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	<title>cancel culture Archives - InsideOver</title>
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	<title>cancel culture Archives - InsideOver</title>
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		<title>Non si può più dire niente: come funziona la dittatura del politically correct nei media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[martinapiumatti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Aug 2023 09:07:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Politicamente corretto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Abbatte statue, censura favole, riscrive la Storia. Epura scrittori, professori, scienziati, comici non in linea con i suoi dettami. La mannaia del politically correct non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Alfieri della nuova “religione” laica o vittime sacrificali, e sacrificabili, quando osano non essere conformi. L’autocensura politicamente corretta che ha travolto i media progressisti americani &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/non-si-puo-piu-dire-niente-come-funziona-la-dittatura-del-politically-correct-nei-media.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/08/ehimetalor-akhere-unuabona-72doRdFx-Lo-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Abbatte statue, censura favole, riscrive la Storia. Epura scrittori, professori, scienziati, <a href="https://www.theguardian.com/culture/2023/aug/15/edinburgh-venue-cancels-graham-linehan-event-complaints" target="_blank" rel="noreferrer noopener">comici non in linea </a>con i suoi dettami. La mannaia del <em><strong>politically correct</strong></em> non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Alfieri della nuova “religione” laica o vittime sacrificali, e sacrificabili, quando osano non essere conformi.</p>



<p>L’autocensura politicamente corretta che ha travolto i <strong>media progressisti</strong> americani culmina nel 2020, dopo l’omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano della polizia. E non si ferma. Quello &#8211; dice<strong> Ruy Teixeira</strong>, politologo e fondatore di “The Liberal Patriot” &#8211; è servito solo come esempio del “razzismo strutturale” dell’America a “supremazia bianca”. “Le élite progressiste e le loro istituzioni si sono affrettate ad abbracciare l&#8217;idea che la razza sia il motore principale della disuguaglianza sociale e che tutti i bianchi debbano essere visti come privilegiati e tutte le &#8220;persone di colore&#8221; come oppresse”. Da risarcire per secoli di soprusi. Anche quando delinquono. Una narrazione con cui è vietato dissentire, altrimenti si è fuori.</p>



<p>Le teste che cadono sono tante e sono tutte illustri. A cominciare da James Bennet, capo della sezione “opinioni” del <em>New York Times</em>, costretto a dimettersi per aver pubblicato un editoriale del senatore Tom Cotton, favorevole all’impiego dell’esercito contro le frange violente delle <strong>rivolte pro neri </strong>che stavano devastando mezza America. Ad essere fatale a Stan Wischnowski, caporedattore del <em>Philadelphia Inquirer</em>, è un titolo: “Buildings Matter, Too” (anche gli edifici contano, ndr), che fa il verso a “Black Lives Matter”, vessillo delle rivendicazioni antirazziste.</p>



<p>Una <a href="https://harpers.org/a-letter-on-justice-and-open-debate/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">lettera&nbsp;contro la <em><strong>cancel culture</strong></em></a>, firmata dalla giornalista del<em> N</em>YT <strong>Bari Weiss</strong>, segna la sua condanna. Assunta nel tempio del progressismo per riequilibrarne gli eccessi perché di centro-sinistra, si è dimessa <a href="https://www.bariweiss.com/resignation-letter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">stremata dal “clima tossico”</a> di una redazione che per essere “inclusiva” bullizza a colpi di tweet (“razzista”, “nazista”) chi non si prostra alla “nuova ortodossia” liberal.&nbsp;Donald G. McNeil, giornalista scientifico di punta, sempre del <em>New York Times</em>, viene linciato per una parola detta (l’epiteto tabù per eccellenza “nigger”), ignorando contesto e intenzioni dell’”oltraggio”. Si dimette. E questi sono soltanto i casi che hanno fatto più rumore riguardanti la questione razziale, sentita negli States più che altrove. </p>



<p>Autocensura ed <strong>epurazione</strong> dell’’”eretico” sono la norma anche quando si toccano le altre categorie “santificate” dall’ideologia <em>woke</em> (propria di chi si è risvegliato, <em>woke</em> in inglese, ed è consapevole dei propri privilegi e pregiudizi razziali da espiare): donne, appartenenti alla comunità LBGTQ+, disabili, migranti. Il punto di vista deve essere uno solo: a favore, incondizionato e acritico. Pena: la gogna. Che addita e fa terra bruciata attorno ai dissidenti, dall’ondata di purghe inflitte dalla dittatura del <em>politically</em> <em>correct</em>.</p>



<p>In un panorama mediatico in cui &#8220;il dibattito &#8211; dice <strong>Michael Lind</strong>, giornalista e cofondatore del think tank New America &#8211; è stato sostituito dall&#8217;assenso obbligatorio e le <a href="https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/the-end-of-progressive-intellectual-life" target="_blank" rel="noreferrer noopener">idee sono state sostituite da slogan</a> che possono essere recitati ma non messi in discussione”, ad essere via via sacrificata è l’obiettività giornalistica. Al punto che un fatto diventa notizia se avvalora la narrazione <em>woke</em>, altrimenti viene bannato. </p>



<p>È il caso, sollevato da <strong>Federico Rampini</strong> in “Suicidio occidentale”, del giovane ricercatore piemontese Davide Giri, ucciso a New York da un pregiudicato afroamericano appartenente a Ebk, una delle gang più feroci del Queens. La notizia, nonostante la rilevanza, viene censurata dal <em>New York Times </em>perché stona con la retorica antirazzista sposata dalla testata. “L’interesse del quotidiano e il vigore investigativo messo in campo &#8211; scrive Rampini &#8211; sarebbero stati diversi se le parti fossero state rovesciate. Se cioè la vittima fosse stata afroamericana e l’omicida un bianco; […]. La tragedia sarebbe finita in prima pagina”.</p>



<p>Anche il principio dell’<strong>obiettività</strong> alla base di ogni giornalismo credibile<a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/14648849231160997" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> si immola in nome del “grande risveglio” </a>e diventa “un concetto problematico che ha contribuito a emarginare i giornalisti non bianchi, escludendo le comunità di colore e nascondendo strutture di potere che giustificano lo status quo”.</p>



<p>Ora, però, la dittatura del <em>politically</em> <em>correct</em> sembrerebbe mostrare qualche crepa. Molti si sono resi conto che gran parte di ciò che facevano per compiacere l’<strong>ideologia <em>woke</em></strong> non aveva senso, o era dettato più dalla paura di essere epurati che da una reale convinzione. Non solo. “È diventato sempre più ovvio &#8211; nota Teixeira &#8211; che le persone che dovrebbero beneficiare del “risveglio” collettivo non sono d&#8217;accordo con alcune delle iniziative correlate”. Dalla campagna “Defund the police&#8221; per tagliare i fondi stanziati per la polizia (non apprezzata dagli elettori neri delle comunità infestate dalla criminalità) all’appello del giornalista afroamericano del <em>Wall street journal </em>Jason Riley, che ci ha scritto un libro: “Per favore, smettetela di aiutarci: come i liberali rendono più difficile il successo dei neri”.</p>



<p>Se il <a href="https://www.aei.org/op-eds/ruy-teixeira-asks-whether-america-has-reached-peak-woke/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“picco del wokismo”</a> pare passato almeno nella società, qualcosa si muove anche nel contesto di “morte cerebrale” del giornalismo Usa, polarizzato tra <em>woke </em>a tutti i costi e no <em>woke</em> a prescindere. “Ciò che sopravvive &#8211; <a href="https://www.tabletmag.com/sections/news/articles/the-end-of-progressive-intellectual-life" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rileva Lind </a>&#8211; oggi è costituito da un numero crescente di esiliati su Substack dal <strong>wokismo dell&#8217;establishment</strong> e da un numero crescente di dissidenti di sinistra, conservatori e populisti, alcuni dei quali si sono riuniti in nuove pubblicazioni come <em>American</em> <em>Affairs</em>, <em>Compact</em>, <em>The Bellows</em>, o più stravaganti come <em>Tablet</em>”.</p>



