“Il Mare delle Filippine è nostro, ma lo controllano i cinesi”. Così risponde il presidente Rodrigo Duterte alle proteste seguite al suo rifiuto di inviare la marina a cacciare i pescatori cinesi che continuano a sfruttare le acque filippine. La prima motivazione del presidente è stata che “una risposta di tipo militare servirebbe solo a creare vedove e orfani”, ma la verità è che Pechino controlla il mare delle Filippine ed è troppo tardi per mandarlo via.
Si è aperto un nuovo capitolo nella lotta per le isole contese che vedono la Repubblica popolare cinese sola contro tutti i suoi vicini. Per anni Pechino ha provato a far valere i suoi diritti legali sulle isole e le acque che le circondano senza successo, e sembrava che il colpo di grazia alle ambizioni cinesi fosse arrivato nel 2016, quando il Tribunale per l’Arbitrato costituito appositamente per giudicare il caso ha riconosciuto all’unanimità la sovranità filippina sulle Spratly, rendendo inutile la costruzione di isole artificiali e vuote le pretese di Pechino di usarle per estendere le proprie acque territoriali fino ad includerle. La sentenza però non ha obbligato Pechino a mollare la presa sulle isole, lo ha solo convinto a cambiare strategia. L’ispirazione potrebbe essere arrivata da un altro contendente di Pechino, il Giappone, che gode di un vantaggio non indifferente nella lotta per la sovranità delle Senkaku: il Giappone di fatto amministra le isole, conduce lavori di riparazione sul faro e la sua marina pattuglia le acque.
Negli anni Pechino ha impedito alle navi civili che battevano la sua bandiera di attraccare sulle Senkaku, e se avesse la certezza che il Giappone potesse rispondere al fuoco e vincere impedirebbe ai suoi pescherecci di avvicinarsi alle isole. La certezza di non poter ottenere le isole in una sola, schiacciante vittoria è abbastanza da frenare le ambizioni cinesi sulle Senkaku. Non tutti però sono forti ( o protetti) come il Giappone, e Pechino se ne é reso conto. La Cina ha applicato alle Filippine la lezione appresa con il Giappone: non importa detenere il titolo alla sovranità, importa controllare le acque attorno alle isole e assicurarsi che gli altri contendenti non possano opporsi. Finora la strategia cinese è stata un successo: le loro navi agiscono indisturbate nelle acque filippine, protette dall’accettazione di Manila dello status quo e dalla spada di Damocle che sono i missili montati sulle isole artificiali.
Nelle parole di Duterte “ci sono già missili guidati installati sulle isole e i più veloci tra quelli installati possono raggiungere Manila in sette minuti”. Ufficialmente le Filippine non rischieranno una guerra per le loro acque e perseguiranno la difesa delle acque territoriali e delle risorse che custodiscono solo attraverso la diplomazia. Ufficiosamente Manila ha riconosciuto l’impossibilità di difendere la sua posizione: sa che tutti i tentativi di trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti falliranno, ma salva la faccia nascondendosi dietro la promessa di perseguire la via diplomatica e dietro alla possibilità prevista dal diritto di lasciar godere ad altri i diritti sulle risorse in caso la nazione non riesca a sfruttarle al meglio da sola.
Intanto Pechino continuerà a sfruttare le acque e i giacimenti petroliferi escludendo Manila, soprattutto se, come riporta il Manila Bulletin, il Presidente Xi Jinping ha minacciato ripercussioni se le Filippine proveranno a estrarre petrolio nelle loro acque . Le Filippine impareranno a mascherare la realtà, mentre Pechino continuerà a sfruttare le risorse su cui Manila ha – in teoria- maggior diritto.
C’è un New Normal nel Mar Cinese Meridionale e poggia sul controllo che la Cina esercita sulle acque stesse. Questo controllo passa attraverso la conversione di scogli e atolli in isole che Pechino promise di interrompere già nel 2015, e che ora ospitano hangar, mezzi militari piste per il decollo e l’atterraggio di aerei cinesi e missili. Senza farsi troppa pubblicità Pechino ha gettato le basi per esercitare il controllo delle acque, impedendo ad altri l’accesso a rotte e risorse, e minacciando i suoi competitori all’occorrenza. In futuro le Filippine non saranno un caso isolato, ma la nuova normalità del Mar Cinese Meridionale, dove la sovranità è un titolo vuoto ed sono il controllo delle acque e la capacità di rendere i costi della difesa insopportabili per gli avversari a decidere chi avrà accesso alle risorse.
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