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	<title>Chiara Masotto Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Thu, 28 Nov 2019 09:44:54 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Chiara Masotto Archives - InsideOver</title>
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		<title>La piaga del revenge porn in Corea del Sud</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/revenge-porn-sud-corea.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Masotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 09:44:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[revenge porn]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1646" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Prostituzione (LaPresse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione-300x257.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione-768x658.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione-1024x878.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Korea Communication Standard Commission (Kcsc) ha istituito una squadra speciale per combattere il fenomeno dei molka, i video realizzati con telecamere nascoste nei camerini e bagni pubblici e poi condivisi online. L’altro obiettivo della squadra sono i “revenge porn”, video ripresi in momenti di intimità e poi diffusi online da ex mariti e fidanzati rancorosi. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/donne/revenge-porn-sud-corea.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1646" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Prostituzione (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione-300x257.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione-768x658.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Prostituzione-1024x878.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">La Korea Communication Standard Commission (Kcsc) ha istituito una squadra speciale per combattere il fenomeno dei </span><i><span style="font-weight: 400;">molka</span></i><span style="font-weight: 400;">, i video realizzati con telecamere nascoste nei camerini e bagni pubblici e poi condivisi online. L’altro obiettivo della squadra sono i “<strong>revenge porn</strong>”, video ripresi in momenti di intimità e poi diffusi online da ex mariti e fidanzati rancorosi. Vittime di queste riprese sono principalmente donne &#8211; delle 5.500 persone arrestate nel 2017, il 97% dei colpevoli erano uomini &#8211; le quali devono affrontare non solo l’<strong>umiliazione</strong> ma anche l’ostracismo e l’isolamento dai loro pari nel momento in cui il video diventa noto. Filmare o diffondere <strong>materiale pornografico</strong> senza il consenso delle altre parti coinvolte è illegale e la pena prevede fino a cinque anni di prigione, ma spesso la punizione è debole, e i colpevoli se la cavano con una multa o la sospensione della sentenza. A questa discrepanza tra la pena teorica e la sua applicazione sottende la convinzione che sia in fondo normale, quindi accettabile, che un uomo guardi video pornografici anche se fatti e diffusi senza il consenso delle parti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo sistema di doppi standard, lassisti verso gli uomini e draconiani verso le donne, è emerso in altri casi di cronaca: la cantante Sulli, 25 anni, si è suicidata sei settimane fa dopo aver passato mesi a combattere i cyberbulli che la attaccavano per il suo comportamento &#8220;<strong>immorale</strong>&#8221; &#8211; poco prima di suicidarsi la ragazza era stata criticata per aver ospitato un festino alcolico a casa sua con degli amici &#8211; mentre il corpo della la sua collega e amica Goo Hara è stato trovato questa  domenica. Goo aveva già tentato il suicidio sei mesi fa, dopo che un suo video privato era stato diffuso dal suo ex e lei si era ritrovata al centro delle polemiche e delle critiche, mentre il colpevole veniva ignorato dal grande pubblico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Già nel 2018 decine di migliaia di donne aveva protestato contro il fenomeno dei molka, cavalcando l’onda del #MeToo e diventando la  maggior protesta al femminile nella storia del Paese. Nonostante le proteste però poco è stato fatto, ed è servito lo scandalo del Burning Sun a dare la scossa necessaria. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il Burning Sun è club di Seoul che è stato lo scenario di uno scandalo a base di traffico di droga, prostituzione e corruzione che coinvolge non solo cantanti e attori, ma anche imprenditori ed esponenti della polizia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fu il caso del signor Kim, vittima di un attacco dopo aver provato a difendere una ragazza da una aggressione nel bagno del club, a scoperchiare lo scandalo. Quando i giornali riportarono la notizia, il ceo del <em>Burning Sun</em> rispose dichiarando che era stato il signor Kim ad attaccare la ragazza, e che lo staff l&#8217;aveva difesa. Durante le indagini però emerse del materiale che cambiò il corso dell&#8217;indagine: in alcune chat fatte avere alla polizia, lo staff del locale discuteva l’uso di droga su delle ragazze e pianificava dei </span><i><span style="font-weight: 400;">date rape</span></i><span style="font-weight: 400;">. Da lì in poi sono emerse nuove chat in cui si discuteva dell’uso di <strong>prostitute</strong> per convincere investitori stranieri a partecipare a joint ventures, di traffico di droga e di contatti nella polizia per insabbiare le indagini. Una volta partite, le indagini non poterono più essere fermate, e lo scandalo ha avuto eco in tutta l’Asia, con star e imprenditori che si sono pubblicamente allontanati da tutti i personaggi coinvolti, mentre i fan internazionali hanno esatto che i cantanti e gli attori coinvolti venissero cacciati dalle scene. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per ora le vittime eccellenti di questo scandalo appartengono al mondo dell’intrattenimento sudcoreano. Tra di loro spiccano il cantante Seungri, accusato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e di corruzione, e il cantante<strong> Jung Joon young</strong>, accusato di stupro, produzione e diffusione di materiale pornografico. Jung ha stuprato delle ragazze e diffuso le riprese in una chat di cui facevano parte dieci persone, tutte appartenenti allo show business coreano. Ora, mentre le prime teste cadono &#8211;  Jung è stato condannato a sette anni di carcere &#8211; i primi passi in difesa delle vittime vengono mossi: la task force assemblata dalla Kcsc lavora 24 ore su 24 per rimuovere video online, e in parlamento è stata depositata la <strong>legge contro il cyberbullismo</strong>. </span></p>
<p>Allo scoppio dello scandalo il presidente Moon commentò che &#8220;se non si fosse fatta chiarezza su questa vicenda, la Corea non avrebbe più potuto considerarsi una nazione giusta&#8221;. Ora Seoul sta facendo i primi, importantissimi passi verso la giustizia.</p>