<p>Il cambio di passo si avverte anche negli avamposti della battaglia progressista. La <em>Cnn</em>, per smarcarsi dalle accuse di essere di parte e tornare a un approccio più obiettivo, si sta ricalibrando con programmi e <a href="https://www.theguardian.com/media/2022/jun/21/cnn-shifts-gears-from-partisanship-news-political-center" target="_blank" rel="noreferrer noopener">conduttori spostati più al centro</a>. Mentre <em>The Atlantic</em> ha pubblicato un articolo che mette in crisi uno dei <strong><a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/08/addiction-drug-policy-language-harm-evidence/674907/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dogmi della crociata liberal </a></strong>contro le parole: non ci sono prove &#8211; <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2023/08/addiction-drug-policy-language-harm-evidence/674907/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">si legge </a>&#8211; che un termine considerato “equo” o “offensivo” lo sia anche per quelle categorie che si vogliono tutelare. La <a href="https://nymag.com/intelligencer/2022/04/political-correctness-is-losing.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">conferma arriva da Ruben Gallego</a>, membro democratico del Congresso: &#8220;Quando noi politici latini usiamo il termine “latinx” (scelto dai liberal per definire gli americani di origini latine, <em>ndr</em>) è in gran parte per compiacere i progressisti ricchi e bianchi convinti che lo usiamo anche tra di noi&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Se il fervore <a href="https://nymag.com/intelligencer/2022/04/political-correctness-is-losing.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>politically</em> <em>correct</em> sembra perdere i colpi</a>, <a href="https://it.insideover.com/politica/la-guerra-alla-sinistra-woke-non-scalda-il-gop-cosi-trump-ha-fermato-lascesa-di-desantis.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la guerra alla cultura <em>woke</em> non tira più </a>neanche a destra, dove è chi punta sul <a href="https://nymag.com/intelligencer/2022/04/political-correctness-is-losing.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tema sicurezza a guidare i sondaggi</a>. Tutti segnali che in America, con la campagna per le presidenziali in corso, ci penserà la paura di perdere consenso a smorzare l’ideologia. Della politica, e dei media.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/non-si-puo-piu-dire-niente-come-funziona-la-dittatura-del-politically-correct-nei-media.html">Non si può più dire niente: come funziona la dittatura del politically correct nei media</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Fukuyama: &#8220;La cancel culture? Segno dell&#8217;intolleranza&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/fukuyama-la-cancel-culture-segno-dellintolleranza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jun 2022 06:43:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[Liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1172" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-300x183.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-1024x625.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-768x469.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-1536x938.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-2048x1250.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La cancel culture &#8220;è segno della crescente intolleranza. Un ruolo decisivo lo gioca la tecnologia: i social media danno infatti la possibilità di isolare le opinioni, abolire il contesto e abdicare a una conversazione civile. Basta un tweet per trasformare un commento in un&#8217;onda anomala&#8221;. Parola di Francis Fukuyama, politologo e celebre studioso della democrazia &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/fukuyama-la-cancel-culture-segno-dellintolleranza.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/fukuyama-la-cancel-culture-segno-dellintolleranza.html">Fukuyama: &#8220;La cancel culture? Segno dell&#8217;intolleranza&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1172" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-300x183.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-1024x625.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-768x469.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-1536x938.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220626084251566_e559f5d049a07c17f0fdabd87ef40140-2048x1250.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La cancel culture &#8220;è segno della crescente intolleranza. Un ruolo decisivo lo gioca la tecnologia: i social media danno infatti la possibilità di isolare le opinioni, abolire il contesto e abdicare a una conversazione civile. Basta un tweet per trasformare un commento in un&#8217;onda anomala&#8221;. Parola di <strong>Francis Fukuyama</strong>, politologo e celebre studioso della democrazia liberale, intervistato dal <em>Corriere della Sera. </em>Secondo Fukuyama, la crisi contemporanea del liberalismo, soprattutto negli Stati Uniti, nasce per due motivi, due &#8220;differenti distorsioni&#8221;. La prima, spiega, è venuta dal neoliberalismo degli anni&#8217;80 e dai &#8220;Chicago Boys&#8221;, mentre l&#8217;altra è venuta da sinistra e dalla &#8220;politica dell&#8217;identità&#8221; dei <em>liberal</em>.</p>
<h2>Fukuyama contro cancel culture e politica dell&#8217;identità</h2>
<p>L&#8217;insistenza sull&#8217;inclusione dei diversi gruppi, spiega il teorico della &#8220;fine della storia&#8221;, ha portato al paradosso &#8220;per cui non si può parlare di lavoratori perché bisogna parlare dei neri o delle donne. Il <em>focus</em> cioè è diventato la specifica identità delle diverse categorie&#8221;. Il <strong>liberalismo tradizionale</strong> è un &#8220;progetto naturalmente inclusivo&#8221; ma se &#8220;l&#8217;identità del gruppo diventa più importante dell&#8217;identità individuale &#8211; e si viene giudicati per appartenenza a una certa razza, religione o genere &#8211; ecco che si ricade nell&#8217;illiberalità&#8221;. Un duro monito, quello dello studioso, contro le derive del <em>politically correct</em> e <a href="https://it.insideover.com/societa/woke-supremacy-la-nuova-deriva-della-sinistra-liberal-usa.html">dell&#8217;isteria &#8220;woke&#8221; della sinistra americana</a>, ossessionata dalla rappresentazione e dai diritti delle minoranze. Istanze portate all&#8217;esasperazione e al grottesco.</p>
<p>Il risultato di quest&#8217;isteria non è una solidarietà su larga scala ma è quello di atomizzare la società in tanti piccoli gruppi in competizione fra loro. Dopotutto, non è la prima volta che il celebre politologo si scaglia contro la politica identitaria. Nel saggio <em>Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi</em> (Utet) pubblicato nel 2019, il docente della <strong>Stanford University</strong> osserva come il problema con la sinistra odierna stia nelle &#8220;particolari forme di identità&#8221; che questa ha deciso sempre di più di esaltare. &#8220;Anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati &#8211; afferma Fukuayma si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità&#8221;. Questo fa parte di una più ampia vicenda riguardante la &#8220;sorte del liberalismo moderno&#8221;, in cui il principio di riconoscimento universale e paritario si è mutato nello specifico &#8220;riconoscimento di gruppi particolari&#8221;.</p>
<h2>&#8220;Il vero pericolo? È la Cina&#8221;</h2>
<p>Il politologo statunitense non ha dubbi su quale sia il vero pericolo per le democrazie occidentali, fra il modello russo e quello cinese: <strong>la minaccia arriva da Pechino</strong>. Motivo? La Russia non è un problema, afferma, &#8220;il problema è Putin, uno che ha commesso errori enormi, mandando truppe in tutto il mondo, dal Venezuela alla Siria, fino a questa assurda invasione di un paese sovrano come l&#8217;Ucraina&#8221;. I cinesi, sottolinea, sono &#8220;molto più consapevoli nell&#8217;uso del loro potere e soprattutto hanno un&#8217;economia più sofisticata, più tecnologia, più differenziazione, non solo gas e petrolio&#8221;, e nel lungo termine possono porre &#8220;più problemi alle democrazie occidentali di quanto non possa fare la Russia&#8221;.</p>
<p>E per quanto riguarda l&#8217;Ucraina e la possibilità che Kiev possa entrare nell&#8217;Unione europea, Francis Fukuyama sottolinea quali sono le vere priorità per Zelensky e il suo esercito: &#8220;Non penso che la cosa più importante per l&#8217;Ucraina in questo momento sia l&#8217;ingresso nell&#8217;Ue. Ha più bisogno di <strong>assistenza militare</strong>&#8220;. Quanto alla divisione fra autocrazie e democrazie, particolarmente sostenuta dall&#8217;amministrazione Biden, lo studioso sottolinea che oggi vediamo la Russia &#8220;che ai miei occhi è un paese fascista, sostenere il Venezuela, che ha la pretesa di essere un paese di sinistra&#8221;. Cos&#8217; hanno in comune? Per Fukuyama, è &#8220;l&#8217;opposizione alle democrazie occidentali. Per cui sì, è giusto che le democrazie si alleino tra di loro. Non penso ad esempio che gli interessi di Russia e Cina siano molto convergenti, ma potrebbero allinearsi proprio nell&#8217;ideologia anti-occidentale&#8221;. La domanda per lo studioso, a questo punto, potrebbe essere questa: non è stato dunque un errore strategico quello di spingere la Russia tra le braccia di Pechino? Quesito che interrogherà molti studiosi occidentali &#8211; e non &#8211; nei prossimi anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/fukuyama-la-cancel-culture-segno-dellintolleranza.html">Fukuyama: &#8220;La cancel culture? Segno dell&#8217;intolleranza&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;ideologia woke contagia anche i libri per bambini</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/lideologia-woke-contagia-anche-i-libri-per-bambini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 14:52:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[Politicamente corretto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I cari vecchi libri per bambini, soprattutto nel mondo anglosassone, vengono sostituiti dai nuovi prodotti &#8220;woke&#8221;, pensati per allevare una nuova classe di liberal-progressisti. Basta con la vecchia letteratura per ragazzi, che riportava i vecchi schemi della società &#8220;patriarcale&#8221; del razzismo &#8220;strutturale&#8221; e sistemico della nostra società. Ora i nuovi libri per bambini esaltano l&#8217;ambientalismo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/lideologia-woke-contagia-anche-i-libri-per-bambini.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220603165215788_2831d409260087fcf57a9b5d257d3121-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>I cari vecchi libri per bambini, soprattutto nel mondo anglosassone, vengono sostituiti dai nuovi prodotti &#8220;woke&#8221;, pensati per allevare una nuova classe di liberal-progressisti. Basta con la vecchia letteratura per ragazzi, che riportava i vecchi schemi della società &#8220;patriarcale&#8221; del razzismo &#8220;strutturale&#8221; e sistemico della nostra società. Ora i nuovi libri per bambini esaltano l&#8217;ambientalismo gretino, il <strong>progressismo meticcio e multiculturale</strong>, la &#8220;diversità&#8221; Lfgbtq: chi non si piega ai nuovi dogmi, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, viene emarginato, e così gli editori fanno gara a pubblicare il prodotto più progressista e politically correct possibile. Basti pensare che, negli Usa, i libri per bambini tra più noti sono, ad esempio W<em> is for Welcome: A Celebration of America&#8217;s Diversity &#8211; </em>libro che celebra l&#8217;immigrazione in America &#8211; e a <em>One of a Kind, Like Me / Único Como Yo</em>, che esalta invece la diversità di genere.</p>
<h2>I libri per bambini? Sempre più woke e progressisti</h2>
<p>Come si legge nella descrizione pubblicata sul web, quest&#8217;ultimo racconta come Danny, alla viglia della parata della scuola, &#8220;sappia esattamente cosa sarà: <strong>una principessa</strong>. La mamma lo sostiene al 100% e corrono al negozio dell&#8217;usato per trovare il suo costume. È quasi l&#8217;ora di chiusura: Danny troverà il costume dei suoi sogni in tempo? <em>One of A Kind, Like Me / Único como yo</em> è una dolce storia sull&#8217;amore incondizionato e sulla bellezza dell&#8217;individualità. È un libro unico che solleva i bambini che non si adattano agli stereotipi di genere e riflette il potere di una comunità amorevole e solidale&#8221;. C&#8217;è poi <em>A for Activist</em>, il manuale del futuro progressista: libro &#8220;scritto e illustrato per la prossima generazione di progressisti: famiglie che vogliono che i loro figli crescano in uno spazio che non si scusa per l&#8217;attivismo, la giustizia ambientale, diritti civili, diritti Lgbtq e tutto ciò in cui gli attivisti credono e per cui combattono&#8221;.</p>
<p>Oltre a questi titoli evidentemente pregni di ideologia, negli ultimi anni c&#8217;è stata anche una proliferazione di biografie politiche dedicate a un pubblico giovanissimo, inclusi libri illustrati su <strong>Obama o Mandela</strong>, oltre a quello sul giudice latino Sonia Sotomayor e persino sulla ex senatrice di estrema sinistra, Elizabeth Warren. E quelli dedicati ai politici conservatori? Non esistono o sono difficili da trovare. È un dato che la dice lunga su chi sta vincendo questa vera e propria &#8220;guerra culturale&#8221; fra liberal e conservatori.</p>
<ul>
<li><strong><a href="https://bit.ly/3N6VAnm">La cancel culture esiste, ed è un problema</a></strong></li>
<li><strong><a href="https://bit.ly/3lXmBh7">La furia della cancel culture contro i Padri Fondatori</a></strong></li>
<li><strong><a href="https://bit.ly/3lYsR8g">I crociati del politicamente corretto</a></strong></li>
</ul>
<h2>Antirazzismo e diversità di genere</h2>
<p>La &#8220;razza&#8221; è uno dei temi prediletti dagli scrittori &#8220;woke&#8221;. Nel suo libro del 2019 <em>How To Be an Antiracist</em>, lo storico Ibram X. Kendi spiega cosa significa essere &#8220;antirazzisti”&#8221;nell’America di oggi. &#8220;L’unico rimedio alla discriminazione razzista è la discriminazione antirazzista. L’unico rimedio alla discriminazione passata è la discriminazione presente. L’unico rimedio alla discriminazione attuale è la discriminazione futura&#8221; scrive Kendi. Nel 2020 lo studioso dell&#8217;antirazzismo ha pubblicato <em>Antiracist Baby, </em>testo nel quale afferma che ai bambini viene &#8220;insegnato a essere razzisti o antirazzisti, non c&#8217;è neutralità&#8221;. In tutto il libro, Kendi suggerisce ai lettori di &#8220;concentrarsi sulla razza, parlare di razza e persino assicurarsi di &#8220;confessare le idee razziste che a volte esprimiamo&#8221;.</p>
<p><a href="https://capitalresearch.org/article/woke-childrens-books-indoctrinating-the-next-generation-of-radicals/">Come nota Scott Walker</a>, mentre i libri progressisti per bambini degli anni &#8217;70 &#8220;cercavano di promuovere la <strong>tolleranza</strong> di diversi punti di vista, razze, religioni e orientamenti&#8221;, quelli di oggi vogliono riscrivere completamente la cultura occidentale. &#8220;Il marito di Babbo Natale di <strong>Daniel Kibblesmith</strong> è un ottimo esempio. Nella sua storia di Natale, Babbo Natale è gay con un marito di nome David, il Polo Nord si sta riscaldando a causa del riscaldamento globale, Rudolf ha restrizioni dietetiche e gli elfi godo dei sindacati. Con riferimenti woke in quasi ogni pagina, l&#8217;agenda dell&#8217;autore è chiaramente la protagonista di questa storia, con qualsiasi tipo di spirito natalizio che assume un ruolo minore&#8221;.</p>
<h2>E i vecchi classici? Vittime della cancel culture</h2>
<p>E mentre i nuovi titoli &#8220;woke&#8221; conquistano le librerie, dall&#8217;altra i vecchi classici finiscono nel tritacarne della cancel culture. Per fare spazio al &#8220;progresso&#8221; serve liberarsi di ciò che è vecchio e vetusto e non rispecchia più i canoni della modernità. Come nota <em>Il Foglio</em>, In Canada, ad esempio, <em>Asterix il Gallo, Tintin il belga</em> e <em>Lucky Luke il cowboy</em> americano sono stati dati alle fiamme nelle scuole dell&#8217;Ontario. Sempre in America, il libro della serie di <em>Capitan mutanda</em> (80 milioni di copie vendute in tutto il mondo) è stato di recente ritirato dalle vendite in America e l&#8217;autore per bambini Dav Pilkey si è scusato per i suoi &#8220;dannosi stereotipi razziali&#8221;. Ma le cose in Inghilterra non vanno di certo meglio: qui, infatti, dalle biblioteche stanno scomparendo i libri per l&#8217;infanzia di <strong>Roald Dahl</strong> e classici come <em>Ali Babà e i quaranta ladroni</em>.</p>
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		<title>La statua di Margaret Thatcher bersaglio della cancel culture</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-statua-di-margaret-thatcher-bersaglio-della-cancel-culture.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2022 11:18:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[Politicamente corretto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Primo ministro britannico dal 1979 al 1990, Margaret Thatcher può piacere o meno ma la sua rimane una delle figure più significative del secolo scorso. La sua politica liberista e libertaria volta alla deregulation del settore finanziario e alla privatizzazione delle società statali, oltre alla riduzione dell&#8217;influenza dei sindacati, la rendono, ancora oggi, una figura &#8220;divisiva&#8221; &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-statua-di-margaret-thatcher-bersaglio-della-cancel-culture.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA30798885-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Primo ministro britannico dal 1979 al 1990, <strong>Margaret Thatcher</strong> può piacere o meno ma la sua rimane una delle figure più significative del secolo scorso. La sua politica liberista e libertaria volta alla <em>deregulation</em> del settore finanziario e alla privatizzazione delle società statali, oltre alla riduzione dell&#8217;influenza dei sindacati, la rendono, ancora oggi, una figura &#8220;divisiva&#8221; agli occhi di molti, ma nessuno può negare il carisma senza tempo della &#8220;Lady di Ferro&#8221; nata a Grantham il 13 ottobre 1925 e morta l&#8217;8 aprile 2013.</p>
