C’è stato un momento in cui le proteste di Hong Kong potevano essere fermate. Più di uno, in realtà: quando il decreto di estradizione fu bocciato, per esempio, o in un qualsiasi momento negli ultimi vent’anni. Pechino avrebbe dovuto semplicemente assicurare che l’accordo “un Paese, due sistemi” sarebbe sopravvissuto dopo il 2047, acquietando gli animi e rendendo sostenibile la convivenza tra l’autoritaria Pechino e la più democratica città-Stato. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi, con Pechino che ha sempre visto in qualsiasi concessione fatta alla città stato un segno di debolezza che avrebbe pagato caro in termini di consensi e supporto popolare, e sperava di poter integrare Hong Kong con una ricetta di educazione al patriottismo, valori confuciani, migrazione dal mainland e integrazione economica. Il fallimento della ricetta è palese: Hong Kong non vuole saperne di integrarsi e continua a chiedere garanzie per i suoi privilegi esistenti, etichettando le politiche di Pechino come ingerenze e rispondendo al fuoco con altro fuoco. Lo schema è noto: Pechino spinge per avere maggior controllo, Hong Kong non ne vuole sapere, e i due arrivano allo scontro. 

Nel 2011 fu il tentativo di modificare il curriculum scolastico con l’introduzione dei valori del Pcc e il plauso per le posizioni del governo, criticando i valori occidentali e la democrazia, la scintilla che spinse Joshua Wong a creare un piano per il suffragio universale e a diventare, nel 2014, leader del Movimento degli ombrelli. Nel 2014 le proteste non ebbero fortuna, e i loro leader persero il diritto di partecipare alla vita politica della città. 

Cinque anni dopo, Pechino riprova  a rafforzare il proprio controllo sulla città, ma stavolta affronta dei manifestanti diversi, consapevoli che il ritiro di una proposta non fermerà ulteriori tentativi di ridurre le loro libertà. Pechino affronta la questione con la stessa risolutezza e, mentre Carrie Lam incontra il presidente Xi Jinping a Shanghai, polizia e studenti si scontrano per le strade della città e c’è la prima vittima tra i dimostranti. Con la prima vittima, muore anche la speranza di poter tornare al mondo prima delle manifestazioni.

Al termine dell’ultimo plenum del Partito comunista cinese (Pcc) Carrie Lam e la linea dura contro le proteste hanno ricevuto rinnovato supporto. Nel comunicato rilasciato il Partito ha espresso la sua volontà di creare un sistema legale e dei meccanismi per applicarlo con lo scopo di salvaguardare la sicurezza dei territori soggetti ad amministrazione speciale, in un chiaro riferimento ad Hong Kong. Al comunicato fanno eco le parole di Shen Chunyao, ufficiale del governo che ha spiegato come “nuove mansioni e regolamenti siano stati formulati per garantire a Pechino la possibilità di esercitare maggior controllo sul territorio”.  A questa ondata di riforme si accompagna un programma di educazione civica e al patriottismo rivolta a studenti e funzionari statali. 

I piani di Pechino non funzioneranno: i programmi di educazione hanno già fallito in passato, e i manifestanti hanno sacrificato troppo per lasciarsi spaventare da pene più severe. Si è aperto un nuovo capitolo dello scontro, più duro e aspro dei precedenti, e i manifestanti non si faranno frenare dalle nuove misure. 

In mezzo a questa violenza c’è un caduto eccellente,l’accordo “Un Paese due sistemi”, che finora ha garantito la convivenza tra l’ex colonia britannica e il Pcc. Pechino non ha mai nascosto di trovarlo un fatto temporaneo, uno stratagemma creato per riprendere la tanto agognata sovranità su un territorio rimandando al futuro le questioni più spinose. Ora però il futuro è arrivato, e le parti dell’accordo hanno posizioni inconciliabili: il Pcc, che agli occhi del popolo cinese è il fautore della prosperità nazionale, gode di diversa fama  a Hong Kong, dove è ritenuto responsabile delle difficoltà della città e il sentimento comune pretende che il suo sistema legale e le sue forze di polizia resteranno indipendenti, pretesa che Pechino non accetta. 

Cosa riserva il futuro a Hong Kong? È tremendamente improbabile che Pechino scenda a compromessi: Hong Kong era e resta una piattaforma economica privilegiata, e il partito farà il possibile per non perderla. Lo scontro si protrarrà finché non ci sarà un vincitore certo, o uno dei contendenti non abbandonerà per l’impossibilità di continuare, e Pechino ha le maggiori possibilità di resistere sul lungo periodo.
Quando Pechino riprenderà il controllo della città, l’autonomia e le libertà di cui questa gode saranno ristrette, con pratiche più o meno palesemente invasive che possiamo intravedere già nel pacchetto varato per aumentare il controllo dei territori ad amministrazione speciale. 

Il modo in cui Pechino tratterà Hong Kong influenzerà le future relazioni con Taiwan: la città stato è stata il modello di riferimento per la possibile integrazione della provincia ribelle nella Repubblica Popolare Cinese, la garanzia tangibile che la convivenza tra il sistema a partito unico di Pechino e le realtà democratiche  locali era possibile. Caduto il modello un Paese due sistemi, la garanzia viene meno. La riunificazione con Taiwan resta però una flebile speranza futura, mentre Hong Kong è una solida realtà e , se Pechino deve scegliere, sceglierà Hong Kong. 

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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