“Ho paura a chiudere gli occhi. Vedo noi che scappiamo di nuovo dalla nostra casa distrutta”. Illia ha 9 anni ed è fuggito dalla regione di Kharkiv dopo che la sua casa è stata demolita dai bombardamenti. Oggi vive con la madre in una sistemazione temporanea e “fatica a dormire perché teme di rivivere continuamente quell’esperienza”, racconta a InsideOver Piero Meda, direttore Paese WeWorld Ucraina, presente sul territorio dall’inizio del conflitto.
La storia di Illia è lo specchio di una generazione: sono circa 4,6 milioni i minori in Ucraina che vivono sotto le bombe, crescendo a intermittenza tra bunker sotterranei, allarmi che disturbano momenti di svago o di studio e il freddo (fino a –20°C) che non consente il riposo. “La salute psicologica è messa a dura prova e, per chi è senza cure parentali, manca anche un riferimento stabile”.
“Difficile per i bambini immaginarsi nel futuro”
Tutti i diritti principali, incluso quello al sonno, non sono più garantiti, perché “nessun luogo è sicuro. Se una bambina o un bambino non può dormire serenamente, viene meno la sicurezza, ma anche la continuità educativa, la possibilità di crescere in un ambiente stabile e di costruire relazioni”, spiega Meda che riferisce di un’insicurezza costante, che non colpisce solo la quotidianità dei minori, ma anche il loro corpo: “Disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, irritabilità, problemi di interazione con altri bambini ma soprattutto la difficoltà a immaginare il futuro” sono i segni più evidenti.
Se gli incubi sono il riflesso del trauma subito, il sogno a occhi aperti, ovvero la capacità di “pensarsi domani, diventa complicato”. La mente dei bambini smette di progettare, limitandosi a sopravvivere e il rischio è che tutto questo diventi la normalità di crescita di un’intera generazione. Per evitarlo, la sfida più urgente è cambiare prospettiva: “Non rispondere solo all’emergenza, ma garantire continuità educativa, supporto psicologico stabile, spazi sicuri e percorsi di inclusione sociale. Non si tratta solo di proteggere la sopravvivenza, ma di proteggere il futuro”.
L’intervento nelle zone critiche
Per rispondere a questa compressione dei diritti, WeWorld, insieme al partner locale PHK, ha scelto di agire dove il pericolo è maggiore. L’organizzazione ha attivato centri sicuri in spazi protetti e sotterranei a Kyiv e in altre zone critiche come Kherson, Mykolayiv, Kharkiv e Donetsk.
Nelle regioni del fronte, come Kharkiv e Donetsk, la vicinanza ai combattimenti rende le infrastrutture civili bersagli costanti. Qui la rete elettrica è spesso fuori uso e costringe le persone a mesi di oscurità e freddo intenso. A Kherson e Mykolayiv la contaminazione da mine e i continui bombardamenti d’artiglieria limitano ogni movimento.
Operare in queste zone è diverso rispetto alla capitale: “Cambiano le condizioni di sicurezza, l’accesso ai servizi e la possibilità di garantire continuità nelle attività”, spiega Meda. “ Nelle zone più esposte la sfida è sia logistica sia umana. Da un lato, bisogna riuscire a operare in contesti instabili, con interruzioni e rischi costanti; dall’altro, c’è la necessità di sostenere comunità e staff locale che vivono uno stress prolungato. In queste condizioni, la continuità della presenza diventa un elemento fondamentale. Personalmente la sfida che sto affrontando è la paura che qualcosa possa succedere ad uno del nostro team mentre è vicino alle zone di fronte. Questo mi toglie il sonno”.
Ricostruire la normalità sotto terra
Ogni giorno nelle aree più colpite dal conflitto l’organizzazione offre attività gratuite educative, ricreative e di sostegno psicologico attraverso figure come educatrici ed educatori, assistenti sociali e professioniste e professionisti della psicologia. “Lavoriamo su percorsi continuativi che aiutino a ricostruire sicurezza e relazioni: supporto psicologico, attività espressive come il gioco e l’arte-terapia, routine prevedibili e, quando possibile, il coinvolgimento della figura genitoriale o di un adulto”, spiega Meda. In questo contesto il rifugio sotterraneo diventa uno spazio sicuro di normalità: “Non è più solo un luogo dove aspettare che passi il pericolo, ma un luogo dove si può tornare a vivere”.