<p>Ed è proprio nel cuore della sua città natale, Grantham, che ora sorge una statua che ricorda la figura di &#8220;Maggie&#8221;. La statua si trova nel parco di St Peter&#8217;s Hill, a pochi metri da quella dedicata a Sir Isaac Newton, e a due passi da un museo dove una sezione è dedicata proprio all&#8217;ex Primo ministro e dal market un tempo di proprietà della sua famiglia. Per una città industriale come Grantham, nel Lincolnshire, il museo è l&#8217;attrazione principale e attira turisti da tutto il mondo, giunti in città per conoscere la storia e le radici di &#8220;Maggie&#8221;.</p>
<h2>La statua dedicata alla Lady di Ferro vandalizzata nella sua città Natale</h2>
<p>Eretta poco lo scorso 15 maggio, nella giornata del 30 maggio la scultura dedicata alla <strong>Thatcher</strong> da 300 mila sterline è stata <strong>imbrattata con vernice rossa </strong>e una falce e martello, dipinta sulla recinzione che la proteggeva. È solo l&#8217;ultimo, <a href="https://www.bbc.com/news/uk-england-lincolnshire-61625497">come riferisce la <em>Bbc</em></a>, degli episodi di vandalismo registrati in poco meno di due settimane contro il monumento dedicato alla Lady di Ferro. Poche ore dopo la sua installazione, <strong>Jeremy Webster</strong>, 59 anni, vicedirettore dell&#8217;Attenborough Arts Centre dell&#8217;Università di Leicester, è stato multato per aver lanciato delle uova contro la statua. Commentando la notizia, la figlia di Margaret Thatcher, Carol, che vive fuori dal Regno Unito, ha detto di non aver visto la scultura, ma ha osservato che &#8220;non è un buon momento per essere una statua da nessuna parte in questi giorni, a quanto pare&#8221;.</p>
<p>Neil Kinnock, che ha guidato il partito laburista tra il 1983 e il 1992, ed è stato uno dei grandi rivali di Maggie, <a href="https://www.bbc.com/news/uk-england-lincolnshire-61464388">ha condannato senza appello i vandalismi</a>: &#8220;La statua dovrebbe essere rispettata, punto e basta&#8221;. Il monumento è stato offerta alla città di  Grantham dopo che il Consiglio di Westminster ha rifiutato di farsene carico nel 2018 tra i timori di &#8220;disobbedienza civile e vandalismo&#8221;. La fastosa inaugurazione del monumento dedicato alla Lady di Ferro nella sua città natale, inizialmente pianificata nel 2020, ha attirato numerose critiche, compreso un gruppo Facebook che ha promosso una &#8220;gara di lancio delle uova&#8221; alla quale hanno aderito 13 mila persone.</p>
<hr />
<ul>
<li><strong><a href="https://bit.ly/3N6VAnm">La cancel culture esiste, ed è un problema</a></strong></li>
<li><strong><a href="https://bit.ly/3lXmBh7">La furia della cancel culture contro i Padri Fondatori</a></strong></li>
<li><a href="https://bit.ly/3lYsR8g"><strong>I crociati del politicamente corretto</strong></a></li>
</ul>
<hr />
<h2>&#8220;Figura divisiva&#8221;: l&#8217;isteria woke contro Maggie</h2>
<p>A Grantham, come riporta il <a href="https://www.theguardian.com/politics/2022/may/22/margaret-thatcher-statue-splits-birthplace-of-grantham"><em>Guardian</em></a>, gli abitanti hanno opinioni diverse sulla figura dell&#8217;ex Primi ministro. &#8220;È molto divisiva, ho letto così tanti commenti a riguardo sui social media&#8221;, ha detto la 25enne <strong>Mollie Topham</strong>, passando davanti alla statua mentre andava al lavoro. &#8220;Non credo che meritasse di essere vandalizzata, ma ognuno deve esprimere i propri sentimenti. Posso capire perché è lì, è stata la prima donna primo ministro ed è di Grantham. Ma i soldi avrebbero potuto essere spesi meglio?&#8221;. &#8220;Ho due adolescenti e sono felice che la statua sia lì per fargliela vedere. Fa parte della storia di Grantham&#8221;, ha sottolineato Katrina Glover, che stava visitando la statua con la sua amica Joy Brown, un&#8217;ex attivista del partito conservatore. &#8220;Penso che sia giusto che Grantham la celebri&#8221;, ha osservato Les Large, 72 anni, della vicina Stamford. &#8220;Lei è la prima leader donna che abbiamo mai avuto. Non credo che dovrebbe essere vandalizzata&#8221;.</p>
<p>L&#8217;opposizione al governo della <strong>Thatcher</strong>, negli anni&#8217;80, fu forte anche sul <strong>fronte socio-culturale</strong>: artisti come Pink Floyd, Morrissey, Billy Bragg, scrissero canzoni contro la sua visione del mondo e del lavoro e soprattutto contro la guerra per il controllo delle isole Falkland-Malvine tra Gran Bretagna ed Argentina. Era un&#8217;opposizione dura, ma ragionata. Oggi la &#8220;cancel culture&#8221; non ammette né ragionamenti né dibattiti: la storia va cancellata, senza se e senza ma, e riscritta secondo i canoni della (post)modernità e del politicamente corretto. Per questo la statua di Maggie, nella Gran Bretagna contemporanea, difficilmente troverà mai pace.</p>
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		<title>La furia della cancel culture contro i padri fondatori</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-furia-della-cancel-culture-contro-i-padri-fondatori.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Muzio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Oct 2021 04:08:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Stavolta non si parla di un abbattimento di statua da parte di una folla di manifestanti esagitati, come molte altre volte era accaduto. Né tantomeno della rimozione di un monumento a qualche esponente della Confederazione sudista. E del resto sarebbe difficile, dato che la vicenda si svolge a New York, città che pure ai tempi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-furia-della-cancel-culture-contro-i-padri-fondatori.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/Thomas-Jefferson-la-presse-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Stavolta non si parla di un abbattimento di statua da parte di una folla di manifestanti esagitati, come molte altre volte era accaduto. Né tantomeno della rimozione di un monumento a qualche esponente della Confederazione sudista. E del resto sarebbe difficile, dato che la vicenda si svolge a New York, città che pure ai tempi della guerra mostrò qualche simpatia per la causa confederata.</p>
<p>Stavolta parliamo di <strong>Thomas Jefferson</strong>, terzo presidente degli Stati Uniti e del monumento ospitato sin dal 1833 nella sala del consiglio cittadino, del quale la commissione sugli arredi urbani nominata dal sindaco dem uscente <strong>Bill DeBlasio</strong> ha decretato la rimozione. A differenza delle <a href="https://it.insideover.com/politica/luniversita-che-resiste-e-non-cancella-la-storia-il-generale-lee.html" target="_blank" rel="noopener">statue del generale Lee</a> o di altri esponenti politici controversi come il presidente Andrew Jackson, che deportò i nativi oltre il limite degli Appalachi, o il senatore John Calhoun, uno dei più strenui difensori della schiavitù, la commissione della statua del padre fondatore non fu legata a motivi che oggi consideriamo deplorevoli e in qualche caso erano considerati deplorevoli anche allora. La sua creazione fu pagata dal primo commodoro di religione ebraica Uriah Levy, in omaggio all&#8217;impegno di Jefferson per la <strong>libertà religiosa</strong>, rappresentato dall&#8217;approvazione dello statuto della libertà religiosa in Virginia, scritto nel 1777 e approvato nel 1786, di cui andava così fiero tanto da volerlo scritto sull&#8217;epitaffio della sua tomba.</p>
<h2>L&#8217;accusa di schiavitù</h2>
<p>Un provvedimento che tolse lo status di chiesa ufficiale al culto anglicano e garantiva piena cittadinanza non solo a tutti i cristiani, ma anche agli ebrei, agli induisti e ai musulmani, superando di slancio la Madrepatria britannica che avrebbe aperto soltanto ai cattolici le porte delle cariche pubbliche nel 1829. Si sa però che a rendere indigesto ad alcuni progressisti la celebrazione di Jefferson è l&#8217;eredità della <strong>schiavitù</strong>, sulla quale ha puntato il dito la consigliera afroamericana Adrienne Adams, ritenendola &#8220;vergognosa&#8221; e sulla quale bisogna voltare pagina.</p>
<p>Ma è giusto legare Jefferson al suo essere stato un possessore di schiavi? Secondo le stime del centro studi ospitato nella tenuta di Monticello, ben seicento schiavi sarebbero passati dalla tenuta, dove erano impiegati nelle mansioni più disparate, tra cui il fornire una bottiglia di vino piena al padrone di casa tramite un complesso sistema di trasmissione pneumatica collegato alla cantina. Una di esse, Sally Hemings, secondo molti studi e anche alcune <a href="https://www.smithsonianmag.com/smart-news/sally-hemings-gets-her-own-room-monticello-180963944/">evidenze archeologiche</a>, sarebbe stata la sua concubina dalla quale avrebbe avuto ben sei figli. Nelle oltre 35mila lettere scritte da Jefferson nel corso della sua vita, Sally Hemings viene nominata soltanto alcune volte e in modo molto laterale. Non certo come l&#8217;amore della sua vita.</p>
<p>Avrebbe potuto utilizzare il suo status sociale e il suo immenso prestigio politico per sfidare le convenzioni e sposare una schiava magari dopo averla liberata? Questo coraggio però mancò persino a un noto abolizionista come il deputato della Pennsylvania Thaddeus Stevens, attivo al Congresso dal 1859 al 1868, che non sposò mai la sua stretta collaboratrice afroamericana Lucy Hamilton Smith, conosciuta dai suoi vicini di casa e conoscenti come &#8220;signora Stevens&#8221;. Jefferson liberò i figli di Sally Hemings e i suoi fratelli maggiori, ma lasciò l&#8217;incombenza di lasciarle &#8220;del tempo libero&#8221; (una liberazione informale) alla figlia Martha. Fin qui la sua condotta persona, che gli standard attuali non possono che ritenere inaccettabile.</p>
<h2>La posizione di Jefferson sugli schiavi</h2>
<p>C&#8217;è però un altro piano sul quale l&#8217;azione di Jefferson si è espressa: quella della battaglia delle idee. Quello che è stato il più grafomane dei capi di Stato statunitensi non ha mai avuto parole tenere per un&#8217;istituzione alla quale tenevano molti suoi contemporanei, anche a livello ideologico. La definiva &#8220;una depravazione morale&#8221; e una &#8220;macchia odiosa&#8221; per la giovane repubblica americana. A livello filosofico, pensava che le leggi che tutelavano la &#8220;peculiare istituzione&#8221; fossero contrarie allo stato di natura che garantiva una libertà di fondo a tutti gli esseri umani. Anzi, non solo: volle mettere questo per iscritto nella dichiarazione d&#8217;indipendenza. E fu solo per la dura opposizione dei delegati del <strong>Sud Carolina</strong> che non venne inserito un attacco diretto al &#8220;re cristiano di Gran Bretagna&#8221; che aveva deportato persone &#8220;che non ci avevano mai fatto del male e le ridusse in schiavitù in un altro emisfero&#8221;. In un altro suo scritto, le <em>Notes on the state of Virginia</em> del 1782 definì la morale dei proprietari di schiavi &#8220;molle&#8221;: insomma, un problema tanto per i padroni quanto per gli schiavi.</p>
<p>Se oggi ciò appare paternalista, all&#8217;epoca la sua visione aveva tutti i crismi della radicalità. La cosa è stata sottolineata anche dallo storico di Princeton Sean Wilentz, liberal e sostenitore di <strong>Hillary Clinton</strong>, che dice che la statua &#8220;onora il contributo di Jefferson all&#8217;umanità intera&#8221;. Un rilievo che condivide anche Annette Gordon Reed, docente afroamericana ad Harvard ed esperta di Jefferson: &#8220;Mischiare insieme un Padre Fondatore con i confederati rischia di minimizzare i crimini di questi ultimi&#8221;. Non possiamo quindi che condividere quanto detto un anno fa da Shannon LaNier, discendente di Jefferson e di Sally Hemings: &#8220;Era un uomo brillante che predicava l&#8217;uguaglianza ma non la metteva in pratica. Io esisto proprio per questo motivo&#8221;.</p>
<h2>L&#8217;attacco insensato degli ultra liberal</h2>
<p>Il contributo quindi di un uomo con delle profonde lacune personali alla causa della democrazia è ciò che va ricordato. E forse l&#8217;ipotesi che la statua non verrà abbattuta, come vorrebbe Charles Barron, membro dell&#8217;assemblea cittadina ed ex membro delle <strong>Black Panther</strong>, ma posta nella Società Storica di New York, dove Jefferson sedeva nel comitato scientifico, lascia ben sperare su un un futuro ripensamento.</p>
<p>Di certo ha fatto meno rumore la ricostruzione di una statua vandalizzata lo scorso giugno a Madison, in Wisconsin, vicino al Campidoglio statale: si tratta di quella di <strong>Hans Christian Heg</strong>, un abolizionista di origine norvegese morto nella battaglia di Chickamauga nel 1863. I manifestanti, pensando che fosse una statua confederata, in uno stato fortemente unionista, l&#8217;avevano abbattuta e decapitata, correggendo il tiro in seguito e affermando che lo avevano fatto per attirare l&#8217;attenzione sull&#8217;ingiustizia razziale in Wisconsin.</p>
<p>Il governatore dem Tony Evers ha voluto ad ogni costo ricostruirla, <a href="https://apnews.com/article/death-of-george-floyd-wisconsin-health-race-and-ethnicity-madison-bd08ce196035066aec2be0abd5f63389">rimettendola nell&#8217;esatta posizione</a> nella quale si trovava, grazie a un prestito federale e all&#8217;interessamento dei discendenti di Heg. Si è andati troppo oltre, in questi due casi. Forse il tempo delle rimozioni improvvisate sta per terminare.</p>
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		<title>La cancel culture esiste. Ed è un problema</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/politica/la-cancel-culture-esiste-ed-e-un-problema.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jul 2021 15:22:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-scaled.jpg 2560w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11460062_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>&#8220;La cancel culture non esiste&#8221;, ci dicono i &#8220;fact checkers indipendenti&#8221; e i vari puntualizzatori della stampa statunitense e italiana. Sarà… però in Giappone, alla vigilia dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo hanno dovuto rassegnare le dimissioni Kentaro Kobayashi, direttore della cerimonia di apertura e Keigo Oyamada, in arte “Cornelius”, musicista pop di fama internazionale, che &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/la-cancel-culture-esiste-ed-e-un-problema.html">[...]</a></p>
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                    La cancel culture esiste. Ed è un problema
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                        &#8220;La cancel culture non esiste&#8221;, ci dicono i &#8220;fact checkers indipendenti&#8221; e i vari puntualizzatori della stampa statunitense e italiana. Sarà… però in Giappone, alla vigilia dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo hanno dovuto rassegnare le dimissioni Kentaro Kobayashi, direttore della&#8230;
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        <p>&#8220;La cancel culture non esiste&#8221;, ci dicono i &#8220;fact checkers indipendenti&#8221; e i vari puntualizzatori della stampa statunitense e italiana. Sarà… però in Giappone, alla vigilia dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo hanno dovuto rassegnare le dimissioni <strong>Kentaro Kobayashi</strong>, direttore della cerimonia di apertura e <strong>Keigo Oyamada</strong>, in arte “Cornelius”, musicista pop di fama internazionale, che aveva composto le musiche della cerimonia inaugurale e di chiusura dei Giochi. Non erano coinvolti in alcun sospetto di reato. Il direttore della cerimonia, di professione comico, in uno spettacolo teatrale di 23 anni fa, ripreso dalla televisione, aveva recitato una battuta in cui si parlava di Olocausto. Non stava deridendo le vittime, ma stava semmai prendendo in giro l’assurdità dei giochi proposti dagli educatori, che intrattenevano i bambini anche con divertimenti grotteschi (“e ora giochiamo all’Olocausto”). Nel 1998 Kobayashi non sapeva di aver pestato una mina, o meglio una bomba ad orologeria che sarebbe scoppiata 23 anni dopo e gli avrebbe distrutto la carriera. Oyamada, invece, nel 1995 aveva rilasciato un’intervista in cui confessava (senza dimostrare troppo pentimento) di essere stato un bullo con i suoi compagni di classe, quando era ragazzino. Anche lui, 26 anni fa, non sapeva di essersi condannato alla gogna. Questi sono due classici esempi di “cancel culture”, l’abitudine, nata negli Stati Uniti ed in via di diffusione in tutto il mondo, di “cancellare” una personalità sulla base di sue dichiarazioni o comportamenti ritenuti disdicevoli, anche se risalenti a un passato remoto. Ma la cancel culture non riguarda solo le persone vive e in attività, ma anche i libri, le opere di ingegno e i monumenti. Tutto ciò che non supera il test del politicamente corretto deve essere rimosso, cancellato.</p>
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        <p>La cancel culture è antica e moderna al tempo stesso. Antica, perché ricalca le pratiche dell’ostracismo in auge sin dalla Grecia classica. Ma è moderna nel metodo, perché sfrutta tutti gli strumenti messi a disposizione da <strong>Internet</strong>. Il web ha una memoria incancellabile, dunque rende possibile incastrare una persona sulla base di episodi, dichiarazioni o situazioni di tanti anni fa. Il web, inoltre, grazie ai social network, cancella la distinzione fra pubblico e privato: una frase pronunciata fra amici, o scritta sulla propria pagina <strong>Facebook</strong> diventa una dichiarazione pubblica. Il web, infine, mette in contatto tutto il mondo, quindi uno scandalo locale diventa globale.</p>