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		<title>Come è cambiato il rapporto tra Mosca e Pechino</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/come-e-cambiato-il-rapporto-tra-mosca-e-pechino.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Masotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 10:41:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="917" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Xi Putin" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717-300x143.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717-768x367.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717-1024x489.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Leggere l’esperienza cinese dal secondo dopoguerra a oggi significa leggere il cambiamento avvenuto nella società internazionale: siamo passati dal mondo bipolare della Guerra fredda al mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione sovietica, e ora le cose stanno cambiando. L’ascesa di Stati in grado di competere con il grande egemone, Washington, è di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/come-e-cambiato-il-rapporto-tra-mosca-e-pechino.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="917" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Xi Putin" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717-300x143.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717-768x367.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Xi-Jinping-riceve-Putin-a-Pechino-La-Presse-e1572449090717-1024x489.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Leggere l’esperienza cinese dal secondo dopoguerra a oggi significa leggere il cambiamento avvenuto nella società internazionale: siamo passati dal mondo bipolare della Guerra fredda al mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione sovietica, e ora le cose stanno cambiando. L’ascesa di Stati in grado di competere con il grande egemone, Washington, è di per sé una sfida all’ordine esistente, e la loro insoddisfazione con lo <em>status quo</em> rende la sfida ancora più reale. La relazione tra Pechino e Mosca, e di riflesso con Washington, è la sfaccettatura più interessante di questa storia: il <strong>loro rapporto nasce asimmetrico</strong>, per poi distanziarsi e ritrovarsi infine come partner alla pari, ma non è da escludere che in futuro compaiano nuove asimmetrie, con Mosca nel ruolo di partner minore.</p>
<p>Con la nascita del Partito comunista cinese (Pcc) a Shanghai nel 1921 la Cina diventa il barometro delle relazioni tra Stati Uniti d’America e Federazionerussa, nonché la cartina tornasole della polarità della società internazionale. All’inizio era solo Mosca a supportare il Pcc, ma il suo supporto andava anche al <strong>Kuomintang</strong>, il partito nazionalista, che perse la guerra civile e fu costretto a rifugiarsi a <strong>Taiwan</strong>. La Cina di Mao si ritrovò quindi saldamente ancorata al polo comunista, alleata di Mosca, da cui riceveva ingenti aiuti e a cui faceva da buffer contro le forze occidentali situate in Asia.</p>
<p>Il ruolo cinese nella guerra illustra l’ordine gerarchico della società internazionale al tempo: il conflitto poteva danneggiare gli interessi cinesi sia sul breve che sul lungo termine ma, nonostante le riserve di Mao, Stalin non negò mai apertamente il suo supporto all’invasione, permettendo a Kim Il-sung di procedere con i suoi piani. La mancanza di considerazione per i dubbi e la sicurezza di Pechino, la noncuranza con cui Stalin dette il nulla osta al macello delle truppe cinesi sul suolo coreano e l’incapacità di Mao di opporsi dimostrano il divario di potere esistente tra la Russia e la Cina, dove la prima era la stella polare del campo sovietico, mentre la seconda era una pedina sacrificabile. Nel mondo bipolare ogni campo ha la sua gerarchia. Più verso il fondo ci si trova, più vicini si è alla linea di fuoco, più è probabile farsi male.</p>
<p>Negli anni Sessanta si consuma la rottura tra Cina e Russia, che culmina con la schermaglia sul fiume Ussuri, al confine tra Manciuria e Siberia. In seguito allo scontro Pechino si riavvicina a Washington, grazie alla storica &#8220;diplomazia del ping pong&#8221;, che porterà alla storica visita di Nixon nel 1972 e al riavvicinamento tra i due avversari, aiutato dalla comune ostilità verso Mosca.</p>
<p>L&#8217;<strong>invasione sovietica dell’Afghanistan</strong> nel 1979 rende i rapporti tra i due ancora più acerbi: i sovietologi cinesi accusano infatti Mosca di voler diventare la potenza egemone, uno “ Stato imperialista”, che si intromette negli affari degli Stati più piccoli ed è “la più grande fonte di pericolo e confusione nella società internazionale”. I rapporti si raffreddano dopo il crollo dell’Unione sovietica, e gli scambi militari e commerciali riprendono, anche se in modo limitato, mentre l’Occidente resta per entrambi il partner privilegiato. In questi anni il mondo è unipolare, dominato in tutti i campi dagli Stati Uniti d’America, Paese egemone vincitore della Guerra fredda e campione della democrazia, a detta di Fukuyama “la forma di governo definitiva”.</p>
<p>È dopo il 2000, quando Pechino è nella top tre delle economie mondiali e Mosca è pronta a riprendersi la gloria passata, che i due si riavvicinano, stavolta come partner alla pari, nel gruppo dei <strong>Brics</strong>.</p>
<p>I Brics sono le cinque maggiori economie emergenti del mondo. Nascono come un gruppo informale di Paesi uniti da interessi strategici comuni, ma negli anni creano istituzioni, fondi e piani di sviluppo sempre più ambiziosi. Nel 2014 fondano la New Development Bank e firmano l’accordo per creare la Brics Contingent Reserve, abbozzano e nel 2015 ratificano l’accordo per la cooperazione economica in cinque macro aree. Quello creato dai Brics è, di fatto, un sistema parallelo a quello già esistente che abbraccia le macro aree più sensibili come commercio, sicurezza e conflitti regionali. La creazione di un tale gruppo senza gli Stati Uniti sarebbe stata impossibile 20 anni prima, e il loro successo in questa impresa testimonia come il mondo stia di fatto traslando verso un ordine multipolare, dove lo stesso attore può essere un leader in un determinato settore o in una regione e non esserlo in altri settori o punti del pianeta. L’epopea cinese è illuminante: partita come un satellite russo, la Cina è diventata una delle maggiori potenze economiche del pianeta e diventerà inevitabilmente una potenza militare. Arrivata in una società internazionale di cui non ha scritto le regole, è ormai nella posizione per metterle in discussione e provare a creare un ambiente più consono ai suoi bisogni, lavorando alla pari con Stati che le erano superiori. Enfasi sul verbo “erano”.</p>
