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Donne

India, il matrimonio come licenza di stupro per i mariti: l’intervista a Yogita Bhayana

In India se una donna nubile e una sposata subiscono uno stupro, la prima è riconosciuta come vittima, la seconda no.

Stessa violenza, due destini giudiziari opposti. In India se una donna viene stuprata e l’aggressore è uno sconosciuto, lo Stato riconosce il reato. Ma se lo stupratore è il marito, si tratta di un “diritto coniugale”. L’intervista a Yogita Bhayana, nota attivista indiana, a capo di People Against Rapes in India (PARI). 

In India l’identità della vittima conta più del crimine subito. Se una donna nubile e una sposata subiscono uno stupro, affrontano destini giudiziari opposti: la prima viene riconosciuta come vittima, la seconda no.

L’India è uno degli oltre 30 Paesi, tra cui Pakistan, Afghanistan e Arabia Saudita, in cui lo stupro coniugale non è configurabile come un reato penale. Il Paese rimane ancorato all’articolo 375 e, nonostante il codice penale, il Bharatiya Nyaya Sanhitasia stato aggiornato nel 2023, lo stupro continua a non essere un reato. Si tratta di un’eredità coloniale del 1860 che sostiene come il rapporto sessuale non consensuale di un uomo con la propria moglie non costituisce uno stupro se lei ha più di 18 anni. 

Negli ultimi anni, diversi attivisti hanno presentato ricorsi alla Corte Suprema chiedendo che lo stupro coniugale venisse criminalizzato. Tuttavia, il governo, i gruppi religiosi e gli attivisti per i diritti degli uomini si oppongono. Nonostante le resistenze, la Corte Suprema indiana negli ultimi anni ha preso maggiormente posizione, ad esempio ribadendo che le mogli non sono proprietà dei mariti o pubblicando un manuale contro gli stereotipi di genere per i giudici. Ma non basta: le donne continuano a subire violenze dai loro compagni e restano scoperte da un punto di vista legale, soffocate anche dal peso dello stigma sociale.

Per capire cosa significhi combattere in prima linea contro questo silenzio istituzionale, InsideOver ha intervistato Yogita Bhayanafondatrice di PARI (People Against Rapes in India), associazione che aiuta le vittime di violenza sessuale fornendo risorse, consulenza, assistenza psicologica e legale. Da anni, Bhayana sfida i pregiudizi radicati e le leggi arcaiche per dare un volto e una voce a chi si vede negata l’autonomia sul proprio corpo.

Come influiscono caste, patriarcato e silenzio

La resistenza alla criminalizzazione dello stupro coniugale affonda le radici in un terreno reso fertile da secoli di stratificazioni sociali. Secondo Yogita Bhayana, per capire perché lo stupro coniugale sia normalizzato, bisogna guardare oltre la camera da letto.

 “La realtà giuridica e sociale dell’India riguardo allo stupro coniugale è profondamente plasmata dalle gerarchie di casta, dal patriarcato e dal divario tra zone rurali e urbane”, spiega l’attivista. “La violenza sessuale è una forma di “diritto acquisito”, radicata nelle strutture sociali”.

L’analisi di Bhayana si sposta poi sul condizionamento culturale: “Fin da piccoli, i ragazzi e le ragazze vengono socializzati a ruoli diseguali: i ragazzi sono incoraggiati ad affermare il dominio, mentre alle ragazze viene insegnata la sottomissione. Questo squilibrio modella il modo in cui , da adulti, vengono intesi il consenso, il controllo e il diritto di proprietà sull’altro”. 

Inoltre, l’assenza di un’educazione sessuale completa “aumenta ulteriormente questo divario. I giovani si approcciano ad avere relazioni e ricevono nozioni sul consenso attraverso la disinformazione e narrazioni dannose”.

La mentalità patriarcale ancora molto radicata “condiziona gli uomini a vedere le donne come subordinate, normalizzando spesso il controllo sui loro corpi, anche all’interno del matrimonio.  In molti contesti, specialmente dove le gerarchie di casta sono rigide, questo senso di superiorità è ulteriormente rafforzato”. 

