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Criminalità

La metamorfosi del bracconaggio: perché oggi i parchi africani si difendono come basi paramilitari

Per debellare il bracconaggio usati droni diurni, droni termici, sistemi di difesa ad alto potenziale, armi e speciale equipaggiamento.
bracconaggio

Il legame tra il bracconaggio e le casse delle organizzazioni terroristiche è stato, per lungo tempo, il pilastro di una narrazione d’emergenza. Si diceva che le milizie jihadiste si finanziassero quasi interamente con l’avorio, ma i dati raccontano una storia diversa: il bracconaggio non è mai stato la fonte primaria di reddito per gruppi come Al-Shabaab. Davide Bomben, esperto di conservazione ed ecoturismo della Noctuam Poaching Prevention Academy, ridimensiona i miti del passato e analizza il presente: un mondo dove l’avorio “vale molto meno”, il rinoceronte è diventato una fortezza inespugnabile e il crimine si è spostato su canali finanziari invisibili. Nell’articolo anche l’intervento di Ciro Troiano, responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafie LAV.

Bracconaggio e armi: una narrazione da ridimensionare

Il bracconaggio ha avuto il suo picco fra il 2010 e il 2015, con circa 1.600-1.700 rinoceronti e alcune migliaia di elefanti uccisi ogni anno. “In quel periodo sono uscite informazioni forti legate ad Al-Shabaab: si diceva che il 40% del loro business derivasse dall’avorio”, racconta a Insideover Davide Bomben, che per lavoro si occupa di conservazione. Il collegamento secondo l’esperto esiste, ma va ridimensionato poiché il bracconaggio serviva a finanziare singole operazioni eclatanti, non l’intera struttura.  “Molte azioni, come l’attacco al Westgate di Nairobi nel 2013, sono legate alla matrice terroristica e supportate anche dal bracconaggio. In quegli anni l’uccisione di animali è servita a finanziare eventi criminali ma dire che il 40% dell’introito economico di questi gruppi derivi solo da questa attività è un po’ eccessivo”. 

Dalla Somalia, Al-Shabaab “si è mosso dappertutto e sicuramente è stato fortemente interessato al bracconaggio: imponevano delle tasse affinché questa attività potesse continuare. Tra gli altri gruppi i Janjaweed in Sudan sono accusati di fare stragi di elefanti in Camerun, nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, dove ancora c’è qualche elefante, ma il grosso dell’attività non è la rivendita delle zanne, ma la carne per alimentare le loro unità. La LRA, che invece lavorava in Uganda e oggi ancora opera in Sud Sudan, ha una forte implicazione di bracconaggio soprattutto legato alle realtà del Congo. Una delle grosse attività che fanno è però mettere una sorta di obolo su tutto quello che sono attività illegali di contrabbando”.

Come funziona la rete del bracconaggio 

Non una struttura gerarchica semplice, ma un sistema di outsourcing criminale. Al vertice della rete di bracconaggio troviamo le organizzazioni “ad alto profilo, spesso legate al terrorismo, che gestiscono l’infrastruttura fornendo le armi, garantendo l’impunità territoriale attraverso la corruzione o la forza e imponendo dazi su ogni zanna che attraversa i loro confini”. A fare da tramite ci sono “i middlemen: capaci di collegare il bracconiere locale con il mercato estero. Sono loro che armano il bracconiere e muovono i soldi.”. Quando lavorava in Sudafrica, Bomben ha visto video di “barchine veloci che portavano le corna di rinoceronte ancora insanguinate. Scendeva un sacchetto con armi, droga e soldi, saliva il sacchetto con le corna. Perché quello è un bene che deve muoversi”. 

Il riciclaggio: dalle “lavanderie” cinesi alla mafia italiana

Il discorso è diverso se si parla di denaro. Oggi il crimine ambientale è entrato nei circuiti del riciclaggio sofisticato gestito da organizzazioni cinesi o dalle mafie europee. “Il Feiqian, ovvero il Flying Money, è un sistema di finanziamento potentissimo: parliamo di svariati milioni di dollari che non approdano da nessuna parte”, spiega l’esperto. Ad esempio, se deve avvenire una transazione tra un compratore in Asia e un venditore in Africa, il primo verserà il denaro a un broker locale, mentre il secondo riceverà la somma equivalente da un intermediario sul posto. Il debito tra i due broker verrà poi saldato scambiando proprietà, merci legali o attraverso criptovalute, senza che il denaro debba mai varcare fisicamente una frontiera. 