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        <p>Un tipico esempio di come funzioni la cancel culture, per stroncare la carriera di un personaggio pubblico, è il licenziamento, da parte della Disney di <strong>Gina Carano</strong> (che gli spettatori hanno conosciuto in The Mandalorian). Ha iniziato a subire pressioni dal pubblico perché, durante le manifestazioni di <strong>Black Lives Matter</strong>, non dimostrava abbastanza impegno anti-razzista: troppo pochi post, troppo pochi tweet. Poi ha iniziato a far trapelare le sue simpatie per Trump ed è subito diventata un bersaglio mobile. Il colpo di grazia se lo è inflitto all’indomani delle elezioni, quando, postando una foto del pogrom di Lviv (1941) ha paragonato la sistematica emarginazione dei conservatori nella società americana all’inizio dell’emarginazione degli ebrei dalle società tedesca e dell’Europa orientale, dove poi sarebbero stati apertamente perseguitati e poi sterminati. Il parallelo storico le è costato un licenziamento in tronco, preceduto dal solito linciaggio a mezzo social. Donald McNeil, giornalista scientifico del <em>New York Times</em>, specializzato in argomenti medici e dunque molto attivo durante la pandemia di Covid-19, è stato indotto a lasciare il <em>New York Times</em> il febbraio scorso. Testimoni avevano riferito che, durante un viaggio in Perù in compagnia di adolescenti, aveva usato la parola N (cioè nero con la g fra la e e la r) per indicare gli afroamericani. Il quotidiano <em>The Daily Beast</em> ha rivelato lo scandalo e la sua carriera è divenuta insostenibile.</p>