Geografia del dolore: dalle metropoli alle zone rurali

L’appartenenza di casta e la collocazione geografica finiscono per alimentare un silenzio che per le vittime diventa l’unica via di sopravvivenza. Secondo Bhayana, le donne più vulnerabili sono quelle “delle comunità emarginate, inclusi i gruppi Dalit e tribali, che spesso subiscono le forme più dure di violenza e abbandono”. Nelle aree rurali e nelle comunità più isolate, “la violenza è spesso inserita in sistemi di onore, silenzio e controllo sociale. Le donne che subiscono maltrattamenti possono trovarsi ad affrontare una colpevolizzazione estrema, ritorsioni da parte della comunità e persino compromessi forzati, come, se sono nubili, il matrimonio con il carnefice. Tutto questo rende estremamente difficile denunciare qualsiasi forma di abuso”.

Nei contesti urbani, per Bhayana, sebbene “la consapevolezza e l’accesso ai sistemi legali possano essere relativamente migliori”, le barriere persistono sotto forme diverse: “paura dell’apatia istituzionale, giudizio sociale e il trauma di doversi muovere in un sistema che spesso mette sotto processo le sopravvissute invece di sostenerle”.

Più difficile denunciare se il carnefice è il marito

In entrambi i contesti, c’è un filo conduttore: “Il fatto che i carnefici siano i mariti, rende l’atto di denunciare ancora più complesso perché è emotivamente e psicologicamente più difficile per le donne riconoscere la violenza come abuso e fare qualcosa”. 

Anche quando la donna elabora quanto subito dal marito come una violenza, è frenata “dalla vergogna e dallo stigma interiorizzato. Vive un senso di colpa per qualcosa che non ha commesso, teme di essere accusata, di non essere creduta o di essere umiliata e isolata a livello sociale, ma anche di essere vista dalla famiglia come un peso. In molte comunità, l’identità di una donna è legata ai concetti di “purezza” e reputazione familiare, il che porta al silenzio anche di fronte a gravi abusi”. 

Inoltre, dal momento che in India lo stupro coniugale non è un reato penale, le donne non possono sporgere denuncia. L’unica opzione è quella di presentare una denuncia ai sensi della legge sulla protezione delle donne dalla violenza domestica (PWDVA), che riconosce gli abusi sessuali all’interno del matrimonio come una forma di violenza domestica. Tuttavia, trattandosi di una legge civile e non penale, lo Stato non considera l’uomo un criminale e il giudice può emettere ordini di protezione o risarcimenti economici, ma non può condannare il marito alla reclusione per l’atto sessuale in sé. Per la vittima, questo significa “affrontare un sistema che riconosce il danno subìto ma, paradossalmente, nega l’esistenza del reato”, spiega Bhayana. 

Scarsa fiducia nelle forze di polizia

Quando decidono di denunciare, le donne trovano ancora forze dell’ordine impreparate. “Molte sopravvissute si avvicinano con esitazione per paura di essere liquidate, giudicate e ri-traumatizzate”, spiega Bhayana e prosegue: “Ci sono casi in cui le vittime prevedono di essere interrogate sulla propria condotta morale, incolpate dell’accaduto o persino scoraggiate dal presentare denuncia. Questo crea ciò che può sembrare un “processo inverso”, in cui la donna viene interrogata invece di essere sostenuta”.

Sebbene secondo Bhayana ci siano stati “miglioramenti in alcune regioni grazie agli sforzi di sensibilizzazione, la preparazione generale delle forze dell’ordine rimane disomogenea” e  il divario non è solo procedurale ma attitudinale: “E’ radicato negli stessi pregiudizi sociali che normalizzano la violenza e danno priorità alla reputazione familiare rispetto ai diritti individuali”.

Proprio perché la maggior parte delle mogli non è nemmeno a conoscenza dello stupro coniugale, la maggioranza non denuncia mai.