Dietro questa architettura finanziaria operano, secondo Bomben, le Chinese Money Laundering Organizationsmultinazionali del riciclaggio che offrono servizi a basso costo e tracciabilità zero. “Ma uno dei sistemi che le organizzazioni terroristiche internazionali utilizzano maggiormente è quello del Western Union, usato come sistema di trasferimento per ripulire i soldi”. Per l’esperto la mafia italiana è “forse l’organizzazione che meglio riesce a fare money laundering nel mondo, aprendo ristoranti e chiudendoli dopo quattro giorni cambiando i titolari e i dipendenti. Quindi il vero problema oggi non è tanto che cos’è che fa crimine ma è come poi questo crimine viene trasformato in soldi”. 

Legame gonfiato per ottenere fondi

Se il bracconaggio non è mai stato la prima fonte di reddito delle milizie, perché si è parlato per anni di un legame così stretto? Secondo Bomben, la necessità di raccogliere fondi o di spingere i governi all’azione ha portato diverse organizzazioni a calcare la mano: “Molte ONG, anche per far leva su qualche cosa che tocca le persone, hanno iniziato a parlare di quanto il bracconaggio potesse effettivamente finanziare le milizie. Quindi nel passato questa narrazione ha alimentato la volontà dei governi di intervenire. Non è che non ci sia stato un collegamento tra bracconaggio e milizie, ma probabilmente il livello di impatto che c’è stato è decisamente inferiore. È giusto parlare di sovrapposizione e di commistione del terrorismo con il bracconaggio, è scorretto o comunque non perfettamente corretto continuare a dire che questa cosa continua oggi”. 

L’elefante vale meno di un lingotto: la nuova economia della savana

Alcuni fattori hanno cambiato radicalmente l’appetibilità del bracconaggio per le milizie: il crollo del valore dell’avorio, la fine di alcune tradizioni e l’elevato rischio nel cacciare i rinoceronti. “In questo momento il bracconaggio è in forte diminuzione ed è un aspetto molto positivo”, racconta Bomben che sostiene come gli elefanti siano sempre “meno soggetti al bracconaggio per quanto riguarda le zanne”, ma lo siano “per quanto riguarda la carne, perché un animale che pesa 4-5 tonnellate è cibo per molti”. Il numero di esemplari uccisi “non si avvicina neanche più ai 100mila degli anni passati, proprio perché sono state smantellate le organizzazioni in loco che facevano bracconaggio e la diminuzione del valore al chilo dell’avorio ha fatto in modo che diventasse meno interessante rispetto ad altri business”. 

Se prima il valore dell’avorio si aggirava, secondo l’esperto, tra i 2.500-3.000 dollari al chilogrammo, adesso è sceso a 500 dollari. “Diverso è per i rinoceronti”, spiega Bomben: “Il bracconaggio è diminuito negli anni ma ogni esemplare di animale a rischio di estinzione, come il rinoceronte nero, è un disastro per l’ecologia”.

Inoltre anche all’estero i governi si sono svegliati: “La Cina e il Vietnam hanno stretto i controlli e certe tradizioni sia locali che estere stanno scomparendo. Le jambiya, i pugnali rituali iraniani con impugnatura in corno di rinoceronte, ad esempio, non sono più utilizzati”. Il mercato è cambiato perché è cambiata la percezione sociale del prodotto. “È come la droga”, spiega Bomben. “Se nessuno avesse bisogno di drogarsi, ci sarebbe droga per strada? Se un oggetto ha un valore elevato, io rischio di più; se il valore scende, rischierò di meno o forse non rischierò proprio”.

Il corno di rinoceronte può valere più della cocaina

Per questo oggi le milizie puntano più sulla tassazione di merci e popolazioni, sul contrabbando di oro, di  carbone vegetale e sulla gestione logistica dei flussi di droga e di migranti. Il bracconaggio è diventato marginale poiché meno redditizio e più rischioso. 

Soprattutto quando si parla di rinoceronti, il rischio è altissimo. Mentre l’avorio svaluta, il corno ha raggiunto cifre astronomiche: “Un chilogrammo di corno può raggiungere quotazioni tra gli 80mila e i 90mila dollari”, superando il valore della cocaina e dell’oro. Ma è proprio questa ricchezza ad averlo reso un bersaglio difficile. La protezione paramilitare ha trasformato i parchi in “hard targets”. I bracconieri hanno quindi spostato l’interesse verso risorse meno protette.