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        <p>Nello stesso prestigioso quotidiano, erano scoppiati in precedenza due casi ancor più gravi. Il direttore della sezione commenti, <strong>James Bennet</strong>, aveva dovuto rassegnare le dimissioni per aver ospitato nelle sue pagine il commento del senatore repubblicano <strong>Tom Cotton</strong>, il quale proponeva di impiegare la Guardia Nazionale per ripristinare l’ordine dopo le prime violente proteste di Black Lives Matter. Il <em>New York Times</em> era solito pubblicare un controcanto, fra le opinioni. Ma ora non se lo può permettere, evidentemente. <strong>Bari Weiss</strong>, editorialista, aveva rassegnato le sue dimissioni descrivendo il clima infame che si era creato nella redazione, dove subiva insulti e accuse di razzismo e di essere (in quanto ebrea) troppo sionista. Senza che i superiori intervenissero a difenderla, per altro. Bari Weiss, nel suo lungo articolo di addio al quotidiano newyorkese, additava soprattutto la cultura dei <strong>social network</strong> quale causa di questa degenerazione: la smania di seguire sempre, in tempo reale, il consenso dei lettori espresso sui social. Che è la caratteristica tipica della cancel culture.<br />
Ma si può rischiare di perdere la carriera anche in modo indiretto. Come è nel caso di <strong>Chris Harrison</strong>, conduttore per 17 anni del programma televisivo The Bachelor del network televisivo ABC, poi indotto l’8 giugno scorso a dimettersi. Non aveva detto o fatto nulla di politicamente scorretto, ma aveva preso le difese di una concorrente del suo programma, Rachael Kirkconnell, che la scorsa primavera era diventata oggetto di una violenta campagna di odio online. La colpa della ragazza in questione era quella di aver pubblicato sulle sue pagine dei social le foto in cui indossava il berretto MAGA (<strong>Make America Great Again</strong>, della campagna elettorale di Donald Trump) e soprattutto quelle in cui, in una festa della sua confraternita universitaria era vestita con la moda del “vecchio Sud”. Stile Rossella O’Hara.</p>