Se poche denunciano, mancano i dati 

Secondo i dati governativi, circa il 6,1% delle donne indiane che si sono sposate ha subito violenza sessuale. Un dato inferiore rispetto all’Uganda, che si attesta al 13%, ma superiore a quello dell’Egitto, che è del 2,5%. Ad avere maggiore probabilità di subire violenza sessuale sono le donne senza o con istruzione primaria e tra i 25 e i 35 anni. Lo stesso profilo viene delineato per i loro stupratori. “Le statistiche ufficiali catturano solo una frazione della realtà”, commenta Bhayana. “Ciò che spesso sfugge è l‘enorme sommerso delle mancate denunce, causato dalla paura, dallo stigma, dalle barriere sistemiche e, cosa fondamentale, dall’onere finanziario nel cercare giustizia. Mentre alcuni casi finiscono in prima pagina, innumerevoli altri rimangono nascosti”. 

Per Bhayana, oltre al giudizio della società, in molti casi sono “le famiglie a far ritirare la denuncia per proteggere la reputazione sociale delle donne” e quindi anche la propria. Nella società indiana il dolore di una donna diventa così negoziabile, diversamente dalla reputazione delle famiglie.

Le vittime che si rivolgono e si sono rivolte a PARI, esitano a denunciare “non solo per paura di non essere credute o di essere colpevolizzate, ma anche perché il contenzioso in India può essere costoso, estenuante e prosciugante a livello emotivo. Anche dove esiste un supporto legale gratuito, la consapevolezza e l’attuazione rimangono deboli, limitandone l’accesso pratico”. 

Inoltre, la maggior parte delle donne che subiscono violenza sessuale da parte del marito non ha un posto dove andare e soldi per poter cambiare casa. La partecipazione delle donne alla forza lavoro in India è in leggera risalita, ma resta una delle più basse tra le grandi economie mondiali, creando una dipendenza economica all’uomo quasi totale. Il 44% delle donne non lavora perché si occupa dei figli o degli impegni domestici. Le lavoratrici guadagnano in media il 24% in meno rispetto agli uomini, a parità di mansione e un uomo che lavora in proprio guadagna quasi tre volte tanto rispetto a una donna nelle stesse condizioni.

Fino alla morte: il paradosso del Chhattisgarh

Le autorità insistono sul fatto che esistano leggi sufficienti a proteggere le donne sposate dalla violenza sessuale. Il governo teme che rendere tale violenza un reato possa “turbare l’istituzione del matrimonio”. Ma la realtà è fatta di corpi che vengono violati a tal punto da condurli anche alla morte. Come dimostra un caso molto noto nel Paese, avvenuto nel 2024 nel Chhattisgarh; un uomo è stato assolto nonostante la moglie sia morta per perforazioni rettali e lesioni addominali causate da un atto sessuale non consensuale. 

Lo stesso anno, il governo ha dichiarato alla Corte Suprema che la criminalizzazione dello stupro coniugale sarebbe “eccessivamente severa”, mentre il Ministero dell’Interno federale ha affermato che “potrebbe portare a gravi perturbazioni nell’istituzione del matrimonio”. Uno dei motivi principali per cui il governo si oppone è la paura che le donne usino questa legge per vendicarsi o ricattare i mariti durante i divorzi.

“Riguardo al timore di ‘falsi casi’ o della ‘distruzione della famiglia’, vorrei chiarire che la realtà dei fatti non è l’abuso della legge, ma l’enorme sommerso delle mancate denunce”, spiega l’attivista e prosegue: “Concentrare il dibattito sulle false accuse è pericoloso: sposta l’attenzione dalle sopravvissute e finisce per rafforzare proprio quelle barriere che impediscono di ottenere giustizia”. 

Inoltre, l’idea che la criminalizzazione minacci la famiglia, per Bhayana trascura un punto fondamentale: “è la violenza stessa a distruggere l’integrità di una famiglia, non la responsabilità legale. Un sistema che protegge le sopravvissute e punisce i colpevoli rafforza, anziché indebolire, le fondamenta della società. La riforma legale deve essere accompagnata da una sensibilizzazione istituzionale, processi incentrati sulla vittima e meccanismi di responsabilità, affinché la prima risposta che una donna riceve sia di dignità, fiducia e sostegno, non di dubbio o colpa”.