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		<title>L&#8217;avvenire di Hong Kong e il monito a Taiwan</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lavvenire-di-hong-kong-e-il-monito-a-taiwan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Masotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 10:57:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1703" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10544242.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>C’è stato un momento in cui le proteste di Hong Kong potevano essere fermate. Più di uno, in realtà: quando il decreto di estradizione fu bocciato, per esempio, o in un qualsiasi momento negli ultimi vent’anni. Pechino avrebbe dovuto semplicemente assicurare che l’accordo “un Paese, due sistemi” sarebbe sopravvissuto dopo il 2047, acquietando gli animi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/lavvenire-di-hong-kong-e-il-monito-a-taiwan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1703" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10544242.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p><p><span style="font-weight: 400;">C’è stato un momento in cui le proteste di <strong>Hong Kong</strong> potevano essere fermate. Più di uno, in realtà: quando il <strong>decreto di estradizione</strong> fu bocciato, per esempio, o in un qualsiasi momento negli ultimi vent’anni. Pechino avrebbe dovuto semplicemente assicurare che l’accordo “un Paese, due sistemi” sarebbe sopravvissuto dopo il 2047, acquietando gli animi e rendendo sostenibile la convivenza tra l&#8217;autoritaria Pechino e la più democratica città-Stato. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi, con Pechino che ha sempre visto in qualsiasi concessione fatta alla città stato un segno di debolezza che avrebbe pagato caro in termini di consensi e supporto popolare, e sperava di poter integrare Hong Kong con una ricetta di educazione al <strong>patriottismo</strong>,<strong> valori confuciani</strong>, migrazione dal mainland e integrazione economica. </span><span style="font-weight: 400;">Il fallimento della ricetta è palese: Hong Kong non vuole saperne di integrarsi e continua a chiedere garanzie per i suoi privilegi esistenti, etichettando le politiche di Pechino come ingerenze e rispondendo al fuoco con altro fuoco. Lo schema è noto: Pechino spinge per avere maggior controllo, Hong Kong non ne vuole sapere, e i due arrivano allo scontro. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 2011 fu il tentativo di modificare il curriculum scolastico con l&#8217;introduzione dei valori del Pcc e il plauso per le posizioni del governo, criticando i valori occidentali e la democrazia, la scintilla che spinse <strong>Joshua Wong</strong> a creare un piano per il suffragio universale e a diventare, nel 2014, leader del <strong>Movimento degli ombrelli</strong>. Nel 2014 le proteste non ebbero fortuna, e i loro leader persero il diritto di partecipare alla vita politica della città. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cinque anni dopo, Pechino riprova  a rafforzare il proprio controllo sulla città, ma stavolta affronta dei manifestanti diversi, consapevoli che il ritiro di una proposta non fermerà ulteriori tentativi di ridurre le loro libertà. Pechino affronta la questione con la stessa risolutezza e, mentre </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Carrie Lam</strong> incontra il presidente <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-xi-jinping.html" target="_blank" rel="noopener">Xi Jinping</a> a Shanghai, </span><span style="font-weight: 400;">polizia e studenti si scontrano per le strade della città e c&#8217;è la prima vittima tra i dimostranti. Con la prima vittima, muore anche la speranza di poter tornare al mondo prima delle manifestazioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al termine dell’ultimo plenum del Partito comunista cinese (Pcc) Carrie Lam e la linea dura contro le proteste hanno ricevuto rinnovato supporto. Nel comunicato rilasciato il Partito ha espresso la sua volontà di creare un sistema legale e dei meccanismi per applicarlo con lo scopo di salvaguardare la sicurezza dei territori soggetti ad amministrazione speciale, in un chiaro riferimento ad Hong Kong. Al comunicato fanno eco le parole di Shen Chunyao, ufficiale del governo che ha spiegato come “nuove mansioni e regolamenti siano stati formulati per garantire a Pechino la possibilità di esercitare maggior controllo sul territorio”.  A questa ondata di riforme si accompagna un programma di educazione civica e al patriottismo rivolta a studenti e funzionari statali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I piani di Pechino non funzioneranno: i programmi di educazione hanno già fallito in passato, e i manifestanti hanno sacrificato troppo per lasciarsi spaventare da pene più severe. Si è aperto un nuovo capitolo dello scontro, più duro e aspro dei precedenti, e i manifestanti non si faranno frenare dalle nuove misure. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In mezzo a questa violenza c’è un caduto eccellente,l’accordo “Un Paese due sistemi”, che finora ha garantito la convivenza tra l’ex colonia britannica e il Pcc. Pechino non ha mai nascosto di trovarlo un fatto temporaneo, uno stratagemma creato per riprendere la tanto agognata sovranità su un territorio rimandando al futuro le questioni più spinose. Ora però il futuro è arrivato, e le parti dell’accordo hanno posizioni inconciliabili: il Pcc, che agli occhi del popolo cinese è il fautore della prosperità nazionale, gode di diversa fama  a Hong Kong, dove è ritenuto responsabile delle difficoltà della città e il sentimento comune pretende che il suo sistema legale e le sue forze di polizia resteranno indipendenti, pretesa che Pechino non accetta. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cosa riserva il futuro a Hong Kong? È tremendamente improbabile che Pechino scenda a compromessi: Hong Kong era e resta una piattaforma economica privilegiata, e il partito farà il possibile per non perderla. Lo scontro si protrarrà finché non ci sarà un vincitore certo, o uno dei contendenti non abbandonerà per l’impossibilità di continuare, e Pechino ha le maggiori possibilità di resistere sul lungo periodo.<br />
</span><span style="font-weight: 400;">Quando Pechino riprenderà il controllo della città, l’autonomia e le libertà di cui questa gode saranno ristrette, con pratiche più o meno palesemente invasive che possiamo intravedere già nel pacchetto varato per aumentare il controllo dei territori ad amministrazione speciale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il modo in cui Pechino tratterà Hong Kong influenzerà le future relazioni con Taiwan: la città stato è stata il modello di riferimento per la possibile integrazione della provincia ribelle nella Repubblica Popolare Cinese, la garanzia tangibile che la convivenza tra il sistema a partito unico di Pechino e le realtà democratiche  locali era possibile. Caduto il modello un Paese due sistemi, la garanzia viene meno. La riunificazione con Taiwan resta però una flebile speranza futura, mentre Hong Kong è una solida realtà e , se Pechino deve scegliere, sceglierà Hong Kong. </span></p>