Vagine di leonesse e legni pregiati: il mercato nero delle superstizioni

Con i grandi mammiferi sotto scorta armata, le rotte del crimine colpiscono per lo più altri animali: “Il pangolino rimane un animale massacrato in tutta l’Africa. Viene ucciso per le sue scaglie fatte di cheratina, lo stesso prodotto delle corna dei rinoceronti, che vengono usate un po’ per la medicina tradizionale o un po’ perché con la sua carne viene realizzata una zuppa prelibata e consumata in Paesi come Cina e Vietnam”.

E poi ci sono uccelli e piante come il rosewood o il teak. “I crimini ambientali, cioè la sottrazione illegale di elementi naturalistici, sono sempre esistiti”, continua Bomben che aggiunge come, parlando di bracconaggio, faccia “più male pensare al rinoceronte o all’elefante. Probabilmente fa meno male sapere che è pieno di piante che vengono portate via, tagliate, uccise per abbellire case e palazzi di lusso per il mondo”.

Tuttavia, spesso sono le credenze più improbabili o pericolose ad alimentare i mercati neri. “Oggi c’è un’esplosione di richiesta di parti anatomiche, soprattutto dell’apparato riproduttivo delle leonesse per aumentare la fertilità delle donne”. Mentre in Vietnam, dieci anni fa, sei persone su dieci credevano che la polvere di corno di rinoceronte potesse curare il cancro. “Si diceva che un politico sarebbe guarito dal cancro grazie al corno di rinoceronte. In quel periodo il bracconaggio è esploso”, spiega Bomben che riporta un ulteriore esempio: “La Yakuza, come esempio di potere superpartes, ha un corno di rinoceronte”.

Bushmeat: il rischio sanitario che tocca l’Europa

Ma il fenomeno del bracconaggio ha ramificazioni che arrivano fino alle nostre tavoleCiro Troiano, che nel suo report Zoomafia di LAV del 2024 analizza l’evoluzione del crimine ambientale, pone l’accento sul bushmeat, in cui rientra anche il pangolino. “Si tratta di un mercato in crescita che riguarda la carne di animali selvatici”, ha detto a InsideOver Troiano interpellato su questo aspetto. “Solo tra Africa centrale e occidentale ne vengono commercializzate cinque milioni di tonnellate l’anno: una “carneficina” che non solo minaccia le specie, ma espone l’Europa a rischi sanitari enormi. Il 75% delle nuove malattie trasmissibili sono zoonosi che hanno origine proprio in questi animali sottratti illegalmente alla natura”.

L’etica del mirino: tra fame, sport e speculazione

Per capire davvero l’entità della sfida, bisogna distinguere tra chi preme il grilletto. Quando parliamo di bracconaggio, intendiamo “l’uccisione illegale e illecita di una specie perché protetta o in un territorio protetto”. L’uccisione può essere speculativa, sportiva o di sussistenza. L’ultima avviene quando “uccido un animale per mangiarlo”, spiega Bomben che argomenta: “Se un kudu viene ucciso per strada, nessuno dice niente. Se viene ucciso in un parco nazionale o in una riserva privata, si rischia la galera perché si ha ucciso l’asset di qualcuno. Se quello stesso animale lo uccido per mangiare, avrà un valore perché sto mangiando, se lo uccido per venderlo, sto facendo lucro. Se poi quell’animale è protetto da leggi internazionali come quelle della IUCN, faccio un danno ancora più grande. In Namibia il rinoceronte nero è un asset del governo. Se lo uccido, commetto un crimine a livello governativo, non solo ambientale”.

Kenya e Namibia: i casi più virtuosi

Nonostante la natura delle rotte criminali sia mutata, i successi nel contrasto non mancano. Il Kenya è l’esempio di come spezzare il legame opportunistico tra terrorismo e bracconaggio. “Oggi è un paese iper-virtuoso. È riuscito a combattere il bracconaggio in maniera straordinaria. Sicuramente l’attacco avvenuto a Westgate, nel centro commerciale a Nairobi nel 2013, è uno dei motivi per cui il Kenya ha attuato una moratoria straordinaria. Possiamo dire che ha quasi sconfitto momentaneamente il bracconaggio”. Nel parco dell’Amboseli, dove l’acqua arriva direttamente dalle montagne nevose del Kilimangiaro, “grazie a Cynthia Moss e al suo progetto di salvaguardia, ci sono elefanti con zanne gigantesche; Craig, che è morto poco tempo fa, aveva tre metri di zanne”. 