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        <p>Ciò che impressiona di queste vere e proprie epurazioni è la natura apparentemente bagatellare delle colpe che vengono contestate. Una foto, un costume, una frase, una battuta: basta pochissimo per essere cacciati dal proprio posto di lavoro o costretti alle dimissioni. Ciò non stupisce solo se si comprende la causa della cancel culture: l’idea che la propria storia e la propria cultura siano “<strong>infette</strong>”. Le infezioni sono quelle identificate dalla cultura neo-marxista, dunque: <strong>razzismo</strong>, <strong>paternalismo</strong>, <strong>sessismo</strong>, <strong>colonialismo</strong>. Tutto ciò che ripropone e non condanna gli stereotipi tipici di queste “malattie” dell’anima, deve essere rimosso. La cancel culture, infatti, non riguarda solo le persone in attività, ma anche le opere del passato. <strong>Via col Vento</strong> è stato accusato di razzismo e nel giugno 2020, nel pieno delle contestazioni di Black Lives Matter, rimosso dalla piattaforma Hbo Max. Su Netflix lo possiamo vedere ancora, ma con l’avvertimento che contiene stereotipi razziali (e l’invito di andare ad informarsi sui siti di Black Lives Matter: un movimento politico). I classici della Disney, tutti da <strong>Biancaneve</strong> agli <strong>Aristogatti</strong>, passando per <strong>Dumbo</strong>, sono sotto accusa per stereotipi razziali, anche impercettibili per un pubblico non ideologizzato. Devono essere preceduti da avvertimenti per il pubblico, quando non vengono eliminati dai cataloghi. La vicenda che fa più discutere, negli ultimi mesi, riguarda i libri per bambini di Theodor Geisel, in arte Dr. Seuss, citato da Barack Obama come buon esempio di letteratura carica di valori positivi, ma ora condannato per stereotipi razziali. Sei dei suoi libri, fra cui Mulberry Street non verranno più venduti dalla sua casa editrice.</p>