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		<title>Tutti i guai di Xi Jinping con l&#8217;esercito</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tutti-i-guai-di-xi-jinping-con-lesercito.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Masotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Sep 2019 06:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito cinese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1243" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Xi Jinping passa in rassegna l&#039;esercito (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito-768x497.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito-1024x663.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A meno di un mese dal settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, le cose non stanno andando come Xi Jinping si aspettava. Non tutti i  problemi che assillano il presidente sono evidenti: i più lampanti sono la guerra commerciale con gli Stati Uniti sul fronte esterno e le proteste ad Hong Kong sul &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tutti-i-guai-di-xi-jinping-con-lesercito.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1243" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Xi Jinping passa in rassegna l&#039;esercito (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito-768x497.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Xi-Jinping-passa-in-rassegna-lesercito-1024x663.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">A meno di un mese dal settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, le cose non stanno andando come <strong>Xi Jinping</strong> si aspettava. Non tutti i  problemi che assillano il presidente sono evidenti: i più lampanti sono la guerra commerciale con gli Stati Uniti sul fronte esterno e le proteste ad Hong Kong sul fronte interno. Meno visibili ma altrettanto gravi per il presidente sono le proteste dei veterani del Pla, che dal 2016 sono aumentate. I dati non sono molti, ma sappiamo per certo che i motivi sono i tagli all&#8217;esercito e l’incapacità del governo di provvedere ai veterani in modo appropriato e di aiutare quanti non sono più impiegati dall&#8217;esercito.  La prima protesta di cui abbiamo notizia risale al 2016, <a href="https://thediplomat.com/2018/08/army-day-in-china-exposes-xi-jinpings-pla-challenges/" target="_blank" rel="noopener">ma il conto è salito a quattro nel 2018</a>, anno in cui le manifestazioni hanno interessato le province dello Shandong, Hebei e Jiangsu. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per ora è stato possibile fermare le proteste, e molto probabilmente lo sarà anche nel prossimo futuro, ma non è il disturbo dell’ordine pubblico a tormentare Xi Jinping, bensì le implicazioni di queste manifestazioni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nella Repubblica cinese l’esercito conta, tanto. La considerazione e la stima di cui godono i veterani, in particolare quelli delle guerre di Corea e del Vietnam, presso la popolazione sono enormi. La Cina è un Paese nazionalista che ricorda ancora vividamente il cosiddetto &#8220;<strong>Secolo delle Umiliazioni</strong>&#8221; e come la debolezza dell&#8217;allora esercito dei Qing contribuì a renderlo possibile. Nella riconquista della Cina e nella vittoria contro il Kuomintang il Pla, il braccio armato del partito, svolse un ruolo fondamentale e da allora il Partito comunista cinese ha sempre fatto in modo di avere il controllo dell’esercito. Nelle parole di Mao Zedong &#8220;</span><span style="font-weight: 400;">Il potere nasce dalla canna del fucile</span><span style="font-weight: 400;">&#8220;, e il partito mantiene una presa ferma sulla canna del fucile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La canna del fucile non deve solo essere in mani salde, deve anche essere in grado di sparare, ed è questo l’obiettivo che la riforma del Pla attuata nel 2015 persegue. La riforma ha ridotto le aree militari da sette a cinque e posto le basi per modernizzare le forze armate, rendendole in grado di operare in diversi scenari, tra cui quello marittimo, coordinando le diverse forze a disposizione e dando particolare importanza all&#8217;aviazione e alle forze navali. La riforma ha comportato anche una riduzione del personale, ed è qui che i guai di Xi Jinping sono cominciati: ai militari tornati alla vita civile sono stati promessi <strong>supporto economico</strong> e formazione per aiutarli a <strong>reintegrarsi nella società</strong> e trovare un&#8217;<strong>occupazione dignitosa</strong>, ma le promesse sono state disattese. Al malcontento dei militari tornati alla vita civile si aggiunge la frustrazione dei veterani, i quali chiedono che sia garantita loro una pensione più alta che permetta loro di condurre una vita più dignitosa. Le pensioni dei veterani sono per legge più alte rispetto alla media della loro provincia di residenza ma, data la disparità economica esistente tra le regioni cinesi, i veterani residenti nelle regioni meno abbienti ricevono una pensione insufficiente per soddisfare i loro bisogni. In risposta a questo problema è stato creato nel 2018 il Ministero per gli affari dei veterani, e le reazioni sono state variegate, con molti che ritengono che questa soluzione sia &#8220;</span><span style="font-weight: 400;">troppo poco, troppo tardi</span><span style="font-weight: 400;">&#8220;. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per Xi Jinping e per il partito la protesta dei veterani mette in discussione la loro legittimità come leader della Repubblica popolare cinese: il diritto di governare il Paese del Pcc è legato alla  sua capacità di migliorare le condizioni economiche del Paese e debellare la povertà, ma che legittimità può avere un partito che non riesce a prendersi cura nemmeno dei servitori della Patria? Se non riuscire ad assicurare benessere e ricchezza al popolo è un duro colpo alla legittimità del partito, non riuscire ad assicurare tutto questo ai militari è il genere di colpo che potrebbe affossarlo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È proprio la questione della legittimità che rende queste proteste un affare così delicato. Ci sono casi in cui è accettabile che il successo non sia immediato, come lo scontro commerciale con Washington e le <strong>proteste di Hong Kong</strong>, ma è davvero singolare che il partito non riesca a provvedere ai veterani entro i suoi confini, dove non ha nessuna opposizione. Ogni questione che il governo affronta è un test della sua capacità di essere il campione della prosperità cinese, e alcuni test hanno più peso di altri. Al partito conviene passarli, questo è certo. </span></p>
