile che il gruppo abbia agito indisturbato per anni? Sarebbe stato infatti aperto nel 2019. Secondo Frassi, la lotta al cybercrimine richiede un investimento continuo in persone e tecnologie. Per un lungo periodo le risorse non sarebbero state adeguate alla portata del problema: “La polizia postale era stata in parte smantellata con agenti preparatissimi destinati a compiti completamente diversi. Se a livello ministeriale si formasse un’équipe in grado di coordinare interventi mirati, fornendo poi alle forze dell’ordine il personale e le risorse necessarie, allora potremmo ottenere risultati significativi”.
Un passo in tal senso è stato compiuto nel 2024, quando è diventata operativa la nuova direzione centrale per la polizia scientifica e la sicurezza cibernetica, che ha assorbito e riorganizzato i compiti di coordinamento e pianificazione strategica svolti anche dagli uffici della polizia postale e delle comunicazioni.
Nonostante questo, Frassi è cauto: “La creazione di nuovi gruppi a seguito della chiusura di quelli vecchi è un problema persistente e temo che con le risorse attuali sia difficile risolverlo del tutto. Per ogni sito chiuso, ne nascono altri, specialmente nel deep web”.
Le conseguenze per Mia Moglie sono gravi
In Italia la legge punisce in modo molto severo la diffusione senza consenso di immagini intime di altre persone. Nel caso di Mia Moglie è probabile che non si configuri un singolo reato, ma più illeciti, sia penali che civili, che vanno dal revenge porn – che riguarda sia le foto che ritraggono atti sessuali, ma anche “altre parti erogene del corpo umano in condizioni e contesti tali da evocarne la sessualità” (Cassazione n. 1427/2023)- alla violazione della privacy e del diritto all’immagine, fino alla diffamazione nel caso dei commenti ai contenuti.
“Il revenge porn ha che fare con il potere, il controllo e la vendetta”, spiega Concetta Sannino. “In Italia è reato dal 2019 e la norma punisce con la reclusione da 1 a 6 anni e una multa fino a 15mila euro. La pena però aumenta se il fatto è commesso da un ex partner o da una persona legata affettivamente alla vittima. Eppure, pochissimi casi arrivano in tribunale, e ancora meno ottengono giustizia effettiva. Perché? Per paura, per vergogna, per senso di colpa da parte della vittima che si sente giudicata. Ancora oggi in troppi si chiedono: “Ma perché si è fatta fotografare?”. La domanda giusta è un’altra: “Perché qualcuno ha pensato di diffondere quella foto?”.
La ciliegina di una torta molto più grossa
L’operazione “Drop the Revenge” del 2020 aveva già messo in luce l’esistenza di canali Telegram che operavano con dinamiche simili a Mia Moglie, diffondendo contenuti intimi senza consenso. L’associazione PermessoNegato, che offre supporto tecnologico e orientamento legale alle vittime di diffusione non consensuale di materiale intimo e violenza online, ha più volte segnalato l’aumento di questi fenomeni sulle piattaforme.
“Noi di Prometeo facciamo regolarmente segnalazioni, non solo per pagine pedopornografiche, ma anche per altre tematiche pericolose. Un esempio sono i gruppi pro-anoressia che diffondono il messaggio che la magrezza estrema sia un obiettivo da raggiungere, mettendo a rischio la salute delle giovani ragazze”.
Dietro gruppi di questo tipo ci possono essere sia singoli individui che “vere e proprie organizzazioni criminali”, aggiunge Frassi. “In quest’ultimo caso si tratta spesso di traffico di esseri umani. Ci sono criminali che speculano sulle persone, e ci sono anche degli imbecilli che espongono le proprie compagne come “merce” di scambio, trasformandole in oggetti sessuali. In entrambi i casi, è fondamentale una ferma condanna sociale e un forte intervento punitivo da parte delle forze dell’ordine”.
Il problema è uno solo
Ciò che ora è importante è non lasciare sole le vittime e capire se “sanno della gravità della pubblicazione e del danno che hanno subito. È un po’ la stessa dinamica che vivono le donne vittime di maltrattamento, anche questo lo è e richiede supporto”, spiega l’avvocata.
A non rendersi conto della gravità delle proprie azioni sono di certo gli uomini che diffondono tali contenuti, che minimizzano ciò che fanno e si spalleggiano tra loro. Come possiamo quindi sperare in un mondo digitale migliore senza affrontare il vero e unico problema: l’educazione di molti uomini al rispetto e al consenso? “Serve che i genitori ne parlino con i figli e serve educazione emotiva e digitale, fin dalle scuole medie”, conclude Sannino.