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        <p>Fin qui per le opere contemporanee, ma siccome le malattie della cultura occidentale hanno radici profonde, ecco che partono anche iniziative, più o meno gravi, per rimuovere anche i classici. La proposta non è mai passata, ma professori di Oxford hanno suggerito di “decolonizzare” i programmi di studio della musica classica eliminando lo studio di Mozart e Beethoven fra gli altri. I programmi sono accusati di essere troppo centrati su “Musica europea bianca composta in epoca schiavista”. <strong>Oxford</strong> ha smentito di aver preso seriamente in considerazione questa proposta di riforma del programma, ma non che la proposta sia stata fatta e sia partita da docenti. Questo è il caso più eclatante, ma nel frattempo nell’università di <strong>Princeton</strong>, una delle più importanti degli Stati Uniti, lo studio del latino e del greco non sarà più richiesto a causa degli “eventi razziali della scorsa estate”, stando al comunicato della stessa accademia. Da qui all’eliminazione dello studio anche dei padri greci della filosofia (tutti nati e cresciuti in ambienti schiavisti) è molto più breve di quanto sembri. Su altri aspetti della cultura e della storia recente, ci sono state molte meno remore, come suggeriscono le decine e decine di statue abbattute soprattutto negli ultimi quattro anni.</p>

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        <p>La cancel culture non esiste? Se anche non esistesse, comunque comporta licenziamenti, rimozioni di statue e rivoluzioni nei programmi scolastici. E non si può parlare di singoli fatti isolati, perché sono ricollegabili sempre alle stesse cause e tutti ripropongono gli stessi metodi. Di sicuro non esiste, né potrebbe esistere, una pianificazione centrale. Non ci sono gerarchi di un regime che, a mo’ di commissari sovietici, ordinano censure dei testi, epurazioni e l’abbattimento di monumenti. È però ormai diffusa una mentalità trasversale, ormai internazionale, secondo la quale viviamo in un “anno zero”, come in tutte le rivoluzioni.</p>

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                                    Stefano Magni
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/la-cancel-culture-esiste-ed-e-un-problema.html">La cancel culture esiste. Ed è un problema</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La storia decapitata: così spariscono le statue negli Usa</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/politica/la-storia-decapitata-cosi-spariscono-le-statue-negli-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jul 2021 13:19:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="521" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736-300x112.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736-1024x381.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736-768x286.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>Viaggiare è diventato un sogno quasi irrealizzabile in tempi di Covid, tra tamponi, restrizioni e quarantene. Ma quando torneremo (perché a un certo punto torneremo) liberi di visitare altri Paesi, troveremo un mondo molto cambiato. Una delle mete turistiche preferite per gli italiani e per tutti gli europei, gli Stati Uniti, avranno un volto molto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/la-storia-decapitata-cosi-spariscono-le-statue-negli-usa.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/la-storia-decapitata-cosi-spariscono-le-statue-negli-usa.html">La storia decapitata: così spariscono le statue negli Usa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="521" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736-300x112.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736-1024x381.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11398657_small-e1627132807736-768x286.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><div
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                        Politica
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                <h1 class="article__title">
                    La storia decapitata: così spariscono le statue negli Usa
                </h1>