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		<title>Una lettura tra le righe del discorso del presidente Moon Jae-in</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/una-lettura-tra-le-righe-del-discorso-del-presidente-moon-jae-in.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Masotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Aug 2019 11:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Il presidente sudcoreano Moon Jae-in (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in-1024x675.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel suo discorso per il giorno della Liberazione, il presidente Moon Jae-in ha promesso di impegnarsi affinché la riunificazione della penisola coreana avvenga entro il 2045. Questa promessa si inserisce nel progetto che il presidente ha per il futuro della penisola, un futuro fatto di unità e cooperazione non solo tra il popolo sudcoreano, ma &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/una-lettura-tra-le-righe-del-discorso-del-presidente-moon-jae-in.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Il presidente sudcoreano Moon Jae-in (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Moon-Jae-in-1024x675.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Nel suo discorso per il giorno della Liberazione, il presidente <strong>Moon Jae-in</strong> ha promesso di impegnarsi affinché la riunificazione della penisola coreana avvenga entro il 2045. Questa promessa si inserisce nel progetto che il presidente ha per il futuro della penisola, un futuro fatto di unità e cooperazione non solo tra il popolo sudcoreano, ma anche tra le due Coree e i loro vicini, <strong>Giappone</strong> incluso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’unificazione non è all’orizzonte, questo è certo: negli ultimi settant’anni le due Coree si sono evolute prendendo direzioni divergenti, e nessuna delle due è intenzionata a farsi assorbire rinunciando al titolo di Corea legittima. Se è vero che insieme questi due Pesi avrebbero il potenziale per diventare una potenza economica superiore all’attuale Corea del Sud, è anche vero che l’<strong>unificazione</strong> non è il requisito necessario perché le due nazioni cooperino in materia economica. La zona industriale di Kaesong, fondata nel 2002, si trova in Corea del Nord, ospita fabbriche sudcoreane, impiega operai nordcoreani ed è la prova che le Coree possono beneficiare dalla collaborazione rimanendo due entità separate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un’eventuale riunificazione non è gradita a Pechino, ad oggi il miglior alleato di Pyongyang. Essere alleati di Pyongyang è costoso e faticoso, ma la Corea del Nord ha un talento insostituibile: è il perfetto cuscinetto tra la Repubblica popolare cinese e le truppe americane stazionate oltre il confine sudcoreano. In virtù del suo ruolo di cuscinetto, Pechino ha molto più bisogno di Pyongyang di quanto l’alleato nordcoreano ne abbia dell’aiuto cinese. Questo rende la Repubblica popolare cinese incapace di influenzare la Corea del Nord e disposta a tutto per evitare di perdere la zona di buffer tra sé e le truppe avversarie. Il comportamento di Pyongyang è indubbiamente pericoloso, ma pur sempre meno pericoloso che avere degli avversari alle porte: finché la Repubblica popolare democratica di Corea resiste, Pechino non sarà il nemico della regione, almeno a livello militare, e potrà approfittare di tutte le divisioni che Pyongyang creerà tra i loro avversari comuni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Appurato che la riunificazione resta un sogno ad occhi aperti, come leggere il discorso del Presidente Moon Jae-in? </span><span style="font-weight: 400;">È <em>in primi</em>s un segnale agli alleati vicini e lontani: dopo il diverbio commerciale con Tokyo e le ritorsioni sudcoreane, Seoul non vuole correre il rischio di perdere altri partner commerciali e ribadisce il suo impegno a mantenere gli accordi esistenti, sottolineando la sua volontà di continuare ad essere parte attiva dell’economia globale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo impegno è il primo e il più audace ramo d’ulivo che Seoul può porgere a Tokyo durante la guerra commerciale in corso, la cui vittima d’eccellenza è stato l’accordo per la collaborazione e lo scambio di informazioni tra i <strong>servizi di intelligence</strong> dei due Paesi al fine di fare fronte comune contro Pyongyang. Nel suo discorso il presidente Moon non ha nominato le diverse e rancorose questioni irrisolte tra Giappone e Corea del Sud, ma ha descritto un futuro di collaborazione, ricchezza e opportunità per tutti, rinunciando ad un’occasione per alimentare lo sdegno popolare verso Tokyo. Lontano dal clamore e dalla furia delle folle, il presidente Moon sa che non può permettersi di perdere un alleato come il Giappone, che resta un pilastro del commercio regionale e che, come Seoul, non condivide la fiducia americana di convincere il compagno Kim Jong-un a rinunciare al suo arsenale nucleare. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Corea del Nord non è l’unica preoccupazione del presidente Moon: come il Giappone, la Corea del Sud soffre la <strong>crescente potenza cinese</strong>, e il ritorno alla normalità con Tokyo impedirebbe alla Cina di sfruttare le divergenze tra i due per acquisire nuove fette di mercato, aumentando la propria già notevole influenza sui suoi vicini. Inoltre, facendo il primo passo per risolvere questa disputa, Seoul dimostra a Washington di essere un alleato responsabile, attento a tutte le sfumature dell’equilibrio regionale e impegnato nel mantenimento della stabilità. Lo scopo principale non è ingraziarsi ulteriormente il partner d’oltreoceano, è ricordare a Washington che la sua sicurezza passa attraverso la sicurezza sudcoreana e che Seoul non può essere tagliato fuori da nessuna decisione.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il presidente Moon sa che ripristinare la collaborazione con Tokyo e la fiducia reciproca rimane prioritario per la sicurezza nazionale di entrambi e ha capito che, nel lungo periodo, i legami economici sono necessari ma non sufficienti a raggiungere lo scopo. Gli scambi obbligano i due Paesi a contatti frequenti, ma non li portano a risolvere i problemi esistenti e a cambiare la percezione l’uno dell’altro. Il presidente Moon non può perdonare al Giappone i suoi crimini di guerra quando quest’ultimo non sembra intenzionato a riconoscerli, ma può far immaginare ai suoi concittadini un futuro di pace e prosperità all’insegna della collaborazione tra pari, creando uno spiraglio attraverso cui  la riconciliazione potrà avanzare. In un mondo in cui le certezze americane sembrano vacillare e l’ombra cinese cresce, scommettere sulla riconciliazione è la scelta più saggia che si possa fare. </span></p>
