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Guerra

Tre anni di guerra in Sudan, dove anche la fame è un’arma

29 milioni di sudanesi a rischio di morte per fame, 14 milioni di persone che hanno abbandonato tutto. La realtà atroce di questa guerra.
Sudan

Esattamente da tre anni, dall’aprile del 2023, il Sudan è dilaniato da una guerra civile e la fame delle persone viene usata come arma: scorte saccheggiate, campi distrutti e mercati sotto attacco. Intanto la risposta umanitaria appare ferma. Azione contro la Fame offre cure per combattere la malnutrizione e sostiene le donne affinché possano ricevere educazione finanziaria, formazione nella conservazione e preparazione degli alimenti. “Non chiediamo più cosa mangeremo. Chiediamo chi mangerà”. In questa frase, pronunciata da una donna sfollata nel Nord Darfur, Sudan, è racchiuso il dramma di un intero popolo. Lei è una dei 29 milioni di sudanesi (oltre metà della popolazione) che da tra anni non sanno se riusciranno a rimediare un pasto per sopravvivere.

Dal 15 aprile 2023 il Sudan sta vivendo una guerra civile scoppiata tra le forze armate sudanesi (SAF) e i paramilitari delle forze di supporto rapido (RSF). Le due fazioni sono responsabili, tra le tante violazioni dei diritti umani, di una crisi alimentare senza precedenti. La fame viene utilizzata come arma strategica per indebolire l’avversario e controllare la popolazione. Ed è una “conseguenza diretta del conflitto, che sta distruggendo i mercati, interrompendo i raccolti e bloccando le rotte commerciali”, spiega Samy Guessabi, direttore in Sudan di Azione Contro la Fame, organizzazione umanitaria internazionale.

Contadini, commercianti e donne rischiano ogni giorno la vita 

Un recente rapporto redatto da Azione contro la fame, insieme ad altre quattro organizzazioni umanitarie, documenta come il tragitto del cibo dalla terra alla tavola sia diventato un percorso mortale. I contadini vengono uccisi nei campi, i raccolti bruciati e le scorte di semi distrutte o saccheggiate. I commercianti subiscono blocchi stradali e tassazioni illegali imposte dalle parti in conflitto. Ad ogni posto di blocco, viene sottratto denaro, carburante o cibo. I mercati vengono bombardati, bruciati, saccheggiati. Quando riaprono, lo fanno solo per poche ore e i venditori scavano buche nel terreno per ripararsi dai droni. Le persone sfidano il fuoco incrociato solo per produrre, comprare o trasportare cibo, mentre le cucine comunitarie, l’ultimo baluardo contro la morte, stanno chiudendo per mancanza di fondi o dimezzando le razioni. 

Quando il cibo arriva alle famiglie, è già passato attraverso tutto questo. Ma anche il costo degli alimenti funge da deterrente. A settembre, sette chilogrammi di miglio erano venduti a oltre 200 dollari e un chilo di zucchero a più di 50. Per tale ragione molte persone mangiano una sola volta al giorno e nei casi più estremi, il pasto è costituito da foglie selvatiche, erba, bucce di arachidi e mangime per animali (e quest’ultimo di recente ha iniziato ad avere un costo). Inoltre, le famiglie guidate da donne hanno il triplo delle probabilità di trovarsi in una situazione di insicurezza alimentare rispetto a quelle guidate da uomini. 

Il cibo tuttavia non è l’unico bene ad aver subito aumenti di prezzo. Quelli di fertilizzanti e pesticidi sono più che raddoppiati. Il credito formale è crollato, costringendo i contadini a ricorrere a prestiti informali che li lasciano indebitati anche quando il raccolto fallisce o viene razziato.

Nazioni Unite: “Un conflitto di atrocità”

Delle tre carestie ufficialmente riconosciute nel mondo, due sono state dichiarate proprio qui nel 2025: a El Fasher e Kadugli. Le Nazioni Unite non usano giri di parole e definiscono quella in corso una “guerra di atrocità” contro i civili. Il Sudan sta anche vivendo la più grande crisi di sfollamento del pianeta. 14 milioni di persone hanno abbandonato tutto: dieci milioni sono sfollati interni, altri quattro milioni sono fuggiti in Ciad e Sud Sudan. Per capire la portata del disastro, basta confrontarlo con i dati di Siria, dove gli sfollati sono 7 milioni e dello Yemen, dove il numero scende a 5. 

L’80% dei centri sanitari è fuori uso e il 60% dei sistemi idrici è stato distrutto. “Non sono solo numeri”, avverte Guessabi. “Le famiglie sono costrette a spostarsi ripetutamente, interrompendo cure e accesso all’acqua e al cibo, esponendo donne e bambine a un rischio altissimo di violenza di genere”.

Gli aiuti umanitari sono paralizzati

Nonostante la gravità della situazione, la risposta internazionale è lenta. Il piano di aiuti da 2,87 miliardi di dollari è finanziato solo al 16%. Nel 2025, i fondi destinati alla ricostruzione e alla “ripresa precoce” hanno raggiunto solamente l’1%. In questo scenario, Azione Contro la Fame riesce comunque a operare in Darfur, Kordofan e nelle regioni del Nilo, assistendo quasi due milioni di persone. Oltre a fornire cure contro la malnutrizione e acqua potabile, l’organizzazione scommette sulla resilienza delle donne. Eisa è una di loro. Grazie ai programmi di formazione, oggi è tornata al mercato: “Ora vendiamo cipolle, olio, okra e pomodori secchi”, racconta. 

Tuttavia, gli sforzi umanitari non basteranno senza un cambiamento politico. A tre anni dall’inizio delle ostilità, l’appello resta quello di cessare i combattimenti, aprire corridoi sicuri e stanziare risorse adeguate per fermare una delle carestie più gravi del secolo.

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