Nel suo discorso per il giorno della Liberazione, il presidente Moon Jae-in ha promesso di impegnarsi affinché la riunificazione della penisola coreana avvenga entro il 2045. Questa promessa si inserisce nel progetto che il presidente ha per il futuro della penisola, un futuro fatto di unità e cooperazione non solo tra il popolo sudcoreano, ma anche tra le due Coree e i loro vicini, Giappone incluso. 

L’unificazione non è all’orizzonte, questo è certo: negli ultimi settant’anni le due Coree si sono evolute prendendo direzioni divergenti, e nessuna delle due è intenzionata a farsi assorbire rinunciando al titolo di Corea legittima. Se è vero che insieme questi due Pesi avrebbero il potenziale per diventare una potenza economica superiore all’attuale Corea del Sud, è anche vero che l’unificazione non è il requisito necessario perché le due nazioni cooperino in materia economica. La zona industriale di Kaesong, fondata nel 2002, si trova in Corea del Nord, ospita fabbriche sudcoreane, impiega operai nordcoreani ed è la prova che le Coree possono beneficiare dalla collaborazione rimanendo due entità separate. 

Un’eventuale riunificazione non è gradita a Pechino, ad oggi il miglior alleato di Pyongyang. Essere alleati di Pyongyang è costoso e faticoso, ma la Corea del Nord ha un talento insostituibile: è il perfetto cuscinetto tra la Repubblica popolare cinese e le truppe americane stazionate oltre il confine sudcoreano. In virtù del suo ruolo di cuscinetto, Pechino ha molto più bisogno di Pyongyang di quanto l’alleato nordcoreano ne abbia dell’aiuto cinese. Questo rende la Repubblica popolare cinese incapace di influenzare la Corea del Nord e disposta a tutto per evitare di perdere la zona di buffer tra sé e le truppe avversarie. Il comportamento di Pyongyang è indubbiamente pericoloso, ma pur sempre meno pericoloso che avere degli avversari alle porte: finché la Repubblica popolare democratica di Corea resiste, Pechino non sarà il nemico della regione, almeno a livello militare, e potrà approfittare di tutte le divisioni che Pyongyang creerà tra i loro avversari comuni.

Appurato che la riunificazione resta un sogno ad occhi aperti, come leggere il discorso del Presidente Moon Jae-in? È in primis un segnale agli alleati vicini e lontani: dopo il diverbio commerciale con Tokyo e le ritorsioni sudcoreane, Seoul non vuole correre il rischio di perdere altri partner commerciali e ribadisce il suo impegno a mantenere gli accordi esistenti, sottolineando la sua volontà di continuare ad essere parte attiva dell’economia globale. 

Questo impegno è il primo e il più audace ramo d’ulivo che Seoul può porgere a Tokyo durante la guerra commerciale in corso, la cui vittima d’eccellenza è stato l’accordo per la collaborazione e lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence dei due Paesi al fine di fare fronte comune contro Pyongyang. Nel suo discorso il presidente Moon non ha nominato le diverse e rancorose questioni irrisolte tra Giappone e Corea del Sud, ma ha descritto un futuro di collaborazione, ricchezza e opportunità per tutti, rinunciando ad un’occasione per alimentare lo sdegno popolare verso Tokyo. Lontano dal clamore e dalla furia delle folle, il presidente Moon sa che non può permettersi di perdere un alleato come il Giappone, che resta un pilastro del commercio regionale e che, come Seoul, non condivide la fiducia americana di convincere il compagno Kim Jong-un a rinunciare al suo arsenale nucleare. 

La Corea del Nord non è l’unica preoccupazione del presidente Moon: come il Giappone, la Corea del Sud soffre la crescente potenza cinese, e il ritorno alla normalità con Tokyo impedirebbe alla Cina di sfruttare le divergenze tra i due per acquisire nuove fette di mercato, aumentando la propria già notevole influenza sui suoi vicini. Inoltre, facendo il primo passo per risolvere questa disputa, Seoul dimostra a Washington di essere un alleato responsabile, attento a tutte le sfumature dell’equilibrio regionale e impegnato nel mantenimento della stabilità. Lo scopo principale non è ingraziarsi ulteriormente il partner d’oltreoceano, è ricordare a Washington che la sua sicurezza passa attraverso la sicurezza sudcoreana e che Seoul non può essere tagliato fuori da nessuna decisione.  

Il presidente Moon sa che ripristinare la collaborazione con Tokyo e la fiducia reciproca rimane prioritario per la sicurezza nazionale di entrambi e ha capito che, nel lungo periodo, i legami economici sono necessari ma non sufficienti a raggiungere lo scopo. Gli scambi obbligano i due Paesi a contatti frequenti, ma non li portano a risolvere i problemi esistenti e a cambiare la percezione l’uno dell’altro. Il presidente Moon non può perdonare al Giappone i suoi crimini di guerra quando quest’ultimo non sembra intenzionato a riconoscerli, ma può far immaginare ai suoi concittadini un futuro di pace e prosperità all’insegna della collaborazione tra pari, creando uno spiraglio attraverso cui  la riconciliazione potrà avanzare. In un mondo in cui le certezze americane sembrano vacillare e l’ombra cinese cresce, scommettere sulla riconciliazione è la scelta più saggia che si possa fare.