Il ruolo dei media e la sfida delle nuove generazioni

L’associazione sta però notando un cambiamento graduale: “Sempre più spesso, le donne che trovano il coraggio di parlare sono quelle che hanno accesso a una qualche forma di supporto, sia attraverso l’informazione, l’istruzione o organizzazioni come PARI che forniscono guida e assistenza legale”.

Oltre all’attivismo tradizionale, che potrebbe non raggiungere tutti i settori della società, “alcuni prodotti mediatici e i social media stanno entrando nelle case, evocando empatia e normalizzando conversazioni che altrimenti verrebbero represse”. 

Tra i prodotti mediatici recenti, ha riacceso il dibattito sullo stupro coniugale la nuova serie Chiraiya, andata in onda su JioHotstar lo scorso marzo. La trama percorre la storia di una giovane donna che viene data in sposa a un uomo di una famiglia progressista che, la notte delle nozze, la violenta. In uno degli episodi si vede un personaggio che esorta a ‘scagliare una pietra contro la società’, una scena diventata virale sui social per rompere il silenzio sullo stupro coniugale. 

“Prodotti simili creano visibilità, sensibilizzano e offrono un senso di esperienza condivisa, aiutando le donne a capire che non sono sole e che la loro voce conta”, commenta Bhayana. Sebbene non sia una soluzione completa, la crescente intersezione tra consapevolezza, sistemi di supporto e piattaforme digitali sta lentamente permettendo a più donne di passare dal silenzio alla parola. I media possono aiutare le donne a vedere le proprie esperienze riflesse e convalidate, ma il cambiamento sistemico richiede sia consapevolezza che supporto istituzionale”.

Crescere uomini nuovi, la base del cambiamento

Il lavoro della fondazione PARI si concentra anche sul coinvolgimento della società, specialmente dei più giovani: “Attraverso programmi di sensibilizzazione di genere, impegni nelle scuole e sensibilizzazione delle comunità, lavoriamo con i giovani per costruire una chiara comprensione del rispetto, del consenso e dell’uguaglianza”. L’obiettivo non è solo informare, ma “provocare un cambiamento nel pensiero, sfidando comportamenti normalizzati come la colpevolizzazione della vittima, la misoginia spicciola e la banalizzazione delle molestie, che sono i precursori di violenze più gravi”.

Tra gli ultimi programmi avviati da PARI c’è “WE MEN che “coinvolge uomini e ragazzi nella creazione di spazi sicuri, nel rispetto del consenso e nel rivestire un ruolo chiave per guidare il cambiamento di mentalità”.

Secondo Bhayana, affinché anche in India lo stupro coniugale possa diventare un reato, “la riforma legale e la trasformazione sociale devono andare di pari passo. Ma se devo scegliere una base di partenza, è il modo in cui i giovani uomini vengono cresciuti. Una sentenza della Corte può stabilire lo standard legale e inviare un messaggio forte, ma il vero cambiamento verrà dal rimodellamento degli atteggiamenti all’interno delle case, delle scuole e delle comunità”. 

Attualmente in India la battaglia per rendere lo stupro coniugale un reato è molto accesa e, secondo i media locali, si attenderebbe una sentenza definitiva della Corte Suprema entro la fine del 2026. Per la protezione delle donne, le leggi disponibili riguardano l’omicidio per dote, i decessi per dote o i relativi tentativi ai sensi delle Sezioni 302/304-B del Codice Penale indiano, e le molestie sessuali ai sensi della Sezione 509 del Codice Penale indiano. Sono state emanate leggi speciali, come la Legge sulla protezione delle donne e sulla violenza domestica e la Legge sulla proibizione della dote. Sono disponibili linee telefoniche di assistenza per le donne in difficoltà e servizi di supporto per le vittime, come le case di accoglienza temporanea. Inoltre, sono presenti commissioni nazionali e statali per le donne vittime di violenza.

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