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		<title>La guerra dei mari tra Cina e Filippine</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cina-filippine-mari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 21:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Cinese Meridionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1025" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842-768x410.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842-1024x547.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Il Mare delle Filippine è nostro, ma lo controllano i cinesi”. Così risponde il presidente Rodrigo Duterte alle proteste seguite al suo rifiuto di inviare la marina a cacciare i pescatori cinesi che continuano a sfruttare le acque filippine. La prima motivazione del presidente è stata che “una risposta di tipo militare servirebbe solo a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cina-filippine-mari.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1025" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842-768x410.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9706717-e1564328259842-1024x547.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>“Il Mare delle Filippine è nostro, ma lo controllano i cinesi”. Così risponde il presidente <strong>Rodrigo Duterte</strong> alle proteste seguite al suo rifiuto di inviare la marina a cacciare i pescatori cinesi che continuano a sfruttare le acque filippine. La prima motivazione del presidente è stata che “una risposta di tipo militare servirebbe solo a creare vedove e orfani”, ma la verità è che Pechino controlla il mare delle Filippine ed è troppo tardi per mandarlo via.</p>
<p>Si è aperto un nuovo capitolo nella lotta per le isole contese che vedono la <strong>Repubblica popolare cinese</strong> sola contro tutti i suoi vicini. Per anni Pechino ha provato a far valere i suoi diritti legali sulle isole e le acque che le circondano senza successo, e sembrava che il colpo di grazia alle ambizioni cinesi fosse arrivato nel 2016, quando il <strong>Tribunale per l’Arbitrato</strong> costituito appositamente per giudicare il caso ha riconosciuto all&#8217;unanimità la sovranità filippina sulle Spratly, rendendo inutile la costruzione di isole artificiali e vuote le pretese di Pechino di usarle per estendere le proprie acque territoriali fino ad includerle. La sentenza però non ha obbligato Pechino a mollare la presa sulle isole, lo ha solo convinto a cambiare strategia. L’ispirazione potrebbe essere arrivata da un altro contendente di Pechino, il Giappone, che gode di un vantaggio non indifferente nella lotta per la sovranità delle Senkaku: il Giappone di fatto amministra le isole, conduce lavori di riparazione sul faro e la sua marina pattuglia le acque.</p>
<p>Negli anni Pechino ha impedito alle navi civili che battevano la sua bandiera di attraccare sulle Senkaku, e se avesse la certezza che il Giappone potesse rispondere al fuoco e vincere impedirebbe ai suoi pescherecci di avvicinarsi alle isole. La certezza di non poter ottenere le isole in una sola, schiacciante vittoria è abbastanza da frenare le ambizioni cinesi sulle Senkaku. Non tutti però sono forti ( o protetti) come il Giappone, e Pechino se ne é reso conto. La Cina ha applicato alle Filippine la lezione appresa con il Giappone: non importa detenere il titolo alla sovranità, importa controllare le acque attorno alle isole e assicurarsi che gli altri contendenti non possano opporsi. Finora la strategia cinese è stata un successo: le loro navi agiscono indisturbate nelle acque filippine, protette dall’accettazione di Manila dello status quo e dalla spada di Damocle che sono i missili montati sulle isole artificiali.</p>
<p>Nelle parole di Duterte “ci sono già <strong>missili</strong> guidati installati sulle isole e i più veloci tra quelli installati possono raggiungere Manila in sette minuti”. Ufficialmente le Filippine non rischieranno una guerra per le loro acque e perseguiranno la difesa delle acque territoriali e delle risorse che custodiscono solo attraverso la diplomazia. Ufficiosamente Manila ha riconosciuto l’impossibilità di difendere la sua posizione: sa che tutti i tentativi di trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti falliranno, ma salva la faccia nascondendosi dietro la promessa di perseguire la via diplomatica e dietro alla possibilità prevista dal diritto di lasciar godere ad altri i diritti sulle risorse in caso la nazione non riesca a sfruttarle al meglio da sola.</p>
<p>Intanto Pechino continuerà a sfruttare le acque e i giacimenti petroliferi escludendo Manila, soprattutto se, come riporta il Manila Bulletin, il Presidente <strong>Xi</strong> <strong>Jinping</strong> ha minacciato ripercussioni se le Filippine proveranno a estrarre petrolio nelle loro acque . Le Filippine impareranno a mascherare la realtà, mentre Pechino continuerà a sfruttare le risorse su cui Manila ha &#8211; in teoria- maggior diritto.</p>
<p>C’è un New Normal nel <strong>Mar Cinese Meridionale</strong> e poggia sul controllo che la Cina esercita sulle acque stesse. Questo controllo passa attraverso la conversione di scogli e atolli in isole che Pechino promise di interrompere già nel 2015, e che ora ospitano hangar, mezzi militari piste per il decollo e l’atterraggio di aerei cinesi e missili. Senza farsi troppa pubblicità Pechino ha gettato le basi per esercitare il controllo delle acque, impedendo ad altri l’accesso a rotte e risorse, e minacciando i suoi competitori all&#8217;occorrenza. In futuro le Filippine non saranno un caso isolato, ma la nuova normalità del Mar Cinese Meridionale, dove la sovranità è un titolo vuoto ed sono il controllo delle acque e la capacità di rendere i costi della difesa insopportabili per gli avversari a decidere chi avrà accesso alle risorse.</p>