Altro esempio di virtuosismo è la Namibia, dove esiste il Custodianship Program: “Lavoro in tre riserve private in Namibia dove abbiamo un numero elevatissimo di rinoceronti neri, dono del governo”. La riserva privata di Ongava, in Namibia, è “l’unica riserva privata dove non abbiamo dovuto tagliare le corna ai rinoceronti perché siamo considerati dal ministero dell’ambiente come un luogo quasi inviolabile. I bracconieri hanno ucciso tutto intorno a questa riserva, da noi non sono mai entrati perché hanno paura delle strategie messe in atto”. Il numero dei rinoceronti così continua ad aumentare. “Se tuteliamo questi animali nella riserve private, vuol dire che potremo avere anche più turisti che sono interessati a vedere un animale che a causa del bracconaggio ha un numerico molto basso: parliamo di 6mila esemplari in tutto il continente africano contro le quasi 16mila della specie bianca”.

In Botswana la situazione è a ‘metà strada’. Oggi ci sono “130mila di 460mila esemplari di elefanti di tutta l’Africa perché si viene puniti in modo pesante se si fa bracconaggio” Eppure, il Botswana “ha perso metà della sua popolazione di rinoceronti perché i bracconieri hanno aumentato la loro capacità e riescono ad attaccare. In questo caso è successo nel delta dell’Okavango, proprio nel periodo del Covid, dove c’era meno compenetrazione di turisti e guide”.

Il parco Kruger, dove i bracconieri hanno paura di entrare

In un altro parco nazionale in cui lavora Bomben, il Kruger, in Sudafrica c’è la più alta concentrazione di rinoceronti di tutto il continente africano. “Siamo l’unica unità privata a operare all’interno del parco nazionale con tanto di unità K9, avendo costruito anche una base paramilitare. Lavoriamo ormai da più di un decennio all’interno di questo territorio che si chiama Patrol Slope. Siamo arrivati di fatto a debellare il bracconaggio dei rinoceronti usando droni diurni, droni termici, sistemi di difesa ad alto potenziale, armi, persone, equipaggiamento e formazione. C’è sempre qualcuno che pattuglia, veicoli attrezzati, droni che girano, cani che latrano tutto il giorno e noi siamo sul confine. C’è stato un investimento importantissimo. Abbiamo tutte le specie della savana africana e siamo contenti di tutelarne il più possibile”. 

Più l’area diventa un hard target, più si sposta l’interesse dei bracconieri. “Questo non vuol dire che abbiamo eliminato il bracconaggio, ma abbiamo reso il nostro un target difficile da attaccare. A 12 anni feci una promessa a mio padre che mi portò nel primo orfanotrofio per rinoceronti in Zimbabwe. Dopo aver visto un rinoceronte orfano, gli promisi che avrei salvato tutti i rinoceronti al mondo. Non li ho salvati tutti, ovviamente, ma posso dire di aver superato l’1% anche di quella che è la popolazione panafricana che è sotto la gestione dei nostri progetti”.

Dalla recinzione al confine stratificato: la strategia dei tre livelli

Uno dei contributi più incisivi di Davide Bomben alla strategia di tutela del Parco nazionale Kruger è stata la trasformazione del concetto di fence (recinzione) a favore di quello di border (confine stratificato). Questa strategia si divide in tre livelli: “External border che coinvolge la comunità locale: persone pagate per monitorare il territorio intorno al parco, anche solo muovendosi a piedi o in bicicletta; mid-border, la zona gestita da realtà private, come la mia che rende difficile per i bracconieri capire “fin dove arriviamo” e dove potremmo essere appostati e, infine, l’internal border, gestito dai ranger del parco nazionale, sempre formati da Bomben. Questo è stato un game changer fortissimo. E i risultati si sono visti. Abbiamo tolto 4mila trappole. Abbiamo arrestato quattro bracconieri ad alto profilo e ben armati”. 

Davide Bomben oggi si occupa di addestramento, di strategie e di equipaggiamento. Fa parte di un team di una decina di persone che fa formazione. Ma i ranger con cui lavora sono circa 200. “I Paesi dove lavoriamo di più sono Sudafrica, Namibia e Botswana perché sono quelli che hanno più presenza di rinoceronti, la specie che difendiamo maggiormente. Prendiamo dei ranger, molte volte gente che fa già questo mestiere o persone che devono imparare. Io mi occupo della formazione avanzata: skills tattici,  utilizzo delle armi, combattimento col coltello e la strategia che c’è dietro alle tecniche legate alla security”. 

Le armi per i ranger sono uno strumento di tutela personale: “Non le usiamo per uccidere i bracconieri, le usiamo per far paura o per difenderci in caso di attacchi di animali. Se mentre sto pattugliando mi salta addosso un leopardo, il coltello mi aiuta in qualche modo a salvarmi la vita”. 