I risultati di questo impegno si vedono nei piccoli passi quotidiani. E’ proprio durante le sessioni di supporto psicologico che Illia ha iniziato a esprimere la sua paura di rivivere la fuga e la perdita della casa ed è grazie al lavoro intrapreso con l’equipe di professionisti che, la madre di un 11enne racconta come il figlio abbia “iniziato a dormire autonomamente. È diventato più calmo e ha ricominciato a giocare con gli altri bambini”.
L’obiettivo di queste attività, secondo il direttore WeWorld Ucraina, “non è cancellare ciò che è accaduto, ma aiutare bambine e bambini a elaborarlo senza esserne sopraffatti e ricostruire routine e relazioni, perché è da lì che passa il senso di sicurezza”.
Il “Diario di Maria” per le adolescenti
Tra freddo estremo, scarsità energetica e servizi interrotti, peggiorano anche le condizioni di igiene. E per le adolescenti la gestione delle mestruazioni diventa più complessa quando mancano acqua calda, spazi privati e figure adulte di riferimento.
“In guerra spesso sono proprio le ragazze a essere le più vulnerabili”, conferma Meda. “La difficoltà principale è la perdita di privacy e di controllo sul proprio corpo, che può generare disagio, stress e senso di vulnerabilità. A questo si aggiunge un rischio più ampio legato alla sicurezza personale, soprattutto durante gli spostamenti o in contesti precari. Inoltre molte bambine e ragazze sono affidate alle nonne o alle zie, e parlare di mestruazioni diventa ancora una volta un tabù”.
Per rompere questo silenzio, WeWorld ha sviluppato il Diario di Maria, uno strumento educativo in lingua ucraina che accompagna le ragazze nelle prime mestruazioni con informazioni corrette e indicazioni pratiche sull’igiene mestruale anche in contesti di emergenza, contribuendo a restituire normalità, consapevolezza e dignità a un passaggio importante della crescita.
I numeri della crisi: una generazione sradicata
Il quadro fin qui descritto da Piero Meda trova conferma anche nei dati drammatici raccolti sul campo. Oggi, un terzo dell’intera popolazione minorile ucraina è sradicato: parliamo di circa 2,6 milioni di bambini sfollati, di cui 791mila che vivono ancora all’interno dei confini nazionali in condizioni di precarietà assoluta.
Anche il diritto all’istruzione è sotto attacco diretto. Se nelle aree in prima linea l’apprendimento di persona è un miraggio a causa dei bombardamenti costanti, nelle regioni considerate “più sicure” la situazione non è meno complessa; molte scuole mancano di rifugi adeguati. Sebbene l’80% degli istituti ne possieda uno, il 67% dei genitori dichiara di vivere in uno stato di paura persistente per la sicurezza dei propri figli. Ad oggi, si contano 3.745 scuole danneggiate e 394 completamente rase al suolo.
Ciò ha spinto mezzo milione di giovani verso una didattica online precaria, spesso interrotta da blackout e mancanza di dispositivi. “Ho paura di non riuscire più a studiare, né ora né in futuro”, racconta agli operatori di WeWorld Sofia, 14 anni. È un timore fondato perché, secondo l’Unicef, solo il 29% degli studenti ucraini raggiunge oggi livelli alti nella lettura. Un divario che diventa ancora più profondo per i bambini con disabilità, intrappolati tra la mancanza di infrastrutture inclusive e la carenza di personale formato.
La paura maggiore di Piero Meda è che questa crisi educativa e umana scivoli nell’ombra, mentre il panorama globale viene scosso da altre e nuove emergenze. “Dopo quattro anni è comprensibile che si crei una sorta di abitudine, ma è proprio questo il rischio più grande. Perché mentre l’attenzione cala, per milioni di bambine e bambini la guerra continua ogni giorno. Non è una notizia, è la loro infanzia e il loro futuro. In questi anni abbiamo incontrato molte storie diverse, ma tutte raccontano la stessa cosa: la guerra entra nella quotidianità, nei gesti più semplici, nei pensieri. Difendere il diritto al sogno oggi significa, concretamente, non voltarsi dall’altra parte”.