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		<title>L&#8217;arte di temporeggiare: Pechino tra Israele e Palestina</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/arte-temporeggiare-cina-israele-palestina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jul 2019 11:58:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Nuova Via della Seta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1033" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579-300x161.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579-768x413.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579-1024x551.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Cina ha diversi (e soprattutto pragmatici) motivi per coltivare le relazioni con Israele, primi tra tutti la tecnologia agroalimentare e del trattamento delle acque, l’esperienza nella lotta al terrorismo e le politiche di difesa. Pechino però era ed è legato alla Palestina: la simpatia tra i due Paesi risale agli anni ‘60, e in sede Onu &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/arte-temporeggiare-cina-israele-palestina.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/arte-temporeggiare-cina-israele-palestina.html">L&#8217;arte di temporeggiare: Pechino tra Israele e Palestina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1033" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579-300x161.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579-768x413.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_1566349-e1563969242579-1024x551.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La<strong> Cina </strong>ha diversi (e soprattutto pragmatici) motivi per coltivare le relazioni con Israele, primi tra tutti la tecnologia agroalimentare e del trattamento delle acque, l’esperienza nella lotta al terrorismo e le politiche di difesa. Pechino però era ed è legato alla Palestina: la simpatia tra i due Paesi risale agli anni ‘60, e in sede Onu la Cina ha sistematicamente votato a favore di dello Stato palestinese, dichiarando sempre che il rispetto dei confini del 1967 è la base per la soluzione della crisi della regione.</p>
<p>È quindi lecito chiedersi, alla luce delle ambizioni cinesi, del crescente peso economico di Pechino e dell’importanza di questa regione per il successo della <strong>Belt and Road Initiative (BRI)</strong>, se Pechino potrà e vorrà assumere un ruolo di leadership nel processo di pacificazione del Medio Oriente.</p>
<p>Nel dicembre 2017, dopo che il Presidente Trump decise di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, la Cina e tutti i membri del Consiglio di Sicurezza votarono a favore del mantenimento delle precedenti risoluzioni Onu riguardanti Gerusalemme. Quando Washington pose il veto, il voto passò all’Assemblea Generale, che con 128 voti a favore promulgò una risoluzione con cui chiedeva a Washington di ritrattare la dichiarazione del 6 dicembre. Mentre l’Assemblea Generale votava, Pechino ospitava il Simposio sulla Pace Israelo &#8211; Palestinese, a cui hanno partecipato otto tra delegati israeliani e palestinesi e sette delegati cinesi. Questo simposio, che è il terzo del suo genere &#8211; i primi due risalgono rispettivamente al 2003 e al 2006 -, è indicativo del profondo interesse di Pechino per il Medio Oriente.</p>
<p>La Repubblica popolare cinese ha sempre supportato la <strong>causa palestinese</strong>. Sotto la guida del Grande Timoniere, Pechino vedeva negli Stati Arabi e Israele dei burattini regionali che giocavano la partita imperialista per conto di Mosca e Washington, la cui presenza non lasciava a Pechino alcuno spazio di manovra. Il suo supporto andava all’<strong>Organizzazione per la Liberazione della Palestina</strong>, a cui negli anni ‘60 fornì armi. È stato solo dopo la morte del presidente Mao che Pechino si è lentamente riavvicinata ad Israele, e dagli anni ‘80 le relazioni di Pechino con Israele e Palestina separano il conflitto, in cui il coinvolgimento cinese è stato finora fondamentalmente simbolico, dalle necessità economiche.</p>
<p>Le attività di Pechino nel Medio Oriente sono sfaccettate: mentre i suoi scambi commerciali ed accademici con Israele crescono, continua a dipendere da Iran e Arabia Saudita per l’approvvigionamento di petrolio, e il suo legame militare con l’Iran è ancora più forte. D’altra parte Israele gode di una “relazione speciale” con gli Stati Uniti d&#8217;America e fornisce armi all&#8217;India, rivale storico della Cina. La relazione sino-israeliana è economica: per Israele il mercato cinese è un mezzo per sganciarsi dallo stagnante mercato europeo, mentre per la Repubblica popolare cinese rappresenta l’accesso a nuove tecnologie e utili <em>best practicies</em> nella difesa e nella lotta al terrorismo. Il peso economico di Pechino è sufficiente per far partecipare Israele ad incontri che non comportano impegni vincolanti, ma non è tale da costringerlo a fare concessioni. Israele accetta i simposi e limita le proteste, consapevole che se la Rpc potesse imporre una soluzione al conflitto non accetterebbe di implementare progetti che di fatto consolidano lo status quo.</p>
<p>Invece i progetti legati alla Bri proseguono, e con loro si rafforzano i vantaggi strutturali di cui Israele gode, mentre Pechino rilascia dichiarazioni &#8211; l’ultima risale al 5 luglio 2019, durante il consulto ministeriale per il <strong>Medio Oriente</strong> dei Brics &#8211; in cui rinnova il suo impegno per il raggiungimento di una soluzione basata sui confini del 1967 ed evita tutti gli scenari in cui sarebbe costretta a chiedere un impegno vincolante alle parti. Indicativo è il fatto che Pechino non abbia raccolto il mantello di negoziatore dalle mani di Washington dopo il fallimento dei negoziati del 2014: una vittoria ottenuta dove il rivale americano aveva fallito sarebbe stato il gioiello della corona della diplomazia e dell’influenza cinese, e se Pechino avesse avuto una solida possibilità di successo l’avrebbe sfruttata.</p>
<p>La scelta di astenersi è dettata dalla realistica consapevolezza delle proprie capacità e della necessità di salvare la faccia. Se Pechino non può ignorare la sua storica relazione con la Palestina e &#8211; probabilmente &#8211; nutre una simpatia sincera per la causa palestinese, non può nemmeno ignorare i limiti reali alla sua influenza nella regione. Pechino non è l’unico attore di caratura internazionale coinvolto, e al contrario degli altri il suo peso è principalmente economico. Conta quindi sul successo della Belt and Road Initiative e il benessere che porterà nelle casse non solo cinesi ma anche medio-orientali per aumentare la sua influenza e consolidare la sua fama di potenza responsabile.</p>
<p>Se Pechino potesse influenzare effettivamente la regione lo farebbe. Il Medio Oriente è uno snodo fondamentale delle nuove Vie della Seta e la Cina non vorrebbe mai vedere il suo progetto minacciato da instabilità. Per ora però non può e adotta una strategia ispirata alle parole di Deng Xiaoping: nascondi (leggi accumula) le tue forze e aspetta il momento propizio. Tra cinquantanni, forse, Pechino avrà le forze per cambiare le sorti della regione, e allora lo farà. Fino ad allora si limiterà a tutelare lo status quo, preservando la stabilità necessaria per accrescere le proprie forze.</p>
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		<title>Separati in casa: Cina e Giappone, divisi dall’ambizione, uniti dalla necessità</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jul 2019 15:39:25 +0000</pubDate>