Le tattiche dei ranger tra droni termici e demoni di cartone

Oltre alle tecnologie più avanzate, Bomben racconta che spesso si sfruttano le superstizioni. “In Africa la magia nera è ancora molto forte e quindi ci spostiamo con questi cartoni, con una torcia dentro, su cui abbiamo disegnato un mostro chiamato Tokoloshi Li posizioniamo in giro e la gente, vedendolo, è convinta che quel posto sia pieno di demoni. Oppure paghiamo dei witch doctor, che sono dei dottori tradizionali, per dire che se qualcuno arriva in quella zona e fa bracconaggio, a lui o ai suoi figli capiterà un maleficio”. Un altro sistema che ha funzionato consiste nell’assumere alla riserva solamente parenti e amici stretti dell’unità antibracconaggio. “In questo modo se una persona fa qualcosa legato al bracconaggio, viene licenziata tutta la famiglia. Così facendo proteggiamo anche la famiglia di queste persone, che è spesso soggetta a minacce e ritorsioni”.

I rischi del mestiere

Lo scorso 23 aprile, Schoeman van Jaarsveld, ambientalista e direttore della Milk River Security, è stato ucciso da un rinoceronte nero sbucato dalla vegetazione, all’interno di una riserva in Sudafrica, mentre stava monitorando l’animale. L’ambientalista conduceva pattugliamenti diurni e notturni per difendere gli animali dai criminali. Chi fa questo lavoro non è esente dai pericoli e, nonostante sia difficile che un animale che i ranger cercano di proteggere decida di attaccarli, può comunque capitare. “È successo che degli elefanti o dei rinoceronti abbiano ferito o ucciso dei ranger. Uno dei miei ragazzi più cari è andato su un albero che non ha retto il suo peso e il rinoceronte gli ha trafitto la gamba posteriore aprendogli la zona che va dal ginocchio alla natica. È stato un mese in ospedale ma mi ha detto che non avrebbe mai aperto fuoco contro il rinoceronte. Piuttosto sarebbe morto”.

Nonostante le altissime difese, a volte i pericoli sono esterni: “Purtroppo mi è successo di ammazzare un cane che i bracconieri ci hanno lanciato addosso. Chiudono loro la bocca con un laccio e quando sentono che c’è qualcuno, li lanciano addosso. Sono cani arrabbiati e aggressivi. Oppure siamo stati svegliati di notte nel  Pilanesberg perché ci sono stati degli inserimenti di bracconieri. L’abbiamo visto col drone”.

Come combattere il bracconaggio 

Senza un’attività fortissima di informazione sulla comunità e senza i progetti nel settore turistico, secondo Bomben, questo risultato non sarebbe arrivato. “Per debellare il bracconaggio l’animale vivo deve valere più di quello morto. Lo strumento principale è il turismo: porta soldi, valore e quella propensione verso il futuro che in Africa spesso manca. Mettere in galera i bracconieri non basta se l’alternativa è la fame: a chi ha lo stomaco vuoto non puoi chiedere di amare gli animali, ma puoi dimostrare che proteggerli conviene. Se il turismo crea benessere, le comunità smettono di essere complici e diventano il primo argine contro il crimine”. 

Una volta, secondo l’esperto il parco nazionale veniva visto come “un grande recinto chiuso pieno di opportunità alimentari ed economiche ma che venivano vissute solamente dai turisti o dagli stranieri”. Oggi questi progetti che fanno sì che le comunità diventino parte integrante del sistema valoriale sulla natura. Per capirlo meglio, Bomben riporta l’esperienza nella scuola primaria di Makoko, Sud Africa: “Quando entrai per la prima volta feci la domanda “cosa volete fare da grandi?”; nessuno ha mai detto di lavorare al Kruger o voler fare il ranger o voler fare la guida. Dopo anni di presenza, i ragazzi a scuola hanno detto: “Voglio fare la guida”, “Voglio fare il ranger“, “Voglio occuparmi di conservazione”.

Oggi parchi come il Serengeti in Tanzania, il Serengeti o il Masai Mara in Kenya hanno overtourism e non esiste il bracconaggio. “Tutti lavorano, tutti sono contenti. C’è valore grazie al turismo. È proprio lì che noi dobbiamo imparare a tutelare le cose perché dobbiamo dare un valore. Se conosci ami, se ami proteggi. Se non conosci ami poco e se non ami, non proteggi niente”. 

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