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                        Viaggiare è diventato un sogno quasi irrealizzabile in tempi di Covid, tra tamponi, restrizioni e quarantene. Ma quando torneremo (perché a un certo punto torneremo) liberi di visitare altri Paesi, troveremo un mondo molto cambiato. Una delle mete turistiche preferite&#8230;
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            <a href="https://it.insideover.com/autore/stefano-magni" rel="contributor">
                Stefano Magni
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        <p>Viaggiare è diventato un sogno quasi irrealizzabile in tempi di <a href="https://it.insideover.com/schede/societa/che-cose-il-coronavirus.html" target="_blank" rel="noopener">Covid</a>, tra tamponi, restrizioni e quarantene. Ma quando torneremo (perché a un certo punto torneremo) liberi di visitare altri Paesi, troveremo un mondo molto cambiato. Una delle mete turistiche preferite per gli italiani e per tutti gli europei, gli <strong>Stati Uniti</strong>, avranno un volto molto diverso, per chi li osserva con occhio da storico. È infatti negli Stati Uniti che si è abbattuta per prima la furia iconoclasta della &#8220;<strong>cancel culture</strong>&#8220;, la tendenza a rileggere e condannare la storia con gli occhi dell’antirazzismo. Molti dei monumenti che facevano parte del paesaggio urbano sono già stati rimossi, sia da manifestanti che dalle amministrazioni locali. L’uccisione di <strong>George Floyd</strong>, da parte di un poliziotto di Minneapolis, ha dato il via alla più grande ondata di abbattimenti.</p>
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</div><div class="special-container">
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        <p>Nel Sud degli Usa, negli Stati che dal 1861 al 1865 facevano parte della ex Confederazione degli Stati Americani, uscita sconfitta nella Guerra Civile, si possono notare i cambiamenti maggiori. Nel centro storico di <strong>Charleston</strong>, porto atlantico della Carolina del Sud, si stagliava un’alta colonna che reggeva la statua di <strong>John Calhoun</strong> (1782-1850). Politico e filosofo politico di primissimo piano nella prima metà dell’Ottocento, Calhoun viene ricordato soprattutto dai <em>libertarians</em> per la sua teoria libertaria della lotta di classe: la società non è divisa in borghesia e proletariato, bensì in produttori e consumatori di tasse. L’equilibrio politico viene meno (e inizia la tirannia) quando i consumatori di tasse superano per forza e numero i produttori di ricchezza e li assoggettano ai loro interessi parassitari. I sostenitori del federalismo e delle autonomie lo ricordano invece per la sua strenua difesa dei diritti degli Stati dal governo centrale.</p>
<p><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-scaled.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="aligncenter wp-image-326242 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-1024x688.jpg" alt="" width="1024" height="688" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-1024x688.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-768x516.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-1536x1031.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11433034_large-2048x1375.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Ora la sua statua non c’è più. Perché è stato abbattuto per volontà dell’autorità locale, dopo anni di dibattito e sulla spinta della protesta per la morte di George Floyd. La motivazione principale di tanto odio per un politico deceduto undici anni prima dello scoppio della Guerra Civile? Essendo un difensore dei diritti degli Stati, difendeva anche l’autogoverno della sua Carolina del Sud, quindi di uno Stato ancora schiavista. Letto con gli occhi antirazzisti di oggi, è dunque inaccettabile.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-326243" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11435389_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure>
    <div class="special-container">
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        <p>Sempre a Charleston, invece, è rimasto il monumento ai <strong>Difensori Confederati</strong>. Oltre ad essere la prima città a proclamare la secessione dall’Unione, un secolo e mezzo fa, Charleston è stata anche teatro della prima battaglia e del più lungo assedio della Guerra Civile: <strong>Fort Sumter</strong> fu dove si spararono i primi colpi della guerra, quando i Confederati conquistarono la fortezza dopo un breve bombardamento. Negli anni successivi gli Unionisti provarono a riconquistarla, ponendola sotto assedio, ma non vi riuscirono fino alla fine del conflitto. Per questa strenua resistenza, in anni molto più recenti (1932), in un punto molto suggestivo del lungomare che dà su Fort Sumter la città di Charleston eresse il monumento dedicato ai difensori e ai caduti dell’esercito confederato. I progressisti ne chiedono la rimozione e durante la protesta dopo la morte di George Floyd sono scoppiati, ai suoi piedi, tafferugli anche molto violenti, con tre arresti. Benché più volte vandalizzato, il monumento è ancora al suo posto (almeno finora).</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1376" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-326253" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-300x215.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-1024x734.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-768x551.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-1536x1101.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11374726_large-2048x1468.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>A Charlottesville, in Virginia, lo scorso 11 luglio è stata rimossa la statua equestre del <strong>generale Robert E. Lee</strong>, comandante in capo delle forze confederate. Benché fosse personalmente contrario alla schiavitù, è ora diventato un odiato simbolo di razzismo per il ruolo che ricoprì allora. Il progetto di abbattere la statua, annunciato nell’estate del 2017, aveva provocato i drammatici scontri di Charlottesville, fra militanti di estrema sinistra e di estrema destra, che il 12 agosto di quell’anno causarono la morte di <strong>Heather Heyer</strong>, attivista di sinistra travolta e uccisa da James Alex Fields, un suprematista bianco.</p>
<p><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/12390437_small.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-326245" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/12390437_small-1024x713.jpg" alt="" width="1024" height="713" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/12390437_small-1024x713.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/12390437_small-300x209.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/12390437_small-768x535.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/12390437_small.jpg 1400w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>La statua, in sé, è comunque rimasta al suo posto fino a questo mese, per altri quattro anni. Resta ancora al suo posto, invece, un altro monumento equestre estremamente contestato, quello dedicato al generale John Brown Gordon, di fronte al Campidoglio di Atlanta, Georgia. Fu uno dei più brillanti generali della Confederazione, poi però accusato di aver capitanato segretamente il <strong>Ku Klux Klan</strong> georgiano, ma l’accusa non venne mai dimostrata. Per il suo ruolo in guerra e i sospetti successivi al conflitto, il suo monumento è stato anch’esso vandalizzato dai contestatori che ne chiedono la rimozione. Caso particolare, quello della memoria del generale Gordon: anche 44 discendenti dell’alto ufficiale confederato chiedono che la statua sia abbattuta, con una lettera aperta al governatore Kemp nella quale si legge: &#8220;Lo scopo principale del monumento era quello di celebrare e mitizzare il suprematismo bianco della Confederazione&#8221;.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-326246" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/13253381_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>La politicizzazione delle statue confederate è un dibattito molto recente. Le rimozioni sono avvenute soprattutto nel 2017 e nel 2020. Nella prima ondata di proteste razziali e in risposta alla contro-protesta Unite the Right furono 36 i monumenti rimossi in tutto il Sud. Poi con le proteste a seguito dell’uccisione di George Floyd, altri 94 sono stati abbattuti nel solo 2020. Casi di rimozione erano molto rari prima del 17 giugno 2015, quando un suprematista bianco sparò ai fedeli afro-americani in una chiesa metodista di Charleston. Fu quell’episodio che spinse alcuni governatori (fra cui <strong>Nikki Haley</strong>, futura ambasciatrice all’Onu) a cancellare le bandiere confederate quali simboli ufficiali dei loro Stati.</p>
<p><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-scaled.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="aligncenter wp-image-326248 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11455623_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Attualmente la più nota bandiera confederata (quella con le stelle degli Stati secessionisti disposti a croce di sant’Andrea blu in campo rosso) è stata vietata anche in manifestazioni molto popolari al Sud, come le corse automobilistiche Nascar.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-326249" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11391851_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>La contestazione parte dal presupposto che le statue dedicate ai personaggi storici sudisti siano frutto di un periodo di revival confederato e del suprematismo bianco, sorti negli stessi anni della prima metà del Novecento in cui veniva applicata la segregazione razziale. Il fatto che movimenti di estrema destra, fra cui il <strong>Ku Klux Klan</strong> siano fra i maggiori difensori di questi simboli, non fa che rafforzare questa idea. Tuttavia rischia di sfuggire un altro aspetto molto importante: la <strong>riconciliazione post-bellica</strong>.</p>
<p><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-scaled.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="aligncenter wp-image-326251 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-1024x754.jpg" alt="" width="1024" height="754" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-1024x754.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-300x221.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-768x566.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-1536x1131.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/10272400_large-2048x1509.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Dai decenni successivi alla fine della Guerra Civile, la politica trasversale di tutti i presidenti americani si è basata sulla riunificazione del Paese lacerato e sul rispetto della memoria degli ex nemici. Non è stato un compito facile, soprattutto considerando il grado di devastazione della Guerra Civile: con i suoi <strong>650mila morti</strong> fu il più sanguinoso conflitto dell’Ottocento e la prima guerra totale propriamente detta, con tanto di mobilitazione dell’industria a scopo bellico e il coinvolgimento pieno delle popolazioni civili. Gli Stati Uniti hanno un federalismo autentico, non un centralismo all’europea, dunque anche la preservazione della tradizione locale è parte integrante dei diritti degli Stati alla loro autonomia. Così si può ammirare, forse ancora per poco, un monumento di Grant al Nord e di Lee al Sud, acerrimi nemici nella Guerra Civile (anche se si rispettavano cavallerescamente e ammiravano umanamente), ciascuno dei quali difendeva la propria terra.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-326252" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/07/11691154_large-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Inoltre, la “cancel culture” non si limiterà a colpire la Confederazione e la sua memoria storica. Punta decisamente alla rimozione di tutta la memoria &#8220;bianca&#8221; (intesa come tradizione europea nel nuovo lessico antirazzista). Stanno infatti abbattendo le statue di <strong>Cristoforo Colombo</strong>, reo di aver portato gli europei sul continente americano. E anche quelle di anti-razzisti convinti, incluso lo stesso Abraham Lincoln: un monumento a lui dedicato, inaugurato nel 1875, è stato rimosso a Boston nel dicembre 2020, perché l’immagine dello schiavo liberato, in ginocchio ai suoi piedi, era ritenuta “offensiva”.</p>

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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/la-storia-decapitata-cosi-spariscono-le-statue-negli-usa.html">La storia decapitata: così spariscono le statue negli Usa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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