Donne /

La Korea Communication Standard Commission (Kcsc) ha istituito una squadra speciale per combattere il fenomeno dei molka, i video realizzati con telecamere nascoste nei camerini e bagni pubblici e poi condivisi online. L’altro obiettivo della squadra sono i “revenge porn”, video ripresi in momenti di intimità e poi diffusi online da ex mariti e fidanzati rancorosi. Vittime di queste riprese sono principalmente donne – delle 5.500 persone arrestate nel 2017, il 97% dei colpevoli erano uomini – le quali devono affrontare non solo l’umiliazione ma anche l’ostracismo e l’isolamento dai loro pari nel momento in cui il video diventa noto. Filmare o diffondere materiale pornografico senza il consenso delle altre parti coinvolte è illegale e la pena prevede fino a cinque anni di prigione, ma spesso la punizione è debole, e i colpevoli se la cavano con una multa o la sospensione della sentenza. A questa discrepanza tra la pena teorica e la sua applicazione sottende la convinzione che sia in fondo normale, quindi accettabile, che un uomo guardi video pornografici anche se fatti e diffusi senza il consenso delle parti. 

Questo sistema di doppi standard, lassisti verso gli uomini e draconiani verso le donne, è emerso in altri casi di cronaca: la cantante Sulli, 25 anni, si è suicidata sei settimane fa dopo aver passato mesi a combattere i cyberbulli che la attaccavano per il suo comportamento “immorale” – poco prima di suicidarsi la ragazza era stata criticata per aver ospitato un festino alcolico a casa sua con degli amici – mentre il corpo della la sua collega e amica Goo Hara è stato trovato questa  domenica. Goo aveva già tentato il suicidio sei mesi fa, dopo che un suo video privato era stato diffuso dal suo ex e lei si era ritrovata al centro delle polemiche e delle critiche, mentre il colpevole veniva ignorato dal grande pubblico. 

Già nel 2018 decine di migliaia di donne aveva protestato contro il fenomeno dei molka, cavalcando l’onda del #MeToo e diventando la  maggior protesta al femminile nella storia del Paese. Nonostante le proteste però poco è stato fatto, ed è servito lo scandalo del Burning Sun a dare la scossa necessaria. 

Il Burning Sun è club di Seoul che è stato lo scenario di uno scandalo a base di traffico di droga, prostituzione e corruzione che coinvolge non solo cantanti e attori, ma anche imprenditori ed esponenti della polizia.

Fu il caso del signor Kim, vittima di un attacco dopo aver provato a difendere una ragazza da una aggressione nel bagno del club, a scoperchiare lo scandalo. Quando i giornali riportarono la notizia, il ceo del Burning Sun rispose dichiarando che era stato il signor Kim ad attaccare la ragazza, e che lo staff l’aveva difesa. Durante le indagini però emerse del materiale che cambiò il corso dell’indagine: in alcune chat fatte avere alla polizia, lo staff del locale discuteva l’uso di droga su delle ragazze e pianificava dei date rape. Da lì in poi sono emerse nuove chat in cui si discuteva dell’uso di prostitute per convincere investitori stranieri a partecipare a joint ventures, di traffico di droga e di contatti nella polizia per insabbiare le indagini. Una volta partite, le indagini non poterono più essere fermate, e lo scandalo ha avuto eco in tutta l’Asia, con star e imprenditori che si sono pubblicamente allontanati da tutti i personaggi coinvolti, mentre i fan internazionali hanno esatto che i cantanti e gli attori coinvolti venissero cacciati dalle scene. 

Per ora le vittime eccellenti di questo scandalo appartengono al mondo dell’intrattenimento sudcoreano. Tra di loro spiccano il cantante Seungri, accusato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e di corruzione, e il cantante Jung Joon young, accusato di stupro, produzione e diffusione di materiale pornografico. Jung ha stuprato delle ragazze e diffuso le riprese in una chat di cui facevano parte dieci persone, tutte appartenenti allo show business coreano. Ora, mentre le prime teste cadono –  Jung è stato condannato a sette anni di carcere – i primi passi in difesa delle vittime vengono mossi: la task force assemblata dalla Kcsc lavora 24 ore su 24 per rimuovere video online, e in parlamento è stata depositata la legge contro il cyberbullismo

Allo scoppio dello scandalo il presidente Moon commentò che “se non si fosse fatta chiarezza su questa vicenda, la Corea non avrebbe più potuto considerarsi una nazione giusta”. Ora Seoul sta facendo i primi, importantissimi passi verso la giustizia.