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<p>Pochi Stati possono vantare una relazione sfumata come Cina e Giappone: i due Paesi sono partner economici di prim’ordine, il flusso turistico tra i due è in continua crescita e il 2019 è stato designato come “Sino-Japanese Youth Exchange Year”, ma le loro ambizioni, con Tokyo decisa a difendere il suo primato e Pechino che &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/separati-in-casa-cina-e-giappone-divisi-dallambizione-uniti-dalla-necessita.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8705208.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8705208.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8705208-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8705208-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8705208-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Pochi Stati possono vantare una relazione sfumata come <strong>Cina</strong> e <strong>Giappone</strong>: i due Paesi sono partner economici di prim’ordine, il flusso turistico tra i due è in continua crescita e il 2019 è stato designato come “<strong>Sino-Japanese Youth Exchange Year</strong>”, ma le loro ambizioni, con Tokyo decisa a difendere il suo primato e Pechino che mira al ruolo di egemone regionale, contese vecchie e nuove rendono la loro relazione ben più travagliata.</p>
<p>A spiccare su tutte le contese è la rivalità per il controllo delle <strong>isole Senkaku/Diaoyu</strong>, un gruppo di isole nel Mar Cinese Orientale cruciali per la sicurezza dei due Paesi: al vincitore spettano i diritti sullo sfruttamento delle risorse energetiche, del pescaggio nella zona e il controllo sulle rotte navali. Per due Paesi poveri di risorse naturali che dipendono dalle rotte navali sia per il commercio che per l’approvvigionamento di risorse energetiche, avere o non avere accesso alle rotte marittime è una questione di sopravvivenza. Tokyo controlla di fatto le isole, ma navi cinesi continuano ad avvicinarsi agli atolli, e la guardia costiera giapponese organizza esercitazioni massicce per continuare ad asserire la sua autorità &#8211; l’ultima risale al tre luglio. Meno appariscente ma non meno importante è la frontiera cibernetica, il nuovo terreno di scontro tra Pechino, che sfrutta la sua posizione di pioniere nel campo e tutti i vantaggi che ne derivano, e Tokyo, costretta sulla difensiva mentre subisce continue violazioni.</p>
<p>La memoria storica del XIX secolo inasprisce il quadro generale. La Cina è furiosa per le mancate scuse per i crimini di guerra giapponesi e le visite dei politici nipponici a Yasukuni, il tempio dedicato alle anime morte per l’Imperatore durante il secondo conflitto mondiale, tra cui figurano anche criminali di guerra. D’altro canto il Giappone si sente minacciato dalle ambizioni revanchiste di Pechino, decisa a cancellare la vergogna del Secolo delle Umiliazioni. Contribuisce al clima di sospetto la pessima fama che ognuno dei due Pesi gode presso l’opinione pubblica dell’altro.</p>
<p>Nonostante tutto, gli scambi commerciali tra Pechino e Tokyo sono in continua crescita: durante il <strong>G20 di Osaka</strong> i due hanno stretto accordi economici e il Presidente <strong>Xi Jinping</strong> ha parlato di uno storico nuovo inizio per le relazioni sino &#8211; giapponesi, aggiungendo che la collaborazione tra i due Paesi è fondamentale per affrontare le sfide future. Il Primo Ministro Abe ha dichiarato di voler elevare il legame tra Cina e Giappone, creando una nuova era basata su tre principi: cooperazione, sviluppo del libero commercio e assenza di minacce tra i due Paesi.</p>
<p>Come leggere quindi le relazioni sino-giapponesi? La prima risposta è che viaggiano su due binari. Se da un lato la competizione in materia di sicurezza è innegabile, dall&#8217;altro entrambi sanno di essere interdipendenti in ambito economico e di non avere le forze necessarie per sopraffare l’altro. I due Paesi si impegnano a mantenere lo status quo evitando tutti i comportamenti che potrebbero destabilizzare in modo irreparabile l’ equilibrio regionale, scegliendo di concentrarsi sugli aspetti che funzionano e servono ai loro interessi parziali, come commercio, turismo e scambi culturali. Questo permette ai consumatori cinesi di avere accesso a beni di prima qualità, mentre Tokyo riceve un mercato di sbocco per i suoi prodotti &#8211; alta tecnologia, automobili e prodotti per lo skin care- che è una panacea per la sua economia stagnante. Le rivalità esistenti non scompaiono, ma entrambe le parti sono incentivate a non farsi trascinare in conflitti che non possono gestire, come un confronto militare per le Senkaku. In questo senso le spinte isolazioniste dell’amministrazione Trump, che non rassicurano Tokyo ma non sono così forti da dare a Pechino la sicurezza di poter agire indisturbata, sono un ulteriore incentivo all&#8217;autocontrollo, preservando lo status quo.</p>
<p>Operando in una delle aree più potenzialmente instabili del pianeta è fondamentale creare occasioni di confronto e di scambio in cui Tokyo e Pechino possano trovare soluzioni per non far degenerare i conflitti futuri. In questo senso gli scambi commerciali e culturali tra Cina e Giappone possono creare nuovi canali e occasioni di contatto che possono dare vita ad una seconda ondata di &#8220;people to people diplomacy&#8221;, nome collettivo che designa l’insieme di scambi economici e culturali che contribuirono a normalizzare i rapporti tra Cina e Giappone nel 1978. Dal 1952, anno in cui il Giappone riconobbe <strong>Taiwan</strong> come la Cina legittima, e il 1978, anno in cui Tokyo e Pechino normalizzarono le loro relazioni diplomatiche, i due Paesi non ebbero contatti diplomatici ufficiali. Gli scambi tra i due furono mantenuti da associazioni vicine alla sinistra parlamentare giapponese e dal cosiddetto “gruppo giapponese” del governo cinese, in cui spiccavano Zhou Enlai e Liao Chengzhi. Questi crearono ed espansero un network commerciale e culturale che contribuì significativamente a creare negli anni le condizioni per il riavvicinamento tra i due.</p>
<p>Le dichiarazioni del Presidente Xi Jinping e del Primo Ministro <strong>Shinzo Abe</strong> sono un esercizio di realismo: rimandano lo scontro ad un tempo più propizio, lasciando l’uno all’altro la possibilità di non perdere la faccia in patria difendendo gli interessi economici nazionali. Questo approccio dà ad entrambi il tempo per perfezionare i propri mezzi militari, ma apre anche nuovi canali diplomatici che potrebbero sorprenderci.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/separati-in-casa-cina-e-giappone-divisi-dallambizione-uniti-dalla-necessita.html">Separati in casa: Cina e Giappone, divisi dall’ambizione, uniti dalla necessità</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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