Pochi Stati possono vantare una relazione sfumata come Cina e Giappone: i due Paesi sono partner economici di prim’ordine, il flusso turistico tra i due è in continua crescita e il 2019 è stato designato come “Sino-Japanese Youth Exchange Year”, ma le loro ambizioni, con Tokyo decisa a difendere il suo primato e Pechino che mira al ruolo di egemone regionale, contese vecchie e nuove rendono la loro relazione ben più travagliata.

A spiccare su tutte le contese è la rivalità per il controllo delle isole Senkaku/Diaoyu, un gruppo di isole nel Mar Cinese Orientale cruciali per la sicurezza dei due Paesi: al vincitore spettano i diritti sullo sfruttamento delle risorse energetiche, del pescaggio nella zona e il controllo sulle rotte navali. Per due Paesi poveri di risorse naturali che dipendono dalle rotte navali sia per il commercio che per l’approvvigionamento di risorse energetiche, avere o non avere accesso alle rotte marittime è una questione di sopravvivenza. Tokyo controlla di fatto le isole, ma navi cinesi continuano ad avvicinarsi agli atolli, e la guardia costiera giapponese organizza esercitazioni massicce per continuare ad asserire la sua autorità – l’ultima risale al tre luglio. Meno appariscente ma non meno importante è la frontiera cibernetica, il nuovo terreno di scontro tra Pechino, che sfrutta la sua posizione di pioniere nel campo e tutti i vantaggi che ne derivano, e Tokyo, costretta sulla difensiva mentre subisce continue violazioni.

La memoria storica del XIX secolo inasprisce il quadro generale. La Cina è furiosa per le mancate scuse per i crimini di guerra giapponesi e le visite dei politici nipponici a Yasukuni, il tempio dedicato alle anime morte per l’Imperatore durante il secondo conflitto mondiale, tra cui figurano anche criminali di guerra. D’altro canto il Giappone si sente minacciato dalle ambizioni revanchiste di Pechino, decisa a cancellare la vergogna del Secolo delle Umiliazioni. Contribuisce al clima di sospetto la pessima fama che ognuno dei due Pesi gode presso l’opinione pubblica dell’altro.

Nonostante tutto, gli scambi commerciali tra Pechino e Tokyo sono in continua crescita: durante il G20 di Osaka i due hanno stretto accordi economici e il Presidente Xi Jinping ha parlato di uno storico nuovo inizio per le relazioni sino – giapponesi, aggiungendo che la collaborazione tra i due Paesi è fondamentale per affrontare le sfide future. Il Primo Ministro Abe ha dichiarato di voler elevare il legame tra Cina e Giappone, creando una nuova era basata su tre principi: cooperazione, sviluppo del libero commercio e assenza di minacce tra i due Paesi.

Come leggere quindi le relazioni sino-giapponesi? La prima risposta è che viaggiano su due binari. Se da un lato la competizione in materia di sicurezza è innegabile, dall’altro entrambi sanno di essere interdipendenti in ambito economico e di non avere le forze necessarie per sopraffare l’altro. I due Paesi si impegnano a mantenere lo status quo evitando tutti i comportamenti che potrebbero destabilizzare in modo irreparabile l’ equilibrio regionale, scegliendo di concentrarsi sugli aspetti che funzionano e servono ai loro interessi parziali, come commercio, turismo e scambi culturali. Questo permette ai consumatori cinesi di avere accesso a beni di prima qualità, mentre Tokyo riceve un mercato di sbocco per i suoi prodotti – alta tecnologia, automobili e prodotti per lo skin care- che è una panacea per la sua economia stagnante. Le rivalità esistenti non scompaiono, ma entrambe le parti sono incentivate a non farsi trascinare in conflitti che non possono gestire, come un confronto militare per le Senkaku. In questo senso le spinte isolazioniste dell’amministrazione Trump, che non rassicurano Tokyo ma non sono così forti da dare a Pechino la sicurezza di poter agire indisturbata, sono un ulteriore incentivo all’autocontrollo, preservando lo status quo.

Operando in una delle aree più potenzialmente instabili del pianeta è fondamentale creare occasioni di confronto e di scambio in cui Tokyo e Pechino possano trovare soluzioni per non far degenerare i conflitti futuri. In questo senso gli scambi commerciali e culturali tra Cina e Giappone possono creare nuovi canali e occasioni di contatto che possono dare vita ad una seconda ondata di “people to people diplomacy”, nome collettivo che designa l’insieme di scambi economici e culturali che contribuirono a normalizzare i rapporti tra Cina e Giappone nel 1978. Dal 1952, anno in cui il Giappone riconobbe Taiwan come la Cina legittima, e il 1978, anno in cui Tokyo e Pechino normalizzarono le loro relazioni diplomatiche, i due Paesi non ebbero contatti diplomatici ufficiali. Gli scambi tra i due furono mantenuti da associazioni vicine alla sinistra parlamentare giapponese e dal cosiddetto “gruppo giapponese” del governo cinese, in cui spiccavano Zhou Enlai e Liao Chengzhi. Questi crearono ed espansero un network commerciale e culturale che contribuì significativamente a creare negli anni le condizioni per il riavvicinamento tra i due.

Le dichiarazioni del Presidente Xi Jinping e del Primo Ministro Shinzo Abe sono un esercizio di realismo: rimandano lo scontro ad un tempo più propizio, lasciando l’uno all’altro la possibilità di non perdere la faccia in patria difendendo gli interessi economici nazionali. Questo approccio dà ad entrambi il tempo per perfezionare i propri mezzi militari, ma apre anche nuovi canali diplomatici che potrebbero sorprenderci.